Ammaestramenti d’amore e arte del silenzio. Note su “L’istinto altrove” di Michela Zanarella

Recensione di Cinzia Baldazzi

Nei termini classici della stilistica italiana si qualifica poesia “didascalica” un corpus lirico capace di alimentare lo scopo complesso di mettere in evidenza alcuni messaggi sotto forma di ammonimenti, input rivelatori, confessioni toccanti: ciascuno accrescitivo, in modo specifico, di informazione per i destinatari. Pertanto, ogni valida scelta di poësis, in grado di unire all’esigenza espositiva l’intento di temperare con l’arte la presunta aridità degli insegnamenti, potrà ricoprire con successo un simile incarico, nel condurre – almeno speriamo – lo spirito umano a una più alta contemplazione del contesto evocato, lasciandolo quindi migliore.

copertina Zanarella bozza (2)1In una tale prospettiva, L’istinto altrove di Michela Zanarella articola una poetica che si potrebbe definire didascalica in senso specifico o meglio sui generis, in quanto indaga e comunica con metafore, metonimie e allegorie un intento didattico non legato alla diffusione di informazioni, bensì a un repertorio più classico e antico dove coesistono l’ars amandi e le norme cortesi, il galateo erotico e gli ammaestramenti d’amore, rischiarando una zona sconosciuta sia per il lettore sia per se stessa.

L’autrice in persona si trova a rivestire il ruolo di destinatario, testimoniato qua e là nella raccolta ogni qualvolta la Zanarella rappresenta la propria disponibilità umana e poetica ad auto-rappresentarsi oggetto di una simile didattica: una storia personale «ci sta insegnando ad amare / ad accudirci / per schivare il fango» (Ieri ti ho guardato); le mani, lo sguardo, le labbra, il respiro, le parole della persona amata suscitano le richieste su «come toccare la notte» (Insegnami come toccare la notte), in qual modo «restituire la luce» (Meglio spaventarsi per amore), con quali occhi «si guarda la tenerezza» (Insegnami tu). Per ritrovarsi nel rapporto evocativo di maestro e di allieva, nella dialettica insita nel connubio imparare/insegnare:

 

Mi hai insegnato

ad amare la terra dove cammino

perché sa il peso dei silenzi

che mi porto addosso.

Sulle mie mani ci sono linee

di un tempo passato

dove ho lasciato frantumi di me.

Ho imparato da te

che il sole esiste anche dietro le nuvole

e che posso trovarti in ogni respiro.

Tu sei la pioggia di luce

la tempesta che cerco

e che non temo

per sentire il mare dove abbracciare

iridi nude bagnate di vita.

[Mi hai insegnato]

 

E quando la poetessa chiede all’uomo di rimanere «fino a quando / gli alberi perdono le foglie / e chiamano di nuovo il verde / ad insegnare ai fusti l’odore della vita» [Volevo amarti], allora l’illuminazione di zone oscure affidata alla poesia arriva ad esplorare tutto quanto possa configurarsi altrove dall’istinto. Il regista russo Andrej Tarkovskij, esperto di chiaroscuri, sosteneva:

 

L’artista crea istintivamente, egli non sa perché proprio in quel momento fa una cosa oppure un’altra, scrive proprio di questo, dipinge proprio questo. Soltanto dopo egli comincia ad analizzare, a trovare spiegazioni, a filosofeggiare e giunge alle risposte che non hanno nulla in comune con l’istinto, col bisogno istintivo di fare, creare, esprimere se stesso. In un certo senso la creazione è rappresentazione dell’essenza spirituale nell’uomo ed è la contrapposizione all’essenza fisica; la creazione è in un certo senso la dimostrazione dell’esistenza di questa essenza spirituale.

 

Quando la Zanarella, nell’affidarsi a un’istintualità affine, tenta di riequilibrare il dosaggio tra progresso dell’autocoscienza e forza dei sentimenti, i suoi versi raffigurano il varco dell’insieme reale delle parole d’amore. Ed ecco quindi l’assenza: «cercarti nonostante / il tuo essere altrove» [Potrebbe essere la notte giusta]; il significato dell’esistenza: «ti trovi a sfiorare l’infinito / senza avere fretta / di cercare altrove / il senso delle cose» [L’amore quello vero]; il passato: «la stanza ordinata / dove sono cresciuta / prima di andare altrove a cercarti» [Le mie mani sanno parlare una lingua]; la fisicità: «mi volgo altrove / in un corpo che non è più / nemmeno mio» [Sono fatta di carne e silenzio].

