“L’entanglement dantesco nel V Canto dell’Inferno”, articolo di Martina Costa

“Al mio segnale scatenate l’Inferno” recitava un noto attore nel film Il Gladiatore. Quante volte abbiamo pronunciato questa frase tra amici o in particolari situazioni dove avevamo la necessità di anticipare un momento dirompente o di liberazione emotiva? Sicuramente spesso. E se vi dicessi che tantissimi secoli fa, a scatenare letteralmente l’Inferno, fu un libro, ci credereste? Sì, un piccolo libro.

Nessuno penserebbe mai che un oggetto così comune, strumento di conoscenza, diletto e cultura, possa rivelarsi un detonatore così decisivo da cambiare un “destino eterno”. Eppure questo è esattamente ciò che accade a due persone che si chiamavano Paolo e Francesca. Ma per raccontarvi questa storia, oggi, non voglio partire dalla letteratura, ma da un principio che, pensate un po’, ci giunge dalla fisica quantistica recente. Esso porta il nome di entanglement. Quindi, mettetevi comodi, che io faccio iniziare il mio racconto.

Il concetto di entanglement ci insegna che due particelle, non appena entrano in contatto per la prima volta tra loro, saranno destinate a influenzarsi a vicenda. Sempre. E nonostante la loro distanza. Particella A conosce la particella B, diventano entangled, cioè in un certo senso si “aggrovigliano”, come ci suggerisce la traduzione del termine. E da quel momento in poi, anche se dovessero viaggiare ad anni luce di distanza, separate una dall’altra, sarebbero in grado di continuare a influenzarsi. Ciò che sente particella A, sente particella B. Per sempre. Si tratta di un principio che, per essere concettualizzato, il mondo della fisica quantistica ha dovuto attendere il 1935, quando Erwin Schrödinger fece questa scoperta!

Ma io voglio andare indietro nel tempo. Ancora di più. Voglio teletrasportarmi nei primi anni del 1300, e stare a osservare un uomo chino su dei fogli bianchi. Quell’uomo è il Sommo Poeta, ma ancora non lo sa. E quei fogli… quei fogli sono le prime bozze della Comedia, un’opera che Boccaccio definirà Divina.

Dante non poteva di certo prevedere il futuro, così come nessuno di noi può. Ma Dante fu poeta… e i poeti, si sa, hanno un modo tutto loro di osservare il mondo e ciò che lo circonda. Così, pur non sapendolo, Dante, nella sua straordinaria visione poetica, crea un entanglement tutto suo, letterario! Con seicento anni d’anticipo, dimostra come particella A e particella B possano restare legate attraverso una “funzione d’onda” d’amore e di pena eterna: un unico destino che le rende inseparabili pur nella distanza infinita… dell’Inferno!

Primi anni del Duecento. Si chiamava Francesca, lui Paolo. Legati da un legame di parentela, e ancor di più dal legame d’Amore. Il loro è stato Amore, sì, ma un amore vissuto in terra in maniera appartata, nascosta agli occhi di chi, poi, si è vendicato con la violenza ultima: la morte. Ma l’Amore, Dante lo sa, non si può mettere a tacere: anche se adultero, non può essere condannato con la morte. Allora, si sconta eternamente. E lo si fa eternamente. Un paradosso pensare all’Amore come una colpa! Ma intanto, se vogliamo farci un giro nel secondo cerchio dell’Inferno, troviamo «più di mille ombre», oltre Paolo e Francesca. Sono gli “incontinenti”, coloro che non sono riusciti a frenare i loro istinti in vita, coloro che non hanno saputo come “contenerli” entro i limiti della ragione. C’è Didone, Achille, Cleopatra, Paride, Elena… Tutti morti per causa diretta/indiretta dell’Amore. Queste persone saranno eternamente sbattute «di qua e di là, di sù e di giù» da una «bufera infernale che mai si arresta». Il vento non preannuncia una direzione. Un po’ come quando ami senza sapere (o forse lo sai?) a cosa potresti andare incontro: un vento che oggi ti spinge a est, domani a sud.

Ma chi siamo noi per condannare? Chi siamo noi per esprimere un giudizio? Dante non ha intenzione di farlo. Egli non è un giornalista di cronaca nera o mondana dell’anno Duecento. Dante, invece, preferisce rispondere allo sguardo di queste due anime, con l’unico strumento umano e morale che possiede: la pietas. Essa non è la mera compassione, piuttosto – come scrive Boccaccio – «è la pietà che dobbiamo riconoscere alle nostre pene»: io provo pietà perché in questa colpa mi riconosco.

Quindi Dante: «Si che di pietade io venni men così com’io morisse. E caddi come corpo morto cade». Il punto finale, lo spazio bianco dopo. In questo canto osserviamo Dante a chino basso mentre a lungo rimane a pensare, poi apre la bocca e invoca quella che per me rimane la domanda-manifesto del V canto: «Al tempo d’i dolci sospiri, a che e come concedette amore che conosceste i dubbiosi disiri?». Qual è la causa scatenante che possa far diventare peccato l’Amore? Ed ecco che entra sulla scena il nostro oggetto iniziale. Un oggetto che fa spuntare un riso sarcastico a molti studenti quando scoprono di cosa si tratta: “Figurati, prof, se un libro possa far andare all’Inferno” …E intanto eccolo lì, un libro. Anzi, IL libro.

