Conosco la soglia del buio e da lì osservo: la poesia di Martina Luce Piermarini

a cura di Lorenzo Spurio 

Martina Luce Piermarini è nata e vive a Macerata. Ha seguito studi umanistici e filosofici e frequentato il Master in Tecniche della Narrazione a Torino dove ha lavorato con artisti del calibro di Alessandro Baricco, Sandro Veronesi e Carlo Lucarelli. Specializzata in drammaturgia, ha tenuto laboratori di scrittura creativa in alcune scuole inferiori e superiori della provincia di Macerata. Ha tenuto altresì laboratori teatrali fondando il primo laboratorio di teatro spirituale con sede a Macerata. Ha scritto opere teatrali, partecipa a incontri letterari e poetry slam; collabora con la rivista d’arte e letteratura “UT”. La sua opera poetica, Interferenze alla luce (Italic Pequod, 2014), è stata oggetto di vari eventi di presentazione e di letture pubbliche in vari luoghi della Regione.

Il sottotitolo dell’opera della Piermarini è già di per sé esplicativo del percorso umano e letterario che la poetessa offre al lettore con questo denso volume di liriche che lambiscono i temi dell’esistenza, il dubbio che riaffiora, la compresenza di illusioni e moniti di fuga, cadute e derive ma anche pensieri orgogliosi retti da un simbolismo a tratti iconico e frugale, altre volte da costruzioni avvolgenti e curiose degne della più vigorosa poesia contemporanea. In esso, come in una sorta di possibile rivelazione o risoluzione di un assioma che non è dato conoscere, leggiamo: “ci sono casi in cui la poesia salva e un verso purifica l’intera esistenza”. Tale definizione, che potrebbe essere assunta quale motivazione vera e propria del fare poetico nella Nostra, chiarifica non solo gli intendimenti ma anche i mezzi, le plurime forme evocative che la poesia immancabilmente richiama. Un confidare al testo che è una modalità in qualche modo taumaturgica e svelante in quel demiurgo inconscio che è l’io lirico, ma anche l’unicità, l’essenza, che apre varchi a un’immensità spesso difficilmente percepibile e da affondare con una scioltezza comunicativa e una predisposizione innata alla partecipazione attiva che sono il sale dell’esserci nel qui e ora.

Poesia per la Piermarini quale esigenza che è immancabilmente presente e forza costitutiva di quell’entità indefinibile che è l’anima, estensione che sfugge da categorie di ogni tipo ma anche poesia introspettiva, di riflessione, di analisi. È proprio dalle immagini a loro modo fornite in accostamenti anche atipici che si compie quello scandaglio dell’interiorità, figlio di un’esigenza di narrarsi, senza implicazioni di sorta, velleità né forme di inibizione alcuna. Confessione che si compie con uno svelamento. Rivelazione che si compie con l’evocazione e la creazione di scene sospese che rivelano il concreto di un vissuto frastagliato e contorto.

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Martina Luce Piermarini

Nella ricchissima, visionaria e suadente apertura narrativa al volume, la Nostra parla di un metaforico viaggio che dobbiamo essere disposti a fare. Non solo, della convinzione di intraprenderlo e dell’orgoglio che può derivare dall’aver tentato un’impresa che – come la stessa dice – non ci è dato conoscere come evolverà. In questo tragitto, dove sembra percepirsi una fosca nube a dettare le pagine esistenziali in senso fatalistico, la Piermarini contrappone la forza di volontà, il desiderio di conoscenza, l’esigenza di costruire, l’impegno, anche a seguito di una dimensione asfittica e deprimente sottolineando l’impellenza di una rivelazione che consenta una rinata autoconoscenza ma anche l’approdo convinto a una sensibilità resiliente.

