“Un figlio dimenticato: Giuseppe Gerini”, articolo di Stefano Bardi

Monte San Vito è un piccolo paese dell’entroterra marchigiano con appena 6.887 abitanti. La sua economia si basa principalmente sulla produzione dell’olio e del vino. Uno dei suoi figli più illustri, sebbene sia per lo più dimenticato, è il poeta Giuseppe Gerini, qui nato nel 1895. Non si conosce il luogo e la data della sua morte; per poter avere maggiori note biografiche è necessario riferirsi alla storica Sandra Cappelletti[1] che riferisce che il poeta fu sempre legato al suo paese natale dove spesso ritornava durante i periodi estivi, per poter godere della calda affettuosità della gente ritrovandovi la sua interiore spiritualità.

Per mezzo delle ricerche condotte dalla Cappelletti emerge il “Gerini ardito” far part, nel Primo conflitto mondiale, al Reparto d’Assalto delle leggendarie “Fiamme Nere” e in seguito aderire al nascente Partito Fascista di cui – pare – condivideva le finalità. Di certo della sua vicenda umana si ricorda del suo insegnamento presso la scuola media di Fiume dove poi, da giornalista, fonderà, nel 1935, la rivista Termini. Presidente dell’Istituto di Cultura Fascista della Provincia del Carnaro, allo scoppio della Seconda guerra mondiale lo si vedrà lasciare l’incarico per arruolarsi, di nuovo, nel Reparto d’Assalto delle “Fiamme Nere”.

download.jpg
Un’opera di Giuseppe Gerini

Come poeta Gerini ha lasciato numerose opere: Bonae manus (1928), Alanda (1929), In ascolto (1932), Nel mio eterno (1940), Armonie velate (1943), Motivi e canti (1944), Dentro celeste sponda (1949), Alba migliore (1952), Tre pietre (1956), Canti di Boccadasse (1959), e l’opera omnia Poesie 1928-1962 (1963).[2]

Poeta che può essere definito come vate lontano dalle canoniche ombrose tematiche della poesia italiana; le sue liriche siano colme di dolcezza, musicalità e trasparenza. I suoi sono versi dove traspaiono ansiose problematiche e interrogazioni al mistero che trasformano la sua lirica in una poesia atavica e immanente.

La sua produzione poetica ha origine dagli affetti familiari, in particolar modo esaltati ricordando con riferimento alla madre; nella poesia “Il pulcino” la figura materna viene concepita come una donna buona, generosa, spiritualmente straziata per la morte dei suoi quattro figli.[3] Madre, vista dal poeta di Monte San Vito, con gli occhi di un bambino, anzi di un pulcino, nel quale egli si riconosce e s’immedesima. La perdita materna, assieme a quella della figlia Magda[4], è ricordata nell’opera omnia Poesie 1928-1962, nell’ultima sezione dal titolo Elegie per Magda.

Accanto ai temi familiari, anche il tema della terra natia è presente nella poesia geriniana. Se ne ha conferma attraverso la poesia “Terra marchigiana”, dove la terra natale è vista dal poeta come un luogo magico in cui nascono fantastiche storie, che volano fino al firmamento celeste trasformandosi in nuvole, dalle forme familiari.[5] È nella poesia “Ridiscendo la costa” che il poeta, attraverso il potere magico della pioggia, rivede i suoi luoghi natali (campagne e campi di grano), come i luoghi dell’infanzia[6], nei quali egli stesso si sente protagonista sotto la forma di nuvola creata dal dolce suono di zufolo[7].

Famiglia, terra natia, natura, tutto questo si riscopre attraverso le poesie: “L’albero, il fiore”, “All’usignolo”, e “Il sole prigioniero”, quest’ultima dai toni futuristici come poi vedremo nel susseguo dell’analisi. Nella prima lirica questi due elementi naturali, sono concepiti dal poeta come delle creature con un’anima che, al pari degli Uomini, sono sottomesse all’amore che è gioia, bontà, fratellanza, ma anche lacrime, strazi, dipartite e, come gli Uomini, anche questi figli di Madre Natura, si godono attimi di quiete e consumano esistenze senza lacrime.[8] Nella seconda lirica c’è un forte rimando alla poesia “Il passero solitario” di Leopardi. In entrambi i poeti il meraviglioso canto degli uccelli viene messo in risalto poiché il loro canto, da sempre, conserva la sua trasparente, dolce musicalità. Niente di questo, però, è paragonabile al maestoso canto della natura costituito dal silenzio, che neanche il canto umano osa spezzare[9]. La terza e ultima lirica può essere considerata come una poesia futurista poiché, al pari della poetica marinettiana, la natura geriniana è una natura meccanica e bellica, dove i suoi uccelli d’acciaio, portatori di morte, sono dotati di un’oscura anima capaci di esaltare violenza, strazio, innocenti pianti.

Monte San Vito.jpg
Uno scorcio di Monte San Vito, piccolo centro dell’Anconetano dove il poeta nacque.

Altri due temi sono trattati dal nostro poeta, ossia quello di Dio e quello sulla morte. Per quanto riguarda il primo, dobbiamo riferirci alle poesie “E, se ritorni” e “Siamo la tue messe”. Nel primo testo Dio è concepito dal poeta marchigiano come l’unico e vero “padrone” di tutti noi poiché, solo Egli, può comandare ogni nostra intenzione e solo Lui è capace di fermare ogni nostra mala azione.[10] Più precisamente un padre, che ci farà risorgere dopo la nostra dipartita, per vivere assieme a Lui un’eterna esistenza.[11] Nella seconda poesia, invece, gli Uomini sono paragonati a dei chicchi di grano in mano a Dio che saranno da Lui seminati per poi crescere in nuove Terre, senza che nessun vento oscuro li possa scalfire[12]. Per quanto riguarda il tema della morte o dell’eterno sonno dobbiamo prendere in considerazione la poesia “Cimiteri”. Luoghi, questi, dove l’unico linguaggio usato dal poeta è quel silenzio che a volte all’improvviso spezzato dal demoniaco canto del merlo, fa di conseguenza sanguinare il firmamento, accompagnando le anime che camminano sugli andini sacri dei cimiteri.[13]

STEFANO BARDI

 

Bibliografia di Riferimento:

Antognini Carlo, Scrittori marchigiani del Novecento, Ancona, Bagaloni Editore, 1971, 2 vol., Tomo II – Poeti.