È il momento t༚, il tempo zero dell’entanglement! L’istante in cui le “due” particelle – che in questo contesto chiameremo ‘particella Francesca’ e ‘particella Paolo’ – hanno interagito a un livello così profondo da perdere la loro identità separata. Da questo istante, dal “galeotto libro”,lo stato di Paolo definisce lo stato di Francesca, e viceversa. Uniti da un libro che sarà la loro croce e la loro delizia, insieme. Allora la domanda sorge spontanea, e torna lo studente che intanto se la ride dietro al banco: “Prof, ma che libro si stavano leggendo quei due per aver creato tutto ‘sto caos?”. In realtà, quello che stavano leggendo, non era un libro al pari di chissà che livello di censura! Era un romanzo che aveva come protagonisti Lancillotto e Ginevra, sullo sfondo del ciclo bretone. Anche il loro fu un amore adultero, molto simile, quindi, a quello di Paolo e Francesca. Lo studente, a questo punto: “Prof, ma allora se la sono cercata!”. Però c’è anche chi per Paolo e Francesca, fa il tifo!

Ma torniamo al libro. Ultimamente, si parla tanto di biblioterapia, un argomento molto di moda e tanto delicato, che sta trovando un importante riconoscimento su larga piazza; ecco, mi chiedo se non era già iniziato tutto con Paolo e Francesca. Una storia tra le pagine che “sblocca” un sentimento che era nato dentro i cuori dei due protagonisti, ma che non poteva venir fuori. Sono le parole a curare, a darci l’impeto di agire. Così, è la lettura che ‘produce’ il bacio. E Dante lo sa, perché mette sulla bocca di Francesca parole meravigliose: «Quando leggemmo il disiato riso esser baciato da cotanto amante, questi, che mai da me non fia diviso, la bocca mi baciò tutto tremante». E conclude, Francesca: «Galeotto fu il libro e chi lo scrisse: quel giorno piú non vi leggemmo avante». Non poteva utilizzare parole migliori Dante, e tutti ne sono consapevoli: lo sa Paolo che mentre Francesca parlava, piangeva, lo sa Virgilio che resta in silenzio, e lo sa Dante che, come abbiamo detto, perde i sensi e sviene, mosso dalla pietas.

Paolo e Francesca

Ma non solo. Ed è qui che torno alla mia tesi iniziale: torno all’entanglement letterario di Dante. Sono i vv. 23 e 24 che ne danno piena attuazione, diventando la metafora perfetta di un legame indissolubile e non-locale: strappati alla vita e dalla separazione fisica, ma rimasti uniti. Persistono le “due particelle umane”, oltre la morte e la punizione. Il ‘sistema binario eterno’, Paolo e Francesca, le cui componenti non possono esistere separatamente.

Ritorna lo studente: “Prof, è vero che sono uniti, ma devono scontare la legge del contrappasso per sempre”. Certo, è vero. Molti, quindi, si chiedono se, in tutto questo, c’è del ‘filosoficamente’ romantico. Probabilmente, da un pensiero alquanto più razionale e freddo risponderemmo di no, dopotutto, una pena da scontare, qualsiasi essa sia, rimane pur sempre una pena, una condizione di disagio. Ma Dante anche nella pena, è stato audace. Poteva scegliere un altro elemento da collegare alla legge del contrappasso, e invece… Dante sceglie il vento. Il vento che scompiglia, che disordina, che scuote. Che ‘aggroviglia’. Proprio come l’entanglement!

Così, questa storia che oggi ho voluto raccontarvi, finisce con questa immagine: con Paolo che piange e Francesca che racconta – figurarsi se a noi donne l’Inferno ci mette a tacere! –, Virgilio che non parla e Dante che, intanto, è svenuto. Una tragedia! Ma «Amor ch’al cor gentil ratto s’apprende», non vuole sentire più fiatare nessuno. Lui rimane, ed è sempre il protagonista del mondo e dell’altro mondo. Sì, perché mentre tutto tace, lui continua a soffiare quel vento eterno, che mentre Francesca lo invoca («Amor, Amor, Amor») rende Paolo «tutto tremante».

Forse, è per questo che agli occhi di Dante e Virgilio, Paolo e Francesca «paion sì al vento esser leggieri», perché loro lo sanno, sanno che, liberati dalla schiavitù del ‘nascondiglio’ del sentimento, adesso saranno destinati all’eterna perdizione. Ma Insieme. Allora, l’ultima parola spetta sempre a lui, ad Amore, che non si dissolve, ma rimane eternamente entangled.

