“Tre donne. Una storia d’amore e disamore” di Dacia Maraini, recensione di Gabriella Maggio

di Gabriella Maggio 

9788817096966_0_0_0_75.jpgTre donne, Gesuina la madre, Maria la figlia, Lori la nipote, vivono nella stessa casa, ma ciascuna chiusa nei propri desideri e insoddisfazioni. La madre, già attrice di teatro ma ora infermiera occasionale per vivere, insegue con apparente leggerezza il gioco dell’amore non ostante i sessant’anni. Maria regge la casa e provvede ai bisogni della famiglia con un intenso lavoro di traduttrice dal francese. Lori è una ragazzina temeraria, una diciassettenne alla ricerca di una vita autonoma, studentessa svogliata, impegnata a proteggere i suoi pensieri intimi dalla curiosità della nonna.  La storia ha come centro l’amore nelle sue varie vicende ed è raccontata attraverso il  diario di Lori, le registrazioni di Gesuina e  le lettere che Maria scrive a François,  un fidanzato bello e misterioso che vive in Francia e che lei incontra soltanto nei periodi di vacanza. La quotidianità di queste tre donne, che talvolta stride per la contiguità degli spazi, viene interrotta dall’arrivo di François nel periodo natalizio. Da allora niente sarà più come prima. Il romanzo prende una piega drammatica che farà crescere sia l’attempata Gesuina che l’irruenta Lori attraverso l’esperienza della cura di Maria di cui diventano madri, assumendone consapevolmente il ruolo dopo una ininterrotta esperienza filiale. Dacia Maraini narra con levità, con un sorriso di profonda comprensione, la storia di tre generazioni di donne, già prima provate dalla vita con la perdita prematura del marito e del padre. Se l’amore è indubbiamente il tema principale del romanzo grande importanza ha anche la letteratura non vista come fuga dal mondo, ma come educazione ai sentimenti e alla sensibilità per orientarsi nel mondo. Gesuina, che da giovane ha interpretato Mirandolina in La locandiera di Carlo Goldoni, è rimasta fedele al suo personaggio, è intraprendente, amabile, ma attenta a non infrangere gli equilibri, anche quando spinge al massimo il suo gioco seduttivo con i corteggiatori.  Sarà lei che ricomporrà la famiglia alla fine del romanzo. Maria, madre svampita ma coltissima, traduttrice di Madame Bovary di Flaubert come Emma non vive nella realtà, ma evade scrivendo lettere all’ambiguo François, proiettandosi nei ricordi dei viaggi già fatti con lui o in quelli futuri. La realtà è goffa, come il povero Charles del romanzo, e non l’appaga. Vive come se soltanto la letteratura desse ordine e senso alle approssimazioni del mondo. Più letterariamente restia è Lori che affronta le situazioni con immediatezza e talvolta con inconsapevolezza; soltanto alla fine della storia prenderà un libro in mano e darà  tregua all’insofferenza, lasciando il grugnito rabbioso per il sorriso e il garbo. In questo mondo di donne gli uomini sono meteore, morti giovani o frutto di una attrazione momentanea. Fanno eccezione con la presenza continua  nel romanzo il fornaio Simone che propugna con tenace coerenza la sua filosofia dei baci e François che è il motore dell’azione. Intorno alla casa delle tre donne l’insensatezza della città. Gli incendi dolosi, appiccati per puro divertimento da giovani che non sanno come trascorrere le loro giornate, per un momento annuvolano la scena, ma la scrittrice attraverso le parole di Gesuina afferma la sua fede nella ragione e con leggerezza le fa  volgere lo sguardo ad altro: “ mia nipote Lori sembra rinata assieme al suo bambino”.  Ecco la vita continua e porta anche cose belle, un bambino sano e forte che ha voglia di crescere, i tulipani olandesi che attecchiscono e mettono foglie e fiori, la solidarietà e la cura degli altri. E questo conta. Le cose belle della vita sono soltanto quelle semplici ed essenziali e a queste si deve guardare con fiducia. Grande prova narrativa ed esistenziale di Dacia Maraini, fedele sempre ai suoi temi e al suo stile asciutto e ritmato sul carattere dei personaggi.

GABRIELLA MAGGIO

 

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“Un figlio dimenticato: Giuseppe Gerini”, articolo di Stefano Bardi

Monte San Vito è un piccolo paese dell’entroterra marchigiano con appena 6.887 abitanti. La sua economia si basa principalmente sulla produzione dell’olio e del vino. Uno dei suoi figli più illustri, sebbene sia per lo più dimenticato, è il poeta Giuseppe Gerini, qui nato nel 1895. Non si conosce il luogo e la data della sua morte; per poter avere maggiori note biografiche è necessario riferirsi alla storica Sandra Cappelletti[1] che riferisce che il poeta fu sempre legato al suo paese natale dove spesso ritornava durante i periodi estivi, per poter godere della calda affettuosità della gente ritrovandovi la sua interiore spiritualità.

