“All’aurora”, poesia di Emanuele Marcuccio, con un commento critico di Lucia Bonanni

“All’aurora”

Poesia di Emanuele Marcuccio 

 

e l’aria è serena

all’aurora

 

e fischi

e frulli di ali

 

e passi

e passano veloci

 

e canti

 

trasvolano

 

PORTO EMPEDOCLE, di L. Bonanni.jpg

Porto Empedocle – Elaborazione grafica di Lucia Bonanni

Commento critico di Lucia Bonanni

L’aurora è il fenomeno luminoso, visibile nell’atmosfera che segue il bianco diafano del cielo e precede il sorgere del sole. La luce aurorale spunta ad oriente e si distingue per le tinte purpuree, dovute alla rifrazione dei raggi solari che ancora si trovano sotto la linea dell’orizzonte. E, se “Ogni alba ha i suoi dubbi” come scrive Alda Merini, sembra normale poter inebriare lo spirito con la vividezza dell’aurora, invece è una grazia poter osservare il levarsi del sole quando ancora “le stelle vacillano”. Per questo presso il popolo Navajo si insegnava ai bambini che il sole che sorge è sempre un sole diverso, un sole nuovo, che al crepuscolo muore e non farà più ritorno per cui occorre vivere la propria vita  in modo che nessuna aurora sia inutile e il sole non abbia sprecato il proprio giorno.

La lirica di Marcuccio “All’aurora” insieme all’aura tipica del dinamismo atmosferico evoca un tipo di auroralità che svela suggestioni liriche di eternità e mistero ed è allusiva per atteggiamenti di profonda spiritualità. La poesia del Nostro si compone di versi assai concisi, disposti in tre distici iniziali, separati da spazi bianchi come lo sono i due versi finali. I distici sono costituiti da frasi nominali, sorrette dal predicato verbale “trasvolare” dell’ultimo verso e dal predicato nominale “è serena” del primo verso. Oltre agli spazi bianchi che interrompono la lettura per offrire momenti di riflessione, impalcatura pregnante di tutto il componimento è l’anafora “e” che conferisce un ritmo cadenzato alla poesia e assume valore di accumulazione in quanto l’aurora si configura come un insieme addizionale di fenomeni e accadimenti. Sono i primi due versi a conferire una valida interpretazione di senso mentre l’espressione “e l’aria è serena” porge al lettore una visione di quieta amenità quasi egli fosse, proprio come scrive Baudelaire, un pacifico flâneur, un gentiluomo che si sofferma e indugia davanti ad un paesaggio da cui trae emozioni e tutti i benefici derivati da quella vista. È la congiunzione “e”, posta all’inizio del verso, a rafforzare il sentimento di quiete che si respira in quel momento mentre il risveglio del giorno è annunciato da elementi naturali e antropici. I versi “e fischi/ e frulli di ali” lasciano immaginare gli alberi di un giardino oppure quelli di un parco quale ad esempio potrebbe essere quello della Favorita a Palermo ovvero di un ambiente boschivo con intrecci di fronde a proteggere i nidi che accolgono varie specie di volatili. Poi, al sorgere del sole con il loro verso e il frullare delle ali i piumati svegliano tutto il vicinato e nel folto dei rami prende avvio un nuovo giorno come pure inizia nella realtà degli umani. Sulle viottole di campagna, sulle strade di paese e le vie cittadine si sente il battere dei passi che, diretti verso varie occupazioni, “passano veloci”; si percepisce in queste parole la fatica del lavoro e in circolarità temporale vi si coglie l’eco della poesia leopardiana, narrante la fine della giornata come accade in “La sera del dì di festa” e “Il sabato del villaggio”.

