Vittorio Sartarelli su “Tra gli aranci e la menta. Recitativo per l’assenza di F.G. Lorca” di Lorenzo Spurio

Recensione di Vittorio Sartarelli 

 

 “La mia opera di riconoscenza all’intellettuale più grande che non è mai morto”. Così si espresso l’autore di questa splendida plaquette nella amichevole dedica a me diretta e che mi ha molto colpito sentimentalmente.

cover frontaleNon è facile né agevole scrivere qualcosa di perfettamente aderente e giustamente commensurata all’eccelsa qualità di quest’opera cercando di commentarla nella sua esatta dimensione. È chiaro, come ha scritto con competenza il professore Nazario Pardini nella sua dotta prefazione, che si tratta di una Elegia, un componimento letterario improntato a motivi di confessione autobiografica, di delicata mestizia e di forti sentimenti, indipendentemente dalla forma, la quale tuttavia si determina tradizionalmente nel così detto distico elegiaco.

Lorenzo Spurio in questa sua opera che, oltre ad essere un inno alla vita ed alla natura che ci circonda, esprime in una sorta di simbiosi catartica, la sua visione lirica della vita, della natura e della morte, molto simile e quasi identica a quella di Federico García Lorca, il poeta offre la netta visione di uno dei sentimenti più nobili e umani: l’attaccamento alla vita e alla propria terra, “a ogni luogo del campo”.

L’opera si dispiega in undici poesie che sono un autentico inno che racconta liricamente la vita e i sentimenti del suo amico del quale soffre l’assenza ed il triste destino che lo ha portato tragicamente alla sua morte per mano di maldestri assassini. Il nostro Spurio esprime nella sua lirica “Non lontano dal limoneto” un altro suo mesto cruccio, egli fa riferimento al fatto che dopo tutti questi anni dalla morte di Lorca non è mai stato localizzato con certezza il luogo preciso dell’inumazione, né sono stati trovati i resti del suo corpo.

La via crucis di García Lorca comincia quando lo arrestano e lo conducono nella roccia vescovile, il palazzo del vescovo Moscoso y Peralta e si conclude quando lo conducono, assieme ad altri tre condannati, presso la Fuente Grande, il luogo di una fonte, già stata cantata da grandi poeti granadini e da Lorca stesso. Lì avverrà l’esecuzione.

Tutta questa raccolta di liriche di Spurio evidenzia un accostamento profondo al testo del poeta spagnolo, egli è non solo amico, non solo ammiratore ma anche grande conoscitore della produzione di Federico García Lorca. Il nostro autore in queste undici elegie, i suoi versi, spesso, hanno il sapore dell’invettiva in canti di offerta e di ammirazione, ma anche di sdegno, di riscatto simbolico all’oltraggio di una morte ingiusta che pesa come un delitto incancellabile sul volto della Spagna.

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Un ritratto di Federico García Lorca eseguito dall’artista José Caballero.  Fonte

Il nostro Poeta, in questa splendida elegia, riesce anche ad introdurre la rappresentazione scenica e rituale della corrida e quindi della Tauromachia che è un concetto essenziale della tradizione ispanica. Del resto, il contesto storico e politico di questa nazione nel periodo della morte di García Lorca era stato già negativamente raccontato da altri eminenti artisti spagnoli come il pittore Picasso con la sua opera Guernica e Pablo Neruda fortemente amareggiato dalla uccisione di Lorca e il nostro Spurio si è sentito così vicino sentimentalmente al grande poeta spagnolo da quasi non accettare che egli fosse già morto infatti, in una sua lirica afferma: “Morto è solo chi si dimentica e scompare” e questa intima affezione è stata talmente forte e l’ha sentita talmente sua, da farne il punto focale della propria ispirazione lirica.

Un’altra sensazione che si ha, almeno questa è la mia percezione, anche perché credo che la poesia sia molto legata alla musica, nel leggere questa raccolta di versi dedicata a Lorca, sembra di ascoltare una bella canzone sulla vita, la natura, gli alberi, le piante e anche la morte ma, il nostro poeta sembra voler sorvolare su questo aspetto negativo della vita, quasi rifiutando di accettarlo, esprimendo sublimandole, una profonda cura e una dedica struggente al suo caro amico, per l’interpretazione e il modo di sentire ed apprezzare i sentimenti dell’amore, della libertà e della giustizia che costituiscono i presupposti essenziali per una vita umana serena e, soprattutto, libera da pregiudizi.  

VITTORIO SARTARELLI

 

NOTA: L’opera in oggetto è LORENZO SPURIO, Tra gli aranci e la menta. Recitativo per l’assenza di Federico Garcia Lorca, PoetiKanten Edizioni, Sesto Fiorentino, 2016. La prima edizione del volume è stata pubblicata dall’editore fiorentino PoetiKanten Edizioni, con prefazione del professor Nazario Pardini, nota critica di quarta di copertina di Corrado Calabrò, bandella con commento critico di Lucia Bonanni, illustrazioni a china del Maestro campano Franco Carrarelli e un saggio di Valentina Meloni dal titolo “Il passo della morte. Rappresentazione mitica e allegorica nel rituale della corrida tra teatro e poesia” a maggio 2016 (pp. 86, ISBN: 9788899325466, Costo: 12€). Una seconda edizione, privata del saggio della Meloni e con l’aggiunta di un apparato critico finale con brevi lettere e note di lettura di Dante Maffia, Giorgio Bàrberi Squarotti, Antonio Spagnuolo, Francesca Luzzio e Luciano Domenighini, è stato pubblicato, sempre da PoetiKanten Edizioni, nel febbraio 2020 (pp. 65, ISBN: 9788899325466, Costo: 10€).

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Alcuni testi di Liliana Manetti tratti da “Colore di donna”, la nuova silloge poetica

Segnalazione a cura di Lorenzo Spurio  

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Liliana Manetti

Liliana Manetti (Roma, 1980) si è laureata in Filosofia all’Università “Tor Vergata” di Roma. Poetessa e scrittrice, ha pubblicato numerosi volumi. Per la poesia L’ultima romantica (2011), La mia arpa (2012), Il fiore di loto. Storia di una rinascita (2015) e Colore di donna. La forza di una nuova rinascita (2020) con acquerelli della quotata artista polacca Anna Novak[1]. Per la narrativa il romanzo fantasy Almond. Il fiore dei Mondi Paralleli (2013) scritto assieme a Selina Giomarelli e i romanzi Shabnam. La donna che venne da lontano (2016) e La nuova favola di Amore e Psiche (XXX).  Consulente radiofonico e responsabile colloqui nel format radiofonico in onda su Radio Roma Capitale 93 FM dal titolo “Live Social” e giornalista e opinionista in varie testate cartacee come l’inserto culturale di Gaetano Di Meglio “Il Dispari”, “PaeseRoma”, “Abitare a Roma” di Vincenzo Luciani, e nella rivista “La Sponda” di Benito Corradini. Collabora come volontaria nel salotto culturale Polmone Pulsante a Roma e organizza eventi. È Ambasciatrice della Regione Lazio dell’Associazione culturale Internazionale DILA di Bruno Mancini. Numerosi gli incontri con il pubblico tenuti nel corso degli ultimi anni in vari locali e contesti culturali della Capitale e non solo.

Il volume Colore di donna (Santelli, Cosenza, 2020) si apre con una esaustiva presentazione della stessa autrice che fornisce alcuni parametri di lettura importanti da poter tenere in considerazione durante la lettura del volume in relazione all’approccio personale e biografico dell’autrice. In essa viene detto: “Le liriche sono ispirate al mio mondo interiore, sono quasi tutte introspettive ma anche e soprattutto celebrative: ossia esaltano l’importanza della poesia e dell’ispirazione poetica che è in me anche e soprattutto “catarsi” (purificazione) dal dolore e dai drammi che sono presenti nell’esistenza… una capacità che assomiglia, grazie alla sua forza immensa, al rinascere della natura nel periodo primaverile. […] Le liriche (come anche i romanzi) sono ispirati a delle mie situazioni esistenziali complicate, dove la soglia del dolore psicologico è stata ed è purtroppo molto alta per la mia persona, dovuta a esperienze limite ma anche alla mia spiccata sensibilità”. Ed è la stessa autrice, sempre in questa nota iniziale, a chiarirci le componenti tematiche che contraddistinguono le varie parti del nuovo libro, accompagnandoci come “per mano” in questo percorso: “La silloge inizia con il capitolo “Tra sogno e realtà. Nel limbo”: sono i primi cenni di riapertura al mondo, i sogni che rimangono nella nostra esistenza, nonostante il fatto che la realtà è molto più dura di quello che ci eravamo da sempre aspettati che accadesse nella nostra vita. […] La seconda parte si intitola “Approdo all’altro”: apro tematiche molto profonde, come quelle sull’amicizia e sulla pace, che mi sono sempre state a cuore, e che hanno segnato tante mie riflessioni, queste pubblicate sono le più mature. […] La terza e quarta parte della silloge, “La rinascita”, […] riprende la voglia e la capacità di andare avanti… una rinascita che è interiore, ma che avviene in particolare nel periodo primaverile. La quinta parte è quella in cui mi autodefinisco “Emersa nell’altro”, come il fiore di loto che “emerge dal profondo e sboccia”, a cui si arriva quando, avvenuta la rinascita ci si può aprire all’amore. La sesta e ultima parte “Essenza di donna” […] rappresenta una raccolta di poesie tutte dedicate alla donna”.

 

A continuazione quattro testi poetici selezionati dal volume:

 

Approdo all’altro

 

Viaggiatrice dell’anima

 

Scintilla di rugiada

sulle tue guance

scivola delicata

sulle fessure gentili del tuo volto

dove io scruto

attenta

la tua

ANIMA…

*

 

Rivoglio le mie ali

 

Vita restituiscimi i miei sogni!

Quella vita sempre immaginata…

quella storia che mi sono sempre raccontata

ancora aleggia nei miei desideri!

Speranza lotta contro i momenti bui

del mio vagare…

La meta porta in vetta,

la voglia di non arrendersi mai

mi trascina in percorsi mai

esplorati

ma da sempre impressi

nella mappa geografica

della mia vita…!

Striature colorate

vedo in lontananza…

il filo rosso che conduce

ai miei obiettivi più profondi

emerge dalle difficoltà…

Non voglio perdermi…

rivoglio le mie ali!

 

*

 

Figlia della luna

 

Figlia della luna

sorella delle stelle

con i sogni per vestiti

e le ali per volare

per raggiungere

le vette più alte delle mie fantasie…

io?

Una creatura fragile,

fragile e felice.

Ma la vita non perdona

invidiosa del mio volo e del mio canto

mi ha strappato le vesti,

le ali.

Son caduta in picchiata

in questa fredda realtà…

ora, nuda

scrivo versi

con la nostalgia di quel mondo tutto mio

un mondo silenzioso

disegnato dai colori della mia anima.

*

 

A Frida Kahlo (come bozzolo…)

 

Come bozzolo

incustodito

mi sforzo di custodire

il mio dolore…

contengo le mie ferite più profonde

ma le mie nell’anima,

le tue nel corpo e nell’anima

scalfisco lì dove fa male

dipingo,

io con parole,

scolpisco

ma senza sublimare

mi osservo

mi accetto

rifletto luce

dal profondo dell’oscurità

vivo l’attimo che scorre…

assaporo, degusto

il cibo più prelibato…

come te:

comunque vivo!

519s97YTBjL._SX317_BO1,204,203,200_Rilevanti anche i sostanziosi contributi critici che arricchiscono il testo, ovvero la prefazione a firma di Domenico Mazzullo[2] e la postfazione stilata da Franco Di Carlo. Cito da entrambi i testi riportando in superficie considerazioni interessanti e degni di una maggiore diffusione. Mazzullo, che è un affermato medico psichiatra, annota: “Ho trovato, scoperto, riconosciuto [nei suoi versi] la conferma di una sensazione, un’intuizione che è sempre stata una mia ferma convinzione, tanto da farne una ragione di vita. La sofferenza […] non sempre è, come spesso ci appare, inutile, insulsa e fine a se stessa, ma a volte, e questo dipende solo da noi, essa si trasforma, si trasmuta, si nobilita in una esperienza personale e collettiva che ci insegna, che ci fa, o ci obbliga, a crescere, a farci più maturi, a capire e comprendere noi stessi e gli altri che ci circondano, a trasformarci da esseri spontaneamente e naturalmente egoisti, in Persone capaci di soffrire, ma anche di gioire assieme agli Altri, per i Loro dolori e le Loro gioie. […] Le poesie sono tutte belle e ognuna diversa dalle altre, permettendo ad ogni Lettore, di scegliere tra queste quella che è stata maggiormente capace di penetrare il Suo animo, di sconvolgerlo, di travolgerlo, di commuoverlo, di emozionarlo”.

 

 

NOTE:

Franco Di Carlo[3], noto poeta e scrittore, autore di vari volumi di critica (su Tasso, Leopardi, Verga, Ungaretti, Poesia abruzzese del ‘900, l’Ermetismo, Calvino, Avanguardia e Sperimentalismo, il romanzo del secondo ‘900), invece, nella nota di chiusura al volume riporta: “[La sua] è una poesia esistenziale e affettiva, fatta di incontri (voluti o sognati): con la poesia stessa e con l’arte, con la Natura (sempre Mater benigna), con l’Amicizia e soprattutto con l’Amore, principio di tutte le cose, “Principio Vivificante”, come ci ricorda Giacomo Leopardi. […] [Essa è connotata dal] suo lirismo passionale ma luminoso, [dal]la vena autobiografica, [da]l diarismo esistenziale, [dal]l’afflato simbiotico e archetipico con i Principi fondanti della Vita (naturale e umana). […] L’Amore [è] inteso in tutte le sue varie declinazioni: ansia, sogno, desiderio; tema-guida”.

[1] Nella sua introduzione l’autrice scrive: “La pittrice Anna Novak è famosa per i suoi dipinti, che hanno come soggetto donne dai colori pastello sorprese in alcuni momenti particolari tutti al femminile. Il lavoro di questa silloge quindi rappresenta un connubio tra le arti, la poesia che si fa pittura e la pittura che si fa poesia: una modalità di espressione che mi è cara da sempre”.

[2] Domenico Mazzullo è nato a Roma, ove vive ed esercita; si è laureato in Medicina a Roma e successivamente specializzato in psichiatria a Pisa. Nei primi anni di professione è stato medico condotto e medico di bordo. Ha lavorato presso l’ospedale psichiatrico di Volterra ed in varie strutture specialistiche psichiatriche. È stato consulente psichiatra e poi Direttore medico di un istituto specialistico di riabilitazione psichiatrica. Ha curato i capitoli inerenti la Psichiatria e la Psicofarmacologia nella stesura di testi di medicina interna. Collabora, in qualità di psichiatra, con rubriche di medicina su Internet. Esercita la libera professione come psichiatra clinico e psicoterapeuta. Ha partecipato all’edizione 2003-2004 della trasmissione Domenica In di RAI UNO condotta da Paolo Bonolis.