Per mezzo delle ricerche condotte dalla Cappelletti emerge il “Gerini ardito” far part, nel Primo conflitto mondiale, al Reparto d’Assalto delle leggendarie “Fiamme Nere” e in seguito aderire al nascente Partito Fascista di cui – pare – condivideva le finalità. Di certo della sua vicenda umana si ricorda del suo insegnamento presso la scuola media di Fiume dove poi, da giornalista, fonderà, nel 1935, la rivista Termini. Presidente dell’Istituto di Cultura Fascista della Provincia del Carnaro, allo scoppio della Seconda guerra mondiale lo si vedrà lasciare l’incarico per arruolarsi, di nuovo, nel Reparto d’Assalto delle “Fiamme Nere”.

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Un’opera di Giuseppe Gerini

Come poeta Gerini ha lasciato numerose opere: Bonae manus (1928), Alanda (1929), In ascolto (1932), Nel mio eterno (1940), Armonie velate (1943), Motivi e canti (1944), Dentro celeste sponda (1949), Alba migliore (1952), Tre pietre (1956), Canti di Boccadasse (1959), e l’opera omnia Poesie 1928-1962 (1963).[2]

Poeta che può essere definito come vate lontano dalle canoniche ombrose tematiche della poesia italiana; le sue liriche siano colme di dolcezza, musicalità e trasparenza. I suoi sono versi dove traspaiono ansiose problematiche e interrogazioni al mistero che trasformano la sua lirica in una poesia atavica e immanente.

La sua produzione poetica ha origine dagli affetti familiari, in particolar modo esaltati ricordando con riferimento alla madre; nella poesia “Il pulcino” la figura materna viene concepita come una donna buona, generosa, spiritualmente straziata per la morte dei suoi quattro figli.[3] Madre, vista dal poeta di Monte San Vito, con gli occhi di un bambino, anzi di un pulcino, nel quale egli si riconosce e s’immedesima. La perdita materna, assieme a quella della figlia Magda[4], è ricordata nell’opera omnia Poesie 1928-1962, nell’ultima sezione dal titolo Elegie per Magda.

Accanto ai temi familiari, anche il tema della terra natia è presente nella poesia geriniana. Se ne ha conferma attraverso la poesia “Terra marchigiana”, dove la terra natale è vista dal poeta come un luogo magico in cui nascono fantastiche storie, che volano fino al firmamento celeste trasformandosi in nuvole, dalle forme familiari.[5] È nella poesia “Ridiscendo la costa” che il poeta, attraverso il potere magico della pioggia, rivede i suoi luoghi natali (campagne e campi di grano), come i luoghi dell’infanzia[6], nei quali egli stesso si sente protagonista sotto la forma di nuvola creata dal dolce suono di zufolo[7].

Famiglia, terra natia, natura, tutto questo si riscopre attraverso le poesie: “L’albero, il fiore”, “All’usignolo”, e “Il sole prigioniero”, quest’ultima dai toni futuristici come poi vedremo nel susseguo dell’analisi. Nella prima lirica questi due elementi naturali, sono concepiti dal poeta come delle creature con un’anima che, al pari degli Uomini, sono sottomesse all’amore che è gioia, bontà, fratellanza, ma anche lacrime, strazi, dipartite e, come gli Uomini, anche questi figli di Madre Natura, si godono attimi di quiete e consumano esistenze senza lacrime.[8] Nella seconda lirica c’è un forte rimando alla poesia “Il passero solitario” di Leopardi. In entrambi i poeti il meraviglioso canto degli uccelli viene messo in risalto poiché il loro canto, da sempre, conserva la sua trasparente, dolce musicalità. Niente di questo, però, è paragonabile al maestoso canto della natura costituito dal silenzio, che neanche il canto umano osa spezzare[9]. La terza e ultima lirica può essere considerata come una poesia futurista poiché, al pari della poetica marinettiana, la natura geriniana è una natura meccanica e bellica, dove i suoi uccelli d’acciaio, portatori di morte, sono dotati di un’oscura anima capaci di esaltare violenza, strazio, innocenti pianti.

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Uno scorcio di Monte San Vito, piccolo centro dell’Anconetano dove il poeta nacque.

