“Ritorno al bosco: sinestesie morali” di Francesco Ganzetti

Ritorno al bosco: sinestesie morali di Francesco Ganzetti

SEGNALAZIONE VOLUME

Sinossi:

uIn questo saggio morale si riprende il tema della waldgang Jungeriana e si cerca di declinarla secondo gli attuali temi ecologici e della sostenibilità.
L’autore prima ci accompagna attraverso le sue esperienze sinestetiche per ciascuna essenza arborea, cercando di fonderle agli elementi del mito classico 
e nordico da un lato, alle evidenze scientifiche dall’altro, per ricongiungersi al rapporto morale che l’uomo intrattiene con gli alberi nella vita economica e sociale. 
Si affronta poi il tema del bosco tout court come luogo altro, dove è la comunità a guidare l’individuo, ed il tempo circolare prevale su quello lineare delle religioni monoteiste da un lato,  e della nostra civiltà dei combustibili fossili dall’altro. Nella ultima parte, a maggiore ortodossia filosofica, si riprende la figura del dio dei boschi per eccellenza, Pan,  ripercorrendone la svalutazione cristiana nella figura di un Diavolo sofferente.L’orizzonte poi si allarga sulla teoria di Gaia, ormai evidenza scientifica da una trentina di anni,  come corroborazione della necessità di una morale di comunità che guidi, e quando necessario sovrasti, le necessità di una morale basata precipuamente sull’individuo,  su cui si imperniano tanto i monoteismi che la dottrina liberale classica. Il saggio termina con l’invito sinestetico ad accompagnarci, durante la nostra esplorazione del bosco, con famose composizioni sinfoniche sulle ninfe:  quando intuiremo la presenza di Pan saremo certi di aver intrapreso la giusta via morale.
Alcuni estratti:
“Mi capitò di sedermi dove le piante secche e spinose a fine estate, tipiche della fascia sub-mediterranea,  erano meno frequenti, e di riposare lo sguardo  verso un piccolo pertugio sulla città. Mi fu impossibile non abbandonare ogni tensione alla danza acustica delle tachinidae, piccole mosche a loro modo danzanti, e contemporaneamente, fatto questo sì che mi sorprese, riconoscere fisicamente l’effetto doppler nei loro percorsi erratici: la matematica ci aiuta a spezzettare bellezze troppo complesse per essere colte intere in pezzettini alla nostra misura, visto che le scale fisiche e soprattutto temporali, i tempi lunghissimi dell’evoluzione, non sono immediatamente alla portata della nostra comprensione. “
“Qual è il prezzo che i monaci devono pagare e che ci hanno fatto poi pagare? É difficile resistere alla bellezza del bosco: “il bosco ha orecchie”, come diceva il clero francese, ed è facile invece essere assaliti dalla paura di perdersi nella bellezza diffusa nel bosco: è il così detto attacco di panico, perché Pan, il signore dei satiri e rappresentazione della forza vitale spermogonia, spaventerà così profondamente i primi evangelizzatori nelle foreste, da prenderlo a modello per la rappresentazione del Diavolo, con le corna e le gambe caprine tipici fin dall’iconografia pre-ellenistica. “

“A tempo e luogo” di Angelo Andreotti, recensione di Lorenzo Spurio

Angelo Andreotti, A tempo e luogo, Manni, Lecce, 2017.

Recensione di Lorenzo Spurio

 

La casa aveva radici di pietra

le pietre si consumavano nel tempo

ma il tempo non la finiva di edificare (31)

cop andreotti - a tempo.jpgSulla scia di una poesia contemporanea che rigetta la sperimentazione per ancorarsi a una tradizione d’impostazione perlopiù classica, Angelo Andreotti nel suo nuovo libro A tempo e luogo (Manni, 2017), compone il continuo percorso dell’uomo in un corollario mitico di essenze imbevute in uno scenario che più naturalistico non potrebbe essere. La natura non è, però, il locus romanticamente preso in esame quale elemento-simbolo, archetipo indivisibile dall’intensità emotiva; neppure è richiamata per motivazioni che potrebbero addirsi a dimensioni marcatamente agresti e sublimi, incantante e leggiadre, nemmanco di civica riflessione improntata all’interesse di salvaguardia ambientale. La natura di Andreotti s’identifica negli emblemi in sé ricchi delle figure-simbolo del bosco (contrapposto alla città mai nominata ma che intuiamo e al focolare domestico), del fiume, della terra e della presenza di corpi celesti che annunciano ciclicamente l’avanzata della sera, piuttosto che la vigilia del giorno come le succose “cosce nude della notte” (71).

