“Paragrafi per ricordare il poeta romano Dario Bellezza: polemico e irruento, icona contestata degli anni ’80” – Di Stefano Bardi

Articolo di STEFANO BARDI  

Il 1968 fu un anno importante per l’Italia: tanti giovani si riversarono sulle strade con le parole e con i bastoni, per cambiare il loro futuro. Cambiamenti che riguardarono pure la nostra letteratura, portando alla “morte” della Neoavanguardia e alla nascita della cosiddetta letteratura postmoderna, dove non è più possibile intravedere le linee letterarie di rilievo, le precise muse ispiratrici, né le poetiche letterarie del passato, bensì un linguaggio e una grammatica, che non hanno nessuno scopo investigativo o psico-sociale. Anche la poesia ebbe i suoi cambiamenti, che durarono, però, fino agli anni Ottanta, poiché molti poeti di quel tempo trattarono tematiche troppo legate alle proteste giovanili sessantottine e al boom economico italiano, senza riuscire ad andare fuori da questi due binari. Tematiche che per l’appunto videro molti poeti essere dimenticati e “schiacciati” negli anni Ottanta, dalla resurrezione della novella e, in particolar modo, dalla resurrezione del cosiddetto romanzo commerciale.

Eppure non tutti i poeti si adeguarono a quella poesia e alla trattazione di quelle tematiche, creando così una nuova lirica denominata neo-orfica o neoermetica che dir si voglia, proiettata verso l’esaltazione magica della poesia, verso la forza della parola immaginaria ancora in grado di scoprire legami e messaggi oceanici della realtà e verso la divulgazione di poesie “eterne” attraverso lessemi sublimi, “divini”, e vigorosi. Una poesia, questa, che ebbe la sua massima espressione attraverso il poeta, scrittore e drammaturgo Dario Bellezza (Roma, 5 settembre 1944-Roma, 31 marzo 1996). Uno scrittore che purtroppo è per lo più dimenticato ai giorni nostri, sembrerebbe non per motivi letterario-ideologici, bensì per motivi di carattere privato: la sua omosessualità e la sua morte per AIDS. Elementi, questi, che fecero vedere quest’autore a molti critici del suo tempo come uno scrittore osceno e scandaloso.

La poesia di Dario Bellezza può definirsi coma una lirica senza lustrini e brillanti, una poesia realistica in cui sono liricizzati i ragazzi amati velocemente dal poeta, che non appartenevano al mondo dell’amore sentimentale, ma a quello della prostituzione e del sesso mercenario. Amori veloci e puramente sessuali che erano volutamente ricercati dal poeta romano, poiché lui medesimo, per tutta la sua esistenza, ebbe uno legame ambiguo con il suo corpo, concepito come un universo colmo di rabbia, ansia, animosità ed esecrazione. La sua poesia può essere vista come un’infinita rampogna composta da lessemi inaciditi, amari, arroganti, eccitanti, come un sistema composto da stonati “frammenti” musicali.

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Dario Bellezza

Il 1971 fu l’anno della raccolta poetica Invettive e licenze, dove possiamo vedere i temi che caratterizzeranno la sua intera opera, ovvero l’ambiguità sessuale e la dipartita, temi vissuti dal poeta romano con straziante rimorso e mancanza di coraggio. Più nel dettaglio sembra giusto osservare che il sesso sia da lui concepito come un mondo composto di peccati e dissolutezze, che fanno nascere nello spirito del poeta un sentimento di vergogna, per gli amori incoerenti da lui vissuti e sperimentati. La dipartita, invece, simboleggia una notte colma di oscurità, paure e consapevolezze etico-esistenziali. Opera dai toni biografici, poiché nei testi qui raccolti, Bellezza ci mostra se stesso nella sua vicenda umana, nella sua angoscia e nei suoi calorosi amori all’interno di una quotidianità che vorrebbe distanziare, ma in cui dimora senza soluzione e senza trovare una nuova strada esistenziale. Opera nella quale si può toccare con mano la viscida autenticità intima del poeta, liricizzata attraverso due vie: quella di una lacerante e nobile compassione e quella di una eccitata narrazione lanciata verso il tragico, per mezzo dell’uso di una densa enfasi. Quest’opera può definirsi come una raccolta dell’estrema disubbidienza, rappresentata dal poeta attraverso una sintassi e una grammatica giornaliera, con tematiche che proiettano nella mente del lettore immagini feroci ed estreme, attraverso liriche corporali che si trasformano in poesie maniacalmente ansiose.