Il concetto dell’altrove rinvia quindi a una dislocazione non solo spazio-temporale ma essenzialmente psichica, là dove l’hic et nunc, il “qui e ora”, si rimodula in ubique et semper, “ovunque e sempre”:

 

Sono viva

quando avanzi con il tuo sguardo

verso la mia fronte

e cerchi di leggermi parole

velate d’amore

parole che vanno oltre le labbra

parole che vorrebbero

crollarti come una preghiera

nel petto.

[Mi tiene in vita]

 

E dalla passione intensa dentro noi sorge la luce dopo un bacio, quasi un’allusione al virgiliano Omnia vincit amor:

 

Anche per te

arriveranno verità

come i raggi caldi dell’estate

e dovrai solo assistere

al sole che sorge

accanto all’armonia del mio canto.

[Nell’amore che mi vive dentro]

 

In realtà, la ποίησις della silloge, in parallelo all’intero, autentico repertorio poetico, canta qualcosa di più della natura, della vita nei suoi grandi eventi: illustra l’ininterrotta vicenda di trasformazioni e, soprattutto, dell’esistere e dello scomparire. Ciò accade perché il vissuto può coincidere, in particolare, con un’opera d’arte, o almeno con un atto di immaginazione creativa. Così intendeva Arthur Schopenhauer in un passo de Il mondo come volontà e rappresentazione:

 

La vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro: leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare.

 

Nello “sfogliare”, allora, le pagine de L’istinto altrove, seguendo l’indole personale o la logica, i lettori possono cogliere in contemporanea l’interdipendenza del vivere e del pensare, del creare e del progettare, dell’immanente e del trascendente, in una possibilità di interscambio simbolico tra la natura inanimata e il mondo umano:

 

Non è solo il cielo

ad occuparsi di noi

c’è il miracolo della vita

che ritorna

ed è tutto un disegno perfetto

pari ad un’eco dolce di mare.

È possibile che io incarni

il sentiero di una strada bianca di campagna

e tu lo scoglio che si lascia sconsacrare

dalle alghe.

[Non è solo il cielo]

 

Di conseguenza avanza, ricco di significati ulteriori, il silenzio, invocato con solenne emozione dalla Zanarella in numerosi brani della raccolta al punto di diventarne trait d’union strutturale:

 

L’amore quello vero

lo riconosci da quanta luce

ti entra negli occhi

da quanto fiato spendi

per trattenere un respiro.

Non occorre nemmeno

saper dire le parole giuste

perché basta un silenzio.

[L’amore quello vero]

 

Il tacere assoluto simboleggia, nella silloge, il luogo semantico di un divenire non proteso in avanti né rivolto all’indietro, ma esplicato all’interno, sotto forma di coscienza matura di non esclusione, incline a comprendere ogni possibilità:

 

Tu passi da un silenzio a uno sguardo

ed io sento lo stesso ossigeno.

[Tu passi da un silenzio a uno sguardo]

 

«A volte», spiega l’autrice, «le parole non servono». Così chiede alla persona amata di comunicare senza parlare: «io capirò cosa vuoi dirmi» [Mandami ancora il tuo silenzio]. Sempre che l’atto del tacere venga scelto liberamente e non subìto come imposizione: nel qual caso diventa, secondo le parole pronunciate tempo fa da Dacia Maraini, «pieno di echi sinistri, tracce di richiami falliti, di grida soffocate, di segnali di fumo che il vento ha disperso». Piuttosto, come la Maraini stessa scrive nella prefazione a L’istinto altrove, esso costituisce un intervallo:

 

Bandito il realismo, è solo il suono delle parole a svelare il loro significato più nascosto, più segreto.

 

Michela Zanarella

Michela Zanarella

Secondo il linguista e semiologo lituano Algirdas Greimas, il silenzio costituirebbe dunque un concetto strumentale, il quale, se inserito nella totalità significativa della poetica, conduce sempre a individuare i limiti ristretti e preziosi del messaggio elaborato. «Ti darei le mie parole / per unirle al tuo silenzio» [Ti verrei ad abbracciare], scrive la Zanarella, dopo aver privilegiato «chi sa prendersi cura / del mio silenzio» [Merito un amore]; un silenzio di cui «abbiamo entrambi bisogno / per far sgorgare la luce» [Anche il cielo può sembrare saturo], anche se «stanno in silenzio i tuoi occhi» [In quale mondo mi amerai?]; infine, «mentre io proverò a parlarti / tu mi guarderai con la forza / del tuo silenzio» [Passeremo i giorni ad innamorarci].