Carlo Rovelli, un nostro fisico contemporaneo, quando parla di meccanica quantistica, afferma che noi non avremmo mai a che fare con oggetti, ma avremmo a che fare con proprietà relazionali, cioè con proprietà in relazione agli oggetti. E riferendosi all’entanglement, dice che esso è il fondamento della realtà stessa, perché le cose esistono solo in relazione ad altre cose. A me piace edulcorare questo concetto e vi dico in queste ultime righe, che credo proprio che Amore, abbracci questa definizione di Rovelli. L’Amore vive in relazione solo ad altro Amore. Tutto il resto, per rimanere in tema, è solo un’ombra che collassa al momento dell’osservazione… L’ amore-entanglement, invece no, nemmeno le fiamme di un qualsivoglia inferno potranno mai spegnerlo. Perché è lui che dà vita a quell’amore che, come afferma il nostro caro Dante, è in grado di «muovere il sole e l’altre stelle»…

MARTINA COSTA


Nota

L’articolo che avete letto è frutto di una “sperimentazione di penna” che unisce il sapere letterario-umanistico con una delle più affascinanti e intriganti scoperte degli ultimi tempi: l’entanglement quantistico. Non si tratta quindi di un articolo di divulgazione scientifica, né i termini qui utilizzati sono da riferirsi alla rigorosità che, invece, la fisica esige di adottare. Condivido con voi la bibliografia che è stata di supporto a quanto avete letto:

  • D. Alighieri, La Divina Commedia – Inferno;
  • M. Santagata, Il Racconto della Commedia;
  • C. Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica, L’ordine del tempo, Helgoland;
  • E. Molini, La Piccola Farmacia Letteraria.

Biografia

Martina Costa (Lipari, 2001) è laureata con lode in Lettere e in Linguistica Moderna. Ha conseguito un Master in Coaching Umanistico e Programmazione Neuro-Linguistica e un Master di II livello in Inclusione e Disabilità. Ha sviluppato un solido percorso nell’ambito della comunicazione culturale, con particolare attenzione alla progettazione e alla direzione di eventi letterari e formativi. Autrice di articoli e contributi critici, concentra la sua attività sulla promozione della cultura e della conoscenza come strumenti di crescita personale e collettiva. Nel 2025 è stata insignita del riconoscimento “Liparos” per il suo contributo al panorama culturale. Ha vinto il Premio Nazionale “Stanza della Cultura” (Roma, 2025) ottenendo il primo posto con il racconto “Verbo amare, prima declinazione”. È apprezzata per la sua visione umanistica e per un approccio comunicativo fondato su empatia, inclusione e dialogo.


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Il testo viene pubblicato su questo spazio dietro libera cessione da parte dell’autrice senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – “Dalla spiritualità della poesia alla sua inevitabile umanità. Dante, Beatrice e Francesca”, saggio di Diletta Follacchio

Forse, nonostante la traduzione scialba

e il commento pedestre e frettoloso,

ha ricevuto il messaggio, ha sentito che lo riguarda,

che riguarda tutti gli uomini in travaglio, e noi in specie.

(P. Levi, Se questo è un uomo)

Dante Alighieri si innamorò di Beatrice Portinari quando lui stava per compiere i nove anni e lei gli otto, come racconta lo scrittore nella Vita Nuova[1]. Doveva essere il 1274 e, secondo quanto racconta Boccaccio nel Trattatello in laude di Dante[2], l’incontro è avvenuto a Calendimaggio, cioè in occasione dell’arrivo della bella stagione che si festeggiava appunto il primo di maggio, organizzando in famiglia e nei quartieri banchetti e balli. Dante aveva accompagnato il padre Alighiero alla festa presso la casa di Folco Portinari, il padre di Bice, o Beatrice, come Dante la sentì chiamare. Ecco che Dante, colpito inspiegabilmente dalla bambina vestita di un abitino rosso sangue,[3] si innamora improvvisamente e perdutamente[4].

Non potremo mai sapere con certezza se si tratta di fatti realmente accaduti o di immagini ricavate dalla fantasia dell’autore prima e di Boccaccio poi, e arricchite dalla simbologia del numero nove che, multiplo di tre, si ripete in vari modi nella Commedia[5]. Un amore infantile e platonico, possiamo ipotizzare, tipico di quell’età che, sentito, percepito, vissuto interiormente o meno, ha condizionato tutta l’opera dello scrittore. E proprio l’idealizzazione di un amore nato da bambini ha aperto la strada alla dimensione mistica del sentimento d’amore di Dante per Beatrice.

