A Fabriano un incontro per ricordare lo scrittore generazionale Pier Vittorio Tondelli

A Fabriano un incontro per ricordare lo scrittore emiliano a 25 anni dalla morte

Sabato 14 ottobre alle ore 17 presso la Sala “D. Pilati” della Biblioteca Multimediale “R. Sassi” di Fabriano si terrà una conferenza a cura dell’Associazione Culturale Euterpe di Jesi tesa a ricordare lo scrittore generazionale emiliano Pier Vittorio Tondelli a venticinque anni dalla sua morte. Aprirà l’evento lo scrittore e critico letterario Lorenzo Spurio (Presidente della Ass. Euterpe) con un saluto d’apertura e un breve intervento introduttivo.

Pier_Vittorio_TondelliPier Vittorio Tondelli (Correggio, 1955 – Reggio Emilia, 1991) personaggio controverso e dibattuto della scena culturale degli anni ‘70/’80: ritenuto maledetto e degenerato, per le tematiche che presentavano i caratteri di un morbo endemico, dunque pericoloso, è stato riscoperto e riletto solo recentemente, a distanza dalla sua morte, permettendo un congruo inserimento nella scena sociale del periodo in cui visse di cui si contraddistinse per eccentricità e grande fame di vita. Il suo primo libro, “Altri Libertini” (1980), ben presto un must del momento tra i giovanissimi, venne accolto con fastidio e riprovazione dall’opinione pubblica d’impostazione conservatrice, difatti la pubblicazione venne di fatto sequestrata perché contenente materiale osceno. Tra le sue altre opere i romanzi “Pao-Pao” (1982), “Rimini” (1985), “Biglietti agli amici” (1987), “Camere separate” (1989) e le raccolta di saggi “L’abbandono” (1981) e “Un weekend postmoderno” (1990).

Lo scrittore e studioso Enos Rota, che fu amico dello stesso Tondelli, ne parlerà al pubblico tracciando la complessità della sua figura umana e letteraria fornendo un puntuale inserimento nel contesto sociale in cui visse. Rota tratteggerà la storia dello scrittore di Correggio passando dal successo letterario, al suo rapporto con i lettori e la sua scrittura emotiva, calda e avvolgente, finanche le controversie, le critiche suscitate. Lo studioso parlerà di questo e altro proponendo un percorso ravvicinato e amicale nella storia difficile e così breve di Tondelli fornendo anche alcune tracce di lettura contenute nel volume di cui è autore, “Biglietti a un amico” (Edizioni Magellano, 2017) dedicato all’amico scomparso.

Stefano Bardi, collaboratore della rivista di letteratura online “Euterpe” con saggi e critiche letterarie, interverrà ponendo un approfondimento in merito all’attività editorialista di Tondelli e in particolare sulla curatela in tre volumi da lui prodotta del noto progetto under 25 “Giovani Blues-Belli & Perversi-Papergang” con il quale si proponeva la valorizzazione di giovani esordienti. Lo stesso Bardi poco tempo fa ha dedicato allo scrittore di Correggio un approfondimento sull’attività letteraria di Tondelli dal titolo “Omosessualità e transessualità. L’amore è sempre amore: Pier Vittorio Tondelli” pubblicato sul numero 18 della rivista “Euterpe” (Gennaio 2016).

Durante l’intero evento verranno proiettate immagini inerenti a Pier Vittorio Tondelli: la sua vita, le amicizie, le sue frequentazioni, tanto letterarie che non, da averne permesso la costruzione di una sorta di mito generazionale, in parte impolverato e che è doveroso ricordare adeguatamente, avendo dettato pagine importanti della letteratura italiana contemporanea.