Nei versi appena citati, accanto ad esso agisce la sfera simbolica della luce, prima creatura di Dio che, secondo il Vangelo di Giovanni – tanto caro anche alla Ginestra leopardiana – fu rifiutata alle origini dagli uomini a favore dell’oscurità («Ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce», III, 19). Nelle pagine di Michela Zanarella, l’elemento risulta massimamente potenziato nel ruolo di alternativa o soluzione di fatto:  

 

C’è la luce migliore di me

sul fondo del tuo silenzio

e anche se il tempo

ci sta abituando più alle assenze

che alle presenze

io so che le nostre distanze

sono alleanze sacre.

[C’è la luce migliore di me]

 

Restiamo chiusi nel nostro mutismo, “illuminati” all’interno di un affascinante sistema di istituzioni letterarie (tropi, analogie, figure retoriche) all’altezza di divenire esempio di tradizionalità e, nello stesso tempo, ars originale in cui i brani non concretizzano un arco irrelato di esperienze inverificabili perché utopiche, ovvero basate sul valore di una trama lessicale non sottomessa allo scarto convenzionale di vero-falso. Ne emerge, invece, una lettura in grado di evocare la nostra esistenza, quali ne siano le condizioni immediate, dilatata sulla realtà vivente dell’arte in sé, anima e parola di un mondo da rifondare:

 

Non fermiamoci alla fatica

di stare in piedi.

Proviamo a non cadere

e quando il fiato si farà pesante

diamoci la mano.

Insieme ci schiariremo.

[Non fermiamoci alla fatica]

 

Ma la percezione epifanica di un’attualità inaspettata e invasiva, di lì a breve tempo destinata a manifestarsi con violenza, irrompe nel ragionamento poetico sotto forma di paradossale monito per i giorni a venire:

 

Ho negli occhi la radice

del nostro tempo

dove abbiamo imparato a tenerci per mano

in lontananza.

[Sarà che ti sento vento caldo]

 

CINZIA BALDAZZI

 

L’autrice del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o disputa possa nascere in relazione ai contenuti del testo e a eventuali riproduzioni, ricadendo unicamente sull’autore del testo ciascun tipo di responsabilità.

Il sogno di «Atelier» non ha confini: la nuova versione in lingua inglese

Il sogno di «Atelier», la nota rivista letteraria fondata da Giuliano Ladolfi nel 1996, non ha confini: dopo ventidue anni di vita cartacea, tre anni di «Atelier online», sul sito wwwatelierpoesia.it è disponibile il primo supplemento in inglese, a cura di Francesca Benocci, direttrice dei supplementi internazionali. Non si tratta di rincorrere mode esterofile, settore in cui l’Italia costituisce un modello pressoché irraggiungibile nel mondo, ma di diffondere anche all’estero un originale progetto di poesia e di ampliare il dibattito in altre zone del Pianeta al fine di arricchire le patrie lettere con contributi provenienti da ogni parte del globo e di arricchire il globo con le patrie lettere.

«Atelier» è e resterà un luogo di incontro tra coloro che credono nel valore umano della scrittura in versi. La redazione è composta da giovani studiosi che vivono in diverse parti del pianeta: Michele Bologna, Riccardo Canaletti, Anna Gadd Colombi, Angelo Nestore, Julian Peters, Matteo Pupillo, Meredith Paterson, Nicola Verderame.

Il primo numero si apre con un indice interattivo sui contenuti sullo sfondo di un mappamondo sul quale sono indicati i luoghi di lavoro degli autori. Segue l’editoriale del direttore Giuliano Ladolfi che indica gli obiettivi della nuova iniziativa («Atelier»: people-oriented poetry), quindi la presentazione del numero da parte di Francesca Benocci e una parte di un lungo saggio dello stesso Ladolfi di carattere estetico.

Angelo Nestore, in uno studio in spagnolo e inglese, parla dei festival della poesia in Spagna. Interviene quindi Julian Peters che presenta il resoconto, corredato da immagini, del suo viaggio in India. Segue la selezione di poesie di Mario De Santis, presentate da Giuliano Ladolfi e tradotte dalla direttrice editoriale. Chiude un saggio di Maredith Paterson dal titolo “Translating Sopuns: The OralitY of Ya-Wen Ho’s Poetry”: i tre poemi dello scrittore cinese sono corredati di simboli distintivi e della scritta “clic for audio” che consente di sentire l’audio di ciascun poema.

