“Dialetto e musica del Salento: Officina Zoè e Antonio Castrignanò”, articolo di Stefano Bardi

Articolo di Stefano Bardi 

Salento, terra dall’arcaica storia e dall’arcaico dialetto come per esempio quello leccese in continua evoluzione e molto parlato ancora oggi. Dialetto che è usato nella letteratura popolare fatta di musica e di parole da gruppi locali come Briganti di Terra d’Otranto, Tamburellisti di Torrepaduli, Zimbaria, Alla Bua, Manekà, I Calanti, Lu Rusciu Nosciu e il gruppo Officina Zoè nato nel 1993. Questo gruppo è formato attualmente da Cinzia Marzo (voce, flauti, tamburello, castagnette), Donatello Pisanello (organetto diatonico, chitarra, mandola, armonica a bocca), Lamberto Probo (tamburello, tamborra, percussioni), Giorgio Doveri (violino, mandola), Luigi Panico (chitarra, mandola, armonica a bocca), Silvia Gallone (tamburello, tamborra, voce) e Laura De Ronzo (danza). Le sue produzioni si basano su musiche tradizionali con testi in salentino trattanti temi legati al lavoro in campagna ma anche temi amorosi, etici, sociali e altri ancora.

0006206_terra-officina-zoe_550 (1)Il 1996 è l’anno dell’album autoprodotto Terra, che sarà poi ripubblicato nel 2005 da Anima Mundi. Terra, qui, intesa sia come Salento in cui far fiorire magici amori sia come campagna, in cui possiamo vedere la sua carne lacerata, con addosso ferite che versano per l’eternità. Lettura quest’ultima che è rappresentata dal forte utilizzo musicale del tamburello salentino che musicalizza i dolorosi aneliti, gli straziati battiti spirituali e i laceranti pianti della campagna salentina.

Una prima tematica è di stampo religioso attraverso la figura di San Paolo, ovvero, il protettore celeste delle vittime tarantate che sono da esse purificate attraverso la sua dolce voce in grado di uccidere la demoniaca tarantola e di riportare l’amore nel cuore della tarantate. Parole, quelle del santo, che sono simboleggiate dal suono del tamburello, non costruito da mani umane, ma nato dal puro spirito divino e in grado di scatenare nelle carni delle tarantate un’intesa eccitazione, che le obbligherà a compiere un ballo liberatorio.

Una seconda tematica è legata alla terra e, più nel dettaglio, alle lavoratrici di tabacco considerate come inutili cerature da umiliare nella canzone “Fimmine fimmine”, alle contadine viste come schiave nella canzone “La tortura” e alle contadine malpagate e sfruttate nella canzone “Lu sule calau calau”.

Una terza tematica riguarda l’amore, dal gruppo salentino musicato come una ragazza dalle divine carni, dai magici e luminosi sguardi, dalle tenebrose e chimeriche chiome, dalle ubriacanti movenze fisico-corporali e dal cuore divoratore di uomini.

Una quarta e ultima tematica riguarda la mitica origine del mare salentino nella canzone “Lu rusciu de lu mare”, dove le cristalline acque sono le dolorose lacrime versate dalla figlia di Nettuno, a causa delle umane cattiverie nel Mondo.

Il 2000 è l’anno dell’album Sangue vivo pubblicato da CNT-Cantoberon. Sangue che è inteso come l’ardente sangue dei salentini tutti, ma anche come resurrezione allo stesso tempo. Sangue letto attraverso il tema del vento nella canzone “Jentu”. Vento sanguinante di passioni che ci abbeverano l’aspra bocca, ci quietano lo straziato spirito, ci riscaldano la bocca di affettuosi baci, ci immergono in elisiache primavere e ci fanno consumare la Vita in nome della frenesia. Vento e sale attraverso la canzone “Sale” che ci allontana dalle luminose esistenze del Padre Celeste per tuffarci in false materialità terrene. Sangue dai toni ancestrali nella canzone “Mamma la luna”, poiché come la luna muove il mondo e i suoi abitanti, lacera le carni e lo spirito e infine, ci affoga nell’eterno sonno per farci poi rinascere come creature ultraterrene dal candido, vergineo e cristallino spirito. Un sangue infine dal passato storico, attraverso la canzone “L’America”, che racconta la partenza dal Sud di molti ragazzi per raggiungere la nuova Terra Promessa, ovvero, l’America. Stato questo in cui si trovava la fortuna e allo stesso tempo però ci si scordava delle proprie mogli, che, ormai da anni senza più notizie dei loro mariti, si rifacevano una nuova vita.