Ed è già qui espressa in nuce l’idea comunicante che riappare nelle varie liriche rappresentata dalla luce – termine importantissimo per l’autrice maceratese tanto da aver deciso di affiancarlo al suo nome di battesimo – a intendere una via luminosa, un’epifania del vero. “Bisogna cercare la luce” afferma la Nostra aggiungendo, poco dopo, “I resti della donna-uccello si alzano un istante nelle tenebre”. Questo libro allora possiamo percepirlo come l’auscultazione intima e la repertazione di vicende rese in maniera analogica e lirica di un vissuto che ha visto il buio (la caduta) alla quale, però, ha fatto seguito una vigilia di bagliori (la rivelazione) ad anticipare il dominio della luce (la rinata coscienza, l’approdo alla felicità, la completezza di sé). Questo accade perché “il corpo buio non è definitivo ma deve essere attraversato e distrutto”. Vengono in mente i Neoplatonici e Shakespeare dei Sonetti in questi riferimenti simbolici e allegorici alle fasi di luce, sembianze di un avvicendamento umano tra vizi e ravvedimenti. La Piermarini, nelle liriche che compongono il volume, va rintracciando gli stati fisici di materia e gli stati immateriali dell’anima che hanno visto cambiamenti, flessioni e rinvigorimenti, in un percorso di viva metamorfosi, rottura e sviluppo continuo.  

L’esergo del volume contiene una citazione del Dhammapada, noto testo della tradizione buddhista, ulteriore ingrediente di quell’inclinazione palesemente aperta e partecipe, solidaristica ed entusiastica della Nostra, nutrita olisticamente di saperi tanto mitici quanto arcani, di forme di benessere personale e di concordia sociale, principali espressioni di forza in un credo animistico e spontaneo che nel suo svincolamento da legami e forme di giudizio, ben esprime la visione comunitaria e filantropa. Inizia così il percorso memoriale e conoscitivo della Nostra tra versi che incalzano e descrivono la realtà in termini clinici accentuandone gli angoli, i brandelli, gli elementi di disillusione, compresa la presenze di insetti infestanti, le rotture, nonché l’aria fredda e tagliente, l’assopimento del reale anche per mezzo della resa perspicace di immagini cariche di shock, che in un mix oculato di crudeltà e scollamento, generano il perturbante: “le mani di granito [che] rompono lo spazio”, “la lisca ventrale sfiatante” e “i numeri cavi delle colpe” sono solo alcuni esempi. Contaminazioni e processi di putrefazione, distorsioni della mente, forme ambigue d’esistenza che creano annichilimento, sentimento d’inadeguatezza e incongruenze fornite come realtà solidi e poi ancora desquamazioni, interrogativi arcani che non hanno risoluzione, dilemmi che squarciano e illividiscono, deficit invalicabili (“imperfezioni divenute pietra”) e infebbrate ben più emotive che corporee.

Concentrica e irreversibile, spasmodica e conturbante, la poetica della Piermarini procede a spirale avvinghiando il lettore e facendolo sprofondare in uno spazio sconosciuto, capitomboli e ammiccamenti e, ancora, tentavi continui per oltrepassare il reale. Numerose le immagini che si riferiscono a questo comportamento ribellistico improntato all’escapismo e alla ricerca continua: molto carrollianamente si valicano specchi (o, almeno, si tenta); la mossa dell’uomo non è determinata da un fine ultimo che motiva lo spostamento ma si realizza proprio nella gnoseologia della sua forma: l’attraversamento, vale a dire il procedimento stesso: “oltre/passare / fogliame buio che non scricchiola”. Questo perché “Esserci nell’essere è porta stretta” e con questo fraseggio apparentemente semplice come un sillogismo la Nostra indirettamente si riallaccia a quelle fosche considerazioni e pensieri filosofici di ampia schiera degli intellettuali del secolo scorso.

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Martina Luce Piermarini assieme ai poeti Guido Garufi ed Enrica Loggi in un recente incontro poetico

La realtà nella Piermarini è delineata per mezzo della presenza o assenza di luce e, congiuntamente, per una feticistica attenzione alle particolarità, al residuale, all’inesatta e insensata tendenza dell’uomo di fare partizioni, quantificare, vale a dire determinare in maniera convinta e assoluta un’entità. Ce ne rendiamo conto dinanzi alle affascinanti “porzioni di luna oracolare” che tanto sanno di orfico e in prossimità dei ben più surrealisti “pioli del silenzio che si spezzano”. La luce – biancore e fonte di conoscenza – è ricercata continuamente, dalle “vaschette d’alluminio” dove si tratta di una luce in qualche modo artificiale e reclusa, all’abbacinante biancore della neve, “luce gelida [che] toglie il respiro”.