Calcaterra Carlo, Scrittori dell’Ottocento e del primo Novecento, Torino, Società Editrice Internazionale, 1936.

Cappelletti Sandra, Monte San Vito: castello terra comune, Monte San Vito, Comune di Monte San Vito, 1999.

De Robertis Giuseppe, Scrittori del Novecento, Firenze, Le Monnier, 1958.

Gerini Giuseppe, Poesie 1928-1962, Parma, Guanda, 1963.

Spurio Lorenzo, Convivio in versi. Mappatura democratica della poesia marchigiana, Sesto Fiorentino, PoetiKanten, 2016, 2 vol., Tomo I-Poesia in lingua italiana

 

                       

[1] Sandra Cappelletti, Monte San Vito: castello terra comune, Monte San Vito, Comune di Monte San Vito, 1999, p. 312.

[2] Lorenzo Spurio, Convivio in versi Mappatura democratica della poesia marchigiana, Sesto Fiorentino, PoetiKanten, 2016, 2 vol., Tomo I-Poesia in lingua italiana, p. 435; C. Antognini, Scrittori marchigiani del Novecento, Ancona, Bagaloni Editore, 1971, 2 vol., Tomo II – Poeti, p.120.  

[3] Giuseppe Gerini, Poesie 1928-1962, Parma, Guanda, 1963, p. 25 (“[…] or che degli otto folletti / quattro ti dormono in fila nei letti / del cimitero […].”)  

[4] Ivi, pp. 155-175.

[5] Ivi, p. 13 (“[…] La seta dei miei versi, / perché tessa nell’aria / care forme.”)

[6] Ivi, pp. 8-11 (“[…] Ridiscendo la costa, / anni belli, / zufolo / a quella stria di nuvole leggere.”)

[7] Zufolo = strumento a fiato tipico della Sardegna costruito in legno, che emette il suono di un fischietto.

[8] Giuseppe Gerini, Poesie 1928-1962, Parma, Guanda, 1963, p. 37 (“Creature, senza parole / schiavi d’amore e morte / anch’essi, / colgono l’ora serena, / l’attimo senza pena, […].”) 

[9] Ivi, p. 67 (“[…] lo spirito notturno delle valli / non la gola dell’uomo ti risponde.”)

[10] Ivi, p. 111 (“[…] a Lui che tiene  il mondo, tiene tutto, / regola il ritmo delle vene ai polsi: / regola e ferma […].”)

[11] Ibidem (“[…] Sarà per sempre tuo penso, / quanto ne avrai: e ciò che è tutto. / Si, tutto. Veramente.”)

[12] Ivi, p. 112 (“[….] E quali, lo sai tu che ci raccogli / e ci riposi. Siamo la tua messe, / Signore. E di noi / forse seminerai tutt’altri campi / al d là degli spazii oltre il tempo / per fioriture nuove e senza morte.”)

[13] Ivi, p. 147 (“[…] Segui le nere spole / che suonando improvvise / rigano l’aria e si occultano / nelle verdi dimore. / Odi il canto del merlo / lungo i mesti viali. / Adàgiati, se puoi / ad ascoltare come stanno i morti.”)

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

Annunci

Ricordando chi si batté contro la mafia: l’indelebile figura di Don Giuseppe Diana

A cura di Stefano Bardi (*)

Quando in Italia si parla di Mafia e Mafie, ecco che si sentono risuonare, anzi riecheggiare nell’aria le potenti parole di un martire dell’antimafia, vissuto nel nostro lontano e vicino 1900, un secolo che ancora oggi è un tema di ampie discussioni, di qualsiasi tipo, da quelle storiche, a quelle sociali, fino ad arrivare a quelle giovanili. Il martire di cui sto parlando, è stato un uomo che ha indossato le semplici e umili vesti ecclesiastiche, e non quelle da magistrato come la coppia Falcone-Borsellino o quelle da giornalista come Giancarlo Siani o quelle da poeta e speaker radiofonico come Giuseppe Impastato, bensì la semplice veste nera da sacerdote. Non sto parlando di Don Pino Puglisi, ma del presbitero, scrittore e capo scout campano Don Giuseppe Diana, “Don Peppe”, al quale voglio dedicare questo articolo, partendo dalla sua biografia, per arrivare ai suoi insegnamenti.

downloadDon Giuseppe Diana nasce il 4 luglio del 1958 a Casal di Principe (NA). Nel 1968 si licenzia in Teologia Biblica nel Seminario di Aversa e si laurea in Filosofia all’Università Federico II di Napoli. Nel 1978 entra nell’Agesci divenendo capo scout di Aversa, e nel 1982 prende i voti da sacerdote. Insegna Letteratura presso il Seminario Francesco Caracciolo, Religione Cattolica presso l’Istituto Tecnico Industriale Statale “A. Volta” e all’Istituto Professionale Alberghiero di Aversa. Il 19 marzo 1994, nel giorno del suo compleanno, muore a Casal di Principe in un attentato di matrice mafiosa, per opera di Giuseppe Quadrano che gli sparò vari colpi in faccia, aiutato da Mario Santoro e Francesco Piacenti, sotto la commissione della famiglia camorristica dei De Falco, i quali per scagionarsi dall’omicidio cercarono di far cadere la colpa sulla famiglia camorristica degli Schiavone. La lotta che Don Giuseppe Diana condusse contro la Mafia, gli fece conquistare la medaglia d’oro al valore civile. Pur essendo lucidamente cosciente dei pericoli che correva, non rinunciava a esporsi pubblicamente contro la camorra, fino a cadere in un brutale omicidio nella sacrestia, mentre si preparava per celebrare la Messa.

Don Peppe, come lui stesso amava definirsi, è stato un semplice uomo di chiesa, e si inalberava fortemente con coloro che lo definivano un martire dell’antimafia . Sacerdote vicino ai giovani, anche e soprattutto alla sua attività nell’Agesci di Aversa al fianco degli Scout. Un sacerdote animato da una profonda umanità e compassione che andava oltre al sacro e che spingeva gli altri a cercare chi erano veramente e a cercare Dio.

La sua lotta alla Mafia è stata una lotta combattuta attraverso la Sacra Parola del Vangelo, la quale ci rende veramente liberi e capaci di saper scegliere, proprio come ci insegna il messaggio originale del Cristianesimo. Un Vangelo che ci insegna a non tacere davanti a nessuna illegalità e oscurità e che ci “obbliga” a seguire l’unica via possibile per la redenzione e la salvezza spirituale e carnale, che è quella dell’annunciare la parola del Vangelo liberatore in nome di Cristo.