 

Info:

www.associazioneeuterpe.com

ass.culturale.euterpe@gmail.com

Tel. 327 5914963

 

Biblioteca Multimediale R. Sassi

info@bibliotecafabriano.it

Tel. 0732 709390

 

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Bologna in Lettere 2015, Festival Multidisciplinare di Letteratura Contemporanea III° Edizione – Sistemi d’Attrazione

Bologna in Lettere 2015

Festival Multidisciplinare di Letteratura Contemporanea

CRITICA IMPURA

gic-4-1-cop-defBologna in Lettere 2015

Festival Multidisciplinare di Letteratura Contemporanea

III° Edizione – Sistemi d’Attrazione

Il Comitato Bologna in Lettere, con il Patrocinio del Comune di Bologna, con il Patrocinio – per le iniziative relative alle Scuole – dell’Ufficio Scolastico Regionale per l’Emilia Romagna, in collaborazione con il Centro Studi Archivio Pier Paolo Pasolini della Fondazione Cineteca di Bologna, in collaborazione con Marco Saya Editore, in collaborazione con Cassero Lgbt Center, con il contributo di Coop Adriatica,  presenta “Sistemi d’Attrazione”, la Terza Edizione del Festival Multidisciplinare di Letteratura Contemporanea: “Bologna in Lettere”.

Il Festival si svilupperà in tre weekend nel mese di Maggio 2015: Ven. 15, Sab. 16, Ven. 22, Sab. 23, Ven. 29, Sab. 30. Le prime 5 giornate verranno realizzate nei locali del “Cassero”, Via Don Minzoni 18. Nel corso dell’ultima giornata avrà luogo una maratona non-stop di eventi dalle 11.00 alle 23.00 presso

Cassero Lgbt Center (Via Don…

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“Il grido della terra” di Fabio Clerici, recensione di Lorenzo Spurio

Il grido della terra 
di Fabio Clerici
TraccePerLaMeta Edizioni, 2013
 
Recensione di Lorenzo Spurio 

grido-della-terra-fabio-clericiQuesto libro è un chiaro esempio di come la letteratura non debba e non possa essere meramente per diletto e volta all’intrattenimento, ma debba essere mossa da ragioni di carattere sociale e da un intento solidaristico che ha necessità di essere diffuso con attenzione e rispetto. Il libro di Fabio Clerici che il lettore si approssima a spaginare e a fruirne il contenuto è un resoconto di un “viaggio” un po’ particolare, particolare perché ha in sé solo un elemento tipico del viaggio, ossia quello dello spostamento fisico di una persona dal suo luogo originario. Non si parlerà di visite, fotografie e bisbocciate ma, al contrario, sarà una spedizione umanitaria spinta da un chiaro intento di aiuto, sostegno in una realtà drammatica dettata da Madre Natura. Si susseguono nel libro le descrizioni puntigliose con riferimenti ad orari, toponimi, durate, percorsi le vicende –trattate quasi in maniera cronachistica- come lo farebbe un reporter, un inviato sulla scena in questione, di un uomo che ha preso parte a una missione d’amore e di coraggio nei confronti dei suoi simili.

Il luogo dove si svolgono le vicende narrate è quello della zona emiliana attorno a Rovereto, Finale Emilia e Mirandola dove nel Maggio del 2012 la rabbia della natura scatenò una serie di scosse di importante magnitudo seminando morte, distruzione e abbattendo gli animi della gente: “Il disperato volo di due civette da un cornicione crollato, una folata di vento gelido che colpì alle spalle gli uomini in divisa e un violentissimo boato, furono il prologo di alcuni, interminabili secondi, ove la terra iniziò a sussultare, indietreggiando e avanzando”.

Nella narrazione, dove pure si sottolineano alcuni seri disagi che possono intercorrere in casi di dopo-sisma, come il bieco fenomeno dello sciacallaggio tra i ruderi delle case crollate e l’importanza e al contempo la pericolosità di mettere in salvo persone a mobilità ridotta, anziani e addirittura animali, il testo vira nella parte finale verso una ricerca delle cause, delle concause, come se l’autore voglia mettere sotto processo la natura. La natura che ci ha messo al mondo è benevola ed edenica, ma sa anche essere beffarda e irragionevole colpendo l’uomo alle spalle, lì nei piccoli borghi di provincia, di notte, come una tremenda sterminatrice che risucchia al suo interno per mezzo delle spaccature della terra. La possibilità che il sisma emiliano abbia potuto avere una correlazione con il poco noto fenomeno geologico di sfruttamento delle profondità terrestri da parte dell’uomo, denominato fracking, viene presa in considerazione.

