N.E. 01/2023 – “Divagazioni letterarie tra peste e guerra”. Saggio di Ettore Catalano

Il mio amico e collega Giulio Ferroni, illustre italianista, ha certamente ragione quando parla della solitudine del critico, cui non è concessa nessuna sicurezza, ma solo un difficile sentiero tra leggere e interrogare. Nascono da questa consapevolezza le mie divagazioni, appunti di viaggio, approssimazioni, angolazioni particolari di lettura in questi orribili anni, sempre cercando autori e libri capaci di restituire la complessità del fare e scrivere di letteratura, perfino scelte narrative che mi hanno condotto a creare un mio personaggio nell’ambito del genere che mi piace definire “noir”e su cui poi mi soffermerò in chiusura delle mie divagazioni.  Amo alla follia Jorge Luis Borges e il suo procedere per ampi cerchi fino a  costruirsi labirinti e trappole “conoscitive”, non mi dispiacciono gli album di Simenon  e i suoi reportage sul Mediterraneo(più che i suoi libri “gialli”), il piccolo bar tabacchi sul lungomare di Brindisi voluto e promosso da mia moglie Cristina è stato, in anni di segregazione e di paure oscure, il mio avamposto sul mare che non potevo percorrere se non sulle pagine dei libri o negli occhi furbi dei pescatori che venivano a vendermi pesce di dubbia provenienza. Gli appunti che seguono sono le testimonianze della affollata solitudine di un critico letterario e delle sue avventure di scrittura pubblicate nell’arco di anni che vanno dal 2018 al 2022.

Ieri sera mi sono lasciato catturare dalla tagliente ironia di Svevo e stavo rileggendo le avventure del suo “vecchione”, uno Zeno che trova nella letteratura uno strumento che idealizza la vita ,e, raccontandola, cerca di esorcizzarne la fine con un sorriso se non con una risata, dal momento che l’inconcluso celebra la sua apoteosi nello scrittore triestino ( Ettore era il suo vero nome), che amava scrivere nei caffè o nel retrobottega della libreria di Umberto Saba. Negli anni ’80 o ’90, non ricordo con precisione, mi trovavo a Bari e partecipavo, come consulente artistico, alle attività del Piccolo Teatro di Bari diretto da Eugenio D’Attoma e mi capitò di dare il mio piccolo contributo alla realizzazione di un meraviglioso testo di Arthur Schnitzler, Girotondo,che, della Vienna fin de siècle fu uno dei massimi interpreti con la grazia lieve ma graffiante delle sue “figurine. Un mondo stava finendo, ballando i valzer di Strauss, riscritti da Schonberg, la colonna sonora che il regista scelse per quello spettacolo. Da Schnitzler sono ritornato a Svevo e a Pirandello (presente nei miei studi e in tanti miei libri)  e ai miei anni “anziani” che mi vedono davanti a  quella “catastrofe inaudita” sulla quale si chiude La coscienza di Zeno e nel cui corso sprofonda l’isola della Nuova colonia pirandelliana. Il nostro mondo corrotto e ammalato si trova oggi davanti ad una catastrofe simile e dopo, forse, potremo ritornare a narrare un “ricominciamento” che non potrà più essere uguale a quello cui eravamo abituati. Non vorrei davvero che si avverasse la “profezia” sveviana ( “Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie”), ma, forse, è quello che tutti ci meriteremmo per aver contaminato di veleni il nostro pianeta azzurro!

Quest’anno ( il secondo, ormai della nostra vita “pestilenziale”)  non avrei nessuna voglia di dare o ricevere auguri davanti alla nostra terra fresca ancora di sepolture di migliaia e migliaia di “non produttivi”, in stragrande maggioranza la nostra memoria storica, donne e uomini che hanno avuto emozioni e sentimenti, lottato e combattuto nell’illusione di rendere civile e abitabile la nostra Italia, dopo averla ripulita dall’indecenza della dittatura e di una guerra combattuta a fianco  (sì, c’eravamo anche noi italiani, anche se non ci piace ricordarlo) delle orde hitleriane.  . Stamattina provo difficoltà nel pensare di darmi la forza di sperare, mi sento solo di ricordarvi, davanti all’immane tragedia di un pianeta condannato dalla stoltezza e dall’avidità, due poeti, genia inutile, buona solo quando si “celebrano” i riti stucchevoli della “Cultura”. Mi vengono in mente due nomi, Jules Laforgue ( in vita pubblicò solo due raccolte di poesie tra il 1885 e il 1886)  e Thomas Stearns Eliot. Laforgue  è stato il primo delicato e coinvolgente creatore del Pierrot “lunaire”,  che vorrebbe divenire leggendario sulla soglia d’età ciarlatane, esangue mandarino che esala dolci consigli da Crocifisso e disegna cerchi sull’acqua. Quanto ad Eliot, che amava Laforgue e ne lesse avidamente le opere a partire dalla primavera del 1909, trasformando l’appassionato e pur tenero antagonismo dandystico di Laforgue in uno spietato e freddo memoriale accusatorio contro l’immenso dolore del mondo,  come non mormorare con lui, a fior di labbra, il cantico  (1922) della terra desolata: “ Aprile è il più crudele di tutti i mesi. Genera lillà dalla terra morta, mescola memoria e desiderio, desta radici sopite con pioggia di primavera…Quali radici si afferrano, quali rami crescono su queste rovine di pietra? Figlio dell’uomo tu non lo puoi dire, né immaginare perché conosci soltanto un cumulo di frante immagini, là dove batte il sole. E l’albero morto non dà riparo e il canto del grillo non dà ristoro e l’arida pietra non dà suono d’acqua”.

La cultura classica, quella che stiamo stupidamente buttando al vento, ci addita e studia le radici del nostro vivere e del nostro parlare e  ha conosciuto molte epidemie, pesti di cui già il grande Tucidide aveva studiato modi e forme e di cui aveva prontamente segnalato le devastanti conseguenze dovute non solo alla “novità” di quei mali, ma anche alla relativa imperizia di chi si proponeva di curarli. Qualche scarna citazione , tratta da “La guerra del Peloponneso”,opera scritta  coniugando la sintomatologia della guerra con quella della peste,forse desterà in noi impreviste considerazioni, sull’uno e sull’altro evento, senza colpevolizzare nessuno:” …nulla potevano i medici, che non conoscevano quel male e si trovavano a curarlo per la prima volta – ed anzi erano i primi a caderne vittime in quanto erano loro a trovarsi a più diretto contatto con chi ne era colpito-, e nulla poteva ogni altra arte umana: recarsi in pellegrinaggio, consultare oracoli o fare ricorso ad altri mezzi di questo tipo, tutto era inutile…”. Luciano Canfora, proprio studiando il capolavoro tucidideo, ne ha sottolineato la riflessione sul fenomeno per cui “certe parole usuali nel linguaggio politico, indicanti valori quali amicizia, lealtà…fungono piuttosto da schermo che da rivelatore di determinati comportamenti” ed ha anche evidenziato l’attenzione verso la “propaganda” e le narrazioni strumentali, nelle quali, richiamando anche il latino Sallustio, “vera vocabula rereum amisimus”. E nell’Italia di Machiavelli e Guicciardini, questo mi pare un richiamo che, dal passato, precipita subito nel nostro dilaniato presente.

La peste che ci sta duramente colpendo non suscita, per buona sorte, soltanto le sempre più insopportabile pochezze della nostra classe politica ( i litigi continui e le sparate di “capetti” che dovrebbero avere ben altri pensieri per la testa e le richieste dell’opposizione, preoccupate soltanto dei clandestini e non dei disastri compiuti nelle regioni che amministrano) e i dibattiti televisivi altrettanto stucchevoli, ma ci spinge anche a fare letture interessanti. Devo confessarvi che sono, da moltissimi anni, un appassionato del fumetto d’autore e faccio solo i nomi di  Alberto Breccia,  Hector German Oesterheld, Francisco Solano Lopez, Hugo Pratt, José Munoz, Carlos Sampayo, Andrea Pazienza e Guido Crepax. Riflettendo sull’ansia che, in modo più o meno intenso, ci prende tutti, tra vaccini promessi e non ancora del tutto sperimentati e numeri terribili della strage italiana e mondiale, tra inutili discussioni sulle libertà negate e messe di Natale anticipate ( ma Dio baderebbe mai a tali sciocchezze, non nasce davvero in noi stessi, e non in ore fissate, il desiderio di un “ricominciamento” necessario  del bene e della bellezza del mondo?), ho riletto un capolavoro , “L’Eternauta”, del fumetto di fantascienza, pubblicato a Buenos Aires tra il 1957 e il 1959 in episodi di tre, quattro pagine sulla rivista “ Hora Cero Semanal” , su testi di Héctor German Oesterheld  e disegni di Francisco Solano Lopez, riedito opportunamente in Italia nel 2017, in una edizione speciale, splendida, in occasione dei 60 anni dalla sua prima apparizione argentina. Non dirò nulla sulla trama, perché non vorrei togliere al lettore il fascino delle continue sorprese narrative e dei colpi di scena che si susseguono. Dirò solo che si tratta di una situazione estrema in cui tutto il mondo umano sembra traballare e perdere le certezze di sempre, davanti ad una catastrofe che inizia con una strana nevicata fosforescente e letale. Rileggendo “L’Eternauta”, ho provato la medesima angoscia di tutti, oggi, davanti a qualcosa che mette in gioco l’esistenza del nostro modo di vivere e contro cui possiamo davvero pochissimo, salvo sperare che la ricerca scientifica (quella su cui si sono accaniti i tagli di tutti i nostri “meravigliosi” governi) ci offra una credibile ( per ora non ancora chiara) via d’uscita, fatti salvi i sospetti su una colossale speculazione commerciale delle multinazionali farmaceutiche. I due autori furono perseguitati dalla dittatura militare argentina dopo il colpo di stato del 1976, Francisco Solano Lopez fu più fortunato e costretto, per salvare la vita a se stesso ed alla famiglia, all’esilio in Spagna, Oesthereld venne illegalmente deportato nei centri di detenzione e assassinato, non si è mai saputo dove, nel 1978. Il loro capolavoro del 1957-59 rimane una pietra miliare del fumetto d’autore e ancora oggi trasmette al lettore lo sgomento di fronte all’ignoto e insieme la necessità della lotta accanita per la sopravvivenza del genere umano. Rileggerlo a me ha fatto bene, mi ha dato coraggio!

Tra qualche giorno saranno passati quasi nove anni dalla scomparsa di Alberto Bevilacqua, avvenuta il 9 settembre 2013 a Roma. Ho avuto la fortuna di conoscerlo, di presentare spesso i suoi romanzi in occasioni pubbliche o in premi letterari, di essergli amico e di averlo frequentato, insieme a Cristina, mia moglie, indispensabile dono che la sorte mi ha fatto, a Bari e a Brindisi. Stamattina vorrei ricordare, in particolare, un’occasione, una lettura di poesie di qualche anno fa, in estate, nel Chiostro dell’Archivio di Stato a Brindisi: Alberto, invitato su mio suggerimento dal Sindaco Mennitti, volle che fossi io non solo a presentarlo, ma anche a leggere le sue poesie. Teneva molto al suo esercizio poetico, consegnato in molte raccolte e lo considerava non una appendice della sua narrativa di successo, ma lo considerava come qualcosa a parte, uno scandaglio gettato nelle profondità del mistero del meno decifrabile, delle parole non dette. La poesia, apprezzata da Miguel Angel Asturias, Jorge Luis Borges, Giovanni Testori, gli serviva per costruirsi un archivio privilegiato della sua vita, una sorta di cosmico grembo, per dialogare con le voci delle persone care ( la madre, in particolare), una “camera segreta” da cui isolarsi per  poi instaurare, tuttavia,  un ponte relazionale su cui far  transitare le domande ultime, “piccoli presagi”, così li chiamava, fra Dio e nulla. Ci capimmo subito, tra laici ansiosi di cercare e non paghi dei catechismi e dei precetti, tra uomini che amavano lo spettacolo e il dono prezioso di saper comunicare agli altri “emozioni”. Sapeva della mia passione per il teatro e perciò volle che fossi proprio io a leggere alcune sue poesie in quella magica serata estiva: esitai, per evitargli pessime figure con una mia lettura, ma non ci fu nulla da fare e così mi trovai non solo a parlare di lui e della sua poesia, cosa che rientrava nelle mie corde abituali, ma lessi anche i suoi versi. Non dimenticherò mai la sua voce che, dopo ogni poesia letta, mi chiedeva di leggerne ancora un’altra e mi sussurrava all’orecchio “leggi come un dio”, non lo dimenticherò mai. Così, oggi, col cuore gonfio per l’amico che ho perduto e per l’artista poliedrico (poeta, narratore, sceneggiatore, regista cinematografico) che non abbiamo più, vi trascrivo una sua poesia, lette da me quella sera,

“duetto per voce sola”, naturalmente rivolta alla madre, presente quasi sempre nelle sue pagine e nella sua mente : “ sono un tuo  soprapensiero/ inseguendoti le ombre più lunghe/ dei platani/ col silenzio della pioggia che s’aggira, / il fischio/ lungo, modulato, prima di raggiungerti, / mia memoria reciproca, mia speculare / confidenza col tempo, / ci siamo sbagliati a disperare di noi, / siamo perfetti/ nel duetto per voce sola, / mia itaca perenne di tutte le mie vite / deviate dall’equivoco”.