 La natura, allora, non è propriamente cornice vegetativa della narrazione sensoriale finendo per apparire in maniera assai più distinta e pregnante come un sodale compagno col quale intrattenersi a discutere, una presenza costante che è lì non solo perché qualcuno di più Alto ce l’ha posta ma per essere la volitiva protezione del tormento dell’uomo nella sua spersonalizzante condizione che lo porta a rincorrere quel desiderio mitico, primordiale, di ritorno alla natura. Se esso non la interpella direttamente, se il poeta non ci dice di sedersi su una roccia al margine del fiume, è perché visivamente il lettore è in grado di comprendere da sé questa simbiosi inverosimile tra la componente vegetale, e più in generale dotata di una linfa equorea, e l’uomo in un sodalizio che viene ravvivato dal clima di calma dell’ambiente capace di amplificare la comprensione di sé stessi, di incenerire dubbi o arroventare incomprensioni. Ed è lì che si ravvisa quel sentimento di fuga e di ricerca, in quello spazio liminare che separa la casa dal bosco, la vita del rumore e della abitualità da quella armonica e fruttuosa del mondo silvestre.

Due gli aspetti centrali dell’intera silloge sui quali il lettore è chiamato a fare una riflessione più ampia a partire dagli elementi che ricorrono con spasmodica frequenza, quasi in ogni lirica, a dettare il filo rosso di un percorso che è poetico ma anche e soprattutto umano, di carattere evolutivo. Da una parte il mondo della liminarità, vale a dire di tutto ciò che s’identifica a livello simbolico nella forma della soglia, del margine, del limite ovvero di uno spazio che, paradossalmente, è un non-spazio, privo di identificazione e caratterizzazione proprie essendo, per sua collocazione, un avamposto sincretico di prima e dopo, di qua e di là, degli elementi che trova a congiungere e, al contempo, limitare. La poetica di Andreotti è un mare magnum di espressioni che con perizia e ricorrenza s’imperniano nella meticolosa resa di immagini e situazioni nella forma di un limite: un varco da passare, un baratro sconosciuto, un abisso provvidenziale, un’apertura potenzialmente salvifica. Si tratta, allora, di ricercare negli spostamenti dell’io lirico, nel groviglio sofisticato di pensieri che non di rado hanno del filosofico (echi eraclitiani, ma anche alla saggezza di S. Agostino) verso un oltre in un tragitto che è in continuo divenire tra partenze, soste, ritorni e ripartenze, nella complessità mobile del flusso inarrestabile dell’esistenza. Il fiume, che nel suo emblematico corso sinuoso fa ricordare l’immagine di un serpente, diviene allora la forma più esplicita di questa rabdomantico percorso di fuga, ricerca e crescita che si compie in quei momenti in cui l’animo del Nostro libra flessuoso o salpa convinto, piuttosto di arrendersi all’evidenza di un dubbio insolvibile. “È che in fondo tempo e fiume si assomigliano:/ entrambi scorrono/ restando/ nel punto esatto da cui se ne sono andati” (61) annota Andreotti, anticipando quello che è il secondo nucleo tematico: il tempo.

Andreotti lo richiama continuamente ed esso lo sentiamo vivo e pulsante, come un ticchettio rumoroso e inarrestabile, mentre leggiamo i vari versi. Una presenza tacita ed ubiqua, in ogni singola stanza delle varie poesie che si fa talora motivo d’elucubrazione, monito di sfida, riflessione amara, considerazione ineluttabile e dolorosa, portando con sé non di rado un carico pesante di immagini legate a un passato ormai lontano. Nella poetica di Andreotti è evidente quanto il tempo, ossia la riflessione sul tempo, possa essere condotta in maniera serrata e vigorosa partendo dalla considerazione che esso c’è, non visto, anche per chi non se lo pone come dilemma o come costruzione astratta da discutere ed elaborare in termini razionali.