La parte grafica è curata da Francesca Benocci e da Francesco Teruggi.

Con il consenso del sig. Giuliano Ladolfi diamo pubblicazione per intero, nella parte che segue, all’editoriale da lui firmato per il prossimo numero dal titolo “«Atelier»: una poesia a misura d’uomo”, proponendolo prima in lingua originale e poi nella sua versione in lingua inglese.

 

Son l’aratro per solcare


Clemente Rebora, Frammento LXXII

 

La rivista «Atelier», trimestrale di poesia, critica e letteratura è nata nel 1996 su un preciso proposito estetico-filosofico.

«In tempi di solitudine e soffocante vaniloquio, di disaffezione e convulse trasformazioni, la nascita di una rivista di letteratura è insieme epilogo ed assunto, coinvolgimento nell’agonia di un ormai spento orizzonte poetico, ovvero di una determinata apertura di linguaggio sul magma dell’esistenza, e progetto (necessità, scommessa, urgenza) di una nuova, cioè rinnovata, modalità di chiedere sensatezza al mondo per il tramite della parola. È una risposta negativa, ma sofferta alla presunta morte della poesia, nella convinzione che muore una precisa pratica poetica, per lasciar spazio ad una differente coscienza creativa, tale da permettere la traduzione in forme inedite delle istanze che muovono da sempre una tradizione.

Il nostro appello è progetto di un luogo di ricerca e cernita, contro lo spreco verbale; un luogo di ascolto e sintesi nella deriva dei linguaggi. Niente di astratto: cerchiamo qui, in questo tempo disumano, voci di umanità, parole che siano schegge penetranti, testimonianze di un passaggio memorabile. C’è una fame repressa e incompresa di poesia, mossa da una fame immane di umanità: chi affonda lo sguardo nella miseria occultata dal delirio; chi sa attraversare compatente i luoghi in cui si mercanteggia la parola e la poesia s’impaluda e tradisce – premi, riviste, case editrici, giornali… –, non può non sentirla. Nessuna fuga verso un’apollinea terra promessa, dunque, perché uno stile, il particolare angolo di incidenza sul mondo dato alla parola, è sempre un’ipotesi di civiltà. E anche l’ironia e la finzione sono accessi “altri” al dramma della storia. Non crediamo nei facili profeti, nelle palingenesi millenaristiche, nei manifesti reboanti, ma nell’ascolto paziente, nella passione trasparente, nello scavo dell’acqua che smuove il terreno.

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Un precedente numero della rivista “Atelier”

Non abbiamo la supponenza di crederci originali; sappiamo che l’originalità è fedeltà al destino di una tradizione. Sentiamo semplicemente la necessità di iniziare un lavoro, perché “chi non sceglie una tradizione si limita a subirla” (Fortini) e il destino non è un fatto personale (poesia come espressione di sé, chiusa concupiscenza), ma un orizzonte di significanza che si apre nel linguaggio (poesia come insorgenza di senso ed accesso all’essere, cioè particolare forma di comunicazione). Questo, dunque, il nostro intento: contribuire al progetto della nuova poesia, con umiltà e discrezione, con la povertà dei nostri mezzi, per offrire nudo, e perciò costruttivamente criticabile, l’entusiasmo delle idee. Pro-gettiamo: buttiamo oltre il guado le proposte lasciando al di qua i personalismi e i pregiudizi. Siamo cioè spregiudicati e allo stesso tempo disillusi, poiché un assunto non può che essere germinale e appassionato. Siamo pronti a svolte, ripensamenti, crisi, fallimenti e successi; potremo prendere abbagli, correggerci lungo il percorso: il nostro è un fare tentativo, sperimentale. Siamo fedeli al futuro.

Non cerchiamo, perciò, uno spazio “tra” le altre riviste per coltivare il nostro orticello di vanità. Vorremmo creare gruppi aperti, costruire camminamenti che uniscano ciò che a molti pare separato e incomunicabile, iniziare un viaggio “attraverso”, “dentro” tutti gli spazi già consolidatisi e nascenti, per rubare in ognuno di essi un germe, un’intuizione, un appello, per rintracciare ovunque i riverberi di quel destino che ci unisce, con la speranza, anzi, di percorrere il tratto “con” molti altri.