Il periodo pandemico si trova a coincidere con la mia scelta di provarmi nel genere narrativo “noir”.  Esiste , in Italia, un dibattito anche molto acceso tra quanti affermano che il “noir” sia un sottogenere del “giallo” e quanti, al contrario, con molta passione critica, ne rivendicano una sorta di autonomiaPartiamo da un dato che pare ormai acquisito, come scrive l’americanista Alessandra Calanchi sul blog Urbinoir: il “noir è più che altro una questione di atmosfera, di luoghi, di mood. In esso non è in primo piano il crimine e neppure la detection , la ricerca del colpevole, né il brivido, né il sangue, il “noir” non si accontenta di narrare una storia, ma cerca di trasmettere odori, sapori, suggestioni sui risvolti anche psicologici di un delitto che, forse, tutti potrebbero commettere in un momento particolarmente teso della loro vita, magari in circostanze di esclusione e difficoltà, forse non nelle metropoli in cui il “giallo” classico è nato e si è ambientato (la Londra di Conan Doyle e di Sherlock Holmes, la Parigi di Simenon e di Maigret o l’America di Chandler), ma nelle degradate periferie del nostro vivere quotidiano. Forse l’aggettivo “mediterraneo” potrebbe spiegarci la qualità di quello sguardo nel quale la violenza, innegabile, si lega inestricabilmente alla bellezza di uno spazio mediterraneo in una narrazione alla Braudel, in cui aspetti letterari e culturali si legano a realtà storiche territoriali in una sequenzialità di grande respiro e durata. Anche la letteratura, nel corso dei secoli, a poco a poco, si spingerà fino ad indagare, come scelta di campo, lo spazio sociale e psicologico dove può nascere il crimine e autori come Dostoevskj, Poe, Stevenson, Dickens possono dirci molto su questo e come non citare le incursioni pirandelliane nel territorio mentale della rivolta contro la banalità e la crudeltà del “buon senso” e Leonardo Sciascia, figura centrale in questa storia, con la sua implacabile ricerca della verità in una società corrosa dalla mafia e la appassionata  sua immersione nella malattia e nella morte, in cui naufraga ogni speranza di giustizia e di verità fino al “cancello della preghiera.

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N.E. 01/2023 – “Risonanze emotive e cognitive nel romanzo “Tutto chiede salvezza” di Daniele Mencarelli”. Saggio di Lucia Bonanni

                                                                           Se hai un dolore

                                                                           pensa alle stelle e al mare

                                                                           alla tenerezza dei petali  alla forza

                                                                           del germoglio minuscolo che rompe la scorza

                                                                           della ghianda e della castagna.

                                                                                                                                        Joyce Lussu

Daniele Mencarelli, poeta e romanziere, nasce a Roma nell’aprile del 1974. Attualmente vive ad Ariccia, nei Castelli Romani. Ha all’attivo diverse raccolte di poesia tra cui “Tempo circolare”, edita nel 2017 per i tipi di Pequod. Col suo primo romanzo “La casa degli sguardi”, Mondadori 2018, ha ricevuto i premi Paolo Volponi, Severino Cesari opera prima, John Forte opera prima e il Premio Strega Giovani con “Tutto chiede salvezza”, pubblicato da Mondadori nel 2020.

Il romanzo “Tutto chiede salvezza” é una storia vera, un cammino a rebours  fino al 1994, uno scritto autobiografico in cui l’autore narra l’internamento nel reparto di psichiatria per essere sottoposto a TSO, trattamento sanitario obbligatorio, per un’esplosione di rabbia “sui muri, sullo schermo del televisore, (e suo) padre come cosa morta a terra”[1]. “Una selva d’occhi” sono i suoi compagni di stanza. Cinque uomini emarginati, esclusi, reietti, non riconosciuti. Cinque individui strambi, bizzarri, stravaganti, ciascuno con la propria storia che insieme a lui dividono lo stanzone dell’ospedale. Sono Mario, Gianluca, Alessandro, Madonnina, Giorgio. “Maria ho perso l’anima! Aiutami Madonnina mia”. Daniele non ha fatto in tempo ad entrare nel reparto che un forte odore di bruciato insieme ad un fuoco che arde, si leva dai suoi capelli. Accanto a lui uno sconosciuto e per di più con un accendino in mano.  Madonnina é un quarantenne dall’aspetto “allucinato, sporco, secco da fare paura” non dice parola tranne che per implorare la Madonna. Le sue gambe assomigliano a rami secchi e le sue pupille sono inaccessibili, indecifrabili, vive di una “vita oscura”. Daniele ha paura, vorrebbe fuggire. Il ricordo della sera precedente lo assilla. I sensi di colpa  si annidano nella mente. Si addormenta, desiderando le lacrime  che non riescono a salire in superficie. In quel “contenitore di malattie e disperazione, di follia lucidissima” entra un “passo anziano” che si ferma davanti al letto del figlio. “Ciao Ma” le dice Gianluca mentre si ricompone e cerca di nascondere il tremito di paura.  La ferocia discorsiva della donna ancora si abbatte sul figlio, evoca un passato di  dolore con un presente di quanto lei ha prodotto sulla propria creatura per una forma di acredine, acuita nel tempo. “ ‘Sta stronza!”. Le lacrime, i sembianti sconvolti, gli occhi allucinati dicono tutto della sofferenza di Gianluca, un patire a cui viene  negato persino di poter amare. E questo perché, come  ripete la madre, tutto fa parte della malattia, anche il fatto di essere omosessuale. Il ragazzo che sta di fronte al letto di Daniele, si chiama Alessandro. Ha più o meno la sua età, lo sguardo assente, non smette di guardare “il vuoto assoluto”, mangia soltanto se é il padre a imboccarlo. L’uomo racconta di quando suo figlio gli faceva da manovale e di quella mattina che lui era andato allo smorzo e al suo ritorno aveva trovato il ragazzo in quelle condizioni. “Ma pe’ ‘n muro se po’ rimané così?”. Accanto alla grande finestra, il letto alla sinistra di Alessandro, é occupato da un uomo sulla sessantina. I suoi capelli sono ricci e canuti. La sua somiglianza con Brian May, il chitarrista dei Queen, ha qualcosa di incredibile. Un tempo faceva il maestro  e adesso si trova lì a causa delle sue stranezze. Gianluca va dicendo che Mario farnetica, che sull’albero vede un uccellino con gli occhietti di pece. Ma quell’animaletto esiste davvero! Gli occhi di Mario sono “campioni di dolcezza”, la violenza lo intimorisce, non riesce a mandare via il tormento dei suoi ricordi, sembra che affoghi nei suoi stessi pensieri e talvolta apapre come recluso in un recinto magico, invisibile. “Hai visto che me ‘so fatto?”. A interloquire é Giorgio, un “bestione” di circa trent’anni, dal torace enorme, i bicipiti possenti e un altezza notevole. Giorgio mostra a Daniele il braccio destro, segnato da una fitta teoria di linee. La piú remota si trova sul polso, poi le altre via via piú visibili fino all’ultima, quella sulla spalla, ancora fresca e con due punti di sbarramento al flusso di odio verso se stesso. Per questi uomini la pena da scontare non é quella del TSO, “magari fosse quella”. La condanna comminata dal fato é la “reiterazione del vissuto” ovvero la ripetizione di codici e significati emotivi e cognitivi. Una mattina la madre di Giorgio era uscita per andare al mercato e non era piú tornata. “Allora pure io vojo entrá” aveva urlato il bambino all’infermiere che lo aveva trattenuto perché voleva  seguire il nonno in quella stanza che sapeva di morte. A Giorgio viene negato  il diritto  di poter vedere la propria madre per un ultimo istante.  E cosí, tutte le volte che gli capita di reiterare l’eternitá di quel dolore, traccia una riga sul braccio, “come un cowboy col suo fucile”. Nella mente di Giorgio quella vicenda si trasforma in maledizione e, come tutti i soggetti che si trovano a vivere situazioni di forte disagio, lui si é sentito inadatto, inadeguato, escluso, reietto, indegno persino dell’amore della propria madre. I sensi di colpa si sono cristallizzati nella mente, portando tutto il suo essere, e a soli dieci anni, a restare come pietrificato accanto alla madre. Altre esclusioni, altre differenze, altre ostilità si  rovesciano  sulla testa di Giorgio. Gli viene pure impedito di fare la quinta elementare perché in classe o dava le botte o piangeva e l’insegnante aveva pensato bene di dire al nonno che il bambino doveva stare con quelli “come lui”. Ma come lui, come? Forse, quegli uomini con cui Daniele divide la stanza d’ospedale, ed anche una settimana della propria vita, sono la cosa che piú assomiglia alla sua vera natura che gli sia capitato di incontrare. “Salvezza”, la parola che Daniele si porta dietro sin dalla nascita, e non la dice a nessuno, tranne che a lui. La sua “malattia si chiama salvezza”. Il dubbio che spesso lo assale e lo fa tremare, non é tanto l’idea di essere malato, ma che “tutto sia una coincidenza del cosmo, l’essere umano come un rigurgido” di un atto cosmico. Da dentro l’armadietto Daniele prende il quadernone e la penna  che gli ha mandato la madre, sua prima ed unica lettrice. Per lui la scrittura é assai strana, per iniziare bisogna gettarsi a volo nel candore della  pagina bianca e poi si vorrebbe non fermarsi più fino a quando ogni cosa non é diventata parola. “Me l’hai portata la poesia?” gli chiede Cimaroli, il medico che lo ha preso in carico al pronto soccorso. Il giovane scrive poesie dalla terza media grazie all’intuizione della sua insegnante  di italiano. É in quel preciso momento che lui ha capito che scrivere non é un gioco, ma l’unico mezzo per raccontare ciò che lui vede, che gli esplode dentro. La stanza della televisione é deserta. Daniele si siede ad un tavolo ingombro di riviste, da sotto il braccio sfila il suo quadernone e nella prima pagina ritrova la sua “amante”, lasciata sul piú bello, e l’unico verso scritto: “Sei sempre tu che vieni a riprendermi”. Come in equilibrio su una corda tesa, Daniele ripensa agli amici che dalla cabina del papa si lanciavano nelle acque del lago. Ma perché tuffarsi? Perché sfidare la sorte, le incognite, i pericoli dei massi affioranti a pelo d’acqua? Perché dover rischiare la vita per una dimostrazione di pura follia? In quei ragazzi a prevalere non é la logica. Essi si tuffano, scoprono il senso del   passaggio alla vita adulta,  sfidano la morte, assumono  una nuova  consapevolezza di essere per e nella vita. Ma pure Daniele compie un tuffo spericolato, e lo fa nelle acque, a volte calme a volte tumultuose, della Poesia. Il suo quadernone é denso di scritture, parole vergate con la sua mano mancina, segni di cancellature, di versi amati e poi ripudiati, e nell’ultima pagina la lirica dedicata alla propria madre. “Cos’é?” gli chiede ad un tratto Mario che dal suo “recinto magico” lo ha visto col foglio in mano. “Niente. Cioé. Ogni tanto scrivo poesie”.  Il compagno di stanza lo esorta a leggere, ma Daniele dice che é meglio di no, che  si vergogna. “De noi, Danié?” adesso  a parlare é  Gianluca.  Al pari dei suoi amici dalla cabina del papa, malgrado l’affanno, Daniele si butta nella lettura. “Sei sempre tu che vieni a riprendermi/ne é piena la memoria/di te che spunti e mi porti via”. “É bella veramente. Grazie Daniele”. Ai complimenti di Mario si accordano anche quelli di Gianluca, nei suoi occhi, peró, c’é ben altro che il luccichio di quelli di Mario e neppure della risata di Giorgio a cui “piaceno (soltanto) i cartoni e i giornaletti zozzi”. É in questo momento di forte tensione emotiva che si cementa l’amicizia tra questi uomini,  si instaura un modo nuovo di relazionarsi con l’altro, si sperimenta il limite di ciascuno, si indulge a nuovi pensieri, é in questi attimi che  il niente diventa tutto, che il dolore e il pianto sono gemme dell’animo. Anche Mario ama la poesia, ne leggeva sempre ai suoi alunni. Per lui  “gli artisti hanno in comune con i matti una cosa: nessuno può dirgli cosa guardare e come guardarlo (e che) alcuni uomini scorgono nella bellezza il suo valore originario. Il paradiso”. Nella vita di Daniele sono entrate altre persone. Sono i “cinque pazzi” con cui ha condiviso quella settimana della propria vita. Sono i suoi fratelli, i “fratelli dati in dono dalla vita” in mezzo alla medesima tempesta che li accartoccia e li sballotta  come “l’osso  di seppia dalle ondate”. I nuclei tematici su cui é imperniata l’intera narrazione, sono la morte, la dissolvenza, il nichilismo, la solitudine, l’annullamento del proprio sé, il dolore, la paura, il senso della mancata libertà. Volendo tracciare una perimetrazione esegetica per ciascuno dei personaggi, si può affermare  che essi non sono niente altro la proiezione del “condominio” umano, presente nell’animo di Daniele. Madonnina, l’essere che “va in nessun luogo”, evoca la morte, e più che la morte l’oblio, la dimenticanza, l’abbandono, la sparizione del ricordo. Infatti nel capitolo che tanto si presta  ad essere interpretato come prologo al romanzo  l’autore scrive: “Nero e ancora nero. Questa deve essere la morte” e Madonnina con la sua magrezza spettrale fa pensare proprio alla morte, soprattutto a quella dell’anima. “Maria ho perso l’anima!Aiutami Madonnina mia!”. Perdere l’anima, sprofondare nell’abisso, non tornare mai più in superficie, essere assorbiti da quella  tempesta, eterna, implacabile, che scuote l’animo.  Il dipinto del pittore svizzero Arnold Böcklin, “L’isola dei morti”, molto si addice alla figura di Madonnina, un uomo inerme, indifeso e dimenticato, che rinuncia a se stesso per navigare verso un luogo-non luogo. Con la sua voce da ragazza Gianluca richiama il binomio Eros-Thanatos dove Eros rappresenta la forza generativa della sensualità, contrapposta alla componente distruttiva e all’impulso di morte. Alla figura di Alessandro, diventato insensibile, immobile, statico, sempre intento a fissare il nulla, si può attribuire il richiamo alla insorgenza degli sconfinamenti dell’ansia nella depressione. Guido impersona la parte umbratile di tutto il romanzo, il “bestione” rimasto bambino che  non riesce a pacificarsi con se stesso, che non  sa trovare la consonanza tra causa – effetto, che nel mistero insondabile del proprio dolore si mostra istintivo e irrazionale, aggiungendo patire al patire. Il suo “male di vivere” é visionario, sospeso, delirante, un male arcano, un soffrire  che lo fissa al ceppo antico della pena. Diversamente da tutti gli altri personaggi, Mario possiede una capacità percettiva dell’esistenza, libera, originale, critica e mai sfumata, una visone del mondo dalla portata simbolica,  rigorosa e attendibile. In quel “girone infernale”, che é l’ospedale psichiatrico, Mario é il Virgilio che rappresenta il pensiero umano quale immagine ed espressione del proprio sé con la precisa volontà di attrarre l’amore per la sapienza, la Phlóphia. Come potrebbe  sembrare, il personaggio cardine del romanzo non é Daniele e neppure il motivo della pazzia. La tematica intorno a cui si snoda tutto l’iter narrativo, é la Poesia, la creativitá artistica che porta salvezza. Ció si evince non soltanto dal fatto che l’autore  ha esordito con raccolte poetiche, da quanto dice a Mario dopo aver ascoltato la lettura del  componimento, ma anche dalla  forma grafica del testo nello stile del verso lungo novecentesco come pure in quello di Walt Witman di “Leaves of grass” con  spazi bianchi, l’alternanza di versi lunghi a versi corti, versi sfalsati, il testo della lirica e non ultima la fluidità  della scrittura in prosa poetica. 