Lo storico Alessandro Barbero, nella ricostruzione della biografia dell’autore e del suo tempo, evidenzia la differenza del rapporto che gli uomini medievali, rispetto a noi post-romantici, hanno con il sentimento d’amore, per noi di massima importanza e nobiltà, per loro visto quasi con sospetto e timore, data la dimensione irrazionale che inevitabilmente porta con sé. In un’epoca in cui la ragione era considerata fondamentale guida dei comportamenti umani, si discuteva se l’amore fosse qualcosa di buono o di terribilmente pericoloso. Dante sceglie Virgilio come suo duca, cioè guida spirituale, in nome di quei valori nobili e giusti che incarnò prima della nascita di Gesù, e lo rende non a caso allegoria della Ragione, e quindi faro per ritrovare la retta via e percorrere i primi due regni dell’Aldilà, ma anche per raggiungere la donna amata. Il poeta riprende il dibattito del suo tempo nel V canto dell’Inferno[6], dove vuole cogliere con esattezza i confini tra amore che eleva e amore che porta alla dannazione e quindi riflettere sulla pericolosità dell’amore stilnovista se non accompagnato dalla ragione, argine fondamentale di quella passione che, altrimenti, rischia di impadronirsi di ogni aspetto dell’esistenza. È proprio questo il peccato commesso da Paolo e Francesca, amanti sfortunati in un’epoca in cui l’amore vero era concepito al di fuori del rapporto coniugale, ma che appunto non ammetteva l’abbandono totale alla sua irrazionalità. Dante sembra risolvere questa contraddizione tra bisogno dell’esperienza amorosa e necessità di restare entro i limiti della ragione, rendendo Beatrice, oggetto già di un amore platonico, così nobile da poter ripetere dietro a Omero: «Ella non parea figliuola d’uomo mortale, ma di deo»[7] e rifacendosi così a quel filone di pensiero filosofico-teologico medievale secondo cui l’uomo è visto quale imago Dei, cioè immagine di Dio.

Lo stesso Guido Guinizzelli, padre del Dolce Stil Novo[8], nella parte finale della canzone Al cor gentile rempaira sempre amore, risponde a Dio che lo rimprovera di aver lodato la donna secondo gli attributi che spettano a Dio e alla Vergine Maria: «Tenne d’angel sembianza / che fosse del Tuo regno; / non me fu fallo, s’in lei posi amanza»[9]. Il poeta bolognese scambia la donna amata per un angelo del regno di Dio e lodando lei loda Dio. Così Beatrice da donna realmente esistita e amata in giovinezza dal poeta, evocata nella memoria nella Vita Nuova, diventa personaggio simbolico, trasfigurato, sublimato[10], un miracolo di cui si può parlare termini biblici[11]. Quell’«angiola giovanissima»[12], è talmente virtuosa e nobile che non può mai far vacillare «lo fedele consiglio de la ragione»[13], dichiara il poeta innamorato.

Così Dante rovescia la tragica visione cavalcantiana, secondo cui l’amore è desiderio dei sensi e sottratto alla ragione, e si rifà a una lunga tradizione che vede l’amore come pura contemplazione priva di piacere sensibile e contingente[14]. In questo modo la moralità è intrinseca all’amore che Dante prova per Beatrice, il cui saluto non solo è fonte di beatitudine, ma anche di salvezza[15]. L’amore non potrà mai distogliere Dante da Dio, a differenza delle anime di Paolo e Francesca che, cedendo a un’emozione incontrollata, hanno rinunciato alla sua dimensione contemplativa e sono pertanto condannati per l’eternità al turbine del secondo cerchio dell’Inferno. Paolo e Francesca sono «i peccator carnali»[16], i lussuriosi, cioè coloro «che la ragion sommettono al talento»[17] e così facendo non hanno visto altro che l’amore, cedendo all’illusione secondo cui tutta la vita si può ridurre alla sola esperienza amorosa. Francesca che, mentre Paolo piange, racconta a Dante come lei e il suo amante si accorsero di essere innamorati, ha commesso l’errore di aver escluso ogni altro aspetto della persona per trasformare il sentimento d’amore in un’ossessione e se stessa in una schiava d’amore incapace di ragionare, come evidenzia l’anafora nel cosiddetto teorema amoroso di Francesca: «Amor, ch’al cor gentile ratto s’apprende, […] Amor, ch’a nullo amato amar perdona, […] Amor condusse noi ad una morte»[18].

Tuttavia, la forza dell’opera di Dante non risiede nell’impeccabilità di un pellegrino che, guidato dalla sua donna-angelo, dall’amata sublimata e trasformata in allegoria della fede e della teologia, si purifica da tutti i suoi peccati partendo dal basso, dal buio dell’Inferno e, ascendendo, arriva fino a Dio. La critica afferma che il personaggio di Dante non potrebbe purificarsi senza prima attraversare tutti i suoi peccati immedesimandosi nei vari personaggi che sceglie a rappresentarli, ma se ci accontentassimo solo di questo, continueremmo a vedere Dante come freddo e teorico teologo e non potremmo trovare la sua opera così contemporanea.