La menzione al canto nel verso “e canti” fa ascoltare quello delle lavandaie, dell’ortolano ambulante, dei mietitori, dell’artigiano che lavora nell’officina, delle donne che raccolgono l’acqua, ma anche quello dei fanciulli, intenti nei loro giochi. Le attività umane sono agite su un piano evocativo, simile e parallelo a quello della Natura dove il tramestio del lavoro si esplica nella cura della prole con la ricerca di semi e piccoli residui per la costruzione dei nidi. Alla fine della giornata tutto trasvola, tutto traguarda la luce del giorno, lasciando posto alla notte che di nuovo e ancora annuncerà il chiarore dell’alba e il rossore dell’aurora.

Nella lirica di Marcuccio il verbo “trasvolare” nell’accezione di volare da un posto all’altro, passare da un argomento all’altro, attraversare un territorio, passare velocemente, tralasciare con esplicito richiamo al superamento della fatica e del mutare del ciclo giornaliero e alle incognite che la notte porta con sé; però, in una diversa interpretazione di senso il verbo “trasvolare” può indicare anche i passaggi di ordine spirituale, sorti all’interno della mente e dell’animo ed è quanto si intuisce, leggendo la lirica. La limpidezza semantica del componimento nel valore concreto della parola equivale a quella sfumatura di salmodia, intonata su valori metrici rinnovati che riescono a trasfigurare le varianti strutturali della poesia marcucciana. Il mutamento formale non altera l’attenta disamina dei contenuti e neppure trascura di partecipare la fertile e policroma produzione dei classici. Assorto nel proprio sentire, Marcuccio con versi concisi, schematici, brevi ed essenziali attua una sinossi di ricapitolazione in cui l’esposizione scritta si esprime in forma sistematica e specifica significati ed elementi concettuali.[1]

Nella sua ispirazione e creatività poetica niente è lasciato al caso e nei suoi versi sempre si riscontra nobiltà d’animo mentre nei dati sensoriali sbocciano quelli che sono gli elementi elettivi delle sue letture, concatenati in perfetto equilibrio con le scritture intramontabili della tradizione letteraria. Ecco allora che il componimento del Nostro evoca e richiama la metafora onomatopeica come nella poesia “L’assiuolo” di Pascoli, “sentivo il cullare del mare,/ sentivo un fru fru tra le fratte”, quella immedesimativa e prospettica come in “Traversando la Maremma toscana” di Carducci, “pace dicono al cuor le tue colline/ e il verde piano/ ridente ne le piogge mattutine”, nonché quella filosofica di Leopardi, “passero solitario, alla campagna/ cantando vai finché non more il giorno” (“Il passero solitario”), nonché quella concettuale della Dickinson, “A tutti è dovuto il Mattino/ ad alcuni la Notte./ A solo pochi eletti/ la luce dell’Aurora” (“A tutti è dovuto”).

E la poesia di Marcuccio è senza dubbio per pochi eletti, una nuova Aurora che risveglia lo spirito e inebria i sensi di vera bellezza. Un tipo di poiesi che di primo acchito può apparire scarna e non sempre godibile, ma che al contrario è densa di belle e appropriate figure retoriche, immagini grandemente evocative, una musicalità edotta ed un’espressione delicata e suadente che conduce il lettore ad esplorare le terre nuove del proprio animo, maturando nuove sensazioni, forti emozioni e sentimenti sinceri.

LUCIA BONANNI

San Piero a Sieve (FI), 22 agosto 2017

 

[1] A questo proposito, voglio ricordare l’occasione ispiratrice di “All’aurora”, riportando le stesse parole dell’autore in una mail di qualche giorno fa: «La poesia la scrissi dopo un risveglio notturno, era il diciannove marzo, intorno alle 4,30 del mattino e sentivo gli uccelli cantare, mi svegliò l’ispirazione riuscendo a ricapitolare in versi quel canto che si può sentire sul presto al mattino; partì così la sintesi immedesimativa, come se mi trovassi in un parco o in un giardino, all’aurora».