Altri due temi sono trattati dal nostro poeta, ossia quello di Dio e quello sulla morte. Per quanto riguarda il primo, dobbiamo riferirci alle poesie “E, se ritorni” e “Siamo la tue messe”. Nel primo testo Dio è concepito dal poeta marchigiano come l’unico e vero “padrone” di tutti noi poiché, solo Egli, può comandare ogni nostra intenzione e solo Lui è capace di fermare ogni nostra mala azione.[10] Più precisamente un padre, che ci farà risorgere dopo la nostra dipartita, per vivere assieme a Lui un’eterna esistenza.[11] Nella seconda poesia, invece, gli Uomini sono paragonati a dei chicchi di grano in mano a Dio che saranno da Lui seminati per poi crescere in nuove Terre, senza che nessun vento oscuro li possa scalfire[12]. Per quanto riguarda il tema della morte o dell’eterno sonno dobbiamo prendere in considerazione la poesia “Cimiteri”. Luoghi, questi, dove l’unico linguaggio usato dal poeta è quel silenzio che a volte all’improvviso spezzato dal demoniaco canto del merlo, fa di conseguenza sanguinare il firmamento, accompagnando le anime che camminano sugli andini sacri dei cimiteri.[13]

STEFANO BARDI

 

Bibliografia di Riferimento:

Antognini Carlo, Scrittori marchigiani del Novecento, Ancona, Bagaloni Editore, 1971, 2 vol., Tomo II – Poeti.

Calcaterra Carlo, Scrittori dell’Ottocento e del primo Novecento, Torino, Società Editrice Internazionale, 1936.

Cappelletti Sandra, Monte San Vito: castello terra comune, Monte San Vito, Comune di Monte San Vito, 1999.

De Robertis Giuseppe, Scrittori del Novecento, Firenze, Le Monnier, 1958.

Gerini Giuseppe, Poesie 1928-1962, Parma, Guanda, 1963.

Spurio Lorenzo, Convivio in versi. Mappatura democratica della poesia marchigiana, Sesto Fiorentino, PoetiKanten, 2016, 2 vol., Tomo I-Poesia in lingua italiana

 

                       

[1] Sandra Cappelletti, Monte San Vito: castello terra comune, Monte San Vito, Comune di Monte San Vito, 1999, p. 312.

[2] Lorenzo Spurio, Convivio in versi Mappatura democratica della poesia marchigiana, Sesto Fiorentino, PoetiKanten, 2016, 2 vol., Tomo I-Poesia in lingua italiana, p. 435; C. Antognini, Scrittori marchigiani del Novecento, Ancona, Bagaloni Editore, 1971, 2 vol., Tomo II – Poeti, p.120.  

[3] Giuseppe Gerini, Poesie 1928-1962, Parma, Guanda, 1963, p. 25 (“[…] or che degli otto folletti / quattro ti dormono in fila nei letti / del cimitero […].”)  

[4] Ivi, pp. 155-175.

[5] Ivi, p. 13 (“[…] La seta dei miei versi, / perché tessa nell’aria / care forme.”)

[6] Ivi, pp. 8-11 (“[…] Ridiscendo la costa, / anni belli, / zufolo / a quella stria di nuvole leggere.”)

[7] Zufolo = strumento a fiato tipico della Sardegna costruito in legno, che emette il suono di un fischietto.

[8] Giuseppe Gerini, Poesie 1928-1962, Parma, Guanda, 1963, p. 37 (“Creature, senza parole / schiavi d’amore e morte / anch’essi, / colgono l’ora serena, / l’attimo senza pena, […].”) 

[9] Ivi, p. 67 (“[…] lo spirito notturno delle valli / non la gola dell’uomo ti risponde.”)

[10] Ivi, p. 111 (“[…] a Lui che tiene  il mondo, tiene tutto, / regola il ritmo delle vene ai polsi: / regola e ferma […].”)

[11] Ibidem (“[…] Sarà per sempre tuo penso, / quanto ne avrai: e ciò che è tutto. / Si, tutto. Veramente.”)

[12] Ivi, p. 112 (“[….] E quali, lo sai tu che ci raccogli / e ci riposi. Siamo la tua messe, / Signore. E di noi / forse seminerai tutt’altri campi / al d là degli spazii oltre il tempo / per fioriture nuove e senza morte.”)

[13] Ivi, p. 147 (“[…] Segui le nere spole / che suonando improvvise / rigano l’aria e si occultano / nelle verdi dimore. / Odi il canto del merlo / lungo i mesti viali. / Adàgiati, se puoi / ad ascoltare come stanno i morti.”)

 

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Le vicende di un’intera famiglia tra varie generazioni: “L’inatteso” di Cinzia Perrone (Recensione di L. Spurio)

Cinzia Perrone, L’inatteso, Del Bucchia, Massarosa (LU), 2017.

Recensione di Lorenzo Spurio

 

23172642_363777467384562_2642203604729630886_nUna vicenda intricata dai toni per lo più amari quella raccontata da Cinzia Perrone, l’autrice partenopea da vari anni attiva a Jesi che ha recentemente pubblicato anche Mai via da te (Montedit, 2017), cronica romanzata di un momento personale di particolare tormento.