La potenza dei versi del poeta fiorentino, il coinvolgimento emotivo del lettore, la commozione del suo pubblico derivano dall’estrema umanità del Dante uomo, prima che scrittore, poeta, personaggio, ravvisabile nel protagonista, che di fronte alle fragilità dell’umanità peccatrice e condannata, prova pietà. Si tratta di una pietà terrena, non metafisica[19], che in qualche modo ricorda la pietas di Enea, quel misto di dovere, devozione, amore, rispetto verso gli avi, i genitori, i figli, le tradizioni, la patria, gli dèi, in nome della quale l’eroe virgiliano abbandona Didone e risponde alla missione che gli è stata affidata. La pietà di Dante è angoscia, smarrimento, commozione, turbamento e, osa Borges, invidia[20]. Invidia di quegli amanti che, pur nel peccato, pur avendo compiuto il «doloroso passo»,[21] pur lontano da Dio, sono destinati insieme per l’eternità. Invece Dante rinuncia a Beatrice, come Enea aveva rinunciato a Didone, e inventa la Commedia in qualche modo per, dice ancora Borges, introdurvi quell’incontro, l’incontro, almeno nella sua immaginazione, con la donna amata e sempre perduta. Eppure, quando arriva alla presenza di Beatrice, qualcosa non torna, la donna è raffigurata dallo scrittore severissima, lontana, inarrivabile, come inarrivabile era stata in vita, addirittura si prende gioco di Dante, lo umilia[22]. Dopo aver vissuto paura e angoscia nella selva oscura, dopo aver attraversato le pene nel regno delle ombre, aver osservato figure mostruose e aver assistito a punizioni terrificanti, dopo aver imparato la forza del pentimento e essere asceso cornice dopo cornice al monte del Purgatorio, dopo aver costruito un tale mondo dell’aldilà perfettamente coerente a se stesso esattamente per ritrovar la donna amata, ecco che l’incontro con Beatrice, tanto agognato, tanto anelato, è deludente, sembra difettare di qualcosa.

“Paolo e Francesca” nell’opera di William Dyce, esposta alla National Gallery of Scotland di Edimburgo.

Non per il pellegrino Dante che raggiunge la salvezza – «tu m’hai di servo tratto in libertate»[23] –, ma per l’uomo innamorato che non raggiunge, neanche nella fantasia, ciò che gli è sempre mancato, la realizzazione dell’amore, il sentimento soddisfatto da Paolo e Francesca. Ecco che l’ultimo sorriso di Beatrice tradisce una certa malinconia, una tale tristezza, un senso di vuoto. Dante si rivolge a Beatrice, ma non la trova, è volata nella Rosa dei Giusti, è al massimo della sua esaltazione, eppure è sfuggente, distante, addirittura distoglie lo sguardo[24]. Dante l’ha persa per sempre. Paolo e Francesca resteranno abbracciati per l’eternità. Più Beatrice è esaltata, più Dante è vicino alla salvezza, più la soddisfazione del sentimento amoroso è lontano. In questo tratto di malinconia risiede la profondissima umanità della Commedia e con essa di tutta l’esperienza biografica e letteraria di Dante.

Se l’Inferno è un luogo «sanza stelle»[25] dove il desiderio permane, ma non può essere soddisfatto, (desiderio da de-, che è il prefisso privativo, e sidereus, cioè gli astri), è dunque un luogo della mancanza, della mancanza di Dio. Questa situazione però sembra rovesciarsi dal punto di vista del Dante scrittore e innamorato, il cui obiettivo principale era quello di rincontrare la donna amata, e come abbiamo visto la mancanza, la perdita di Beatrice avviene nel Paradiso, luogo pieno di stelle, dove «l’amor che move il sole e l’altre stelle» è l’amore del Divino.

La lettura che ne fa Borges ci aiuta a riportare lo scrittore vicino alla nostra umanità psicologicamente fragile, fisicamente debole, a volte disperata, smarrita. Dante nel poema, così come nella sua vita, trema, piange, si intimidisce, è fortemente impressionabile, è ansioso, sviene. Dante resta un vinto, come Enea, ma in Dante in quell’essere vinto e naufrago si scorge «la sua spaventosa inconciliabilità con il mondo»[26]: tutto il disagio vissuto nei confronti della vita, i suoi fallimenti in campo amoroso, in campo politico, nel rivestire un ruolo sociale, la difficoltà di trovare il suo posto[27]. Tutto questo diventa poesia e la poesia è al tempo stesso fragilità umana e cura dell’umana vulnerabilità.

Per conservare questo elevatissimo grado di umanità nella sua opera, Dante autore si distacca dal giudizio di Dio che non sempre coincide con il suo sentire, Dio che è al di là di ogni giudizio umano e al di là del bene e del male. Dio è definito nell’opera per la sua giustizia – «Giustizia mosse il mio alto fattore»[28] – e risulterebbe falso se replicasse la posizione di Dante, il quale accetta quel Dio, ma comprende l’uomo, delega alla Divinità la giustizia, ma mantiene per sé i sentimenti. Come se avesse spezzettato in migliaia di parti la sua persona e avesse fatto incarnare ognuna di queste parti a un personaggio del suo universo immaginario, Dante sceglie questa apparente contraddizione[29] anche come stratagemma narrativo, come tecnica di costruzione, come gioco illusorio utile al racconto, delegando quello che Borges chiama «il Terzo Personaggio»,[30] cioè Dio, per far dimenticare che dietro a ogni destinazione nel poema c’è sempre lui, come in un rimando di giochi di specchi.