 

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“D’un trasognato dove” di Felice Serino. Recensione di Lorenzo Spurio

D’un trasognato dove – 100 poesie
di Felice Serino
Ass. Salotto Culturale Rosso Venexiano, 2014
Pagine: 124
Costo: 12€
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

 

Ha memoria il mare
Scatole nere sepolte nel cuore
Dove la storia
Ha sangue e una voce. (37)

 

D’un trasognato dove– 100 poesie scelte è la nuova densa raccolta poetica di Felice Serino, poeta nato a Pozzuoli nel 1941 che da molti anni vive a Torino.

L’autore mostra di aver compiuto una meticolosa operazione di cernita in questo “canzoniere dell’esistenza”, tante sono le liriche che ne fanno parte e tante le tematiche che Serino trasmette al cauto lettore. Il fatto che esse siano state raggruppate in filoni concettuali intermedi da una parte facilita al lettore la corretta comprensione delle stesse e dall’altra consente all’opera una struttura ulteriormente compatta e costruita organicamente. È così che questi microcosmi-contenitori delle liriche di Serino si concentrano attorno a questioni che hanno a cuore il rapporto con l’aldilà, il tema celeste, il senso dell’esistere, la potenzialità del sogno, l’inesprimibile pregnanza del tessuto semantico, l’impossibilità di dire (l’impermanenza) e si chiude con un nutrito apparato finale di poesie dedicate a personaggi più o meno famosi della nostra scena contemporanea dal quale partirò.

In questo apparato di dediche si concentra il fascino nutrito da Serino verso una serie di immagini-simbolo quali quello della luce e del sogno (nella lirica dedicata Elio Pecora), il tema della Bellezza (nella lirica a Papa Giovanni Paolo II), il risorgere (nella lirica dedicata a David Maria Turoldo) e lo specchio come proiezione e frantumazione dell’io (nella lirica dedicata a J. Luis Borges). Sono queste solo alcune delle liriche che compongono questo apparato finale poiché ve ne sono varie di chiaro interesse civile che affrontano disagi e tragedie dell’oggi quali i disastri per mare dei tanti immigrati che sperano di giungere in Italia, le precarie condizioni degli incarcerati o gravi casi di violenza in cui alcuni giovani hanno riportato la morte come Iqbal Masih, tessitore di tappeti portavoce dei diritti dei bambini lavoratori che venne ucciso nel 1995 all’età di 12 anni e del quale Serino apre la lirica in questo mondo: “come un bosco devastato/ intristirono la tua infanzia/ di pochi sogni” (107).

Nell’intera opera di Serino si nota una pedissequa attenzione nei confronti di isotopie, immagini costruite nelle loro archetipiche forme, che ricorrono, si susseguono, si presentano spesso perché necessarie; esse non sono solamente immagini che identificano o denotano qualcosa, ma simboli, metafore, mondi interpretativi altri: il sogno, la luce, il cielo, il Sole, tanto che permettono di considerare la poetica di Serino come celestiale proprio per il suo continuo rovello sull’aldilà, onirica perché fondata sull’elemento del sogno del quale si alimenta tanto da non poter dire spesso con certezza quale sia la linea di demarcazione tra realtà e finzione. Si penserebbe a questo punto che il tema del tempo possa essere altrettanto centrale in questa silloge di poesie dove, pure, si ravvisa un profondo animo cristiano, ma in realtà il concetto di tempo è ristrutturato da Serino in maniera meno pratica, in chiave esistenziale, come costruzione della mente umana che però risulta avere poca rilevanza nelle elucubrazione di una mente particolarmente attiva.

Il sogno, l’onirismo e il surrealismo (citato anche nel momento in cui viene nominato il pittore catalano Dalì) sono il nerbo fondamentale della silloge dove il trasognare ne identifica l’intero percorso di formazione e conoscenza. Non è un caso che in copertina si stagli un albero frondoso e, dietro di esso, uno scenario meravigliosamente pacificante di un cielo verde-azzurro tipico di una aurora boreale che fa sognare.