[3] Franco Di Carlo (Genzano di Roma, 1952), oltre a diversi volumi di critica (su Tasso, Leopardi, Verga, Ungaretti, Poesia abruzzese del ‘900, l’Ermetismo, Calvino, D. Maffìa, V. M. Rippo, Avanguardia e Sperimentalismo, il romanzo del secondo ‘900), saggi d’arte e musicali, ha pubblicato varie opere poetiche: Nel sogno e nella vita (1979), Le stanze della memoria (1987), Il dono (1989); fra il 1990 e il 2001, numerose raccolte di poemetti: Tre poemetti; L’età della ragione; La Voce; Una Traccia; Interludi; L’invocazione; I suoni delle cose; I fantasmi; Il tramonto dell’essere; La luce discorde; nonché la silloge poetica Il nulla celeste (2002). Della sua attività letteraria si sono occupati molti critici, poeti e scrittori, tra cui: Bassani, Bigongiari, Luzi, Zanzotto, Pasolini, Sanguineti, Spagnoletti, Ramat, Barberi Squarotti, Bevilacqua, Spaziani, Siciliano, Raboni, Sapegno, Anceschi, Binni, Macrì, Asor Rosa, Pedullà, Petrocchi, Starobinski, Risi, De Santi, Pomilio, Petrucciani, E. Severino. Traduce da poeti antichi e moderni e ha pubblicato inediti di Parronchi, E. Fracassi, V. M. Rippo, M. Landi. Tra il 2003 e il 2015 vengono alla luce altre raccolte di poemetti, tra cui: Il pensiero poetante, La pietà della luce, Carme lustrale, La mutazione, Poesie per amore, Il progetto, La persuasione, Figure del desiderio, Il sentiero, Fonè, Gli occhi di Turner, Divina Mimesis, nonché la silloge Della Rivelazione (2013).

 

La riproduzione del presente testo, e dei brani poetici riportati (dietro consenso dell’autore), sia in forma di stralcio che integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dei relativi autori.

“Il colloquio con Thanatos. Il poeta toscano Nazario Pardini nell’ultimo volume della trilogia dell’approccio “ai dintorni” della vita” di Lorenzo Spurio

Articolo di Lorenzo Spurio

Il nome di Nazario Pardini, poeta, scrittore e critico letterario, docente di Letteratura Italiana, ben noto anche sulle pagine digitali da anni, meriterebbe una descrizione che forse un pamphlet non sarebbe sufficiente, tanto è estesa e prolifica la sua produzione letteraria. Non solo di poesia, per la quale ha pubblicato decine di titoli, tra sillogi più o meno ampie, veri e propri repertori dell’anima che condensano esperienze e fasi del suo vissuto, canzonieri, poemetti, raccolte meticolose, elogi, canti, e tanto altro ancora. Senza dimenticare il suo costante e fondamentale contributo alla critica letteraria mediante lo studio attento, approfondito e umano – in una sola parola “dotto” – che ha riversato verso autori più o meno noti della scena letteraria nazionale e non solo. I suoi contributi critici, oltre a permettere a vari autori di fregiarsi delle sue considerazioni ermeneutiche in opere proprie nella forma di prefazioni, postfazioni e note di lettura, sono diffusi un po’ ovunque ma anche ben raccolti nella nutrita vetrina online di scritti, Alla volta di Lèucade, (che porta il titolo di un suo fortunato libro di poesia edito nel 1999, arricchito da una prefazione di Vittorio Vettori)[1] dove il professore, con cadenza quasi giornaliera, dà diffusione ai suoi scritti, vere e proprie esegesi sempre così ricche e particolareggiate, attentissime allo stile e ai linguaggi adoperati, alle segnalazioni dei volumi e tanto altro ancora.

Se è vero che la rete consente di abbattere tempi, distanze e qualsiasi altro tipo di barriera tra un emittente e un ricevente, è anche vero che spesso può risultare dispersiva nel poter fornire una corretta e utile table of contents, per andare a ripescare testi, far riemergere saggi (magari per trarne una citazione e renderne merito nella bibliografia) o, in qualche modo, recuperare in forma agevole e sicura quel materiale critico che nel tempo, come la stratificazione di una roccia sedimentaria, si è andato accumulando descrivendo striature cromatiche diverse e, al contempo, a rendere ancor più inscalfibile la materia. A favorire questo approccio sono giunti, in tempi recenti, quattro mastodontici volumi editi da The Writer Edizioni rispettivamente nel 2014, 2016, 2018 e 2019 dal titolo Lettura di testi di autori contemporanei, seguiti dalla loro normale numerazione dei tomi, nei quali il professor Pardini ha convogliato la gran parte dei suoi scritti – vere e proprie gemme – tra recensioni, saggi, interviste a lui fatte e concesse ad altri, note di lettura, approfondimenti e tanto altro ancora. Dei cataloghi ricchissimi non solo nei loro contenuti (vale a dire le opere contemplate, gli autori letti, approfonditi, analizzati con onestà e grande scavo nel loro lessico) ma anche negli approcci di approfondimento al punto che possono di certo essere considerati come dei testi fondativi, immancabili, di lettura e avvicinamento al testo per chi, scantonando il lettore qualunquista, voglia davvero poter impiegare gli arnesi del critico, scoprendone quella che è senz’altro un arte del mestiere. Testi di critica, dunque, ma anche sulla critica, che possono indirizzare degnamente chi, amante dei libri, abbia esigenza di immergersi in quel panorama magmatico che è il campo dei significati, delle allusioni, dei segni nascosti, dei richiami, delle (epidermicamente) insondabili forme con le quali si può dire senza svelare né determinare in maniera perentoria.

Numerosi e costanti anche i suoi contributi sulla rivista di poesia e critica letteraria Euterpe nel corso dei suoi quasi dieci anni di attività continuativa tra i quali mi piace ricordare alcune poesie di grande impatto comunicativo i cui motivi si dispiegano nelle oscure trame di una memoria dai contenuti ignobili e dolorosi come in “Carso” (n°14, dicembre 2014) e “In memoria delle foibe” (n°29, luglio 2019) o, di contro, improntate a seguire liberamente di volta in volta i possibili temi di rimando proposti dai vari numeri come il saggio “Puccini o il tempo della Turandot” (n°16, giugno 2015) e “Percy Bysshe Shelley e i suoi peregrinaggi marini” (n°22, febbraio 2017) a testimonianza della vastità degli interessi e della completa e approfondita padronanza di una materia non solo classica e letteraria, bensì di ordine sociale e riferita a ogni possibile campo dello scibile, tra umanismo e tematiche di attualità. Senza dimenticare, tra i contributi più incisivi, utili e di alto pregio, gli approfondimenti critici sulla poesia propriamente detta, motivo trainante della sua intera esistenza, ravvisabili, ad esempio, in “Lingua, linguaggi e poeti” (n°24, agosto 2017) e nell’avvincente “Società, filosofia dell’utile, ruolo dei personaggi e difesa della poesia in Chatterton di Alfred De Vigny” (n°23, giugno 2017).[2]

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Nazario Pardini

Alcune note bio-bibliografiche, però, prima di poter parlare della sua ultima opera poetica, I dintorni della vita (2019), risultano necessarie. Nazario Pardini (Arena Metato, Pisa, 1937) si è laureato in Letterature Comparate e successivamente in Storia e Filosofia, è stato ordinario di Letteratura Italiana. Prolifica e di alto livello la sua attività di instancabile poeta, saggista e critico letterario, per la poesia ha pubblicato Foglie di campo. Aghi di pino. Scaglie di mare (1993), Le voci della sera (1995), Il fatto di esistere (1996), La vita scampata (1996), L’ultimo respiro dei gerani (1997), La cenere calda dei falò (1997), Sonetti all’aria aperta (1999), Paesi da sempre (1999), Alla volta di Lèucade (1999), Radici (2000), D’Autunno (2001), Dal lago al fiume (2005), L’azzardo dei confini (2011), A colloquio con il mare e con la vita (2012), Dicotomie (2013), I simboli del mito (2013), I canti dell’assenza (2015), Cantici (2017), Di mare e di vita (2017), Cronaca di un soggiorno (2018), I dintorni della solitudine (2019), I dintorni dell’amore ricordando Catullo (2019) e I dintorni della vita. Conversazione con Thanatos (2019). Molti i premi vinti fra cui il “Città di Pisa” (2000) nella terna Baudino, Mussapi, Pardini con Alla volta di Lèucade, i premi alla Carriera (“Le Regioni” di Pisa nel 2000, “CinqueTerre” di Portovenere nel 2012; “Portus Lunae” di La Spezia nel 2012, “Ponte Vecchio” di Firenze nel 2014) e la prestigiosa “Laurea Apollinaris” nel 2013 conferita dalla Facoltà di Scienze della Comunicazione Sociale dell’Università Pontificia Salesiana. Su di lui hanno scritto, tra gli altri, Mario Luzi,  Vittorio Vettori, Paolo Ruffilli, Ninnj Di Stefano Busà, Giuseppe Giacalone, Luigi Filippo Accrocca, Antonio Piromalli, Silvio Ramat, Vittorio Esposito, Antonio Nazzaro, Antonio Spagnuolo, Giorgio Bàrberi Squarotti, Neuro Bonifazi, Franco Campegiani, Fulvio Castellani, Pasquale Balestriere, Giuseppe Vetromile, Rodolfo Vettorello,  Carmelo Consoli,  Umberto Vicaretti, Ugo Piscopo, Liana De Luca, Floriano Romboli.

Poeta legato alla tradizione classica e alla poetica naturalistica (inesauribile nel suo panismo vegetale e nella comunione con le acque) ma anche alla tradizione decadente e simbolista (poeti maledetti, D’Annunzio, gli scapigliati[3]) non può non essere avvicinato, per alcuni suoi componimenti, anche all’esperienza crepuscolare, così distante dalla prosa lirica o dal frammentismo d’inizio secolo scorso essendo il suo poetare sempre sorretto da un estetismo metrico, da una ricerca di costruzione formale attenta e con richiamo della classicità.

Se si prendono in esame i titoli delle ultime opere poetiche pubblicate dal Nostro ci si rende conto di un continuo e progressivo avvicinamento a temi pervasi da introspezione, considerazione filosofica, finanche melanconia e ripiegamento emotivo. Non si allude a nessun tipo di pietismo, vittimismo e pessimismo dal momento che l’intera produzione di Pardini è tesa a innalzare il bello, a celebrare la vita, a focalizzarsi sugli aspetti di luce piuttosto che nelle normali e ineliminabili zone d’ombra, asperità, situazioni angosciose e di vero e proprio derelizione. Tuttavia, come dimostra il lavoro del 2015 incentrato sul tema dell’assenza, ci rendiamo conto di una progressivo avvicinamento a un colloquio con un’alterità indistinta perché nelle sue vesti immateriali, incorporei e vacue. Sono “dialoghi della possibilità”, vale a dire forme comunicative impiegate dal Nostro con le quali, di rimando e indirettamente, interroga se stesso, permettendo a noi lettori di appropriarci delle sue riflessioni sulla vita, delle considerazioni, inquietudini, perplessità che il poeta, dopo aver attraversato un’esistenza ricca di episodi, è in grado di porre perché, diversamente, con molta probabilità, non riuscirebbe a vivere. Sono i dilemmi comuni che, in diversa forma e in fasi diverse della nostra vita, siamo portati a porci, eppure in questi interrogativi o labili convincimenti nei quali viene a ritrovarsi, il Nostro esplica se stesso: dà senso alla poesia che è forma di vita per mezzo della confessione intima con il suo cosciente. In queste circostanze hanno trovato la loro concettualizzazione i tre volumi della fortunata e filosofica trilogia poetica del 2019 pubblicata in rigorosa e autentica veste grafica dallo storico – una delle ultime poche garanzie editoriali italiane – Guido Miano Editore di Milano, uscita dopo la speziata Cronaca di un soggiorno nel 2018.

Primo volume della trilogia è I dintorni della solitudine alla quale ha fatto seguito I dintorni dell’amore ricordando Catullo e, infine, I dintorni della vita. Conversazione con Thanatos che è oggetto di studio di questa analisi. Si dovrebbe partire dalla spiegazione – o dal tentativo di avvicinamento – al lemma impiegato nei tre titoli di questa trilogia ovvero “i dintorni”.[4] Il poeta di lungo corso – classicista, ma anche estimatore degli ermetici – sa bene che compito della poesia non è parlare della noce, semmai del mallo screpolato che la ricopre. Vale a dire non è un discorso illustrativo né argomentativo l’impegno poematico, l’atto ispirativo che dà seguito a una creazione lirica, ma allusivo, collettaneo, approssimativo, cangiante, multiforme e polisemico, stratificato. Impossibile cercare di intuire certezze e verità inoppugnabili, il linguaggio poetico adombra un concetto, lo circoscrive in nebulosa, lo vaporizza, ne estende i principi rendendoli in diffusione – per quanto la letteratura sia figlia e specchio della vita (sugli insegnamenti di Sciascia, Calvino e tanti altri ancora, citerei anche la dissociata Sylvia Plath de La campana di vetro) esse non potranno mai essere eguagliate. Ecco perché Pardini parla dei “dintorni della solitudine” vale a dire affronta il tema della solitudine cercando di approcciarla, di avvicinarsi ad essa, fornendone forse dei tratti che la distinguono secondo la sua inclinazione, un’approssimazione, una possibile lettura, formula: non ne dà mai il ragionamento esatto, la lettura sillogica inconfutabile. Non è un discorso “su” ma “circa”, “attorno”, che lambisce, percorre, si aggira, conduce un periplo attorno alla materia, la osserva, se ne occupa, la fa sua come tema, senza mai fagocitarla con la razionalità perigliosa dell’uomo. In tutto ciò – e se così non fosse non darebbe gli alti esiti che, invece, riscontriamo – non può venire meno quel senso di “chiarezza, [quella] capacità espressiva [ricca] di indizi, lemmi straordinariamente efficaci per stabilire variazioni sul tema, evoluzioni di una cifra ermeneutica di sicura originalità”[5] come ebbe ad osservare Ninnj Di Stefano Busà.

