La corrida: ecco come si svolge; los tres tercios 6/10

Finalmente entriamo nello specifico.. ecco come si svolge una corrida

Una corrida è una lotta scenografica tra un toro feroce e pericolosissimo e un uomo vestito in un abito ricamato di fili d’oro e con dei calzetti fucsia. Detto così sembra una barzelletta. Vediamo in dettaglio in che cosa consiste. Il luogo dove avviene la corrida è la plaza de toros, una sorta di anfiteatro romano molto capiente e con la disposizione dei posti per gradinate.

All’ora prestabilita per l’inizio dello spettacolo il presidente dichiara l’apertura della corrida mediante l’esibizione del fazzoletto bianco che dà inizio al suono della banda (clarines e timbales) che intonano la musica d’apertura.

La corrida si apre con la sfilata iniziale degli attori della corrida. Aprono il paseillo (foto a sinistra) due alguaciles che sono due araldi a cavallo in costume del XVII secolo che chiedono simbolicamente al presidente (unico giudice della corrida) le chiavi della porta da dove usciranno i tori. Poi seguono i tre toreri seguiti dalle rispettive cuadrillas. Ogni cuadrilla è composta da due picadores a cavallo, tre banderilleros e alcuni incaricati a ritirare il corpo del toro una volta morto. Ogni corrida è divisa in tre parti chiamati tercios che sono scanditi dal suono della banda e soprattutto dal clarino. Solitamente in ogni spettacolo taurino vengono uccisi sei tori, due per ogni torero. Vediamo come si sviluppa la corrida e che cosa succede in ciascun tercio.

  1. IL TERCIO DE VARAS

Il torero e gli altri membri della cuadrilla aspettano l’entrata del toro riparati dal burladero. Una volta giunto nell’arena il toro è già particolarmente debilitato e impaurito per lo strano trattamento che gli è stato riservato, per le ferite che si è autoprodotto e per la sua reclusione in uno spazio stretto e buio. E’ un animale già in partenza sofferente e impaurito. Dall’altra parte però il toro, trovandosi ora in uno spazio libero e alla luce, crede di essersi riscattato dal suo stato precedente per cui prende a correre in maniera violenta illudendosi di essersi riappropriato della propria vita. Il torero dalle vesti colorate, il suono della banda, il sole accecante (le corride si tengono solitamente alle 18.00 o alle 18.30), il rumore prodotto dalla gente festante e con molte aspettative infastidiscono l’animale e lo indeboliscono ulteriormente. Inoltre gli abrasivi che gli sono stati disposti sugli zoccoli gli procurano un gran dolore ogni volta che si muove.

Non è raro che il toro cerchi di ritornare dallo spazio dal quale è venuto (considerando preferibile uno spazio chiuso, stretto e buio piuttosto che uno spazio aperto, alla luce e pieno di rumore, intuendo, forse, l’inganno nel quale è appena caduto). Ovviamente trova la porta già chiusa e spesso tenta di aprirla a cornate. Una volta uscito solitamente il toro compie un giro completo dell’arena dirigendosi alla sua destra in cerca di una via di fuga se invece gira verso sinistra in gergo si dice che el toro ha salido contrario.

Una volta compreso che non può ritornare nel precedente spazio, il torero fa ingresso sull’arena e prende a chiamare il toro. Questo, notato il movimento dell’uomo, prende a correre nella sua direzione. La corrida ha appena avuto inizio.

