Esce “BABEL. Stati di alterazione”, l’antologia poetica plurilingue curata da Enzo Campi

Segnalazione di Lorenzo Spurio

Il Festival Bologna in Lettere si sviluppa da sempre a cavallo di due anni solari, più o meno da settembre a maggio. In questa edizione, in cui cade il decennale, il Festival ha intensificato il numero degli eventi a cominciare da Giugno 2021 con la realizzazione di ben quattordici eventi e si concluderà nel mese di Maggio 2022 con otto giornate in presenza e sei online. Per celebrare in maniera significativa il decennale si è pensato di lavorare su quella che è, per così dire, la materia prima, ovvero la lingua. Nei due anni di pandemia, un po’ per scelta, un po’ per necessità abbiamo incrementato e consolidato rapporti di vario tipo con autori, traduttori e curatori di tutti e cinque i continenti, gettando così le basi per la deflagrazione del decennale. Da qui il ricorso alle lingue. Il volume BABEL stati di alterazione (Bertoni, Perugia, 2022), curato da Enzo Campi, nasce da questi presupposti e viene a caratterizzarsi non tanto come un’opera quanto come una vera e propria operazione. A ognuno dei ventisette autori selezionati (Karine Marcelle Arneodo, Vincenzo Bagnoli, Daniele Barbieri, Brice Bonfanti, Domenico Brancale, Sonia Caporossi, Marthia Carrozzo, Laura Cingolani, Lella De Marchi, Francesco Forlani, Gianluca Garrapa, Marisol Bohorquez Godoy Michela Gorini, Alessandra Greco, Eugenio Lucrezi, Lorenzo Mari, Francesca Marica, Silvia Molesini, Fabio Orecchini, Jonida Prifti, Lidia Riviello, Massimo Rizza, Ranieri Teti, Ida Travi, Paolo Valesio, Sara Ventroni, Maria Luisa Vezzali) è stato chiesto di produrre un solo testo inedito. Ognuno di questi testi è poi stato tradotto in tre lingue diverse. Le lingue al lavoro nel volume sono quindici (rumeno, inglese, francese, arabo, russo, tedesco, spagnolo, giapponese, albanese, turco, greco moderno, greco antico, latino, dialetto napoletano, dialetto lucano). I traduttori che hanno preso parte a questo progetto sono: Claudia Albu-Gelli,Karine Marcelle Arneodo, Alice BartoliniFabiana Bartuccelli, Chantal Bizzini, Antonino Bondì, Amal Bouchareb, Ani Bradea, Domenico Brancale, Michele Carenini, Valentina Chepiga, Anna Maria Curci, Gianni Darconza, Francesca Del Moro, Kaharu Inokuchi, Irène Dubœuf, Gerhard Friedrich, Marisol Bohorquez Godoy Eugenio Lucrezi, Silvia Molesini, Anna Chiara Peduzzi, Evangelia Polymou, Jonida Prifti, Graziella Sidoli, Maria Laura Valente, Daniele Ventre, Maria Luisa Vezzali, Patrick Williamson, Gabrielle Zimmermann.

Un discorso a parte merita la postfazione in cui le lingue, attraverso svariati processi di manipolazione (stati di alterazione), si moltiplicano a vista d’occhio partendo da lingue morte come l’ittita, l’aramaico, il sumero, l’accadico, il lidio, passando attraverso lingue generalmente poco usate nelle traduzioni dall’italiano quali olandese, armeno, basco, vietnamita, macedone, indonesiano, creolo, danese, serbo, catalano e via dicendo, in una sorta di gioco a rimpiattino dove le lingue rimbalzano le une sulle altre mescolandosi e confondendosi tra loro. L’idea è quella di trattare le varie lingue innestandole in un unico corpus e creare così una vera e propria trasposizione babelica che è poi in stretta sintonia con quella che è oggi la nostra civiltà. Si pensi soprattutto alle grandi metropoli dove per sopravvivere e tenersi al passo coi tempi è letteralmente insufficiente parlare una sola lingua. Tutti gli eventi di maggio partono dall’idea, sicuramente utopista, che si possa creare una sorta di lingua universale che possa essere compresa da tutti e veicolata attraverso atti artistici. Non è un caso che tutti gli eventi del decennale siano stati definiti azioni e numerati progressivamente, così come non è un caso che Bologna in Lettere sia sempre stato un festival multidisciplinare.

“Il canto vuole essere luce. Leggendo Federico García Lorca” a cura di L. Spurio – Recensione di Franca Canapini

Recensione di FRANCA CANAPINI

Il 2 gennaio scorso su www.granadahoy.com è apparso un articolo molto interessante del giornalista e scrittore spagnolo Andrés Cárdenas, intitolato De García Lorca se hablará siempre”. Contiene una premessa in cui l’autore riflette sul rapporto simbiotico tra Granada e Lorca e, a seguire, ci racconta vari fatti tra i quali una storia molto intrecciata riguardante Agustin Penón, un americano che, recatosi a Granada tra il 1955 e il 1956, aveva raccolto una valigiata di informazioni su Federico García Lorca, pensando di scriverci un libro. Ma era morto e la valigia era passata di mano in mano, mentre Penón, che alla sua ricerca aveva sacrificato anche parte delle sue sostanze, era stato dimenticato.

Questo per dire come e quanto il Poeta granadino sia stato e sia ancora un lievito potente per gli intellettuali di tutto il mondo: ¡De García Lorca se hablará siempre! Non ci dobbiamo dunque stupire della nascita nel 2020 di Il canto vuole essere luce (Bertoni, Perugia). Un libro di vari autori italiani, curato da Lorenzo Spurio e tutto dedicato a Lorca, artista eclettico e uomo di grande impegno sociale.  

Il curatore ci tiene a farci sapere che, pur avendo il libro la forma del saggio scritto a più mani, è di più, molto di più; è un atto d’amore e di riverenza verso uno dei maggiori intellettuali che la letteratura mondiale ha mai visto: il poeta spagnolo Federico García Lorca”. Tanto che il titolo, consistente in un verso di Lorca, assume significato simbolico: il libro è il canto corale con il quale s’intende illuminare almeno in parte l’opera del Poeta.

Nel 2016 Lorenzo Spurio aveva riacceso il fuoco dell’interesse per Lorca, dando alle stampe Tra gli aranci e la menta, una plaquette di sue poesie dedicate al Granadino. Da quel momento, tramite contatti spontanei, altri poeti amici hanno aggiunto ottima legna al suo fuoco. E il fuoco è divampato in un’offerta corale di contenuti esegetici, di ritratti e di poesie. Il testo, infatti, è illustrato con ritratti del Poeta eseguiti dal Maestro Franco Carrarelli “L’Irpino” ed è diviso in due parti.

