Recensione di Lorenzo Spurio
L’incontenibile effervescenza e la più piacevole spontaneità di Luciana Censi, scrittrice di Foligno, pluripremiata in vari contesti letterari in tutta Italia, sono ben contenute nella sua ultima opera, Turismo DOC, edita da Pegasus Edizioni di Cattolica – Sezione Saggistica – nel 2019. Un “saggio personale”, come ben anticipa la primissima pagina del volume, e non avrebbe potuto essere diversamente essendo Luciana così originale, caratteristica, difficilmente descrivibile, sicuramente peculiare in un modo tutto suo, ovvero personale. Uno stile proprio che le è congeniale e che la fa sicuramente distinta nel panorama vasto e spesso lamentoso degli scrittori contemporanei.
Luciana Censi è stata una insegnante di matematica e in ogni suo intervento, pur modesto che sia in termini di spazio, ciò non può non essere esternato. Ce ne rendiamo conto anche dal titolo di uno dei suoi precedenti lavori ovvero L’assioma della completezza (Pegasus, 2017) che è seguito a La tirannia della memoria (Gelsorosso, 2015), il cui titolo, che richiama l’assioma, rimanda a concetti d’importanza capitale oggetto di studio della logica.
Quando mi dona il suo volume di Turismo DOC (dove il Doc – avremmo dovuto intuirlo – non ha nulla a che fare con una possibile “Denominazione di Origine Controllata” ed è, invece, “Denominazione di Origine Censi”, definizione coniata da Carla Barlese) in un recente incontro letterario a Foligno mi fa osservare, con espressione convinta e occhi birichini che le varie immagini che compaiono in copertina, sistemate in superfici quadrate, sono collegate – o distanziate – tra loro per la presenza di triangoli rettangoli. La concatenazione di immagini, che rappresentano l’impressione su carta di alcuni momenti tratteggiati nelle storie narrate all’interno, viene a costruire una sorta di collana vorticante che intuiamo mobile, fluttuante su quel cielo con lievi nuvole che fa da sottofondo, ed in effetti è una curva frattale, come mi spiega l’autrice.
Dopo un ricco testo della professoressa Carla Barlese posto come prefazione che è una summa di acuta analisi critica dell’opera unita, in maniera sinergica, a un profondo sentimento di amicizia e stima verso l’autrice del volume, si dispiegano venticinque racconti che, in realtà, non sono dei veri racconti o che, al contrario, sono racconti ma sono anche dell’altro. Si tratta senza ombra di dubbio di narrazioni, in alcuni passi anche particolarmente meticolose, senz’altro suggestive e incalzanti, dotate di tutti gli ingredienti sapienziali che rendono un libro interessante e pregno di curiosità che ne animano una lettura-fiume, ricorrente e continuativa, per scoprire realmente dove, questo “narratore non affidabile” intende andare a parare.
Le storie raccontate sono cronache, vale a dire episodi realmente accaduti a Luciana Censi nel viaggiare in varie regioni d’Italia, dove ci parla con franchezza di bellezze paesaggistiche e architettoniche, ma anche della fatica che si fa per raggiungere un posto, la prelibatezza più caratteristica di un dato luogo, con echi che abbracciano la storia (Federico II), trapassano stili (il Liberty del villino Ruggeri di Pesaro, poco distante dalla famosa “palla” di Pomodoro), lasciano tracce (le “impronte sulla sabbia” dell’omonimo racconto) e tanto altro ancora. Ci sono sonorità che la scrittrice è in grado di esaltare con la sua penna, con tecniche efficaci che permettono, pur nella loro semplicità, di coinvolgere il lettore e di trasportarlo nel possibile contesto di cui sta leggendo. Si è detto della non affidabilità della narratrice – che poi è anche il personaggio delle varie vicende – per un fatto molto semplice: l’atteggiamento imperscrutabile da lei adottato, in comunione con le dissertazioni e l’approccio pervaso di ilarità e autoironia, ne fanno un personaggio non solo “a tutto tondo”, ma praticamente lontano da una qualsiasi classificazione. La sua spensieratezza e naturalità sono i tratti distintivi che più si apprezzano e che sono – banale aggiungerlo – tratti di quella pervicace libertà espressiva dell’autrice, quel suo dire aperto, tendente alla condivisione e alla felice compartecipazione dei suoi stati, sentimenti.
