“L’entanglement dantesco nel V Canto dell’Inferno”, articolo di Martina Costa

“Al mio segnale scatenate l’Inferno” recitava un noto attore nel film Il Gladiatore. Quante volte abbiamo pronunciato questa frase tra amici o in particolari situazioni dove avevamo la necessità di anticipare un momento dirompente o di liberazione emotiva? Sicuramente spesso. E se vi dicessi che tantissimi secoli fa, a scatenare letteralmente l’Inferno, fu un libro, ci credereste? Sì, un piccolo libro.

Nessuno penserebbe mai che un oggetto così comune, strumento di conoscenza, diletto e cultura, possa rivelarsi un detonatore così decisivo da cambiare un “destino eterno”. Eppure questo è esattamente ciò che accade a due persone che si chiamavano Paolo e Francesca. Ma per raccontarvi questa storia, oggi, non voglio partire dalla letteratura, ma da un principio che, pensate un po’, ci giunge dalla fisica quantistica recente. Esso porta il nome di entanglement. Quindi, mettetevi comodi, che io faccio iniziare il mio racconto.

Il concetto di entanglement ci insegna che due particelle, non appena entrano in contatto per la prima volta tra loro, saranno destinate a influenzarsi a vicenda. Sempre. E nonostante la loro distanza. Particella A conosce la particella B, diventano entangled, cioè in un certo senso si “aggrovigliano”, come ci suggerisce la traduzione del termine. E da quel momento in poi, anche se dovessero viaggiare ad anni luce di distanza, separate una dall’altra, sarebbero in grado di continuare a influenzarsi. Ciò che sente particella A, sente particella B. Per sempre. Si tratta di un principio che, per essere concettualizzato, il mondo della fisica quantistica ha dovuto attendere il 1935, quando Erwin Schrödinger fece questa scoperta!

Ma io voglio andare indietro nel tempo. Ancora di più. Voglio teletrasportarmi nei primi anni del 1300, e stare a osservare un uomo chino su dei fogli bianchi. Quell’uomo è il Sommo Poeta, ma ancora non lo sa. E quei fogli… quei fogli sono le prime bozze della Comedia, un’opera che Boccaccio definirà Divina.

Dante non poteva di certo prevedere il futuro, così come nessuno di noi può. Ma Dante fu poeta… e i poeti, si sa, hanno un modo tutto loro di osservare il mondo e ciò che lo circonda. Così, pur non sapendolo, Dante, nella sua straordinaria visione poetica, crea un entanglement tutto suo, letterario! Con seicento anni d’anticipo, dimostra come particella A e particella B possano restare legate attraverso una “funzione d’onda” d’amore e di pena eterna: un unico destino che le rende inseparabili pur nella distanza infinita… dell’Inferno!

Primi anni del Duecento. Si chiamava Francesca, lui Paolo. Legati da un legame di parentela, e ancor di più dal legame d’Amore. Il loro è stato Amore, sì, ma un amore vissuto in terra in maniera appartata, nascosta agli occhi di chi, poi, si è vendicato con la violenza ultima: la morte. Ma l’Amore, Dante lo sa, non si può mettere a tacere: anche se adultero, non può essere condannato con la morte. Allora, si sconta eternamente. E lo si fa eternamente. Un paradosso pensare all’Amore come una colpa! Ma intanto, se vogliamo farci un giro nel secondo cerchio dell’Inferno, troviamo «più di mille ombre», oltre Paolo e Francesca. Sono gli “incontinenti”, coloro che non sono riusciti a frenare i loro istinti in vita, coloro che non hanno saputo come “contenerli” entro i limiti della ragione. C’è Didone, Achille, Cleopatra, Paride, Elena… Tutti morti per causa diretta/indiretta dell’Amore. Queste persone saranno eternamente sbattute «di qua e di là, di sù e di giù» da una «bufera infernale che mai si arresta». Il vento non preannuncia una direzione. Un po’ come quando ami senza sapere (o forse lo sai?) a cosa potresti andare incontro: un vento che oggi ti spinge a est, domani a sud.

Ma chi siamo noi per condannare? Chi siamo noi per esprimere un giudizio? Dante non ha intenzione di farlo. Egli non è un giornalista di cronaca nera o mondana dell’anno Duecento. Dante, invece, preferisce rispondere allo sguardo di queste due anime, con l’unico strumento umano e morale che possiede: la pietas. Essa non è la mera compassione, piuttosto – come scrive Boccaccio – «è la pietà che dobbiamo riconoscere alle nostre pene»: io provo pietà perché in questa colpa mi riconosco.

Quindi Dante: «Si che di pietade io venni men così com’io morisse. E caddi come corpo morto cade». Il punto finale, lo spazio bianco dopo. In questo canto osserviamo Dante a chino basso mentre a lungo rimane a pensare, poi apre la bocca e invoca quella che per me rimane la domanda-manifesto del V canto: «Al tempo d’i dolci sospiri, a che e come concedette amore che conosceste i dubbiosi disiri?». Qual è la causa scatenante che possa far diventare peccato l’Amore? Ed ecco che entra sulla scena il nostro oggetto iniziale. Un oggetto che fa spuntare un riso sarcastico a molti studenti quando scoprono di cosa si tratta: “Figurati, prof, se un libro possa far andare all’Inferno” …E intanto eccolo lì, un libro. Anzi, IL libro.