Ma intorno a tanta desolazione, ai paesi spazzati via dall’onda d’urto, rimane la grande dignità del popolo che sa rimboccarsi le maniche e che vuole continuare a lavorare per un futuro: il protagonista assieme alla sua squadra (e a quelle di moltissime altre divisioni e dipartimenti giunte da tutta Italia) darà sostegno e protezione a rischio della propria vita e contribuirà ad inaugurare una nuova fase per la vita di quei luoghi che immancabilmente potrà iniziare solo con l’ordine di abbattimento degli edifici pericolanti.

Ci sarà la ricostruzione delle case e delle chiese e lentamente anche quella degli animi.

Nulla si dimenticherà e quelle ferite che la madre terra ha prodotto sugli edifici e sul terreno, dividendo l’unità e la coesione di cui sempre era stata figura, rimarranno nei cuori di chi ha vissuto quella tragedia. Ferite che non si rimargineranno mai come osserva una ragazza che ha vissuto sulla sua pelle il terrore di quel terremoto nelle lettere finali dove si susseguono frasi paurose e al contempo pregne di dolore in grado di far stringere il cuore al lettore tranquillo sulla sua poltrona mentre sta leggendo. Perché eventi come questi cambiano la vita e la prospettiva dell’uomo con il mondo: “Ritenetevi fortunati perché non collocate gli avvenimenti prima e dopo il terremoto […] Sorridete perché scrivendo su Google immagini il nome del vostro paese non usciranno foto di case crollate”.

L’esperienza di Fabio Clerici ci è utile per avere una prospettiva diversa sulle gravi condizioni di un dopo-terremoto, su uno scenario simile all’apocalittico The Waste Land di T.S. Eliot. Ma non si tenderà al nulla, alla vanificazione di tutto e alla pietrificazione della disperazione: dal misto di sangue, sudore, calcina, acqua, fango, dolore e terrore, ci si incamminerà verso una ricostruzione che, come tutte le ricostruzioni, non sarà facile né lenta. Di certo Fabio Clerici con questa opera consente di aggiungere un mattone in più in quel processo di riedificazione materiale delle città distrutte e contribuisce con un tiepido conforto a sostenere coscienze sopraffatte dalla tragedia.