La prima riporta i saggi con i quali gli aficionados indagano su molti aspetti del fenomeno Lorca.  Francesco Martillotto ci presenta il Lorca amante della musica e ottimo pianista, buon conoscitore della musica classica e della musica popolare che mette sullo stesso piano e riflette sull’interscambio felice tra musica e poesia nelle sue opere poetiche e di teatro.

Lucia Bonanni ci mostra il Lorca amante delle tradizioni popolari della sua Andalusia, che saranno di fertile ispirazione per le poesie e il teatro. Affascina, anche nell’analizzare il surrealismo dell’opera teatrale El público, la sua ricerca dei significati metaforici e del valore dei simboli nella Parola del Poeta.

Cinzia Baldazzi cerca di penetrarne in profondità le peculiarità del linguaggio poetico: “…Immortale…è il loro mondo semantico e logico: immenso, popolato di ombre illimitate a latere di luci accecanti, provenienti da un’arcana fonte senza inizio e senza fine…”.

Lorenzo Spurio ci porta dentro “Tamar e Amnon” del Romancero gitano, indicandoci la denuncia sociale che sottende l’opera; ma anche in Poeta a New York dove la parola poetica s’incupisce nel denunciare la disumanità della metropoli, mettendone in risalto gli aspetti negativi. E per finire ci conduce nelle opere teatrali più importanti per analizzare i temi ricorrenti: la violenza, il disagio degli emarginati, la condizione della donna e i suoi diversi atteggiamenti nella lotta contro la sopraffazione variamente esercitata dal maschio.

 Ugualmente interessante la seconda parte che assomiglia a un’antologia poetica ripartita in due sezioni. Nella prima sono raccolti alcuni dei compianti, odi e elegie scritti, subito dopo la tragedia dell’assassinio, da Antonio Machado, Rafael Alberti, Pablo Neruda e da vari esponenti della Generazione del ‘27, quasi tutte strazianti e bellissime a partire dal grido di Machado: “…que fue en Granada el crimen – sabed – ¡pobre Granada! – ¡en su Granada!…” fino allo sperdimento di Rafael Alberti che se lo vede tornare vivo in sogno: “Has vuelto a mí más viejo y triste en la dormida / luz  de un sueno tranquilo de marzo…”.

La seconda sezione accoglie voci di poeti contemporanei suggestionati dalla Parola del Poeta. Un florilegio di voci diverse che incuriosisce, commuove, rende vivo Federico, ne canta la tragedia, ne interpreta le sfumature dell’anima colte sia direttamente nei suoi testi poetici, sia indirettamente negli atteggiamenti dei personaggi del suo teatro. Testimonianza forte dell’amore che ha saputo generare e di quanto la sua parola può ancora incantare. 

Il canto vuole essere luce è un libro che offre molte informazioni di approfondimento sulla persona e gli interessi culturali, artistici e civili di Lorca; senza contare l’ampia bibliografia a cui attingere nel caso volessimo continuare a conoscerlo. Un libro tutto da “patire” per chi desidera entrare più a fondo nel suo universo delicato e sapiente, gioioso e drammatico, etico e propositivo.

FRANCA CANAPINI

Arezzo, 10/01/2022

La nuova agenda della Bertoni Editore

“Scriviamo sempre, scriviamo tanto: lettere formali, messaggi, inviamo documenti e relazioni, formuliamo pensieri; alla carta affidiamo le nostre emozioni. E parliamo pure tanto, cercando di farci capire, comprendere; parliamo per dare conforto e per esprimere i nostri sentimenti; usiamo a seconda dei casi parole semplici e difficili, contorte e complesse; spesso non facciamo attenzione a quello che diciamo creando anche dei danni, inimicizie e dolore. La parola ha in sé un grande potere perché ci aiutano a capire chi abbiamo davanti, ci aiutano a comprendere una nuova parte di mondo, oltre che noi stessi e la nostra vera natura.
Al tema “LA PAROLA / LE PAROLE” abbiamo voluto dedicare l’Agenda poetica 2022 raccogliendo le vostre poesie: e chi meglio di un poeta può far uso della parola e trasmettere il suo sentito? Chi meglio di un poeta sa dare alla parola il senso compiuto di quello che vuole dire, di come interpreta la vita e quanto gli sta intorno?

Ad ogni poeta chiediamo di inviare una sua composizione: ogni poesia dovrà avere una lunghezza massima di 30 versi e dovrà essere inviata – completa di liberatoria – al seguente indirizzo mail: poesiaedizioni@gmail.com ENTRO E NON OLTRE IL 30 OTTOBRE!

La curatela di questo progetto è del poeta, scrittore e critico letterario BRUNO MOHOROVICH, coordinatore “poesiaedizioni” di Bertoni Editore.

I diritti sulla poesia rimarranno all’autore, non sono previste copie omaggio, non vi è l’obbligo di acquisto.

“Tra le sbarre incandescenti” di Barbara Colapietro – segnalazione di Lorenzo Spurio

Segnalazione di Lorenzo Spurio

Lo scorso 16 settembre 2021 presso il GRA’ – Cortile di Palazzo Gradari di Pesaro – si è tenuta la presentazione del libro di poesia di Barbara Colapietro, Tra le sbarre incandescenti (Bertoni, Perugia, 2018). L’iniziativa si è svolta grazie al poeta e critico letterario Bruno Mohorovich nelle sue vesti di curatore del marchio editoriale “Poesiaedizioni” all’interno di Bertoni Editore.

Lo stesso Mohorovich così ha scritto nella prefazione che apre il nuovo volume della Colapietro: “Ci sono una situazione e un intento nella [sua] nuova produzione poetica; la prima è esplicitata nel titolo Tra le sbarre incandescenti che rende il senso di una sofferenza, di un ingabbiamento cui è costretta e nella quale, sgomenta, assiste a una crisi civile e morale che la attanaglia e da quelle sbarre lancia il suo urlo di ribellione verso una disagiata società incapace di leggersi. Sbarre di una gabbia, cui si costringe – o si sente costretta – da un mondo ristretto che non le piace, non la accetta quando lei cerca un mondo vero, senza falsità, un mondo uguale per tutti, un mondo più maturo. L’intento, altresì, è chiaro sin dall’esergo, dove ella si rivolge ai “cercatori di verità sepolte”. In linea col suo pensiero proteso ad una spinta solidal-spirituale, in queste sue composizioni dai toni duri e pragmatici, esprime la sua angoscia esistenziale dovuta al vuoto di certezze e valori, andando a sondare un terreno invero ingrato quale la ricerca della verità, in un momento in cui non sembra così politicamente corretto affermare che è possibile cercarla e trovarla”.

Barbara Colapietro, che ha precedentemente dato alle stampe il volume Semplicemente, la mia storia[1] (Bertoni, Perugia, 2018), è intervenuta assieme a Bruno Mohorovich e all’artista pesarese Mara Pianosi (che ha illustrato magistralmente con la sua pittura ad acquarello il nuovo libro e spiegato la genesi di ogni sua creazione), mentre la lettura di poesie scelte è stata affidata alle voci di Chiara Anastasi, Loretta Cecchini e Anna Fumagalli.