“Qui dentro de mio non c’é più niente” e infatti  là dentro  di Daniele non c’é più niente! Gianluca é uscito poco prima di lui, dopo la caduta dalla finestra Mario é ricoverato al San Camillo e Giorgio é finito nel reparto psichiatrico del carcere di Velletri. Sarebbe bastato talmente poco. Sarebbe bastato concedere una sola volta, una volta soltanto. Giorgio non avrebbe corso il rischio di essere ingoiato dalla reiterazione del  proprio vissuto, non avrebbe aggredito medici e infermieri. Lui aveva chiesto,domandato, implorato  salvezza. “Stavòrta sì. Stavòrta me la fate vedé”. E invece niente. Non lo hanno  ascoltato e  adesso  si trova in quella stanza d’ospedale, consumato dalla solitudine.

Daniele non ha avvisato nessuno. Vuole tornare a casa da solo. Camminare a passo lento. Fermarsi per qualche attimo a guardare indietro. Lasciarsi conquistare dalla Bellezza mentre  tutto gli chiede salvezza.” Per i vivi e per i morti, salvezza”, per i suoi fratelli donati dalla vita, “per i pazzi, di tutti i  tempi, ingoiati dai manicomi della storia”.

Le citazioni presenti nel  saggio sono tratte dai testi inclusi nei riferimenti bibliografici

                    RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Daniele Mencarelli, Tutto chiede salvezza, Mondadori, Milano,  2020

Walt Whitman, Foglie d’erba, BUR, Milano, 2004

Eugenio Montale, Ossi di seppia, Mondadori, Milano, 1994

Federica Trenti, Il novecento di Joyce Salvadori Lussu, Le Voci della luna, Bologna, 2009

Eugenio Borgna, Le figure dell’ansia, Feltrinelli, Milano, 2015


[1]     Daniele Mencarelli, Tutto chiede salvezza, Mondadori, Milano, 2020, pag 14

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N.E. 01/2023 – “Il “libro” teatrale della Grecia Antica”. Saggio di Amedeo Di Sora

Il teatro (dal greco antico theàomai: “guardo, sono spettatore”) affonda le sue radici primigenie nella sfera del sacro. Nella Grecia antica l’attore era, nell’ambito dei tìasi (associazioni di fedeli nel culto di Dioniso), un adepto sacrale, un individuo che assumeva una “parte” ricercando l’identificazione mistica con il dio. Ai fini della comprensione delle origini della tragedia, l’esistenza delle “sacre associazioni” risulta decisiva: ciascuna si identificava con il proprio emblema; e poiché l’animale totemico possedeva un’attiva virtù di partecipazione e di trasfigurazione, si verificava una identificazione di gruppo con l’animale stesso, salvo riacquistare forma e dimensione umana dopo aver abitato il recinto sacro: spazio destinato a conservare un profondo significato e valore, anche quando si tramuterà in luogo teatrale. L’attore sacrale del tiaso, a séguito di successive modificazioni, diverrà l’attore non più sacrale ma detentore di una enèrgeia straordinaria che è solo possibile intuire tra Eschilo ed Euripide in un arco temporale che, con l’affermazione della profanità, registra l’acquisizione di una sempre maggiore concretezza scenica: dall’ adepto del tiaso eschileo al capace demiurgo di Euripide, in possesso di una stupenda perizia gestuale, musicale e verbale. L’attore greco antico si muoveva seguendo itinerari che erano dettati da una parola sentita come rara, divinatrice e persuasoria, e nel caso dell’attore comico, la parola si sostanziava di una corporeità quasi felina, e aveva qualcosa di confidenziale, in grado di stabilire un contatto più diretto con gli spettatori, di emanare una carica di simpatia. La danza del coro dell’orchestra elaborava percorsi secondo la parola cantata, evocatrice di movimenti e di visioni. Non esisteva separazione tra gesto e parola, né i codici espressivi conoscevano rapporti di subordinazione e di incomunicabilità.

A distanza di tanti secoli, nella nostra società contrassegnata dalla separazione e dall’ alienazione, il mito delle origini sacrali del teatro antico ha esercitato e in parte, ancora, esercita un forte potere attrattivo per larga parte del cosiddetto “teatro di ricerca” che, a partire dalle grandi avventure teorico-pratiche dei maestri del primo ‘900 ha creduto di affidare all’esperienza scenica il compito di ristabilire, pur nell’ambito di un microcosmo “privilegiato”, un autentico e vitale rapporto di comunicazione tra l’individuo-attore e l’individuo-spettatore. Conseguentemente, l’avventura del teatro ha spesso assunto il valore di un “mondo” in cui è possibile tentare di affermare una diversa e alternativa qualità di relazioni interpersonali e di gruppo.

 Il teatro è sempre stato e resta tutt’ora una costruzione collettiva, che non è in nessun modo riducibile alla semplice pagina scritta.  Ciò che a noi manca dell’ esperienza straordinaria del mondo teatrale della Grecia antica è l’operazione collettiva e sinergica di drammaturghi, attori, registi, tecnici, scenografi, musicisti e del particolare e irripetibile rapporto con i cittadini della polis che assistevano in massa agli spettacoli, nel numero finanche di 20.000 persone, e che, a partire dall’epoca di Pericle, erano ammessi gratuitamente all’evento scenico poiché era la tesoreria dello stato a pagare i posti, in quanto il teatro rientrava nella sfera degli interessi della comunità e faceva parte dell’educazione pubblica. Il teatro era una grande occasione civica e religiosa per la comunità nel suo insieme; un evento centrale dell’anno che nemmeno le preoccupazioni della guerra e la disfatta potevano interrompere.

 Enorme è la distanza che ci separa dal teatro della Grecia antica, sia dal punto di vista della dimensione artistico-culturale sia da quello relativo al contesto storico-civile, eppure il ricorso ai valori della classicità teatrale va oggi collocato sul duplice versante dell’identità e della differenza, ovvero come invito alla tolleranza e alla reciproca comprensione tra le culture: un atteggiamento che risulta oggi più che mai auspicabile. Mantenere viva la memoria culturale, con i suoi ideali e i suoi valori universali, è un’esigenza che va coniugata con la realtà viva dei nostri tempi e della nostra attuale società globalizzata. Il teatro, a partire dalla Grecia antica, ha avuto spesso una funzione educativa e civile e può e deve ancora costituire un’attività di profonda e non virtuale comunicazione-contatto tra esseri viventi, in particolare in ambito scolastico, ovviamente in forme e modi da recuperare e da re-inventare.

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N.E. 01/2023 – “La rosa segreta. Velate assenze d’armoniche rime” di Paolo Ottaviani. Recensione di Lorenzo Spurio

Il mondo parla una sua lingua oscura

di cui l’anima avverte rare note

che il verso dona in una lingua pura. (p. 49)

Il poeta umbro Paolo Ottaviani (Norcia, 1948) ha recentemente dato alle stampe, per i tipi di Manni editore, una nuova raccolta di poesia dal titolo evocativo e curioso La rosa segreta. Il testo, che porta quale sottotitolo Velate assenze d’armoniche rime, si apre con due citazioni in esergo, una tratta da “Settima fuga” del triestino Umberto Saba e l’altra da L’ordine del tempo del fisico Carlo Rovelli nella quale saggiamente sostiene che “la nostra esperienza del mondo è dall’interno”. La doppia apertura nozionistica, per estratti, quella da un’angolatura poetica e meramente letteraria di Saba e quella scientifica di un’analista e investigatore della realtà fisica, sul tema dell’interiorità, dell’intimità e della segretezza (richiamata nell’opportuno titolo dell’intero lavoro), è il metro duplice – mai bipartito e scisso, ma molteplice e complessivo di una dualità in sé non manifesta – che l’Autore propone al lettore, l’andatura cadenzata che la successione dei vari componimenti propone e facilita. Lo si vedrà anche con la poesia “Gli Infiniti” che nella citazione fa riferimento ai due “infiniti”, quello introspettivo e filosofico tutto leopardiano (“tra questa immensità / s’annega il pensier mio”) e quello del fisico Stephen Hawking connaturato nella complessità della sua “teoria del tutto” che apre varchi a nuove letture della realtà fisica e dei suoi meccanismi (non a caso uno dei suoi maggiori volumi conosciuti nel nostro Paese è l’autobiografia-testamento Verso l’infinito edito da Piemme nel 2015).

La nuova opera s’inscrive in un percorso professionale e letterario di tutto rispetto e motivo di attenzione da parte della scena culturale contemporanea. Laureato in Filosofia con una tesi su Giordano Bruno, Ottaviani ha pubblicato negli «Annali dell’Università per Stranieri di Perugia» saggi sul naturalismo filosofico italiano. È stato direttore della Biblioteca della medesima Università e ha fondato la rivista «Lettera dalla Biblioteca». Quale poeta ha pubblicato le opere Funambolo (1992), Il felice giogo delle trecce (2010), Trecce sparse (2012), Nel rispetto del cielo (2015) e La rosa segreta (2022). In idioletto neo-volgare (con traduzione in italiano) ha pubblicato Geminario (2007). Hanno scritto di lui, tra gli altri, Maria Luisa Spaziani, Paolo Ruffilli, Maurizio Cucchi e Mauro Ferrari. Il poeta marchigiano Eugenio De Signoribus, inoltre, nella sua qualità di Direttore Letterario, lo ha invitato a pubblicare suoi testi nei fascicoli d’arte “Passaggi” editi dall’Associazione Culturale La Luna.

La nuova opera fornisce al lettore quattro percorsi (se non tematici, in qualche modo organizzativi del vario materiale da parte dell’Autore) contraddistinti dalle quattro porzioni che lo contraddistinguono, “Comete e comete” (pp. 7-29) che è la parte iniziale e quella contenutisticamente più nutrita; “20 sonetti” (pp. 33-52) in cui con fedeltà alla metrica Ottaviani si allinea a una tradizione alta e sempre rispettata del “far poesia”; “Spigolature” (pp. 54-65) che, come recita il titolo, sono di genere vario e di tipologia diversa (vi troviamo, infatti, testi nell’idioletto umbro, il nursino d’epoca medievale, da lui impiegato ma anche distici e haiku) e, infine, una sezione contenitiva ben più generica sotto la definizione di “Altre poesie” (pp. 69-77).

Immergendoci nella raccolta incontriamo poesie dedicate alla meraviglia naturale degli ambienti a lui cari, tra cui il Monte delle Rose, il Lago Trasimeno, mare dell’Umbria, la natia Norcia (“questa mia terra inghiotte ogni altra terra”) e le cascate delle Marmore che lo animano a una riflessione continua sull’esistenza, sui rapporti primordiali dell’uomo tra natura e cultura: “Se l’Uomo o la Natura / a governare l’immane potenza / delle acque dottrina più sicura // non può mai dire. S’inchina la Scienza / alla Bellezza” (p. 35). Non mancano i ricordi di momenti appartenuti a un’altra fase dell’esistenza impressi attorno a immagini indelebili o contenuti olfattivi che, con l’atto della rimembranza, l’autore sembra riconquistare.

Ottaviani, che è un grande cultore della materia letteraria (non mancano citazioni dantesche ma anche dediche a poeti dei nostri giorni quali Franco Scataglini, difensore originalissimo di un dialetto neo-volgare con recuperi dell’antico veneziano intessuti nel dettato gergale dell’anconitano) fa ricordare il Genio Recanatese quando nella lirica “Sorella mia ginestra” parla di un fiore tanto amato a Leopardi e al quale dedicò uno dei componimenti più celebri. Il testo del poeta umbro è, a suo modo, un valido viatico per una rilettura del presente e una comprensione degli istanti che fuggono; non è un caso che la chiusa, dal velame esistenzialista, contenga queste parole: “dimmi se il tutto è solo un vano errore” (p. 14). Il canto della terra, che in Ottaviani ben si eleva da liriche di diverso contenuto, è forse meglio espresso in “Madre nostra terra”, componimento dedicato alle esistenze disagiate delle popolazioni che, tra Marche e Umbria, furono duramente colpite dal terremoto del 2016: “Più d’un mare in tempesta madre nostra / terra da furie e viscere irrequiete / smuove montagne altere e qui ci prostra/ […] // Madre perché, perché ci sei sì cara?” (p. 22).

Non manca in questa raccolta l’adesione ai fatti del mondo, la compartecipazione autentica e sentita ai drammi quotidiani come è evidente in “Cera una volta”, lirica dedicata – come recita il sottotitolo che parla di “favola” (una favola amara, è vero) – a un “meraviglioso ragazzo friulano” ovvero al ricercatore Giulio Regeni assassinato in Egitto nel 2016 e sulla cui vicenda non si sono mai dileguate ombre né e opacità. Ottaviani nella sua poesia che, come nella migliore delle favole inizia con un “C’era una volta”, ci fa ricordare la brutta vicenda di un giovane dileguatosi in una terra straniera, percepita ancor più inospitale e disattenta verso la natura spassionata del sorriso del ragazzo: “Oggi Giulio splende con la luna”, chiosa il Poeta nell’explicit, un messaggio lapidario e dolente, una sintesi innaturale di un’esistenza dissipata nel bel mezzo del suo fulgore. L’idea della luce – quale segno vivo che testimonia una presenza, seppur in altra dimensione – è l’immagine scelta dal poeta umbro per dire che quella di Regeni è una storia che non dimenticheremo (che non dovremo mai dimenticare).