Un altro strumento utilizzato da Don Giuseppe Diana nella lotta alla Mafia è stato quello dell’Oratorio Parrocchiale utilizzato anche da Don Pino Puglisi; per Don Giuseppe Diana questo ambiente doveva essere un luogo per eventi che andavano dallo sport allo spettacolo. Per questo sacerdote l’Oratorio era solo uno strumento di difesa contro la Mafia, ma niente di più. Don Giuseppe Diana ci lascia come eredità un bellissimo testo dal titolo Per amore del mio popolo che fu diffuso nelle chiesa di Casal di Principe e in tutte le chiese aversane nel Natale del 1991, che insieme alla sua firma è accompagnato anche dalle firme dei parroci della foranìa di Casal di Principe. Un testo che ci dice come l’uomo debba combattere la Mafia e le Mafie, ovvero, essere in primis noi stessi dei Profeti e come loro andare in giro per il mondo e diffondere un messaggio di Giustizia, di Legalità, e di Libertà. Un testo che merita di essere analizzato meglio.

Il testo di Don Giuseppe Diana è incentrato sulla figura dei Profeta e come lui l’Uomo deve vedere l’illegalità, la deve denunciare, deve ricondurre l’uomo al disegno originario di Dio, deve ricordare il Passato, e farne uso nel Presente per non ricadere nell’Oscurità, deve suggerire la strada della vita, e lui medesimo deve consumare la fratellanza nel patimento. Come il Profeta, deve camminare sempre e per sempre sulla strada della Legalità e della Giustizia sociale e spirituale. Attraverso questo testo, Don Peppe ha cercato di salvare i ragazzi di Casal di Principe dalle oscure grinfie delle bande camorristiche locali. Subito dopo la sua morte si è cercato di infangare la sua figura attraverso articoli di giornale sui quali fu fatto passare come un frequentatore di prostitute e un pedofilo. Dichiarazioni infamanti e calunnie che caddero il 27 marzo 2003 quando ci fu la Sentenza di Appello che condannò Giuseppe Quadrano come esecutore del suo omicidio; in tal modo la figura di Don Peppe poté ritornare a risplendere di una luce buona e giusta, per la felicità della sua famiglia, dei suoi confratelli, e per la gioia di tutti i ragazzi e adolescenti che ancora oggi combattono la Mafia in suo nome.

don-peppe.png

Non solo Per amore del mio popolo, ma anche altre parole vanno ricordate della sua lotta alla Mafia. Iniziamo con un suo intervento che fece nell’anno prima di diventare sacerdote, e più precisamente, ritorniamo al 19 marzo 1981, dove ci dice che dobbiamo incontrare Dio, rendendolo attuale ai tempi in cui viviamo. In noi stessi, come ci suggerisce Don Peppe, devono essere presenti la ricerca e la scoperta del Tu, che devono portarci e donarci la pace e la calma. Altre parole sono quelle contenute in un suo libello scritto in brutta dal nome Capo-Sacerdotale. Dimensione sacerdotale (Liturgia-Preghiera). Parola preghiera vita che dovrebbe risalire al 1987. Un testo che non è mai stato pubblicato, ma che è di vitale importanza, poiché si concentra sulla sfera sacerdotale del capo scout e dello scoutismo più in generale, il quale è concepito da Don Peppe, come il racconto morale del Regno Divino, poiché come il Padre Celeste, anche lo scoutismo contempla e valorizza le semplici e umili azioni giornaliere. Il capo scout, proprio come il prete e l’ecclesiastico, ha l’obiettivo e si pone il compito di mostrare Dio al Mondo, e di condurre il Mondo a incensarlo.

Fondamentale è anche l’intervista del 1992 rilasciata al Giornale locale Lo Spettro dal titolo “I preti anticamorra. La parola di Dio, spada a doppio taglio ”, in cui afferma che la Chiesa debba essere solo un mondo che s’impegni nel sociale, nell’aiuto dei poveri, e nell’aiuto agli emarginati, cioè una Chiesa di denuncia-annuncio. Un’ultima importante intervista è quella che rilasciò il 19 marzo 1992 dal titolo “Educare alla legalità”. Un’intervista che si concentra sul suo maggiore testo antimafia, che è il già citato Per amore del mio popolo, inteso dal suo stesso autore come un simbolo di rottura e contraddizione sociale a Casal di Principe, dal Natale del 1991 in poi. Inoltre ci dice anche che la lotta alla legalità è un qualcosa di profetico, ma non deve essere unicamente fermo allo stadio mentale, bensì deve essere un cammino pratico e “materiale”. Non solo attraverso queste interviste e attraverso il suo documento possiamo ricordarci di Don Giuseppe Diana, ma anche grazie al Comitato don Peppe Diana nato il 25 aprile 2006 a Casal di Principe, composto dall’Agesci Campania, dalla Scuola di Pace don Peppe Diana, dall’Associazione Jerry Essan Masslo, dal Progetto Continenti, dall’Omnia Onlus, dall’Associazione Legambiente circolo Ager, e dalla Cooperativa Sociale Solesud Onlus. Il Comitato don Peppe Diana dal 2003 cerca di costruire a Casal di Principe una Comunità Anticamorra. Anche la Scuola ricorda questo uomo di chiesa attraverso l’intestazione avvenuta il 21 aprile 2010 da parte dell’Istituto d’Istruzione Superiore di Morcone e attraverso l’intestazione dell’Istituto Comprensivo 3 di Portici. Anche la fiction televisiva (finalmente in maniera giusta), ci ha fatto ricordare la sua vita e il suo insegnamento, grazie alla fiction prodotta e trasmessa il 18 e il 19 marzo 2014, in onore del ventesimo anniversario della sua morte, dal titolo Per amore del mio popolo, con l’attore Alessandro Preziosi nei panni di Don Giuseppe Diana.

Oggi più che mai la voce e le parole di Don Giuseppe Diana riecheggiano forti e potenti, contro quell’Universo che Giuseppe Impastato definì come “una montagna di merda”, e che prende il nome di Mafia. La voce di Don Peppe, sarà per sempre una voce che riecheggerà nei nostri cuori, ogni volta che si parlerà di Mafia. Un Profeta che ha combattuto questi oscuri universi con il Vangelo. Ecco chi è stato Don Giuseppe Diana. Anche Noi dobbiamo seguire i suoi insegnamenti e diventare Profeti in quanto battezzati in nome di Cristo, e anche la nostra voce dovrà riecheggiare anno dopo anno, e secolo dopo secolo, contro la Mafia. Insegnamenti che oggi più che mai devono trovare spazio nella società odierna, come per esempio a Ostia dove vige omertà e paura nei confronti di clan mafiosi che comandano a piede libero, con atteggiamenti mafiosi e camorristici.