Nel 1982 venne pubblicato Libro d’amore in cui ritorna il tema del sesso, del voyeurismo cadaverico e della dipartita. Temi che sono affiancati mediante le immagini dei castighi corporali del poeta, che si fondono con la sua gentile e orgogliosa voce che fortemente declama lo spregevole e il divino fino a creare delle vere e proprie scene poetiche teatrali. Anche la giovinezza perduta e consumata è presente in questa raccolta. Una giovinezza che è rimembrata dal poeta come un’età dolce e luminosa, della quale purtroppo rimane ai suoi giorni una folle notte e la dipartita. Temi che sono espressi dal Nostro, attraverso un linguaggio esplicito.

Il 1990 fu l’anno della raccolta Libro di poesia, opera dal perfetto equilibro melodico conquistato grazie all’utilizzo di registri medio-elevati che ben si fondono con le tematiche dell’ardente fuoco passionale, della sconfitta sociale, dell’emarginazione etico-spirituale, della falsità umana e del rimorso della gioventù perduta. Anche in questa raccolta ritorna il tema dell’erotismo, non più visto come qualcosa di perverso, ma come qualcosa di puro, aulico, dolce. Una scrittura, questa, che può definirsi come una scrittura corporale e che evidenzierà gli aspetti più trasgressivi e barocchi della sua vita autolesionista.

Nel 1996 venne data alle stampe la raccolta Proclama sul fascino che può essere vita come l’opera della maturità del poeta romano, poiché le poesie presenti in questa raccolta sono colme di consapevolezza e sapienza, essendo il frutto della probità poetica e dell’ansia morale vissute in prima persona. Liriche che trattano temi intimi e privati del Bellezza come per esempio lo strazio esistenziale, la vitalità, la puerilità e la consumata fanciullezza, infine la dipartita, che dalla prima alla sua ultima raccolta è sempre presente. 

STEFANO BARDI

Bibliografia di Riferimento:

Della Bella, Sacro e diverso. Percorsi genettiani nell’opera di Dario Bellezza, Bologna, Il Lavoro Editoriale, 1990.

Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 1992, 2 vol., Tomo II.

Niglio, Dario Bellezza, Roma, Altrimedia Edizioni, 1999.

Lorenzini, La poesia italiana del Novecento, Bologna, Il Mulino, 1999.

Asor Rosa, Letteratura italiana del Novecento. Bilancio di un secolo, Torino, Einaudi, 2000.

Lorenzini, Poesia italiana del Novecento, Roma, Carocci, 2002, 2 vol., Tomo II – Dal secondo dopoguerra a oggi.

Cucchi – S. Giovanardi, Poeti Italiani del Secondo Novecento, Milano, Mondadori, 2002, 2 vol., Tomo II.

Raffaeli – F. Scarabicchi, Dario Bellezza: album, Ancona, Centro Studi Franco Scataglini, 2002.

 

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“E l’uomo chiese” di Tina Ferreri Tiberio, con un commento di Lorenzo Spurio

“E l’uomo chiese”[1] di Tina Ferreri Tiberio

 

E l’uomo chiese,

scrollando il capo,

se la terra, avvolta da

invisibile, infinita

nebbia, potesse proseguire

implacabile il suo

giro, fino ai confini

dello spazio.

 

Tremolante e inquieto

Il vento si levò,

lasciò intravedere

una fuggitiva nuvola,

…come un bacio appena appena

pennellato e perduto

nel grembo rabbioso

del cuore della terra.

 

Commento di Lorenzo Spurio

La poesia “E l’uomo chiese” di Tina Ferreri Tiberio, che è raccolta nella silloge “Frammenti” che fa parte dell’opera a più voci Sopra il deserto avviene l’aurora. Qualcuno lo sa (2017), si presenta al lettore come una cauta riflessione sui sensi dell’esistenza. Il titolo, che chiarifica in merito a una condizione dubitante dell’uomo, fa da apripista a un testo bistrofico dal verso libero. L’uomo, quasi ravvedutosi dalle sue azioni sconsiderate (sembra di intuire) pare svegliarsi da un sonno turbolento e, di colpo, prendere visione dello scenario nel quale è calato: la terra ricoperta da una fiabesca e impalpabile patina di nebbie che la rende quasi irreale e al contempo gradevole alla visione. Immancabile, nelle vene di un sotto-testo che non è così difficile da estrapolare, il pensiero di salvaguardia ambientale che la poetessa intende delineare quando, con un linguaggio semplice che rifiuta volutamente la dura interrogazione, allude a un possibile futuro del Pianeta. Ci sarà tempo – o, meglio, ci saranno ancora le condizioni – affinché la terra possa “proseguire/ implacabile il suo/ giro”?