La poesia “Queste placide nuvole” è dedicata alla sciagura più grande dei nostri tempi, quella dell’epidemia del Coronavirus che “traghetta[…] il dolore / tra gli oscuri riverberi che allagano // il verde della terra e ne dismagano / il volto” (p. 38). C’è spazio anche per affrontare, col solito piglio garbato e rispettoso, un altro grande tema, quello dell’immigrazione, quando l’Autore parla delle “bocche dei vivi o morti in mare” (p. 9).

In “Un invito a cena”, una delle poesie che chiudono la raccolta, Ottaviani riflette sulla figura del poeta considerando il tema del silenzio (requisito spesso necessario per la giusta captazione dal mondo e l’accoglimento della chiamata creativa). Già in “L’acqua senza suono” aveva riflettuto sulla dimensione di atonia, della mancanza di rumore, ma in questo caso “La vastità tranquilla del silenzio / induce a conversare di minuzie” (p. 75) sino all’evidenza dell’imperscrutato (il lettore consentirà l’uso di questa enigmatica costruzione che ben rimarca il labile confine tra il visibile e l’invisibile): “La poesia sembra non presente / ma sta in disparte, ascolta e lenta tra una / portata e l’altra / […] / volge in canto” (p. 75).

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N.E. 01/2023 – “En cada ventana de azul / Ad ogni finestra d’azzurro” di Claudia Piccinno. Recensione di Annamaria Ferramosca

É con grande gioia che attraverso questa ultima raccolta di Claudia Piccinno, innanzitutto guardando alla bellissima intesa dell’autrice con l’amica poeta e sua straordinaria traduttrice Elisabetta Bagli, intesa che continua il dialogo intessuto dalle due amiche nella precedente intensa raccolta a quattro mani, dal titolo Versos Cruzados (Editorial Dunken, 2021).

Questa corrente empatica che porta a realizzare un dialogo poetico oppure, come in questo libro, a offrire le proprie poesie in traduzione, mi conferma l’efficacia comunicativa di una modalità di incontro tra poeti che riflette un profondo scambio emozionale, ma che si spinge al di là della solita dilatazione della parola oltre un confine linguistico. Leggiamo infatti questo scambio come qualcosa che, attestando l’incontro  tra due sensibilità, si oppone alla possibile deriva egoica e spesso autoreferenziale di una scrittura individuale tout court.

Ma cerchiamo di entrare nelle stanze di questa raccolta che nel titolo dichiara l’apertura all’azzurro, elemento cromatico collegato da sempre, oltre che alla spiritualità, alla profondità e alla vastità. Chi legge avverte infatti subito l’aprirsi di un largo cielo visionario che attraversa realtà e memoria, natura e mito, ma che diventa anche un mare, il mare della vita personale e collettiva, le cui onde sono gli infiniti e pure inaspettati eventi da affrontare, le ferite ricevute, l’incessante ripetersi di naufragi collettivi per gli errori umani, ma anche il resistere ostinato della speranza.

In questo vasto azzurro i testi si stagliano nella loro concisione e limpidezza, come a indicare l’urgente necessità di una sincera comunicazione volta ad un rigenerarsi collettivo, nonostante le rare gioie e le più frequenti amarezze oscurino l’intensità dell’azzurro con l’ombra del disincanto.

Così accade che la percezione degli eventi nel mondo e la riflessione sull’esistenza si mescolino di continuo dando vita a scene ed epifanie in un mosaico visivo e simbolico costantemente caratterizzato da un’incisiva impronta etica.

E percorrendo dall’inizio i testi notiamo subito come la prima urgenza comunicativa  sia stata quella di salvare la sacralità degli affetti fondamentali, sottraendo per sempre dalla evanescenza la memoria dei genitori scomparsi (Ad ogni finestra d’azzurro; A mio padre).

Sono queste prime finestre ad aprirsi e lo fanno in modo invertito, non aprendosi all’esterno, ma nel proprio cielo interiore, a indicare il senso profondo di un sentimento assoluto, incrollabile, dispiegato attraverso percezioni uditive (la voce materna che chiama dal cortile dei giochi), olfattive (il profumo delle arance raccolte dal padre), simboliche (la piuma, il vento, le corone d’alloro). Qui subito si evidenzia la cifra poetica di Claudia Piccinno nella forma e nel ritmo, con l’andamento libero e armonioso di un racconto-fabula in versi, a volte scosso dal battere delle anafore, spesso chiuso da un finale epifanico.

Un’altra finestra di grande delicatezza psicologica, che si apre nell’azzurro della memoria è quella che dice di un’altra mancanza, così crudele perchè avvenuta durante l’infanzia (Compagno di scuola), quando si è disarmati, tanto da sentirsi “in castigo” , per chissà quali piccole colpe ingigantite dalla perdita (quanti tra i lettori si riconosceranno in questa dimensione!).

L’esercizio incessante dello sguardo porta poi inevitabilmente l’autrice a notare le colpevoli incongruenze della contemporaneità, il mancato progresso sociale ed etico, se ancora  non solo non si è raggiunta la vera parità di genere (giacché la donna è ancora oggi paragonabile alla sapiente Aspasia di Mileto, non riconosciuta nel suo valore perfino dallo stesso Pericle che l’aveva amata), ma anche perché ancora l’umanità persevera nell’errore, non annullandosi l’assurdità di guerre e violenze. Sono, queste, le domande centrali dell’oggi, cui ogni poeta non può sottrarsi. Sono domande che sottendono il senso universale profondo dell’esistere, mentre si continua a percepire il correre della vita come un insulso girare a vuoto, anzi come solo “ rumore “, privo com’è della luce dell’incontro vero (Nel codice alfanumerico).

E l’autrice reagisce ad ogni deriva dichiarando di non poter che “predisporsi al silenzio”, come in una rassegnazione muta, che trova sollievo solo nella contemplazione e nell’ascolto della natura. Sì, perchè in natura perfino le pietre, con le loro soluzioni di saggezza geologica millenaria, ci parlano di un equilibrio tra materia vivente e non vivente ancora possibile (La rupe; Le pietre di Sardegna). Se sappiamo ascoltarlo, vi è un intero continente fuori di noi che ci parla: voci di rocce acque piante a indicarci, semplicemente coabitando in vantaggio reciproco, una dimensione armonica di salvezza.

Per Claudia Piccinno vi è anche un’altra soluzione di resistenza, che sale dal profondo della sua interiorità: è il fermo proposito di conservare intatta la propria schiettezza, non tener conto del disconoscimento altrui del proprio valore, di ogni ingratitudine, anche se è doloroso veder montare la disillusione e cadere l’entusiasmo.

Ci rendiamo allora conto che queste riflessioni di Claudia Piccinno sono anche le nostre, anzi riconosciamo, come sempre accade in poesia, il senso universale che investe questa parola poetica nel nostro tempo di deriva, tempo del disincontro, che scorre tra virtuale e tecnologia, tra indifferenza e superficialità. Claudia Piccinno, come altri poeti contemporanei (posso citare Jorie Graham, Cristina Bove, Laura Liberale, Giuseppe Yussuf Conte), sta lanciando un alert in poesia, che è la nostra fiera ribellione contro la disumanità che avanza con il suo corredo di potere, alienazione, mancanza di solidarietà. E dunque accogliamo la sua indicazione nel voler restare “vetro”, che sopravvive in virtù della propria limpidezza (Plastica nelle vetrine); soluzione di semplicità cristallina, non affidata a formule, ma al proprio istinto che, decidendo di sottrarsi ad ogni pesantezza da pensieri dolorosi o da urti ricevuti, cerca solo la levità, l’onestà, la benevolenza, l’incontro e il continuo stupore (L’arte del sottrarre).

Questa scrittura di donna non poteva poi escludere l’esperienza di madre tormentata, come lo sono tante madri, che però lascia sempre aperta la porta alla fiducia nel futuro, purchè sia costruita con il legno del coraggio e mai della resa (Lente le ore), con la consapevolezza che ogni esperienza, anche la più dolorosa, è riserva di forza e sempre di sovrabbondante voglia di donare (Il dolore che mi porto dentro).

 La scrittura ritorna poi a trasmettere le voci autentiche dell’umanità abbattuta e violentata nel passato, il grido di sangue versato nei conflitti che giunge da luoghi e immagini significative (Cracovia, il Piave, l’olivo di Fossoli giunto da Israele), per ricordare ancora una volta l’insensatezza della morte per-uomo (Zio Tore; Ciao Gazzella).

Non sono poi da tralasciare le poesie raccolte a fine libro nella sezione Frammenti di vita, dove l’autrice mostra la sua ricchezza visionaria unita alla sapienza nel mescolare immagini, colori e sensazioni e alla sua straordinaria padronanza del ritmo (Ragnatele cremisi e segg.).

Poesia profondamente civile e dunque profondamente contemporanea, pure poesia coraggiosa, che prende le distanze da ogni eventuale giudizio smaccatamente letterario-estetico, preferendo dichiarare la propria fede aperta alla parola della speranza: quella di un’inversione di rotta dell’umanità verso l’etica dei comportamenti, la sola dimensione che fa umano l’essere umano (E tu nascesti, nasci e nascerai).

Per queste ragioni sento questi versi costeggiare la Parola assoluta, divenire segno umano degno di memoria.

E per queste ragioni invito caldamente i lettori in due lingue a leggere queste pagine.

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N.E. 01/2023 – “Il libro, manifestazione dell’essere”. Articolo di Tina Ferreri Tiberio

Il nostro secolo può essere definito il secolo della “multimedialità” e l’interrogativo di fondo che ci poniamo in questa cultura elettronica è il chiedersi se c’è ancora posto per il libro o esso è destinato ad uscire di scena. Alcuni hanno sostenuto in più occasioni la morte del libro o l’assassinio del libro da parte della televisione, per es o dell’ipertesto. Ma il libro è sempre un’esperienza a cui l’uomo non vorrà mai rinunciare: non basta leggere, occorre saper scegliere cosa vale la pena di leggere. 

Sant’ Agostino affermava: “Il Mondo è un libro e coloro che non viaggiano leggono solo una pagina.”

Orbene il libro rappresenta non l’orizzonte pressochè esaustivo del processo di apprendimento, come spesso è avvenuto, ma diventa uno dei tanti strumenti di cui l’uomo può disporre nei suoi processi di ricerca. Si tratta, cioè di assegnare una diversa identità al libro, non come matrice condizionante di sapere, bensì come strumento per la costruzione del sapere. Oggi, cioè, si guarda al libro non come al luogo di sistemazione del sapere, bensì come ad un insieme di pagine e contenuti che aspettano di essere interpretati, integrati, strutturati.  Leonardo Sciascia affermava che “Il libro è una cosa: lo si può mettere su un tavolo e guardarlo soltanto, ma se lo apri e lo leggi diventa un mondo”.

Il libro cioè è uno strumento che aspetta di essere esplorato con intelligenza, che non si impone, ma si presta, non irrigidisce, ma alimenta, è lo specchio del nostro io.

Attraverso il libro l’individuo è portato a trovare risposte sempre più adeguate ai suoi problemi, alle sue esigenze, alle sue aspettative e il gusto del leggere, pertanto sollecita sempre più la capacità di autonomia cognitiva da parte dello stesso individuo, che si fa ricercatore e operatore del proprio sapere.                   

L’uomo non è un “io” separato dal mondo e messo in comunicazione con esso per mezzo delle sensazioni, egli è un organismo entro la natura che interagisce con l’ambiente, per cui da sempre l’uomo ha sentito il bisogno di raccontarsi, per es. i ragazzi tratteggiati dalla penna di scrittori, come Pasolini, ci vengono incontro con tutta la loro ricchezza esistenziale. Sono figure vive, concrete, non soggetti astratti di categorie sociologiche. E’ un modo per far parlare i ragazzi, per parlare con i ragazzi, usando la bellezza della letteratura, gli occhi partecipi dello scrittore e non la lente neutrale dello studioso.  

I libri non perdono mai il loro fascino, anzi con le nuove tecnologie informatiche, moltiplicano la forza di attrazione e la capacità di incuriosire. Quotidiani e televisione sono lo specchio del mondo e la scrittura è la risposta ad un reale bisogno comunicativo.

Leggere seriamente i testi degli autori antichi greci e latini, per es. significa consentire loro, di essere delle occasioni di sviluppo profondo per l’interiorità, l’espressività e l’eticità di noi lettori. Accostare le opere di oltre un millennio di cultura occidentale ha senso se il confronto con esse permette al singolo individuo di valutare la qualità e lo spessore umano dei propri sentimenti e delle proprie passioni; potenzia la raffinatezza, la fondatezza e la penetratività del proprio modo di esprimersi; ha senso se centra l’attenzione sul senso della propria vita e sui valori che la possono orientare.

Soffermiamoci sulla prima raccolta poetica di Montale “Ossi di seppia”. 