Un luogo di incontro e lavoro, ecco la nostra rivista: incontro fra cultura ufficiale e cultura reale, fra teoria e pratica, fra critica e poesia, fra tradizione e nuove proposte. Un luogo in cui la militanza (il futuro non si aspetta, si suscita) sposa la ricerca scientifica, poiché uno sguardo progettuale deve per sua natura coniugarsi con uno sguardo retrospettivo audace – ed urge, oggi, una rivisitazione globale del Novecento, manifestatosi ormai nella sua compiutezza. Non solo poesia perciò, dal momento che ogni pratica di scrittura va ripensata nel rapporto dialettico con le altre.

Ecco perché abbiamo scelto di chiamarci “Atelier”: siamo artigiani della parola, letterati che non temono di sporcarsi le mani per tracciare qualche sentiero. Siamo attenti alla pratica della poesia, alla concrezione di lingua e vita nella scrittura, attenti soprattutto al testo, ma senza affettazioni accademiche e sterili intellettualismi, perché solo qui si invera e misura una poetica. Atelier: un luogo accessibile, di incontro, di progettazione, non il laboratorio occulto dell’esteta, non una stanza di astrusi alambicchi. L’autenticità del nostro movente è indicata dalla fragilità di chi si pone senza maschere, forse persino dall’ingenuità che accompagna la genuinità di queste pagine dimesse, sempre provvisorie, sempre consapevolmente inadeguate alle intenzioni – sempre in tensione. (Qui, sia chiaro, parliamo impudicamente di quel fronte minore che si affaccia sulla letteratura, dolorosamente consapevoli che “la minima buona azione – come ricordava Jahier – vale la più bella poesia”).

Per tutte queste ragioni abbiamo bisogno di lettori forti, animati dalla nostra stessa fame di opere sapide di umanità, capaci anche di migliorarci con critiche e consigli, perchè sinceramente impegnati, con noi, nell’amorevole ricerca di un avamposto dove tentare, con gesti gravidi di poesia, di svegliare l’aurora » (Marco Merlin, Editoriale del n. 1, aprile 1996).

Durante quasi tutto il Novecento, infatti, la poesia si è limitata a dire «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo» (E. Montale) come prova che la cultura occidentale, secondo la profezia di Heidegger, è giunta al termine. Nell’ultima parte del ventesimo secolo alcuni segnali hanno indicato che il vertice della parabola discendente è stato raggiunto e che lentamente si stavano tracciando nuove vie. In quella fase storica e culturale la poesia era diventata “rivelazione” di quel doloroso transito e “testimonianza” della rinascita di un nuovo umanesimo.

«Atelier» in quel momento si era posta in ascolto dei segni “minimi” in un àmbito che, superando il puro fatto letterario, cercava di estendersi alla comprensione dell’intero periodo storico. In tale prospettiva aveva assunto significato particolare la duplice operazione di rileggere criticamente il passato e di dar voce a nuovi autori.

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«Distruggi con attrezzi nunziali» consigliava René Char e «Atelier» si era proposta alla fine del secolo una rilettura della poesia italiana del Novecento secondo una visione critica che, superando un’analisi strutturalista e formalista incapace di comprendere la letteratura nelle sue molteplici valenze, considerava i testi come prodotto di un uomo colto nella concretezza storica, sociale e psichica, senza limitarsi a trattare di stili e di contenuti, ma affrontando anche in modo “audace” il problema della valutazione secondo una concezione estetica rivoluzionaria (cfr. Filologia, critica e antropologia letteraria, «Atelier», n. 5, marzo 1997).

Alla luce di una simile impostazione si è lavorato poi anche sulla recente poesia italiana mediante uno studio critico sistematico e mediante la presentazione di nuovi autori, nella convinzione che fosse necessario riscoprire il valore della “parola” perché tornasse a dire “ciò che siamo e ciò che vogliamo”. Si trattava però di una parola profondamente diversa da quella del poeta-vate, guida dei popoli, diversa dalla parola illuminatrice dei Decadenti, si trattava di una parola umile, che affannosamente cercava una piccola e provvisoria verità, un brandello di certezza destinato a essere superato da altre ricerche, una parola “umile”, che da questa umiltà traeva la sua consapevolezza e la sua missione etica.

La nostra prospettiva critica non poteva non suscitare dibattito all’interno della cultura italiana, pertanto, in conformità agli obiettivi originari, la rivista si era presentata come un vero e proprio “laboratorio” di idee, aperto a tutti coloro che sapessero presentare opere o riflessioni di valore. Lontani da ogni intento di consorterie o di interessi estranei alla letteratura, «Atelier» aprì un vero e proprio dibattito sulla condizione della poesia con tutti coloro che amavano la scrittura in versi.