De I dintorni dell’amore ricordando Catullo, con prefazione di Rossella Cerniglia, il critico romano Cinzia Baldazzi aveva riferito con particolare attenzione alla “Lettera ad una amica mai conosciuta”, testo incipitario della silloge, sostenendo che Pardini “dichiara che il dolore – il tormento – può purificare, però l’appello non coincide con il sopportare o gestire un’assorta, inerte contemplazione. Al contrario, nella guerra perpetua, nell’ostinato conflitto dei contrari al cui interno viviamo, il ruolo a noi destinato è comunque di combattere”.[6] E questo può essere utile, quale trait d’union, per collegarci al tema e ai motivi che muovono alla costruzione del volume successivo di Pardini, interamente dedicato alle conversazioni con Thanatos. Pardini non manca di mostrarsi, anche nella complicatezza del tema del quale ha deciso di occuparsi, di essere “così effusivo e così straripante”[7] per dirla con Vittorio Vettori. Il volume si apre con una precipua e utilissima nota critica del docente pisano Floriano Romboli (assiduo commentatore dell’opera poetica di Pardini) che anticipa la trattazione del volume attorno alla “insistenza e sistematicità alla “Morte” […] L’antitesi vita/morte pervade da sempre il pensiero e le forme dell’arte degli uomini […] Seneca raccomandava di familiarizzarsi [con la morte] progressivamente […] Nazario Pardini non ignora di certo la presenza dolorosa e disorientante della morte, la sua azione distruttiva e deprivante” (9-11).

Pardini Nazario 2019 - I dintorni della vita [fronte] (1)Le poesie di Pardini sono colloqui con “la sagoma di Thanatos protesa/ come l’ombra di sera” (15)[8], la signora con la falce che nel corso della silloge è simbolo della fine delle illusioni, del dolore, della bieca cattiveria (“ci furono sottratti dalle fauci/ di un essere insaziabile”, 15) che in senso generale prende la forma delle più aberranti violenze (“ovunque sei/ c’è male e distruzione”, in “Morte”, 65), crudeltà, catastrofi e le stragi che concernono l’uomo: “terremoti,/ guerre fratricide senza fine,/ barche sperdute in mari indifferenti,/ innocenti caduti in primavera”, 15). Dal primo componimento si evidenzia l’intenzione del poeta di non voler rendere il tema della morte in forma generale, come concetto al quale riferirsi, bensì di darne nome e foggia: di distinguerla, di rappresentarla nelle sue tante forme e voluttuosità. Significativo il riferimento – che ritorna nella lirica “E quella imbarcazione?”[9] – alle ecatombe nel Mediterraneo che fanno seguito ai tanti naufragi di disperati in cerca di un futuro migliore.

Squarci di conversazione con l’Eterna compagna che prendono la forma di avvertimento: “E anche tu, morte,/ non tentare l’accesso, non ti è concesso” (in “È ingolfata la strada”, 17), di reproba denuncia: “Menefreghista,/ insaziabile carnivoro volatile/ si prende il meglio della mia giornata,/ della mia storia. Senza alcun rispetto” (in “Il tempo”, 22) con eco shakespeariano: “Quando penso che ogni cosa che nasce/ resta perfetta solo per brevi istanti,/ che questa immensa scena ci offre sol fantasmi/ […]/ mentre il Tempo distruttore cospira con la Morte/ per cambiare il tuo fresco giorno in fetida notte” (Sonetto n°15)[10]; di vero scherno: “E maledetta pure tu, morte” (in “Morte bianca”, 30); “Vai al diavolo!”[11] (in “Vai al diavolo!”, 40), c’è anche il tentativo di riconciliazione: “Non essermi nemica/ […]/ Tu che sei grande, eccelsa, immarcescibile,/ tu che tutto puoi” (in “Conversazione con la morte”, 32), e l’accoglimento della proposta: “Spero che tu mi colga nel momento/ che sto guardando il mare;/ […]/ meno duro sarà,/ meno pesante il giorno dell’addio” (in “Conversazione con la morte”, 35), continuamento di un dialogo ininterrotto: “Mi è presa la mania di parlare/ con te” (in “Conversazione con la morte”, 37).

E poi la serie di poesie dedicate, a partire da quella che ha come destinatario il “Fratello scomparso” deceduto così giovane, che il poeta anela a rincontrare (“Spero che la fortuna mi sia amica/ e che mi faccia avere il tuo sorriso/ quando verrò a trovarti, ad abbracciarti,/ caro fratello mio” in “Lettera al fratello scomparso”, 18), quella dedicata a un’anziana madre che regge a malapena la sedia a rotelle per portare in giro la figlia malata: “t’immagini morisse quella donna,/ che fine mai farebbe quell´inferma./ Perché, trucida morte, non le assisti:/ […]/ questo è il caso/ che tu intervenga ed io sono d’accordo./ Ma tutte e due insieme in un bel volo/ a sorseggiare il blu; a respirare/ aria di libertà; assieme unite/ in un abbraccio eterno, meritato” (in “Ogni giorno”, 25), lirica angosciante e di grande attualità come tema: quando è (umanamente, eticamente, civilmente, giurisdizionalmente)  giusto porre fine alla propria esistenza, in uno stato di letargia e di impossibile cura? Temi che ritornano, quelli della legittimità e del diritto alla morte, in “Oggi ti approvo, morte” in cui si legge: “sono d’accordo con te, questa volta./ Soffriva da tant’anni; il male lo rodeva./ […] senz’altro/ ha smesso di patire” (41). Una poesia è dedicata a due genitori che hanno perso prematuramente il proprio figlio (“Ai suoi lati/ padre e madre abbracciati disperati”, in “Ho visto”, 36) e un’altra a un uomo che è rimasto ucciso dal trattore che “ha sbranato l’uomo” (in “Senza rimorso”, 39), finanche la lirica dedicata a Dante, “uno dei pochi/ a vincere la morte” (in “A Dante”, 51) sulla sua tomba a Ravenna. In “Dialogo con la morte”, quest’ultima contraddistinta per essere “macilenta, scheletrita” (26), senza tergiversare Pardini annuncia il tragico appelloLo sai che prima o poi faremo i conti/ […] preparati alla fine/ […] fissa bene/ quello che ti è dintorno” (26), parole alle quale l’io lirico risponde con dignità e fermezza implorando di lasciarlo stare: “Lasciatemi in pace!/ È inutile tu venga anguicrinita/ a disturbare i giorni che mi restano./ Voglio viverli senza pensamenti” (27).

Questo volume di Pardini fa venire alla mente ad alcune delle opere più struggenti e affascinanti della letteratura mondiale che hanno posto il tema della morte al centro delle disquisizioni dell’io lirico: dalla debolezza e inettitudine dei crepuscolari immersi in tanto grigiore e aria malata che li porta di continuo a riflettere sulla morte, al decesso dei romantici e alla mania cimiteriale, finanche alla morte come slancio, dei ribelli d’animo, dei bohémien, dei maledetti, degli scapigliati, di coloro che non hanno mancato di progettare un volo ardimentoso. Più propriamente, però, sembra di respirare il linguaggio cauto e investigativo di Leopardi del Dialogo della Moda e della Morte dove rifletteva attorno – nei dintorni, appunto – alla Morte che – personificata – così esordiva nella conversazione: “Aspetta che sia l’ora, e verrò senza che tu mi chiami”.

C’è, indirettamente il Pavese straziato di “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, poesia scritta il 22 marzo 1950[12], (“Verrà la morte e avrà i tuoi occhi/ questa morte che ci accompagna/ dal mattino alla sera, insonne,/ sorda, come un vecchio rimorso/ o un vizio assurdo.// […]/ Per tutti la morte ha uno sguardo.// Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”) e, nell’humus di questa poesia di Pardini che battaglia con la morte facendo prevalere la vita, il desiderio e l’amore, anche Emily Dickinson, Federico García Lorca, Pablo Neruda, solo per citarne alcuni. Si rivela anche Giovanni Testori che, nell’opera teatrale Conversazione con la morte, dialoga con la “cara, dolce ed eterna ombra” che di volta in volta assume sembianze diverse, a volte fascinose altre terrificanti. Nelle trame della poesia di Pardini che affronta in siffatta forma il tema della morte, la transitorietà dell’umano, la spavalderia del tempo assassino e la denuncia del male, c’è anche la presenza massiccia della poesia elisabettiana: la dark lady di shakespeariana memoria e la sfida beffarda alla morte (che si ritroverà in S.T. Coleridge) nella poesia “Morte, non essere orgogliosa”[13] del metafisico John Donne. Qui si legge: “Morte, non andare fiera, se anche qualcuno/ ti ha chiamata terribile e potente- tu non lo sei;/perché quelli che tu pensi di travolgere, non muoiono/ povera morte, né tu puoi uccidere me./ […]/ Tu sei schiava del fato, del caso, di re e di disperati,/e dimori col veleno, la guerra e le malattie,/ […]; Morte tu morrai”.

La morte – inquietudine e controversia interiore – viene a suo modo esorcizzata e allontanata dall’ordinario come il poeta fa in “Non scriverò di certo, morte” dove si legge: “Scriverò, al contrario, della gioia/ che zampilla dattorno per i prati/ […]/ Mi piace tutto quello che si oppone/ all’impertinenza della tua presenza,/ morte” (23). La morte si offusca con la supremazia del bene e il dominio della luce; il Bardo inglese scrive: “Al tempo contrasterai la tua eternità:/ finché ci sarà un respiro od occhi per vedere/ questi versi avranno luce e ti daranno vita” (Sonetto n°18) e l’americana Emily Dickinson “Chi è amato non conosce morte…”. A loro fa eco Pardini che annota “Amare è quello che faremo,/ senza indugi e senza reticenze,/ sarà la nostra fiamma,/ il fuoco che ci incendia/ a tradire la foga dell’eterno,/ dell’eterno mistero della morte” (in “Andiamo insieme, Delia”, 31); “Ma la natura vuole che l’amore/ vinca su tutto a costo di morire” (in “Un ramo secco a terra”, 49). Questa via salvifica di luce e di completa comprensione dell’umana natura, nel rispetto del limite della Creazione e nella fiducia in una alterità eterna, sono ben custoditi nella lirica di chiusura del volume, così ricca di bagliori e di riflessi: “La luce incoronò valli ed abissi,/ e tutto fu chiarore./ […] Si aprirono le tombe,/ la morte si redense in cherubino./ Dovunque fu un abbraccio/ di fratelli, madri, padri;/ […]/ nacquero fiori/ […]/ ci furono romanze/ […]/ E tutto fu sereno,/ e tutto illuminato dalla luce del cielo./ […]/ non fu più notte/ […] Fu gioia. Fu luce attorno, accecante,/[… ]/ fu luce nelle anime/ che vollero l’amore/ […]/ Tutto fu largo, immenso/ […]/ Vinse l’amore, e nella notte/ si accese la lampada divina,/ grande, enormemente forte,/ più che d’agosto la calura estiva./ Più che di giorno la gloria del Signore” (67-68).  Ed è proprio in questo percorso di auto-rassicurazione e di rinata speranza che si procede nel vivere ordinario, scantonando impervie vie e ombre che s’allargano a macchia d’olio perché, proprio lì dove, come sostiene il Nostro, “I dintorni riprendono il colore,/ aprendosi in segno di speranza” (in “Mi sembra che il vento”, 20).

Lorenzo Spurio

Jesi, 27-01-2020

 

[1] Particolarmente bella la risposta datami in un’intervista di qualche anno fa nella quale chiedevo al professore il motivo di questo titolo per uno dei suoi libri e poi per il blog letterario. Anche se un po’ lunga mi piace riportarla per intero per permettere ai lettori di apprezzare questo testo così sapiente, ricco, persuasivo, degno della più alta critica letteraria: “Leucade è l’isola del sogno. Della dimenticanza. Della rupe da cui si gettavano, in mitologia, i grandi, compresa Saffo abbandonata dal suo Faone, per dimenticare appunto le pene d’amore. Ma qui rappresenta il culmine di una ascesa lirica e formale. Il viaggio tormentato di una memoria che dal ventre della terra riesce a proiettarsi in mondi di onirica bellezza non per dimenticare, ma per rivivere i grandi e i piccoli fatti della vita. Ed io ne sono uscito dal salto con tutto il mio bagaglio esistenziale. Potrei riportare citazioni di tutto il mondo classico, ma una in particolare [(Dum loquimur fugerit invida aetas (Quinto Orazio Flacco)], credo sia la più vicina al senso di fragilità della vita, terriccio fertile per la poesia. A cosa mi sono rifatto? Alle memorie di quella cultura assorbita al liceo, e decantata nell’anima fino a farsi attuale, esistenziale, autobiografica, e decisa ad uscire a nuova vita. Mi sono rifatto alla mia storia, alla realtà di ieri e di oggi, aiutato da una natura fattasi simbolo coi suoi squarci di luce, colle sue corse di dune e ginestre, con le sue fughe e i suoi ritorni, coi suoi profumi e le sue ombre, a concretizzare segmenti d’anima. Leucade riguarda il mio credo poetico. Che cosa sia la poesia è certamente uno degli interrogativi più annosi della storia dell’uomo. La sola certezza comunque è che necessita, volenti o nolenti, di realtà individuali, di singole esperienze, di vicissitudini ed emozioni personali, per aprirsi dal memoriale all’immaginario, dalla vita al gran senso. E questo volume io credo trovi la sua compattezza partendo dal sapore della realtà, da ciò che conserva di primitivo per ampliarsi sempre più verso prospettive di largo respiro, tese a farci aspirare a qualcosa che svincoli, sleghi. E si fanno avanti il sogno, la fantasia, l’immaginario che non riescono comunque mai a liberarsi del tutto dal bagaglio del memoriale che ci portiamo dietro sempre più vago e nostalgico, ma vera vita, vita che resta, filtrata dal tempo, scampata e per questo degna di esistere in noi nel bene e nel male. E quello che ci tormenta è proprio il pensiero del suo destino. Chi lo affida ad una fede religiosa, chi al puro sogno, chi ad una fede poetica e chi laicamente ad un’isola quale potrebbe essere quella di Leucade, tentativo foscoliano come terapia al morbo del dubbio. E Leucade rappresenta la purezza laica, la bellezza, l’isola dell’equilibrio classico, della realizzazione del supremo su questa nostra problematica terra; il tentativo di elevarci laicamente al sapore del durevole. È Ulisse che riprende la sua navigazione: “Ancora salperemo / oltre colonne, questa volta mitiche / d’impedimento ai sogni. Là più lucido / e più eguale all’eterno sarà il liquido / dell’Oceano aperto” (Il ritorno di Ulisse, vv 43-47). Il linguaggio stesso subisce un’evoluzione di adeguatezza diacronica. Si insaporisce di termini arcaici, tende sempre più alla plasticità del distacco marmoreo.  Ed è sullo scoglio di Leucade che si raggiunge il colmo di una scalata lirica che permette sia la dimenticanza degli affanni esistenziali, la ripulitura per così dire del vissuto, che l’amore del tutto, ora veduto con altra dimensione umana, direi quasi ebrietudine dell’immagine che si fa poesia. La circolarità si compie nei canti arcaici. Dove tutto il mondo prepericleo, in cui secondo me immensi erano i presupposti immaginativi e creativi, irripetibili per liricità poetica, dipana una visione superlativa di amor vitae che si fa plenitudine di canto e di filosofia laica dell’esistenza”, in Lorenzo Spurio, La parola di seta. Interviste ai poeti d’oggi (2012-2015), PoetiKanten, Sesto Fiorentino, 2016.