È il momento t༚, il tempo zero dell’entanglement! L’istante in cui le “due” particelle – che in questo contesto chiameremo ‘particella Francesca’ e ‘particella Paolo’ – hanno interagito a un livello così profondo da perdere la loro identità separata. Da questo istante, dal “galeotto libro”,lo stato di Paolo definisce lo stato di Francesca, e viceversa. Uniti da un libro che sarà la loro croce e la loro delizia, insieme. Allora la domanda sorge spontanea, e torna lo studente che intanto se la ride dietro al banco: “Prof, ma che libro si stavano leggendo quei due per aver creato tutto ‘sto caos?”. In realtà, quello che stavano leggendo, non era un libro al pari di chissà che livello di censura! Era un romanzo che aveva come protagonisti Lancillotto e Ginevra, sullo sfondo del ciclo bretone. Anche il loro fu un amore adultero, molto simile, quindi, a quello di Paolo e Francesca. Lo studente, a questo punto: “Prof, ma allora se la sono cercata!”. Però c’è anche chi per Paolo e Francesca, fa il tifo!

Ma torniamo al libro. Ultimamente, si parla tanto di biblioterapia, un argomento molto di moda e tanto delicato, che sta trovando un importante riconoscimento su larga piazza; ecco, mi chiedo se non era già iniziato tutto con Paolo e Francesca. Una storia tra le pagine che “sblocca” un sentimento che era nato dentro i cuori dei due protagonisti, ma che non poteva venir fuori. Sono le parole a curare, a darci l’impeto di agire. Così, è la lettura che ‘produce’ il bacio. E Dante lo sa, perché mette sulla bocca di Francesca parole meravigliose: «Quando leggemmo il disiato riso esser baciato da cotanto amante, questi, che mai da me non fia diviso, la bocca mi baciò tutto tremante». E conclude, Francesca: «Galeotto fu il libro e chi lo scrisse: quel giorno piú non vi leggemmo avante». Non poteva utilizzare parole migliori Dante, e tutti ne sono consapevoli: lo sa Paolo che mentre Francesca parlava, piangeva, lo sa Virgilio che resta in silenzio, e lo sa Dante che, come abbiamo detto, perde i sensi e sviene, mosso dalla pietas.

Paolo e Francesca

Ma non solo. Ed è qui che torno alla mia tesi iniziale: torno all’entanglement letterario di Dante. Sono i vv. 23 e 24 che ne danno piena attuazione, diventando la metafora perfetta di un legame indissolubile e non-locale: strappati alla vita e dalla separazione fisica, ma rimasti uniti. Persistono le “due particelle umane”, oltre la morte e la punizione. Il ‘sistema binario eterno’, Paolo e Francesca, le cui componenti non possono esistere separatamente.

Ritorna lo studente: “Prof, è vero che sono uniti, ma devono scontare la legge del contrappasso per sempre”. Certo, è vero. Molti, quindi, si chiedono se, in tutto questo, c’è del ‘filosoficamente’ romantico. Probabilmente, da un pensiero alquanto più razionale e freddo risponderemmo di no, dopotutto, una pena da scontare, qualsiasi essa sia, rimane pur sempre una pena, una condizione di disagio. Ma Dante anche nella pena, è stato audace. Poteva scegliere un altro elemento da collegare alla legge del contrappasso, e invece… Dante sceglie il vento. Il vento che scompiglia, che disordina, che scuote. Che ‘aggroviglia’. Proprio come l’entanglement!

Così, questa storia che oggi ho voluto raccontarvi, finisce con questa immagine: con Paolo che piange e Francesca che racconta – figurarsi se a noi donne l’Inferno ci mette a tacere! –, Virgilio che non parla e Dante che, intanto, è svenuto. Una tragedia! Ma «Amor ch’al cor gentil ratto s’apprende», non vuole sentire più fiatare nessuno. Lui rimane, ed è sempre il protagonista del mondo e dell’altro mondo. Sì, perché mentre tutto tace, lui continua a soffiare quel vento eterno, che mentre Francesca lo invoca («Amor, Amor, Amor») rende Paolo «tutto tremante».

Forse, è per questo che agli occhi di Dante e Virgilio, Paolo e Francesca «paion sì al vento esser leggieri», perché loro lo sanno, sanno che, liberati dalla schiavitù del ‘nascondiglio’ del sentimento, adesso saranno destinati all’eterna perdizione. Ma Insieme. Allora, l’ultima parola spetta sempre a lui, ad Amore, che non si dissolve, ma rimane eternamente entangled.

Carlo Rovelli, un nostro fisico contemporaneo, quando parla di meccanica quantistica, afferma che noi non avremmo mai a che fare con oggetti, ma avremmo a che fare con proprietà relazionali, cioè con proprietà in relazione agli oggetti. E riferendosi all’entanglement, dice che esso è il fondamento della realtà stessa, perché le cose esistono solo in relazione ad altre cose. A me piace edulcorare questo concetto e vi dico in queste ultime righe, che credo proprio che Amore, abbracci questa definizione di Rovelli. L’Amore vive in relazione solo ad altro Amore. Tutto il resto, per rimanere in tema, è solo un’ombra che collassa al momento dell’osservazione… L’ amore-entanglement, invece no, nemmeno le fiamme di un qualsivoglia inferno potranno mai spegnerlo. Perché è lui che dà vita a quell’amore che, come afferma il nostro caro Dante, è in grado di «muovere il sole e l’altre stelle»…

MARTINA COSTA


Nota

L’articolo che avete letto è frutto di una “sperimentazione di penna” che unisce il sapere letterario-umanistico con una delle più affascinanti e intriganti scoperte degli ultimi tempi: l’entanglement quantistico. Non si tratta quindi di un articolo di divulgazione scientifica, né i termini qui utilizzati sono da riferirsi alla rigorosità che, invece, la fisica esige di adottare. Condivido con voi la bibliografia che è stata di supporto a quanto avete letto:

  • D. Alighieri, La Divina Commedia – Inferno;
  • M. Santagata, Il Racconto della Commedia;
  • C. Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica, L’ordine del tempo, Helgoland;
  • E. Molini, La Piccola Farmacia Letteraria.