E proprio nella prospettiva di una strenua attenzione all’attualità assunse significato l’obiettivo di valorizzare i giovani, la parte della società più sensibile ai cambiamenti. Non è un caso che uno dei due direttori, Marco Merlin, abbia iniziato con il sottoscritto questa avventura all’età di 23 anni e che abbiamo offerto spazio alla nuova generazione. E testimonianza dell’enorme interesse dedicato ai giovani è l’antologia L’opera comune. Poeti nati negli Anni Settanta (1999) e La generazione entrante Poeti nati negli Anni Ottanta (2011), quest’ultima a cura di Matteo Fantuzzi.

Non è mancato uno sguardo alle letterature straniere, soprattutto dal 2014, quando è cambiata la direzione editoriale della pubblicazione cartacea, passata da Marco Merlin a Guido Mattia Gallerani, e quando Fabiano Alborghetti ha iniziato l’avventura di «Atelier online» (www.atelierpoesia.it), che presenta in rete testi di autori di tutto il mondo.

Con questa nuova iniziativa ci accingiamo ad affrontare una terza avventura: sotto la direzione di Francesca Benocci, la nostra rivista si apre in modo più determinato all’intero pianeta con il duplice obiettivo di diffondere anche all’estero il nostro progetto di poesia e di ampliare il dibattito in altre zone del pianeta al fine di arricchirci e di arricchire. La globalizzazione economica non sempre corrisponde a una globalizzazione culturale e troppo spesso persegue obiettivi finanziari, estranei agli intenti genuinamente letterari.

Per tali motivi vorremmo che «Atelier International» diventasse un luogo di “incontro” e di “confronto” mondiale, con il seguente programma:

  1. Fondazione di un’estetica a misura d’uomo, capace di distinguere la filologia dalla critica letteraria;
  2. Proposta di una poesia “a misura d’uomo”;
  3. Studio della poesia contemporanea;
  4. Motivate valutazioni di testi contemporanei senza sudditanza psicologica, audaci al punto di suscitare critiche con ricadute salutari;
  5. Valorizzazione dei giovani e di autori di valore lasciati al margine dalla critica ufficiale;
  6. Dibattiti su questioni “fondanti”;
  7. Organizzazione di convegni, incontri, in ogni parte del pianeta;
  8. Pubblicazione di testi di valore.

Oggi più che mai si avverte l’improrogabile bisogno di aprirsi a una dimensione mondiale e lo si avverte proprio perché la cultura occidentale è giunta al “suicidio” nella concezione nichilista dell’esistenza. La grande tradizione classica, cristiana, illuminista e romantica ha ceduto il passo al vuoto culturale, testimoniato dal Decadentismo e dal Novecento, per cui soltanto un innesto con altre tradizioni può costituire il farmaco in grado di rivitalizzare la cultura del nostro continente. E, se consideriamo che la nostra mentalità sta occupando l’intero pianeta, non può sfuggire come questa operazione presenti caratteri di urgenza.

Si tratta soltanto di un sogno? Nessuno pretende sconvolgere il mondo, vogliamo soltanto offrire il nostro contributo di pensiero e di lavoro secondo i versi di Clemente Rebora: «Son l’aratro per solcare
 / altri cosparga i semi, / altri èduchi gli steli,
/ altri vagheggi i fiori,
 / altri assapori i frutti».

 

Di seguito l’editoriale in lingua inglese:

 

«Atelier»: people-oriented poetry

Giuliano Ladolfi

Translated by Francesca Benocci

 

Son l’aratro per solcare

(I am the plough to dig)


Clemente Rebora, Fragment LXXII

«Atelier» magazine, a poetry, literature, and literary criticism quarterly, was born in 1996 from a precise aesthetic-philosophical resolution.

«In times of solitude and choking nonsense, of disaffection and convulsive transformations, the birth of a literary magazine is both an epilogue and an assumption, an involvement in the agony of an already dull poetic horizon, in other words of a determined openness of language on the magma of existence, and project (need, bet, urgence) of a new, that is renewed, modality of asking the world for sensibility through words. It is a negative, but pained, answer to the alleged death of poetry, in the conviction that a specific poetic practice is dying, to make space for a different creative consciousness, such to allow the translation of those instances that have forever moved a tradition into an unprecedented form.