A conclusione di questo ragionamento, due episodi realmente accaduti lontani nello spazio, più che nel tempo, confermano la profondissima umanità dell’opera dantesca e come la poesia sia l’unica cura possibile[31]. Umanissimo è il Dante che, nel 1938, un poeta deportato da Stalin per attività controrivoluzionaria nel gulag di Vtoraja rečka, nei pressi di Vladivostok, traduceva a memoria per i suoi compagni di sofferenza e di morte, insieme a Petrarca e Ariosto. È Osip Mandel’štam, che nel 1933 aveva scritto Conversazione su Dante, «un poema critico. Un poema sulla poesia di un grande del Medioevo, di un grande del Novecento – sulla poesia»[32].

È il 1944 quando ad Auschwitz, la «gran macchina per ridurci a bestie», l’ebreo italiano Primo Levi sceglie di recitare a memoria il canto XXVI dell’Inferno, quello di Ulisse, ammettendo con rimprovero, qualche errore o qualche lacuna, pur di ritrovare brandelli di quella umanità che i nazisti cancellavano nei prigionieri insieme al loro nome. Primo Levi in quell’inferno[33] comprende e lotta per non cedere ogni pezzetto di umanità ai nazisti, si impone di continuare una serie di gesti, si lava la faccia senza sapone nell’acqua sporca, si asciuga alla giacca, per non lasciare andare anche «il nostro consenso»[34], per conservare una briciola almeno di dignità. In un contesto che mira alla «demolizione di un uomo»[35] Levi recita l’esortazione dell’Ulisse dantesco ai suoi compagni e a tutti gli uomini: «Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza»[36]. Queste parole, risuonano forti come non mai, come se le sentisse per la prima volta, sono uno squillo di tromba che lo riporta alla vita, sono la voce di Dio che risveglia in lui il senso di civiltà scomparso nel lager[37]. Scegliendo la strada indicata da Ulisse e da Dante, dimentica per un momento «chi sono e dove sono»[38]. È il potere curativo della poesia[39]: recitando la Commedia, segue la strada «per restare vivi, per non cominciare a morire»[40].

Bibliografia

Alighieri Dante, La Commedia. Inferno, a cura di Bianca Garavelli, supervisione di Maria Corti, Bompiani, Firenze, 2001

Alighieri Dante, La Divina Commedia. Paradiso, a cura di U. Bosco e G. Reggio, Le Monnier, Firenze, 2002

Alighieri Dante, La Divina Commedia. Purgatorio, a cura di U. Bosco e G. Reggio, Le Monnier, Firenze, 2002

Alighieri Dante, Vita Nuova, Feltrinelli, Milano, 2021

Barbero Alessandro, Dante, Editori Laterza, Bari-Roma, 2020

Borges Jorge Luis, Nove saggi danteschi, Adelphi, Milano, 2021

Levi Primo, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 1989

Mandel’štam Osip, Conversazione su Dante, Adelphi, Milano, 2021 Stassi Fabio, E d’ogni male mi guarisce


[1] Cfr., Dante Alighieri, Vita Nuova, Feltrinelli, Milano, 2021, pag. 35: «[…] quasi dal principio del suo anno nono apparve a me, ed io la vidi quasi da la fine del mio nono».

[2] Cfr., A. Barbero, Dante, Editori Laterza, Bari-Roma, 2020, p. 72 e G. Boccaccio, Trattatello I, 30-31.

[3] Cfr., Dante Alighieri, Vita Nuova, op. cit., pag. 35: «Apparve vestita di nobilissimo colore, umile e onesto, sanguigno, cinta e orata a la guisa che la sua giovanissima etade si convenia».

[4] Cfr., ibidem, pp. 35-36: «In quello punto dico veracemente che lo spirito de la vita, lo quale dimora ne la secretissima camera de lo cuore, cominciò a tremare sì fortemente, che apparia ne li menimi polsi orribilmente; e tremando disse queste parole: “Ecce deus fortior me, qui veniens dominabitur michi”».

[5] Cfr., A. Barbero, op.cit., p. 72.

[6] Dante affronta anche il tema del rapporto tra letteratura e morale centrale nella cultura medievale.

[7] Cfr., Dante Alighieri, Vita Nuova, op. cit., pag. 38.

[8] Cfr., id., Purgatorio, XXVI, vv. 97-98.

[9] G. Guinizzelli, Al cor gentile rempaira sempre amore, in Poesie dello stilnovo, a cura di M. Berisso, BUR, Milano, 2006, pag. 79.

[10] Sublimato, agg., usato qui nel significato di “esaltato”, “reso sublime”.

[11] Cfr. in particolare il sonetto Tanto gentile e tanto onesta pare, vv. 5-6 («e par che una cosa venuta / da cielo in terra a miracol mostrare»), dove Beatrice palesa la sua essenza miracolosa, e Purgatorio XXX, vv. 19-21 («Tutti dicean: “Bendeictus qui venis!”, / e fior gittando e di sopra e dintorno, / Manibus, oh, date lilia plenis»), dove, evocata l’apparizione di Beatrice, ella viene identificata con Cristo poiché nella vita di Dante la donna amata ha assolto per il poeta la stessa funzione di Cristo nella storia dell’umanità.