Questo libro, che si compone di poco più di cento pagine, ci permette di viaggiare pur restando fermi. Non solo nei luoghi (Spello, Assisi, Pesaro, Erice, Cingoli, Ostia Antica e la Roma dei Fori imperiali, Catania, Pesaro, il lungomare di San Benedetto del Tronto, Dozza e altri luoghi ancora) che Luciana descrive e impiega per permettere alla sua protagonista, suo alter ego, di compiere le sue azioni, ma anche – e soprattutto – nei flussi emozionali, negli sguardi verso il mondo, nella lettura dell’altro, nei dialogici con terzi, nelle riflessioni condotte in privato e generosamente a noi donate per mezzo del dettato del verbo.
Ci sono parchi archeologici (Ostia Antica), saline (Trapani), chiese (la chiesa dell’Ara Coeli di Roma poco distante dal Vittoriano, con la sua “infinita” scala, la cattedrale normanna di Monreale con i mosaici dorati), le piazze, i monumenti (il Tempio di Segesta, Villa d’Este di Tivoli, la reggia di Caserta, il Castello dei Conti Guidi a Poppi nell’Aretino, il Kursaal di Grottammare), le acque del mare di Policoro (Basilicata) e del Po a Torino, città nella roccia come la celebre Matera, musei (il Museo Egizio di Torino) e così via.
Mi confida che l’idea di questo volume: il raccontare storie personali, di viaggio e di vita, in giro per l’Italia dove si è recata man mano per ritirare premi che ha riscosso in varie competizioni letterarie, è stata molto apprezzata al punto tale da aver ispirato altri autori a tenere questa sorta di “libro di bordo”, per tracciare momenti trascorsi con zaino in spalla, poi in una caffetteria dopo la premiazione e, ancora, a pedalare, fino allo stremo, assieme al paziente coniuge. Non solo l’idea creatrice che sta alla base di questo volume (e delle tante storie che continua a narrarci e condividere con noi su Facebook) è originale e riuscita, ma presuppone un tipo di scrittura che reputo non facile: non è la semplice trascrizione di ciò che si è fatto in maniera asettica, seguendo un ordine cronologico o di causa-effetto, ma necessita la giusta decantazione dei momenti, il recupero degli istanti anche per mezzo delle foto che fedelmente fa accompagnare al testo. Sono frammenti di una sorta di autobiografia che la Nostra scrive a puntate, come una soap opera letteraria dove la protagonista è sempre la stessa, cambiano gli spazi, la meteorologia, gli alberghi nei quali ha soggiornato, il cibo e, soprattutto, le persone incontrate: tra amici ritrovati, nuove conoscenze, persone lambite con lo sguardo, visi noti in Facebook che finalmente prendono vita. Ed in fondo la ricchezza delle immagini che Luciana Censi tratteggia nel volume e la felicità che si respira degli attimi vissuti in sana condivisione, sono proprio gli elementi principe di questa narrazione speziata, mai prevedibile, che ci informa e ci rende edotti, istruendoci anche fornendoci informazioni di carattere storico-geografico-archeologico e di altre scienze. Un turismo letterario che, di riflesso, potrebbe essere letto, oltre che come narrazione di un picaro d’oggi in un percorso di continue partenze e ritorni, come una vera e propria guida che l’ipotetico turista si appresta a far sua per compiere il tracciato suggerito dalla Nostra. Un viaggio nel Belpaese che Luciana è in grado di esaltare, rendendo merito a tante bellezze diffuse, più o meno note e celebrate, ma che hanno senz’altro ragione di una visita e una condivisione con i nostri cari.
Lorenzo Spurio
04-12-2019
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Berlino, 23 marzo, 23.41 di un anno indefinito (i roghi divampano sempre nelle fragili anime umane), un palazzo “rivestito di intonaco rosa” prende fuoco nell’ultimo romanzo di Simona Sparaco Nel silenzio delle nostre parole (DeA Planeta 2019) e le lingue sono anche quelle dei suoi inquilini da troppi anni colpevolmente, tragicamente mute.
Il titolo della silloge, Metamorfosi e sublimazioni (Guido Miano Editore, Miano, 2019), racchiude in sé gli effetti che la poesia è solita generare nell’anima di chi ad essa affida la propria anima, il proprio sentire.