Lorenzo Spurio

“Il grido della terra” di Fabio Clerici, recensione di Marzia Carocci

“Il grido della terra” MISSIONE EMILIA
 di Fabio Clerici
 TraccePerLaMeta Edizioni, 2013
Recensione a cura di Marzia Carocci
GRIDO-~1Fabio Clerici ha passato tre mesi in missione di soccorso in Emilia, dopo il tragico evento del sisma che ha distrutto, terra, famiglie e quotidianità di una vita normale.
Un libro che attraverso i suoi tredici racconti ,  le sue testimonianze , le fotografie,  diventa un autentico  reportage che attira il lettore in qualcosa che porta alla riflessione e alla consapevolezza di quanta violenza  può produrre una natura che dovrebbe amare i suoi figli.
Un libro che commuove, che ci fa sentire testimoni di uno scempio contro il quale non si può fare nulla se non ricostruire, tassello dopo tassello ogni piccola cosa, ogni   quotidiano gesto, ogni bisogno di normalità perduta.
L’autore, attraverso i suoi personaggi , uomini e donne in divisa, attraverso la loro sensibilità e caparbietà nell’aiutare, ci mostra uno sfondo surreale, dove ha importanza anche una semplice foto, un sorriso e un grazie, dove si respira l’essenza di chi ha subìto, un’essenza fatta di coraggio, di speranza dove le lacrime non servono, ma è utile l’aiuto, la comprensione, la tenacia di esistere e persistere nonostante  la terra tremi e spesso faccia sentire il suo latrare continuo .
Racconti di testimonianze dove tutto è utile; il servizio antisciacallaggio,come supporto alle vittime del terremoto,  quel cancro del male che non teme il dolore altrui, ma anzi, cerca di trarne vantaggio sporcando e infangando una terra già martoriata e denigrata; c’è bisogno di psicologi per aiutare i bambini a recuperare e assorbire l’impatto con il terrore e il cambiamento repentino di vita, ormai lontana dall’essere infanti,poi  serve la mano, l’abbraccio, la pacca sulla spalla, la parola all’anziano e a chi ha perduto irrimediabilmente ciò che è stato della propria vita.
La scrittura di Fabio Clerici è fluida, ricca di particolari e nonostante l’ambientazione, la situazione e la crudeltà dell’accaduto, egli non indurisce l’idioma, anzi ne fa quasi carezza come se volesse usare  una sensibilità particolare alla descrizione di tanto male, egli infatti sottolinea anche passaggi molto commoventi, come l’importanza di una foto per una donna che ormai non ha più niente, la foto di un figlio deceduto giovanissimo, così come descrive la riconoscenza della gente, ricordando i sorrisi, il rispetto, l’educazione.
Dal libro viene fuori un quadro ricco di colori dove non prevale solo il nero, ma tante sfumature di rosa che fanno parte della speranza, della voglia di farcela , il cuore pulsante  di una popolazione coraggiosa, forte, esemplare: quella degli Emiliani, uomini e donne  che nonostante la terra e le sue scosse, l’abbiano inginocchiati, graffiati, insultati, violentati, hanno saputo rimboccarsi le maniche nonostante tutto.
 Grazie all’aiuto fondamentale di gente straordinaria come Fabio Clerici e tutti i volontari del servizio civile e gli agenti di Polizia Locale , questa popolazione non si è arresa e forse sono loro, proprio loro, il GRIDO DELLA TERRA più forte e imponente , l’urlo della difesa alla vita e alla normalità dell’essere umano!
MARZIA CAROCCI

A favore delle biblioteche modenesi: “La luce oltre le crepe”. Recensione di Lorenzo Spurio

La luce oltre le crepe
di AA.VV.
Curatori: Roberta De Tomi e Luca Gilioli
Prefazione a cura di Giuseppe Pederiali
Bernini Editore, 2012
ISBN: 978-88-95822-07-5
Pagine: 65
Costo: 10€
 
Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

Un profondo, cupo brontolio
di nostra, amata, madre terra
e più nulla sarà come prima:
perch’io qua… non son più!
(“Il muto fantasma” di Tommaso Campera, p. 10)

 

ImmagineLa luce oltre le crepe raccoglie poesie di numerosi poeti contemporanei che si sono uniti in questa esperienza lodevole per un fine umanitario: quella di finanziare e salvaguardare le biblioteche modenesi dopo il forte sisma che la provincia emiliana ha subito nel maggio del 2012. I proventi derivanti dalla vendita di questo libro, infatti,  verranno interamente dedicati a questo fine benefico (nel colophon, inoltre, è riportato il codice IBAN sul quale è possibile inviare del denaro per questa causa).

I curatori del testo, Roberta De Tomi e Luca Gilioli, hanno deciso di fare un lavoro di qualità: ce ne rendiamo conto guardando l’immagine di copertina, semplice e significativa, quella di un muro scrostato, rotto e infranto dalla grande forza della natura. L’interno è altrettanto curato e si susseguono liriche potenti in versi per lo più asciutti, scarnificati, dai quali il lettore non farà difficoltà a percepire la sofferenza del poeta che ne ha steso sulla carta quei versi. Perché una crepa è sempre sinonimo di qualcosa che divide, si rompe, che ci conduce a una realtà diversa dalla precedente, poiché ogni rottura in fondo non potrà essere mai più risanata completamente. Rimarranno segni, cicatrici, tracce indelebili nel tempo e soprattutto nella memoria di chi quei traumi li ha vissuti sulla propria pelle. L