Lo stato di disagio e di inquietudine dell’uomo, chiuso nella propria crisi, si riflette in un linguaggio del tutto nuovo, pieno di suggestioni e spesso sconvolgente. Il punto di partenza della tematica montaliana è costituito dalla sua prima raccolta poetica: “Ossi di seppia”, pubblicata nel 1925. La realtà paesistica che nell’opera il poeta descrive ha una sua precisa fisionomia, è il paesaggio della sua natìa Liguria, colto in tutta la sua asprezza e squallore. I piccoli particolari della vita quotidiana sono presentati nella loro nudità e spigolosità: “rovente muro d’orto”, “sterpi” e assumono sotto la penna del poeta, un alto valore simbolico mettendo in luce la sua coscienza dell’aridità, dell’assurdità della vita, la quale non è altro che isolamento, esclusione, inutilità. Vivere, dice infatti Montale in “Meriggiare” non è altro che “seguitare una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”. Così in “spesso il male di vivere” la legge di sofferenza che domina costantemente la vita umana affiora negli aspetti più giornalieri della realtà delle cose: “è il rivo strozzato che gorgoglia”, “l’accartocciarsi della foglia riarsa!”, “il cavallo stramazzato” e l’unica salvezza dal male di vivere è “la divina Indifferenza”. “Non chiederci la parola, continua ancora Montale, che squadri da ogni lato l’animo nostro informe” “che mondi possa aprirti”. “Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. La poesia, insomma, non può lanciare messaggi, non può dare certezze, ma solo qualche sillaba storta che esprime il crollo di qualsiasi mito, la consapevolezza del non essere.  D’altronde lo stesso Montale nella sua prima raccolta non esclude la possibilità di un mutamento verso cui il poeta tende nell’ansioso, ma consapevolmente vano tentativo di trovare una via di salvezza di fronte alla precarietà, al fallimento dell’esistenza. E’ questo il motivo cantato nel gruppo di liriche “Mediterraneo” poste al centro della raccolta, in cui il mare preso a simbolo di vita autentica, di positività, come quell’approdo, è purtroppo non raggiungibile per l’uomo, che sa di essere “della razza di chi rimane a terra”. 

Pertanto, nell’opera viene riaffermata la visione montaliana del vivere una vita senza fedi, senza certezze, senza “lume di chiesa o di officina” come egli dice in “Piccolo testamento”. Egli non ha seguito nella sua vita “chierico rosso o nero” orgogliosamente chiudendosi nella propria solitudine. L’uomo del nostro tempo, afferma il Montale, attraverso la metafora del prigioniero destinato alla morte, che può uscire dalla propria cella solo diventando accusatore e carnefice degli altri, è ben consapevole di essere oppresso da una società che lo condiziona, ma niente può fare per sfuggire a questo carcere. Egli avrà comunque un destino negativo, sia che si faccia complice, sia che rimanga vittima. Questa la lezione lasciataci da Montale: consapevolezza di vivere in una società priva di illusioni e rassegnazione ad un destino di solitudine e dolore cui opporre un rigore morale che non accetta compromessi.           

Per concludere l’uomo sente che il libro gli può dare risposte, ogni libro può diventare un mezzo per ampliare il proprio orizzonte di vita, per mettersi in relazione con i grandi spiriti del passato e così la lettura diventa un’attività fondamentale per far circolare sempre messaggi di bene e di bellezza.

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Bibliografia

Pier Paolo Pasolini, Ragazzi di vita, La Biblioteca di Repubblica, 2000

Eugenio Montale, Tutte le poesie a cura di Giorgio Zampa, Mondadori, I Meridiani collezione, 1984

Walter J. Ong, Oralità e scrittura: le tecnologie della parola, Bologna, Il mulino, 1986, ed. orig. 1982

Guglielmo Cavallo, I luoghi della memoria scritta: manoscritti, incunaboli, libri a stampa di biblioteche statali italiane, direzione scientifica, Istituto poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 1994

Storia del libro. Storia di libri. A cura della prof.ssa Rosa Marisa Borraccini  PDF 2018

N.E. 01/2023 – “La “Lucania” di Mario Trufelli: il senso dell’appartenenza senza alcun possessivo”. Articolo di Vito Davoli

La Lucania è terra che ha dato i natali a poeti di intenso spessore che inevitabilmente hanno cantato il fascino dell’essenzialità e della durezza di una regione che, come poche, intesse continuamente relazioni creditizie e debitorie con la Storia; quella generale ma soprattutto la propria. Una terra che ha dato vita a straordinari poeti, da Rocco Scotellaro a Leonardo Sinisgalli, da Albino Pierro ad Assunta Finiguerra.

Accanto a questi nomi merita sicuramente menzione Mario Trufelli, lucano di Tricarico, lo stesso paese natio di Scotellaro. Premio Saint-Vincent per l’intensa attività giornalistica, ricordiamo che fu responsabile della Testata Giornalistica Regionale lucana della RAI. Di Sinisgalli fu allievo e amico e nel 1992 vinse il Premio Flaiano per la silloge Prova d’Addio. Ho scelto di ricordarlo attraverso i versi di una splendida poesia dal titolo, appunto, Lucania, parte della silloge L’indulgenza del cielo, che «con le sue 153 poesie, ha il merito di condurre il lettore in un viaggio unico con l’autore, lungo il suo straordinario e pluriennale percorso poetico e culturale» (N. Vitola)[1].

Io lo conosco
questo fruscio di canneti
sui declivi aridi
contesi alla frana
e queste rocce magre
dove i venti e le nebbie
danno convegno ai silenzi
che gravano a sera sul passo stanco dei muli.
È poca l’acqua che scorre
e le vallate son secche
spaccate, d’argilla.
Di qui le mandrie migrano
con l’autunno avanzato
per la piana delle marine
tuffando i passi nelle paludi.
Di qui è passata la malaria
per le stazioncine sul Basento
squallide, segnate d’oleandri.
Da noi la malvarosa è un fiore
che trema col basilico
sulle finestre tarlate
in un vaso stinto di terracotta
e il rosmarino cresce nei prati
sulle scarpate delle vie
accanto ai buchi delle talpe.
Da noi riposa il falco e la civetta
segna la nostra morte.
Da noi il mondo è lontano,
ma c’è un odore di terra e di gaggia
e il pane ha sapore del grano.

Una lirica intensa che intreccia alle raffinate evocazioni descrittive delle immagini di contesto una profonda riflessione, taciuta, nascosta, appena evocata in segnali semantici sparsi lungo tutto il dettato del componimento.

«(…) Silenzi / che gravano a sera sul passo stanco dei muli» oppure «le mandrie migrano / con l’autunno avanzato (…) / tuffando i passi nelle paludi» o ancora «la malvarosa è un fiore / che trema col basilico»… Tutti lievissimi accenni (straordinario il tremolio della malvarosa che quasi lascia intuire il resto dei dettagli stagliati sullo sfondo) a un movimento lento, impercettibile in un panorama di quasi assoluta fissità.

Trovo splendida questa poesia non solo per le meraviglie catturate e dipinte in un’atmosfera di lentezza e malinconia che mi paiono indiscutibili: i colori sono quelli dell’autunno e della sera, quasi sorprendenti nell’affresco di un panorama legato a una regione del Sud che probabilmente ci si aspetterebbe barocca di sole e di luce. Ma anche a questo non rinuncia il poeta, anche in questo caso racchiude l’evocazione dentro i suoi effetti, misurandola ancora in modo da non sconvolgere il panorama generale dato alla lirica: «È poca l’acqua (…) / le vallate son secche / spaccate». 

Epperò è il non detto a sorprendere davvero: un “silenzio” (oltretutto esplicitato – come significante e non casualmente – in un verso dove viene affiancato alla parola “convegno” insieme a nubi e nebbie) che dà all’intera lirica una forza che sembra quasi mancare alle delicatissime dinamiche rappresentate e che mi pare si esprima in due atteggiamenti l’uno celato, l’altro quasi sottinteso. 

Il primo: lo sguardo, celato appunto. I «declivi aridi / contesi alla frana», il passo stanco dei muli e delle mandrie, l’acqua che scorre e le vallate secche e spaccate; le paludi, le scarpate e i buchi delle talpe sembrano quasi oggetti di un’osservazione concreta che non stacca mai lo sguardo da terra, quasi a testa bassa in un atteggiamento che potrebbe essere percepito come rassegnata malinconia in un figurato passeggio: si ha quasi la sensazione di vedere il poeta, mani in tasca e – appunto – testa bassa, affondare i passi nella sua terra e descriverne tutto ciò che gli sale alla vista. Eppure non è rassegnata malinconia quella che si avverte.

Il secondo elemento, il sottinteso, conferisce all’intera lirica un carattere diverso e un sentimento più forte, direi di appartenenza che si esprime in un accenno di rivendicazione, un appena indicato tentativo di reazione. L’incipit assoluto «Io lo conosco» con un accento evidente sulla prima parola, l'”io“, sembra quasi voler sottintendere una negazione taciuta, una specie di “non tu” o “non voi” che sfuma le delicatezze descrittive di ogni verso con un colore più vivace, quasi polemico, risentito… e che trova eco negli iterati «da noi», «da qui»,, non da altre parti, non altrove.

Non casualmente la poesia termina con due chiuse: la prima è l’unico momento in cui quello sguardo a testa bassa si stacca da terra per osservare più in alto e incontrare la civetta che «segna la nostra morte» nella finale consapevolezza dell’inutilità e dell’ineluttabilità dell’assoluto; mentre la seconda («Da noi il mondo è lontano») sembra quasi l’identificazione finale di quel “tu” taciuto: il mondo, quello fuori dai confini metastorici qui rappresentati.

È un abbraccio stretto alla propria terra, una dichiarazione d’amore e di appartenenza che non ha vergogna di alludere anche a sentimenti diversi e più decisi. E il contrasto rende la lirica una sublime esaltazione di ciò che resta, tanto sul piano reale quanto su quello immaginifico, tanto sul piano semantico quanto su quello filosofico: l’essenzialità dell’ «odore di terra e di gaggia/ e il pane ha sapore del grano».

Mario Trufelli

È poesia con la P maiuscola quella che intesse al suo interno un profondo legame fra il detto e il taciuto e attraverso la perfezione delle immagini lancia ponti di percezione affinché il lettore si addentri in quello stesso percorso quasi guidandone i passi fino al punto di spiegarne i “perché” che qui sono tutti e semplicemente appartenenza e amore per la propria terra dove l’accento va, in modo particolare, sulla parola “propria”. Eppure non c’è un solo aggettivo possessivo in tutta la lirica! Non un “mio” o un “nostro” né un “tuo”. La potenza di tale significato è tutta affidata ad altro significante che qui è proprio la reiterazione dei «da qui» e «da noi» appena indicati.

La poesia avrebbe potuto intitolarsi tranquillamente “Terra MIA” ma forse l’identificazione netta, così come per le immagini descritte all’interno della lirica, con il nome della propria terra, la Lucania, è anche il nome di un amore vissuto, partecipato, vero; quasi della “persona” amata in un rapporto di scambio che è evidentemente biunivoco e reciproco o, per lo meno percepito, come tale. 

*

Questo testo viene pubblicato su questo dominio (www.blogletteratura.com) all’interno della sezione dedicata relativa alla rivista “Nuova Euterpe” a seguito della selezione della Redazione, con l’autorizzazione dell’Autore/Autrice, proprietario/a e senza nulla avere a pretendere da quest’ultimo/a all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ vietato riprodurre il presente testo in formato integrale o di stralci su qualsiasi tipo di supporto senza l’autorizzazione da parte dell’Autore. La citazione è consentita e, quale riferimento bibliografico, oltre a riportare nome e cognome dell’Autore/Autrice, titolo integrale del brano, si dovrà far seguire il riferimento «Nuova Euterpe» n°01/2023, unitamente al link dove l’opera si trova.

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[1] N. VITOLO in Francavilla Informa: https://www.francavillainforma.it/2020/06/29/lindulgenza-del-cielo-raccolta-di-poesie-di-mario-trufelli/

“Pirandello nell’era digitale: riflessioni sull’identità, la realtà e la comunicazione nell’epoca della tecnologia”, saggio di Francesco Scatigno

Di Francesco Scatigno

Luigi Pirandello, nato nel 1867 e morto nel 1936, è uno dei più importanti drammaturghi e scrittori italiani del XX secolo. La sua opera è caratterizzata da una profonda riflessione sulla natura dell’identità e della realtà soggettiva. Un elemento distintivo del suo lavoro è la concezione dell’umorismo[1] di Pirandello, inteso come un modo per esplorare la complessità della condizione umana. Attraverso i suoi lavori, Pirandello ha esplorato le complesse dinamiche dell’individuo nella società e le sfide legate alla comunicazione e alla comprensione reciproca.

Identità e realtà

La riflessione di Luigi Pirandello sull’identità e la realtà soggettiva costituisce uno dei pilastri centrali della sua opera. Pirandello sottolinea che l’identità di un individuo è fluida e mutevole, spesso influenzata da molteplici fattori come il contesto sociale, le aspettative degli altri e le maschere che ognuno indossa nella vita quotidiana.

Nelle sue opere, come ad esempio nell’opera teatrale “Sei personaggi in cerca d’autore” Pirandello esplora il concetto che ciascun individuo ha molteplici sfaccettature e che la sua identità può variare a seconda del ruolo che assume in una data situazione. Questa prospettiva è particolarmente rilevante nella società contemporanea, in cui le persone sono spesso chiamate a interpretare diversi ruoli nella vita di tutti i giorni, sia online che offline.

La realtà soggettiva, secondo Pirandello, è altrettanto complessa. Egli suggerisce che ogni individuo percepisce il mondo in modo unico, influenzato dalle proprie esperienze, emozioni e convinzioni. Questa idea può essere collegata all’era moderna in cui le informazioni vengono filtrate attraverso le lenti personali dei social media e delle narrazioni digitali, creando realtà soggettive diverse per ciascun individuo.

In sintesi, l’analisi di Pirandello sull’identità e la realtà soggettiva ci invita a riflettere su come le persone si definiscono e interpretano il mondo che le circonda. Questi concetti sono ancora oggi rilevanti per comprendere la complessità delle identità individuali e delle prospettive nella società contemporanea.

Crisi della comunicazione

La “crisi della comunicazione” è un tema fondamentale nell’opera di Luigi Pirandello, che risuona in modo significativo nell’attuale panorama mediatico e sociale. Pirandello riflette su come la comunicazione tra individui spesso sia compromessa dalla difficoltà di comprensione reciproca, dall’uso di maschere sociali e dalla mancanza di comunicazione autentica.

Nelle sue opere, come nel romanzo “Uno, Nessuno e Centomila” Pirandello mette in scena situazioni in cui i personaggi non riescono a comunicare le loro vere emozioni e intenzioni. Questo problema è oggi amplificato dalla crescente dipendenza dalle piattaforme digitali e dai social media, dove spesso si comunicano versioni idealizzate o distorte di sé stessi.