[2] Tutti i numeri della rivista di poesia e critica letteraria Euterpe possono essere letti e scaricati liberamente in formato pdf cliccando qui: https://associazioneeuterpe.com/leggi-i-numeri-della-rivista/

[3] Non a caso come ha rivelato in un’intervista da me fatta alcuni anni fa il libro da lui maggiormente amato è Fosca di Igino Ugo Tarchetti da lui descritto in questi termini: “È un libro della Scapigliatura lombarda. E parla dell’amore per il brutto, per ciò che si differenzia da quello che comunemente appare bello. Mi piace soprattutto l’arte della parola dell’autore. La capacità di rendere semplici certi concetti di per sé astrusi. E poi ci ho trovato, nella sua contrapposizione al Romanticismo, all’ultimo Romanticismo piagnucolone del Prati e Aleardi, una forza di reazione letteraria che sa tanto di nuovo. […] Quel libro l’ho letto, la prima volta, assieme alla mia ragazza nei tempi dell’università. Magari in quei tempi tutto poteva apparire affascinante”, in Lorenzo Spurio, La parola di seta. Interviste ai poeti d’oggi (2012-2015), PoetiKanten, Sesto Fiorentino, 2016.

[4] Floriano Romboli nella prefazione a I dintorni della vita. Conversazione con Thanatos (2019) scrive: “[Il poeta] concentra l’attenzione sui “dintorni” di determinate, capitali situazioni spirituali, ne focalizza gli aspetti problematici, ne sonda la profondità sentimentale e intellettuale” (7).

[5] Prefazione a Nazario Pardini, L’ultimo respiro dei gerani, Lineacultura, Milano, 1997.

[6] “Cinzia Baldazzi legge I dintorni dell’amore ricordando Catullo di Nazario Pardini, Alla volta di Lèucade, 1 settembre 2019.

[7] Prefazione a Nazario Pardini, Si aggirava nei boschi una fanciulla, ETS, Pisa, 2000.

[8] La poesia che apre il volume, senz’altro una delle più incisive, s’intitola “Doloroso il viaggio”.

[9] Qui si legge: “E il mare è grande,/ immenso quanto te che tieni addosso/ le vite dei mortali./ […] ha inghiottito senza alcuna pena/ le cento e più persone alla ricerca/ di una terra fraterna/ […]/ Ora son li distese in un salone/ le cento bare; fra tante mi ha commosso/ quella in legno bianco di un bambino/ che conosceva il mare dell’estate,/ magari quello azzurro di una fuga” (60-61).

[10] Le citazioni dai Sonetti shakespeariani sono tratti dalla edizione di Garzanti anno 2003.

[11] Sono le stesse parole che la Morte consegna alla “sorella” Moda in Dialogo della Moda e della Morte di Giacomo Leopardi: “Vattene col diavolo. Verrò quando tu non vorrai”.

[12] Si sarebbe suicidato qualche mese dopo, esattamente il 27 agosto 1950.

[13] Titolo originale “Death be not proud” identificato come Sonetto X.

 

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“Il Natale trafitto d’amore di Alda Merini”, articolo di Marco Camerini

Articolo di Marco Camerini 

Alda Merini, nata il ventuno a primavera del 1931, anima folle, circonflessa, circonfusa di santa sanguinaria e ipocrita, [1] guadagnò palmo a palmo i giorni di una vita segnata dalla malattia mentale e da una travagliata esperienza poetica che, avviatasi negli anni ’50 grazie anche all’attenzione di G. Manganelli, G. Spagnoletti e P.P. Pasolini, culminò, dopo le raccolte d’esordio “La presenza di Orfeo” e “Tu sei Pietro”, nella silloge “La Terra Santa (1984) e nella definitiva consacrazione letteraria degli anni ’90 da parte di editori e critici, fra cui G. Raboni e M. Corti che ne curarono autorevolmente le antologie “Testamento” (1986) e “Vuoto d’amore” (1991).

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Tra i due fondamentali poli dialettici della sua poetica, l’inappagato desiderio d’amore – di volta in volta sensuale vento selvaggio che assalta come lupo nella notte e lacerante anelito sanguinante verso braccia che mi rifiutano,[2] ma anche accorata richiesta/confessione di fedeltà e comprensione (Ti debbo parole come l’ape/deve miele al suo fiore, perché t’amo/caro, da sempre, prima dell’inferno/prima del paradiso e i toni echeggiano la Dickinson) in nome solo del quale la zingara Alda si fermerà al chiarore di una saffica luna per un unico bacio – e un’ansia religiosa reborianamente inquieta che monda ogni pulsione terrena e la proietta verso un Dio di giacenza e di dubbio dalle mitiche forze, capace di leggere negli occhi, spegnere gli ardori di folli pupille, ascoltare il fiducioso richiamo di chi dispera derisa, l’esperienza del dolore e dell’internamento. La dirompente angoscia che trattiene la poetessa nelle sue unghie e spande il proprio colore/dentro l’anima buia precipita verso l’esperienza drammatica del manicomio, parola assai più grande/delle oscure voragini del sogno, oscuro tranello – con le sue barriere inferocite di fiori e il tempo perduto in vorticosi pensieri – in cui cade come in un pozzo acquitrinoso. Ma (ancora) la luna si apre nei tetri giardini di un inferno decadente e folle, sorge il mattino azzurro fra sbarre e fascette torride e se la linea oscura del silenzio è grande si deve tentare il riscatto, perché da una stazione imbrattata di fango/si può partire verso le vie del cielo:[3] Spazio, datemi spazio/ch’io lanci un urlo inumano/quell’urlo di silenzio negli anni/che ho toccato con mano. Così la voce altissima di una donna avida di dire ripara le ali e trova rinnovate, vitali conferme: nel mai domo anelito ad un assoluto in cui viaggiare, fra il vento e il sole, per giungere alla bellezza che [mi] incalza e, superato ogni timore, annullarsi nel vigore degli alberi/il frastuono puerile dei colori/l’aroma del frutto e nella strenua adesione alle parole della Poesia, terrore del chiaroscuro/giorno e notte, amore/rimorso e perdono. E se i poeti usurai pieni di croci, soli come bestie somigliano ad una muta di cani alla periferia della terra pure, usignoli dal dolcissimo canto, non latrano invano e fanno ben più rumore/di una dorata cupola di stelle. La Merini, oste senza domande, riceve tutti solo che abbiano un cuore e orgogliosa, accorta seminatrice colma il foglio bianco – mallarmeana dismisura dell’anima – di versi i quali, brandelli di carne o polvere chiusa di un tormento d’amore, si sciolgono ungarettianamente in un canto mai facile, percorso da frequenti, efficaci sinestesie (spesso ossimoriche) ed espressionistica, a tratti violenta, tensione che rinvia a Dino Campana e, come già sottolineato, alla cifra stilistica di Rebora (putrefatto, ebbro, grondante, schianto, aggrumare solo alcuni fra i lessemi più ricorrenti nei suoi testi).

 

Buon Natale

A Natale  non si fanno cattivi

pensieri ma chi è solo

lo vorrebbe saltare

questo giorno.

A tutti loro auguro di

vivere un Natale

in compagnia.

Un pensiero lo rivolgo a

tutti quelli che soffrono

per una malattia.

A coloro auguro un

Natale di speranza e di letizia.

Ma quelli che in questo giorno

hanno un posto privilegiato

nel mio cuore

sono i piccoli mocciosi

che vedono il Natale

attraverso le confezioni dei regali.

Agli adulti auguro di esaudire

tutte le loro aspettative.

Per i bambini poveri

che non vivono nel paese dei balocchi

auguro che il Natale

porti una famiglia che li adotti

per farli uscire dalla loro condizione

fatta di miseria e disperazione.

A tutti voi

auguro un Natale con pochi regali

ma con tutti gli ideali realizzati.

****

Natale 1989

 

Natale senza cordoglio

e senza false allegrie…

Natale senza corone

e senza nascite ormai:

l’inverno che già sfiorisce

non vede il suo “capitale”,

non vede un tacito figlio che forse un giorno d’inverno

buttò i suoi abiti ai rovi.

Marina cara,

la giovinezza ti lambisce le spalle

ed è onerosa come la poesia:

portare la giovinezza

è portare un peso tremendo,

sognare fughe e fardelli d’amore

e amare uomini senza capirne il senso.

Il divario di una musica

 

Il divario della tua fantasia

non possono che prendere spettri,

perciò ogni tanto te ne vai lontana

in cerca di una perduta ragione di vita

in cerca certamente della tua anima.

 

Comune alle due liriche la visione di un Natale privo di ogni esteriore gioiosità e concessione agli aspetti più convenzionali, consolatori, finanche liturgici dell’evento. Nella prima, scandita da un ritmo di litania prosastica e dimessa, gli auguri, in ripresa anaforica, vengono formulati solo dopo l’iniziale, programmatico riferimento alla solitudine disperata di chi tale giorno “non” lo vorrebbe vivere e i dedicatari risultano immediatamente quanti vivono nel disagio, nella sofferenza, nella povertà affettiva, prima e oltre che materiale. Così, se da un lato i piccoli mocciosi vicini al cuore della poetessa assumono il volto disperato di orfani privi del calore di una famiglia e non quello lieto di bambini spensierati, protagonisti canonici della ricorrenza, dall’altro il topos del regalo è ricondotto, da oggetto materiale scintillante e superfluo, a dono tutto interiore di solidarietà e fede in ideali realizzati, attese esaudite, mai rimosse speranze di letizia.

Più complessa sul piano formale e contenutistico, la splendida “Natale 1989” – dopo un incipit connotato negativamente dall’insistito, perentorio senza che sottrae alla celebrazione ogni valenza festosa e vanifica fiduciose aspettative di nuove nascite, tanto più quella del tacito Figlio che redime – ripiega, sin dal nono verso, verso un fantasma femminile, di fatto vero protagonista/dedicatario della lirica ben più del Natale, alla fine relegato a ricorrenza/data in cui il testo è stato composto.[4] Proiezione leopardiana precocemente pensosa e non lieta, la donna vive il peso di una giovinezza nella quale l’amore, fardello di incomprensioni, disinganni, ansie irrisolte, incombe oneroso (l’eufemistico lambisce attenua solo parzialmente l’insidia) come i minacciosi vent’anni sull’Esterina montaliana di “Falsetto”, cui la poesia ci sembra rinvii anche sul piano lessicale: lontana l’avventura cui è proteso il volto della leggiadra amica del Mare, lontana va Marina – dopo aver sperimentato la ribelle diversità della propria fantasia, espressa nei dissonanti vv. 16-18 – in cerca di un possibile “varco”. Le guardiamo noi, della razza di chi rimane a terra.

Marco Camerini

 

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[1] Vengono riportati in corsivo i versi liberamente tratti dalle diverse raccolte dell’autrice citate nel testo.

[2] Emblematico il topos del sangue – nelle varianti nominali, attributive e avverbiali – che, insieme ad altri aspetti tematici e formali, avvicina significativamente la lirica della Merini a quella di Rebora.

[3] Al di là del riferimento al tema dell’elevazione, di origine baudelairiana, il verso ricorda da vicino l’annaspare nel fango occhieggiando le stelle di Elio Pecora in “Rifrazioni”, Mondadori 2018, p. 24 (non marginali e tutti da indagare i contatti fra i due poeti).

[4] Il componimento è tratto da Le briglie d’oro. Poesie per Marina 1984-2004, pubblicato nel 2005 da V. Scheiwiller. La Marina citata – “come Cerere e Proserpina un po’ la terra del mio canto” (A. Merini) – è M. Bignotti, curatrice della raccolta.

Una “Yerma” attualizzata. L’atteso adattamento di Pepa Gamboa sulla celebre opera lorchiana

Articolo di Lorenzo Spurio

Il quotidiano spagnolo online El País in una notizia a firma Margot Molina pubblicata il 12 dicembre 2019[1] informa dell’imminente rappresentazione teatrale – l’ennesima – di una delle principali opere di Federico García Lorca, Yerma. Pièce centrale della nota trilogia drammatica, venne scritta e pubblicata nel 1934 ed estrenada (messa in scena per la prima volta) al Teatro Español di Madrid il 29 dicembre 1934 dalla Compagnia “La Barraca” con la catalana Margarita Xirgu nel ruolo principale. In America Latina sarebbe stata rappresentata poco dopo presso il celebre Teatro Odeon di Buenos Aires, sempre per la compagnia di Margarita Xirgu. La prima rappresentazione nel nostro paese sembra risalire al maggio 1948 quando, al Teatro Biondo di Palermo, venne inscenata per la regia di Anton Giulio Bragaglia e scenografia di Enrico Prampolini.

Non va dimenticato che l’opera venne condannata duramente dalla stampa reazionaria e cattolica l’indomani dell’estreno finendo per bollare con i peggiori epiteti lo stesso autore e l’attrice principale – noti per le loro vicinanze con gli ambienti della sinistra – avendo intuito il carattere sovversivo implicito nell’opera, il suo tessuto direttamente civile, il suo messaggio di velata – eppure così profonda – critica sociale. Yerma, da donna vulnerabile e affranta di un dolore tutto personale, finisce per scagliarsi contro il marito, simbolo di quel dominio patriarcale da difendere. È il segno distintivo di una crepa nella società maschilista del periodo (che la Spagna non può permettere e avallare), in quel dominio austero di autorevolezza, che è poi la tirannia di Bernarda Alba dell’altra sua celebre opera drammatica. Nel mettere in risalto la condizione depressa e subalterna della donna, indirettamente si lancia il messaggio che è necessaria e urgente (con qualsiasi mezzo, al fine di raggiungere lo scopo) la presa di coscienza, un intervento di qualche tipo, la rivendicazione, la protesta. Yerma è, al pari di Mariana Pineda e di Adela, – le altre eroine lorchiane[2] – il simbolo di un sopruso che viene posto non per una facile commiserazione generale ma con lucide intenzioni di rivincita, atte all’eliminazione dei soprusi e delle nefandezze dell’uomo per la conquista della democrazia, della libertà e dell’equità tra i sessi.