[12] Cfr., Dante Alighieri, Vita Nuova, op. cit., pp. 37-38.

[13] Ibidem, pag. 38.

[14] Cfr., ibidem, pag. 38, nota 45.

[15] Beatrice è signora che concede il saluto (it. antico “salute”) e insieme fonte di salvezza (it. antico “salute”). L’etimologia delle parole è la stessa, dal latino salus, salutis che vuol dire “salute”, “salvezza”. Beatrice quando saluta Dante gli dà anche salvezza: «conobbi ch’era la donna de la salute, la quale m’avea lo giorno dinanzi degnato di salutare». Cfr., Dante Alighieri, Vita Nuova, op. cit., pag. 38 e nota 30.

[16] Id., Inferno, V, v. 38.

[17] Ibidem, v. 39. Talento: latinismo per “passione”, tutto ciò che è emozione incontrollata; in riferimento all’amore non acceso da virtù e non indirizzato a Dio.

[18] Ibidem, vv. 100-106.

[19] Cfr., F. Stassi, E d’ogni male mi guarisce un bel verso, Sellerio, Palermo, 2023, pag. 21.

[20] J.L. Borges, Nove saggi danteschi, Adelphi, Milano, 2021, pag. 128.

[21] Dante Alighieri, Inferno, V, v. 114.

[22] Cfr., id., Purgatorio, XXX, in particolare vv. 55-57: «“Dante, perché Virgilio se ne vada, / non pianger anco, non piangere ancora; / che pianger ti conven per altra spada”», e Purgatorio XXXI.

[23] Id., Paradiso, XXXI, v. 85.

[24] Ibidem, vv. 91-93: «Così orai; e quella sì lontana / come parea, sorrise e riguardommi; / poi si tornò a l’etterna fontana».

[25] Id., Inferno, III, v. 23.

[26] F. Stassi, op. cit., p. 44.

[27] Cfr., ibidem, pag. 44.

[28] Dante Alighieri, Inferno, III, v. 4.

[29] Cfr., J.L. Borges, op. cit., pag. 53 e ss.

[30] Ibidem, pag. 128.

[31] F. Stassi, op. cit., pag. 23.

[32] S. Vitale, «Io pur sorrisi…», in O. Mandel’štam, Conversazione su Dante, Adelphi, Milano, 2021, p. 9.

[33] «Questo è l’inferno. Oggi, ai nostri giorni, l’inferno deve essere così, […] e noi aspettiamo qualcosa di certamente terribile e non succede niente e continua a non succedere niente». P. Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 1989, pag. 19.

[34] P. Levi, op. cit., pag. 36.

[35] Ibidem, pag. 23.

[36] D. Alighieri, Inferno,XXVI, vv. 118-120.

[37] Cfr., P. Levi, op. cit., pag. 35: «Anche in questo luogo si può sopravvivere, e perciò si deve voler sopravvivere, per raccontare, per portare testimonianza; e che per vivere è importante sforzarci di salvare almeno lo scheletro, l’impalcatura, la forma della civiltà».

[38] P. Levi, op. cit., pag. 102.

[39] Cfr., ibidem, pag. 102: «Si è accorto che mi sta facendo del bene».

[40] Ibidem, pag. 36.


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autrice ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

Ricordando Raul Lunardi (1905-2004), autore di “Preghiera del centenario”. Articolo di Stefano Bardi

Articolo di Stefano Bardi (*)

Questo breve articolo è volto a ricordare il poeta, scrittore, giornalista e insegnanteRaul Lunardi(1905-2004), cittadino illustre del comune di Sassoferrato, vicino a Fabriano. Un intellettuale di cui oggi si rammenta per lo più l’attività di scrittore con opere quali “Diario di un soldato semplice” (1952) e “Un eroe qualunque” (2000). Intensa fu, però, anche la sua attività poetica, oggi raccolta in un volume che la compendia in forma generale. La critica poco si è espressa su tale intellettuale, se si eccettuano interventi di Carlo Bo e di Teresa Ferri.

Per praticità e per una più organica presentazione della sua opera poetica, dividerò la sua produzione in due diverse fasi. Nella prima troviamo poesie che vanno dal 1920 al 1983, raccolte in “Poesie 1923-1983” (1998) e quelle dalla seconda metà degli anni ’80 al Duemila in “Preghiera del centenario: poesie” (2003).  Numerosi sono i temi da lui affrontati nelle due raccolte . Un primo tema riguarda la Politica, intesa da Lunardi come creatura dalle mani sporche di sangue e di letame, con le quali i suoi funzionari non fanno altro che denigrare la società degli Uomini, sottomettere la razza umana e trasformare lo Stato nella loro casa: un Inferno. Un secondo tema riguarda i versi poetici che sono intesi dal poeta come i flussi sanguigni, poiché come quest’ultimi, anche i versi lirici sono strutture linguistico-grammaticali frenetiche, palpitanti e meditative. C’è anche il tema della terra, della sua regione, delle Marche autentiche, da lui considerate come una Regione elisiaca, dall’eterna giovinezza, dalla viva campagna e dalle reminiscenziali primavere. All’interno di tale realtà c’è un vivido omaggio alle grotte di Frasassi, concepite dal  poeta come un Eden mistico dal quale Adamo ed Eva diedero inizio alla vita.