Our project of a place of research and sorting, sifting verbal waste; a place of listening and synthesis in the drift of languages. Nothing abstract: we seek herein, in this inhuman time, voices of humanity, words that are penetrating slivers, testament to a memorable passage.  There is a repressed and misunderstood hunger for poetry that arises from an enormous hunger for humanity: those who dip their sight in the misery effaced by delirium; who know how to commiseratingly cross those places in which words are bartered and poetry gets stuck in the mud and betrays – prizes, journals, magazines, publishing firms, newspapers -, cannot ignore it. No escape towards a Dionysian promised land, then, because a style, that peculiar angle of incidence on the world given to words, is always a hypothesis of civility. And even irony and fiction are “other” accesses to the story’s drama. We do not believe in easy prophets, in millenarian palingenesis, in rambling manifestos, but in the patient listening, in the transparent passion, in the digging of water that moves soil.

We do not have the hubris of believing ourselves unique; we know that uniqueness is fidelity to the destiny of a tradition. We simply feel the need of starting something, because “who does not choose a tradition can only endure it” (Fortini) and destiny is no personal matter (poetry as the expression of self, closed concupiscence), but a horizon of significance that opens into language (poetry as insurgence of sense and access to existence, that is a particular form of communication). This is, then, our intent: to contribute to the new poetry project, with humility and discretion, with the poverty of our means, to offer – naked, so potentially the object of constructive critique – the enthusiasm of ideas. We ‘project’: we throw our proposals across the ford, leaving on this side personalisms and prejudice. We are then both unbiased and disillusioned, since an assumption can only be germinal and passionate. We are ready for turning points, rethinking, crises, failures and successes; we might blunder, and correct ourselves along the way: our ‘doing’ is tentative, experimental. We are loyal to the the future.

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Giuliano Ladolfi

We are thus not looking for a space “between” the other magazines to nurture our little garden of vanity. We would like to create open groups, builds paths that unite what many see as separate and incommunicable, begin a journey “through”, “inside” all those already consolidated or newborn spaces, to steal in each one of them a seed, an intuition, a plea, to track everywhere the reverberations of that destiny that unites us, with the hope, actually, of walking this stretch “with” many others.

Our magazine is space of encounter and work between official and real culture, theory and practice, critique and poetry, tradition and new proposals. A space in which activism (you cannot wait for the future, you have to cause it) joins scientific research, because a projectual gaze has to naturally conjugate with a daring retrospective one – and it is pressing, today, a global revisitation of the 20th century, that by now has manifested itself in its entirety. Not only poetry, then, since every writing practice has to be rethought in its dialectic relation with the others.

And that is why we decided to call ourselves “Atelier”: we are artisans of the word, literati that are not scared of getting their hands dirty to trace some paths. We are mindful of the practice of poetry, of the concept of language and life in writing, above all we are mindful of the text, but with no academic pretence and sterile intellectualism, because only here the poetic is made true and measured. Atelier: an accessible space, of encounter, of planning, not the occult laboratory of the aesthete, not a room of abstruse alembics. The authenticity of our motivations is suggested by the frailty of those who pose unmasked, maybe even by the naivety that accompanies the sincerity of these demure pages, always temporary, always consciously inadequate to the intentions – always in tension. (Here, to be clear, we shamelessly talk of that minor front that opens on literature, painfully conscious that “the smallest good deed – as Jahier reminds us – is worth the best poem”).

For all these reasons we need strong readers, animated by our same hunger for works tasty of humanness, also able to give critique and advice, because sincerely engaged, with us, in the loving search for an outpost from which to attempt, with gestures pregnant with poetry, to awaken dawn» (Marco Merlin, Editorial of n. 1, April 1996).

During almost all of the 20th century, as a matter of fact, poetry has limited itself to saying «what we are not, what we want not» (E. Montale) as proof that the Western culture, as predicted by Heidegger, has come to its end. In the last part of the century some signs indicated that the vertex of the descending parabola had been reached and that new ways were slowly being drawn. In that historical and cultural phase poetry had become “revelation” of that painful shifting and “testimony” of the rebirth of a new Humanism.

«Atelier» at the time tuned itself into listening to the “minimal” signs of an environment that, superseding the pure literary fact, was striving to extend to the comprehension of the historical moment in its entirety. In that perspective, the double operation of critically re-reading the past and giving voice to new authors was of paramount importance.