Il presidente ordina l’entrata del picador solamente dopo che il toro sia stato toreato dal torero con il capote[1]. Uno dei picadores entrerà nel ruedo e si approssimerà a lottare con il toro mentre l’altro si posizionerà nella parte opposta dell’arena

Il picador, nome che potremmo tradurre come ‘pizzicatore’, ‘aizzatore’, in sella ad un cavallo bendato e protetto da armatura infilza la sua lancia (vara de picar) ripetutamente in mezzo alle spalle dell’animale[2]. La vara de picar ha una punta d’acciaio di tre centimetri sormontati da altri undici centimetri di superficie; i colpi che il picador sferra al toro per mezzo de la vara de picar sono chiamati puyazos. Il toro cerca di difendersi dimenandosi ma la lancia lo tiene a distanza di sicurezza e con i suoi movimenti non fa altro che aumentare le lacerazioni delle carni e le perdite di sangue. Il picador infilza la parte acuminata della lancia con particolare violenza facendosi spesso peso con il suo corpo per alimentare i danni all’animale. Lo scopo dei puyazos è quello di indebolire il toro, di ridurre la sua resistenza e di procurargli seri danni alla muscolatura delle spalle che non gli permetta di mantenere la posizione eretta della testa.

In tutto ciò sebbene il cavallo indossi una protezione (peto o caparazón[3]) diventa il principale bersaglio del toro che si avventa su di lui e lo incorna. Generalmente le cornate del toro non producono gravi danni al cavallo il quale è bendato poiché il picador con la sua lancia cerca di allontanare il toro ma in alcuni casi il toro prende ad inveire contro il povero animale, per altro bendato, riuscendo a spostarlo per alcuni metri o addirittura a farlo cadere a terra e con lui il picador. In questi casi l’intervento di qualche membro della cuadrilla è necessario per distogliere il toro dal cavallo a terra e dal picador e permettere loro di rialzarsi. Si tratta, a mio parere, della parte più crudele e brutta di tutta la corrida poiché animali che in condizioni normali non si sfiderebbero vengono a trovarsi qui, per volontà dell’uomo, uno contro l’altro. L’uomo si serve del cavallo come scudo umano per cercare di ferire e indebolire il toro. Non è escluso che il cavallo cadendo o rimanendo incornato si ferisca in maniera grave per cui l’abbattimento si renda necessario. Va inoltre tenuto presente che anche il cavallo prima del suo ingresso nella corrida viene sottoposto ad una serie di trattamenti per ammansirne il carattere che di fatto non sono altro che maltrattamenti. Si tratta generalmente di cavalli anziani malati o deboli che sono destinati al macello per cui i loro proprietari li destinano alla corrida. Se vengono feriti o la loro salute è fortemente compromessa verranno in seguito abbattuti se invece si sono comportati bene allora potranno essere impiegati in una nuova corrida.

Il presidente segnalerà il cambio di tercio quando reputerà che il castigo per il toro mediante i puyazos è stato sufficiente. Quando il toro si mostra particolarmente mansueto e non può essere infilzato dalla vara de picar come previsto il presidente potrà disporre il cambio di tercio e l’applicazione delle banderillas negras.

  1. IL TERCIO DE BANDERILLAS

A questo punto dello spettacolo arrivano i banderilleros, uomini particolarmente agili che hanno il compito di distrarre il toro con i loro rapidi movimenti affinchè il picador sul cavallo possa abbandonare il ruedo.  I banderilleros prendono il nome da banderilla ossia ‘bandierina’ che sono strumenti colorati e con drappi che ad una estremità hanno una punta acuminata. La conformazione della punta metallica è fatta in modo che quando il toro si muove questa continui ad agire ledendo le carni dell’animale e aggravando il dolore al toro.

Le banderillas vengono conficcate sul dorso del toro per aumentare le sue ferite e il suo sanguinamento. Vengono impiegate tre paia di banderillas per ogni toro.

Quando per qualche problema o incidente avvenuto sul ruedo i banderilleros di una cuadrilla non possono attuare allora verranno sostituiti dai banderilleros più giovani di un’altra cuadrilla.