Qui, in L’inatteso (Del Bucchia, 2017), l’autrice ha predisposto una trama dal contorno storico. La cornice permette di iscrivere la storia all’interno di una data fase storica – anche ampia, come vedremo – che ha contraddistinto la vita sociale del nostro Paese. Non un romanzo storico propriamente detto, dunque, ma una serie di episodi collegati alla famiglia Selvaggi che danno vita, nel trascorso generazionale, a vicende successive, digressioni nonché incroci tra personaggi e curiosi ribaltamenti.

La narrazione, dalla cadenza spigliata e dalla preferenza semantica per un lessico piano e d’uso comune, prosegue in maniera piacevole tra i vari capitoli che compongono la densa narrazione. Densa per la gran quantità di personaggi che intervengono a costruire il romanzo, tra figli, nipoti e cugini, tutti in qualche modo legati tra loro – non solo per questioni meramente genetiche – ma per le tematiche di fondo che la Perrone sviscera.

Dal capostipite seguono almeno quattro generazioni che vanno a coprire un tempo superiore a un secolo, aprendosi la narrazione in un’età di fine ‘800 e concludendosi – intuiamo dai riferimenti – attorno agli anni ’70-’80 del Secolo scorso. In questa ampia fascia temporale nella quale l’Italia visse momenti critici come le due guerre mondiali, le problematiche relative alla Ricostruzione, il dominio del ventennio, la transizione democratica e tanto altro ancora alla Perrone non interessa ricostruire fedelmente, dando validi appoggi cronachistici, ciò che nel tessuto socio-economico-politico accadeva. Piuttosto – come già si è accennato – i rimandi a determinati periodi della storia (le due guerre, il regime, etc.) servono per meglio contestualizzare gli episodi di alcuni membri della famiglia e di darne, nel loro continuum, un tracciato completo di nascita, crescita, sviluppo e diffusione di un ceppo familiare.

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L’ambientazione – a differenza della cronologia – non è ben chiarita per espressa volontà dell’autrice ma non è difficile capire, da alcuni piccoli elementi sparsi qua e là, che ci troviamo in una qualche realtà di provincia del Meridione; quel regno del sud dei Borboni che di lì a breve tramonterà, aveva consentito un certo benessere sociale anche per mezzo di un propulsivo incentivo alle attività agricole. Si tratta comunque di un ambiente che la Perrone preferisce non connotare in maniera troppo netta né distintiva per permettere forse di poter leggere la storia come universale, come possibile di ogni ceppo familiare.

Difatti ciò che viene narrato appartiene alla consuetudinarietà della vita: tra figli non voluti, abbandoni, matrimoni che finiscono, allontanamenti, privazioni, precarietà e tanto altro ancora. Notevole il fatto che in tale ampio excursus episodico di vicende umane e familiari la Perrone abbia voluto riferirsi – nella narrazione delle nuove generazioni – a tematiche assai importanti e diffuse la cui trattazione è stata ed è nevralgica nella nostra società contemporanea. Mi riferisco alla questione delle ragazze-madri che consente di parlare e approfondire i temi del pregiudizio sociale, nonché delle difficoltà economiche e psicologiche di sostenere la crescita di un infante in mancanza dell’altra figura genitoriale. Meritano la giusta attenzione anche lo scottante episodio dell’abbandono del tetto coniugale (tema comunemente stigmatizzato come lascivia e immoralità della donna, in decadi a noi non troppo lontane) a seguito di episodi di violenza domestica. Non ultimo per importanza è anche il fatto di aver posto attenzione verso l’universo dell’omosessualità (altro tema che nella nostra società continua a essere stigmatizzato) e di aver, in qualche modo, proposto con la fusione abitativa dei due fratelli (ragazza-madre e omosessuale) un nuovo tipo di nucleo sociale – se non proprio di famiglia canonicamente detta – che può esser valido e aiutare la crescita dell’infante che, per lo meno, matura in un contesto d’amore e di pace tra gli adulti.

Lorenzo Spurio

Jesi, 02-12-2017

 

La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.

Lorenzo Spurio intervista la poetessa albanese Irma Kurti

Intervista a Irma Kurti

A cura di Lorenzo Spurio 

L.S.: In quale città/zona dell’Albania sei nata e vissuta? Puoi raccontarci qualche episodio della tua infanzia?