Biografia

Martina Costa (Lipari, 2001) è laureata con lode in Lettere e in Linguistica Moderna. Ha conseguito un Master in Coaching Umanistico e Programmazione Neuro-Linguistica e un Master di II livello in Inclusione e Disabilità. Ha sviluppato un solido percorso nell’ambito della comunicazione culturale, con particolare attenzione alla progettazione e alla direzione di eventi letterari e formativi. Autrice di articoli e contributi critici, concentra la sua attività sulla promozione della cultura e della conoscenza come strumenti di crescita personale e collettiva. Nel 2025 è stata insignita del riconoscimento “Liparos” per il suo contributo al panorama culturale. Ha vinto il Premio Nazionale “Stanza della Cultura” (Roma, 2025) ottenendo il primo posto con il racconto “Verbo amare, prima declinazione”. È apprezzata per la sua visione umanistica e per un approccio comunicativo fondato su empatia, inclusione e dialogo.


La riproduzione del presente testo non è consentita né in formato integrale né di stralci, su qualsiasi tipo di supporto, senza l’autorizzazione da parte dell’autrice.

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“Il canto vuole essere luce. Leggendo Federico García Lorca” a cura di Lorenzo Spurio. Recensione di Franca Canapini

Il 2 gennaio scorso su http://www.granadahoy.com è apparso un articolo molto interessante del giornalista e scrittore spagnolo Andrés Cárdenas, intitolato “De García Lorca se hablará siempre”. Contiene una premessa in cui l’autore riflette sul rapporto simbiotico tra Granada e Lorca e, a seguire, ci racconta vari fatti tra i quali una storia molto intrecciata riguardante Agustin Penón, un americano che, recatosi a Granada tra il 1955 e il 1956, aveva raccolto una valigiata di informazioni su Federico García Lorca, pensando di scriverci un libro. Ma era morto e la valigia era passata di mano in mano, mentre Penón, che alla sua ricerca aveva sacrificato anche parte delle sue sostanze, era stato dimenticato. 

Questo per dire come e quanto il Poeta granadino sia stato e sia ancora un lievito potente per gli intellettuali di tutto il mondo: ¡De García Lorca se hablará siempre! Non ci dobbiamo dunque stupire della nascita nel 2020 di Il canto vuole essere luce (Bertoni, Perugia). Un libro di vari autori italiani, curato da Lorenzo Spurio e tutto dedicato a Lorca, artista eclettico e uomo di grande impegno sociale.  

Il curatore ci tiene a farci sapere che, pur avendo il libro la forma del saggio scritto a più mani, è di più, molto di più; è “un atto d’amore e di riverenza verso uno dei maggiori intellettuali che la letteratura mondiale ha mai visto: il poeta spagnolo Federico García Lorca”. Tanto che il titolo, consistente in un verso di Lorca, assume significato simbolico: il libro è il canto corale con il quale s’intende illuminare almeno in parte l’opera del Poeta.

Nel 2016 Lorenzo Spurio aveva riacceso il fuoco dell’interesse per Lorca, dando alle stampe Tra gli aranci e la menta, una plaquette di sue poesie dedicate al Granadino. Da quel momento, tramite contatti spontanei, altri poeti amici hanno aggiunto ottima legna al suo fuoco. E il fuoco è divampato in un’offerta corale di contenuti esegetici, di ritratti e di poesie. Il testo, infatti, è illustrato con ritratti del Poeta eseguiti dal Maestro Franco Carrarelli “L’Irpino” ed è diviso in due parti. 

La prima riporta i saggi con i quali gli aficionados indagano su molti aspetti del fenomeno Lorca.  Francesco Martillotto ci presenta il Lorca amante della musica e ottimo pianista, buon conoscitore della musica classica e della musica popolare che mette sullo stesso piano e riflette sull’interscambio felice tra musica e poesia nelle sue opere poetiche e di teatro. 

Lucia Bonanni ci mostra il Lorca amante delle tradizioni popolari della sua Andalusia, che saranno di fertile ispirazione per le poesie e il teatro. Affascina, anche nell’analizzare il surrealismo dell’opera teatrale El público, la sua ricerca dei significati metaforici e del valore dei simboli nella Parola del Poeta.

Cinzia Baldazzi cerca di penetrarne in profondità le peculiarità del linguaggio poetico: “…Immortale…è il loro mondo semantico e logico: immenso, popolato di ombre illimitate a latere di luci accecanti, provenienti da un’arcana fonte senza inizio e senza fine…”.