Insegnamenti che già da tempo a Chiaravalle, per esempio, sono messi in pratica dai ragazzi della Parrocchia di Santa Maria in Castagnola che ogni sabato nel Chiostro adiacente all’abbazia educano le nuove generazioni attraverso l’Oratorio; e li chiamerò con il nome di fantasia Legality Boys (Ragazzi della Legalità). Questi Ragazzi della Legalità usano come Don Peppe lo strumento dell’Oratorio per educare i nostri ragazzi al rispetto fra le persone, alla fratellanza, alla pace, all’amore, e alla contemplazione e diffusione della Parola del Vangelo e di Dio. Tutto questo lo fanno fondendo l’insegnamento di Don Peppe, con lo strumento usato da Don Pino Puglisi, ovvero il gioco inteso come uno strumento per la crescita sociale, civile ed etica, ovvero come qualcosa che può far diventare i nostri ragazzi, dei veri Cittadini del Mondo che non hanno paura di niente, perché illuminati dalla luce di Dio. Come disse Giovanni Paolo II, “non abbiate paura” e impegniamoci a contrastare la mafia, nelle sue forme più o meno grandi e luride.

STEFANO BARDI

 

Bibliografia di Riferimento:

Don Giuseppe Diana, Per amore del mio popolo, Casal di Principe, 1991.

R. Giuè, Il costo della memoria. Don Peppe Diana. Il prete ucciso dalla camorra, Roma, Edizioni Paoline, 2007.

 

(*) Una versione precedente di questo articolo è stata pubblicata, con il titolo “Vangelo vs Mafia: l’insegnamento di Don Giuseppe Diana” sulla rivista di letteratura “Euterpe”, n°15, Marzo 2015. L’articolo viene qui riproposto dietro proposta e consenso dell’autore.

L’autore del presente articolo dichiara, sotto la sua unica responsabilità, di essere frutto del suo unico ingegno e di non riprendere in tutto o in parte testi di terzi tutelati da DD.AA.

 

Diana Iaconetti eccelsa interprete dei versi leopardiani

 

Serata di altissima intensità emotiva quella svoltasi ieri, sabato 23 luglio, al Colle dell’Infinito a Recanati presso l’Orto di Santo Stefano per lo spettacolo recitativo “Il poeta del ‘dolce’ infinito” per la regia di Diana Iaconetti. L’evento, organizzato dal Centro Nazionale Studi Leopardiani e dal Centro Mondiale della Poesia e della Cultura è stato il secondo appuntamento del ricco programma estivo dei “Notturni leopardiani” che ha avuto la collaborazione delle Associazioni Culturali Euterpe di Jesi e Armonica-mente di Fermo.

La serata è stata presentata da Tiziana Bonifazi che in maniera leggiadra ed attenta ha introdotto l’attrice calabrese naturalizzata romana, molto impegnata in spettacoli e recital di impronta civile e la poetessa Nuccia Martire della quale la Iaconetti ha dato lettura e magnifica interpretazione della “Lettera a Leopardi”. Un testo che la Martire ha scritto l’anno scorso passeggiando per le vie di Recanati, fortemente suggestionata dall’ambiente, in un colloquio intimo e appassionato con il grande Poeta. Una lunga epistola dai toni classici con rimandi continui all’ampia opera –non solo poetica- del Recanatese a descrivere una pièce di grande impatto, una sorta di saggio sociologico, un brano dai toni elevati e dai richiami piacevolmente resi a un mondo di provincia dove il Recanatese diede sfogo al suo genio: il canto dell’ambiente, il patto con il silenzio, la riflessione sulla morte.

13782269_10208656440801607_4852572195022839643_n
Diana Iaconetti

Magistrale l’interpretazione del celebre canto poetico “L’infinito” che ha seguito la recitazione di brani immortali della nostra letteratura, dalla struggente “A Silvia” a testi delle “Opere morali” tra cui l’interrogatorio “Che fai tu, luna, in ciel?” che apre il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” al “Dialogo della Moda e della Morte”. I brani recitati con rigore e tenerezza, con ardore comunicativo e pregnanza verbale hanno raggiunto gli astanti coinvolgendoli emotivamente. 

La voce narrante Luca Pennacchioni ha invece interpretato con indiscutibile abilità oratoria ed espressiva i “Pensieri ludici”, testi scritti da Nuccia Martire intervallandosi con la recitazione della Iaconetti.

Lunghi ed entusiastici applausi sono stati rivolti agli attori mentre sotto un cielo calmo, lambiti dalla vite tentacolare, si è respirata poesia. Con il refrigerio di questa aria speziata d’amore per la conoscenza e di fascino per il bello, incantati si è ritornati nelle proprie dimore più arricchiti di un sentimento panico e al tempo sociale verso l’ambiente.

Presenti tra il pubblico Fabio Corvatta (Presidente del Centro Nazionale Studi Leopardiani), Luciano Scala (Presidente del Centro Mondiale della poesia), Antonio Bravi (Vice-sindaco di Recanti), Lorenzo Spurio (Presidente Ass. Euterpe di Jesi) e Nunzia Luciani (Presidente Ass. Armonica-mente di Fermo).

13835537_1170502656324136_907843354_o
Da sx: la presentatrice Tiziana Bonifazi, la poetessa Nuccia Martire e i recitatori leopardiani Diana Iaconetti e Luca Pennacchioni

Dai carmi più intimi e cupi, segno di una sensibilità di un’epoca tramontata, che caratterizzano il Leopardi Romantico la Iaconetti ha interpretato il tormentoso ma lucido “Giardino della sofferenza” tratto dallo “Zibaldone”, serrata riflessione a tratti sincopata sulla società affossata da uno stato di mancanza e sfiducia percepita in un desolato giardino, dove l’albero è infestato e gli arbusti son minacciati dagli insetti o dal clima inclemente. La Iaconetti –con le sua verve recitativa- non solo ha fatto rivivere il Leopardi, raccontandocelo in tante fasi che ha attraversato, ma si è fusa con l’ambiente, con quei colli leggiadramente degradanti della campagna marchigiana, animando gli astanti a una concreta partecipazione non solo all’ascolto attento e ordinato, ma anche alla sperimentazione dei pensieri innervati sulla solitudine, sull’amore dolente, sulla tortuosità nefasta della morte.