  1. IL TERCIO DE MULETA

Il torero è l’ultimo ad apparire sul ruedo. E’ lui la vera star dello spettacolo. Si tenga in considerazione che i toreri sono supportati ed osannati da ampie schiere di giovani (soprattutto ragazze) come se si trattassero di famosissimi calciatori italiani.  Il torero rappresenta il coraggio, la gloria, il rischio e la forza. La storia insegna che in alcune situazioni questi elementi sono venuti meno e il torero piuttosto che uscire dalla plaza de toros dalla entrada principal a hombros è uscito dalla plaza caricato su di un’ambulanza diretta per l’ospedale più vicino. E’ il rischio del mestiere: con una serata si può diventare molto famosi ed apprezzati ma allo stesso tempo si può rischiare la vita. Si può portare a casa una o due orejas o una grave ferita a un muscolo della gamba. Sfidare un toro per un torero in fondo è come sfidare il proprio stesso destino. E’ mettere in gioco la propria vita. Direi che non condivido l’interpretazione che da molta gente circa la corrida in cui si dice che il torero non rischia niente, nel senso che può proteggersi dall’animale che lo carica fuggendo, usando lo spadino o addirittura venendo aiutato da membri della cuadrilla. Non è vero. Il torero rischia continuamente la propria vita. La storia della tauromachia insegna che anche nei momenti in cui il toro sembrava particolarmente fiacco, debilitato e ormai praticamente sconfitto, non si deve mai abbassare la guardia perché il toro, dispensatore di un’energia senza fine, è capace di colpi di scena.

Il torero si caratterizza per una serie di attributi che utilizzerà nel corso della sua impresa: il capote, un ampio manto color fucsia e nella parte interna di colore giallo, la muleta un manto rosso di più piccole dimensioni e l’estoque ossia lo spadino.

E’ necessario a questo punto sfatare un mito o piuttosto una credenza popolare largamente diffusa per lo meno nella cultura italiana, che poco conosce della tauromachia. Secondo molte persone (e oramai anche secondo la cultura italiana che ha fatto propria questa idea, sebbene sia erronea) il toro verrebbe provocato dal colore rosso del mantello. In realtà i bovini non riconoscono i colori quindi non è tanto il colore del mantello a destare la sua ira ma il fatto che questo venga mosso, che venga fatto vorticare. Il fatto che la muleta sia rossa, credo, risponda all’esigenza di nascondere il rosso del sangue del toro sulla sua superficie. Infastidito dal movimento del capote prima e della muleta poi il toro prende a dare cornate verso il mantello illudendosi di colpire qualcosa di più concreto. Quando il torero smette di muovere il capote è addirittura in grado di dare le spalle all’animale e volgersi verso la folla. Questo spiega ancora una volta il fatto che il toro sia accecato dal movimento del telo e non irato dalla presenza del matador.

Nel caso in cui il toro si dimostri particolarmente ingestibile e pericoloso per il torero, quest’ultimo verrà aiutato da altri cinque toreri che, ognuno con il suo capote entreranno nell’arena per distrarre il toro dal torero.

L’ultima parte della corrida chiamata tercio de muleta culmina con l’uccisione del toro. Dopo una serie di varie cariche eluse da parte del torero, sottolineate dagli olé festanti della folla e dalla musica della banda, il matador conclude lo spettacolo.

In una delle varie interruzioni intercorse tra le varie cariche il torero si ferma dinanzi al toro, non lontano dal bordo del ruedo e cambia mantello, prende la muleta, un mantello più piccolo e di colore rosso dietro al quale cela l’arma con la quale ucciderà l’animale, uno spadino fino ed affilato chiamato estoque o espada lungo 88 cm.

Quando il toro torna in carica si avventa verso il torero e questo con un gesto che deve essere preciso ed abile al tempo stesso gli conficca il lungo spadino tra le spalle cercando di infilzarne dentro tutta la sua lunghezza. I puristi della tauromachia sostengono che si colpisce un punto ben preciso del toro questo cade all’istante senza vita. Personalmente non mi è mai capitato di vederlo e se succede credo che sia abbastanza raro. Più spesso invece si profilano altri scenari.