I.K.:  Sono nata a Tirana ma ho passato l’infanzia a Elbasan, una città situata nella zona centrale del paese. I ricordi dell’infanzia, anche se priva di tanti giochi e gioie, sono sempre coperti da un velo di nostalgia. Ricordo gli attimi in cui salivo sul palcoscenico a cantare, le domeniche quando le donne pulivano il cortile e la polvere copriva tutto, anche i nostri pensieri, le passeggiate nella via principale costeggiata dagli alberi vicino ai marciapiedi. Provo ancora una specie di ansia quando mi vengono in mente le corse che facevamo per rifugiarci nel tunnel sotterraneo davanti al palazzo per proteggerci “dall’attacco nemico”. Erano simulazioni che venivano fatte per simulare un’eventuale invasione: momenti difficili che incutevano angoscia e paura. Sentivamo la sirena dell’allarme a qualsiasi ora della notte. Ci alzavamo di fretta, i nostri genitori ci preparavano, ci vestivano come delle bambole. Eravamo addormentati e terrorizzati, ma non c’era tempo di fare domande perché dovevamo scendere velocemente. Il volume della sirena era forte ed era minacciosa, come se appartenesse a un’altra epoca. Sento ancora oggi il velocizzarsi dei battiti cardiaci di quella bambina spaventata che ero, che fissava con occhi spalancati scene reali e irreali al tempo stesso, che la circondavano.

L.S.: Che ricordo hai del tuo paese?

I.K.: Ricordi vividi e altri sfocati. Non dimentico ore e giorni interi passati al buio per la mancanza dell’energia elettrica. Il festeggiamento del Capodanno al freddo, sotto la tenue luce della candela, il terrore di vedere per strada persone armate con kalashnikov che sparavano all’impazzata, le notti passate in bianco a causa dagli spari che mi uccidevano la serenità, la preoccupazione e la tristezza negli occhi dei miei genitori mentre invecchiavo anch’io con loro.

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Irma Kurti

L.S.: Come era la vita durante la dittatura comunista di Hoxha?

I.K.: Una vita non vissuta direttamente, in prima linea, ma dettata dagli altri che ti infondevano perfino i pensieri. Eravamo soltanto degli automi in un sistema che ci aveva rubato l’anima. Giorni colmi di demagogia. L’arte e la letteratura erano completamente politicizzate. Nei festival, per esempio, c’era l’obbligo di presentare canzoni dedicate al partito del lavoro e al suo leader. Ciò succedeva anche con le opere poetiche. Qualche anno fa ho trovato un block notes con delle poesie scritte per un pubblico infantile durante gli anni 1986-1990. In un verso c’era scritto: “Quando ci chiama la patria/siamo tutti i suoi soldati”. E in un altro: “Ogni giorno cresciamo felici/sotto il sole del Partito”.

L.S.: Quali restrizioni e negazioni hai sofferto principalmente?

I.K.: Ho fatto la scuola media superiore a Tirana perché nella città natale non c’era la scuola delle lingue straniere. Il primo anno ho vissuto al convitto, ma ho dovuto abbandonarlo perché le condizioni sanitarie erano scarse: non c’era acqua calda e la qualità del cibo era scadente. Mi ha ospitato mio zio. Dormivo poco, mi svegliavo alle tre o alle quattro di notte dalle voci della gente in coda per comprare latte, uova e yoghurt. A volte chiacchieravano semplicemente, altre discutevano a chi toccava per primo il turno. Quelle voci le sento ancora. Nella camera dove studiavo e mi svegliavo senza più riuscire a dormire, si è plasmato il mio carattere. Da ragazza vivace, alla quale piaceva scherzare, imitare amici o insegnanti davanti alla classe, che prendeva l’iniziativa, recitava e cantava sul palcoscenico, sono diventata timida, riservata e malinconica.

L.S.: Quando e perché sei giunta in Italia?

I.K.: Sono arrivata in Italia nel 2006. La procedura per ricevere il permesso di soggiorno sarebbe terminata l’anno dopo. In quel periodo a mia madre, che nel frattempo soggiornava a Bergamo, venne diagnosticata una malattia grave e così decisi di raggiungerla per starle vicino.

L.S.: Quali sono le immagini che più ti legano al tuo paese natale?

I.K.: L’immagine più cara è il nostro piccolo appartamento a Tirana. Lì respirano i ricordi e i sogni di quando eravamo una famiglia. Non c’erano luce, acqua, riscaldamento, ma avevamo l’uno e l’altra e quel grande affetto che ci aiutava a sopravvivere nelle situazioni difficili. Penso a quell’appartamento come a un essere umano. Quando piove, nevica o in un giorno normale il mio pensiero corre lì: “Si bagneranno i vetri, il balcone cadrà a pezzi dalla nostra mancanza?”. 

al-areaL.S.: Quali spazi (mare, collina, etc.) hanno contraddistinto la tua infanzia/adolescenza e quale ricordo hai di essi?