Tutto ciò mentre la vite abbracciava il palco e gli imperturbabili ascoltatori viaggiavano in un tempo sospeso dove anche la notte veniva rischiarata dalla potenza della parola e dall’espressività degli immortali versi.

Lorenzo Spurio

2° Premio di Letteratura “Ponte Vecchio” – il verbale di Giuria

Immagine

II PREMIO DI LETTERATURA “PONTE VECCHIO”

Verbale di Giuria

 

La Commissione di Giuria presieduta da Lorenzo Spurio e formata da Marzia Carocci (Presidente del Premio), Flora Gelli, Sandra Carresi, Annamaria Pecoraro, Iuri Lombardi, Fabio Fratini, Francesco Martillotto, Lucia Bonanni, Vincenzo Monfregola, Michela Zanarella, Katia Debora Melis, Rita Barbieri, Luisa Bolleri, dopo lunghe ed attente operazioni di lettura e valutazione dei materiali pervenuti (770 poesie, 135 racconti, 49 saggi/recensioni) in questa Seconda Edizione del Premio di Letteratura “Ponte Vecchio” – Firenze, rende noto l’esito del Premio:

 

SEZIONE A – POESIA

Vincitori assoluti

1° PREMIO – MICHELE GINEVRA (Caltanissetta) con la poesia “Il crepuscolo della vita”                              

2° PREMIO – DANIELA MONREALE (Pian di Sco’ – AR) con la poesia “Dedica”                  

3° PREMIO EX-AEQUO – MARIA TERESA PIERI (Cocchio/Greve in Chianti – FI) con la poesia “Serate domenicali”

3° PREMIO EX-AEQUO – BRUNO SANTINI (Lastra a Signa – FI) con la poesia “In via de’ Georgofili”

 

Menzioni d’Onore

ALESSANDRO PERUGINI (Castel del Piano – GR) con la poesia “Barba bianca”

ANNA BARZAGHI (Seveso – MB) con la poesia “Apparire”

CLAUDIA PICCINNO (Castelmaggiore – BO) con la poesia “Figli di un Dio Minore”

DARIO MARELLI (Seregno – MB) con la poesia “Sogni verticali”

IZABELLA TERESA KOSTKA (Melegnano – MI) con la poesia “Le memorie di una prostituta”

MARGHERITA PIZZEGHELLO (Rosolina – RO) con la poesia “Vorrò un vestito leggero”

MARIA PENSO (Mestre – VE) con la poesia “I vecchi”

MASSIMO VITO MASSA (Bari) con la poesia “Ti chiamano Shamira”

NICOLINA ROS (San Quirino – PN) con la poesia “E mi incanto”

ROBERTO RAGAZZI (Trecenta – RO) con la poesia “Cosa ho fatto mai di male?”

 

Segnalazioni della Giuria

ALDO TEI (Latina) con la poesia “Ustica”

ALVARO STAFFA (Roma) con la poesia “L’amore mancato”

ANDREA VANNI (Livorno) con la poesia “Ritorno”

CARLA MARIA CASULA (Alghero – SS) con la poesia “Ultimi ricordi di guerra”

EGIZIA VENTURI (Savona) con la poesia “Senza parole”

EMANUELE ZAMBETTA (Bari) con la poesia “Asselùte trìdece anne”

GIANNI CALAMASSI (Firenze) con la poesia “Le ali ammaccate”

GIUSEPPE BLANDINO (Rosolini – SR) con la poesia “I due alberi”

GUIDO DI SEPIO (Roma) con la poesia “Novembre 1966”

SANTE DIOMEDE (Bari) con la poesia “Parole al veleno”

 

Premi speciali

PREMIO SPECIALE DEL PRESIDENTE DI GIURIA – RITA MUSCARDIN (Savona) con la poesia “Il destino degli altri”

PREMIO SPECIALE DEL PRESIDENTE DEL PREMIO  – ANNA SANTARELLI (Rieti) con la poesia “M’attende la poesia”

 

SEZIONE B – RACCONTO

Vincitori assoluti

1° PREMIO – NATALIA LENZI (Quarrata – PT) con il racconto “Perdita”   

2° PREMIO – LEONARDO SANTORO (Collegno – TO) con il racconto “Mio padre”                          

3° PREMIO – MAURIZIO MARI (Prato) con il racconto “Lo schiaffo”

 

Menzioni d’Onore

ALESSANDRO VANZAGHI (Sedriano – MI) con il racconto “Fuori scena”

ANDREA MAURI (Roma) con il racconto “Principessa”

MARCO AUSILI (Ancona) con il racconto “Gabriele Sporangi”

MASSIMO SENSALE (Napoli) con il racconto “Il treno e le nuvole”

MATTEO LUCII (Borgo San Lorenzo – PI) con il racconto “Fides”

MAURA RABOTTI (S. Polo d’Enza – RE) con il racconto “Ciao!”

OLIMPIA PICCOLO (Marano – NA) con il racconto “L’armadio di Chloè”

PAOLO SBOLGI (Firenze) con il racconto “L’archiano”

SUSANNA GORI (San Giuliano Terme – PI) con il racconto “Una, nessuna, trentamila”

 

Segnalazioni della Giuria

ALESSANDRO LOGLI (Roma) con il racconto “Le vipere non esistono”

ANTONIO FRAGAPANE (Santa Elisabetta – AG) con il racconto “Terra promessa”

GIOVANNA POTENZA (Napoli) con il racconto  “31 Agosto 1943”

IVANA SACCENTI (Pozzuolo M. – MI) con il racconto “Olio e aceto”

LAURA VALLINO (Livorno Ferraris – VC) con il racconto “Oltre il buio”

LUCIANA CENSI (Foligno – PG) con il racconto “Riflessioni al femminile”

MANOLA FREDIANI (Livorno) con il racconto “La casa di Tina”

MICHELE PROTOPAPAS (Prato) con il racconto “Solo un uomo”

SARA ALICANDRO (Latina) con il racconto “Una vita in un istante”

SIBYL VON DER SCHULENBURG (Trezzano Rosa – MI) con il racconto “Verna”

 

Premi speciali

PREMIO SPECIALE DEL PRESIDENTE DI GIURIA – FRANCA DONÀ (Cigliano – VC) con il racconto “Il profumo dell’amore”

PREMIO SPECIALE DEL PRESIDENTE DEL PREMIO – VINCENZO MELINO (Campobasso) con il racconto “Giro del cigno”

 

SEZIONE C – SAGGISTICA

Nota: A seguito della non elevata partecipazioni per le sezioni C (saggistica/critica letteraria/articolo) e D (recensioni) la Giuria ha deciso di istituire in sede di Premiazione una unica Sezione identificata dalla definizione “Saggistica” provvedendo, comunque, ad individuare un Premio Speciale per la “Miglior Recensione”.