Tra le sbarre incandescenti è il suo quarto libro di poesia, opera che lei stessa ha considerato come conclusiva di un ciclo pensato come autobiografico che si è aperto nel 2018. Si ripercorre, così, nella struttura progressiva di vari “capitoli” conseguenti, il viaggio umano ed emozionale dell’autrice-donna in completa immersione nei sentimenti. È uno scandaglio che non risparmia i recessi dell’umanità come quando l’autrice parla o allude a sentimenti amari e di riprovazione, di sdegno e lotta interiore, di sfiducia e vero dolore nei confronti di illiceità e inadeguatezze. C’è, però, anche la sensazione della levità, di un librare pacificato in poesie dove la Nostra si riannoda al presente per mezzo del travaglio della disperazione e con rinata consapevolezza è in grado di percepire la beltà e di rivalutare comportamenti. In questo c’è, come lei stessa ha osservato in una dichiarazione, “l’amore per la verità e non la spada”, sintomo di un ritrovato colloquio con se stessa, di più convinta accettazione e di naturale inserimento e confluenza col mondo che l’attornia.

“Ho rielaborato esperienze vissute sulla mia pelle, miscelate a racconti cinematografici, pagine di poesia e narrativa, testi di grandi cantautori, opere d’arte che hanno lasciato la loro impronta nella mia formazione che mi ha educato al rispetto della vita, nel bene e nel male”, ha sostenuto, riconoscendo il grande lavoro, tanto di ispirazione creativa, di stesura, di raffronto e di collegamento tra branche delle arti diverse, tra codici variegati, nella continua esigenza di dare alla parola il suo vero senso: quello dell’apertura, della mano tesa verso l’altro.

Grazie alla fedeltà cronachistica dell’autrice del libro sullo svolgimento della serata di presentazione del volume, e il suo ricordo, mi piace citare alcuni dei testi che nel corso dell’evento sono stati letti e alcune sue considerazioni sugli stessi.

Dalla prima sezione del libro, “Tragedia a due voci”, è estratta la poesia “Avvertimento” nella quale si legge: “Dolore di esistenze spezzate, / logica perversa / del potere che spegne / la gioia / solo per il macabro gusto / di uccidere / la felicità altrui”. A questi versi fa seguito il riferimento alla figura mitologica di Aracne sulla quale la poetessa così ha rivelato: “questa fanciulla, trasformata in ragno per un capriccio di Atena, ripercorre la sua trama che ha imbrigliato la storia dell’umanità, arrivando a togliere l’aria anche a una semplice bolla di speranza in un campo di concentramento (non solo nazista) con reti elettrificate per dissuadere i prigionieri da ogni tentativo di evasione… col pensiero”. È seguita la lettura della drammatica poesia “Senza parole” dedicata alla ecatombe di disperati sui barconi (“bar[e] galleggiant[i]” come le chiama lei) nelle acque del Mediterraneo: “In ogni menzogna dell’Occidente / si perpetra l’ignominia. // La veridicità dell’orrore / sgretola l’illusione”.

La lunga poesia (che dà il titolo a questa prima sezione del libro), “Tragedia a due voci”, ha la forma di un dialogo impressionante e sadico che trova compimento in una chiusa se non del tutto risolutiva senz’altro tesa a pacificare la dannazione e il delirio, elemento costitutivo dell’intera lirica: “Il carnefice vestito di porpora esulta: / il blasfemo è in cenere”. Per meglio poter comprendere il testo, il commento dell’autrice risulta non solo utile ma ampiamente godibile nel suggerirci il tracciato genetico dei versi stessi. Così la Colapietro ha rivelato: “In questa poesia, nata visitando Campo de’ Fiori, sono entrata nella memoria del fuoco, testimone dell’esecuzione sul rogo di Giordano Bruno il 17 febbraio 1600.  La mente che si dissolve ripercorre la rabbia di Dante Alighieri esule, l’Apocalisse di Giovanni, i martiri cristiani-donne uccisi per la loro fede dopo torture inimmaginabili descritte nella Legenda Aurea, fino alla dissoluzione di ogni pensiero che restituisce la lucidità spirituale al condannato a morte per blasfemia. Il cuore, invece, è quello di Jeanne d’Arc [ovvero Giovanna D’Arco nota come “Pulzella d’Orleans”] che brucia in un passaggio sul rogo il 30 maggio 1431, questo spazio-temporale diverso da quello del condannato a morte a Roma, diventa preghiera che rafforza lo spirito”.

Dalla seconda parte, “Radiazioni”, la poetessa ha estratto (oltre a “Incandescenza d’amore”) la brevissima poesia “Il cuore” che ha ispirato una delle tavole ad acquarello di Mara Pianosi presenti nel volume. “Il cuore è estremamente fisico e libera un diamante simbolo di trasparenza e un bucaneve simbolo di purezza”, ha rivelato la poetessa. Di questa sezione sono anche le poesie “La gabbia della farfalla” il cui incipit recita: “Impressa sul marmo pregiato / da un grande artista, / tatuaggio indelebile”, scritta sull’onda della suggestione provata dalla poetessa dinanzi a un celebre gruppo scultoreo di Gian Lorenzo Bernini su motivo delle “Metamorfosi” di Ovidio.

Della terza e ultima sezione (“Su un disco di cera”) la poetessa ci ha fornito le letture e le riflessioni sulle poesie “Sguardi”, “Bianco e nero” e “Tessitrice di passioni”; con quest’ultimo testo poetico, molto garbato e dal tono lieve, pare davvero di poter scorgere l’apice di espressività della Nostra, la tensione elevata che protende verso le nervature di un’anima rabdomantica, che scruta, cerca il suo percorso, si dilegua e riflette sulle emozioni personali e comuni, sui fatti del mondo, sulle vicende esemplari di un dettato che ci fa uomini, ma anche fratelli e sorelle, in una connubio di rispetto e riscontro fattivo, d’incontro e condivisione d’intenti: “Le tue mani / vibranti d’amore / intrecciano i fili”.

Lorenzo Spurio

Jesi, 29/09/2021

Note: La riproduzione del presente testo, sia in formato integrale che di stralci e su qualsiasi tipo di supporto, non è consentito se non ha ottenuto l’autorizzazione da parte dell’autore. E’ possibile, invece, citare da testo con l’apposizione, in nota, del relativo riferimento di pubblicazione in forma chiara e integrale.


[1] La mia recensione a questa sua precedente opera è disponibile cliccando qui.