L’opera pone manifestamente uno dei temi più cari al poeta granadino, ovvero quello della frustrazione amorosa, declinata, in questo caso, nelle forme della grettezza culturale della provincia spagnola, della secchezza della donna, vale a dire la sua supposta sterilità e del dramma intimo, che nasce e si sviluppa nel chiuso delle quattro mura domestiche. Suo marito Juan, infatti, sembra essere poco propenso, se non addirittura disinteressato, ad esaudire la grande necessità della moglie – da ella vissuta come vero dramma da derivarne poi una straniante ossessione – ovvero quella di poter divenire madre. Come già osservato dalla critica l’autore non dà indicazioni inequivocabili atte a fugare le ombre di una possibile sterilità della donna, piuttosto che del marito, sta di fatto che è la donna che si carica di questa grande pena nel corso della storia. Così pronuncia la derelitta Yerma, carica del suo dramma personale che non trova compatimento che l’ha, nel corso del tempo, fatta sprofondare in una grave depressione: “Io sono un campo arido dove potrebbero arare mille paia di buoi […] Quello che ho è un dolore che è dilagato perfino oltre la mia carne”.

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Questa nuova opera, dal titolo La pasión de Yerma, sarà prodotta da Pepa Gamboa, fondatrice e direttrice dell’Academia de las Artes Escénicas de España, per un progetto sollecitato e sostenuto dal Centro Federico García Lorca e vedrà il suo debutto venerdì 13 dicembre a Granada presso la sede dell’Istituzione e diretta da Lola Blasco, giovanissima, nata ad Alicante nel 1983 e già vincitrice del Premio Nacional en Literatura Dramática nel 2016. Il testo di Lorca è stato rivisto, riletto e viene proposto con un guión actualizado, vale a dire con una storia non più calata, come nell’opera originale, nei primi decenni del Secolo scorso, ma in una società coeva alla nostra, quella dei giorni che viviamo.

Al centro dell’opera (e non potrebbe essere diversamente vista la rilevanza, anche nello stesso nome di Yerma, del motivo della secchezza) è la disperazione di una donna che non può diventare madre ma, come si legge dall’articolo, vi sono anche applicazioni a questioni sociali d’interesse contemporaneo. In questa maniera Lola Blasco attualizza la storia di un donna sola, infertile, abbandonata al proprio delirio, rendendola ancor più viva e palpabile. Più affine e simile alle donne di oggi. La contestualizza in un’età che non è più la retrograda e austera vita di provincia del Secolo scorso, ma in una società forse meno fosca, cosmopolita e caratterizzata dal progresso: “[L’opera parla anche] di tutti quei desideri che non si realizzano”[3]. Per tali ragioni l’articolo titola con una “Yerma libérrima”, vale a dire liberissima: ciò che, nel suo contesto originario, non poteva assolutamente essere.

Si tratta, dunque, non di una vera e propria riproposizione dell’opera lorchiana, semmai di una rivisitazione, di una pièce che è figlia del grande testo madre, sebbene mantenga un forte legame con i contenuti della trama dal poeta andaluso che, come si sa, fu motivata da un fatto di cronaca locale del quale era venuto a conoscenza.

Quella di Lola Blasco, per sua stessa ammissione, è una “opera più intima dell’originale, un’opera contemporanea”; la stessa ha rivelato: “Credo che questa versione piacerebbe molto a Lorca, è stata cambiata la struttura, però rimane abbastanza del suo testo e, senza dubbio, permane il suo spirito”.

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Tra gli attori presenti figurano María León (nel ruolo di Yerma), Críspulo Cabezas, Lucía Espín, Diego Garrido; la regista ha operato una riduzione del variegato impianto di personaggi, dai ventiquattro presenti nell’opera di Lorca a soli cinque nei quali riesce a far emergere i dissidi, le problematiche di fondo, le insoddisfazioni motivo di tormento. La pasión de Yerma potrà essere vista dal 13 al 15 dicembre presso il teatro del Centro Lorca di Granada. L’opera, che appare particolarmente interessante, volendo far emergere anche gli altri aspetti della vulnerabilità di Yerma rispetto al più evidente della mancata maternità, verrà portata sulle scene;  a gennaio prossimo approderà al Espai Rambleta di Valencia e al Teatro Lope de Vega di Sevilla.

LORENZO SPURIO

 

La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore. 

 

NOTE

[1] L’articolo al quale mi riferisco è reperibile al link: https://elpais.com/cultura/2019/12/10/actualidad/1575995998_133611.html

[2] Per un maggior approfondimento rimando al mio saggio: Lorenzo Spurio, “Donne che lottano. Del civile nel teatro lorchiano”, La Macchina Sognante, n°2, Marzo 2016, http://www.lamacchinasognante.com/donne-che-lottano-del-civile-nel-teatro-lorchiano-lorenzo-spurio/

[3] Le citazioni dall’articolo, rese in italiano, si riferiscono a traduzioni fatte dal sottoscritto.

“Semplicemente, la mia storia” di Barbara Colapietro, recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

Poesia del nostro tempo, quella contenuta in Semplicemente, la mia storia (Bertoni, Perugia, 2018), opera della poetessa Barbara Colapietro, estimatrice della grande poesia lirica del poeta spagnolo Federico García Lorca. Questo volume si compone di varie sotto-sezioni che, volutamente, tramite i titoli anticipatori, tracciano un po’ il segno del percorso (significativa, a tal riguardo, è l’evocativa immagine di copertina) che la Nostra si appresta a compiere e ci invita a raccogliere. Poesie che si nutrono della propria interiorità e che attraversano il tempo con lucidità, senza nessuna remore di mostrarsi allo sconosciuto lettore.

semplicemente-la-mia-storia.jpgLa prima parte “Apocalisse del cuore” ben mostra il sistema di contrasti che dominerà per tutto il corso del libro. Quello degli ossimori e degli opposti è uno dei sistemi più efficaci messi in campo da Barbara Colapietro per evidenziare lo scarto che esiste tra una realtà attuale desolante e caotica al contempo e una società improntata al bene e alla solidarietà che appare come ideale e irraggiungibile. In realtà con la sua poesia l’autrice chiama a un’analisi di questa condizione asfissiante e alienante nella quale siamo immersi. Si rimarcano, nei vari versi che appartengono a questa prima parte della silloge, gli aspetti più gravi e deleteri di una società asservita al Male: “In una sola notte/ hanno estirpato/ tutti i fiori” (18); “Hanno messo/ la passione nella bara/ per uccidere/ il ventre di una madre” (18). Per tali ragioni la Nostra si trova inserita in un contesto nel quale cerca di individuare una possibile strada di semplicità, una via nella chiarità che possa in qualche modo dare compimento alla nostra ricerca continua di una verità. Si percepisce un piano evidentemente spirituale, sorretto da un pensiero religioso che nutre l’esistenza della Nostra e ne corrobora i pensieri, anche quelli apparentemente più grevi. La giustizia (dall’omonima poesia) si tinge di quel monito sentito e di quell’impegno furente che ha la sembianza di una lotta per la verità.

Si parla di cattiveria, ipocrisia, di situazioni di marginalità, povertà economica quanto morale. Nella poesia “Apocalisse del cuore”, un po’ come il celebre poeta granadino, partidario de los que no tienen nada, la poetessa parla di persone “affamat[e],/ deris[e],/ calpestat[e],/ depredat[e],/ violentat[e]” (21).  Netto e chiaro è il grido di dolore di cui la poetessa si fa testimone nella dolente poesia “La voce della storia”, quadretto amaro di una realtà dove dominano il vizio, il peccato e il crimine. “Hanno strappato le mie radici con la violenza/ penetrando/la sopraffazione del prepotente” (22).

La falsità prende la forma non solo di atteggiamenti menzogneri improntati, furbescamente, a sovvertire la mente degli altri, ad uso e consumo, ma anche di veri e propri cambi d’abito e mascheramenti come sono quelli a cui si allude in “La chiave”: “Demoni travestiti da santi” (31) ed è questo, nella diffusa promiscuità di bene e male, tra falsità del bene, che è opportunismo e strumentalizzazione, e male atavico, che la società disillusa galleggia. Viene a mancare la possibilità di una speranza nei confronti dell’altro. Minacciata in maniera irriguardosa è la fede verso il gruppo umano, il senso di comunità, la possibilità di un’azione coesa e responsabile. In “Amico fuoco” dove la Colapietro ritorna ampiamente su tema della “falsità imperante/di questi giorni,/sempre in maschera” (33) si parla anche di tradimento che è forse, a qualsiasi livello e forma esso venga compiuto, la più bieca e offensiva azione che un uomo può commettere verso un suo simile.

La sardonica “Lettera alla società perbene” recepisce tutti questi motivi e li indirizza, senza mai cadere nell’uso di un linguaggio becero che cade nel populismo, a un possibile indirizzario. Non è un indice puntato verso qualcuno, né un tentativo – pur vago – di metter sotto processo qualcuno, piuttosto di marcare ancor più distintamente l’aspetto bifido dell’uomo: tra apparenza e intenzioni, tra forma e sostanza, tra veste che ricopre e interiorità celata. Si capisce che non è semplice mettere per iscritto la sofferenza che si prova, giorno dopo giorno, nell’apprendere e sperimentare sulla propria pelle di una società disattenta e sorda, indifferente e cinica nella quale, pur malvolentieri, siamo calati. Ciò comporta un ripiegamento dell’animo che fa seguito all’evidenza della vulnerabilità dell’uomo solo, solitario, immerso nei suoi pensieri: “Ho il cuore/ pieno di lacrime…” (37), scrive in “Le tue lacrime”.

La seconda sezione del libro, “Gocce di luce”, sembrerebbe aprire a una stagione meno fosca, caratterizzata da quella luce che, pur in forma distillata, riesce comunque a contaminare in senso positivo il mondo.  Sono liriche pervase da quel sentimento cristiano di cui si diceva, dove si allude spesso a una dimensione altra che non facciamo difficoltà a leggere come l’io lirico in rapporto con la dimensione religiosa, in cerca tanto di un conforto, che di una promessa. La poesia che apre la sezione s’intitola non a caso “Giuramento” e si parla di “Eterno presente” e di “armonia degli opposti” (41). C’è una rinata speranza che riaffiora: “Oggi canto il sole” (42) recita la Nostra che qui si dedica a tracciare momenti felici del passato, incontri amorosi, momenti di affetto e di dolcezza che neppure il tempo ha diminuito nella loro forte carica in termini di pathos e emozione. Seppure siano sempre presenti quelle “nebbie/ che accecano la Verità” (48) sembra che la poetessa abbia risalito la china rispetto alla foschia che contraddistingueva la prima parte del libro. La rinata consapevolezza di un mondo che, pur brutto e degradato, non annulla completamente la speranza del bello e del raggiungimento della felicità, si può collocare proprio in queste liriche che occupano la parte mediale del volume. Una sorta di rito intermedio, di passaggio, da una visione allucinata e criticamente lucida del vivere e una predisposizione alla levità (che si vedrà nella terza sezione), che passa immancabilmente in questo stadio intermedio, in questo anello comunicante, che è la riattualizzazione felice del passato, la riscoperta del colore, l’esigenza di un’alterità e il sentimento religioso a conforto. Alla domanda “Chi sono io?”, che almeno una volta nella vita tutti ci siam posti, Barbara Colapietro si auto-risponde: “Una voce vera/ nel deserto dell’uomo senza Dio” (49). Si procede con una apprezzabile poesia religiosa, potremmo dire quasi un poemetto data la sua lunghezza, dal titolo “Il Vangelo di Chiara” dove la poetessa liricizza l’esperienza errabonda e filantropica di Chiara di Assisi: “Emozioni espresse di una donna/ che ha vestito la sua carne/ col manto nudo/ del colore del vento/ per Amore” (50). Il senso di bellezza insito nella semplicità e nella povertà vissuta quest’ultima non come motivo di autocompiacimento o lamentazione, ma come motivo esso stesso di ricchezza, poiché motiva e arma l’uomo al fare. La vicenda della mistica è in qualche modo riecheggiata anche nei versi di “Oasi” dove si legge: “Sono una mendicante nel deserto./ […]/ e vago/ alla ricerca della mia oasi” (55).

La parte conclusiva del volume, “Il colore del vento”, è formata da diciotto componimenti, alcuni dei quali molto brevi e posti in coppia nella stessa pagina. Alcuni dei titoli chiarificano il percorso intrapreso nella precedente sezione, di matrice etico-religiosa, che qui si prosegue: “Il mio pane”, “Sui sentieri di Chiara e Francesco”, “Chiara di Dio”, “Viandante dello spirito” e così via. Sono poesie che sono testimonianza di un percorso iniziato e nel quale ci si è introdotti. Un tragitto di conoscenza interiore e del mondo, sostenuti dalla dottrina cristiana che è custode dell’anima dell’uomo. La poesia conclusiva del volume, “Sulle orme del tempo”, ben si coniuga anche alla foto scelta per la copertina nella quale non vi è una presenza umana in forma diretta, ma in forma indiretta vale a dire mediante le orme che attestano un passaggio, una presenza nel passato prossimo. Queste orme sono i segni distintivi di un attraversamento e, dunque, di una presenza vera vissuta, concreta e documentabile. Qui, in questa poesia, si parla di tracce di un amore che restano indelebili nel cuore e che, neppure il passare del tempo, ha la capacità di sbiadire: “Il tuo cuore di madre/ è stato bruciato/ sulla pira del potere.// […]/ Vivi la vita” (71). È un messaggio di speranza e di ritrovata tranquillità. Quella pace con noi stessi e col mondo – spesso friabile – che si può ottenere forse solo con un vero percorso di analisi, ricerca, approfondimento e lettura di sé, e di sé in relazione con gli altri.

Lorenzo Spurio

29-10-2019

La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.  

“Voce senza parole: la poesia silenziosa di Pierluigi Cappello”, a cura di Stefano Bardi

A cura di Stefano Bardi  

Voglio parlare di un autore di rilievo del Friuli Venezia Giulia ovvero Pierluigi Cappello (Gemona del Friuli, 1967- Cassacco, 2017) di cui nel 1998 uscì la raccolta La misura dell’erba. Opera che mostra i temi del rapporto fra l’immobilità spirituale e il cammino esistenziale e del grave disagio del poeta nel rapportarsi e seriamente con il mondo. Problema, questo, che sarà fronteggiato attraverso uno sguardo remissivo, inerme, insensibile, che mostra gli elementi naturali, come componenti materiali privi ormai di un’anima.

Questo libro è diviso in tre sezioni: Il settimo cielo, Arie e La misura dell’erba. Un primo sottotema riguarda la vita, intesa come un foglio sul quale non c’è l’ombra di noi stessi, ma tanti doppioni di noi medesimi che nascono e vivono per cacciarsi fra di loro.

Un secondo sottotema è quello de giardini intesi come degli immensi Campi Elisi in cui ritroviamo noi medesimi, le luminosità da noi credute scomparse e dove risorgiamo a nuova Vita nel segno della luce, della gioia, della compassione e dell’amore ancestrale.

Un terzo sotto-tema dai toni intimi, in cui legge il suo corpo da disabile bloccato come un sasso e che lo costringe a vivere oscuri inverni da lui, superati attraverso il dolce vento estivo che riesce a spezzare i dolori e liberare la sua anima.