Dal punto di vista stilistico Serino predilige un’asciuttezza di fondo per le sue liriche (molte di esse sono molto stringate se teniamo presente il numero dei versi), dove il poeta evita l’adozione delle maiuscole anche quando queste dovrebbero essere impiegate ed ogni forma di punteggiatura, quasi a voler rendere in forma minimale il pensiero della mente proprio come gli è scaturito. Contemporaneamente il lessico impiegato è fortemente pregno di significati, spesso anche molteplice nelle definizioni, ed esso ha la caratteristica di mostrarsi evocativo, più che invocativo (anche se alcune liriche di invocazione sono presenti) o connotativo.

Sprazzi di ricordi salgono a galla (“in sogno sovente ritornano/ amari i momenti del vissuto”, 39) ma questi non hanno mai la forza di demoralizzare l’uomo o di affaticarne la sua esistenza poiché c’è sempre quella “comunione col sole” (47) che dà forza, garanzia e calore all’uomo che sempre ricerca risposte su sé, Dio e il mondo.

 

Lorenzo Spurio

Jesi, 28-10-2014

“Punte”, poesia di Emanuele Marcuccio, con vari commenti critici

PUNTE
(poesia di Emanuele Marcuccio)

la punta di un albero in piazza
espande
propaggini
profumi
 
 
nella notte
 
 
 
la punta di un iceberg nel glaciale
propaga
bufere
 
 
all’aurora

4 settembre 2013

Commento a cura di Luciano Domenighini

Bipartita, perfettamente simmetrica, in due brevi strofe raccordate dall’incipit comune, dal predicato (“espande propaggini” è sinonimo di “propaga”) e dalla coda in monoverso. La forma dicotomica, anaforico-oppositiva, si realizza nella puntuale corrispondenza degli elementi (“albero in piazza”/ “iceberg nel glaciale”, “profumi”/“bufere”, “nella notte”/“all’aurora”) riferiti al comune soggetto iterato (“la punta”) e opera una “variatio” netta, definendo due paesaggi, due climi, fisici e psicologici, totalmente differenti se non antitetici. È anche questa una lirica declinata lungo spazi immensi, che mette in relazione luoghi lontanissimi e diversissimi contenendoli in una struttura verbale sobria e sintetica. Sono solo le parole a sostenerne le corrispondenze e a suggerirne la magica analogia poetica. “Punte”, nella sua essenzialità, nel suo ammirevole rigore formale, rappresenta un ulteriore passo in avanti in quell’“ermetismo cosmico” che sembra essere il nuovo approdo poetico della più recente produzione di Marcuccio.

LUCIANO DOMENIGHINI

Travagliato (BS), 8 settembre 2013

Commento a cura di Lorenzo Spurio

foto per Punte MarcuccioAltra lirica del Marcuccio sintetico dal titolo curioso e affilato, “Punte”. Chiaramente ci si riferisce ad altitudini, a elementi che rimandano nel nostro vivere quotidiano a una sensazione di altezza, di prominenza, di piano superiore nel quale ci troviamo comunemente noi mortali. È la natura ad assumere questa posizione di risalto, di rilievo, quasi come se salisse su un piedistallo e da lì dominasse onnipresentemente l’uomo che, pure, è parte di essa. La poesia dal taglio asciutto e a tratti incalzante va letta in maniera veloce per assaporarne l’andamento serrato che miscela nei versi il contenuto di un pensiero ricco ed elaborato. Marcuccio, giunto ormai a quella che anche lui definisce una fase poetica sintetica, o addirittura ermetica, dà prova con questa poesia di sapersi misurare con un metro nuovo dettato principalmente dall’accostamento di suoni che contribuiscono ad armonizzare, seppur in maniera ridotta, la lirica. Si noti ad esempio il suono della bilabiale “p” che si ripete in tutta la prima parte della lirica (punta, piazza, espande, propaggini, profumi). A livello tematico i nuclei concettuali, che vengono posti su una sorta di bilancia a doppio piatto, sono due: l’escrescenza di un albero che si eleva verso l’alto, il Cielo e Dio diffondendo un profumo vegetale che possiamo ipotizzare sia quello di qualche odorosa conifera e poi nella seconda parte uno scenario completamente diverso: la location un ecosistema boreale o comunque artico dove è l’iceberg con la sua punta di gelo che invece assiste a marosi e bufere.
Marcuccio dà inoltre al lettore una più precisa caratterizzazione della temporalità in cui queste due istantanee vengono colte: di notte la prima (possiamo figurarci un cipresso ai margini di un cimitero se decidiamo di interpretare i versi in maniera neogotica) e l’aurora che, appunto, ricalca l’idea già espressa di una dimensione boreale e che, come da contraltare si oppone all’idea della notte, proiettando colorazioni tenui di un giorno alle porte. Niente di superfluo è aggiunto e la lirica, priva di una determinazione sonora data dalla punteggiatura, continua a volteggiare impetuosa tra due scenari che si danno l’un l’altro il turno per salire sul palcoscenico della natura inviolata.