Lorenzo Spurio ci porta dentro “Tamar e Amnon” del Romancero gitano, indicandoci la denuncia sociale che sottende l’opera; ma anche in Poeta a New York dove la parola poetica s’incupisce nel denunciare la disumanità della metropoli, mettendone in risalto gli aspetti negativi. E per finire ci conduce nelle opere teatrali più importanti per analizzare i temi ricorrenti: la violenza, il disagio degli emarginati, la condizione della donna e i suoi diversi atteggiamenti nella lotta contro la sopraffazione variamente esercitata dal maschio.

Ugualmente interessante la seconda parte che assomiglia a un’antologia poetica ripartita in due sezioni. Nella prima sono raccolti alcuni dei compianti, odi e elegie scritti, subito dopo la tragedia dell’assassinio, da Antonio Machado, Rafael Alberti, Pablo Neruda e da vari esponenti della Generazione del ‘27, quasi tutte strazianti e bellissime a partire dal grido di Machado: “…que fue en Granada el crimen – sabed – ¡pobre Granada! – ¡en su Granada!…” fino allo sperdimento di Rafael Alberti che se lo vede tornare vivo in sogno: “Has vuelto a mí más viejo y triste en la dormida / luz  de un sueno tranquilo de marzo…”.

La seconda sezione accoglie voci di poeti contemporanei suggestionati dalla Parola del Poeta. Un florilegio di voci diverse che incuriosisce, commuove, rende vivo Federico, ne canta la tragedia, ne interpreta le sfumature dell’anima colte sia direttamente nei suoi testi poetici, sia indirettamente negli atteggiamenti dei personaggi del suo teatro. Testimonianza forte dell’amore che ha saputo generare e di quanto la sua parola può ancora incantare.  

Il canto vuole essere luce è un libro che offre molte informazioni di approfondimento sulla persona e gli interessi culturali, artistici e civili di Lorca; senza contare l’ampia bibliografia a cui attingere nel caso volessimo continuare a conoscerlo. Un libro tutto da “patire” per chi desidera entrare più a fondo nel suo universo delicato e sapiente, gioioso e drammatico, etico e propositivo. 

FRANCA CANAPINI

Arezzo, 10/01/2022


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“Exiliados: racconti della diaspora”. Il progetto editoriale a sostegno della causa venezuelana con poesie di Hebe Muñoz

Articolo di Lorenzo Spurio

La poetessa italo-venezuelana Hebe Muñoz (italianizzato Hebe Munoz) che vive in Italia, a Parma, da vari anni, è una delle autrice che, mossa da un serio impegno umanitario nei confronti del suo paese natale che porta nel cuore, ha preso parte all’importante iniziativa di Exiliados: racconti della diaspora curata da Irene Nasoni.Si tratta di un avvincente (e necessario, per i motivi relativi alla difesa della memoria storica e dei propri atavici legami) progetto editoriale la cui elaborazione è legata alla modalità di autosostegno da tempo diffusasi nel nostro Paese nota come crowfunding. Viene richiesto, in questo caso, un acquisto preventivo di un totale di duecento esemplari del volume, per poter dar l’avvio al progetto, per far sì che esso materialmente si sviluppi e consenta alle opere ivi contenute di essere stampate, diffuse, lette, recepite da un pubblico che, ci auguriamo, sia ampio. Un post sulla piattaforma Facebook della pagina relativa al suddetto progetto in data 11 giugno u.s. riportava che si era raggiunto l’importante traguardo della prevendita della sessantesima copia. Chiaramente c’è molto altro da fare, si necessita un interesse più ampio tra amanti della scrittura e della causa venezuelana in oggetto, affinché si possa giungere allo sperato quorum che sigilli la natività del progetto. Siamo ora in una vigilia curiosa, in un’età sospesa alla quale tutti, ciascun per ciò che può, è invitato a collaborare al progetto che sposa una causa benefica forse poco nota ma non per questo di minor conto a dispetto delle tante che, sulla carta stampata o sulle reti televisive, forti di grandi marchi alle spalle, riescono ad avere un impatto più diretto ed efficace sull’opinione pubblica.

Exiliados è un volume – che si apre con la prefazione della stessa Hebe Muñoz – che raccoglie al suo interno una serie di foto e di interviste rivolte a circa venti persone che, nel corso degli anni e per motivi differenti, hanno lasciato il Venezuela. Come si legge nella descrizione del progetto, “Attraverso le loro storie si delinea il quadro di un paese ricchissimo di risorse e un tempo anche di benessere, ma oggi vittima di un terribile disastro umanitario”. Tra i vari interventi si segnalano delle poesie della poetessa venezuelana Hebe Muñoz e un acuto intervento della giornalista Rossana Miranda.