Dopo quest’opera esce la raccolta Amôrs (1999), in dialetto friulano; essa è divisa in due sezioni: Il me donzel e Amôrs. Si tratta di un’opera dove la parola ci conduce in realtà animate da sbandamenti, evasioni e sogni racchiusi in universi dove la parola è l’ombra del quotidiano patimento. In particolar modo, il friulano qui usato è inteso come una lingua che lo colloca nel passato (puerizia) o nella contemporaneità (globalizzazione) per trovare un inedito dialogatore con cui parlare, all’interno della sua misera esistenza fatta di dolore psichico, fisico e spirituale. Opera in cui ritornano gli elementi naturali e in special modo, la notte e il vento. La prima è vista come l’unica e vera pace spirituale, poiché fortemente brilla nel suo animo con le stelle senza far rumore e perché ci accompagna durante la nostra quiete esistenziale, senza impostare nessuna scadenza alla nostra Vita. Il vento, invece, è visto come un oscuro soffio, che, decompone la sua esistenza con una dolce melodia dallo scheletrico viso e dalle mani simili a irriconoscibili Campi Elisi.

covercappello.jpgIl 2004 è l’anno della raccolta Dittico. Poesie in italiano e in friulano 1999-2003 divisa in due sezioni: Inniò e Ritornare. Un’opera in cui il friulano è alla ricerca della sua terra, qui riletta in toni intimi, e concepita come un universo popolato da ombre antropologico-secolari. La sua è una lingua senza finzioni, ombre, lacrime e maschere per rapportarsi con l’inedito dialogatore. Qui si evidenzia anche il sogno, inteso come una strada da percorrere nel più totale silenzio e dove l’unica luce visibile è l’oscurità della notte.

Uno sguardo va anche alle opere più recenti: del 2010 è la raccolta Mandate a dire all’imperatore divisa in quattro sezioni: I vostri nomi, Dedica a chi sa, Restare e La strada della sete. Opera che mostra poesie sulle tenebre lessematiche, sulle solitudini socio-esistenziali, sulle amicali ombre defunte e infine, liriche sul viaggio concepito come sapienza, unione cosmico-ancestrale e delizia.

Una prima tematica riguarda la reminiscenza della puerizia nel paesino di Chiusaforte, da lui concepito come il trampolino di lancio nella Vita e come il luogo, dove le intime voci ormai defunte risuonano fraternamente nella sua testa. Voci che sono immaginate come delle energie racchiuse in un luogo elisiaco e ben protetto, dal gelido e graffiante vento dell’aldilà. Una Morte che è vista come una nuova Vita in grado di mutare ogni cosa che tocca e di donare nuova voce a coloro che risorgono nel suo nome.

Una seconda tematica riguarda la parola, dal poeta concepita come uno strumento in grado di diffondere nel mondo un dolce ozio e attraverso il quale riusciamo a ritrovare noi medesimi. Un’ultima tematica riguarda il ricordo del padre e dei suoi amici, da Cappello rimembrati come angeli custodi, come presenze eternamente vive nei suoi occhi, portatori di sogni e ombre che incutono timore, reverenza e rispetto. Tutte le opere di cui ho sin qui parlato sono state raccolte nel 2013 nell’antologia Azzurro elementare. Poesie 1992-2010 del 2013.

L’ultima fase poetica di Cappello è contenuta, invece, nel volume edito nel 2016, Stato di quiete. Poesie 2010-2016 del 2016. Si ritorna a parlare dell’immobilità fisica che costrinse il poeta a vivere fino alla fine dei suoi giorni, su una sedia a rotelle. Tale staticità non è più vista con rabbia e dolore, ma come una strada per sconfiggere le tenebre esistenziali, come un strumento per rimembrare la sua umile puerizia e come una. Immobilità, la sua, che è paragonata alle immagini fotografiche, a immagini che fissano per l’eternità i nostri sonni, le nostre emozioni. Immobilità, infine, che è paragonata alla pace esistenziale, ovvero alla Vita vissuta e consumata nelle più profonde e inaccessibili viscere del Mondo.     

STEFANO BARDI

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere in relazione ai contenuti del testo e a eventuali riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

“Memoria come Resistenza: Etty Hillesum e Westerbork”, articolo di Stefano Bardi

a cura di Stefano Bardi

diario-1941-1943_41845.jpgAuschwitz, Birkenau, Mauthausen, Bergen-Belsen, Sobibòr, Fossoli! Nomi, questi, legati all’oscura pagina storica del 27 gennaio 1945 che devono essere affiancati a quello di Westerbork, campo che fu usato dai nazisti come punto di raccolta, smistamento e partenza per gli altri campi di Concentramento. Tre possono essere considerati le fasi di questo campo di concentramento: la prima dal 1942 al 1945 (rifugiati, detenuti, ebrei), la seconda dal 1945 al 1948 (agenti SS, simpatizzanti Movimento Nazional-Socialista, criminali nazisti) e la terza dal 1949 al 1971 (alloggi per molucchi). Questo campo, seppur non rientra in pieno nella logica dello sterminio di massa degli ebrei, fu comunque ideato come un campo fatto di regole ferree: detenuti accompagnati nei loro spostamenti da guardie militari, appello giornaliero, gruppi di lavoro divisi in camerate, sorveglianza diurna e notturna dei posti letto delle camerate, divieto assoluto di comunicare e ricevere posta dall’esterno. Un campo dal quale partirono 107.000 persone per i vari Campi di Concentramento e che fu liberato il 12 aprile 1945 dalla fanteria canadese.

La scrittrice olandese di origine ebraica Esther Hillesum detta “Etty” (Middelburg, 15 gennaio 1914-Auschwitz, 30 novembre 1943) visse in prima persona la deportazione ebraica prima di essere trasferita ad Auschwitz dove troverà la morte. Esperienza quella di Westerbork che sarà racchiusa in parte nel Diario 1941-1943 e soprattutto nelle Lettere 1942-1943 seppur fortemente censurate con la cancellazione dell’emittente, da parte del comandante della Polizia di Sicurezza tedesca del campo. Va subito detto che la scrittrice non fu arrestata né deportata ma scelse lei stessa di essere rinchiusa in questo campo per seguire l’infausto destino del suo popolo; lì lavorò come assistente sociale all’interno dell’ospedale civile del campo. Lavoro che le permise di annotare tutti gli orrori della follia nazista di cui, insieme alla famiglia e al fratello Michael detto “Mischa”, pagherà le conseguenze ad Auschwitz. L’altro fratello, Jacob detto “Jaap”, morirà, invece, a Lubben dopo la liberazione del 17 aprile 1945 durante il viaggio di ritorno nei Paesi Bassi.

Nel 1981 uscì postumo Diario 1941-1943 che sarà poi ristampato in varie edizioni fino a quella integrale del 2012. Esso è stato redatto fra Amsterdam e il Campo di Transito di Westerbork e si basa su due grandi concetti: esistenzialismo e spiritualismo filosofico che devono farci raggiungere, la totale armonia con la Natura. Armonia che sarà da essa trovata grazie all’abbraccio Dio concepito come un’intensa energia interiore e come la fiamma che muove ogni Vita.

Un diario estremamente analitico fatto di date, ore e momenti giornalieri in cui Etty Hillesum scrisse le sue intime pagine dalle quali fuoriesce l’immagine una donna forte, che, non fugge dall’infausto destino del popolo ebraico e l’unico elemento oscuro è il suo animo ingarbugliato, ragnatelico e represso.

Un secondo aspetto è la concezione della Vita da lei concepita come un’energia che deve essere consumata giorno dopo giorno, poiché il futuro è solo una speranza priva di consistenza; e di conseguenza vivere significa coesistere con l’esterno (vacuità) e l’interno (realtà esistenziale). In parole semplici, la Vita è intesa come unica e vera fonte sapienziale dalla quale l’Uomo deve abbeverarsi per intraprendere il suo cammino esistenziale che deve cominciare, dalla sua più profonda interiorità. Vita che deve essere però costruita con le parole! Lessemi intesi dalla Hellisum come strumenti in grado di creare case sicure animate da dolcezze e armoniosi silenzi, ma anche universi interiori con i quali emarginarsi dagli altri che sono codardi, languidi e senza protezioni psico-sociali. Parole che sono concepite come privazioni esistenziali non create, però, da mani altrui, ma dalle nostre medesime mani che strappano dal nostro cuore le gioie e le emozioni per sostituirle con ansie, offese, angherie, paure, asti, rimorsi e nostalgie canaglie.

Un ultimo aspetto riguarda il suo sguardo pieno di compassione verso i nazisti, agnelli sacrificali essi medesimi di un oscuro potere al di sopra di essi. Diario quello di Etty Hillesum che è chiuso dal alcune lettere scritte dal Campo di Transito di Westerbork che saranno da me analizzate.

Nel 1982 uscì l’opera postuma Lettere 1942-1943 che sarà poi ristampata fino ai giorni nostri, in edizioni più ampie e complete. Opera epistolare composta dalle lettere redatte dalla Hillesum ad Amsterdam e Westerbork fra l’agosto 1942 e il settembre 1943 che ci mostrano la crudeltà del Campo di Transito di Westerbork. Un campo dove l’autrice e la sua famiglia resistettero psico-fisicamente, dove si muovevano all’interno di uno spazio composto da un ospedale civile, un orfanotrofio, una stazione ferroviaria, una sinagoga, una cappella mortuaria. Un luogo costituito principalmente da baracche arrugginite e piene di correnti d’aria, panni lasciati asciugare all’aria e cuccette sulle quali patire. Il tutto accompagnato da pessime condizioni igieniche e da un’alimentazione di scarso valore nutrizionale, che portarono molti ebrei a togliersi la Vita con le proprie mani.

Etty Hillesum è una scrittrice che ancora oggi, dopo settantasei anni dalla sua morte, è ricordata nella toponomastica e onomastica in vari luoghi del mondo tra cui: la piazza nel paese di Mirano, l’albero nel Giardino dei Giusti di tutto il Mondo di Milano, la Etty Hillesum Stichting (Fondazione Etty Hillesum) di Amsterdam, il Centro di Ricerca Etty Hillesum dell’Università Gand e tanto altro ancora.          

  STEFANO BARDI

Bibliografia

Hillesum E., Lettere 1942-1943, Adelphi, Milano, 2001.

Hillesum E., Diario 1941-1943, Adelphi, Milano, 2011.

 

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“Per le strade e altro” di Daniela Ferraro. Recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

Giaciglio pungente è il ricordo (45)

Daniela Ferraro, docente di materie classiche presso l´IPSIA di Siderno (RC), in qualità di poetessa ha dato alle stampe i libi Icaro (2011), Cerchi concentrici (sul cadere dell´alba) (2012) e Piume di cobalto (2014); è risultata vincitrice di numerosi premi letterari a livello nazionale tra cui, per citarne alcuni tra i più recenti, il Premio Speciale “Per la tematica sociale” al V Premio Nazionale di Poesia “L´arte in versi” di Jesi (2016) con la poesia “Le stelle camminano piano”[1] e il 1° Premio assoluto al Concorso Letterario “Città di Ardore” (2018) con la poesia “Stelle”.

Poetessa profondamente legata al mondo classico (lo si evince anche dal titolo di numerose sue poesie nonché dalla partecipazione convinta al progetto di dittici poetici Dipthycha curato da Emanuele Marcuccio) e meticolosa analista delle forme metriche e stilistiche[2], ci consegna un nuovo volume poetico, Per le strade e altro, recentemente edito da Aletti.

9788859153061.jpgSe ho citato poco fa quei due successi letterari della Ferraro è perché ben si comprende, dai rispettivi titoli delle liriche, una delle immagini più fertili della sua produzione che ha a vedere con il mondo siderale, misterioso e infinito, sul quale ogni poeta, dall´alba dei tempi, non ha potuto esimersi di parlare. Qui, nella nuova opera, sono stelle mute o che hanno smesso di brillare, entità inconfessabili che hanno assorbito il disprezzo e la violenza delle azioni umane; l’uomo, con le sue aberrazioni e insensibilità, ha permesso che anche una delle realtà più belle, come le stelle, imboccassero il cammino della degradazione, dell´annullamento. Sono stelle alle quali l’uomo non può più confrontarsi, dedicare parole d’amore, richiamare nel buio dei propri pensieri a riscaldare le notti insonni; la Ferraro, parlando dell’asservimento della comunità a poteri negletti che rendono alieno l’individuo attuando una vera spersonalizzazione, così annota in “Indolenza”: “Noi, popolo silenzioso di pensieri,/ ad ogni passo guardinghi, vuoti di sensi,/ tra morte lune forse vivremo ancora/ del fioco canto di ormai inutili stelle” (17).

Il tema della strada, tanto caro a una certa pattuglia di letterati, soprattutto stranieri e afferenti a generi disparati figli del secondo Novecento, è qui concettualizzato, quale ambiente di transito e motivo di peregrinazione e reso quale metafora del mondo concreto, vitale, transeunte che permea la vita dell’uomo ordinario immerso nei drammi della sua società. Il critico letterario Lucia Bonanni, che approfondisce il testo nella ricca postfazione al volume (motivo addizionale per appropriarsi di tale libro), amplia il discorso interpretativo attorno all’immagine materica e al contempo simbolica della pozzanghera, quella cavità di acqua e di organico non visibile che è contenitore e contenuto allo stesso tempo, quale motivo esiziale di un antecedente a noi non sempre noto. Dalle ragioni metereologiche che motivano la raccolta di un liquido – spesso dalle gradazioni non così immacolate – al prodotto di scarto di qualcosa, finanche di una perdita, di una rottura, e tanto altro ancora. Tutto ciò, che effettivamente non sembra avere nulla di molto poetico, è immagine-emblema della nuova raccolta della Ferraro che, forse per la prima volta in questi termini, si mostra quale poetessa che ausculta il mondo a lei circostante.

Dalle odi d’impronta classica e ai sofisticati canti di idillio o di sogni edificanti, la Ferraro prende a cuore il processo metamorfico della vita sociale, urbana e non dell’oggi. Vi sono liriche dedicate all’amata terra calabra ma non sono propriamente sotto forma di tentativi encomiastici e di fierezza identitaria, semmai di scoramento e di disillusione dinanzi alla deturpazione (per usare una parola impiegata da Luciano Domenighini nella prefazione) che concerne la sua terra e vede scorrere davanti ai suoi occhi. Eppure l’intendimento non è mail il bieco repertorio, clinico e distanziato, di chi osserva mettendo in luce le criticità senza anteporre allo stato di disagio e di rovina una possibilità di miglioramento; se non un vero e proprio rimedio (che sarebbe tale solo nel caso auspicabile di una coscienziazione condivisa e seria) ma una sorta di riscatto e di rivincita. Anche morale, se quella concreta, effettiva, dei fatti reali, per impudenze e insensibilità, risulta irraggiungibile.