Se il matador non è riuscito ad infilzare per bene lo spadino questo resta a metà tra dentro e fuori al toro e il matador cerca di recuperarlo per poi ripeterne l’operazione quando sarà il momento giusto. Ovviamente un azione di questo tipo viene mal apprezzata dal pubblico e dal presidente che invece vorrebbe un’unica risolutiva mossa. Trascorsi dieci minuti da quando è stato ordinato l’inizio dell’ultimo tercio se il toro non è ancora morto un tocco di clarino segnerà il primo avviso del presidente; tre minuti dopo il secondo avviso e due minuti dopo il terzo e ultimo avviso. In quel momento il torero si ritirerà (verrà fischiato) e il toro verrà ricondotto nei corrales oppure apuntillado.

Se invece lo spadino viene conficcato per intero nel corpo dell’animale questo reagirà con un balzo improvviso e poi con una serie di spasmi improvvisi, versi rotti e spesso prende a sanguinare dalla bocca.  A questo punto il toro non è ancora sconfitto ed è ancora potenzialmente pericoloso per il torero. Mentre il toro sanguina e soffre scarica contro il torero le sue ultime energie, caricando il torero. E’ ovvio che i movimenti dell’animale siano più difficili e rallentati dato che sta morendo e non è raro che il toro inciampi e cada a terra (a volte riuscendo a rialzarsi).

Se il toro si lascia cadere a terra (spesso su un fianco, altre volte sembra accasciarsi volutamente come se si trovasse su un esteso prato) allora il torero assieme a vari membri della sua cuadrilla si avvicina e mentre qualcuno tiene fermo il toro per le ampie corna il torero o un altro membro della cuadrilla pugnala il toro con un coltello (puntilla) dietro la testa. Il toro agonizzante reagisce istintualmente con un piccolo balzo del capo. Possono essere necessari due o tre pugnalate e poi il toro cessa di vivere.  Alla fine vengono fatti entrare alcuni muli ai quali viene legata una fune dove viene collegato il toro morto e questo viene trascinato via.


LORENZO SPURIO
22-05-2011


[1] L’arte del toreare si contraddistingue nella prima parte della corrida per le verónicas. La verónica è il momento in cui il torero, concentrato e ritto dinanzi al toro, ne attende la carica tenendo con le due mani il capote proteso in avanti. Il nome deriverebbe da santa Verónica che secondo quanto narrano i Vangeli asciugò il volto di Cristo con un panno. Si tratta di uno delle mosse più importanti del toreo de capa, il più classico e quasi obbligatorio che può essere fatto da ciascun torero adottando una sua modalità preferita. In alcune varianti infatti il torero può accogliere il toro de rodillas (in ginocchio) sempre tenendo il capote proteso verso l’animale.

[2] Secondo la legge spagnola 4 aprile 1991 n. 10 o Ley Nacional Taurina, il toro deve venir colpito con la lancia alla base del morrillo, cioè nel muscolo del collo, almeno due volte.

[3] Il peto, che  deve coprire le parti del cavallo esposte alla possibili cornate del toro, deve essere di materiali leggeri e al tempo stesso resistente; non può eccedere in peso ai 30 kg e non deve affaticare né intralciare il cavallo nei suoi movimenti.

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Corride e letteratura: Llanto por Ignacio Sanchéz Mejías

Nel 1935 Federico Garcia Lorca, poeta granadino appartenente alla generazione del ’27, movimento letterario prettamente poetico spagnolo, pubblicò una famosa ode in omaggio all’amico torero Ignacio Sanchéz Mejías.

Di Lorca restano noti soprattutto il suo grande amore per Granada e per l’Andalusia, terra di sole e corride, la sua presunta omosessualità e l’amicizia con il poeta falangista Luis Rosales che pure lo nascose in casa sua durante i tragici momenti della guerra civile spagnola. Trovato dalle forze nazionaliste Lorca venne fucilato nei pressi di Alfacar (Granada) sebbene il suo corpo non venne mai trovato.