Hebe Muñoz (Porto Cabello, Venezuela, 1967), professoressa di Lingue e poetessa, vive a Parma. Sulla sua formazione letteraria ha inciso la presenza del prof. Jerónimo Alayón, docente all’Università Centrale del Venezuela. Per la poesia ha pubblicato Pegasa. Rinata dalle acque / Renacida de las aguas (2016, edizione bilingue), presentato presso il caffè letterario “Le Murate” di Firenze nel 2017 dalla poetessa e critico-recensionista Marzia Carocci ed ESCUDEROS de la Libertad (2018, edizione bilingue), dedicato al suo paese d’origine del quale ha letto alcune liriche al 24esimo Festival Internazionale di Poesia di Genova “Parole spalancate” nell’evento dedicato al Venezuela, assieme ai rinomati poeti Armando Rojas Guardia e José Pulido; il libro è stato poi presentato, sempre nel 2018, presso la Galleria D’Arte Immaginaria di Firenze. Sue poesie sono presenti in varie antologie poetiche tra cui Canto d’amore alla Luna (2015), Mi corazón y tu corazón (2017). Dal 2014 organizza eventi letterari, il primo dei quali, “Triplo senso” è stato elaborato con la collaborazione dell’artista Angelica Colombini e la scrittrice Ivana Grisanti[1]. Ha partecipato e partecipa a iniziative letterarie, incontri pubblici, reading, letture ed eventi multidisciplinari dove l’unica protagonista è la cultura. Recentemente ha preso parte al crowfunding per il progetto umanitario rivolto al Venezuela destinato alla pubblicazione del volume Exiliados. Racconti della diaspora, un libro con fotografie, testimonianze e interviste dove figurano alcune poesie della poetessa.

Rossana Miranda (Caracas, 1982) si è laureata all’Universidad Central de Venezuela; ha lavorato presso il quotidiano El Nacional e la televisione pan-sudamericana Telesur. È divisa tra il Venezuela paterno, per il quale scrive su riviste e quotidiani, e l’Italia materna, dove frequenta un master in Sociologia alla Sapienza di Roma e lavora per il mensile Formiche. Sulla questione venezuelana ha pubblicato Hugo Chávez. Il caudillo pop (2017), scritto assieme a Luca Mastrantonio e, più recentemente, il volume La dissidenza 2.0. Resistenza dei blogger da Cuba alla Cina (2015)[2].

Exiliados è un progetto che ha come finalità quella di raccontare – in prima persona e dal vivo – il dramma umanitario del Venezuela, visto da chi, pur nato in quel Paese del sud-America, si trova ad esso distante, per scelta o per necessità. Il Venezuela, che conta una significativa presenza di italiani e di discendenti italiani (si stima circa 2.000.000 di persone) è una delle nazioni più ricche di risorse dell’intero Pianeta. Quando a scuola si studiavano quali erano i paesi maggiormente ricchi in quanto a fonti di energia, il Venezuela, assieme a vari paesi del Golfo Persico, veniva sempre richiamato per l’importante presenza di giacimenti di petrolio. Eppure, come in molti paesi “ricchi energeticamente” risultano poi poveri “economicamente” e instabili “socialmente”, come la storia insegna, il Venezuela ha, purtroppo, in sé questa antinomia che da decenni la caratterizza. Se negli anni Novanta del Secolo scorso il Venezuela poteva dirsi una sorta di Eden oggi, dopo la forte dominazione chavista (sulla quale per ovvi motivi non intendo esprimere giudizi di merito) dal 2002 al 2013, anno di morte del suo líder máximo e che si protrae sino ad oggi col successore Nicolás Maduro (con un altissimo tasso di recessione, delinquenza militarizzata diffusa, economia del narcotraffico dominante e corruzione diffusa a tutti i livelli), la situazione sociale – quella di un popolo inascoltato e offeso, sottomesso da una spavalda dittatura – è cambiata pesantemente (degenerando), radicalizzando negli ultimi anni le iniquità e le disparità sociali, portando ad aspre lotte intestine, casi di violenza, momenti di guerriglia e di grande confusione (oltre che di profondo impoverimento).

Come viene ricordato nelle pagine che presentano il progetto editoriale Exiliados in forma sinottica “I Venezuelani sono oggi un popolo in fuga dalla propria terra”. Ed è in questo interstizio di nostalgia per il proprio paese, di irrequietezza socio-economica e di profonda difficoltà che il Paese vive che il curatore ha partorito la doverosa idea di raccontare il Venezuela per mezzo dei ricordi della infanzia o dell’adolescenza di chi, nascendo e vivendo lì per un periodo consistente, oggi si trova in Italia (soprattutto in Toscana ma non solo) e guarda con melanconia e sofferenza all’attualità di Caracas, Maracaibo, Ciudad Bolivar, Maracay, Mérida e ai rispettivi barrios, sino alla più piccola vilas: “Per cercare di comprendere cosa si prova a lasciare alle spalle tutta la propria vite e la propria terra, “terra di grazia”, ho incontrato diversi di loro, che vivono tra Umbria, Emilia, Lazio e soprattutto Toscana. Le nuove case, il vecchio paese, un figlio lontano, un permesso di soggiorno sbiadito, un libro universitario, foto sparse sui cellulari. Chi fa vedere la propria laurea in Giurisprudenza, chi racconta di come era la propria casa a Caracas, chi ancora delle partite di calcio allo stadio. Racconti di paure, di speranze e di rinascite. Storie personali che si intrecciano con la storia di una nazione, da cui nessuno se ne sarebbe voluto andare, ma che per necessità, milioni di persone hanno dovuto abbandonare. Storie di migranti come tante: presenti, passate e future”.