Vincitori assoluti

1° PREMIO – ANNALISA SANTI (Colognola ai Colli – VR) con il saggio “Sogni sulla spiaggia: le modelle di William Henry Margetson”                       

2° PREMIO – VIRGINIA MURRU (Girasole – OG) con il saggio “Una perla nella letteratura del Novecento: Antonia Pozzi”                 

3° PREMIO – ELGA BATTAGLINI (Pescaglia – LU) con il saggio “La befana e dintorni”

 

Menzioni d’Onore

ALEX CREAZZI (Bressanone – BZ) con la recensione al libro “Il cimitero di Praga” di Umberto Eco

FRANCESCA SANTUCCI (Dalmine – BG) con il saggio “L’ultima regina di Napoli”

GIUSEPPE GUIDOLIN (Vicenza) con la recensione al libro “Le parole sono segnali stradali” di Veronica Liga

SONIA GIOVANNETTI (Roma) con il saggio “Il tempo ritrovato della poesia”

 

Segnalazioni della Giuria

DAVIDE DOTTO (Villorba – TV) con il saggio “Gli haiku tra Oriente ed Occidente”

FERNANDO DELLA POSTA (Pontecorvo – FR) con la recensione al libro  “Oltreverso – Il latte sulla porta” di Doris Emilia Bragagnini

VALTERO CURZI (Senigallia – AN) con la recensione al libro “Donna è poesia” di Anna Maria Boselli Santoni

 

Premi speciali

PREMIO SPECIALE “MIGLIOR RECENSIONE” – PAOLO PAGNOTTA (Avellino) con la recensione al libro “Quando il gioco si fa duro” di Nadia Toffa

 

Consistenza dei Premi

Come indicato dal bando di partecipazione al concorso i Premi consisteranno in:

1° Premio di ciascuna sezione: Targa, diploma con motivazione della Giuria e 100€

2° Premio di ciascuna sezione: Targa, diploma con motivazione della Giuria e libri

3° Premio di ciascuna sezione: Targa e diploma con motivazione della Giuria.

La Giuria in conformità di quanto espresso nel regolamento del concorso ha deciso di attribuire altri premi di varia classe che consisteranno in:

Menzioni d’Onore: Coppa e diploma

Segnalazioni: Diploma

Premi Speciali:  Targa e diploma con motivazione della Giuria

 

Pubblicazione in antologia

Tutti i testi dei Vincitori, delle Menzioni d’Onore, dei Segnalati dalla Giuria e dei Premi Speciali verranno pubblicati in antologia. Per i vincitori Assoluti e i Premi Speciali il proprio testo sarà corredato dalla motivazione della Giuria del conferimento del Premio.

 

Premiazione

La cerimonia di Premiazione si terrà domenica 22 maggio a partire dalle ore 17:30 a Firenze presso la Sala dei Marmi del Centro Anziani “Parterre” in Via del Ponte Rosso 2 (Quartiere 2).

L’evento, che è liberamente aperto al pubblico e al quale sarà possibile portare parenti ed amici, sarà allietato dall’arpista Giulia Petrioli.

Tutti i vincitori, i menzionati, i segnalati e i vincitori dei Premi speciali sono tenuti a confermare o meno la loro presenza a mezzo mail entro e non oltre il 10 maggio p.v.

Ritiro dei Premi

Come indicato al punto 11 del bando di partecipazione, i vincitori sono tenuti a presenziare alla cerimonia di premiazione per ritirare il premio. In caso di impossibilità, la targa/coppa e il diploma potranno essere spediti a casa dietro pagamento delle relative spese di spedizione, mentre coloro che avranno ottenuto un premio in denaro e non potranno intervenire vedranno decadere il proprio premio monetario.

 Si ricorda, inoltre, che l’antologia del concorso sarà disponibile all’acquisto il giorno della cerimonia di Premiazione.

Il ricavato derivante dalla vendita della stessa verrà donato in beneficenza alla Fondazione Meyer di Firenze e verrà data comunicazione del versamento fatto a tutti i partecipanti dopo la Cerimonia di premiazione.

 

Lorenzo Spurio – PRESIDENTE DI GIURIA

Marzia Carocci – PRESIDENTE DEL PREMIO

 

Info: premiopontevecchio@gmail.com

www.premiopontevecchio.blogspot.com

Pagina FB                                                  

Antonio Merola su “Irrational man” di Woody Allen

Irrational man:Woodartre e l’esistenzialismo ironico[1]

DI ANTONIO MEROLA

irrational-man-woody-allen-locandina-300x300In un’epoca astorica e omologante quale la nostra, in cui difficilmente è possibile parlare di individui, quanto piuttosto di meri effetti rispetto ad un’azione economica centripeta, il che è un truismo per quei pochi che ancora esistono, Irrational man del regista statunitense Woody Allen si pone come una pellicola necessaria, pur tuttavia racchiudendo in tale essenza un elemento paradossale.
La critica occidentale ha reagito negativamente all’opera d’arte, mostrandosi dubbiosa, scettica di fronte ad un Allen che puzza di vecchio, di ripetizione ammuffita, di recipiente intellettuale ormai vuoto, sul quale sembrano intravedersi i segni di una raschiatura; in Italia, per citare ad exemplum, così si è espresso sul Fatto Quotidiano Davide Turrini, “Allen ha voluto con caparbietà ritagliarsi un ruolo marginale, secondario, ininfluente nel cinema mondiale”[2], arrivando a definire Irrational man come “un film inesistente”, non accorgendosi, forse, di averci visto, criticamente, giusto.