’intero progetto che sta alle base di questa pubblicazione, come ricorda egregiamente Giuseppe Pederiali nella nota di prefazione, è quello di “non essere dimenticati, perché qualcuno non faccia finta di non conoscere la gravità di quanto è accaduto”. Il libro si apre con una bellissima poesia di Giuseppina Abbate che tratteggia il misto di sensazioni di quella notte tremenda in cui “il buio divenne veglia e morte” e poi la terra che trema, le macerie, le urla e la polvere tanto da far pensare che sia davvero arrivata la fine del mondo, “come se il maestro avesse rotto l’incanto” (p.2). La poetessa conclude speranzosa che la notte che si succederà sia “senza paura di scosse e lamelle” (p.3), ma sappiamo che non lo sarà: tanto il terrore di chi ha ancora la morte negli occhi che non consentirà nel breve e forse mai di non aver paura: “Mi addormenterò ancora,/ ma chi ho fatto sussultare/ vivrà sempre con quel singulto/ nel cuore” scrive Miriam Ballerini in “L’Italia che trema” (p.5).

Perché la natura si accanisce sull’uomo? C’è una ragione? C’è un disegno che sottende alle calamità naturali? Il poeta Alfredo Bruni in “Terremoti” fa sue queste considerazioni chiedendosi se eventi come questi siano “legg[i] di natura” (p.8) per passare a vedere poi nell’uomo stesso e nella sua attività spregiudicata l’origine di catastrofi come queste, mentre Roberta De Tomi, riferendosi alla natura, si chiede: “E’ davvero matrigna?” (p. 21). L’immagine della madre natura come divinità del Creato, florida e fertile, lascia il posto a un’arcigna creatura degli inferi che genera male e dolore: “madre terra diventi maligna/ più non ci abbracci/ ma di dosso ci scrolli/ come fastidiosi insetti” scrive Giovanni Degli Esposti in “Ricominciare a contare ancora” (p. 22). Daniela Gregorini in “Ricostruire” scrive: “S’arrende, questa pianura/ all’autorità della Madre. Despota” (p. 39).

finale_emilia_torre_orologio4_1Luca Artioli nella sua “E siamo stati come case” sottolinea l’inesistenza e la perdita stessa d’identità dell’uomo privato della sua dimora, il complesso di affetti, ricordi e speranze. L’elemento fisico e materiale è ormai perduto, infranto, deteriorato tra le macerie; rimane lo spirito abbattuto dell’uomo: “le poche cose rimaste/ora si radunano in gesti” (p.4), e Marzia Carocci nella sua “Tutto tace” ci da’ l’immagine di un paese nel quale non si ode più nessun rumore dopo la tragica scossa che ha prodotto un atroce boato e fatto crollare case. C’è silenzio e assenza: la poetessa cerca di dare senso all’esistenza, ma i chiari simboli della normale vita dell’uomo sono ormai violentati e scomparsi: “Le case senza tetti,/ le chiese senza Croci/ la Croce che tu invochi/ per riveder la luce” (p.12).

Respiriamo i colori e i profumi di un territorio locale, quello della Bassa, della provincia modenese  (“quella terra che amo/ e che mi ha tradito” per usare i versi di Maria Michelina Castelli, p. 13) in uno scenario desolante dove sembra che non ci sia più speranza e possibilità di rialzarsi. Quelle suggestioni che questa terra infonde in chi l’ha vissuta, l’ha conosciuta o tutt’ora la vive, sono esse stesse motivo per andare avanti a testa alta, rifuggendo spiccioli atteggiamenti vittimistici che non porteranno a niente.