Nella strofa che segue una folata d’aria, quasi provvidenziale e connaturata come segnale benaugurante, fa la sua presenza in scena; l’energia del vento è capace di disperdere la cappa di nebbia prima formatasi. Il ripristino di una situazione di ariosità del cielo permette lo svelamento: l’occhio riacquista visibilità su ciò che prima – nelle summenzionate condizioni fisiche – non aveva accesso. Ecco che la poetessa s’interessa di cogliere una “fuggitiva nuvola” che subito, con un’estensione romantica, associa a un bacio pitturato che si costruisce con pennellate velocemente sino a diventare indecifrabile e sparire. Esso si contraddistingue proprio per la stessa fuggevolezza e transitorietà della nuvola nel suo incedere inavvertibile eppure continuo.

La chiusa provvede a un sigillo significativo, ricorrendo nelle immagini a una ciclicità ben codificata. Dopo la meticolosa attenzione riversata al mondo d’aria (nebbia, vento, nuvola) si ritorna al mondo della concretezza, alla terra, descritta nel suo “grembo rabbioso”, antro tellurico di forze e di energie magmatiche di naturale genesi ma anche di una nutrita insofferenza verso la diffusa inciviltà dell’uomo.

 

L’autrice

img_1062-fileminimizer.jpgTina Ferreri Tiberio è nata e vive a San Ferdinando di Puglia (BT). Docente in pensione. Laureata in Pedagogia, ha insegnato nella scuola dell’infanzia e successivamente Storia e Filosofia in un Liceo Scientifico. Fin da giovanissima si dedica alla scrittura di poesie. Solo negli ultimi due anni ha partecipato a vari concorsi letterari ottenendo lusinghieri riconoscimenti tra cui (solo per citarne alcuni) il Premio Speciale CEI (Ufficio Nazionale per la Pastorale, il tempo libero, turismo e sport) al 3° Premio Letterario “Città di Fermo” nel 2017 con la poesia “Ti ho cercato o Dio, ti ho cercato” e il 2° premio assoluto al VI Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” di Jesi con la poesia “Dammi i colori, madre”. Suoi componimenti poetici sono presenti in varie antologie di premi letterari fra le migliori opere selezionate dalle relative giurie, altri componimenti sono inseriti nell’Enciclopedia della Poesia Contemporanea vol. VI del 2014-2015 della Fondazione Mario Luzi.Suoi saggi di carattere storico-filosofico sono presenti sulla rivista semestrale “Il Vascello”, rassegna di cultura, scuola e società dell’Istituto di Istruzione Superiore “Michele Dell’Aquila” di San Ferdinando di Puglia (BT) oltre che sulla rivista di letteratura online “Euterpe”.

 

[1] AA.VV., Sopra il deserto avviene l’aurora. Qualcuno lo sa, Aletti, Guidonia, 2017, p. 90.

“Corona” di Paul Celan, con un commento di Michela Zanarella

“Corona” di Paul Celan

L’autunno mi bruca dalla mano la sua foglia: siamo amici.
Noi sgusciamo il tempo dalle noci e gli apprendiamo a camminare:
lui ritorna nel guscio.

Nello specchio è domenica,
nel sogno si dorme,
la bocca fa profezia.

Il mio occhio scende al sesso dell’amata:
noi ci guardiamo,
noi ci diciamo cose oscure,
noi ci amiamo come papavero e memoria,
noi dormiamo come vino nelle conchiglie,
come il mare nel raggio sanguigno della luna.

Noi stiamo allacciati alla finestra, dalla strada ci guardano:
è tempo che si sappia!
E’ tempo che la pietra accetti di fiorire,
che l’affanno abbia un cuore che batte.
E’ tempo che sia tempo.

E’ tempo.

da “Papavero e memoria” (“Mohn und Gedachtnis”)

 

Commento di Michela Zanarella

‘Corona’ è una poesia d’amore datata 1948 di rara bellezza. Gli amanti si mostrano alla finestra, perchè è tempo che questo sentimento si manifesti al mondo, sia reso evidente. “Ci amiamo come papavero e memoria”, un accostamento particolare dove il papavero rappresenta una sorta di consolazione per dimenticare il dolore, e va in opposizione alla memoria. L’amore prende forma e si eleva nel contrasto, diventando qualcosa di importante, più stabile. Con uno stile raffinato, potente ed incisivo il poeta ci offre immagini avvolgenti mantenendo l’essenzialità dei versi, che ne evidenzia il profondo valore.