Ecco allora che entrambi gli elementi investigati in vari modi e da angolature differenti nel corso di questo piacevole percorso poetico si ritrovino in sé uniti più di quanto sia possibile credere. La poetica di Andreotti, infatti, si assesta sulla consapevole ricerca di un dialogo con l’Assoluto per mezzo dell’interrogazione di filtri di consapevolezza legati alle canoniche categorie logiche di kantiana memoria, che sono il tempo e lo spazio. Del luogo, che è quello atavico e primitivo identificabile nella Dea Madre, l’analisi è condotta puntualizzando la discontinuità e frammentarietà degli spazi da lui evocati nei loro distingui e separazioni, nelle aree di intersecazione e promiscuità, negli ambiti interstiziali e comunicanti che descrivono la figura del limite. Immagine paurosa e indescrivibile in toto perché configurabile mentalmente secondo i parametri del mistero e, dunque, del terrore.

Contestualmente, il tempo non è quello lineare o descrivibile nelle tre accezioni di passato, presente e futuro, preferendo assestarsi attorno a un piglio diaristico e diretto, personale e al contempo condiviso (la narrazione poetica è spesso affidata a un imprecisato “noi” piuttosto che a un sottinteso soggetto di prima persona). È il tempo del ricordo, ma anche dell’attesa, il tempo del cambiamento, un tempo che ritorna e che si ripercorre per la capacità avuta di donare emozioni che si rincorrono. In varie poesie percepiamo l’idea di una confusione temporale che è chiaramente voluta a rendere, forse, un periodo di sbandamento o di noia, di anoressia sentimentale o di ripiegamento del proprio animo. Ad ogni modo la riflessione sul tempo quale presenza, minaccia, quale concetto filosoficamente ed umanamente parlando, pervade l’intera raccolta. Eccone alcuni esempi chiarificatori: “Di notte le ore contano di meno/ se aggrovigliamo il tempo alle parole” (45); “Noi continuiamo a essere dove siamo già stati/ e già siamo là, dove andremo, poiché viviamo/ anche la vita che avremo potuto vivere” (78). Ecco perché l’autore non poteva rendere in termini sintetici al meglio del titolo che ha scelto per l’opera: A tempo e luogo. Ha il sapore di una promessa, resa tramite una forma idiomatica pregna di speranza o, forse, di malcelata remissione verso un’esistenza che, pur in lento e continuo cambiamento, è un reticolo difficile e non a vista, fatto di soglie da varcare e abissi da cui star lontani.

La resa impressionistica di alcuni versi (“silenzio spaccato/contro l’orlo acuto della memoria”, 16) permette di sfiorare poesie lorchiane, soprattutto quelle notturne e in presenza di luna, di percepire vaghi echi luziani in quel vento spesso irruente, capace più di gelare l’animo che far venire la pelle d’oca: il vento che “tutto toccava/ma nulla afferrava” (10). L’impostazione assertiva di alcune costruzioni fa pensare anche al primo Saba sebbene sviscerato della componente prettamente civica e ideologica. Fascino verso la captazione frammentaria di un mondo ricostruito mediante fotogrammi fortemente visivi e dalla resa cromatica impressionante. Non è un caso che la seconda parte del volume si apra con una citazione in esergo di Giovanni Testori che recita: “Noi conosciamo/ solo per frammenti/ e solo per frammenti/ possiamo profetare”.

Con aplomb e un fare rassicurato Andreotti parla della limitatezza dell’uomo nel conoscere l’immensità del creato, visibile ed invisibile, che lo rende, come ogni altro essere, imperfetto e incompleto dalla nascita. Preveggenza e totalità dello scibile che è data, forse, solo a Dio e che l’uomo difetta clamorosamente rendendosi egli stesso spesso autore o fautore di circostanze in sé perigliose, frutto d’avvedutezza, eccessiva spontaneità e di incontenibile vibrato emozionale.