La “crisi della comunicazione” di Pirandello riflette anche il concetto di “fake news” e di disinformazione che affligge la società moderna. La difficoltà nel distinguere la verità dalla finzione è una sfida crescente, con importanti implicazioni per la società e la politica contemporanea.

Inoltre, la sua analisi sulla comunicazione mette in luce quanto sia complesso per gli individui comprendere veramente gli altri e se stessi, un tema che rimane estremamente rilevante nell’era dell’iper-connessione e della sovrabbondanza di informazioni.

La “crisi della comunicazione” di Pirandello è un richiamo a riflettere sulla qualità e l’autenticità della nostra comunicazione in un mondo sempre più dominato dalla superficialità e dalla complessità delle interazioni sociali e digitali.

Identità e maschere sociali

Nelle opere di Luigi Pirandello, la questione dell’identità e delle maschere sociali è un tema centrale. Pirandello osserva come gli individui siano spesso costretti a indossare maschere sociali per adattarsi alle aspettative e alle convenzioni della società, nascondendo spesso la loro vera identità dietro queste facciate.

Questo tema è particolarmente rilevante oggi, dove la pressione sociale e l’omologazione sono molto presenti nelle dinamiche sociali. Molte persone si sentono obbligate a conformarsi a ideali o standard imposti dalla società, dai media o dai social media, spesso a scapito della loro autenticità. Questo può portare a una sensazione di alienazione e insoddisfazione.

Le maschere sociali, come quelle rappresentate da Pirandello, sono visibili anche nell’era digitale, dove le persone possono creare identità virtuali che differiscono dalla loro vita reale. Questo solleva domande sulla genuinità delle interazioni online e sulla difficoltà di distinguere ciò che è autentico da ciò che è costruito.

Inoltre, l’opera di Pirandello suggerisce che le maschere sociali possono portare a conflitti interiori e dissonanza cognitiva. Questa dissonanza può essere ancora più pronunciata in un mondo in cui le aspettative sociali possono essere in conflitto con i valori personali o le convinzioni.

Crisi esistenziale

Nelle opere di Luigi Pirandello, emerge spesso un profondo senso di crisi esistenziale nei personaggi, una sensazione di smarrimento e alienazione rispetto al mondo che li circonda. Questa tematica della crisi esistenziale è straordinariamente importante nell’attuale contesto sociale.

La modernità ha portato con sé una serie di cambiamenti rapidi e una crescente complessità nella vita quotidiana. Questo può portare a una profonda riflessione sul significato della vita, sul proprio posto nel mondo e sul senso della propria esistenza. La sensazione di essere intrappolati in una realtà che sembra priva di senso o di autenticità è una sfida con cui molti si confrontano oggi.

Secondo Pirandello, la crisi esistenziale spesso deriva dalla mancanza di una “verità” oggettiva o di un significato stabile nella vita. Questa idea può essere interpretata in vari modi nella società contemporanea, dove le convinzioni tradizionali spesso vengono messe in discussione, e le persone cercano di trovare un senso in un mondo in rapido cambiamento.

La crisi esistenziale può anche essere vista come una conseguenza delle sfide dell’individualismo moderno. Mentre la società offre un maggiore spazio per l’autonomia individuale, questo può anche portare a una sensazione di isolamento e alla necessità di definire il proprio scopo senza il supporto di norme sociali rigide.

Questi interrogativi rimangono al centro del dibattito filosofico e culturale contemporaneo, mentre le persone cercano di dare significato alle loro vite in un mondo in costante evoluzione.

L’Influenza dell’individualismo

L’influenza dell’individualismo è un tema centrale nelle opere di Luigi Pirandello e ha rilevanza continua nell’attuale panorama culturale e sociale. Pirandello esplora l’individualismo attraverso personaggi che si scontrano con la società e cercano di affermare la propria individualità, spesso in modi radicali o estremi. Questo tema può essere analizzato in relazione al mondo contemporaneo in vari modi.

Nella società attuale, l’individualismo è una forza motrice significativa. Le persone cercano sempre più di affermare la propria unicità e autonomia, spingendosi a sfidare norme sociali tradizionali e a perseguire i propri obiettivi personali. Questo può portare sia a una maggiore libertà che a una maggiore alienazione. Alcuni individui possono sentirsi isolati o in conflitto con la società mentre cercano di trovare il proprio cammino.

Inoltre, l’avvento della tecnologia e dei social media ha amplificato ulteriormente l’individualismo. Le persone possono creare e curare le proprie identità online, esplorare interessi di nicchia e collegarsi con altri individui che condividono le loro passioni. Tuttavia, questo può anche portare a una sorta di isolamento digitale, in cui le interazioni faccia a faccia e le relazioni reali sono spesso trascurate.

Pirandello mette in guardia contro gli eccessi dell’individualismo, sottolineando come la totale autonomia possa portare all’alienazione e alla perdita del contatto con la realtà. Questo richiama l’importanza di trovare un equilibrio tra l’affermazione dell’individualità e l’appartenenza a una comunità più ampia.

Le maschere nell’era dei social media

Il concetto delle maschere, così dominante nelle opere di Luigi Pirandello, trova un terreno fertile nell’era dei social media, dove la rappresentazione di sé e l’identità digitale sono diventate parte integrante della vita quotidiana. Pirandello ha come le persone indossino maschere sociali per adattarsi alle aspettative della società, nascondendo spesso la loro vera natura. Questo tema è estremamente rilevante nel contesto dei social media moderni.

I social media offrono un palcoscenico virtuale dove le persone possono creare e proiettare le proprie identità secondo il desiderio. Ogni profilo sui social media è una sorta di maschera, mostrando solo ciò che l’utente vuole che gli altri vedano. Questo può portare a una distorsione della realtà, in cui le vite delle persone sembrano più perfette, felici o interessanti di quanto non siano in realtà. Le maschere digitali possono nascondere le sfide personali, creando una percezione distorta della vita degli altri.

Inoltre, i social media hanno introdotto il fenomeno della “comparazione sociale”, in cui le persone valutano se stesse in base a ciò che vedono online negli altri. Questo può portare a una pressione costante per apparire migliori, più attraenti e di successo di quanto si è realmente. Le maschere digitali possono quindi creare un ciclo di insicurezza e competizione.

Tuttavia, l’uso delle maschere digitali può anche avere un aspetto positivo. Possono essere uno strumento di espressione creativa e di connessione con persone che condividono interessi simili. Può essere importante ricordare che ciò che vediamo online spesso rappresenta solo una parte della storia.

Comunicazione nell’epoca digitale

Nell’epoca digitale, la comunicazione ha subito una trasformazione senza precedenti, e questo fenomeno richiama in modo evidente alcune delle tematiche affrontate da Luigi Pirandello nei suoi lavori, in particolare quelle legate all’ambiguità dell’identità e all’illusione della realtà.

Le nuove tecnologie digitali, come internet e i social media, hanno reso la comunicazione più accessibile, ma allo stesso tempo più complessa. Gli individui possono ora comunicare con chiunque, ovunque nel mondo, in tempo reale, ma questa accessibilità ha anche portato a una sovrabbondanza di informazioni e a una frammentazione dell’attenzione. La distinzione tra realtà fisica e virtuale è diventata più sfumata, e le persone possono creare identità digitali multiple attraverso avatar, nickname e profili online.

Questo scenario richiama le opere di Pirandello, dove i personaggi spesso indossano maschere sociali per adattarsi alle aspettative degli altri. Nel mondo digitale, le persone creano maschere digitali attraverso i loro profili sui social media, proiettando immagini selezionate di sé stesse. Queste rappresentazioni digitali possono essere parziali, distorti o idealizzati, e talvolta nascondono la complessità della realtà umana.

Inoltre, la comunicazione digitale è stata spesso criticata per la sua superficialità e la mancanza di approfondimento. La rapidità delle interazioni online e la tendenza a condividere informazioni superficiali possono portare a una percezione distorta della realtà, dove il contenuto viene semplificato per adattarsi agli algoritmi dei social media.

In sintesi, nell’era digitale, la comunicazione è diventata un terreno fertile per esplorare le maschere, l’identità e la complessità della realtà, temi cari a Pirandello. È importante sviluppare una consapevolezza critica quando si naviga in questo ambiente, riconoscendo che ciò che vediamo online può essere solo una parte della storia e che la realtà è spesso molto più sfaccettata di quanto appaia in un feed di social media.

L’influenza della tecnologia

L’influenza della tecnologia nell’opera di Luigi Pirandello e nella comprensione della realtà contemporanea è un aspetto di notevole rilevanza. La tecnologia, in particolare l’era digitale, ha introdotto una serie di dinamiche che richiamano le tematiche pirandelliane, sfidando e ridefinendo la nostra percezione della realtà.

Una delle principali influenze della tecnologia è la creazione di identità multiple. Pirandello esplorava l’idea che ogni individuo può avere molteplici “maschere” sociali e identità che emergono in diverse situazioni. Nell’era digitale, le persone gestiscono spesso profili online su diverse piattaforme, ciascuno dei quali può rappresentare una sfaccettatura diversa della loro personalità. Questo concetto di identità frammentata è profondamente radicato nell’opera di Pirandello e si riflette nelle nostre interazioni online.

Inoltre, la tecnologia ha reso possibile l’accesso istantaneo a una quantità straordinaria di informazioni. Questo accesso illimitato alla conoscenza può creare una sensazione di “sovraccarico informativo”, simile all’ansia che Pirandello ha descritto nei suoi personaggi. Le persone si trovano spesso a dover discernere tra informazioni veritiere e false, simili al tema della realtà soggettiva nell’opera di Pirandello.

Nell’era della comunicazione digitale, caratterizzata dalla velocità delle interazioni su piattaforme di messaggistica istantanea e social media, le comunicazioni possono apparire più rapide, ma talvolta risultano anche più superficiali. Questa sfida nella comunicazione online rispecchia in modo sorprendente le tematiche affrontate nelle opere di Luigi Pirandello, dove i personaggi spesso si scontrano nel tentativo di comunicare in modo efficace tra loro.

Infine, la tecnologia ha dato vita alla realtà virtuale e alla realtà aumentata, dove le linee tra il mondo fisico e quello digitale si fondono. Questo solleva domande sulla natura stessa della realtà, richiamando il concetto di realtà soggettiva di Pirandello.

Conclusioni

In conclusione, l’opera di Luigi Pirandello continua a essere di straordinaria rilevanza nell’analisi e nella comprensione del mondo contemporaneo, in particolare nell’era digitale. Le sue riflessioni sulla natura dell’identità, della realtà soggettiva e della comunicazione hanno acquisito nuovi livelli di complessità e rilevanza nell’epoca moderna, in cui la tecnologia ha trasformato radicalmente la nostra percezione del mondo e di noi stessi.

La tecnologia ha reso possibile la creazione di molteplici identità online, richiamando il concetto di “maschere sociali” pirandelliane. Inoltre, l’accesso illimitato alla conoscenza e la diffusione delle informazioni attraverso la rete richiamano il tema della realtà soggettiva, poiché dobbiamo costantemente discernere tra verità e falsità in un mondo digitale ricco di informazioni contrastanti.

La comunicazione digitale ha introdotto nuove dinamiche nelle nostre interazioni sociali, spesso creando sfide simili a quelle affrontate dai personaggi pirandelliani nella loro lotta per comunicare efficacemente. Infine, l’avvento della realtà virtuale e aumentata solleva domande fondamentali sulla natura stessa della realtà, richiamando il tema centrale della realtà soggettiva nell’opera di Pirandello.

FRANCESCO SCATIGNO

L’Autore del presente testo ha liberamente autorizzato la pubblicazione su questo sito senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in seguito.

È severamente vietato riprodurre il presente testo in formato integrale e/o di stralci su qualsiasi tipo di supporto senza l’autorizzazione da parte dell’Autore.


[1] Per un maggior approfondimento su questo tema si rimanda al saggio del medesimo autore dal titolo “L’umorismo di Luigi Pirandello e differenza con comicità e ironia” pubblicato sul sito “Il Mago di Oz” il 25/01/2023, link: https://www.magozine.it/lumorismo-di-luigi-pirandello-e-differenza-con-comicita-e-ironia/

Mark Twain e Kurt Vonnegut a confronto. Articolo di Francesco Scatigno

Cosa hanno in comune Mark Twain e Kurt Vonnegut?

Mark Twain e Kurt Vonnegut sono famosi per i loro contributi incomparabili alla letteratura. Nel tessuto della storia letteraria, essi si ergono come figure iconiche, ognuna tessendo una narrazione distinta che ha lasciato un’impronta indelebile nei lettori di ogni generazione. Twain, con il suo ingegno e saggezza, e Vonnegut, con le sue esplorazioni irriverenti e allo stesso tempo profonde, ci hanno donato non solo storie, ma anche specchi che riflettono le complessità dell’esperienza umana.

Sebbene i loro stili di scrittura possano differire, il genio di Twain e Vonnegut risiede nella loro capacità di coinvolgere i lettori in un dialogo avvincente sulla società, sull’umanità e sul misterioso viaggio dell’esistenza.

I contesti storici e culturali

Mark Twain e Kurt Vonnegut sono entrambi figli del loro tempo, autori che hanno saputo catturare e riflettere l’atmosfera e lo spirito dei rispettivi periodi storici. Mark Twain, il cui vero nome era Samuel Langhorne Clemens, visse nel XIX secolo, un’epoca caratterizzata dal fervore dell’espansione verso l’ovest, dalla guerra civile americana e dai cambiamenti sociali. La sua narrativa spesso tocca temi come l’ingiustizia, la schiavitù e la corruzione, offrendo una critica acuta della società dell’epoca.

Kurt Vonnegut, d’altra parte, emergendo nella seconda metà del XX secolo, portò la sua voce letteraria in un’era segnata dalla Guerra Fredda, dalla minaccia nucleare e da un crescente scetticismo verso le istituzioni tradizionali. La sua scrittura è intrisa di un tono anti-autoritario e di un umorismo nero che riflette la complessità e l’incertezza del mondo moderno.

Entrambi gli autori si sono confrontati con i problemi e le preoccupazioni del loro tempo, utilizzando la narrativa come uno strumento per dar voce alle sfide sociali, politiche e culturali. La profonda consapevolezza di questi contesti storici ha permesso loro di creare opere intrinsecamente collegate alle realtà della loro epoca, mentre al tempo stesso hanno saputo affrontare temi universali che continuano a essere rilevanti oggi.