 

L’autore

celan.jpgPaul Celan (Cernăuţi, 23 novembre 1920 – Parigi, 20 aprile 1970), è stato un poeta rumeno ebreo, di madrelingua tedesca, nato in una città della Bucovina austroungarica, oggi parte dell’Ucraina. La sua infanzia è segnata da un’educazione rigida e repressiva da parte del padre, mentre dalla madre apprende la conoscenza della lingua e della letteratura tedesca. Goethe, Rimbaud e Rilke sono i primi scrittori a cui si avvicina. Nel 1938, conseguita la maturità, decide di iscriversi alla facoltà di Medicina a Tours, in Francia. Il treno sul quale viaggia sosta a Berlino proprio durante la Notte dei Cristalli. È in questo periodo che Paul inizia a scrivere le prime poesie, intensificando la lettura di Kafka, Nietzsche e Shakespeare. Tornato in patria, a causa dell’annessione della Bucovina settentrionale all’URSS, non può più ripartirne; si iscrive perciò alla facoltà di romanistica della locale università. Nel 1942, in seguito all’occupazione tedesca della Bucovina, Celan vive direttamente le deportazioni che condussero gli ebrei di tutta Europa all’Olocausto. Paul riesce a sfuggire alla deportazione, ma viene spedito in diversi campi di lavoro in Romania, perderà però definitivamente i genitori, catturati dai nazisti. Nel 1945 dopo aver donato tutte le sue prime poesie a Ruth Lackner, attrice e suo primo amore, lascia la città natale annessa all’URSS, e si trasferisce a Bucarest, dove lavora come traduttore e conosce alcuni importanti poeti romeni.  È però costretto a fuggire nuovamente attraverso l’Europa, a causa delle persecuzioni del regime comunista, raggiunge prima Vienna e poi si stabilisce a Parigi.  Si sposa nel 1952 con la pittrice Gisèle De Lestrange e pubblica il suo scritto più famoso, Mohn und Gedächtnis. Dalla metà degli anni 50 si dedica, anche al fine di mantenersi economicamente, a una intensa attività di traduttore da varie lingue: traduce Ungaretti, Cioran e altri. Nella notte tra il 19 e il 20 aprile del 1970 si toglie la vita gettandosi nella Senna dal ponte Mirabeau, prossimo alla sua ultima dimora. Il suo corpo sarà ritrovato i primi di maggio, a pochi chilometri dal ponte.

“Da Viznar a Prypiat” di Lucia Bonanni, con un commento di Lorenzo Spurio

Da Viznar a Prypiat” di Lucia Bonanni[1]

 

i bambini di Viznar

mangiano croste di pane

nero e sotto il lucore della luna

nuova al bivio di Alfacar

per la strada serpentina corrono

in cerca di poetiche presenze

 

i bambini di Prypiat

mangiano fette di pane

bianco, unto di scorie radioattive

 

tra fumi accecanti e case deserte

sotto i raggi di una luna in lutto

con la voce rotta dalle vampe

graffiano versi di preghiera

e le ustioni nelle ossa corrono

a cercare unguenti

nella foresta rossa dove si aggira l’orso

 

i bambini andalusi 

hanno negli occhi i sogni

delle mele rosse

e tra muri a secco e pallide infiorescenze

giocano con bambole di pezza

e spade di cartone

e già vedono nella città fantasma

i compagni ucraini che raccattano

numeri atomici e pezzi di reattori

 

dalle vie di Viznar alla città di Prypiat

la solitudine é tragedia immane

e la primavera ugualmente perde

le gemme tra aranci denudati

e il livore tossico di paludi oscene

 

 