Il tempo è chiaramente la soglia più grande e terrificante. Un tempo che sa di perduto e di consumazione, ma anche di ricerca mitica, di ferrea convinzione, di smodata e incontrovertibile prestanza. Esso non solo è trascorso ma è percorribile come uno spazio. Andreotti ce lo caratterizza in tutte le gradazioni possibili inimmaginabili, comprese quelle più convulse ed atipiche, quelle ideogrammatiche e capaci di registrare la convulsione del pensiero dell’uomo: il tempo sa essere “rapido” (26) ma anche “sospeso” (28) nonché “vuoto” (29), pieno di “insidie” (12) e di “dimenticanze” (29) tanto da essere una sorta di evanescenza (Andreotti parla della “opacità del tempo”, 41) o recrudescenza della stessa vita: esso è “soltanto l’inganno di un presente/ sottratto alla sua assenza” (36). Soprattutto esso è un crudele spartiacque, una soglia impetuosa perché, da qualsiasi punto lo si osservi, esso “divide e distingue” (61). Bonario come un fanciullo esso mostra “pazienza” (74) che non è che una forma ambigua di “illusione” (76) che lo maschera a qualcosa d’altro, difatti come un temporale furibondo o un mostro infido esso “s’incurva” (86).  A tutto ciò Andreotti contrappone una granitica certezza, un’impareggiabile verità che sembra aver maturato da una affiatata e pervicace analisi introiettiva col tempo: esso “ci accade” (22) ovvero, per usare altre sue parole ad effetto, “ci trascorre in mezzo” (23). Verità che si fa, però, assai vacua e indistinta se incalzata da un dilemma profondo con il quale ci si chiede: “Ma noi lo sappiamo/ che scambiamo la vita con il tempo?” (68).

Lorenzo Spurio

Jesi, 16-01-2017

“Punte”, poesia di Emanuele Marcuccio, con vari commenti critici

PUNTE
(poesia di Emanuele Marcuccio)

la punta di un albero in piazza
espande
propaggini
profumi
 
 
nella notte
 
 
 
la punta di un iceberg nel glaciale
propaga
bufere
 
 
all’aurora

4 settembre 2013

Commento a cura di Luciano Domenighini

Bipartita, perfettamente simmetrica, in due brevi strofe raccordate dall’incipit comune, dal predicato (“espande propaggini” è sinonimo di “propaga”) e dalla coda in monoverso. La forma dicotomica, anaforico-oppositiva, si realizza nella puntuale corrispondenza degli elementi (“albero in piazza”/ “iceberg nel glaciale”, “profumi”/“bufere”, “nella notte”/“all’aurora”) riferiti al comune soggetto iterato (“la punta”) e opera una “variatio” netta, definendo due paesaggi, due climi, fisici e psicologici, totalmente differenti se non antitetici. È anche questa una lirica declinata lungo spazi immensi, che mette in relazione luoghi lontanissimi e diversissimi contenendoli in una struttura verbale sobria e sintetica. Sono solo le parole a sostenerne le corrispondenze e a suggerirne la magica analogia poetica. “Punte”, nella sua essenzialità, nel suo ammirevole rigore formale, rappresenta un ulteriore passo in avanti in quell’“ermetismo cosmico” che sembra essere il nuovo approdo poetico della più recente produzione di Marcuccio.