Non è questa un’opera che si presta ad una lettura superficiale, pena la sua inutilità comunicativa, quanto meno nella sua funzione intenzionale; per suscitare una reazione e/o una spinta alla riflessione, per essere quindi necessaria, mi si perdoni il gioco di parole, necessita di essere compresa, comprensione che può risolversi sì in più di una soluzione, ma che non può avvenire senza le dovute basi filosofico-letterarie, un insieme preciso di romanzi, saggi, drammi teatrali e raccolte di racconti brevi che vanno sotto il pesante nome di corrente esistenzialista, e tra i quali un autore in particolare sembra “tiranneggiare”: Jean-Paul Sartre.
Una chiave interpretativa che rende impossibile l’avvicinamento per il ricevente principale, un pubblico medio che pure si è recato entusiasta nelle sale cinematografiche, uscendone accompagnato da un’ebete perplessità, vanificando l’operazione civile del film, rendendolo, in definitiva, semplice – e non pura – estetica da pop-corn.

Eppure, i rimandi alla matrice sartriana sono molteplici e di natura differente. Abe Lucas, professore di filosofia in piena crisi esistenziale, interpretato magistralmente da Joaquin Phoenix, e la studentessa Jill Pollard, ovvero Emma Stone, ricordano molto da vicino due tra “i protagonisti” de L’età della ragione, primo romanzo della trilogia de Le vie della libertà, Matteo e Ivic; identici, infatti, i ruoli sociali di partenza, simile lo sviluppo della trama amorosa, seppur con esiti divergenti, differente, al contrario, l’ambientazione esterna in cui i personaggi sono chiamati a muoversi – in Sartre, la seconda guerra mondiale. Come pure la tensione iniziale di Abe, il suo logoramento interiore, l’annichilimento del suo sentire, può essere tradotto in termini di Nausea, condizione questa, che anticipa il conseguente stato di azione, volto al suo superamento indispensabile. E’ interessante notare che, tra le principali cause di questo lutto interiore, la società, o meglio, l’èpoque che ne è l’espressione ambivalente, occupi una posizione preponderante. In un dibattito letterario in cui “tutto è già stato detto”, la condizione d’essere del professor Lucas viene minata, il suo ruolo d’intellettuale e di artista mutilato; a che scopo, si chiede, quasi fosse l’Alfred Prufrock eliotiano nel suo “Oserò/turbare l’universo?” , scrivere l’ennesimo saggio su Heidegger? Ne consegue uno stato d’impotenza e di frustrazione, espresso nell’immagina scenica attraverso la metafora dell’impotenza sessuale – un tono patetico d’altronde aleggia fin da subito nella scena con la collega Rita Richards/Parker Posey.
Da qui in poi, L’umanesimo sartriano viene scandito riga per riga, direi alla lettera, dal regista.
In un tentativo di costruzione di se stesso da parte del non-ancora-individuo, la dicotomia classica in cui l’io è tale perché diverso da un alter viene ad annullarsi, a dissolversi completamente. L’altro, in un’ottica sartriana, diventa un nemico tanto quanto lo è il contesto storico, perché riduce a maschera, blocca cioè in un personaggio fisso, tramite un’errata e inevitabile percezione, quell’inesorabile divenire che è l’io, nella sua continua negazione/compenetrazione del sé precedente.
sartre1L’inferno sono gli altri”, quindi, citazione non casuale di Allen. Non viene, forse, l’arrivo di Abe Lucas al College Brailyn preceduto dalle notizie di un passato già passato, determinandone lo stupore di chi ancora non lo conosce? E non sono queste sue presunte qualità di “uomo vissuto” a generare in Rita Richards un desiderio incontrollabile di seduzione? Non sono proprio i suoi colleghi che ne determinano il successo intellettuale, lodandone il saggio che lo ha reso famoso nel mondo accademico? La pellicola è disseminata di metafore di questo tipo, eppure è nel rapporto tra Jill e Abe che Allen, in un tentativo di rendersi esplicito, tocca la punta più alta: la negazione della libertà da parte dell’altro si fa qui evidente nel momento in cui la maschera del Genio viene a tramutarsi in quella dell’assassino agli occhi della ragazza, e Abe viene quindi minacciato di essere denunciato, sotto l’apparente possibilità di una scelta, che porterebbe comunque al carcere.
Per chiudere il cerchio, sopraggiunge la morte,  la cessazione del divenire – basti pensare al giudizio totalmente dispregiativo nei confronti del suicidio da parte di Sartre, per farsi un’idea del perché la morte venga percepita, in definitiva, come la nemica naturale dell’uomo, l’unica contro cui è impossibile opporsi, dove persino l’immortalità letteraria non basta a salvaguardare la sopravvivenza dell’io.
Si apre però, a questo punto, un cerchio ancora più grande, quasi una ring composition dal risultato bivalente. Nella critica che Abe Lucas muove a Kant, quando definisce come “masturbazione verbale” la congettura di “un mondo senza menzogna” come condizione felice per gli uomini, e tenendo conto della citazione in apertura del film sulla morale kantiana, il pensiero sartriano può essere visto in modo contrappuntistico a quello del filosofo tedesco, pur mantenendone la finalità – e che, nel secondo si concretizzò in una partecipazione attiva al comunismo, ma basti dire che si concretizzò – o il fallimento del protagonista può essere interpretato come un’eiaculazione senza mezze misure? Non posso che rifugiarmi in un’epochè, per evitare di ridurre l’opera d’arte a una sola lettura dogmatica, tuttavia suggerendo un’evidenza situata nel rapporto individuo-realtà fondato sulla percezione dell’io: nel momento in cui Abe sceglie di eliminare Thomas Spangler, si assiste a un capovolgimento nel suo rapporto con il mondo esterno – laddove il reale, preso nella sua non-essenzialità, corrisponde a uno statico Nulla privo di un significato trascendentale –, capovolgimento che non solo dona un senso al suo agire, ma si riflette in una condizione d’armonia che rende l’essere umano, in definitiva, un Uomo.

ANTONIO MEROLA

[1] Questo articolo è apparso per la prima volta online sul sito “Il Giornale di Letterefilosofia.it al seguente link: http://www.letterefilosofia.it/2016/01/irrational-man-woodartre-e-lesistenzialismo-ironico/  L’autore dell’articolo ha acconsentito alla sua ri-pubblicazione su Blog Letteratura e Cultura.