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Un precedente numero della rivista “Atelier”

«Destroy with nuptial tools» René Char advised, and «Atelier» proposed itself, at the end of the century, a re-reading of ‘900’s Italian poetry according to a critical vision that, overcoming a structuralist and formalist analysis unable to encompass literature in its multifaceted significances, considered texts as the product of an educated man in historical, social, and psychic concreteness, without the limitation of having to deal with style and content, but also “boldly” facing the problem of the evaluation according to a revolutionary aesthetic conception (see Filologia, critica e antropologia letteraria, «Atelier», n. 5, March 1997).

In light of a similar configuration we have also worked on recent Italian poetry by mean of a systematic critical study and the launch of new authors, with the belief that a rediscovery of the worth of the “word” was necessary, for it to go back to saying “what we are and what we want”. It was, though, a very different word from that of the poet-prophet, guide of the people, different from the illuminating word of the Decadents; it was a humble word, that was frantically seeking a small, temporary truth, a shred of certainty destined to be superseded by further research, a “humble” word, that from this humility drew its awareness and its ethical mission.

Our critical perspective could not fail to raise a debate in Italian culture, therefore, in conformity with the original objectives, the magazine presented itself as a true and proper “workshop” of ideas, open to all those who had valuable work or reflections to offer. Far from any aim at a clique or at interests other than literature, «Atelier» opened a real debate on the condition of poetry with all the lovers of verse writing.

And precisely in this perspective of a strenuous attention to modernity, the objective of promoting the young – that part of society more sensitive to change – acquired its meaning. It is not accidental that one of the two directors, Marco Merlin, started this adventure with yours truly at the age of 23, and that we granted space to the new generation. And testimony to the huge interest in the young is the anthology L’opera comune. Poeti nati negli Anni Settanta (1999) and La generazione entrante Poeti nati negli Anni Ottanta (2011), this last edited by Matteo Fantuzzi.

Foreign literature has not been neglected, either, especially since 2014, when the editorial direction of our paper issue shifted from Marco Merlin to Guido Mattia Gallerani, and when Fabiano Alborghetti started the «Atelier online» adventure (www.atelierpoesia.it), which represents texts by authors worldwide, in Italian translation.

With this new initiative we are preparing ourselves for a third adventure: under Francesca Benocci’s direction, our magazine opens in a much more determined way to the whole planet with the aim of enriching us and everybody else. Economic globalisation does not always correspond to a globalisation of culture and too often it pursues a monetary aim, alien to genuinely literary intentions.

For these reasons we would like «Atelier International» to become a space of global “encounter” and “exchange”, with the following programme:

  1. a) Establishment of a people-oriented aesthetic, able to distinguish philology from literary criticism;
  2. b) Proposal of a “people-oriented” poetry;
  3. c) Study of contemporary poetry;
  4. d) Motivated evaluations of contemporary texts without any psychological subjection, daring to the point of becoming criticism with healthy repercussions;
  5. e) Promotion of the young and of valuable authors left on the sidelines by official critique;
  6. f) Debate on “core” matters;
  7. g) Organisation of conferences, meetings, all over the world;
  8. h) Publication of valuable texts.

 

Today more than ever one feels the undelayable need of opening up to a global dimension and it is perceived precisely because Western culture has come to its “suicide” in the nihilistic conception of existence. The great Classic, Christian, Illuminist, and Romantic tradition has given way to cultural void, testified by Decadentism and 1900, therefore only a graft with other traditions can constitute the medicine able to revitalise our continent’s culture. And, if we consider that our mentality is occupying the whole planet, it cannot be missed how this operations presents a characteristic urgency.

Is it just a dream? Nobody wants to turn the world upside down, we only want to offer our contribution of thought and work, along the lines of Clemente Rebora’s verse: «Son l’aratro per solcare
 / altri cosparga i semi, / 
altri èduchi gli steli,
 / altri vagheggi i fiori,
 / altri assapori i frutti». («I am the plough to dig / others scatter the seeds, / others bring up the stems,/ others admire the blooms, others savour the fruits»).

 

Giuliano Ladolfi Editore s.r.l.

Amministratore Delegato

Fondatore e Direttore Rivista Atelier

Corso Roma 168 – 28021 Borgomanero (NO)

Tel. 032-2835681

Mai: ladolfi.editore@gmail.com

Sito casa editrice: www.ladolfieditore.it

Sito rivista: www.atelierpoesia.it

 

Si pubblica su questo spazio online l’editoriale del prossimo numero di “Atelier” firmato da Giuliano Ladolfi dietro sua richiesta e concessione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. Parimenti, con le medesime condizioni, si riporta il testo integrale dell’editoriale in lingua inglese tradotto da Francesca Benocci.