LUCIANO DOMENIGHINI

Travagliato (BS), 8 settembre 2013

Commento a cura di Lorenzo Spurio

foto per Punte MarcuccioAltra lirica del Marcuccio sintetico dal titolo curioso e affilato, “Punte”. Chiaramente ci si riferisce ad altitudini, a elementi che rimandano nel nostro vivere quotidiano a una sensazione di altezza, di prominenza, di piano superiore nel quale ci troviamo comunemente noi mortali. È la natura ad assumere questa posizione di risalto, di rilievo, quasi come se salisse su un piedistallo e da lì dominasse onnipresentemente l’uomo che, pure, è parte di essa. La poesia dal taglio asciutto e a tratti incalzante va letta in maniera veloce per assaporarne l’andamento serrato che miscela nei versi il contenuto di un pensiero ricco ed elaborato. Marcuccio, giunto ormai a quella che anche lui definisce una fase poetica sintetica, o addirittura ermetica, dà prova con questa poesia di sapersi misurare con un metro nuovo dettato principalmente dall’accostamento di suoni che contribuiscono ad armonizzare, seppur in maniera ridotta, la lirica. Si noti ad esempio il suono della bilabiale “p” che si ripete in tutta la prima parte della lirica (punta, piazza, espande, propaggini, profumi). A livello tematico i nuclei concettuali, che vengono posti su una sorta di bilancia a doppio piatto, sono due: l’escrescenza di un albero che si eleva verso l’alto, il Cielo e Dio diffondendo un profumo vegetale che possiamo ipotizzare sia quello di qualche odorosa conifera e poi nella seconda parte uno scenario completamente diverso: la location un ecosistema boreale o comunque artico dove è l’iceberg con la sua punta di gelo che invece assiste a marosi e bufere.
Marcuccio dà inoltre al lettore una più precisa caratterizzazione della temporalità in cui queste due istantanee vengono colte: di notte la prima (possiamo figurarci un cipresso ai margini di un cimitero se decidiamo di interpretare i versi in maniera neogotica) e l’aurora che, appunto, ricalca l’idea già espressa di una dimensione boreale e che, come da contraltare si oppone all’idea della notte, proiettando colorazioni tenui di un giorno alle porte. Niente di superfluo è aggiunto e la lirica, priva di una determinazione sonora data dalla punteggiatura, continua a volteggiare impetuosa tra due scenari che si danno l’un l’altro il turno per salire sul palcoscenico della natura inviolata.

LORENZO SPURIO

Jesi (AN), 7 ottobre 2013

Commento di Rosa Cassese

Per Emanuele Marcuccio tutto può divenire poesia, basta saper cogliere l’essenza naturale; un albero con le sue punte, guardato da un’angolazione atta a cogliere la “salita” verso alte cime, può determinare un momento di pura osservazione o di “estasi”, fantasticando un parallelismo del tutto diverso di due paesaggi lontanissimi. Leggo nella “punta di un albero” del primo paesaggio, l’orgoglio di una piazza di paese o città, che “espande” profumi mentre si “erge” maestoso e quasi imponente nella notte in cui, smesso il vociare, si nota solo il fruscìo delle sue propaggini. Una punta diversa, quella del secondo paesaggio, in un ambiente glaciale, come dire, la “punta” dell’iceberg umano che, invece, “propaga bufere” in un’aurora boreale. Le due “visioni” di punte contrapposte tra notte ed aurora, tra una piazza ed un iceberg, denotano la vastità di voler spaziare mentalmente, effetto che solo un acuto indagatore della natura può fare. Poesia sempre piacevole alla lettura, nella sua essenzialità profonda.

ROSA CASSESE

18 ottobre 2013

 

Commento a cura di Susanna Polimanti

Bellissima poesia di Emanuele Marcuccio che sintetizza in versi molto brevi il significato sacro dell’albero, quale maestro di vita, con le sue punte dona valore energetico e si dirige verso le altezze, verso dunque una vera e propria evoluzione. Tuttavia, l’evoluzione di un individuo spesso viene bloccata da circostanze contrarie che come un iceberg ne impediscono il potenziale e la forza. Complimenti al poeta Marcuccio che riesce sempre a nascondere dietro i suoi versi, le difficoltà e gli impedimenti del nostro vivere quotidiano.

Susanna Polimanti

Cupra Marittima (AP), 18 ottobre 2013

Commento a cura di Marzia Carocci

Il poeta, sincronizza il tempo dove  l’albero/vita procura profumi e olezzi che espande nel tepore notturno, quindi rimbalza al lettore un senso di calma, di osmosi di verde dove la punta/apice è visibile nel buio circostante.

Per contro la punta/apice di un iceberg ci porta alla sensazione visiva di bianco, di freddo di nebbia e luce abbagliante mentre il  tutto si fa neutro e aurora d’intorno.

Le punte determinano la visione astrale di chi guardando “oltre”, ferma l’immagine e delimita l’istante. In questo caso il tempo/periodo visto da due angolazioni completamente opposte: la notte e il giorno.

Marcuccio un’altra volta gioca con le parole e ne fa oggetto in costruzione fino alla completa  formazione di un concetto vedibile sui riflessi dei suoi stessi  idiomi.

 Marzia Carocci

Firenze, 22 ottobre 2013

LA POESIA VIENE QUI PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE.