Il 2004 è l’anno dell’album Crita pubblicato da Polosud Record. Un primo tema è sviluppato nella canzone “Ferma ferma”, dove l’erotismo è visto come un lussurioso gioco carnale e come il motore che anima i piaceri, le spiritualità, le luminose gioie, gli inebrianti profumi e i divini amori del Mondo. Erotismo che, però, si basa sull’amore qui musicato nelle canzoni “Anima bella” e “Allu sciardinu”. Nella prima canzone è rappresentato con le sembianze di una dolce fanciulla vista a sua volta come un dolce e caloroso sogno, come una divina ombra da osannare e come un prezioso tesoro da proteggere dalle cattiverie. Nella seconda canzone, invece, è concepito come un magico giardino dalle elisiache atmosfere. Album con tematiche dai magici toni, attraverso le canzoni “L’acqua ci te llavi” e “Tambureddu meu”. Nella seconda canzone, il tamburello salentino è concepito come un magico strumento in grado di creare frenetiche melodie, di accendere l’erotica passione nel cuore dei ragazzi. Album questi affiancati da altri album in studio e live del gruppo salentino, senza però che nessuno degli altri possieda la stessa potenza poetico-musicale di quelli da me analizzati e che rappresentano ad oggi, il testamento poetico-musicale degli Officina Zoè.

Sempre per rimanere nella tradizione e per iniziare un discorso di innovazione, dobbiamo occuparci del cantante e tamburellista salentino Antonio Castrignanò (Galatina, 1977). Il 2010 è l’anno dell’album Mara la fatìa prodotto da Felmay, composto, musicalmente parlando, da pizziche e da tarantelle che musicano il maro, ovvero, l’amaro e aspro universo dei mezzadri salentini. Universo questo trattato nelle canzoni “Mara la fatìa”, “Lu Sule Calau” e “Tremulaterra”. Una canzone, la prima, dove la fatica mezzadra è vista come una necessità economica imposta da altri sulla propria pelle, come un massacrante sforzo psico-fisico, come una straziante lacerazione delle carni e come un universo animato da irreali e spettrali amicizie. Una fatica, che, come ci viene mostrato nella seconda canzone, è regolata dal sole visto come un padrone che tutto decide e che regola la Vita contadina, non tenendo conto delle gioie e dei dolori umani. Campagna infine vista nella terza canzone, come una creatura che si nutre del sudore e del sangue dei braccianti. Sangue e sudore, che sono i principali alimenti delle giovani ninfe partorite dalla campagna salentina. Tematiche queste affiancate da quelle riguardanti la figura del carrettiere e la figura della donna. Carrettiere trattato nella canzone “Cantu a trainiere” dove è visto come una creatura dall’infernale voce, in grado di lacerare le carni, di creare fantastiche storie e di trasportare gli Uomini in chimerici universi. Donna infine poetizzata attraverso la canzone “Signora Madama” e che ci mostra la donna salentina come una schiava del proprio marito, ma anche, come una creatura avara, passionale, focosamente erotica e pia.