Stile e linguaggio peculiari

Una delle caratteristiche distintive di entrambi gli scrittori è il loro stile di scrittura unico e riconoscibile, che ha contribuito a plasmare le loro opere e a renderle memorabili. Mark Twain è noto per il suo linguaggio vivace e colloquiale, che cattura l’essenza dell’America dell’Ovest e dei suoi personaggi. Il suo uso sapiente del dialetto regionale e delle espressioni vernacolari dà vita alle sue storie e rende i personaggi autentici e tridimensionali.

Dall’altra parte, Kurt Vonnegut ha sviluppato uno stile narrativo distinto caratterizzato dalla sua prosa chiara e incisiva, spesso arricchita da sarcasmo e ironia. Vonnegut è famoso per l’uso di strutture narrative non convenzionali e per la sua abilità nel giocare con il tempo e la prospettiva. Questi elementi non solo rendono le sue opere interessanti da leggere, ma contribuiscono anche a enfatizzare i temi profondi e complessi trattati nei suoi romanzi.

Entrambi gli autori sperimentano con il linguaggio e la struttura in modo audace, creando un’impronta caratteristica che rende le loro opere immediatamente riconoscibili. Questo stile unico è parte integrante della loro eredità letteraria e ha influenzato generazioni successive di scrittori che cercano di catturare lo spirito dei loro tempi in modo altrettanto originale e coinvolgente.

Uso dell’umorismo e della satira

Sia Mark Twain che Kurt Vonnegut sono maestri nell’uso dell’umorismo e della satira per indagare temi profondi e spesso controversi. Twain, con il suo spirito schietto e la sua critica sociale, è noto per aver affrontato questioni come la razza, la religione e la politica attraverso una interpretazione satirica. Le sue opere, come “Le avventure di Huckleberry Finn” e “Il Principe e il Povero”, affrontano temi di ingiustizia sociale e pregiudizio con una combinazione unica di sarcasmo e umorismo pungente.

Dall’altra parte, Kurt Vonnegut è celebre per la sua satira sottile e la sua ironia tagliente. I suoi romanzi, come “Mattatoio n. 5” e “Ghiaccio-nove”, utilizzano l’umorismo nero per esplorare argomenti complessi come la guerra, la tecnologia e la condizione umana. Vonnegut crea mondi surreali in cui la realtà viene distorta attraverso l’occhio critico dell’umorismo, offrendo così una visione straordinaria dei problemi della società contemporanea.

Entrambi gli autori dimostrano che l’umorismo e la satira possono essere potenti strumenti letterari per affrontare questioni serie e far riflettere il lettore su temi profondi. La loro abilità nel bilanciare l’ilarità con la riflessione critica permette loro di creare opere che sono al contempo divertenti e stimolanti, invitando i lettori a esaminare da vicino le convenzioni sociali e i paradossi dell’esistenza umana.

Scetticismo verso l’autorità

Un tratto distintivo che accomuna Mark Twain e Kurt Vonnegut è il loro profondo scetticismo nei confronti dell’autorità, che emerge in modo accattivante nelle loro opere letterarie.

Mark Twain, attraverso i suoi personaggi ribelli e anticonformisti, ha spesso messo in discussione le istituzioni sociali e politiche dell’America del XIX secolo. In opere come “Le avventure di Huckleberry Finn” e “Il principe e il povero”, Twain esplora i temi della giustizia, dell’uguaglianza e della corruzione, mettendo in luce le disuguaglianze sociali e le ingiustizie presenti nella società. Il suo approccio critico e ironico verso il potere e l’autorità ha reso i suoi romanzi non solo divertenti, ma anche strumenti per la riflessione su questioni sociali ed etiche.

Anche Kurt Vonnegut condivide questo scetticismo verso l’autorità e spesso lo amplifica con un tocco satirico. Nei suoi romanzi, le figure di autorità vengono spesso rappresentate in modo grottesco o ridicolo, svelando le ipocrisie e le debolezze del potere. In “Mattatoio n. 5”, ad esempio, Vonnegut esplora gli orrori della guerra e critica aspramente le decisioni dei leader politici. La sua scrittura ironica e provocatoria mette in luce l’assurdità delle strutture di potere e invita il lettore a interrogarsi sulle dinamiche del potere.

Attraverso il loro scetticismo condiviso verso l’autorità, Twain e Vonnegut sfidano il lettore a esaminare criticamente le istituzioni e i leader che influenzano la società. La loro capacità di trasporre questo scetticismo nella narrazione crea opere letterarie che non solo intrattengono, ma anche spingono alla riflessione su questioni di potere, controllo e responsabilità.

L’influenza letteraria

L’eredità di Mark Twain e Kurt Vonnegut nell’ambito letterario è notevole e continua ad esercitare un’influenza duratura sulle generazioni successive di scrittori e lettori.

Le opere di Mark Twain sono considerate pietre miliari della letteratura americana e hanno contribuito a definire il genere del romanzo moderno. Il suo stile di scrittura vivace, l’uso distintivo del dialetto e la profonda analisi sociale hanno ispirato numerosi autori nel corso degli anni. Scrittori come J.D. Salinger, John Steinbeck e Toni Morrison hanno ammirato la capacità di Twain di esplorare tematiche universali attraverso personaggi e storie coinvolgenti. Inoltre, il suo spirito critico e il suo approccio satirico al contesto sociale sono diventati un punto di riferimento per gli scrittori impegnati nell’analisi della vita sociale e politica.

Analogamente, l’influenza di Kurt Vonnegut si estende ben oltre le pagine dei suoi romanzi. La sua combinazione unica di satira, fantascienza e umorismo nero ha aperto nuove strade nella narrativa contemporanea. Scrittori come Douglas Adams e Dave Eggers hanno abbracciato l’approccio audace di Vonnegut nel trattare argomenti seri attraverso l’umorismo e l’ironia. In particolare, la sua capacità di esplorare i dilemmi umani in un mondo sempre più complesso ha ispirato autori che cercano di sondare le profondità della psiche umana e della società moderna.

Riflessioni filosofiche

Tanto Mark Twain quanto Kurt Vonnegut hanno lasciato un’impronta indelebile nel panorama letterario per le loro profonde riflessioni filosofiche che spesso si intrecciano con l’umorismo e l’ironia.

Mark Twain ha esplorato temi filosofici complessi attraverso personaggi e situazioni a volte surreali. Nelle sue opere, come “Lo straniero misterioso” e “Wilson lo zuccone”, ha affrontato concetti di moralità, libero arbitrio e natura umana. Attraverso trame avvincenti e dialoghi taglienti, Twain ha invitato i lettori a interrogarsi sulle ambiguità etiche della vita e sulla natura spesso contraddittoria degli esseri umani.

Kurt Vonnegut ha intrapreso un approccio simile, mescolando filosofia e fantascienza con una dose di sarcasmo. Opere come “Benvenuta nella gabbia delle scimmie” e “Sirene” hanno offerto riflessioni su temi come la guerra, la religione e l’esistenza umana. Vonnegut ha spesso giocato con l’assurdità della condizione umana, mettendo in luce le contraddizioni delle credenze culturali e delle istituzioni sociali. Le sue storie ricche di simbolismo hanno ispirato lettori a esaminare la loro visione del mondo e a considerare la complessità delle questioni esistenziali.

In entrambi i casi, sia Twain che Vonnegut hanno sfidato gli stereotipi convenzionali e le idee preconfezionate, spingendo i lettori a esplorare questioni profonde attraverso delle lenti umoristiche e creative. Le loro opere hanno costituito un punto di partenza per l’analisi filosofica e hanno dimostrato che la letteratura può essere un mezzo potente per ripensare la società.


FRANCESCO SCATIGNO

L’autore dell’articolo:

Francesco Scatigno, classe 1983, pubblica nel 2007 Lo Scarabeo con Bastogi Editrice. Nel 2008 fonda il blog Magozine.it che diventa poi spazio collettivo di controinformazione e controcultura. Nel gennaio 2016 è autore del manifesto di Cucina Sovversiva. Nel maggio 2016 pubblica il saggio Mezza Rivoluzione o La Rivoluzione Integrale, testo autopubblicato sulle buone pratiche economiche e politiche di mutuo appoggio e collettivismo. Su Magozine.it cura la Newsletter Umoristica con raccontibrevi di satira politica e umorismo. Sullo stesso blog recensisce saggi politici e narrativa sociale e fantascientifica.

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L’Autore del testo ha acconsentito alla pubblicazione di questo testo su questo blog senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in seguito. La pubblicazione di questo testo in forma integrale o di stralci, su qualsiasi tipo di supporto, non è consentita senza l’autorizzazione da parte dell’autore.

V Concorso Lett. Naz.le “Città di Chieti”: il nuovo bando di partecipazione

Regolamento

Il Premio Città di Chieti, giunto alla sua V° Edizione, è libero, autonomo, indipendente e riconosce pari dignità a tutti i partecipanti, garantendo la totale imparzialità di giudizio. Quest’anno il premio si propone anche di promuovere la cultura della donazione degli organi che riguarda milioni di trapiantati avvalendosi anche della mobilitazione di istituzioni pubbliche e private tra cui alcune aziende ospedaliere e dell’apporto di volontari presenti, dove ciò sia possibile, per mantenere vivo il ricordo di persone generose che hanno dato a molti la possibilità di una nuova vita. Tale volontariato fa riferimento ad una associazione denominata “Girotondo di anime”

Organizzato dalla poetessa teatina Rosanna Di Iorio con il Patrocinio del Comune di Chieti, della Provincia di Chieti e della Regione Abruzzo con la collaborazione esterna (partnership) dell’Associazione denominata in questo contesto “Girotondo di anime” e degli Sponsor  “Autotrasporti Falzetti” di Matelica, è regolamentato dal presente bando.

Art. 1 – Sezioni

Possono partecipare cittadini italiani o stranieri maggiorenni con testi rigorosamente in lingua italiana e in vernacolo, residenti in territorio nazionale.

Le sezioni di partecipazione sono:

Sezione A – Poesia inedita o edita a tema libero

Sezione A1  – Poesia in vernacolo inedita o edita con traduzione

B  – Racconto inedito o edito a tema libero

C – Fiaba

Art. 2 – Esclusione

Non saranno accettate opere che presentino elementi razzisti, offensivi, denigratori e pornografici, blasfemi o d’incitamento all’odio, irrispettosi contro la morale comune e che incitino alla violenza di ciascun tipo o che fungano da proclami ideologici e politici.

Art. 3Requisiti

Sezione A – Il partecipante prende parte al concorso con un testo poetico in lingua di lunghezza non superiore ai 35 versi ciascuno senza conteggiare il titolo. Ogni componimento dovrà essere provvisto di titolo e dovrà essere anonimo.

Sez. A1 – Il partecipante prende parte al concorso con un testo in vernacolo di lunghezza non superiore ai 35 versi ciascuno senza conteggiare il titolo. Ogni componimento dovrà essere provvisto di titolo e dovrà essere anonimo.

Sezione B – Il partecipante prende parte al concorso con un unico racconto di lunghezza non superiore le 5 cartelle editoriali (una cartella editoriale corrisponde a 1800 battute). Il racconto dovrà essere provvisto di titolo, dovrà rispettare i limiti di lunghezza e dovrà essere anonimo.

Sez. C Fiaba – Il partecipante prende parte al concorso con un’unica  opera di lunghezza non superiore le 5 cartelle editoriali (una cartella editoriale corrisponde a 1800 battute). Il racconto dovrà essere provvisto di titolo, dovrà rispettare i limiti di lunghezza e dovrà essere anonimo.

Art. 4Contributo di partecipazione per spese organizzative:

* € 10,00 prima poesia, € 5,00 per la successiva, massimo 2 poesie      

* € 10,00 poesia in vernacolo, € 5 per la successiva, massimo 2 poesie                                                        

* € 10,00 per un racconto

* € 10,00 per una fiaba

È possibile partecipare a più sezioni corrispondendo la relativa quota. Tale contributo potrà essere effettuato tramite bonifico su postpay Evolution IBAN: IT27W3608105138261042261053, intestato a Roccioletti Osvaldo, causale: contributo spese organizzative V Edizione “Premio Città di Chieti. Indicare la Sezione.

Art. 5

La Giuria, il cui giudizio è inappellabile, provvederà ad esaminare gli elaborati pervenuti nei termini stabiliti e conformi al regolamento designando i vincitori e avrà facoltà di assegnare riconoscimenti speciali.  
I soli concorrenti premiati saranno contattati dalla segreteria del concorso.

Art. 6

La partecipazione al concorso implica l’accettazione delle norme del presente regolamento.

Gli eventuali plagi esimono gli organizzatori da qualsiasi responsabilità.

Art. 7Scadenza e invio

Per la corretta partecipazione, si dovrà inviare il materiale entro e non oltre la data di scadenza fissata al 31 Dicembre 2023, al seguente indirizzo: premio.cittadichieti@libero.it intestato a Dott. Di Paolo Valerio. Indicare la Sezione. Si prega di inviare le opere in tempo utile.

Le poesie e i racconti dovranno essere anonimi e in formato pdf, redatte con carattere Times New Roman corpo 12 ciascuno, ognuno su un file distinto.

– La scheda di partecipazione appositamente compilata in ogni sua parte (o un equivalente)

– La ricevuta di versamento allegata alle opere inviate contemporaneamente.

È richiesto ai vincitori e a tutti quelli che lo desiderano di partecipare alla cerimonia di premiazione. In caso di impossibilità ad intervenire potranno delegare una persona di fiducia che dovrà darne comunicazione al Presidente due settimane prima della premiazione. I premi potranno essere spediti a domicilio ai rispettivi vincitori, dietro richiesta esplicita e comunque a loro spese. Quelli in denaro verranno spediti solo se i suddetti vincitori non potranno presenziare alla cerimonia per un valido motivo. I vincitori e i menzionati saranno informati dei risultati conseguiti, in tempo utile per poter partecipare all’evento.