Commento di Lorenzo Spurio

Una lirica costruita magistralmente su due piani temporali e spaziali diversi che hanno in comune il dramma dell’infanzia: bambini soli e denutriti, impauriti e minacciati da un morbo dal quale non ci si può sottrarre. La poetessa abruzzese Lucia Bonanni, che ha alle spalle un’intensa attività di insegnamento, pone al centro della sua attenzione e ricerca proprio la tragedia umana della miseria, della denutrizione e della malattia in ambienti dove si sottolinea la dolorosa assenza di una giovane voce stroncata troppo presto (Federico Garcia Lorca) o contrassegnati da un flagello smisurato che è figlio della deriva dell’uomo contemporaneo. La luna passa da un fulgore conoscitivo nel quale è insito il mistero della vita e l’affabulante ricerca del senso esistenziale (il “lucore della luna”) a una morte decisiva e virulenta, spasmodica e incontrollata (la “luna in lutto”) in parte già presente nella parte incipitaria se consideriamo che, nelle valenze allegoriche dell’Andaluso, la morte spesso s’annida nell’immagine sconsolata e preziosa della luna. La poetessa è capace di trasvolare età differenti, a distanza di circa un secolo, e di spalmare la sua sentita tribolazione dinanzi al tormento di un’infanzia derelitta, marginalizzata e contaminata, di proiettarsi in ambienti che appartengono a ecosistemi, geografie, nazionalità e latitudini diverse. Grida di dolore, dall’Andalusia accecata dal sole alla boscosa foresta – ora rossa – in Ucraina, che hanno una vibrazione che si palpa e un’eco inconfessata che screzia l’unico cielo.

Questa poesia è risultata vincitrice assoluta della V edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” (2016), prima premiata su un totale di 986 testi giunti da ogni parte d’Italia. La motivazione del conferimento, prodotta dal poeta palermitano Emanuele Marcuccio, e letta nel giorno della cerimonia premiativa, così recita: “In cinque rapide e taglienti strofe la poetessa istituisce diacronicamente un raffronto spazio-temporale tra due ambiti socio-culturali lontani e diversi ribadendo i diritti dell’infanzia che sono uguali per tutte le latitudini. Presenta così, agli occhi del lettore “incantato” una invitation au voyage nella terra andalusa dei bambini di Viznar, all’indomani dell’assassinio del poeta Federico García Lorca, per poi catapultarlo, ai giorni nostri, nella terra ucraina dei bambini di Prypiat. L’intera lirica evoca in maniera inequivocabile un grido al mondo contro ogni regime totalitario.[2]

Poesia che rivendica il diritto all’infanzia felice e che condanna l’inciviltà e la mancata premura dell’uomo nel proteggere sé e le generazioni che seguiranno da quell’inquinamento putrido che esacerba le già profonde “ustioni nelle ossa”.

 

L’autrice

foto-lucia-bonanniLucia Bonanni è nata ad Avezzano (AQ) nel 1951. Dopo aver conseguito il diploma di Maturità Magistrale, si è dedica all’insegnamento e successivamente si è trasferita in un paese del Mugello, in provincia di Firenze, dove tutt’ora risiede. È autrice di poesia, narrativa, critica letteraria, e saggistica con all’attivo numerose pubblicazioni di articoli, racconti, saggi e raccolte di poesie oltre a recensioni e prefazioni per testi poetici e narrativi di autori contemporanei. In volume ha pubblicato le sillogi Cerco l’infinito e Il messaggio di un sogno, oltre a un cospicuo numero di testi poetici in antologie, raccolte tematiche e riviste di cultura e letteratura online e cartacee. Dal 2018 è redattrice per la rivista di letteratura online “Euterpe” nella sezione di saggistica “Ermeneusi”. Ha svolto e svolge il ruolo di giurata in commissioni di concorsi letterari nazionali. Quale partecipante è risultata più volte finalista, menzionata e vincitrice in premi letterari nazionali e internazionali, tra di questi il 1° premio alla VI edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” di Jesi con un saggio dedicato ai Canti orfici e altri scritti di Dino Campana. Ha seguito corsi di fotografia e si dedica anche al linguaggio fotografico quale complemento dell’arte letteraria. 

 

NOTE

[1] In un tempo diacronico i bambini di differenti aree geografiche e diversa realtà socio-culturale narrano la vicenda umana e poetica di Federico Garcia Lorca, assassinato nei pressi di Viznar il 19 agosto del 1936, e il disastro nucleare di Chernobyl, avvenuto il 26 aprile del 1986 e che portò alla distruzione della vicina città di Prypiat; nella sincronia dei piani evocativi i bambini andalusi e quelli ucraini levano la loro voce a difesa dei diritti dell’infanzia. [N.d.A.]   