Sempre nella descrizione del progetto vengono forniti alcuni dati numerici che ben esemplificano la vastità del fenomeno migratorio che, dal Venezuela e verso tre direttive diverse (altri paesi dell’America Centrale, USA ed Europa), negli ultimi anni si è accentuato notevolmente: è la migrazione di un popolo in fuga dalla violenza, dalla mancanza di democrazia, dall’imposizione del silenzio e dell’istaurazione del partito unico che solo i paesi e le persone che hanno sperimentato sulla propria pelle un periodo di regime totalitario possono, forse, realmente comprendere. Si legge: “Nella recente crisi politica che si è creata in Venezuela, il parlamento venezuelano ha eletto un presidente ad Interim (Guaidò) che, naturalmente, non è stato riconosciuto dall’attuale presidente Maduro. Il nostro paese ha scelto la neutralità per motivi politici, pur di non prendere alcuna posizione. E i mezzi d’informazione italiani, dopo qualche breve articolo, hanno deciso che l’argomento non era poi così interessante, nonostante la previsione dell’Onu che entro la fine del 2019 saranno 5 i milioni di venezuelani in fuga dalla crisi che sta colpendo il paese e dalla dittatura: il 16% della popolazione, una migrazione pari se non superiore a quella dei rifugiati siriani”.

Non viene risparmiato un tono duro e indignato – finanche nella componente poetica – essendo così smisurato e pesante il dolore che, da esuli, si prova nell’assistere pietosi dinanzi allo scempio che quotidianamente si compie nel proprio paese d’origine, lì dove risiedono i ricordi più belli, lì dove si giovava e si è studiato, ora tutto così avvolto miserevolmente dalla polvere, dalla presenza militare, da un linguaggio d’odio e d’indifferenza sociale. Tra le poesie di Hebe Muñoz inserite nel volume figura “Che ne sai tu del coraggio” dove possiamo leggere: “Lasciate la mia infanzia/ fate marcia indietro/ ladri del futuro/ assassini del sole”.

Nella seconda opera poetica (bilingue spagnolo-italiano) di Hebe Muñoz, Escuderos (2018), interamente dedicata al suo popolo e alla sua nazione d’origine – la poetessa dà la voce agli artisti, professionisti, genitori, studenti, lavoratori e ai venezuelani tutti, dotati dei loro scudi colorati impegnati nella battaglia per la libertà del Venezuela. Il libro si apre ed è arricchito dalla lunga nota di prefazione a firma di Antonio José Ledezma Día (sindaco di Caracas dal 2008 al 2015) arrestato nel 2015 dal regime comunista costringendolo due anni dopo alla fuga in Colombia per raggiungere la Spagna, dove oggi vive, e continua a condurre – a distanza – la sua battaglia contro la tirannia di Maduro. I versi di Hebe Muñoz hanno la volontà di rappresentare un sentito omaggio e ringraziamento verso coloro che, con caparbietà e coraggio, combattono giornalmente tale lotta. Nella nota introduttiva del volume la poetessa ha inteso sottolineare in maniera vigorosa quanto ogni singolo combattente (resistente dovremmo dire) che oggi manifesta e s’impegna contro le vessazioni del regime di Maduro sia degno di stima e apprezzamento perché forse proprio da questa massa coesa contro il dominatore potrà nascere una nuova luce: “Escuderos. Gli anziani rimasti nel Paese da soli e con i soldi insufficienti di una pensione sempre più svalutata (che non consente di arrivare neanche alla metà del mese) sono Escuderos. Così come sono Escuderos i loro cari, gli amici, gli espatriati che fanno salti mortali per sostenerli segretamente dall’estero con denaro, medicine o addirittura beni di prima necessità come dentifrici, biancheria intima, detergenti”.

LORENZO SPURIO

Jesi, 27/06/2020


[1] Una seconda edizione di questo progetto, in difesa dei Diritti del Bambino e dell’Adolescente, tenutosi con la collaborazione dell’artista e fotografa Angelica Colombini e della professoressa di pianoforte Renata Gorla, si è tenuta a Rivarolo Mantovano nel 2019.

[2] Un’interessante intervista a Rossana Miranda sulla questione venezuelana le è stata rivolta a Gennaio 2019 ed è possibile leggerla in rete per meglio comprendere l’intera vicenda e lo stato attuale del Paese: https://www.open.online/2019/01/24/il-venezuela-ha-bisogno-del-sostegno-internazionale-lintervista-di-open-a-rossana-miranda/

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“All’aurora”, poesia di Emanuele Marcuccio, con un commento critico di Lucia Bonanni

“All’aurora”

Poesia di Emanuele Marcuccio 

 

e l’aria è serena

all’aurora

 

e fischi

e frulli di ali

 

e passi

e passano veloci

 

e canti

 

trasvolano

 

PORTO EMPEDOCLE, di L. Bonanni.jpg
Porto Empedocle – Elaborazione grafica di Lucia Bonanni

Commento critico di Lucia Bonanni

L’aurora è il fenomeno luminoso, visibile nell’atmosfera che segue il bianco diafano del cielo e precede il sorgere del sole. La luce aurorale spunta ad oriente e si distingue per le tinte purpuree, dovute alla rifrazione dei raggi solari che ancora si trovano sotto la linea dell’orizzonte. E, se “Ogni alba ha i suoi dubbi” come scrive Alda Merini, sembra normale poter inebriare lo spirito con la vividezza dell’aurora, invece è una grazia poter osservare il levarsi del sole quando ancora “le stelle vacillano”. Per questo presso il popolo Navajo si insegnava ai bambini che il sole che sorge è sempre un sole diverso, un sole nuovo, che al crepuscolo muore e non farà più ritorno per cui occorre vivere la propria vita  in modo che nessuna aurora sia inutile e il sole non abbia sprecato il proprio giorno.