Il terremoto non è solo morte e desolazione, ma anche una riflessione sulla vita per chi rimane su questo mondo, una chiamata non-voluta a riscrivere se stessi, una sfida potente lanciata dalla natura che violentemente detterà per sempre l’esistenza della società. Le macerie, la polvere, le grida, il sangue e le lacrime sono immagini ricorrenti in questo scenario apocalittico dove ogni certezza è ormai sfumata per sempre lasciando l’uomo in un inquietante limbo alla mercé del freddo, della mancanza di riparo, della privazione di cari e del delirante dubbio alla ricerca della ragione per la quale la natura prima da’ all’uomo, per poi togliergli tutto, compresa la vita stessa. Il sisma è così sinonimo di cesura tra un prima e un dopo, tra la spensieratezza e la depressione, tra la felicità e l’angoscia. Anche se la terra ha tremato per una manciata di secondi, gli uomini rimarranno scossi per sempre: “Mentre la vita cambia,/ il dopo prevale sul prima/ di una serenità incrinata/ come un bicchiere di cristallo” (“Dopo” di Roberta De Tomi, p. 21).

La forza destabilizzatrice che si sprigiona dal centro della terra, il terremoto, viene descritto dai poeti nelle forme più varie, utilizzando parallelismi, metafore o analogie: per Pierina Cilla è  “il dubbio che corre nel filo del tempo” (p. 15), per Vincenzo Ciminello è “[l’] attimo prima del boato” (p.16), per Giovanni Degli Esposti è “un sisma universale delle anime” (p. 22), per Andrea Garbin è  “una sorta di tonfo” (p. 31), per Giorgio Mancinelli è “il rimuginare della Terra” (p. 46), mentre per Pietro Pontieri è “un’anteprima d’Apocalisse” (p. 55).

In “Tremuli pioppi” di  Pietro Erasmo Fasani (p. 25) il poeta mette in luce la cattiveria umana che si sprigiona in un momento tragico come quello del dopo-sisma: lo sciacallaggio tra i detriti delle case mentre in “Terremoto”, Silvano Fini (p. 27) ricorda l’impegno umanitario di civili e forze dell’ordine per cercare di salvare vite: “Tanti angeli si sono prodigati/ rischiano la medesima vita/ per soccorrere, aiutare e salvare” (p. 27). E sono queste due poesie, poste una di seguito all’altra a mostrare la doppiezza dell’animo umano di fronte alla tragedia e alla distruzione di tutto: chi si è salvato e furtivamente ruba qualcosa tra le macerie o si introduce nelle case dichiarate inagibili e chi, invece, consapevole del rischio che corre, si dona alla società cercando di salvare vite.

C’è voglia di fare e di ricostruire.

Ricostruire una casa è come ricostruire se stessi e rinascere: “Bambino mio, sogna ancora/ e non piangere non piangere/ c’è tanto da rifare/ dal sorriso alla carezza/ ricostruire tutto nuovo” (“!SPACCA CASCA SPACCA!” di Serse Cardellini, p. 11). Maria Grazia Fabbri in “La tua Finale” (Finale Emilia fu la città più interessata dal sisma) chiude la lirica con speranza, voglia di andare avanti, come uno spiraglio di luce che, seppur fioco, riesce a rompere le tenebre: “Appena la terra smette di tremare/ ci mettiamo tutti d’accordo/ e pietra dopo pietra/ con le nostre braccia/ lo tiriamo su il nostro paese.// La torre dell’orologio e il castello/ il duomo, il municipio e il teatro/ e vedrai papà che lo torniamo a fare/ ancora più bello” (p. 24). Forte è il bisogno di ricostruire il passato per dar senso al presente e per affidarsi al futuro.

Questo libro è un mattone importante nel processo di ricostruzione delle coscienze del dopo-sisma emiliano che può e deve essere preso come modello di quel desiderio insanabile dell’uomo di celebrare la vita anche quando sembra che la disperazione sia ormai padrona di tutto.