La prima parte “Apocalisse del cuore” ben mostra il sistema di contrasti che dominerà per tutto il corso del libro. Quello degli ossimori e degli opposti è uno dei sistemi più efficaci messi in campo da Barbara Colapietro per evidenziare lo scarto che esiste tra una realtà attuale desolante e caotica al contempo e una società improntata al bene e alla solidarietà che appare come ideale e irraggiungibile. In realtà con la sua poesia l’autrice chiama a un’analisi di questa condizione asfissiante e alienante nella quale siamo immersi. Si rimarcano, nei vari versi che appartengono a questa prima parte della silloge, gli aspetti più gravi e deleteri di una società asservita al Male: “In una sola notte/ hanno estirpato/ tutti i fiori” (18); “Hanno messo/ la passione nella bara/ per uccidere/ il ventre di una madre” (18). Per tali ragioni la Nostra si trova inserita in un contesto nel quale cerca di individuare una possibile strada di semplicità, una via nella chiarità che possa in qualche modo dare compimento alla nostra ricerca continua di una verità. Si percepisce un piano evidentemente spirituale, sorretto da un pensiero religioso che nutre l’esistenza della Nostra e ne corrobora i pensieri, anche quelli apparentemente più grevi. La giustizia (dall’omonima poesia) si tinge di quel monito sentito e di quell’impegno furente che ha la sembianza di una lotta per la verità.
La “letteratura ucronica” (suggestiva variante del filone fantascientifico), nella quale si prospetta un passato avveniristico alternativo al presente della realtà storica, vanta una ricca tradizione novecentesca – da La svastica sul sole di Ph. Dick al Complotto contro l’America di Roth, da IQ84 di Murakami allo splendido, dimenticato Ada di Nabokov – e ancor più consolidato è il topos dell’umanoide/cyborg
Sabato 26 ottobre alle ore 17:30 presso l’accogliente Aula Magna del Palazzo dei Priori di Montecassiano si terrà un evento dedicato alla poesia marchigiana contemporanea. L’evento, organizzato dall’Associazione Culturale Euterpe di Jesi con il patrocinio del Comune di Montecassiano e della Provincia di Macerata, vedrà la presentazione del volume La giovane poesia marchigiana del critico letterario Lorenzo Spurio edito da Santelli Editore di Cosenza negli scorsi mesi. In questo ampio saggio Spurio ha raccolto una serie di testi critici (recensioni, saggi, prefazioni, approfondimenti, etc.) su opere di vari poeti marchigiani. Tale volume, che non ha nessuna velleità onnicomprensiva di analisi della vasta produzione poetica d’oggi della nostra Regione, fornisce, in appendice al volume, anche una scelta di testi – uno per autore – dei poeti oggetti di studio e lettura nel volume. Durante la serata la poetessa e speaker radiofonica Morena Oro terrà una performance dal titolo “Il sospiro di Medusa” (dal nome del suo ultimo libro di poesie); ad arricchire ulteriormente il pomeriggio sarà la cantante Noemi Romiti.
Rita Fulvia Fazio al suo esordio letterario, è ospite di Guido Miano Editore nella collana Poesia Elegiaca del Maestri Italiani dal ‘900 con l’opera Metamorfosi e sublimazioni (2019).![Fazio Rita Fulvia 2019 [EL] - Metamorfosi e sublimazioni [fronte].png](https://blogletteratura.com/wp-content/uploads/2019/10/fazio-rita-fulvia-2019-el-metamorfosi-e-sublimazioni-fronte.png?w=736)
Leggere Angoli del tempo (Elison Publishing, 2016), giallo-poliziesco psicologico del Dottore Marco Cirillo, costituisce una soddisfazione per l’intelletto ed un piacere per l’anima. Questo brillante autore ci ha piacevolmente sorpreso sia per le sue capacità espressive sia per le sue profonde riflessioni psicologiche sull’animo umano, anche se è la seconda volta che ci accingiamo a recensire un’opera letteraria compiuta da un medico. Di solito siamo abituati a configurare la figura del medico come una persona estremamente pragmatica anche se dotata di un’ampia cultura settoriale e professionale relativa alla sua specializzazione. Questa volta abbiamo scoperto in un cardiochirurgo esperto ed apprezzato, non solo un abile scrittore con un’ampia e feconda immaginazione, ma sotto sotto, un animo poetico che, di tanto in tanto, fa capolino nella sua prosa limpida e scorrevole. Abbiamo voluto quindi fare una piccola ricognizione sulla sua vita e abbiamo scoperto che Marco Cirillo è nato a Pescara è stato in diverse