“Il canto vuole essere luce” su Federico García Lorca di Lorenzo Spurio a Palazzo dei Priori di Assisi domenica 22

Domenica 22 agosto alle ore 17:30 presso la prestigiosa Sala della Conciliazione del Palazzo dei Priori (Comune) di Assisi (PG) si terrà un evento culturale interamente volto a rileggere e approfondire l’influente figura di Federico García Lorca (1898-1936), il celebre poeta e drammaturgo andaluso che nell’agosto del 1936 fu vittima della nefanda Guerra Civile Spagnola, per mano delle forze fasciste. L’accesso alla Sala avverrà da Piazza del Comune n°10, in pieno centro assisiate. L’occasione sarà quella di presentare al pubblico il ricco volume Il canto vuole essere luce. Leggendo Federico García Lorca edito da Bertoni Editore di Perugia nel 2020 voluto e curato dal poeta e critico letterario marchigiano Lorenzo Spurio.

In questo testo di critica letteraria e di poesia Spurio – noto studioso lorchiano e stimato critico letterario – ha voluto “chiamare a raccolta” una serie di artisti – tra poeti, scrittori, disegnatori – per collaborare a un progetto teso alla rilettura di uno dei più celebri poeti di sempre, l’autore del Romancero gitano ma anche di opere teatrali quali Nozze di sangue e Yerma, amico di letterati quali Pablo Neruda, Antonio Machado, Rafael Alberti ed Eduardo Marquina, solo per citarne alcuni.

Ad aprire l’evento saranno i saluti istituzionali del Sindaco di Assisi, Stefania Proietti, e di Jean-Luc Bertoni, editore. Seguirà l’intervento critico di Spurio dal titolo “Federico García Lorca e l’America: cento anni dopo” imperniato sull’esposizione di una delle fasi meno note e maggiormente cruciali della vita personale e letteraria di Lorca – ovvero il periodo americano e cubano del 1929/1930 – e i contributi di due delle autrici presenti nel volume con saggi dedicati su determinati argomenti, rispettivamente la mugellana Lucia Bonanni e la romana Cinzia Baldazzi.

Al volume Il canto vuole essere luce – oltre ai già menzionati – hanno preso parte anche i poeti Antonio Spagnuolo (prefatore); Emanuele Marcuccio, Michela Zanarella, Daniela, Luisa Ferretti e Giorgio Voltattorni (con loro poesie dedicate al Poeta); l’artista Franco Carrarelli “l’Irpino” (con sue illustrazioni a china) e Lucia Cupertino e Hebe Munoz (per le traduzioni dallo spagnolo).

Ad arricchire l’evento su quello che Neruda definì “un arancio in lutto”, sarà un mini-reading poetico sulla luna che si terrà in seno alla presentazione del volume, a cura della poetessa caprese Annalena Cimino – Presidente e Fondatrice del Premio Internazionale di Arte e Poesia “A Pablo Neruda, la Città di Capri” nel 2018 – che interpreterà alcuni tra i più bei versi lorchiani dedicati alla luna e sue poesie sul medesimo tema.

Il Maestro Massimo Agostinelli di Ancona, noto chitarrista, eseguirà brani della tradizione folklorica andalusa e composizioni su partiture dello stesso Lorca che, oltre che poeta, drammaturgo e disegnatore, fu anche eccellente e ispirato musico grazie all’amicizia e alla collaborazione con Manuel de Falla e Antonio Segura Mesa.

“Frammenti” di Francesca Costantini. Commento critico di Lorenzo Spurio

Il presente testo, scritto quale recensione al volume “Frammenti” (Bertoni, Perugia, 2020) di Francesca Costantini, e tale già diffuso su varie riviste online e cartacee, verrà inserito quale postfazione alla ristampa del volume nel corso del c.a.

Ho letto con piacere questo libro – opera prima di Francesca Costantini – che ho avuto l’occasione d’incontrare varie volte in seno ad alcune iniziative poetiche. Noto con piacere che nella raccolta figurano alcuni testi che la poetessa aveva letto nel corso di una manifestazione poetica itinerante tenutasi nel 2019 nelle Marche. Vincitrice della tappa svoltasi ad Urbino, presso la Sala della Poesia di Palazzo Odoasi, si era automaticamente aggiudicata l’accesso alla finale del Ver Sacrum – questo il nome del progetto sviluppato dall’Ass.ne Culturale Euterpe – dove con grande entusiasmo era stata proclamata vincitrice indiscussa della gara poetica itinerante. La cerimonia finale, inizialmente pensata per tenersi a Jesi, si tenne a Cupramontana in un contesto particolarmente piacevole, all’interno degli spazi suggestivi del MIG – Musei in Grotta.

Ricordo, tra i suoi testi, in particolare, la lirica “Terremoto” che mi colpì molto sin dalla prima volta che l’ascoltai pronunciata dalla stessa poetessa. Con uno sguardo attento sul testo, brevi accenni verso un pubblico in ascolto, la voce sicura non restia a un dolore intimo contenuto nel dramma di quegli enunciati. Ritrovo ora la poesia pubblicata in questa silloge. Conservandone un ricordo impressivo non ho potuto che soffermarmi a leggerla più volte notandone – anche nell’ordito dello scritto – la perfezione formale della lirica, oltre all’indiscussa capacità espressiva, la forza magmatica di comunicazione che in poesia non è mai qualcosa di scontato né semplice.

La struttura di questo componimento è data da brevissimi versi – in alcuni casi, come nel secondo verso, costituiti da un solo lemma – riuniti a gruppi (mi piace definirli così anche se si tratta di vere strofe) di tre versi. Il linguaggio scarno, volutamente teso a rimuovere il superfluo per far risaltare il necessario tra i lembi di un’assenza dolente che è data dal terremoto che ha prodotto macerie, creato il silenzio e ampliato distanze, è tale che, pur essendo un testo assertivo – lontana l’implorazione e la denuncia, finanche lo sdegno mosso da tensioni civili – arriva con grande potenza nell’ascoltatore. La levità delle immagini, la parsimonia lessicale che contraddistingue tutta la sua poetica, così incisiva e puntuale, nel caso della poesia “Terremoto” fungono da contraltare – non è un espediente, tutto avviene in forma autentica – alla drammaticità delle immagini evocate, al dolore insito tra i versi.

Questa poesia si ritrova all’interno del secondo compartimento di liriche che la Costantini ha raccolto sotto il titolo di “Frammenti di luce”. Nella poesia appena richiamata, che descrive un contesto di stordimento e di scuotimento, tanto fisico quanto emotivo, ritrova (o è intenzionata a ritrovare) la sua “luce” in quella – pur fioca – “speranza [che] riemerge/ e si fa/ voce di vita” (59). Versi, questi, che siglano l’explicit della lirica in un miscuglio di resilienza e fierezza arcaica del popolo marchigiano che dinanzi alle catastrofi e alle privazioni che ha incontrato sul suo cammino non ha mancato mai di far risaltare la sua identità ed espressione orgogliosa e combattiva.