 

La terra ha urlato
-ma oggi ha ancora il suo domani-
avvolto il cuore nell’abbraccio
siamo vivi –vivi!-
Figlio.
(“29 Maggio” di Sara Bellingeri, p. 6)

  

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico-recensionista)

 

Jesi, 14-02-2013

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Il viaggio di Emilia” di Anna Maria Balzano, recensione di Lorenzo Spurio

Il viaggio di Emilia
di Anna Maria Balzano
Qulture Edizioni, 2011
ISBN: 9788890587665
Pagine: 88
Costo: 11 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

Tutto era cambiato. Ebbe nostalgia di quei pochissimi anni di cui aveva memoria che erano stati felici con la mamma e con il papà. Erano passati come un lampo. Tutto il resto era stato affanno e sofferenza… (76).

 

p012_1_00Quando nel passato si è sofferto molto, spesso ci risulta difficile convivere giornalmente con le foto o con gli oggetti che in sé hanno cristallizzato quei momenti. E’ per questo che Emilia, protagonista del romanzo Il viaggio di Emilia di Anna Maria Balzano si prepara a fare una cernita delle vecchie cose: cosa tenere e cosa buttare.

Siamo nella Napoli del 1978 e la protagonista prende a narrare la tormentata storia passata della sua famiglia suggestionata dalla visione di una vecchia foto: “Passò la mano sulla foto per eliminare un leggero strato di polvere che la rendeva più opaca e con i polpastrelli percorse i contorni e i piani del palazzetto, come se quel contatto fisico avesse il potere di rianimarlo e restituirgli quella vita che gli era appartenuta” (8). Da qui, come in un vero e proprio flusso di coscienza, partono i ricordi, le immagini, tutte dominate da una certa tristezza. La protagonista ricorda della morte del padre e del grande amore ricevuto dai nonni, piuttosto che dalla madre Anna che, invece, oltre ad essere spesso lontana da lei per motivi di lavoro si scopre presto attratta da un altro uomo. Il nuovo matrimonio della madre con un certo Renato, sconsigliato dai genitori della donna e malvisto dalla giovane Emilia, sembra inizialmente inaugurare una fase di spensieratezza e tranquillità per Anna, ma ben presto le cose cambiano. Renato non mancherà di mostrarsi violento e prepotente, interessato solo agli interessi dell’azienda della quale diviene il principale benefattore. La solitudine di Anna e l’indifferenza del marito nei suoi confronti la conducono a uno stato di apatia e il marito la farà ricoverare in una struttura psichiatrica. Emilia, la giovane protagonista, pur consapevole di ciò che succede sotto i suoi occhi, non è in grado di cambiare le cose e, pur volendo bene a sua madre, si trincera sempre dietro l’amore dei nonni che, però, malati ed anziani, nel giro di pochi anni vengono a mancare.

Ma in questa difficile storia familiare ambientata nel secondo dopoguerra, nel momento della ricostruzione, si innesta anche la storia di Giulia, figlia di un dipendente dell’azienda che era stata dei familiari di Emilia. Le due divengono amiche anche se poi un po’ per motivi di studio, un po’ per altre ragioni, finiscono per separarsi. Una serie di altri avvenimenti drammatici quali lo stupro di Giulia, l’uccisione del prepotente Renato e il processo contro Anna, ritenuta colpevole dell’omicidio si intrecceranno nel romanzo chiarendo solo nelle pagine finali i relativi collegamenti.

Niente è banale. Anna Maria Balzano costruisce un romanzo molto ricco dal punto di vista dei sentimenti, sottolineando quanto la gratuita crudeltà di un uomo possa rovinare la vita di varie persone. Un’acuta riflessione sul dolore che produciamo agli altri senza rendercene conto, un elogio del fatalismo e una considerazione sul senso tragico del vivere che, oggi come ieri, sempre caratterizza le nostre esistenze:

“Mi sono chiesta se fosse Dio che voleva questo. Ma se Dio è buono, Emilia, perché dovrebbe permettere che accadano queste cose?”

Emilia non sapeva rispondere a questa ingenua e semplice domanda di Giulia.

“Non lo so, Giulia. Non credo che ci siano cose giuste o ingiuste al mondo. Ci sono cose che accadono” (82).

 

Lorenzo Spurio

Jesi, 26-01-2013

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