La Piermarini ci conduce con “passo folle” verso questo singolare e prospettico “viaggio nel doppio fondo del bagaglio” nel quale dominano le ombre e gli oggetti, ben più delle persone definite in maniera sbiadita quali “comparse rarefatte”. Pervade un’aria strana, d’incomprensione e imminente rottura o, più frequentemente, di una stasi granitica difficile da perforare nella quale “il suono/ della cerniera […] gratta l’orlo”. Fanno capolino pure la solitudine (“la caverna di carenze”) e la sfiducia (presenti, in giro, troppe “coppe di nero nei cervelli”). Le riflessioni di ciascun tipo trovano foce in considerazioni ampie e nevralgiche come quella che perora la causa del tempo sospeso: “Le parole stanno nei brandelli/ nelle pause (o nelle lacrime)”. Talvolta il presente è infestato da contaminazioni perigliose di un passato non troppo lontano e che a suo modo incalza con tabernacoli di ricordo scolpiti nella mente: “Il tempo ha imprigionato/ il fantasma tremulo nella stanza profonda”.

Le poesie della Nostra sono ricche di quelli che Marc Augé definì non-luoghi ma, in realtà non sono gli spazi confusi dei mezzi di comunicazione o del mondo del commercio, piuttosto stanze invalicabili della mente, mondi doppi, ovattati e riflettentisi, domini imperscrutabili della psiche, scene di quotidiano che hanno perso i connotati spiccioli ora per assuefarsi, ora per sublimarsi. Un ritmo di ricerca incalzante dove la retorica dei quesiti è scalzata dal delirio delle forme, da un’interrogazione spietata che volutamente confonde razionalità e trasposizione, nella quale “solo […] Dio mi può vedere” in quell’atto estremo di denudamento di cui si diceva. Contro gli imperativi della quotidianità la Piermarini incorona la speranza e l’illusione, la fiducia e la voglia di combattere come temi principi, ancor più validi e reali se derivati da dolore, solitudine e di lotta personale e sociale.

Lorenzo Spurio

Jesi, 13-12-2017

 

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s-l640L’autrice presenterà il suo libro Interferenze alla luce di poesie domenica 17 dicembre alle 17:30 a Macerata presso la Locanda del Belli (Via Mazzini 29) durante la quale si terrà un aperitivo letterario con la presenza del poeta e critico letterario prof. Guido Garufi (di recente uscito con la silloge Fratelli con prefazione di Giovanni Tesio) e gli intermezzi musicali al pianoforte di Halyna Zamyatina.  Per chi gradirà fermarsi per l’apericena, essa ha un prezzo di 13€ e sarà possibile effettuare la prenotazione ai riferimenti in calce.

Tel. 328-0061446  –   Evento FB: https://www.facebook.com/events/1967722100220232/

Il prete incriminato: Il dubbio (2008)

Il film Doubt (Dubbio), regia e sceneggiatura di John Patrick Shanley, calato nell’America degli anni ’60 affronta un tema molto delicato e che in tempi a noi recenti ha avuto grande eco a seguito di numerosi casi veri e presunti che si sono manifestati e che hanno macchiato l’immagine della Chiesa Cattolica. Nel film infatti c’è una persistente convinzione nella sorella Aloysius che il parroco Flynn abbia intrattenuto strani rapporti con uno dei suoi chierichetti, il ragazzo nero Donald Miller. Tutto il film è improntato a condannare l’uomo, anche in mancanza di forti prove, a screditarlo, per farlo cedere e farlo confessare. Tuttavia non ci sarà nessuna confessione nella storia e tutti, compresi noi spettatori, rimaniamo con un grosso dubbio, impossibilitati a scoprire da che parte sia la realtà. Il chierichetto fu davvero oggetto di morbosi interessi da parte del prete o la suora Aloysius ha ingiustamente macchiato la sua figura in virtù dei suoi pregiudizi e delle sue intuizioni? Non lo sappiamo. Il dubbio, che viene richiamato nella predica iniziale del sacerdote domina su tutta la storia ed è proprio lì che risiede il vero significato dell’intero film. Siamo noi giudici degli eventi. Siamo noi chiamati a dare un’interpretazione. Siamo noi a chiudere la storia come crediamo.