I.K.:  Un palazzo a forma di L mi suscita sempre una nostalgia indescrivibile.  Lì, nell’angolo, dove si incontravano le due ali della L, si trovava il mio appartamento. Dietro l’edificio si estendeva un parco immenso dove giocavamo o passeggiavo con i miei. A volte provo il desiderio irrefrenabile di andare e bussare in tutte le porte dei vicini, ma temo l’assenza di quelli che non troverò: persone care che non potrò mai più riabbracciare, perché se ne sono andate per sempre. Non avevo giocattoli, non avevo una camera tutta mia, non avevamo televisore e quando l’abbiamo comprato guardavamo un solo canale; abbiamo vissuto con poche cose, con tante carenze, ma tenevamo le porte spalancate nel vero senso della parola. Entravamo senza bussare a casa dei vicini. Quella sensazione di farne parte di una grande famiglia non l’ho più provata e credo che non la proverò mai più nella vita.

L.S.: Torneresti a vivere in Albania?

I.K.: No.  Solo le situazioni della vita dovessero riportarmi lì per qualche ragione.

L.S.: L’Albania di oggi è un paese vivibile? Che futuro intravedi?

I.K.: Conosco emigrati che sono tornati o che vogliono tornare al loro paese d’origine. Conosco italiani che amano l’Albania e hanno programmato di andare a vivere lì. Tante cose sono cambiate, ma altre sono ferme o si trascinano com’erano. Anche se sono passati ventisette anni dall’apertura delle frontiere, l’economia non si è sviluppata granché, c’è tanta povertà e il sogno di tante persone resta ancora quello di emigrare. Intravedo un’Albania invasa dai turisti, a ragione delle sue bellezze naturali e genuine ma anche per l’ospitalità e la cordialità della gente.

L.S.: Cosa c’è, nell’anima del popolo albanese, nel suo modo di fare, nel suo atteggiamento che ti manca e che non c’è nel popolo italiano?

I.K.: In Albania non esistono gli orari e, di conseguenza, neanche l’ansia perché si è in ritardo. La gente sta seduta per ore davanti a una tazza di caffè, il tempo non ha il valore che gli diamo in Italia e i giorni non sono così frenetici.

L.S.: Quando scrivesti la prima poesia e perché? Ricordi di quale testo si tratta?

I.K.: Avevo dieci anni quando scrissi la prima poesia. Quel giorno semplicemente “mi sono espressa” diversamente. La poesia era dentro di me. Mio papà faceva il medico ma era un amante della letteratura ed è stato lui a svegliare e coltivare in me la passione per la scrittura. Si trattava di una poesia dedicata ai bambini felici, come noi pensavamo di essere.

Gj. Senza patriaL.S.: Quando iniziasti a scrivere poesie e poi a pubblicarle, nel tuo paese natale, come vennero accolte?

I.K.: Le prime poesie vennero pubblicate sulla rivista “Pionieri” e ciò era già considerato un successo. Negli anni dell’adolescenza e dell’università iniziai a scrivere i testi musicali che vennero poi accolti molto bene: premiati dalla critica, ma soprattutto dalle persone semplici che tuttora conoscono a memoria tutti i miei versi, forse anche meglio di me.

L.S.: Quali sono i poeti della tradizione classica che preferisci? Perché?

I.K.: Sono cresciuta con i poeti russi: Aleksander Puskin, Sergej Esenin, Vladimir Majakovskij e altri come Adam Mickiewicz, Heinrich Heine, Mihai Eminiescu. Li ho adorati. Anche adesso mi vengono in mente i loro componimenti. I poeti letti durante l’adolescenza non si dimenticano mai perché sono legati a quel periodo in cui la vita ti sembra magica e piena di infinite possibilità. Ammiro anche le poesie di Pablo Neruda, Nazim Hikmet, Raymond Carver e Herman Hesse perché rispecchiamo il mio stato d’animo e quella malinconia che m’insegue.

L.S.: Come consideri lo stato della letteratura e della poesia albanese contemporanea? Vi sono intellettuali di spicco? Parlaci di alcuni poeti e scrittori del tuo paese che hai letto e/o conosciuto.

I.K.: La letteratura di oggi è un vero caos. Ci sono migliaia di persone che scrivono, non esiste la critica professionale e tutti si credono scrittori e poeti; questa forma è divenuta una specie di nebbia che spesso copre il valore delle opere qualitative. Le opere di Ismail Kadare, Dritero Agolli, Fatos Arapi, Fatos Kongoli sono tradotte anche in altre lingue e rimangono all’apice della classifica.

L.S.: Sei in contatto, qui in Italia, con poeti albanesi che continuano a vivere lì?

I.K.: No. Ci sono dei poeti che conosco di nome che mi contattano per avere più che altro informazioni riguardo la pubblicazione di un loro libro in italiano, ma … niente di più.