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“Leggenda di un amore eterno” di Monica Pasero, recensione di Lorenzo Spurio

Leggenda di un amore eterno di Monica Pasero

Rei Edizioni, 2013

ISBN: 9-788827-590409

Pagine:120 – Costo: 10€

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

copE’ un dato di fatto che il bosco sia un luogo che spesso nelle narrazioni viene a configurarsi come oasi di pace, perché lontano dal caos della città e quindi come spazio incontaminato e puro; nella letteratura per l’infanzia, inoltre, esso è spesso associato a luogo magico per eccellenza con la presenza di maghi, streghe bianche o nere, druidi e quant’altro. Si pensi a quante vicende importanti del mondo delle favole avvengano nel bosco “incantato”, spazio del meraviglioso dove tutto può accadere, location sorprendente che si differenzia dal mondo dell’ordinario e dove anche il sogno, quale espressione dell’inconscio, spesso trova manifestazione o trasposizione in eventi ascrivibili nel mondo del surreale. Questa considerazione è altrettanto valida per quanto concerne il libro di Monica Pasero, scrittrice piemontese che lega con abilità e coscienziosità di scrittura il tema amoroso a quello fiabesco, come nella migliore tradizione delle fiabe. E non è un caso, infatti, che nella prefazione di Stefano Carnicelli si richiami per una serie di analogie con il personaggio principale, la figura dell’eroina sfortunata di Cenerentola.

Il bosco, dunque, quale luogo di una natura primigenia dove sembra possibile colloquiare con la natura silvestre, ma anche con esseri minuti che appartengono al mondo fatato, è lì dove nasce l’amore tra gli amanti, dove esso fugge e si rincorre quale spazio mitico che sembra essere fuori da ogni tempo. Monica Pasero accompagna mano nella mano il lettore in una storia d’amore dove non mancheranno colpi di scena, agnizioni, riavvicinamenti e sventure, tutto all’insegna della valorizzazione del concetto di amore.

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico letterario

 

Jesi, 27-07-2013

“Un bosco in festa”, poesia di Liliana Manetti

Un bosco in festa 

Di LILIANA MANETTI

 

imagesCAKD6AYEFiori bianchi
fiori viola
fiori gialli
fiori di campo.
Farfalle gioiose danzano
la melodia
del dolce canto
degli uccelli…
 
Caldo tepore,
la Natura ostenta
la sua vanita’
e i colori della sua allegria..
 
Un bosco in festa
dimentica
la malinconia
di giornate uggiose
e saluta il grigiore
del passato inverno.

LILIANA MANETTI

QUESTA POESIA VIENE QUI PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

Cappuccetto Rosso Sangue, presto nelle sale

La famosa fiaba di Cappuccetto Rosso scritta dai fratelli Grimm e conosciuta da tutti attraverso la realizzazione della fiaba in cartone animato verrà proposta in un film diretto dalla regista Catherine Hardwicke. Il film dal titolo Red Riding Hood è uscito nelle sale americane l’11 marzo 2011 e in Regno Unito è uscito oggi, 15 aprile 2011. Nelle sale italiane l’uscita del film è prevista per il 22 aprile 2011 col titolo Cappuccetto Rosso Sangue.

In realtà la fiaba di Cappuccetto Rosso non venne scritta dai fratelli Grimm ma dal favolista francese Charles Perrault dal quale venne ripresa e riadattata, così come molte altre celebri fiabe.

Il film può essere catalogato come un dark fantasy. La componente fantastica della fiaba è ben nota a tutti: il lupo parlante incontrato nel bosco, il lupo che mangia Cappuccetto Rosso e la nonna ma è riadattata non in una semplice storiella edificante per bambini ma in una dark story nella quale si sottolineano gli aspetti più gotici, inquietanti e paurosi della vicenda stessa. Nel compaiono nuovi personaggi e nuove vicende che li legano ma alcuni elementi fondanti della fiaba rimangono: Cappuccetto Rosso, la presenza minacciosa del lupo, il cacciatore, la nonna e il bosco.

Il film non è adatto a bambini o a giovanissimi che non conoscono l’antica fiaba e pensano di trovarla narrata nel film. Non troveranno niente di ciò che scrisse Perrault o i fratelli Grimm. La storia è stravolta al punto tale che Cappuccetto Rosso è stata trasformata da una fiaba a un horror in piena regola. Il rosso che domina non è quello del mantello e del cappuccio della protagonista ma quello del sangue che viene versato.  