Le poesie che compongono questa sezione – proprio come la poesia “Terremoto” – sono per lo più poesie di buio e di apparente rassegnazione, di tribolazione e di sonno della coscienza che nella sintesi delle vicende poste in oggetto, nelle varie tematiche – molte d’impegno civile – che interessano questi testi, permettono, comunque, l’apertura di un varco di luce, la possibilità di un cambiamento, un bagliore pronto a rischiarare, così come avviene in “Lato oscuro” la cui chiusa richiama un’immagine di luminosità. La poetessa vuol forse lasciar intendere che, sebbene il mondo sia spesso dominato dal male, dai vizi e dalle disattenzioni verso le situazioni di rischio ed emarginazione, la possibilità della luce mai deve essere scartata e, anzi, al contrario, deve essere sostenuta, praticata, percorsa e – chiaramente – condivisa.

Il contrasto oscurità-luce, metafora di discesa-ascesa, morte-vita, abbattimento-speranza, si ritrova in “Candele e lanterne”, un componimento che ricalca il dramma del periodo dettato dall’emergenza Coronavirus (“si spengono / le vite / al soffio di questo gelido vento // Una dietro l’altra / come foglie d’autunno / cadono // […] // come formiche allineate / sfilano / le bare / con dentro i vostri corpi”), fotogramma della triste scia di autocarri militari di Bergamo – nel picco della prima ondata del COVID-19 – che nessuno di noi può dimenticare (né fingere di non aver visto). Anche in questo caso la Costantini prevede una chiusa di speranza, stavolta in chiave spirituale: “Ma le vostre Anime! / Come lanterne volanti / quelle in cielo / salgono / una accanto all’altra”.

Il poeta Stefano Sorcinelli, che sigla l’articolata prefazione al volume, richiama la cosiddetta poesia confessionale di marca americana (Plath, Sexton, Lowell) per avvicinarsi e descrivere la poetica della Nostra. Credo che ci sia senz’altro qualcosa di questa confessione che si muove nelle pieghe dell’io, in quel bisogno non procrastinabile di ascolto interiore, di ricerca personale, di auscultazione, di dialogo intersoggettivo dinanzi ai tristi accadimenti del presente che si fanno storia. Eppure mi pare di poter osservare che è un atteggiamento partecipe e filantropico, teso a una lettura solidale e collettiva di un sentimento comune, dove l’àncora di salvataggio spesso è vista, dietro quella confessione intima che è sorgiva e impellente, proprio in quel desiderio di riferirsi a un’alterità, a un al di là possibile e necessario per poter spiegare (nei limiti di spiegazioni razionali) il senso e la destinazione di accadimenti difficilmente configurabili.

Tanto in “Terremoto” che in “Candele e lanterne”, difatti, sembra di trovare, rileggendo più volte i rispettivi testi, un senso di pacificazione dato dal percorso che la Poetessa attua con i suoi versi. Dinanzi alla spigolosità dei fatti, la Nostra è in grado di entrare nella materia poetica, di viverla, di renderci partecipi della mestizia, della perdizione, del tormento. Questo, però, che in altri autori ha visto avere quali esiti il melenso pietismo o, al contrario, la condanna spietata, nella Costantini prende la forma di una meditazione dai tratti quasi ontologica, di una preghiera, sulle onde di un sentimento che è intimo ma anche plurale, personale e collettivo. Scopo della poesia non è parlare di sé e costruire biografie in versi che hanno forse utilità in chi le produce e che rimangono distanti (quando non incomprensibili) a terzi, ma di rendere universale il reale, di estendere la validità di un accadimento (e di un dolore) alla partecipazione onesta e sentita di una pluralità. Una poesia, quella della Costantini, che si staglia tra preghiera e riflessione, ben lontana da forme gridate di condanna o da insulso vittimismo.

Torno ora, con un percorso à rebours che – spero – mi si perdonerà, alla prima parte dell’opera, anch’essa “giocata” sui contrasti tra bagliori e abissi; essa ci parla di “Frammenti di ombra” dove a dominare sono i temi che girano attorno al senso di mancanza, alla frustrazione dettata dal percepire l’assenza di una persona amata, finanche la passività dolorosa che detta il senso d’impotenza (che non deve lasciar il posto alla rassegnazione) dinanzi ad accadimenti improvvisi e imprevisti che a volte la vita ci mette dinanzi.

Liriche per lo più notturne, dai contorni non meglio definiti, o dove questa patina d’incertezza e oscurità sembra non dare scampo all’io lirico (“mi guarda indifferente / mentre la mia ombra si confonde fra la gente”). Se dovessimo riferirci a uno dei cinque sensi per descrivere queste liriche, al di là della vista il cui senso oggettivamente è pervasivamente presente in tutto il volume nei contrasti testé richiamati, penso che è l’universo sonoro a rappresentare una posizione di rilievo. Poesie quali “Parole”, “Come potevo” (con i suoi incalzanti interrogativi), “Sono qui” (con il caratteristico rimando anaforico), “La tua voce” ricordano – spesso in una logica privativa – la dominanza di una dimensione sonora: percepita o meno, ricercata, evocata, echeggiata, mal udita, inascoltata, etc.

Ad arricchire il volume sono alcuni dipinti della nota Mara Pianosi che, pure, è l’autrice del dipinto curioso, che svela e copre, fa intravedere e immaginare, un particolare del volto dell’autrice colta mentre fissa in un punto imprecisato che è verso un “oltre”, un al di là dal reale, in una direzione approssimativamente verso l’alto. Tale immagine, oltre a fondersi e a rispecchiarsi molto bene col titolo del libro – quel fragmenta che è partizione di una totalità – è un appropriato apripista visivo ai contenuti poetici che questa silloge propone, con un’asciuttezza formale che mai fa venir meno l’alta capacità espressiva e mimetica in noi lettori.

LORENZO SPURIO

Jesi, 01/02/2020

Note: La riproduzione del presente testo, sia in formato integrale che di stralci e su qualsiasi tipo di supporto, non è consentito se non ha ottenuto l’autorizzazione da parte dell’autore. E’ possibile, invece, citare dall’articolo con l’apposizione, in nota, del relativo riferimento di pubblicazione in forma chiara e integrale.