antonio-castrignano-fomenta.jpgIl 2014 è l’anno dell’album Fomenta prodotto da TUK Record. Termine fomenta in italiano come infiammazione e che rimanda, alle emozioni che ardono, infiammano, consumano e bruciano lo spirito attraverso canzoni tematicamente forti e accompagnate da tradizionali musiche salentine contaminate da sonorità balcaniche, zingaresche e arabo-gitane che rappresentano l’innovazione poetico-musicale di Antonio Castrignanò. Una prima tematica la possiamo trovare nella canzone “Core meu”, dove il padre e la madre gli vengono nel sogno, il primo con parole colme di sangue e la seconda con parole colme d’amore. In particolar modo attraverso il ritornello, la madre è rappresentata come una creatura colma di amore, bontà, luminosità, dolcezza e come una saggia consigliera per quello che riguarda l’eterna giovinezza, dall’artista salentino riprodotta attraverso il suono del tipico tamburello salentino in grado di salvare gli Uomini dalla terrena Morte e farli vivere, in un universo animato da dolci nostalgie e commoventi reminiscenze. Una seconda tematica la troviamo nella canzone “Fomenta”, dove la Vita è vista come la taranta, ovvero, come un’ardente, passionale ed erotica danza all’interno di una Vita composta da laceranti dolori, da sofferenti croci esistenziali, da oscure brume spirituali e popolata infine da Uomini che muoiono e rinascono ogni giorno. Dolori e sonni eterni che possono essere curati attraverso la pizzica vista come una creatura dalla divina voce, in grado di farci rinascere come paradisiache creature dai dolci aneliti, dalle leggiadre carni, dalle ubriacanti movenze, dall’ardente sangue e da un candido spirito che profuma di libertà. Il tutto musicato da sonorità salentine e gitano-zingaresche realizzate da violini, fisarmoniche e tamburelli a sonagli che simboleggiano gli umani singhiozzi colmi di sofferenza e di lacrime. Una terza tematica è racchiusa nella canzone “Li culuri te la terra” dove l’amore è concepito come una tavolozza dai mille colori simboleggianti dolci reminiscenze, amare ombre esistenziali, accecanti allucinazioni paradisiache e ardenti amori passionali come la melodia della pizzica, le parole della taranta e le sanguigne lacrime della campagna salentina.

Una quarta tematica, la possiamo leggere nella canzone “Furtuna” dove è trattato il dolore spirituale dell’io costretto a consumare i suoi giorni, all’interno di una società insensibile alle emozioni e all’amore. Una quinta tematica, la possiamo ascoltare nel brano strumentale “Terraferma” dove la musica salentina e arabo-gitana simboleggino il cammino migratorio degli Uomini fatto di dolore, lacrime, sangue e morte. Un cammino quello umano che vuole condurre i suoi figli, a una nuova Terra Promessa dove poter vivere nella pace psico-fisica, nell’amore spirituale e nella purificazione carnale. Una sesta e ultima tematica, la rintracciamo nella canzone “Luna otrantina” dove la luna di Otranto è vista come uno specchio riflesso, dove vediamo immagini riguardanti l’esistenza di questa città animata da fatiche marittime, da dolci e amari sogni e da interminabili notti.     

STEFANO BARDI

 

Discografia di Riferimento: 

Officina Zoè, Terra, autoprodotto 1996 e ristampa Anima Mundi, Otranto, 2005.

Officina Zoè, Sangue vivo, CNT-Cantoberon, 2000.

Officina Zoè, Crita, Polosud Record, Napoli, 2004.

Antonio Castrignanò, Mara la fatìa, Felmay, Torino, 2010.

Antonio Castrignanò, Fomenta, TUK Record, 2014.

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere in relazione ai contenuti del testo e a eventuali riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

 

 

 

 

 

“Dolce e amara terra: la poesia dialettale del salentino Pietro Gatti”, a cura di Stefano Bardi

Saggio di Stefano Bardi 

Brindisi, capoluogo salentino di 86.811 abitanti caratterizzato prevalentemente da un’economia mezzadro-marittima a base di uva da tavola, vino, ulivi, mercati ittici. Terra di Confine è stata giustamente definita questa città divisa da un Nord, fatto di città industriali, e da un Sud composto prevalentemente da città mezzadre. Provincia che è costellata di aspre e “selvagge” cittadine Ceglie Messapica. Cittadina che ancora oggi conserva un dialetto difficile, quasi incomprensibile e difficilmente irriproducibile, costituito da due elementi: lingua cegliese e lingua messapica. Una lingua, la prima, che risente fortemente del vocabolario barese e tarantino, mentre la seconda, ormai del tutto scomparsa, altro non è che l’antica lingua illirica nata a sua volta dall’alfabeto greco e poi radicatasi nella Murgia meridionale nelle città di Brindisi e Lecce con una vasta espansione nel tarantino, fino alla fine dei suoi giorni nel 272 a. C.  Un dialetto difficile ma melodico e adatto per la poesia, come è stato dimostrato dal suo figlio più illustre, ovvero il poeta Pietro Gatti (Bari, 1913 – Ceglie Messapica, 2001). Terra, quest’ultima, in cui visse la sua infanzia e la sua intera vita.