La lirica di Marcuccio “All’aurora” insieme all’aura tipica del dinamismo atmosferico evoca un tipo di auroralità che svela suggestioni liriche di eternità e mistero ed è allusiva per atteggiamenti di profonda spiritualità. La poesia del Nostro si compone di versi assai concisi, disposti in tre distici iniziali, separati da spazi bianchi come lo sono i due versi finali. I distici sono costituiti da frasi nominali, sorrette dal predicato verbale “trasvolare” dell’ultimo verso e dal predicato nominale “è serena” del primo verso. Oltre agli spazi bianchi che interrompono la lettura per offrire momenti di riflessione, impalcatura pregnante di tutto il componimento è l’anafora “e” che conferisce un ritmo cadenzato alla poesia e assume valore di accumulazione in quanto l’aurora si configura come un insieme addizionale di fenomeni e accadimenti. Sono i primi due versi a conferire una valida interpretazione di senso mentre l’espressione “e l’aria è serena” porge al lettore una visione di quieta amenità quasi egli fosse, proprio come scrive Baudelaire, un pacifico flâneur, un gentiluomo che si sofferma e indugia davanti ad un paesaggio da cui trae emozioni e tutti i benefici derivati da quella vista. È la congiunzione “e”, posta all’inizio del verso, a rafforzare il sentimento di quiete che si respira in quel momento mentre il risveglio del giorno è annunciato da elementi naturali e antropici. I versi “e fischi/ e frulli di ali” lasciano immaginare gli alberi di un giardino oppure quelli di un parco quale ad esempio potrebbe essere quello della Favorita a Palermo ovvero di un ambiente boschivo con intrecci di fronde a proteggere i nidi che accolgono varie specie di volatili. Poi, al sorgere del sole con il loro verso e il frullare delle ali i piumati svegliano tutto il vicinato e nel folto dei rami prende avvio un nuovo giorno come pure inizia nella realtà degli umani. Sulle viottole di campagna, sulle strade di paese e le vie cittadine si sente il battere dei passi che, diretti verso varie occupazioni, “passano veloci”; si percepisce in queste parole la fatica del lavoro e in circolarità temporale vi si coglie l’eco della poesia leopardiana, narrante la fine della giornata come accade in “La sera del dì di festa” e “Il sabato del villaggio”.

La menzione al canto nel verso “e canti” fa ascoltare quello delle lavandaie, dell’ortolano ambulante, dei mietitori, dell’artigiano che lavora nell’officina, delle donne che raccolgono l’acqua, ma anche quello dei fanciulli, intenti nei loro giochi. Le attività umane sono agite su un piano evocativo, simile e parallelo a quello della Natura dove il tramestio del lavoro si esplica nella cura della prole con la ricerca di semi e piccoli residui per la costruzione dei nidi. Alla fine della giornata tutto trasvola, tutto traguarda la luce del giorno, lasciando posto alla notte che di nuovo e ancora annuncerà il chiarore dell’alba e il rossore dell’aurora.

Nella lirica di Marcuccio il verbo “trasvolare” nell’accezione di volare da un posto all’altro, passare da un argomento all’altro, attraversare un territorio, passare velocemente, tralasciare con esplicito richiamo al superamento della fatica e del mutare del ciclo giornaliero e alle incognite che la notte porta con sé; però, in una diversa interpretazione di senso il verbo “trasvolare” può indicare anche i passaggi di ordine spirituale, sorti all’interno della mente e dell’animo ed è quanto si intuisce, leggendo la lirica. La limpidezza semantica del componimento nel valore concreto della parola equivale a quella sfumatura di salmodia, intonata su valori metrici rinnovati che riescono a trasfigurare le varianti strutturali della poesia marcucciana. Il mutamento formale non altera l’attenta disamina dei contenuti e neppure trascura di partecipare la fertile e policroma produzione dei classici. Assorto nel proprio sentire, Marcuccio con versi concisi, schematici, brevi ed essenziali attua una sinossi di ricapitolazione in cui l’esposizione scritta si esprime in forma sistematica e specifica significati ed elementi concettuali.[1]

Nella sua ispirazione e creatività poetica niente è lasciato al caso e nei suoi versi sempre si riscontra nobiltà d’animo mentre nei dati sensoriali sbocciano quelli che sono gli elementi elettivi delle sue letture, concatenati in perfetto equilibrio con le scritture intramontabili della tradizione letteraria. Ecco allora che il componimento del Nostro evoca e richiama la metafora onomatopeica come nella poesia “L’assiuolo” di Pascoli, “sentivo il cullare del mare,/ sentivo un fru fru tra le fratte”, quella immedesimativa e prospettica come in “Traversando la Maremma toscana” di Carducci, “pace dicono al cuor le tue colline/ e il verde piano/ ridente ne le piogge mattutine”, nonché quella filosofica di Leopardi, “passero solitario, alla campagna/ cantando vai finché non more il giorno” (“Il passero solitario”), nonché quella concettuale della Dickinson, “A tutti è dovuto il Mattino/ ad alcuni la Notte./ A solo pochi eletti/ la luce dell’Aurora” (“A tutti è dovuto”).

E la poesia di Marcuccio è senza dubbio per pochi eletti, una nuova Aurora che risveglia lo spirito e inebria i sensi di vera bellezza. Un tipo di poiesi che di primo acchito può apparire scarna e non sempre godibile, ma che al contrario è densa di belle e appropriate figure retoriche, immagini grandemente evocative, una musicalità edotta ed un’espressione delicata e suadente che conduce il lettore ad esplorare le terre nuove del proprio animo, maturando nuove sensazioni, forti emozioni e sentimenti sinceri.