[2] La poesia, unitamente alla motivazione del conferimento del premio, è stata pubblicata nell’opera antologica del premio. Il volume può essere consultato e preso in prestito nelle biblioteche dove è stato depositato, di seguito indicate: https://tinyurl.com/y6vcjtnv   

“Piangendo Mawawil” di Malek Saleh, con un commento di Michela Zanarella

“Moaning Mawawil” di MALEK SALEH

 

For too long stayed the night of agony

With the scream of distance

it stormed me

And with the tear of bereavement

it flogged me

Your love  is getting so painful to me

Its perfume got me tired

Once I  smell it , I get along with me

Search for me

And burst into grief

Exactly like a funeral my life has become

since the time  the light of your sun set.

I will waive me

Take me to you so as to be you

The satan of abandonment will never deceive me

Every time it  seduces me into the subtitute sin

the angels of love wave to me with you

Oh you !! who escaped from the castle of my fortress

Come on!

Dance on the stage of my chest

So that the mawawil of my moaning will be silent.

 

Piangendo Mawawil

Traduzione di Claudia Piccinno

Troppo tempo durò la notte di dolore
e l’urlo della distanza
mi prese d’assalto
E con la lacrima del lutto
mi fustigò.
Il tuo amore  sta diventando così doloroso per me
Il suo profumo mi ha stancato
Una volta  avvertito l’odore, vado d’accordo con me stesso.

Mi cerco
E scoppio a piangere
Esattamente come un funerale è diventata la mia vita
dal momento in cui la luce del tuo sole è tramontata.
Rinuncerò a me
Portami da te perché io sia te stesso
Il satana dell’abbandono non mi ingannerà mai
Ogni volta mi seduce nel peccato sottotitolato
gli angeli dell’amore mi salutano con te
Oh tu !! che sei fuggito dal castello della mia fortezza
Dai!

Danza sul palco del mio petto

Così che il gemito del mio Mawawil

Sarà silenzioso.

 

Commento di Michela Zanarella

Un canto di sofferenza e disperazione dove la poesia diventa esigenza per liberare tutto il dolore racchiuso nel cuore. La distanza, le lacrime, il lutto, sono le parole chiave che ci accompagnano a vedere e a percepire la dimensione ‘tormentata’ che vive il poeta, per la perdita di chi ama. In questo caso dobbiamo però fare una precisazione: il testo in inglese ha una sua musicalità ed intensità, la traduzione in italiano, pur essendo in linea con il contenuto della lingua originale, presenta giustamente un ritmo diverso. Malek Saleh ha comunque uno stile riconoscibile, nelle sue poesie mantiene un codice espressivo di semplicità, che gli consente di arrivare al lettore.

 

L’autore

malek.jpgMalek Saleh è un poeta, nato in provincia di Maysan, nel sud dell’Iraq. Ha vinto numerosi premi nel campo della poesia. E’ membro dell’ Organizzazione Internazionale della cultura araba in Finlandia. Ha ottenuto il primo posto nel “Concorso Lega araba”. Ha partecipato a numerosi festival di poesia, è tradotto in diverse lingue.

“Fatture” di Massimiliano Chiamenti, con un commento di Lorenzo Spurio

“Fatture” di Massimiliano Chiamenti[1]

 

le uniche lettere che ricevo

sono ormai solo richieste di pagamenti

multe bolli sanzioni minacce

mai un messaggio con un invito a cena

o a leggere le mie poesie

da qualche parte

o un editore che mi voglia pubblicare

da me il mondo vuole solo soldi

che non ho più neanche per mangiare

allora ogni giorno mi alzo

spero di riuscire a trovare cibo

e attendo il momento del sonno

che mi liberi dall’incubo della mia vita

non cerco più niente

ho perduto tutto

e più niente mi interessa

tiro solo avanti

senza mai un aiuto

e attacchi sempre più omicidi

mi faranno morire tutti di fame

e di crepacuore

ma io continuo il mio cammino

anche se questo inferno

non si può chiamare vivere

eppure è così

nella vita ci vuole prudenza e senso pratico

o si perisce

e i guai non hanno mai rimedio

basta un attimo a commetterli

e poi non si rimedieranno mai

perché non mi uccido?

perché anche per togliersi la vita

ci vorrebbe un bello slancio di vitalità

 