Ceglie Messapica

Una vista del comune di Ceglie Messapica

Il 1973 è l’anno della raccolta a tiratura limitata Nu vecchje diarie d’amore (Un vecchio diario d’amore), dedicata al matrimonio della figlia Mimma, dove l’amore è visto come un bocciolo di rosa che fiorisce, un aspro dolore dalla dolce fragranza, un’avida ombra ultraterrena.    

Segue la raccolta A terre meje (La terra mia), pubblicata nel 1976. Opera dedicata alla sua amata Ceglie Messapica dove il dialetto da lui usato come sostiene l’ex Sindaco, Pietro Federico, mostra tutta l’asprezza e arretratezza di questa città con le campagne dalla rossa terra come l’argilla, con i suoi maestosi ulivi malinconici e con le sue case pitturate di bianco che rimandano all’innocenza di tanti ragazzi buttati per la strada[1]. Parole queste che vanno ampliate con quelle del critico letterario Mimmo Tardio che vede la città brindisina come una sorta di Inferno dantesco composto da villani, buzzurri, screanzati, incivili, reietti e dalle categorie socialmente più dannate.

Tema prediletto dell’intera opera è quello del legame Madre-terra che il poeta realizza attraverso la decantazione delle origini mezzadre e della terra intesa come una grande Madre Universale che ci coccola, ci perdona, ci spoglia socialmente, ci isola da tutti rinchiudendoci in un mortale sepolcro[2]. Anche le parole del critico letterario Ettore Catalano vanno aggiunte perché mostrano l’opera gattiana come una raccolta omaggiata alla sua aspra terra e allo sfruttamento dei suoi contadini, dal poeta concepiti come fatica, sangue e polvere[3].

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La terra di Pietro Gatti ha una doppia valenza, sia intesa come il luogo abitativo del poeta sia come la campagna cegliese da esso liricizzata come un dolce Paradiso Terreste e come uno scrigno colmo di nostalgie[4], un luogo dalle rosse rocce come il sangue dei contadini e dalle fragili ossa come l’umana esistenza[5], come un animale morente ormai privo di forze e infine, come una donna tutta nuda che ebbra dal sole osserva la Vita che si muove accanto a lei[6]. Terra che, però, non è solo campagna, ma anche un luogo dove il poeta viaggia nei suoi ricordi d’infanzia e dove la nenia del baracciaio[7], si trasforma in un lacrimoso lamento riguardante la sua vita fatta di miserie, sacrifici, rinunce e sogni mai realizzati[8]. L´infanzia come uno stupendo plenilunio lunare e avvolto da un’atmosfera priva di spazi, confini e materialità[9]. Una terra che simboleggia la Vita, essa che è un’asfissiante e falsa fratellanza terrena destinata a essere soffocata dalla morte, intesa da Gatti come un luogo popolato da liete ombre che vivono all’interno di luminosi Campi Elisi nell’attesa di rinascere a nuova Vita per riviverla nuovamente[10]

Il 1982 è l’anno della raccolta Memorie d’ajere i dde josce (Memorie di ieri e di oggi): memorie del passato e memorie metafisiche. Una prima memoria riguarda la sua dimora a Ceglie Messapica vecchia, concepita come il balcone del mondo dal quale osservare la paesana esistenza composta da esistenze casalinghe, da puerili schiamazzi di innocenti pargoli, da mortifere melodie ecclesiastiche e da serate illuminate dalle stelle sotto le quali giovani ragazzi si scambiamo baci furtivi. Una seconda memoria è illustrata attraverso il volo delle rondini, che simboleggia il cammino terreno degli Uomini fatto di luci, tenebre, ombre, lacrime, dolori e infine di eterni riposi riscaldati da paradisiache visioni. Una terza memoria è illustrata attraverso l’allodola, ovvero, un angelo dal divino canto[11]. Una quarta memoria riguarda Ceglie Messapica. Città dove il poeta visse la sua puerizia dai soffocanti sorrisi ma, in particolar modo, da serate avvolte da stelle sotto le quali si raccontavano fole ormai dimenticate[12]. Una quinta memoria riguarda i temporali salentini, ovvero demoniache creature che distruggono e creano nuove vite, dai puri spiriti e dalle verginee melodie. Una sesta memoria riguarda le vendemmia e in particolar modo i grappoli di uva, che non vengono raccolti a causa della dimenticanza dei contadini. Grappoli che simboleggiano le esistenziali speranze, di tutti Noi. Una settima memoria infine, è legata alla Vita medesima del poeta cegliese fatta di dolori, oscure reminiscenze, dolcezze[13], ma anche caratterizzata dal desiderio di fermare e riavvolgere il tempo per risorgere a nuova Vita.[14] 