Art. 8Commissione di Giuria

Lorenzo Spurio (Presidente di Giuria) (Poeta, saggista, critico letterario)

Valerio Di Paolo (Presidente del Premio)
Lucia Bonanni (Poetessa e critico letterario) 
Patrizia Stefanelli (Poetessa, Scrittrice, regista teatrale, critico letterario)
Carmelo Consoli (Poeta, scrittore, critico letterario, saggista)

Anna Maria Fusco (Docente lettere classiche, Scrittrice e Attrice)

Gianfranco Di Domizi (Poeta, scrittore)

Gabriele Andreani ( Scrittore Saggista, Commissario di Polizia di Stato)

Rosanna Di Iorio Presidente Onorario (senza diritto di voto)

Osvaldo Roccioletti Segretario del Premio

Il giudizio della Giuria è definitivo ed insindacabile.

Art. 9 – Premi

I premi, per ciascuna sezione, saranno così ripartiti:

1° Premio € 400, targa e diploma con motivazione

2° Premio € 300 targa e diploma con motivazione

3° Premio € 200  targa e diploma con motivazione

Menzioni d’Onore (quarti premi) e Menzioni Speciali (quinti premi) per altre posizioni in classifica, verranno discrezionalmente attribuite dalla Giuria così come Premi Speciali e saranno consegnati esclusivamente durante la cerimonia di premiazione agli autori premiati o ai loro delegati.  A sua discrezione la Giuria potrà provvedere all’attribuzione di ulteriori premi per opere ritenute meritevoli d’encomio. Saranno declamate, il giorno della premiazione, soltanto le poesie classificate dal 1°al 10° posto e i Premi Speciali degli autori presenti in sala e saranno invitati al ritiro dei premi, soltanto gli autori segnalati che avranno confermato la loro presenza in sala. Per i racconti, saranno letti alcuni passi tratti da quelli premiati. Agli scrittori e poeti presenti saranno offerti prodotti alimentari. Non sono previste spedizioni successive.

Nel caso in cui non sarà pervenuta una quantità di testi congrua per una sezione o all’interno dello stesso materiale la Giuria non abbia espresso notazioni di merito per determinate opere, il Presidente del Premio può decidere di non attribuire alcuni premi.

PREMI SPECIALI A PERSONALITÀ DEL MONDO LETTERARIO E STRAORDINARIE.

Fuori concorso verranno assegnati i Premi Speciali “Alla Memoria” “Alla Cultura” “Alla Carriera”  a insigni poeti e persone del nostro Paese e della nostra città:

Alla memoria: Paolo Sangiovanni

Alla Carriera: Umberto Vicaretti

Alla Solidarietà e Umiltà: Luca Fortunato

Tali decisioni sono state assunte e anticipate con deliberazione del Consiglio Direttivo del Premio città di Chieti.

Art. 10Premiazione

La premiazione si terrà a Chieti entro il mese di Aprile 2024 in data e luogo da destinarsi.

Art. 11 Privacy

Ai sensi del DLGS 196/2003 e della precedente Legge 675/1996 i partecipanti acconsentono al trattamento, diffusione ed utilizzazione dei dati personali da parte dell’organizzatore per lo svolgimento degli adempimenti inerenti al concorso e altre finalità culturali afferenti. La partecipazione al Premio implica l’incondizionata accettazione di tutte le clausole del presente Regolamento comprensivo di 11 (undici) articoli che potrà, in caso di necessità ed al solo giudizio dell’organizzatore, subire qualche variazione. Nel quale caso a tutti i partecipanti verranno fornite con ampio preavviso tutte le indicazioni circa la premiazione.

Lorenzo Spurio – Presidente di Giuria

Di Paolo Valerio – Presidente del Premio

Rosanna Di Iorio – Curatrice del Premio

Osvaldo Roccioletti – Segretario del Premio

INFO:

Mail: valdipaolo@tiscali.it – premio.cittadichieti@libero.it – Cell. 3494417152

Roccioletti Osvaldo Cell.3356983492-

Le aziende ospedaliere, i volontari, le istituzioni pubbliche e private potranno essere presenti ove possibile, per dare uno stimolo atto ad approfondire e sostenere la cultura della Donazione degli Organi attraverso l’associazione denominata in questo contesto “Girotondo di anime”. Ringraziamo in anticipo per il loro estenuante lavoro e considerazione e auspicabile intervento. Il presidio ospedaliero di Chieti, Clinica Nefrologica, in nome del Direttore dott. Mario Bonomini, dott. Lorenzo Di Liberato, dott. Vittorio Sirolli, dott.ssa Maria Pia Monaco, dott. Uwe Brummer, dott. Roberto Di Vito e di tutti i collaboratori e infermieri che con il loro estenuante lavoro si adoperano ogni giorno per i pazienti, facendoli sentire a casa propria, metterà in palio una targa definita “Girotondo di anime”.

N.B.

LUCA FORTUNATO, responsabile della Capanna di Betlemme di Chieti, perché “la sua vita è una gioiosa condivisione dei sentimenti dell’umiltà e della povertà,

PAOLO SANGIOVANNI  Si è occupato anche di poesia dialettale, saggistica e teatro.

Di lui hanno scritto: Nelle sue poesie c’è una visione smagata della vita personale e privata propria di tutti, affidata ad un bonario endecasillabo, talvolta aggiustato con esperta noncuranza. Il filtro dell’autoironia fa sì che questo parlare a un Tu che è di volta in volta se stesso, l’amata, un amico, un figlio ci riguardi La vita diventa “letteratura”, si fa racconto il quale coltiva con sobrietà i sentimenti che formano la memoria di ciascuno, e il disincanto in qualche punto è insidiato con bell’effetto lirico dalla malinconia.

UMBERTO VICARETTI È nato a Luco dei Marsi, in provincia dell’Aquila, nel 1943, e vive a Roma. Ha pubblicato le raccolte di poesia: La Terra irraggiungibile (Ibiskos, 2006, prefazione di Vittoriano Esposito), Inventario di settembre (Blu di Prussia, 2014, prefazione di Nazario Pardini e postfazione di Pasquale Balestriere), Inchiostri digitali – Contemporaneità (con altri quattro autori, Blu di Prussia, 2016). È presente in numerose antologie e in opere di storia della letteratura, tra cui: La poesia etico-civile in Italia (Bastogi, 1997), La poesia centro-meridionale e insulare (Bastogi, 1999), La poesia “onesta” (Bastogi, 2006), L’evoluzione delle forme poetiche (Kairòs Edizioni, 2013). Laureatosi in Filosofia con Guido Calogero presso l’Università La Sapienza di Roma, è stato prima docente, poi dirigente scolastico. Dall’Università Pontificia Salesiana è stato insignito della Laurea Apollinaris Poetica.

SCHEDA DI PARTECIPAZIONE

Sezione o Sezioni di Partecipazione: □ A □ a1 B □ C (barrare)

NOME: 

COGNOME

RESIDENTE A 

INDIRIZZO 

CITTÀ  C.A.P  PROV

TEL  Cell.  E Mail

9° Ragunanza di Poesia: i vincitori dell’ambito premio. Il 1 ottobre a Roma la premiazione

L’ A.P. S. Le Ragunanze con i patrocini morali del Consiglio Regionale del Lazio, Roma Capitale XII Municipio, Ambasciata di Svezia a Roma, Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”, Golem Informazione, Associazione culturale Euterpe, Leggere Tutti, LATIUM di Madrid, ACTAS Tuscania, WikiPoesia, comunica i nominativi di tutti gli autori e artisti premiati ai quali vanno i complimenti della Giuria composta da: Lorenzo di Las Plassas (Presidente Onorario di Giuria), Roberto Ormanni (Presidente di Giuria), Michela Zanarella (Presidente del Premio), Giuseppe Lorin (Vice Presidente del Premio Le Ragunanze), Elisabetta Bagli (Presidente Latium), Fiorella Cappelli, Lorenzo Spurio, Serena Maffia.

Sezione poesia a tema natura:

1° classificato: “Il giorno dopo il tempo” di Lucilla Trapazzo (Zurigo)

2° classificato: “Sfavillante carrubo” di Giovanni Battista Quinto (Pisticci, Matera)

3° classificato: “Il triste canto del mare” di Isabella Petrucci (Fabriano, Ancona)

Menzione d’onore:

“Carezze motrici” di Nadia Buonomo (Madrid)

“Elementi” di Manuela Magi (Tolentino, Macerata)

“Delle mani i segni nascosti” di Fabio Romano (Roma)

“Nelle stanze dell’anima” di Lucia Izzo (Roma)

“Onda Mediterranea” di Flora Rucco (Formia, Latina)

“Alluvione” di Carla Abenante (Pompei, Napoli)

“Mar Mediterraneo” di Antonella Ariosto (Roma)

“Gabbiani” di Rossana Bonadonna (Roma)

“Nel bosco” di Maddalena Corigliano (Lizzano, Taranto)

Sezione libro edito poesia

1° classificato: “L’uomo di spalle” di Roberto Costantini (Roma)

2° classificato: “Prima” di Gabriella Cinti (Jesi, Ancona)

3°classificato: “Infinito andare” di Emanuela Dalla Libera (Suvereto, Livorno)

Menzione d’onore:

“Storie” di Stefano Baldinu (Bologna)

“Nero di lava” di Nada Skaff (Libano)

“Formulario per la presenza” di Francesca Innocenzi (Cingoli, Macerata)

“Sole nell’abisso” di Martina De Mieri (Torino)

“Universi” di Marco Nica (Anzio, Roma)

“Il giardino dentro” di Dario Gallo (Nocera Inferiore, Salerno)

“Contatti” di Paola Ercole e Marianna Francolini (Roma)

Sezione libro edito narrativa

1° classificato: “A Occidente del futuro” di Lia Migale (Roma)

2° classificato: “Parole, opere e omissioni” di Flavio Dall’Amico (Marano Vicentino, Vicenza)

3° classificato: “Di uomini e mostri. Brevi cronache dal mondo” di Nicola Argenti (Roma)

Menzione d’onore:

“Villa Lugli” di Paride De Paola (Pozzilli, Isernia)

“La strada che va alle vigne” di Giada Carboni (Roma)

“L’arroganza delle iris” di Giada Messina Cuti (Trieste)

“Fiori tra le macerie” di Maria Del Carmen Aranda (Madrid)

Sezione pittura:

1° classificato: “La farfalla” di Sara Marinelli (Roma)

2° classificato: “L’ora del the” di Bruna Milani (Roma)

3° classificato: “Piccola cascata” di Giuseppe Galati (Vibo Valentia)

Menzione d’onore:

“Figlio amoroso giglio” di Lucilla Trapazzo (Zurigo)

“Luci d’oriente” di Flora Rucco (Formia, Latina)

“L’anima della natura” di Stefania Perno (Roma)

Targa Euterpe:

“Settembre è una preghiera” di Lorenzo Mele (Lecce)

Targa ACTAS Tuscania:

“Un sussurro d’alba” di Luciano Innocenzi (Cingoli, Macerata)

Targa LATIUM:

“Allora ho acceso la luce” di Antonio Merola (Roma)

Targa Anastasia Sciuto 2023:

Desy Gialuz, diplomata all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”

Targa speciale Le Ragunanze:

Valerio D’Amato (Roma)

Corrado Solari (Roma)

Vittorio Centrone in arte Lemuri il visionario (Roma)

La premiazione si terrà domenica 1° ottobre 2023 dalle ore 10.00 a Villa Pamphilj presso l’Antica Vaccheria di via Vitellia, 102, Roma. Ringraziamo tutti gli autori e artisti che hanno partecipato con le loro opere alla 9^ Ragunanza di Poesia, narrativa e pittura. A tutti coloro che hanno partecipato al concorso e che saranno presenti alla cerimonia di premiazione sarà consegnato attestato di partecipazione.

“Bella come sei. Pentagrammi di donna”, l’evento di Euterpe APS sabato 11 marzo al Centro Pergoli di Falconara M.

Sabato 11 marzo a partire dalle 17:30 presso il Centro “P. Pergoli” di Falconara Marittima (AN) si terrà l’evento “Bella come sei. Pentagrammi di donna” organizzato dall’Associazione Culturale Euterpe APS di Jesi. L’iniziativa, inserita all’interno del fitto programma di iniziative del Comune di Falconara Marittima per celebrare la Giornata Mondiale della Donna, vedrà al suo interno la performance “Le lucenti demiurghe” a cura di Morena Oro e Lucia Nardi, in arte LuNa.

L’iniziativa, fortemente voluta dalla maestra e scrittrice chiaravallese Alessandra Montali – Consigliera di Euterpe APS – vedrà la presentazione delle opere letterarie di tre autrici del nostro territorio, rispettivamente “Cuor di rubino” (Arpeggio Libero, 2021) di Maria Sabina Coluccia, “Ventinove settembre” (Le Mezzelane, 2018) di Maria Anna Mastrodonato, “Parole silenzi echi ritorni” (Ventura, 2019) di Velia Balducci. Le prime due opere sono romanzi mentre quello di Balducci una raccolta di poesie.

Lo scrittore Stefano Vignaroli presenterà le autrici e rivolgerà loro qualche domanda mentre la lettrice Valeria Cupis interpreterà alcuni brani scelti dai libri. La poetessa dialettale Marinella Cimarelli intratterrà il pubblico con una divertente scenetta nel vernacolo jesino.

In questo connubio di interventi e di arti ci sarà anche l’esposizione di alcune opere pittoriche legate al tema della donna, di Manuela Testaferri e Angela Giovagnoli.

Ad arricchire il nutrito evento sarà la presenza di alcuni alunni dell’ISS “Podesti Calzecchi-Onesti”, guidati dalla docente Matilde Giordani, che proporranno laboratori e l’apprezzato musicista il Maestro Massimo Agostinelli che eseguirà selezionati brani alla chitarra.

Sarà possibile godere di un aperitivo “a tema” al costo di 7€, previa prenotazione al nr. 339-3292732 (chiamare dopo le ore 18).

Info:

www.associazioneeuetepe.com

ass.culturale.euterpe@gmail.com

Un sito WordPress.com.

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