“Semplicemente, la mia storia” di Barbara Colapietro, recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

Poesia del nostro tempo, quella contenuta in Semplicemente, la mia storia (Bertoni, Perugia, 2018), opera della poetessa Barbara Colapietro, estimatrice della grande poesia lirica del poeta spagnolo Federico García Lorca. Questo volume si compone di varie sotto-sezioni che, volutamente, tramite i titoli anticipatori, tracciano un po’ il segno del percorso (significativa, a tal riguardo, è l’evocativa immagine di copertina) che la Nostra si appresta a compiere e ci invita a raccogliere. Poesie che si nutrono della propria interiorità e che attraversano il tempo con lucidità, senza nessuna remore di mostrarsi allo sconosciuto lettore.

semplicemente-la-mia-storia.jpgLa prima parte “Apocalisse del cuore” ben mostra il sistema di contrasti che dominerà per tutto il corso del libro. Quello degli ossimori e degli opposti è uno dei sistemi più efficaci messi in campo da Barbara Colapietro per evidenziare lo scarto che esiste tra una realtà attuale desolante e caotica al contempo e una società improntata al bene e alla solidarietà che appare come ideale e irraggiungibile. In realtà con la sua poesia l’autrice chiama a un’analisi di questa condizione asfissiante e alienante nella quale siamo immersi. Si rimarcano, nei vari versi che appartengono a questa prima parte della silloge, gli aspetti più gravi e deleteri di una società asservita al Male: “In una sola notte/ hanno estirpato/ tutti i fiori” (18); “Hanno messo/ la passione nella bara/ per uccidere/ il ventre di una madre” (18). Per tali ragioni la Nostra si trova inserita in un contesto nel quale cerca di individuare una possibile strada di semplicità, una via nella chiarità che possa in qualche modo dare compimento alla nostra ricerca continua di una verità. Si percepisce un piano evidentemente spirituale, sorretto da un pensiero religioso che nutre l’esistenza della Nostra e ne corrobora i pensieri, anche quelli apparentemente più grevi. La giustizia (dall’omonima poesia) si tinge di quel monito sentito e di quell’impegno furente che ha la sembianza di una lotta per la verità.

Si parla di cattiveria, ipocrisia, di situazioni di marginalità, povertà economica quanto morale. Nella poesia “Apocalisse del cuore”, un po’ come il celebre poeta granadino, partidario de los que no tienen nada, la poetessa parla di persone “affamat[e],/ deris[e],/ calpestat[e],/ depredat[e],/ violentat[e]” (21).  Netto e chiaro è il grido di dolore di cui la poetessa si fa testimone nella dolente poesia “La voce della storia”, quadretto amaro di una realtà dove dominano il vizio, il peccato e il crimine. “Hanno strappato le mie radici con la violenza/ penetrando/la sopraffazione del prepotente” (22).

La falsità prende la forma non solo di atteggiamenti menzogneri improntati, furbescamente, a sovvertire la mente degli altri, ad uso e consumo, ma anche di veri e propri cambi d’abito e mascheramenti come sono quelli a cui si allude in “La chiave”: “Demoni travestiti da santi” (31) ed è questo, nella diffusa promiscuità di bene e male, tra falsità del bene, che è opportunismo e strumentalizzazione, e male atavico, che la società disillusa galleggia. Viene a mancare la possibilità di una speranza nei confronti dell’altro. Minacciata in maniera irriguardosa è la fede verso il gruppo umano, il senso di comunità, la possibilità di un’azione coesa e responsabile. In “Amico fuoco” dove la Colapietro ritorna ampiamente su tema della “falsità imperante/di questi giorni,/sempre in maschera” (33) si parla anche di tradimento che è forse, a qualsiasi livello e forma esso venga compiuto, la più bieca e offensiva azione che un uomo può commettere verso un suo simile.

La sardonica “Lettera alla società perbene” recepisce tutti questi motivi e li indirizza, senza mai cadere nell’uso di un linguaggio becero che cade nel populismo, a un possibile indirizzario. Non è un indice puntato verso qualcuno, né un tentativo – pur vago – di metter sotto processo qualcuno, piuttosto di marcare ancor più distintamente l’aspetto bifido dell’uomo: tra apparenza e intenzioni, tra forma e sostanza, tra veste che ricopre e interiorità celata. Si capisce che non è semplice mettere per iscritto la sofferenza che si prova, giorno dopo giorno, nell’apprendere e sperimentare sulla propria pelle di una società disattenta e sorda, indifferente e cinica nella quale, pur malvolentieri, siamo calati. Ciò comporta un ripiegamento dell’animo che fa seguito all’evidenza della vulnerabilità dell’uomo solo, solitario, immerso nei suoi pensieri: “Ho il cuore/ pieno di lacrime…” (37), scrive in “Le tue lacrime”.

La seconda sezione del libro, “Gocce di luce”, sembrerebbe aprire a una stagione meno fosca, caratterizzata da quella luce che, pur in forma distillata, riesce comunque a contaminare in senso positivo il mondo.  Sono liriche pervase da quel sentimento cristiano di cui si diceva, dove si allude spesso a una dimensione altra che non facciamo difficoltà a leggere come l’io lirico in rapporto con la dimensione religiosa, in cerca tanto di un conforto, che di una promessa. La poesia che apre la sezione s’intitola non a caso “Giuramento” e si parla di “Eterno presente” e di “armonia degli opposti” (41). C’è una rinata speranza che riaffiora: “Oggi canto il sole” (42) recita la Nostra che qui si dedica a tracciare momenti felici del passato, incontri amorosi, momenti di affetto e di dolcezza che neppure il tempo ha diminuito nella loro forte carica in termini di pathos e emozione. Seppure siano sempre presenti quelle “nebbie/ che accecano la Verità” (48) sembra che la poetessa abbia risalito la china rispetto alla foschia che contraddistingueva la prima parte del libro. La rinata consapevolezza di un mondo che, pur brutto e degradato, non annulla completamente la speranza del bello e del raggiungimento della felicità, si può collocare proprio in queste liriche che occupano la parte mediale del volume. Una sorta di rito intermedio, di passaggio, da una visione allucinata e criticamente lucida del vivere e una predisposizione alla levità (che si vedrà nella terza sezione), che passa immancabilmente in questo stadio intermedio, in questo anello comunicante, che è la riattualizzazione felice del passato, la riscoperta del colore, l’esigenza di un’alterità e il sentimento religioso a conforto. Alla domanda “Chi sono io?”, che almeno una volta nella vita tutti ci siam posti, Barbara Colapietro si auto-risponde: “Una voce vera/ nel deserto dell’uomo senza Dio” (49). Si procede con una apprezzabile poesia religiosa, potremmo dire quasi un poemetto data la sua lunghezza, dal titolo “Il Vangelo di Chiara” dove la poetessa liricizza l’esperienza errabonda e filantropica di Chiara di Assisi: “Emozioni espresse di una donna/ che ha vestito la sua carne/ col manto nudo/ del colore del vento/ per Amore” (50). Il senso di bellezza insito nella semplicità e nella povertà vissuta quest’ultima non come motivo di autocompiacimento o lamentazione, ma come motivo esso stesso di ricchezza, poiché motiva e arma l’uomo al fare. La vicenda della mistica è in qualche modo riecheggiata anche nei versi di “Oasi” dove si legge: “Sono una mendicante nel deserto./ […]/ e vago/ alla ricerca della mia oasi” (55).