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Il poeta cegliese Pietro Gatti. Fonte: http://www.midiesis.it/midiesis/?p=24540

Il 1984 è l’anno della raccolta ‘Nguna vite (Qualche vita) che, come mostra il critico letterario Ettore Catalano, è incentrata sulla Morte con reminiscenze emotive, terrestrità e musicata col commovente canto degli figli di Madre Natura che simboleggia lo strazio delle innocenti vittime sopraffatte dalla Vita (contadini e popolo)[15]. Si può avvicinare il noto carme Dei Sepolcri di Foscolo. In entrambi i poeti assistiamo al dialogo con i morti; nel poeta cegliese non è un colloquio con le voci illustri dei grandi Uomini ma un colloquio monovoce compiuto con l’ombra dei suoi genitori e dei suoi amici. Una madre che è ricordata dal figlio poeta come un dolce angelo dalla melodiosa voce e dal caloroso petto, come una compassionevole creatura portatrice di amore[16] e come una stupenda raccontatrice di fole[17]. Un padre rimembrato come una sapienziale fonte di Vita e gli amici infine, come dei fantasmi che si sono scordati totalmente di lui fino addirittura ad averne paura. Un’opera, in conclusione, composta da ricordi e da dolorose reminiscenze da lui spiritualmente assolte che lo accompagneranno fino alle fine dei suoi giorni[18].         

               

Bibliografia:

AA.VV., Puglia, a cura di Bruno Fratus e Rossella Tomassoni, ATLAS, Bergamo, 1982.

CATALANO ETTORE, I cieli dell’avventura. Forme della Letteratura in Puglia, Progedit, Bari, 2014.

CATALANO ETTORE, Letteratura del Novecento in Puglia 1970-2008, Progedit, Bari, 2009.

Ceglie Messapica, da Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Ceglie_Messapica.

VALLI DONATO, Pietro Gatti. Poeta. Primo volume, Manni, San Cesario di Lecce, 2010, 2 vol. – Tomo I.

 

STEFANO BARDI 

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere in relazione ai contenuti del testo e a eventuali riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

 

[1] PIETRO FEDERICO, Saluti del sindaco in DONATO VALLI, Pietro Gatti. Poeta. Primo volume, Manni, San Cesario di Lecce, 2010, 2 vol. – Tomo I, p. 25  

[2] MIMMO TARDIO, La poesia dialettale contemporanea in terra brindisina, in ETTORE CATALANO, Letteratura del Novecento in Puglia 1970-2008, Bari, Progedit, 2009, p. 328.

[3] ETTORE CATALANO, Alcune considerazioni sulla scrittura poetica di Pietro Gatti in ETTORE CATALANO, I cieli dell’avventura. Forme della letteratura in Puglia, Bari, Progedit, 2014, pp. 48-49. 

[4] DONATO VALLI, Pietro Gatti. Poeta. Primo volume, Op. Cit., 2 vol. – Tomo I, p. 71 (“A terra mea bbone, / come se disce a lle muerte de case, / c’angore vìvene atturne: / le rape forte i ambunne / d’a grameggne, ca na ppué scappà a tutte sane, / scapuzzate a ffatìe, i ppo sobbe a lle mascere / da ppeccià u tiembe de fiche, / a sera tarde: i scattarizze de cardune / i vvambe sembe chhjù jerte a sserpiende de fueche / i jùcchele i zzumbe de le peccinne, / ca u core te rite chjine de priésce / scurdànnese pe nnu picche. / – Le fafarazze none, p’a cuscine.- / A terra meje, cu ttanda recuerde d’u tiembe lundane assé, / tutte appennute ô cendrone arruzzunute, / com’a ggiacchette / jinda case dìu puvuriedde; […]”)         