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Irma Kurti

L.S.: Alcuni poeti stranieri che sono emigrati in Italia hanno deciso di continuare a esprimersi solo nella propria lingua d’origine e scrivono e pubblicano nel loro idioma, non sentendo necessità di essere tradotti in italiano. Che cosa ne pensi di questa cosa?

I.K.: Scrivono solo in madrelingua perché si sentono più sicuri. Ma spesso non hanno altra scelta: non è facile tradurre le proprie opere in italiano o trovare qualcuno che lo può fare per te; tutto ciò ha un costo.

L.S.: Per quali ragioni, invece, tu hai deciso di pubblicare anche in italiano?

I.K.: Scrivere solo in madrelingua per me era un’esistenza a metà. Non mi sentivo integra. Avevo una marea di sensazioni e di sentimenti da condividere con la gente del paese che mi ha ospitato.

L.S.: Nel caso delle poesie che compongono l’ultimo libro “Senza patria” (Kimerik, 2016) queste sono nate direttamente in italiano o prima in albanese e le hai tradotte?

I.K.: Le bozze delle poesie nascono sempre in lingua albanese. Più volte mi capita di pubblicare per primo il libro in italiano. È successo così anche con la raccolta di poesie Senza patria. Ho tradotto le bozze preliminari in italiano e poi ho iniziato a elaborare le poesie. Il libro in albanese è stato pubblicato nel corso di quest’anno. Ho dovuto tradurlo dall’italiano perché le poesie erano ormai realizzate. Un po’ complicato, no?

L.S.: Ti avvali di traduttori professionisti oppure preferisci, pur con qualche aiuto e supporto, dedicarti tu alla traduzione delle tue poesie?

I.K.: Non ho trovato nessuno che mi potesse aiutare con la traduzione del primo libro, Tra le due rive. Sono stata obbligata a farlo da sola. Continuo a tradurre le mie opere; ora ho più dimestichezza con la lingua e non mi sembra così difficile come nei primi anni.

L.S.: Che cosa rappresenta per te la poesia?

I.K.: Voglio citare il poeta e il filosofo libanese Khalil Gibran: “La poesia è il salvagente/cui mi aggrappo/ quando tutto sembra svanire”. Ed è così anche per me.

L.S.: Quando, invece, ricorri alla narrativa?

I.K.: La narrativa è un’esigenza che sorge quando la poesia non basta.

 L.S.: Se dovessi descrivere l’Albania con tre parole quali useresti?

I.K.: L’Albania è ostaggio dei politici senza scrupoli e di un popolo inerme che guarda come spettatore lo spettacolo vergognoso di interessi e avidità che si ripete continuamente.

L.S.: E l’Italia, invece?

I.K.: L’Italia, paese di rara bellezza, ha bisogno di una classe politica onesta e di persone che lo amino di più.  

 

Bergamo, 3 Settembre 2017

 

Questa intervista è stata precedentemente pubblicata sulla rivista di letteratura “Euterpe”, n° 25, Novembre 2017.

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A QUESTO LINK E’ POSSIBILE LEGGERE IL MIO SAGGIO SULLA POETICA DI IRMA KURTI DAL TITOLO “QUANDO SI SPEGNE UNA STORIA: LA POETICA DI IRMA KURTI” PUBBLICATO IL 02-01-2018 SUL PROFILO PERSONALE DI ACADEMIA.EDU, DISPONIBILE CLICCANDO QUI. 

“Nella casa del glicine” di Anna Maria Boselli Santoni, recensione di Lorenzo Spurio

Anna Maria Boselli Santoni, Nella casa del glicine, Pragmata, 2017.

Recensione di Lorenzo Spurio 

Copertina Casa glicine.jpgUn nuovo libro d’amore, questo di Anna Maria Boselli Santoni, Nella casa del glicine, curiosamente ambientato nelle Marche centrali, tra Civitanova Marche, Cingoli e il capoluogo dorico. L’amore che descrive Anna Maria non è quello facile e beato, quello struggente e mieloso, è un sentimento vivo che fa soffrire, che si nutre di rapporti non sempre facili, è un canto alla vita e una difesa preziosa verso i legami più autentici.

Nel nuovo romanzo, infatti, seguiamo le vicende intime di un anonimo nucleo familiare presentate – ed è questo il punto di forza – da una serie vasta di narratori che si intercalano, si intervallano, si danno man mano il testimone affinché la narrazione sia il più possibile vera e oggettiva. Ecco allora che, sulle traccia di quanto era già accaduto nell’apprezzato romanzo La dolce Rua Sovera (2014), la scrittrice non fa parlare solo gli esseri animati, vale a dire i rappresentanti di quella famiglia, ma anche gli spazi. Quei luoghi domestici dove la vita si compie, dove la famiglia snocciola giorno dopo giorno felicità e affronta difficoltà, dove si riunisce e dove, come vedremo, si rende manifesta una viva preoccupazione. Il fatto che sia un oggetto, e non un soggetto, a darci delle impressioni, a descrivere la storia, a sondare l’animo del personaggio posto sotto la lente di ingrandimento è assai rilevante e permette alla narrazione di avere uno sfogo ulteriore. I cambi di punti di vista, non solo sono significativi per il raggiungimento – nel lettore – di una panoramica più ampia e precisa di quanto in quella famiglia accade, ma sono essi stessi canali espressivi che celano codici sociali-antropologici-psicologici ben più ampi di quanto si crederebbe e che la scrittura rivela.