[2] http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/12/18/irrational-man-woody-allen-e-una-stanca-ripetizione-di-se-stesso-film-inesistente-involontaria-parodia-di-una-qualsiasi-tragedia-bergmaniana/2315518/

“La letteratura della disintegrazione”, articolo di Martino Ciano

“La letteratura della disintegrazione” di MARTINO CIANO (*)

La chiamerò la letteratura della disintegrazione. Qui la parola non ha un senso logico e cambia continuamente il proprio significato. È una particella neutra che lo scrittore carica a suo piacimento di energia negativa o positiva. In queste opere non c’è una trama o personaggi, c’è l’uomo “grigio” né buono, né cattivo. C’è l’io che si cerca e si nega, che rinasce, che si prende beffa del perbenismo e della sociologia. Qui alberga l’antiromanzo. La vittoria della confusione e dell’assurdità.

Questa è la letteratura che mi piace perché aldilà di ogni sentimento, di ogni perversione, di ogni struttura sociale, c’è l’uomo che fa la storia e partecipa sempre al destino del mondo. Anche se indifferente. Leggendo queste opere vi renderete conto che la prosa è disarmonica, che sogno e realtà si intrecciano, che gli opposti coincidono. Non c’è bisogno di attrazione. L’uno contiene l’altro. L’io narrante si confessa con voi. Mantenete il segreto, mi raccomando. Siete il tramite tra la terra degli scrittori e il cielo della letteratura.

Ora prendiamo in considerazione quattro opere dove tutto ciò che ho detto prima si manifesta a noi lettori.

Knut Hamsun, Fame. Esce nel 1890 in Norvegia. Un’opera innovativa per l’epoca. Nessuno aveva scritto così prima. La trama? La lotta tra bisogni materiali e spirituali. La fame di vita si scontra con la solitudine del protagonista fuggiasco, vagabondo, in una città che non comprende la sua lingua interiore. Oslo-Christiania. È qui che inizia in letteratura quel processo di disgregazione dell’io che sta alla base di tutti i movimenti del novecento.

Guido Morselli, Dissipatio Hg. Viene scritto nel 1973, qualche mese dopo l’autore si suiciderà. Sarà pubblicato dopo la morte dello scrittore. Dissipatio è un atto di negazione. Letteralmente, di evaporazione dell’umanità, dei propri sentimenti, della coscienza. Un atto di ribellione volontario. Anche in questo caso il protagonista si perde nei suoi pensieri man mano che “muore” lungo le strade di Zurigo-Crisopoli.

Leggete queste due opere e troverete delle similitudini. La struttura ad esempio coincide. Ma se in Fame sentirete il costante bisogno del protagonista di aggrapparsi alla vita, in Dissipatio avvertirete solo la dissoluzione dell’io. Se nell’opera di Hamsun sentirete ancora la voce di un Dio parlante, in quella di Morselli c’è l’assenza di ogni divinità. L’uomo è origine e fine. L’io ha completato la sua disgregazione, i suoi resti devono necessariamente evaporare.

7667c59f2b359395fc6f7d5e64599549Albert Camus, Lo straniero. Appare nel 1942. Qui l’indifferenza dell’io diventa l’arma per combattere l’imprevedibilità. Il protagonista è straniero al mondo, alle sue leggi, all’ordine divino e naturale. Egli subisce e accetta ogni punizione perché ha negato la colpa e quindi la morale. Lo straniero è un anarchico, quindi. Confessa la sua voglia di libertà. Anche l’omicidio che compie è solo un atto, imprevedibile, frutto di un’idea, quindi giustificabile. Forse necessario al mondo.

Thomas Bernhard, Estinzione. Appare nel 1986. Qui l’io riacquista ed estingue. Fa i conti con la propria memoria. Ricordare, rivivere, estinguere. Il protagonista è un distruttore, non salva nulla. La memoria diventa anche un cimitero. Nulla deve resuscitare. L’io chiede il diritto all’oblio.

In queste quattro opere il lettore partecipa al dramma delle emozioni. Ci viene imposto un atteggiamento empatico. Maneggiate con cura questi libri. Sono cuori pulsanti nel mezzo di petti lacerati. Non ho parlato delle loro trame… leggeteli e lasciatevi affascinare.

 

(*) Questo articolo è apparso sul blog “Zona di Disagio” di Nicola Vacca in data 05-01-2016.  L’autore del testo ha acconsentito alla sua ri-pubblicazione su “Blog Letteratura e Cultura”. 

Lorenzo Spurio sul fenomeno della micro-editoria italiana

E’ apparso oggi un mio articolo sul fenomeno della micro-editoria in Italia pubblicato sulla Rivista Contaminata “Diwali” del quale riporto la parte introduttiva:

imagesRicevo con vivo piacere l’invito a poter intervenire qui, su questo spazio, in merito all’universo sterminato riguardante le attività della micro-editoria nella nostra realtà quotidiana, sul quale molto ci sarebbe da dire per affrontare questioni anche molto differenti e distanti tra di loro ma che debbono essere tenute da conto quando ci si approssima a considerare la micro-editoria come fenomeno in sé stesso. Direi che è necessario partire da quella che può sembrare una semplificazione ma che può servire a chiarire alcune cose. In Italia (mi limiterò a parlare del nostro Paese che è ciò che più ci interessa, anche perché non dispongo di conoscenze altrettanto specifiche in merito ad altri stati europei o extra-europei) l’editoria è in mano a tre fasce diversificate di editori: 1) i grandi editori, quelli che si contraddistinguono con dei veri e propri marchi e che sono di dominio pubblico (per intenderci ciascuno di noi avrà a casa propria almeno un testo pubblicato da queste grandi catene editoriali, senza dover far nomi che contribuirebbero ad ulteriore promozione che qui non intendo fare), 2) i marchi medi ovverosia quelle compagini editoriali che, pur avendo alle spalle una attività editoriale seria e duratura, documentata e stimata ed organizzati in varie collane a garantire la possibilità variegata delle espressioni, non hanno ancora (e forse non ce l’avranno mai) la potenza e l’impronta inscalfibile dei primi e nemmanco possono dirsi privi di peso sul panorama culturale; 3) la micro-editoria: si tratta, e lo si vedrà meglio nel corso di questo intervento, di quella realtà dilagante, propulsivamente diffusa con una crescita che potremmo definire algoritmica, quasi inarrestabile che contempla al suo interno la massa multiforme e difficilmente mappabile delle attività editoriali svolte in piccolo (come il nome indica) cioè nate, ad esempio, da centri di cultura, associazioni, onlus, e tutte quelle compagini associative che non nascono primariamente con lo scopo di fare editoria (cioè pubblicare libri) ma che lo possono fare perché previsto dai rispettivi statuti. Non solo:…

Per continuare a leggere l’articolo, clicca qui