LORENZO SPURIO

Jesi (AN), 7 ottobre 2013

Commento di Rosa Cassese

Per Emanuele Marcuccio tutto può divenire poesia, basta saper cogliere l’essenza naturale; un albero con le sue punte, guardato da un’angolazione atta a cogliere la “salita” verso alte cime, può determinare un momento di pura osservazione o di “estasi”, fantasticando un parallelismo del tutto diverso di due paesaggi lontanissimi. Leggo nella “punta di un albero” del primo paesaggio, l’orgoglio di una piazza di paese o città, che “espande” profumi mentre si “erge” maestoso e quasi imponente nella notte in cui, smesso il vociare, si nota solo il fruscìo delle sue propaggini. Una punta diversa, quella del secondo paesaggio, in un ambiente glaciale, come dire, la “punta” dell’iceberg umano che, invece, “propaga bufere” in un’aurora boreale. Le due “visioni” di punte contrapposte tra notte ed aurora, tra una piazza ed un iceberg, denotano la vastità di voler spaziare mentalmente, effetto che solo un acuto indagatore della natura può fare. Poesia sempre piacevole alla lettura, nella sua essenzialità profonda.

ROSA CASSESE

18 ottobre 2013

 

Commento a cura di Susanna Polimanti

Bellissima poesia di Emanuele Marcuccio che sintetizza in versi molto brevi il significato sacro dell’albero, quale maestro di vita, con le sue punte dona valore energetico e si dirige verso le altezze, verso dunque una vera e propria evoluzione. Tuttavia, l’evoluzione di un individuo spesso viene bloccata da circostanze contrarie che come un iceberg ne impediscono il potenziale e la forza. Complimenti al poeta Marcuccio che riesce sempre a nascondere dietro i suoi versi, le difficoltà e gli impedimenti del nostro vivere quotidiano.

Susanna Polimanti

Cupra Marittima (AP), 18 ottobre 2013

Commento a cura di Marzia Carocci

Il poeta, sincronizza il tempo dove  l’albero/vita procura profumi e olezzi che espande nel tepore notturno, quindi rimbalza al lettore un senso di calma, di osmosi di verde dove la punta/apice è visibile nel buio circostante.

Per contro la punta/apice di un iceberg ci porta alla sensazione visiva di bianco, di freddo di nebbia e luce abbagliante mentre il  tutto si fa neutro e aurora d’intorno.

Le punte determinano la visione astrale di chi guardando “oltre”, ferma l’immagine e delimita l’istante. In questo caso il tempo/periodo visto da due angolazioni completamente opposte: la notte e il giorno.

Marcuccio un’altra volta gioca con le parole e ne fa oggetto in costruzione fino alla completa  formazione di un concetto vedibile sui riflessi dei suoi stessi  idiomi.

 Marzia Carocci

Firenze, 22 ottobre 2013

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