Commento di Lorenzo Spurio

Il presente testo poetico del poeta fiorentino Massimiliano Chiamenti, assieme ad altri, fa parte di un ciclo definito in maniera quanto mai drammaticamente anticipatoria “Suicidal Poems”. L’intero componimento, pur girando attorno al tema della difficoltà economica, ha senz’altro un’eco maggiore a voler trasmettere un disagio che non è solo materiale bensì radicato nella psicologia del Nostro. Il poeta parla della noia di essere tartassati da scadenze e pagamenti di vario tipo, dell’insofferenza verso una corrispondenza ricevuta negli ultimi tempi che è di natura prettamente merciologica, contrattistica e priva di qualsiasi contaminazione emotiva. L’autore in questa fase critica della sua vita, forse adombrato anche dalla possibile fine o fuga di un amante sul quale molto aveva investito e in preda a un delirio persecutorio, affronta l’invalidante realtà che chiama “l’incubo della mia vita”. La chiusa è stringente e perentoria: il poeta domanda a un ipotetico uomo, lettore, spettatore delle sue vicende. Quello che sembrerebbe a prima veduta un interrogativo retorico, in realtà mostra paurosamente la natura incipitaria del gesto, dissacrante eppure salvifico che di lì a poco si appresta a compiere. Il distico finale richiama, però, ancora la vita nella sua sprizzante foga ed energia descritta in un “bello slancio vitale” quale pre-requisito cogente per proiettarsi nello spazio senza tempo. Slancio che il poeta ha colto nella sua casa di Bologna nel 2011, vestito con caparbietà e forse con una pretesa di fondo: quella della denuncia della solitudine che può celarsi nell’uomo e fagocitare chi, abbandonato, malato e in crisi con se stesso, ha già deciso di inscenare l’ultimo atto performativo.

 

L’autore

12-massimiliano-chiamenti.jpgMassimiliano Chiamenti nacque a Firenze nel 1967. Amante della poesia, traduttore e dantista molto apprezzato, pubblicò il saggio Dante Alighieri Traduttore (Le Lettere, 1995) e curò l’edizione Comentum super poema Comedie Dantis (Arizona Center for Medieval and Renaissance American Studies, 2002). Noto per lo più come poeta performativo e cantante (due cd pubblicati, Emme e Storyboard 1999 rispettivamente nel 1998 e 1999), fece parte della vita culturale degli ambienti underground della Firenze degli anni ’80 e ‘90 per spostarsi poi a Bologna. Stimato da autori quali Lawrence Ferlinghetti (col quale collaborò), Mariella Bettarini, Novella Torregiani, Massimo Acciai e Marco Simonelli; nel 1995 Edoardo Sanguineti gli consegnò il Premio “Città di Corciano”. Numerose le opere poetiche tra le quali Telescream (Cultura Duemila Editrice, 1993), alla quale seguirono User-friendly (David Seagull, 1995, x/7 (Dadamedia, 1996), p’t (post)(Gazebo, 1997), Schedule (City Lights Italia, 1998), Maximilien (City Lights Italia, 2000), le varie edizioni de le teknostorie (Edizioni Segreti di Pulcinella, 2003; Zona, 2005); free love (Giraldi, 2008), Adel &c (Fermenti, 2009), Paperback writer (Gattogrigio, 2009), evvivalamorte (Le Cariti, 2010), egiemme (Polìmata, 2011) e la raccolta di racconti Scherzi? (Giraldi, 2009). Nel capoluogo emiliano, complice una vita dissoluta e la condizione di sieropositivo, commise il suicidio nel settembre del 2011. La sua ultima opera, Di/e con Daniele, composta da 33 canti, venne inviata in pdf a mezzo mail agli amici più stretti poco prima di morire e rimane a tutt’oggi inedita ad eccezione di qualche brano pubblicato in rete da qualche suo amico.

 

 

 

[1] La poesia è tratta dall’articolo di Marco Palladini “I versi postremi: ‘le voci dissonanti’” apparso sulla rivista “Le reti di Dedalus” nell’ottobre del 2011, http://www.retididedalus.it/Archivi/2011/ottobre/LUOGO_COMUNE/4_chiamenti.htm

“Ho smesso di sorridere” di Anna Achmatova, con un commento di Michela Zanarella

“HO SMESSO DI SORRIDERE” – POESIA DI ANNA ACHMATOVA

Ho smesso di sorridere,
le labbra sono gelate,
ad una sola speranza
segue più di una canzone.

Senza colpa cederò il canto
al riso e alla profanazione,
ché al colmo del dolore
per l’anima è il silenzio
d’amore.

 

Commento di Michela Zanarella:

Una poesia breve, ma incisiva, che si fa canto autentico di amore e sofferenza. La vita della Achmatova è stata piuttosto tormentata e la sua scrittura si nutre di constatazioni dolorose, attraverso un linguaggio semplice ed essenziale. La profanazione indica l’annullamento di qualcosa di sacro ed è proprio la scelta di questo termine a dare una sferzata al corpo della poesia. Ma è l’anima a resistere e ad assistere ai mutamenti della vita, proprio come la poesia che diventa punto di forza e sostegno per affrontare le avversità.