LUCIA BONANNI

San Piero a Sieve (FI), 22 agosto 2017

 

[1] A questo proposito, voglio ricordare l’occasione ispiratrice di “All’aurora”, riportando le stesse parole dell’autore in una mail di qualche giorno fa: «La poesia la scrissi dopo un risveglio notturno, era il diciannove marzo, intorno alle 4,30 del mattino e sentivo gli uccelli cantare, mi svegliò l’ispirazione riuscendo a ricapitolare in versi quel canto che si può sentire sul presto al mattino; partì così la sintesi immedesimativa, come se mi trovassi in un parco o in un giardino, all’aurora».

 

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E’ uscito “Resta ancora un po’” di Federico Lorenzi

Resta ancora un po’
di Federico Lorenzi
You can print, 2013
Pagine: 160
Costo: €11

imageSinossi:
Veronica si trasferisce da Grosseto a Bologna per iniziare una nuova vita. Assieme a sua zia Clelia e sua cugina Alessandra scopre quanto può essere piacevole avere una vita normale senza i problemi che si è lasciata alle spalle. Ma grazie alla sua grande passione, il canto, Veronica riesce a recuperare se stessa e la sua giovinezza, inserendosi tra le allieve della DAMS.
In accademia incontrerà Andrea, un ragazzo affascinante e particolare fidanzato con  Amelia.
Tra amori, lezioni, e vita di scuola, Veronica si troverà a fare i conti con il proprio passato: tornare a Grosseto o restare a Bologna?
“Resta ancora un po’” è un romanzo accattivante che racconta le passioni dei giovani d’oggi viste attraverso gli occhi di Veronica.

Federico Lorenzi è nato a Grosseto il 21 luglio 1990. Attualmente collabora con “Sololibri.net”  e Fantasy Magazine, scrivendo recensioni online. Ha partecipato al corso di scrittura creativa presso la sede RAI di Roma.
 Tra i suoi autori preferiti spiccano C.R. Zafòn, e G. Musso.
Facebook: Federico Lorenzi – Autore (https://www.facebook.com/pages/Federico-
Lorenzi-Autore/246934308793516).

Federico Moccia ha scritto della storia: Veronica è una ragazza speciale, la sua energia è contagiosa, fa bene a tutti. Questo romanzo è come uno schiaffo inaspettato, uno di quelli che non si dimentica facilmente.

45 autori uniti per “Il viaggio- Il canto”, primo volume di un progetto di Vetrina delle Emozioni

IL VIAGGIO – IL CANTO

Progetto di Vetrina delle Emozioni (Progetto web-CD)

 

Vetrina delle Emozioni, il Viaggio, il Canto Vol. 1Il Progetto Vetrina delle Emozioni. Il Viaggio, il Canto. Vol. 1 nasce come progetto di promozione comune grazie alla partecipazione di tutti gli autori – artisti presenti nella suddetta opera.

Questo progetto è stato realizzato da 45 artisti…. non c’è miglior luce, del piacere di condividere le nostre emozioni.

http://www.vetrinadelleemozioni.com/cd-book-vol-1/il-viaggio.html
info@vetrinadelleemozioni.com

© TUTTI I DIRITTI SONO RISERVATI

Il Progetto Vetrina delle Emozioni. Il Viaggio, il Canto. Vol. 1 è stato curato da: Gioia Lomasti, Marcello Lombardo, Stephen Alcorn, Francesco Arena, con un’introduzione a cura di Lorenzo Spurio e una nota di chiusura  a cura di Emanuele Marcuccio.

Editing impaginazione a cura di: Francesco Arena e Gioia Lomasti

Editing creazione supporto digitale a cura di: Marcello Lombardo e Gioia Lomasti

Original images: Sthephen Alcorn – www.alcorngallery.com

Original photos: Nicola Matta, Alessia Cutrufo

Editing images & photos: Francesco Arena, Gioia Lomasti 

 

SI RINGRAZIANO TUTTI COLORO CHE HANNO PARTECIPATO CON UN LORO RACCONTO O POESIA

Stephen Alcorn, Norman Zoia, Fabio Amato, Francesco Arena, Ivan Bacchion, Gennaro Bertetti, Carmen Biella, Carlo Bonanni, Mariano Brustio, Daniele Capuozzo, Donatella Calzari, Susanna Cargasacchi, Tamara Cavina, Vincenzo Cinanni, Gaetano Cuffari, Alessia Cutrufo, Alessandro Maria Marcello D’Angelo, Sergio De Angelis, Rebecca Figini, Mario Fiori, Valter Fornasero, Flavio Girardelli, Luca Ispani, Stefano Leoni, Gioia Lomasti, Marcello Lombardo, Emilio Lonardo, Fausto Giovanni Longo, Alessia Marani, Emanuele Marcuccio, Gilda Massari, Nicola Matta, Guido Mattioni, Matteo Montieri, Federico Negro, Marco Nuzzo, Cristina Pelucchi, Ornella Pennacchioni, Giacomo Seccafien, Alessandro Spadoni, Lorenzo Spurio, Chiara Taormina, Michela Zanarella, Anna Pizzuti.

 

A cura della Sezione di promozione Autori ed Artisti
www.vetrinadelleemozioni.com

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