Negli ultimi decenni la cronaca ha riportato (con ritardo) numerosi casi di preti pedofili e addirittura di vescovi ed alti prelati che per troppo tempo hanno coperto tali mostruosità. Uno studio commissionato dalla Conferenza Episcopale Americana nel 2004 ha sottolineato che il 4% di sacerdoti e diaconi americani nell’arco temporale dal 1950 al 2002 si sono resi responsabili di atti osceni per reati di ordine sessuali con minori[1].  Solamente una minima parte di questi cioè appena il 0,23% è stato condannato secondo le leggi previste dai rispettivi stati americani. Quest’esempio è eclatante di come le violenze di membri del clero oltre a non venire riconosciute, non vengono condannate e quindi non vengono ripagate dai carnefici. Lo stesso è avvenuto e avviene in tutti gli altri paesi del mondo più o meno nella stessa maniera (si ricordi i preti pedofili irlandesi e quelli americani di Los Angeles, Boston e Chicago dove in quest’ultimi casi anche gli alti ranghi del clero erano a conoscenza dei crimini ed hanno taciuto).

La Chiesa ha sempre cercato di minimizzare, divagare e spesso di negare anche dinanzi all’evidenza. Si trattano di pagine nere della storia e della nostra attualità che in molti casi hanno animato anche un sentimento di astio e di ripugnanza nei confronti della religione e della Chiesa in generale. Si è trattato ovviamente di reazioni esasperate, drammatiche e forse esagerate. Le uniche misure prese (non sempre) dai cardini della Chiesa nei confronti di preti colpevoli è stato quello di trasferirli da una parrocchia ad un’altra, da una diocesi ad un’altra. Misure come la scomunica e la revoca del mandato, dà sempre predilette dal Vaticano, sono state evitate.

La peculiarità del film in questione non è quella di affrontare questo tema difficile che credo sia stato già impiegato in maniere e forme diverse in altri film ma di calare la storia nell’America degli anni ’60, dominata da una morale ancora austera e che si sarebbe rinnovata solamente con i grandi fermenti giovanili, femministi, antimilitaristi del movimento giovanile del ’68. Vediamo più nel dettaglio che cosa succede nel film.

La severa suora Aloysius (Meryl Streep) è direttrice della scuola e ha metodi d’insegnamento molto austeri che prevedono anche punizioni corporali nei confronti degli alunni mentre la suora James (Amy Adams), più giovane, è molto buona e comprensiva nei confronti dei ragazzi. Tutto il film avviene in ambienti religiosi (la scuola retta dalle suore, la canonica e la chiesa).

La sorella James riporta alla superiora Aloysius di un comportamento strano del reverendo Flynn (Philip Seymour Hoffman) nei confronti di un alunno di colore, recentemente arrivato alla scuola, di nome Donald Miller (Joseph Foster). La suora evita di indagare sul reverendo che, secondo la gerarchia ecclesiastica ricopre un ruolo a lei superiore e convoca il reverendo del suo studio per affrontare la questione. Il parroco dà la sua personale versione dei fatti dicendo che il giovane Donald Miller aveva segretamente bevuto il vino delle ampolline per l’eucarestia e così lui l’aveva richiamato per ammonirlo ma affinchè il ragazzo non perdesse il suo incarico di celebrare messa (per aver bevuto alcool) la notizia non venne divulgata dal sacerdote e messa a tacere. La suora James capisce che ciò che aveva intuito era sbagliato ed è contenta nell’ascoltare quanto sia realmente accaduto per bocca del reverendo ma sorella Aloysius non è convinta della sua spiegazione e comincia a dubitare del parroco. Lo tiene sott’occhio, lo osserva, cerca di indagare. Per tutto il film le parole ‘pedofilia’, ‘abusi sessuali’ non vengono mai fatte ma ogni volta che nel discorso ci si riferisce ad esse si parla di attenzioni particolari del parroco nei confronti del ragazzo. Tutto il film è improntato alla ricerca della verità, della sicurezza che però non sarà mai trovata perché il dubbio domina su tutto non permettendo di giungere a una soluzione della questione. Singolare a proposito del dubbio è il sermone iniziale che il reverendo tiene durante una messa nel quale sostiene «Il dubbio può essere una grandissima forza unificante, al pari della certezza».