 

L’autrice

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Anna Andreevna Gorenko nasce il 23 giugno 1889 a Bol’šòj Fontàn, un elegante suburbio di Odessa, terza di cinque figli. A cinque anni parla perfettamente il francese, a dieci Anna supera una grave malattia, a undici scrive la sua prima poesia. Nel 1903 comincia la storia sentimentale con il poeta Nikolàj Gumilëv, maggiore tre anni di lei ed ex allievo di un insegnante ginnasiale di Anna – Innokentij À nnenskij. Gumilëv è innamorato a tal punto da tentare il suicidio per superarne le resistenze. Nel 1905 i genitori si separano; Anna si trasferisce a Kiev. Qui, nel 1907, termina il liceo e si iscrive alla facoltà di Legge. Nel frattempo compone e quando manifesta il suo desiderio di pubblicare il padre le suggerisce di scegliersi uno pseudonimo letterario; la scelta ricade sul nome della bisnonna materna, Achmàtova. Nel 1910 Gumilëv sposa Anna, e l’anno seguente fonda con Gorodeckij lo “Cech Poetov”, la Corporazione dei Poeti, da cui prenderà vita il movimento Acmeista. La prima poesia di Anna è datata 1900, la prima pubblicata (sulla rivista parigina “Sirus”, edita da Gumilëv) 1907. La prima raccolta di versi, “Sera”, esce nel 1912. Nello stesso anno viaggia a Parigi, dove conosce Amedeo Modigliani, che la ritrasse in numerosi disegni eseguiti a memoria di cui uno è conservato a S. Pietroburgo. La produzione poetica continua fervida negli anni seguenti, nel 1914 pubblica il secondo libro “Rosario”, con esso ottiene una vastissima popolarità. Divorzia da Gumil ëv, partito volontario per il fronte; finisce un rapporto importante che segnerà per sempre la vita e la produzione della poetessa. Dopo il divorzio, Anna lavora alla biblioteca dell’Istituto di Agronomia, e nel 1918 sposa il poeta e assirologo Vladimir Šilejko, uomo patologicamente geloso e possessivo; questa unione termina nel 1921, anno di pubblicazione di “Piantaggine” e, a breve distanza, “Proprio sul mare” e “Anno Domini” (1922). Nel 1925 nasce una nuova infelice relazione con Nikolàj Punin, critico e studioso d’arte; la poetessa si trasferisce (a causa della crisi degli alloggi) alla casa della Fontanka a Leningrado, dove convive con lo studioso, la sua ex moglie e la figlia e Lev. Alla vigilia della seconda guerra mondiale scrive “Nell’anno quaranta”-Nel 1941 incontra la poetessa Marina Cvetaeva. Il poemetto “Lungo tutta la Terra” risale a questo periodo. Nel 1941 la Germania invade la Russia.  Nel 1944 l’Achmàtova torna a Leningrado, nella casa della Fontanka. La composizione “Poema senza eroe” si delinea nel 1942, ma la sua lavorazione continuerà fino al 1962. Nello stesso anno il figlio Lev viene liberato perché costretto ad arruolarsi nell’Armata Rossa; raggiunse la madre alla fine della guerra. In questo periodo Anna riprende a pubblicare su diverse riviste. Lev verrà arrestato di nuovo nel 1949, e la risonanza di una breve relazione di Anna con il primo segretario dell’ambasciata inglese Isaiah Berlin (1945), resa pubblica dal giornalista Randolph Churchill (il figlio di Winston), insieme con l’arresto e l’esilio in Siberia di Punin e all’espulsione della poetessa dall’Unione degli scrittori Sovietici, provocano in lei un periodo nero di isolamento, come è evidente in “Frantumi”. Nel 1964 la poetessa riceve il permesso di lasciare la Russia per venir insignita, in Sicilia, del premio “Etna – Taormina”. L’anno seguente presso l’università di Oxford riceve la laurea honoris causa. Le associazioni culturali russe la riabilitano come una dei massimi poeti sovietici del secolo; nel 1965 esce una nuova rccolta di poesie, “La corsa del tempo” che contiene fra l’altro le liriche degli ultimi anni e la prima parte del trittico “Poema senza eroe”.  Anna Achmàtova muore di una crisi cardiaca a Domodedovo (Mosca), già sofferente di cuore, il 5 maggio 1966.