città della Penisola e molti anni a Bologna dove ha frequentato il Liceo Classico ricevendo uno studio umanistico che è formativo per la cultura e la personalità di chi ne beneficia. Nell’Università di Bologna si è poi laureato in medicina con il massimo dei voti. Attualmente vive a Brescia e presta la sua opera presso la Fondazione Poliambulanza che è un Istituto Ospedaliero privato no profit che ha come missione principale la cura della persona, nel rispetto della sua dignità. Il nostro Dottore opera in seno all’ “Unità Semplice di Chirurgia dello Scompenso Cardiaco” che, nel suo campo, costituisce una delle eccellenze della medicina italiana molto apprezzata. Lui stesso dichiara di “vivere vicino alle persone che soffrono ed ai loro sentimenti di ogni giorno e la scrittura gli fa comprendere e rappresentare questa nostra vita nei suoi infiniti aspetti”. Abbiamo scoperto anche che questo è il suo secondo romanzo pubblicato, assieme ad altre opere di poesia e a un testo finalizzato ad un debutto teatrale. Insomma, nell’Habitus del cardiochirurgo si è sviluppato l’archetipo del letterato. L’ordito narrativo del libro s’intreccia e si dipana principalmente nella città di Bologna, con puntatine a Genova, Savona e Modena avendo come personaggio principale un Ispettore di Polizia del settore Omicidi, Stefano Righi, famoso per le sue capacità di segugio provetto nel risolvere i casi più intricati e misteriosi di questo settore del crimine. Per queste sue qualità, gli vengono affidati alcuni casi di omicidio efferato che sono rimasti insoluti da qualche anno. Sposato ma separato e con un figlio quindicenne che studia e del quale deve prendersi cura quotidianamente. La sua vita scorre monotona e delusa, sia come lavoro che come esistenza di comunione familiare fallita, ora deve occuparsi con molto impegno di questi omicidi rimasti senza un colpevole né prove concrete o indizi validi. In questi fatti criminosi sembra coinvolta anche se non direttamente una donna, Isabella, un’insegnate di origine portoghese ma nata in Italia, che alcuni testimoni hanno intravisto vicino ai luoghi nei quali si sono verificato gli omicidi. Questa donna abita a Bologna e Righi deve trovarla e ricominciare da lei le indagini su quei crimini.




Chi accetta/sceglie il “Mestiere dei fiaschi” (splendido il capitolo, pp. 47-48) “offre a tutti le maschere poi le stacca dal volto, disegna e cancella, scolpisce e distrugge, prova le voci, evoca i fantasmi” e, “artigiano del tempo”, vero specialista dell’avventura interiore (prima che di competenze disciplinari), esplora il passato, ricompone il presente ed elabora il domani. In questo senso il libro costituisce una straordinaria riflessione complessiva sul villaggio educativo italiano, troppo spesso precettistico, competitivo, autoritario, pedantesco, non luogo deputato alla trasmissione della conoscenza e della cultura ma sede istituzionale per misurazioni, valutazioni (“tiranniche” secondo A. Del Rey), esperimenti docimologici, prove oggettive che si traducono in “caricatura della meritocrazia” reiterando una “struttura binaria bloccata” sul ruolo frontale contrapposto e non comunicante del professionista che somministra materiale scientifico e del discente il quale, passivo, subisce l’ascolto rispondendo a verifiche modulari raramente calibrate e commisurate alle proprie esigenze profonde di Persona “sacra, solenne e ingiudicabile”. Convinzione radicata dell’autore è che proprio la scuola costituisca, invece, lo spazio privilegiato “per migliorare la qualità delle relazioni umane, piazza di scambi e stupori, riconoscimento e scoperta di ragazzi che hanno bisogno di certezze da distruggere, tesi da contestare, padri da uccidere, nemici da sconfiggere”, strumento decisivo – fra i pochi rimasti – di “resistenza etica” per diagnosticare l’atonia della società contemporanea, contrapporre – ricorrendo alla potente arma del linguaggio, “espressione strutturale e strutturante delle emozioni” – i valori guida di un’esistenza ben spesa (“rigore, coerenza, responsabilità”) ai falsi miti di una precaria contemporaneità e, alla fine, “scendere nella notte spirituale degli adolescenti”, nel loro malessere latente/inconfessato, tanto maggiore quanto più è marcato da miseria e squallore (“Non si può educare solo nella zona di sicurezza”, Bergoglio 2013).