La parte conclusiva del volume, “Il colore del vento”, è formata da diciotto componimenti, alcuni dei quali molto brevi e posti in coppia nella stessa pagina. Alcuni dei titoli chiarificano il percorso intrapreso nella precedente sezione, di matrice etico-religiosa, che qui si prosegue: “Il mio pane”, “Sui sentieri di Chiara e Francesco”, “Chiara di Dio”, “Viandante dello spirito” e così via. Sono poesie che sono testimonianza di un percorso iniziato e nel quale ci si è introdotti. Un tragitto di conoscenza interiore e del mondo, sostenuti dalla dottrina cristiana che è custode dell’anima dell’uomo. La poesia conclusiva del volume, “Sulle orme del tempo”, ben si coniuga anche alla foto scelta per la copertina nella quale non vi è una presenza umana in forma diretta, ma in forma indiretta vale a dire mediante le orme che attestano un passaggio, una presenza nel passato prossimo. Queste orme sono i segni distintivi di un attraversamento e, dunque, di una presenza vera vissuta, concreta e documentabile. Qui, in questa poesia, si parla di tracce di un amore che restano indelebili nel cuore e che, neppure il passare del tempo, ha la capacità di sbiadire: “Il tuo cuore di madre/ è stato bruciato/ sulla pira del potere.// […]/ Vivi la vita” (71). È un messaggio di speranza e di ritrovata tranquillità. Quella pace con noi stessi e col mondo – spesso friabile – che si può ottenere forse solo con un vero percorso di analisi, ricerca, approfondimento e lettura di sé, e di sé in relazione con gli altri.

Lorenzo Spurio

29-10-2019

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“Storia d’amore. Una fantasia” di Bruno Mohorovich. Recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

Un volume di liriche interamente declinato al tema dell’amore è Storia d’amore. Una fantasia (Bertoni Editore, Perugia, 2015) di Bruno Mohorovich. Nelle note critiche d’apertura stilate da Guido Buffoni si traccia in maniera fedele e con approfondimento emotivo le nervature principali che contraddistinguono le poesie qui contenute. Buffoni, come il sottoscritto, è convinto nel sostenere che non abbia rilevante importanza sapere se tale liriche provengano dall’animo prima ardente e poi sofferente dello stesso autore dinanzi a una voluta e poi problematica storia d’amore. Pur essendoci sempre una buone dose di se stessi quando si scrive (anche laddove si cerca di celarsi o mistificare) è anche vero che il sottotitolo dell’opera “una fantasia” dovrebbe ricondurci a un discorso più generale e ampio, vale a dire che, pur potendo essere un testamento o canzoniere d’amore dello stesso autore, i concetti e le emozioni ivi contenute vanno analizzate e concepiti nella loro impronta costitutiva. Lo stesso Buffoni ben chiarisce l’insensatezza (e aggiungerei la fallimentarità) di un intendimento atto a sviscerare quanto è il reale, quanto il realistico e quanto, invece, l’elaborato liberamente, diremmo il creato in termini meramente letterari: “Non è dato quindi al lettore la certezza che tutto quello che evocano le sue parole sia scaturito dalla realtà, ma non importa. Non è necessario approfondire se ciò sia veramente accaduto” (9). Buffoni ha pienamente ragione anche se, essendo la poesia un atto di verità (o di onestà per dirla alla Saba), difficilmente riuscirebbe a concepirsi come mera materia letteraria, oggetto di finzione o superfetazione, tanto più – aggiungerei – quando si parla di amore. Un amore o lo si è vissuto o lo si è anelato. O si è stati abbandonati e se ne è vissuto il tormento o si è sperato in un ricongiungimento ma, prima di diventare materia poetica, esso ha avuto una formazione concreta, una composizione reale. Se l’io lirico, con le immancabili complessità del caso, può ergersi a scrutatore dell’universo socio-civile e dare una sua visione di determinati fatti più o meno sconvolgenti, risulta difficile credere che possa parlare di amore (e, tanto più in maniera così vivida, profonda e convincente com’è in Mohorovich) se effettivamente non l’ha provato direttamente. Allontanandoci, però, da tale riflessione che imporrebbe un discorso a parte che esula dall’interesse del critico e da chi, curioso, si avvicinerà ai contenuti, vorrei concentrarmi sulla composizione del lavoro e le variabili che lo costituiscono in questo percorso che è una sorta di sondaggio itinerante dell’anima.

Come in un’opera didattica o comunque volta ad apparire con un intento illustrativo e ben strutturata nella composizione degli elementi che la caratterizzano, la silloge di Mohorovich, poeta nato a Buenos Aires nel 1953 da genitori istriani attualmente vivente a Perugia dopo un significativo periodo a Pesaro, si nota la tripartizione in “L’inizio”, “Insieme” e “La fine”.

I versi amorosi, non rasentano mai la sensualità e l’erotismo, e si pongono come manifestamente velati, a tratti anche inibiti dinanzi alla grande forza dell’amore. Sono poesie notturne, scritte in quegli istanti di silenzio e solitudine dove anche l’assenza di rumore contribuisce ad acuire il senso di malessere, dolore e allontanamento dalla società degli uomini felici.

storia-damore-una-fantasia.jpgPoesie dal verso veloce atte a tracciare la desolazione interiore, la sofferenza reiterata di un animo inquieto che si trova nella dolorosa condizione di un allontanamento dall’amata di cui non si conoscono le ragioni: se è un allontanamento momentaneo dovuto a una mera lontananza geografica, se è il frutto di una distanza presa come decisione condivisa a seguito di turbolenze nel rapporto o se, ancor più drammaticamente, è il segno finale di un atto di abbandono, tradimento, negazione all’altro, chiusura definitiva di una storia. Anche qui, per richiamare il Buffoni prefatore, non dobbiamo porci troppe domande perché a chi legge – tanto per essere spiccioli – non ha da interessare. Ciò, oltretutto, svierebbe – e di molto – dall’appropriazione personale di questi versi condivisibili e assai chiari nel loro ergersi a sorta di appello che viene lanciato.

Le poesie de “L’inizio”, dopotutto, sono liriche della stasi, di un’età che non è ancora definita, che si localizzano in un periodo forse di transizione (l’io lirico è forse in attesa di una risposta che potrebbe giungere e che, invece, lo fa tribolare non poco), oppure di una scadenza auto-decisa (o imposta) dalle due parti per poi ritrovare un momento di condivisione e raffrontarsi. Ad ogni modo è evidente che è un periodo sospeso di cui non si conosce la durata e, ancor più, le motivazioni che hanno condotto a quella fase-cuscinetto del rapporto. Forse lo rinsalderà, come spesso avviene o, ancor più frequentemente, potrà rivelarsi l’anticamera della sua inderogabile conclusione?