A sostenere queste brevi note di lettura chiamiamo in soccorso i versi stessa della Nostra che, meglio di ciascuna annotazione, ben evidenziano questo inasprimento del tono e l’invadenza possente di tematiche sociali, di apprensioni ricorrenti, di amarezza che si accresce. In “Per le strade” leggiamo di un “Canto strozzato di sirene/ Nessuno aveva promesso/ ciò che non è stato dato” (14); c’è in questi versi un fastidioso sapore acidulo, di incomprensione e di apparente scoramento, che veicola il percorso dell’intera silloge atta a narrare e a far luce sulla corruzione emotiva dell’uomo d’oggi, abitatore disilluso di “giorn[i] ingiallit[i]” (13) che sono “lunghi giorni appassiti” (19) al punto tale di arrivare a definire la nuova alba, la vita che riappare, come “il delirio del nuovo giorno” (26).

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La poetessa locrese Daniela Ferraro

La Ferraro, con una esegesi congrua del mondo di fuori, riconsegna al lettore i suoi pensieri più nefasti e smagati descrivendo il presente spazio difficile da vivere, quasi privo d’aria, dove l’uomo è stato privato pure del sentimento di mancanza (“Ci hanno tolto il silenzio”, 16) e dove i rapporti umani sono degenerati e disumanizzati a uno stadio bestiale, di impossibile contatto tra individui: “grigie solitudini[3] (29), “abbracciammo l’indifferenza” (17), “scheletri di menzogne” (25); il sentimento più puro è divenuta propaggine di metallo: “Amore acuminato” (19) e ogni uomo-pedina è una maschera, un sembiante di qualcosa dominato da logiche forzose imposte, che non regola e di cui resta assuefatto, rintracciati negli “sdruciti poteri” (23).

Tutto questo dà luogo a un clima distorto e difficile da districare, sospeso e assurdo nelle sue complicazioni autoprodotte: la Ferraro parla – non a caso – del “disordine di pensieri” (26) e di “rughe d’ansia” (27) che si creano e si fomentano dinanzi alla dissolvenza di ciascun fremito umano: dalla fraternità alla compassione, dalla comprensione all’ascolto. Il risultato è una “quiete tristezza” (28) che, descritta in altri termini, non è che una rassegnata sofferenza. La consolazione – che proviene dalla sperimentazione dello stato di miseria – è ben poca cosa: “L’unica gioia strana è quello sbuffo di verde/ che emerge improvviso da una crepa dell’asfalto” (29), e non è di certo utile nel riportare le cose – e l’uomo – alla giusta dimensione. È il tempo indicibile e incommensurabile di un’età che sembra non avere epilogo e che pone le anime di questi poveri cristi, che siamo noi, in sospensione, verso un dopo che non subentra. Così come il sole che è nascosto e non preannuncia a ritornare, l’uomo permane fisso affinché forse qualcosa si manifesti: “Eppure attende, anche lui attende/ ma non sa cosa” (36).

Ci sono versi come fendenti nelle poesie che tracciano la crudezza di giorni intrisi di sangue (“E si era vivi tra i vivi,/ e si è morti tra i morti/ […] / tra le umide maschere,/ un dio nefando che ride” in “Terrorismo”, 15) dell´impossibilità di dire dinanzi al crimine del genocidio (“Cessa il volo d’uccelli/ e odi il vento/ che macera le ceneri/ dei dannati immolati/ al Dio umano bifronte” in “La porta dell’inferno (Auschwitz)”[4], 24), condizioni di patente indigenza (“un uomo che fruga nella spazzatura” in “Inverno nel quartiere”, 30), la minaccia di un sisma che ritorna e il disarmo (“Mi muovo a fatica tra frantumi/[…]/ La gola asciutta, gli occhi ormai ciechi,/ e sono fantasma tra fantasmi in cerca” in “Terremoto”, 38), l’avvilente trauma che sorge da un atto di violenza sessuale (in “Stupro”, 47) condizioni di sofferenza, privazione, emarginazione e di scacco alla razionalità in cui l’uomo giunge a una conclusione disarmante: “Sembrava eterna la vita e non lo era” (53) vien detto nella poesia “Tenebre”, quale referto ultimo di una radiografia umana.

Impietosa l’analisi del tessuto urbano che la Ferraro esegue in “Le città accatastate” da far pensare ai condomini-alveari dei realisti terminali dove, appunto, la realtà è descritta nei suoi anditi degenerati mediante un ribaltamento dei correlativi oggettivi e dove la materia – che è poi l’umanità de-emozionata, prevale nei meccanismi di vita dell’uomo. Parole-oggetto che qui, in questa lirica di Ferraro, si esprimono in tali termini: “Le città accatastate strillano di giorno/ […] / strangolato dal traffico, tace l’urlo segreto/[…] / urgenze ribollenti […] / lustreggiano al centro, marciscono nelle periferie” (35).

Vorrei porre l’attenzione, in chiusura a questo commento, al fremito che pervade alcuni componenti della raccolta dove, pur dinanzi a tanto dolore, dramma e sperdimento, la poetessa non può non pensare alla possibilità di un miglioramento che risieda in un ravvedimento dell’umana coscienza. Così tra “braccia esangui sradicate dal corpo/ […] / [davanti] al rotolio della mitraglie /[…] e lo sfolgorio di baionette” (40) l’imperativo non ha a che vedere con la denuncia dei cattivi e la deplorazione totale di questa triste valle di lacrime, semmai con un’ipotizzabile apertura verso una coesione e una collaborazione tra anime che, unite, possono far la differenza: “Per quanto tempo, ancora, questa sofferenza?” (40) pronuncia la Nostra, come al culmine di uno sfinimento senza pari che ha condotto l’io lirico a evidenziare le debolezze umane che degradano a crimini. I versi che serrano “La voce”, una delle ultime poesie raccolte in questo volume, richiama – con tono ben più possente di quanto non sia accaduto precedentemente – l’esigenza di uno scuotimento forte, per un risveglio tempestivo: “-ché´ non c’è suono/ per chi cuore non porge-/ ma sgranò gli occhi/ un bimbo e il grido azzurro/ dal pugno chiuso/ esplose: “Pace! Pace!” (57).

Lorenzo Spurio

 

[1] Questa la motivazione della Giuria per il conferimento del Premio: “L’intimistica percezione della vita e del tempo si esprime attraverso il contatto di parole e immagini. In questa poesia tutto palpita, si muove, tutto è espressione e messaggio, conoscenza e conseguenza. L’atmosfera, decisamente pregnante e spaziosa, si sussegue tra indescrivibile dolcezza e dolorosa analisi del presente che è dolore continuo della vita, condizione umana indissolubile. Scorci lirici e descrittivi alimentano nel lettore lo slancio alla comprensione e alla condivisione”.

[2] A tal riguardo va considerata la sezione in Per le strade e altro che porta il titolo definitorio di “Mottetti”. Essi sono, generalmente, componimenti poetici dal limitato numero di versi e dal carattere popolare che, al loro interno, contengono massime di vita, riflessioni e sorta di insegnamenti dal tono personale, privi di un intendimento didattico in chi legge, atti a sviscerare le virtù e le credenze di un determinato individuo radicate nella propria dimensione territoriale e cultura popolare e subalterna.

[3] La solitudine ritorna nella poesia “Piccolo inverno” dove, nell’explicit, leggiamo: “Al chiuso di un focolare,/ la solitudine intesse leggende” (33).

[4] Poesia pubblicata, quale inedito, sulle pagine della rivista di letteratura online „Euterpe“ n°16, Maggio 2016.

 

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I “Diari” di Kurt Cobain – recensione di Stefano Bardi

Recensione di Stefano Bardi

51TVW-rcjVL._SX364_BO1,204,203,200_.jpgI Diari di Kurt Cobain (Aberdeen, 1967 – Seattle, 1994) secondo il mio parere non può essere considerata propriamente un’opera letteraria, ma è un testo che comunque va tenuto presente rappresentando una sorta di Santo Graal della musica definita grunge. Nell’opera si ritrovano le origini del nome del gruppo musicale dei Nirvana e meditazioni personali del suo leader indiscusso.

Il gruppo era costituito da Kurt Cobain (chitarra e voce), Krist Novoselic (basso) e Dave Grohl (batteria e voce). Una miscela di musica forte, sregolatezza e assunzione di droghe e acidi avvolge l’esistenza e il successo di questa band controversa. Lo scopo sarebbe quello di produrre videoclip  musicali che riflettano sui mali della società mediante l’adozione di testi folli, con prevalenza di colori tendenti al nero e al giallo paglierino, copertine “demoniache” e messaggi che incitano alla violenza, amplificano il dolore e parlano di morte. In tal modo Kurt Cobain è riuscito a esorcizzare la società americana degli anni ’90 attraverso temi ritenuti scandalosi quali la droga, il disagio giovanile, la ribellione dei figli verso i padri, l’aborto e la depravazione sessuale.

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Il cantante Kurt Cobain, leader della band “Nirvana”. Foto tratta da: https://tinyurl.com/y7qa7gvx

Dai Diari l’idea di musica che fuoriesce, per Kurt Cobain, è quella di una strada in grado di condurci in universi psichedelici dove il dolore è caricato come energia (sì, ma distruttiva!); strada percorsa da Cobain con le sue passioni, per lui fonti d’ispirazione per la sua breve e intensa vita. Accanto alla musica, c’è spazio per la concezione sull’Arte, concepita da Cobain come una lingua non per tutti, ma solo per pochi poiché la maggior parte delle persone la concepiscono solo come strumento da abusare per ostentare e far emergere la propria ridicola perversione ludico-sociale. Concezione, questa, in cui rientra anche la categoria dell’arte musicale vista come uno spazio in cui potersi liberamente rappresentarsi ed esprimersi senza nessun limite e confine, proprio come fece il punk e il punk-rock durante gli anni ’90.

Un cantante e artista dall’immensa profondità spirituale che gli permette di concepire la Vita come un esilio, come una dea in grado di trasformare le idee altrui e come uno stupro lessemico-narrativo dal quale devono nascere oneste espressioni linguistiche, verbali, sintattiche e grammaticali. Una concezione esistenziale che, secondo Kurt Cobain, si può realizzare attraverso i sogni, concepiti come una lente d’ingrandimento con la quale osservare la Vita nella sua vera forma. La vita prende la forma, nel leader dei Nirvana, come un mortifero cammino in grado di creare esistenze spettrali e anonime. Vita quale salvaguardia delle ombre a noi più care e infine, come una strada per trovare il nostro vero destino.

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Una pagina dei “Diari” di Kurt Cobain. Foto tratta da: http://ilblog.circololettori.it/2017/04/05/diari-kurt-cobain/

L’esistenza di Cobain è densa di ribellione: contestazione verso i propri genitori, guerriglia sociale, confusione emotiva, sesso degenerato. I giovani secondo lui devono basare la loro esistenza sulla Rivoluzione Sociale e avere la forza di combattere contro il potere. Fra i suoi vari pensieri contenuti nei Diari, c’è anche spazio per il ricordo della moglie Courtney Love (San Francisco, 1964), da lui concepita come una creatura con ali di pavone, come una femme fatale e infine, come un’irremovibile pallottola nella testa. Ella fu soprattutto una guida che cercò (forse senza successo) di portarlo sulla retta via e di farlo allontanare dalla vita depravata da lui esacerbata. Nel diario l’occhio vuole la sua parte e si notano in maniera netta le varie grafie adoperate, le frequenti cancellature e i disegni che mostrano la fragilità umana, il caos interiore e l’insicurezza di Cobain.

STEFANO BARDI

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

“La storia dell’Italia che emerge dai racconti di Vittorio Sartarelli”, di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio 

 

La lettura di “Racconti. Ricordi, esperienze e sentimenti” (Elison Publishing, 2015) di Vittorio Sartarelli, noto scrittore di Trapani, è piacevole perché, con un fare che è piano e un linguaggio accessibile a tutti, ci narra di episodi personali situandoli nella loro cornice storica. Non c’è l’intenzione di ricostruire in forma meticolosa le vicende storiche mediante date, riferimenti precisi o documentazioni dell’epoca, bensì di narrare il suo vissuto in maniera spontanea, così come ritorna alla mente nell’inarrestabile flusso dei ricordi. Lo scrittore ci fornisce, però, elementi e aspetti di decenni passati che oggi solo le persone mature ricordano, o che si ritrovano, appunto, nei libri di storia. Vorrei – in questa breve recensione – cercare di focalizzare l’attenzione su tali aspetti.

Ne “Il professore di matematica”, il racconto che apre la breve raccolta, si accenna a uno dei temi che poi verrà ripreso e sviluppato maggiormente in seguito ovvero alla pratica diffusa e legalizzata delle cosiddette “case chiuse” o “case rosa” meglio note come lupanari, casini o bordelli. Si trattava di edifici dove giovani e belle ragazze, comandate spesso da una figura anziana che gestiva l’intera casa, offrivano le loro grazie secondo un prezzario che era affisso all’entrata. Luoghi di piacere per alcuni, di perdizione, per altri, erano frequentatissimi negli anni del Regime e in seguito furono osteggiati pesantemente tantoché, dopo una dura battaglia sociale portata avanti negli anni Cinquanta, nel 1958 la Legge Merlin, firmata dal Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, decretò la chiusura delle case rosa. Di ciò si parla più lungamente in “La cattiva strada” dove si descrive il tormentato approccio di un ragazzino con l’altro sesso, la sua iniziazione che avviene mediante l’incontro con una prostituta. L’autore così scrive: “Eravamo all’inizio degli anni Sessanta […] quando esistevano ancora, perfettamente legalizzate, le “case chiuse” […] luoghi squallidi, effimeri e menzogneri del piacere carnale, riservati a una gran parte degli uomini di quel tempo” (13). L’autore sottolinea anche un aspetto di cruciale importanza quale la pericolosità di malattie veneree non esistendo all’epoca validi “protettori” da impiegarsi durante i rapporti. Segue una breve ma valida dissertazione su tale aspetto dell’amore a pagamento nel quale Sartarelli giunge finanche a esporsi sulle nuove endemicità quale l’AIDS. L’incontro carnale del giovane con la prostituta, definito “balordo” (23) è insoddisfacente e al contempo fa riaffiorare il vero bisogno dell’uomo: quello di una compagna affabile e amorosa, di una donna che sappia ascoltare e condividere con lui la strada.