Lorca cantò nei suoi versi la cultura andalusa, quella gitana nel famoso Cancionero Gitano e Poema del Cante Jondo dove descrive questo tipo di canto accorato e intenso tipicamente gitano e spesso impiegato anche nelle canzoni e nel ballo flamenco. Fu un poeta tradizionalista, amante della poesia semplice e popolare: i soggetti principali delle sue liriche sono i campi desolati e arroventati dal sole, gli aranci in fiore, piazze semideserte, corride, i gitani. E’ espressione massima della cultura della Spagna meridionale ed è considerato uno dei massimi poeti spagnoli di tutti i tempi.

Nel 1927 un gruppo di poeti tra cui Lorca, Emilio Padros, Manuel Altolaguirre, Luis Cernuda, Rafael Alberti, Dámaso Alonso, Jorge Guillén si riunirono assieme sotto l’impulso di Ignacio Sanchéz Mejías, letterato e patrocinatore del nuovo movimento. La generazione del ’27 aveva come motivo unificante la celebrazione dei cinquecento anni dalla morte di Luis de Góngora, massimo poeta del Siglo de Oro al quale la pattuglia aveva intenzione di rifarsi.

Nel 1935 Lorca scrisse un accorato ed appassionato componimento di congedo, di pianto e di cordoglio nei confronti di Ignacio Sanchéz Mejías, valente torero spagnolo che era stato il promotore della generazione del ’27. Il Llanto è particolarmente bello e ricco di immagini pittoresche e vivide che richiamano l’atmosfera andalusa. Il componimento è diviso in quattro parti che segnalano quattro importanti momenti che fecero seguito alla morte del torero.

Ignacio Sanchéz Mejías fu cognato del mitico torero Joselito “El Gallo” e fece parte della sua cuadrilla. Con lui si formò ed ottenne la alternativa nel 1919 avendo come testimone un altro famoso torero, Juan Belmonte. Nel 1920 nella plaza de toros di Talavera de la Reina (Toledo) assistette alla morte di suo cognato Joselito a seguito di una cornata (nella foto a destra Sanchéz Mejías piange la morte del cognato e amico torero Joselito). Nel gergo taurino ci si riferisce alle cornate o alle ferite prodotte dal toro nei confronti del torero o di membri della sua cuadrilla come cogidas.

Dopo un periodo di allontanamento dalle plazas de toros, Sanchéz Mejías nel 1934 ritornò a calcare il ruedo (l’arena) e in una corrida venne colpito dal toro “Granadino” in modo serio e nei giorni successivi la cancrena lo portò alla morte due giorni dopo, il 13 agosto 1934.

Il componimento di Lorca è diviso in quattro parti: la cogida y la muerte (la cornata e la morte), la sangre derramada (il sangue versato), corpo presente (corpo presente) e alma ausente (anima assente) ed è caratterizzato da un tono doloroso ricco di mestizia e dispiacere per la recente perdita. La prima parte del componimento è basata su un ritmato ritornello che ritorna in maniera vorticosa recitando «a las cinco de la tarde» (l’ora della corrida e la stessa ora nella quale il torero venne ferito),  nella seconda parte il colore che domina è il rosso, sebbene non venga mai nominato. E’ il colore del sangue che il poeta non vuol vedere («que no quiero verla»), perchè gli darebbe troppo dolore. Invoca l’arrivo prematuro della sera e del buio che così non gli consenta di vedere il sangue dell’amico. Poi si dà spazio al dolore dalla presa di coscienza che un grande torero come lui non ci sarà più o che se ci sarà dovranno passare ancora molti anni. Sebbene come dice Lorca la gente lo dimenticherà in breve tempo come sempre succede con tutte le persone morte, lui intende elogiarlo, celebrarlo e ricordarlo con i suoi versi affinchè la sua memoria non venga mai meno.

Un pregiatissimo componimento che coniuga in maniera nobile poesia e tauromachia e che va letto in profondità.

LORENZO SPURIO

11-04-2011