[5] Ivi, Op. Cit., 2 vol. – Tomo I, p. 73 (“[…] A terra meje, / totte nu colore de sanghe seccate da sembe, / chjene de petre de tuttu nu munnu sgarrate / – o pure jòssere de quanda muerte? – / anzieme cu a maledezzione / d’a stese de le pendemare; / sembe a lla ripe d’a vite, […]”) 

[6] Ivi, Op. Cit., 2 vol. – Tomo I, p. 78 (“[…] Ma none: / cà a terre dorme totta stennute / angore ambriache de sole, / sunnànnese u sole, / i dda a  ‘n giele le stelle a ttremende / fitta fitte accussì. […]”)

[7] Baracciaio = sinonimo di carrettiere.

[8] Ivi, 2 vol. – Tomo I, p. 86 (“[…] Nu cande: u traeniere. Canzone? / nu laggne d’u core, na vósce / de chjande ind’ô viende ca ì ddòsce. / Nu cande: / nu chjande. / Nu spoche d’u core. / Dulore./ De cose ca ì vvute i ì pperdute? / de cose sunnate i ccadute? / de tutte? de niende? / nô sé: nu lamiende / d’u core / ca fasce dulore. […]”) 

[9] Ivi, 2 vol. – Tomo I, p. 127 (“[…] I u tiembe cu passave / pe ind’ô sulenzie de gnne ccose come / ô fiate de le muerte, a luna dosce / sobbe a lle chjuppe ferme. / Senza tiembe.”)  

[10] Ivi, 2 vol. Tomo I, p. 102 (“[…] I ttutte ì vivve come ci sté mmore.”)

[11] Ivi, 2 vol. – Tomo I, p. 221 (“[…] Tu quase nô vite stu ttìppete de priésce de lusce, / ma u cande, stu rise de lusce / d’u ciele d’a terre de tutte, / jete na mascìe pe ll’àneme angandate; / cande, / de jedda stesse ambriache: na terreggnole.”)

[12] Ivi, 2 vol. – Tomo I, pp. 225-226 (“O paìsu mije / nange s’à ffatte maje u sciuéche d’a vendalore, / ci na ppròpete da ‘nguarchetune, pe sfìzzie, / – pe ccude c’agghje sendute cundà – / ca certe a jere vedute a ‘nguna vanna lundane. / Ci sape percé. / O pure u sacce assé bbuene. […]-[…] Janghjenne tott’a scale ô pezzule d’a strate. / Le fatte ca ne cundamme! Sscerrate. Da ci sape quand’ave.”) 

[13] Ivi, 2 vol. – Tomo I, p. 334 (“[…] totte nu recuerde / de sanghe, de nu core ca m’a mmuerte / na sacce cchjù da quanne, coru d’ate. / I mm’u sende pesà nu pisu dosce, / i ccarche u mije facche jete vive / jiddu sule, da sembe. Me suffòche.”)   

[14] Ivi, 2 vol. – Tomo I, p. 299 (“[…] Jind’a ll’àtteme / m’er’ a da ccògghje na sumende – u sacce / ji quâ – da sottaterre, cu ffiureve / jind’a sta mane agghjuse a ccungaredde / com’a nnu core, pe nn’eternetà / totta meje. […]”)  

[15] ETTORE CATALANO, Alcune considerazioni sulla scrittura poetica di Pietro Gatti, Op. Cit., p. 50. 

[16] DONATO VALLI, Pietro Gatti. Poeta. Primo volume, Op. Cit., p. 361 (“[…] jùtemè, pure tu, stinne a manodde, / m’a bbellu bbelle, attiè! cu nna tte fasce / nu male assé…”)   

[17] Ivi, 2 vol. – Tomo I, p. 382 (“[…] Uéh, ma’! cuèndeme a vite, com’a suenne / mu pe mme, m’a chhjù mmegghje, i mm’addurmesche. / Ci sape ca…”)  

[18] Ivi, 2 vol. – Tomo I, p. 420 (“[…] I ppure me trapanèscene u core jate sulenzie angandate / o affannuse spettanne – d’addà – ci ji me vote / i mme llundaggne senze… / Perdunàteme. Sine.”)