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Un esempio di listino di una casa chiusa. Foto tratta da: https://tinyurl.com/yc65cw8m

Del racconto che segue, “La mia città”, dirò che è un affascinante dipinto della città tra i due mari, il capoluogo siciliano di Trapani sul quale Sartarelli ha scritto una vera e propria guida storico-turistica arricchita da scatti fotografici particolarmente suggestivi. Si passa in rassegna la stratificazione culturale della città e i suoi misteri religiosi sino a evidenziare la posizione estremamente strategica non solo per l’Italia ma per il Mediterraneo tutto, la ricchezza paesaggistica, il clima mite, l’architettura che rende la città un gioiello, come la nota Torre de Ligny che si protende verso il mare. Nel racconto “Viaggio nei ricordi” (presente in questo volume) sono di particolare impatto e ricche di dettagli le descrizioni della pratica della tonnara nell’Isola di Favignana nonché della piazza Florio, nel centro della città.

In “Le donne della mia vita” (racconto pubblicato sulla rivista di letteratura online “Euterpe” n°27 nei mesi scorsi) è narrato con vivezza e forza espressiva l’amore verso tre donne che, in modi differenti, hanno marcato la sua esistenza: dalla nonna alla moglie, passando per la figura della madre. In tale racconto ritroviamo una dimensione storica relativa al secondo conflitto mondiale che risulta interessante riportare: “A causa dei bombardamenti effettuati sulle città dalle famose “fortezze volanti” la mia famiglia fu costretta, come molte altre, a sfollare dalla nostra città, in un paesino pedemontano dell’hinterland cittadino. Lo sfollamento per motivi bellici, fu un fenomeno di massa caratteristico di quegli anni” (41). La narrazione procede in forma cronologica e, nel ricordo delle donne che l’hanno amato, segue la memoria relativa alla fine del conflitto mondiale a partire dal noto sbarco in Sicilia degli Alleati. Così ne parla l’autore: “Nel mese di Giugno del 1943, gli Anglo-Americani sbarcarono in Sicilia, dove, di fatto, quasi senza colpo ferire, terminarono le ostilità. L’ingresso trionfale delle truppe d’occupazione nel paese dove eravamo sfollati fu preceduto da un gruppuscolo di sedicenti partigiani, osannanti “la liberazione” e cantando l’inno “Bandiera Rossa”” (42).

Del periodo bellico è senz’altro il racconto “Venti di guerra” quello che fornisce maggiori immagini e descrizioni di quel nefando periodo che fu la seconda guerra mondiale. Pur piccolo, il giovane autore era in grado di “avverti[re] quel senso di ansia continua e di paura che irretiva gli adulti della [sua] famiglia” (48) segno di una minaccia palpabile e imminente. C’è il ricordo doloroso dei bombardamenti operati dai francesi eseguiti sulle Scogliere di Tramontana rimembrato quale “sorta di azione dimostrativa a scopo punitivo e intimidatorio” (49). E poi i bombardamenti sulle città, la distruzione e la fuga per tentare di mettersi al riparo. Lo sfollamento, del quale già si è detto, rappresentò di certo un periodo traumatico per il giovane autore, difficilmente comprensibile, motivo di angoscia e tribolazione: “non capivo il perché di tutto ciò, ma avvertivo la sofferenza di quelle persone e lo sgomento di coloro che come noi, assistevano a quelle scene pietose” (50).

L’autore, con la conoscenza di uomo maturo, nell’atto dello scrivere è riuscito a fondere sapientemente il sentimento autentico di quelle vicende sperimentate dagli occhi di ragazzino, innocente e vulnerabile, astruso alle nefandezze del mondo, alla politica, agli schieramenti e quant’altro, con la cronaca storica, documentata e ufficiale, di quanto realmente accadde in quei truci momenti in cui l’umanità si vide denigrata. Dai bombardamenti allo sfollamento sino a che gli Alleati non sbarcarono in Sicilia in un momento di crisi e inconsapevolezza collettiva in merito a quale parte abbracciare (l’8 settembre era stato annunciato il celebre Armistizio, firmato segretamente, che, di colpo, mutava gli alleati e i nemici dell’Italia). In tale scenario disunito e profondamente acceso, l’autore ci parla degli Alleati e dei partigiani, ma anche della povera gente che poco capì quanto dall’alto venne comandato, dei poveri cristi che, com’era avvenuto negli anni precedenti, furono costretti ad accettare il nuovo (sì!) ma imposto (un po’ come accadeva ne Il Gattopardo alla famiglia del Principe Salina).

Credo che le brevi storie raccontate da Sartarelli in questo volume, oltre a dimostrare una grande fiducia verso la materia storica, siano frutto di un meticoloso recupero della propria identità in periodi altri, ormai distanti, epoche che lo hanno riguardato dove ha convissuto e dove è maturato come uomo. Un volume snello ed efficace – mi permetto di osservare – per le nuove generazioni dove, senza formalismi o estenuazioni di cifre, si può davvero avvicinarsi alla storia, ad alcuni momenti centrali per la vita del nostro Paese che, di fatto, l’avrebbero poi traghettato verso lo Stato libero e democratico che è oggi. Conoscerne le fondamenta risulta, pertanto, assai importante.

LORENZO SPURIO 

 

E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. 

Concetto e venature di “vita” in poesia. Note su poeti anconetani. Da Scataglini a Curzi e Ausili. Articolo di Stefano Bardi

Articolo di Stefano Bardi

Il poeta anconetano Franco Scataglini (1930-1994) nel 1977 diede alle stampe la raccolta So’ rimaso la spina, opera dal titolo fortemente simbolico; qui la Vita è intesa come una creatura che ci spolpa, proprio come l’irruenza delle onde del mare. Un primo tema è quello della Vita, che ci priva di qualsiasi cosa per noi importante, ci cancella, ci azzera e ci immerge in un oceano colmo di solitudine e di emarginazione. Un’esistenza, quella terrena, che è paragonata alla scrittura, poiché come essa è un cancellare gli errori dopo gli sbagli e un canto disperso, nel dolore quotidiano[1]. Vita che ha la sua parte oscura ch’è la dipartita, concepita dal poeta anconetano come una Vita senza energie, sogni, passioni e in particolar modo senza profumi.[2] Un Vita che è paragonata agli invernali moli, luoghi dove non c’è vita, solo malinconia e vite in decomposizione. In tale cornice, gli uomini di Scataglini finiscono per apparire come una sorta di pupazzi di neve, ovvero come delle creature dal cuore glaciale e dalle mortifere parole[3]. A dominare, negli spiragli della silloge, è forse il tema dell’amore, inteso come un qualcosa che ci “cucina” la carne e lo spirito fino all’osso[4], ma anche come il principale motore delle azioni e nella nostra vita[5].

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Il poeta anconetano Franco Scataglini. Foto tratta da: https://tinyurl.com/ycrwr2hc

Vorrei allargare il mio pensiero critico e la mia riflessione riferendomi a due poeti contemporanei: Valtero Curzi e Marco Ausili. Il filosofo, poeta e scrittore Valtero Curzi (1957) nel 2017 ha dato alle stampe la raccolta Il tempo del vivere è mutevole. Varie sono le chiavi di lettura, una prima è quella con la quale il poeta paragona la dolcezza esistenziale alla dolcezza del ciliegio che, anche se  muore al primo vento, rimane per sempre dentro di noi.[6] La vita è concepita come una dolce melodia che culla la nostra mente e ci conquista con i suoi sensuali arieggi.[7] Per una lettura accessoria credo che bisogni chiamare in causa la canzone Come le onde del mare di Gianmaria Testa. Le onde di  Curzi e di Testa strappano i nostri sogni e i nostri affetti per farci immergere in mondi animati da una pacata oscurità.[8] Centrale è la tematica dell’amore che ritorna nella lirica “Ti vengo a cercare”. Testi dove l’Amore, con le sembianze di una donna, è visto come una creatura da amare, lodare, glorificare e contemplare nelle sue brume, nei suoi viaggi psichici e nei sui labirinti spirituali.[9] Accanto al tema della Vita, c’è posto anche per il tema dell’Uomo e del cammino esistenziale. Uno Uomo che non è fatto di carne e di ossa per il poeta senigalliese, ma è un’ombra che vaga all’interno di un mondo annebbiato, alla ricerca di una Terra Promessa sulla quale approdare.[10] Nella poesia “Stazione Centrale” è rappresentato un effimero viaggio in treno, dove non ci sono fermate ma solo partenze.

L’opera di Curzi ha toni pascoliani, dannunziani e ungarettiani al contempo. Per quanto riguarda la reminiscenza pascoliana, dobbiamo parlare della poesia “La notte di San Lorenzo” dove le stelle cadenti rappresentano la morte delle gioie; per quella dannunziana della poesia “Piove, a Maggio” in cui è simboleggiata la tristezza in grado di calmare ogni cosa, concepita come un acqua magica.[11] Un riferimento ungarettiano lo possiamo trovare in “Una foglia”: una foglia caduta dal ramo e adagiata sulla fredda terra, che simboleggia tutta la fragilità degli esseri umani nel loro ultimo istante di vita.[12].

Concludo questa breve dissertazione ritornando nella città dalla quale sono partito, Ancona, parlando del poeta Marco Ausili (1988) che nel 2017 ha pubblicato l’opera Global carmina e altre poesie. Qui il tema è riscontrabile in tre precise sezioni, che sono: Lo spazio di un’estate, La paura della vita e Sentieri ininterrotti. Nella prima, la Vita è paragonata al mare che è visto come una fonte battesimale dalla quale far risorgere le nostre carni purificate[13] e come un baule in cui sono conservate le nostre reminiscenze, i nostri patimenti, i nostri amori e infine, i nostri defunti.[14] Nella seconda, la Vita altro non è che la Morte. Dipartita che è concepita dal giovane poeta come una sorella che ci prenderà per mano e ci condurrà alla vita eterna[15] e come la sovrana dei camposanti, intesi da Ausili come i luoghi che conservano per l’eternità le nostre gioie e le nostre melodie esistenziali. Nell’ultima sezione la vita è concepita come conoscenza e diffusione del passato[16].   

STEFANO BARDI                

 

 

Bibliografia di Riferimento:

SCATAGLINI F., So’ rimaso la spina, Edizioni L’Astrogallo, Ancona, 1977.

CURZI V., Il tempo del vivere è mutevole, TraccePerLaMeta Edizioni, Sesto Calende, 2017.

AUSILI M., Global carmina e altre poesie, Italic, Ancona, 2017.

[1] F. Scataglini, So’ rimaso la spina, Ancona, Edizioni L’Astrogallo, 1977, p. 23 (“[…] tuta scancelatura / dopo dulor de sbai. […]-[…] el biatolà d’un dindo / spèrsose ‘nte la piova.”)  

[2] F. Scataglini, So’ rimaso la spina, Ancona, Edizioni L’Astrogallo, 1977, p. 26 (“[…] Pei morti ai quatro venti / ‘st’asenza de perfumo.”)

[3] F. Scataglini, So’ rimaso la spina, Ancona, Edizioni L’Astrogallo, 1977, p. 76 (“Né tera né cielo / è i omini, fiola, / ma pupi de gelo / co’ morta parola. […]”)

[4] F. Scataglini, So’ rimaso la spina, Ancona, Edizioni L’Astrogallo, 1977, p. 67 (“[…] Spolpato sopra e soto / so’ rimaso la spina.”)

[5] F. Scataglini, So’ rimaso la spina, Ancona, Edizioni L’Astrogallo, 1977, p. 120 (“[…] Tuto è corpo d’amore / mischiato al bene e ‘l male, / tuto è ‘l fenomenale / èssece: serpe o fiore / ortiga o albaspina / infedeltà, costanza / fortuna, malandanza / sesso d’omo o vagina / e te, dialeto caro / che da l’infanzia sorti / t’ha cinguetato i morti / su l’alto colombaro […]”)

[6] V. Curzi, Il tempo di vivere è mutevole, TraccePerLaMeta Edizioni, Sesto Calende, 2017, p. 21 (“[…] Terrò l’ultimo fiore / nel mio sguardo.”)

[7] V. Curzi, Il tempo di vivere è mutevole, TraccePerLaMeta Edizioni, Sesto Calende, 2017, p. 23 (“[…] M’ascolto sereno / senza mutar nulla nel mio pensare / lasciando l’armonia conquistarmi.”)

[8] V. Curzi, Il tempo di vivere è mutevole, TraccePerLaMeta Edizioni, Sesto Calende, 2017, p. 27 (“[…] E io sento in quel morir placido / il viver che ci contiene / mi perdo / nei miei pensieri / ed è già subito sera.”)

[9] V. Curzi, Il tempo di vivere è mutevole, TraccePerLaMeta Edizioni, Sesto Calende, 2017, p. 80 (“Ti vengo a cercare / nella tua incertezza / che ti percorre / e ti inseguo / nei meandri dei pensieri / che t’avvitano. […]”)

[10] V. Curzi, Il tempo di vivere è mutevole, TraccePerLaMeta Edizioni, Sesto Calende, 2017, p. 75 (“Cerco il mio tempo / dove posarmi / come alla sera / nel guardar le stelle disperse / nell’universo scuro di chiaro offuscato. […]”)

[11] V. Curzi, Il tempo di vivere è mutevole, TraccePerLaMeta Edizioni, Sesto Calende, 2017, p. 66 (“[…] Piove lieve e fermo / come dolce malinconia / che tutto quieta. / Piove come il meditare / nella matura esistenza percorsa / in ogni pensiero nato e appena sbocciato.[…]”)

[12] V. Curzi, Il tempo di vivere è mutevole, TraccePerLaMeta Edizioni, Sesto Calende, 2017, p. 64 (“[…] Mi serra il cuore / quel tuo stato sottile / d’immensa fragilità / che ci coglie. / Sento doloroso / l’adagiarti ormai morta / sull’arida terra. / Ti guardo… / e fuggo dai miei pensieri.”)

[13] M. Ausili, Global carmina e altre poesie, Italic, Ancona, 2017,  p. 19 (“[…] Risalivano. La meraviglia / del respiro, come ora usciti / dall’amnio. Tra le dita / il trofeo immacolato.”)

[14] M. Ausili, Global carmina e altre poesie, Italic, Ancona, 2017,  p. 22 (“[…] Ancora nell’orecchio chiuso / il rumore del mare / come fatto si fosse conchiglia / pescata dall’acque. / La mente festante di ricordi / infine piegandosi tacque.”)   

[15] M. Ausili, Global carmina e altre poesie, Italic, Ancona, 2017, p. 29 (“[…] Lo sento, sta arrivando. / E presto i suoi passi passeranno / dove passi ogni tanto, / senza avvertire il mio passaggio / il passato, perduto mio transito.”)

[16] M. Ausili, Global carmina e altre poesie, Italic, Ancona, 2017, p. 62 (“[…] Non siamo mai chiusi / dentro una stanza, / siamo comunque nel mondo, / della sua medesima sostanza.”); M. Ausili, Global carmina e altre poesie, Italic, Ancona, 2017, p. 63 (“[…] Passerà l’intera mattina / a ricostruire sereno tutto / il figlio contento di creare, / con calma, senza lutto.”)

 

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