La protagonista è Valerie, una bellissima ragazza contesa da due uomini. Lei ama Peter ma la sua famiglia ha stabilito che sposerà il ricco Henry. Per fuggire dalle decisioni dei suoi genitori Valerie progetta assieme al suo amato di fuggire ma viene a sapere che sua sorella è stata uccisa dal lupo mannaro che spadroneggia nella foresta che limita con il piccolo villaggio. Per vari anni le genti del villaggio hanno conservato una sorta di tregua con il lupo maligno offrendogli un animale come preda ogni mese. Ma il lupo, immagine della forza bestiale e dell’istinto animale, in concomitanza all’arrivo della Luna Rossa, rompe la tregua uccidendo una vita umana.

Addolorato e in cerca di vendetta il popolo chiama un famoso cacciatore di lupi, Father Solomon, per chiedere lui aiuto nel disfarsi del lupo. Tuttavia l’arrivo del cacciatore al villaggio avrà conseguenze negative in quanto si scoprirà che il lupo durante il giorno assume sembianze umane, che è dunque un licantropo e che quindi può essere ciascuna persona del villaggio. Molte cose nel film fanno pensare a The Village (regia di M. Night Shyamalan, 2006): la presenza del bosco visto come luogo dell’ignoto, del male, come rifugio della bestia; la pericolosità di inoltrarsi nel bosco; il villaggio tenuto sotto scacco dalla violenza animale; il dolore e il massacro; il mantello indossato per inoltrarsi nel bosco e se vogliamo l’isotopia del colore rosso: in Cappuccetto il suo mantello, il sangue che viene versato (la versione italiana del film porta il titolo Cappuccetto Rosso Sangue), in The Village è il colore innominabile. Il mostro sia in Cappuccetto che in The Village ha qualcosa di animale e di umano allo stesso tempo: in Cappuccetto è un uomo-lupo, è un licantropo, in The Village è la maschera dell’animale (di un orso, forse) che viene indossata. In entrambi i casi dunque si ripete la compresenza di bestiale nell’umano e di umano nel bestiale. La figura del licantropo mostra meglio di qualsiasi altra il grande grado di mutevolezza dell’animo umano che va dall’aspetto istintuale (animale) a quello razionale (umano), dalla forza bruta al potere.

Intanto il lupo continua a mietere vittime e Valerie comincia a pensare che possa trattarsi di una persona che conosce molto bene. Altri personaggi intervengono nella storia e ci sono dei veri e propri scontri con il lupo. Nel film non manca neppure la figura della nonna di Cappuccetto Rosso e alla casa della nonna, in mezzo al bosco, si consumerà la fine della storia.

Cappuccetto Rosso Sangue è un film che va visto soprattutto per rendersi conto quanto la regista abbia lavorato creando una storia maledetta e gotica attorno ad una semplice fiaba infantile. Un rewriting notevole ma degno di nota e che non può far a meno di farci tracciare parallelismi, antinomie o analogie tra il film e la fiaba. Gli elementi caratterizzanti della fiaba (il protagonista, il nemico, l’aiutante) sono qui presenti e riadattati alle nuove esigenze della storia. Il licantropismo e la Luna Rossa sono elementi dichiaratamente gotici e che ci rimandano a scenari ricchi di fascino ma capaci di creare tormento e paura, in cui dominano il misterioso e il mostruoso.

Dunque un film ricco di suspense e di momenti di dubbio, espressione della grande tradizione horror e del thriller psicologico. Il vero dramma si diffonde nel momento in cui il villaggio scopre che il mostro è uno di loro e che quindi non è più possibile fidarsi di nessuno. La compattezza e la solidità di un piccolo villaggio viene rotta da questa grave minaccia che solo alla fine potrà essere svelata. Un film dalle tonalità piuttosto fosche e torve, a dispetto del grande utilizzo che vien fatto del colore rosso.

Trailer in lingua italiana del film:


Fonti:

 http://redridinghood.warnerbros.com/

http://www.rottentomatoes.com/m/girl_with_the_red_riding_hood/

http://www.elmundo.es/elmundo/trailers/fichas/2011/04/6093_caperucita_roja.html


LORENZO SPURIO

15-04-2011