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Il poeta marchigiano Raul Lunardi (1905-2004)

“Preghiera del centenario” (2003) è un’opera che l’autore ha volutamente costruito come una moderna “Divina Commedia” dantesca; anche la sua opera è divisa in tre gironi: “Poesie al Neutrone” (configurabili col dantesco Inferno), “Dolce Colore D’Oriental Zaffiro” (configurabili col Purgatorio) e “Dalle Stalle alle Stelle” (configurabili col Paradiso).

Un girone infernale, quello del poeta sassoferratese, in cui possiamo vedere spiriti privi di anima che sono qui collocati, poiché da vivi hanno sostituito l’amore, la gioia e la compassione con la falsa e tecnologia figlia a sua volta della aberrante globalizzazione. Anime, queste, che sono eternamente condannate a non amare più; anime senza amore carnale e spirituale, ma anche profondamente emarginate nell’animo, poiché da vive hanno percorso la strada delle estremità.

Un Inferno che è animato da più anime dannate che saranno da me analizzate nelle loro principali figure. Una prima schiera è costituita dalle oscure ombre di Uomini violenti, che nella loro vita terrena hanno avuto comportamenti maneschi, usato parole brutali e creato leggi per passare negli sguardi degli altri, come dei santi ma pronti a morire durante la loro esistenza per ogni giudizio etico colmo di verità. Una seconda schiera è costituita dalle anime che durante la loro vita sono state avide verso i loro fratelli pensando solo alla cura della propria immagine. Una terza schiera è costituita dagli Uomini cyborg, paragonati agli orologi perché, al pari di essi, compiono le stesse cose impegnati unicamente a consumare i giorni della loro vita. Uomini, ma anche Donne, che sono meretrici, in questo inferno lunardiano. Puttane che nella loro vita hanno illuso i loro amanti donandogli solo un finto amore. Dannate a dolori fisici sono le anime lunardiane; esse sono anche costrette a lasciare nella vita il loro viso nel cuore di coloro che le hanno amate, senza riuscire a dare risposte a questi spettrali visi.

Ci sono anche le impersonificazioni dell’Europa e della Poesia. Il nostro continente è delineato quale creatura ambigua e dalle carni incomplete, che ha regnato solo per mezzo della schiavitù, mentre la Poesia è vista colma di silenzi spirituali e di brumosi pensieri.

Il Purgatorio del poeta marchigiano è contraddistinto da anime che espiano colpe per la conquista del Paradiso Celeste attraverso il ricordo di arcani sapori e ubriacanti odori. Espiazione che si deve basare sulla riscoperta della fola e sul cammino nel dolore. Un girone in cui c’è spazio anche per l’Uomo moderno e la sua vita pregna di super tecnologia, con la quale è fortemente convinto di potersi sostituire alla vita creaturale creata da Dio e crede di poter prendere il posto di Dio. Quest’ultimo, la divinità, è concepita da Lunardi come un geniale direttore d’orchestra  che dona all’Uomo i suoi occhi per farlo camminare su una strada luminosa, le orecchie per ubriacarlo con dolci melodie, i piedi per farlo camminare nella compassione e il cuore per fargli diffondere amore.

Sia Inferno che Purgatorio in Lunardi hanno delle affinità con i celebri gironi danteschi. Centrale rimane, comunque, il cruciale tema della globalizzazione quale oscura sovrana, che ha costretto l’Uomo ad abusare della tecnologia per il soddisfacimento delle sue ingordigie più sfrenate. Globalizzazione dalla quale, però, secondo il poeta sassoferratese, l’Uomo se ne libererà rituffandosi nel brodo mistico dell’Alba Tempi, dal quale ricomincerà una nuova vita nel segno della purezza e della beatitudine spirituale.

Per concludere va rivelato che il Paradiso lunardiano è abitato da angeliche creature dal brumoso anelito luminoso, dalle rosee e marmoree membra simili a quelle della dea Afrodite. Accanto a queste creature c’è spazio anche per la Donna, qui rappresentata attraverso un intimo ricordo che ce la mostra come una creatura dalla dorata capigliatura, dallo spirito garbato. Una donna, quella liricizzata dal poeta sassoferratese, intesa come un angelo che riscalda l’uomo, quale creatura sessualmente libera e vera regina che tira i fili dell’Universo.

STEFANO BARDI

 

(*) Una prima versione di questo articolo, col titolo “Cultura. Sassoferrato, città d’arte e di poesia. Omaggio a Raul Lunardi, 1905-2004”, è apparsa sulla rivista “Lo Specchio Magazine” in data 27/11/2018 (disponibile a questo link). L’articolo viene riproposto con sensibili modifiche rispetto alla precedente pubblicazione, con l’assenso dichiarato da parte del relativo autore.

 

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