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Bruno Mohorovich, l’autore del libro

Gli avvenimenti che si realizzano in questa fase hanno poca rilevanza e tutti attengono al pensiero, tortuoso e ricorrente, dell’alterità che, in un certo senso, sembra già ormai lontana e inudibile. “Bramoso di ascoltarti/ mi perdo in tramonti e colori di luce/ che solo il tuo sguardo luminoso/ rimanda” (37). L’ambientazione prevalente è quella della notte, con le sue oscurità sensibili e i suoi tormenti psicologici dove l’idea dell’amata è la luce di una possibile stella da cogliere e nella quale poter intravedere speranza e felicità. Si tratta, però, per lo più frequentemente, delle sorte di meteore: splendono, sì, ma la loro è una durata luminosa che è fugace e che declina al buio. In tali momenti prendono piede le “illusion[i] d’un insonne” (40), difatti non è dato più sapere con precisione se l’io lirico parli da un mondo che è irreale e di appartenenza dell’onirico o, più verosimilmente, sia in una veglia anomala, in una vigilia intrepida che anticipa l’insonne notte.

Nella seconda porzione del libro, “Insieme”, si dà maggior concretezza al rapporto amoroso evocando contatti fisici di vero toccamento (“le dita si sfiorano,/ come sassi lambiti dalle acque/ le mani si prendono”, 45) che potrebbe riferirsi a un ricordo ancora piuttosto vivo. Non è, infatti, la trascrizione di un momento che si vive al presente ma sempre rievocato con nostalgia nel fluire della coscienza. Così, riappaiono anche i momenti di una dichiarazione esplicitata: “Tentennante esce la mia parola” (49) e un anelito pressante a un riavvicinamento: “Quando torneremo a ritrovarci” (50) che allude, già a questa altezza, a un qualche allontanamento fisico che s’è prodotto tra le due componenti della coppia.

Poche poesie dopo Mohorovich definisce la donna nei termini di una “presenza non rivelata” (56) quale ombra – seppur viva – di un passato che è ancora totalizzante. Si esplicano così le trame più insondabili e veementi di un amore robusto che, però, ha da fare i conti con la sua dimensione platonica, inconcreta, sublimato dall’assenza e fiaccato da una ricerca continua di contatto e corporeità. Ci sono promesse (“Ti aspetterò”, 58), finanche evidenza delle difficoltà (“separati da una barriera”; “timorosi del presente”, 59) e, ancora, convinzioni che pervaderanno il futuro (“…E ti verrò a cercare”, 64) fino a che non ci si approssima al capitolo conclusivo di questa triade tematica, “La fine”.

Qui, tutto è tracciato nelle forme della privazione, lontananza e abbandono: situazioni che l’io lirico dà ormai per note, esperite e assodate, ma non per questo meno dolorose e ragione di una tribolazione quotidiana: “Vanamente/ si dissolve/ nella confusione,/ la speranza di stare insieme” (78); “Ho perduto ogni speranza di vederti apparire/ […]/ [sei] fantasma che non si manifesta” (83).

Tra le “incomprese parole” (84), “il canto amaro” (88), “l’effimera storia nostra” (88) e il rimpianto si compie quel “definitivo addio” dipinto in una delle liriche che serrano il volume alla quale il poeta fa seguire il nutrimento di un’unica speranza – pur minima – di shakespeariana impronta: “Viva, a me basta che tu sia viva/ nell’appannato miraggio” (86).

Chiude il volume una pagina diaristica in forma narrativa ma dall’alta intensità lirica dal titolo “Le parole negate” in cui il poeta dichiara la sua sofferenza non solo nel non poter più vedere la sua amata ma anche per la negazione alla comunicazione con lei. “Scrivere è anche capire ciò che si vuol capire o ciò che si vuole che si capisca” (91), annota, dichiarandosi ormai uomo veramente perso a se stesso, grumo di dolore, in questa impossibilità di dire, negazione di sé, censura dell’amore che l’ha fatto vivere e che in lui ancora arde con i ricordi lieti che alimentano la fiamma.

Lorenzo Spurio

 

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“Dasior” debutta in poesia. Sabato 24 novembre a Senigallia la presentazione del libro di Simona Riccialdelli, “La mia essenza”

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Articolo di Lorenzo Spurio

Soltanto adesso posso vivere l’adesso,

non mi resta tempo per pensare a che fare;

farlo e non farlo, tutto assurdo!

Sabato 24 novembre alle ore 18 a Senigallia (AN) presso la suggestiva ambientazione dell’Auditorium San Rocco (Piazza Garibaldi n°1) si terrà la presentazione al pubblico del libro di poesie di Simona Riccialdelli (in arte “Dasior”) dal titolo evocativo, “La mia essenza”, edito dalla casa editrice Bertoni di Perugia.

È ben evidente che il legame della Riccialdelli con la poesia sia veramente sentito e ben radicato e ce ne rendiamo conto sin dalla breve nota che ha posto in apertura al volume: “Incantevole questo percorso artistico per gioco, dove tutto prende forma come per magia e dove viaggio senza ritorno. Mi sento al meglio soltanto qui, nell’espressione di ciò che ha sempre vissuto in me, nel giocare con le lettere, per comporre atti di vita”.

L’evento, patrocinato dal Comune di Senigallia e dal Circolo di Iniziativa Culturale – Rivista “Sestante”, vedrà l’intervento del romanziere e critico letterario locale Luca Rachetta mentre le letture saranno eseguite dall’attore Mauro Pierfederici. Gli intermezzi musicali saranno a cura della flautista Elena Solai. Rachetta, nella sua prefazione ha osservato che “dai versi della Riccialdelli sprigiona un deciso invito ad aprirsi al mondo e agli altri  […], unica via per poter vivere appieno la semplicità e la positiva spensieratezza, percorrendo così il cammino lineare verso l’amore e la felicità”.

L’evento sarà presentato e condotto dal poeta, critico letterario e curatore editoriale Bruno Mohorovich che, nella nota di postfazione al volume, così parla della poesia nella Riccialdelli: “[essa] trov[a] la sua ragione d’esistere. Una vita la sua, attraversata dalla sofferenza che trova compimento in una ricercata e sopraggiunta fede; una fede vissuta, quella che aiuta nei momenti difficili, l’antidoto alla sofferenza, […], la chiave che apre la porta non verso una vita diversa, ma… la Vita”.

 

L’autrice

46485551_458548217882675_6732369749105180672_nSimona Riccialdelli è nata a Senigallia (AN) nel 1963. Ha trascorso parte della sua infanzia ad Arezzo, frequentandovi gli anni scolastici elementari, assorbendo l’atmosfera di questa città. Ritornata a Senigallia nel 1 974 dove ha proseguito gli studi. Pittrice (numerose le sue presenze in collettive sul territorio locale) e poetessa, da sempre ama scrivere. È stata premiata al Concorso Letterario “Patrizia Brunetti” di Senigallia nel 2017. Recentemente alcune sue poesie sono apparse nell’antologia “Marche. Omaggio in versi” (Bertoni, Perugia, 2018) a cura di Bruno Mohorovich ed Elisa Piana.

 

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