Il dubbio che aleggia attorno a tutta questa storia è l’impossibilità di avere certezze e sicurezze su quanto realmente sia successo. Tutto resta vago, possibile ed ambiguo. Mentre la sorella Aloysius nutre dubbi sul reverendo, la sorella James dall’altra parte non ne ha nessuno. Alla fine con uno stratagemma la sorella Aloysius riesce a far abbandonare il sacerdote la parrocchia ma la cosa più strana è che il vescovo lo affida ad un’altra parrocchia, elevandolo anche di grado e garantendogli anche la dirigenza della scuola parrocchiale[2].

Il dubbio che si crea rappresenta l’impossibilità di dividere il buono dal cattivo, il sano dal depravato, il vero dal falso ed è una continua corsa e lotta tra gli elementi che costituiscono queste antitesi. L’autore ci suggerisce che tra nero e bianco non c’è il vuoto ma c’è sempre uno spazio liminare indefinito, grigio, nebuloso che pur distanziando le due parti allo stesso tempo le mette in comunicazione. Il bianco e il nero ritornano ampiamente nel film: il bianco dell’innocenza e della verginità dei ragazzi, dell’ostia, simbolo del sacrificio di Cristo, dell’acqua in una delle ampolline dell’eucarestia e il nero del saio del reverendo ma anche quello delle vesti delle suore, il colore della pelle del ragazzo, l’ombra della chiesa, il cielo scuro e il nero del vino rosso in una delle ampolline per l’eucarestia. E’ un contrasto appariscente, quasi stridente. Colori e contrasti che ritroviamo nella copertina del dvd dove una grande croce nera su un campo bianco è impiegata per contenere il titolo, gli attori e tutte le informazioni di produzione del film. L’asta verticale della croce ha la forma del tetto di una chiesa mentre la lettera iniziale del titolo con un carattere antichizzato richiama un’atmosfera gotica. La croce e la Chiesa nella copertina sono colorate di nero mentre il titolo Doubt è riportato in bianco. Non credo sia una scelta dettata dal caso. Se immaginiamo il negativo della copertina siamo sicuri che la nostra interpretazione e simbologia data ai colori rimanga inalterata?

FONTI:

Manohla Dargis, “Between Heaven and Earth, Room for Ambiguity”, The New York Times, 12 December 2008

Jane Wheatley, “John Patrick Shanley’s Doubt: in the Church of Poisoned Minds”,The Sunday Times, 22 January 2009.


LORENZO SPURIO

29-04-2011



[1] Lo studio che fornisce questi dati è contenuto nel testo The Nature and Scope of the Problem of Sexual Abuse of Minors by Catholic Priests and Deacons in the United States, meglio conosciuto come John Jay Report il cui testo completo può essere letto collegandosi al sito http://www.usccb.org/nrb/johnjaystudy/ .

[2] Questo atteggiamento degli alti livelli del clero non deve stupire in quanto anche nella realtà spesso vescovi e cardinali hanno utilizzato il trasferimento da una parrocchia all’altra di sacerdoti compromessi in vicende quali abusi sessuali. Ovviamente il trasferimento si configura sia nel film che nella realtà dei fatti una misura inefficace e insensata poiché le cronache riportano numerosi casi di sacerdoti che trasferiti di sede hanno perseverato nei loro abusi sui minori.