L’intenzione principale della Nostra era quello di creare una storia nella quale venisse posto come motivo centrale la scoperta, da parte di una madre affettuosa e ansiosa e da un padre leggermente reticente, di una disaffezione psicologica nel figlio, quello di essere affetto da un disturbo maniacale e compulsivo quale è la bipolarità. Uno stato di disagio che non deve o non dovrebbe rappresentare un tabù e che risulta assai più diffuso di quanto non si creda: una malattia invisibile nella quale il soggetto è in completa balia di un demone oscuro che si realizza concretamente con l’adozione di atteggiamenti inconsulti e violenti, o semplicemente incontrollati, tra euforia e disperazione. Fasi che il soggetto di per sé non è in grado di controllare né di riconoscere come tali, che necessitano la supervisione continua e il monitoraggio attento mediante intervento farmacologico.

La ultraffettiva madre è la prima a comprendere che c’è qualcosa in Giorgio che non vada, l’unico dei sei figli talmente diverso dagli altri, scapestrato e inarrivabile, smanioso nelle conquiste amorose, collazionatore imperituro di oggetti di bellezza mentre compie un’operazione economica incontrollata che ben presto non mancherà di evidenziare la degenerazione della sua vita dispendiosa e apparentemente irragionevole. La vita di Giorgio viene tratteggiata così per mezzo della preoccupazione materna che via via si fa sempre più incalzante tanto da motivare ansia anche nell’altro genitore e portarli a chiedere un consulto medico. Il professionista, ascoltato il racconto concitato e avvilito della madre, infatti, e analizzati i palesi e maniacali atteggiamenti descritti, non fa difficoltà ad individuare nell’anamnesi un disturbo maniaco-depressivo. Non solo: traccia le caratteristiche del disturbo, l’eziologia (chiarendo che non è da imputare a ragioni familiari né ad una educazione approssimativa) e fornisce indicazioni importanti sul trattamento, su quale deve essere l’approccio alla malattia, ovvero la cura per mezzo del litio.

La madre, conoscendo bene suo figlio, insofferente a ciascuna forma d’autorità, è piuttosto sicura che mai si sottoporrà alla cura che il medico ha previsto; con ellissi narrative veniamo, però, a sapere che Giorgio inizia la cura traendone, dopo un periodo effetti positivi, di maggiore rilassatezza con il raggiungimento di uno stadio di benessere e di allontanamento dalla dipendenze.

Questo volume intende, infatti, pur con l’artifizio narrativo, trattare una storia reale, che può essere talmente comune nelle nostre famiglie e si rende assai gradevole nonché utile perché impiega un tono informativo in una maniera non dotta né specialistica, ma originale e semplice. Ci avvicina a un mondo che – anche se non appartiene alla nostra specifica realtà – è bene e necessario conoscere. Ci fornisce i tratti distintivi di questa malattia che, chiaramente, ha numerose varietà e forme sintomatiche proprie e che nel nostro protagonista ha più la forma della mania degenerativa che dei veri sbalzi umorali tra euforia e depressione. Come viene chiarito nel libro, infatti, la storia di Giorgio è quello di un ragazzo che si rapporta al mondo in maniera distorta inseguendo sempre l’accumulo, l’eccesso, il lato superlativo di ogni esperienza, sia essa amorosa, sia di benessere fisico –di cui c’è riferimento all’uso della droga- e tanto altro ancora. Il suo disturbo, per come la narratrice ce lo rende, resta per lo più compreso tra una situazione di latente normalità e una palese esagerazione di toni che tendono all’euforia, al fagocitamento spasmodico dell’esistenza. Non si percepiscono in Giorgio, infatti, momenti di appiattimento o di vero stordimento, di negazione di sé nelle quali la depressione, vale a dire una condizione di profonda perdita di conoscenza di sé e di tristezza, può portare all’adozione di atteggiamenti lesivi per sé o per gli altri, finanche il suicidio.

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L’autrice del libro

Concettualmente sono configurabili all’interno della narrazione una serie di location che, oltre a essere tra loro concatenate, sembrano essere l’una inserita all’interno dell’altra, come una sorta di scatola cinese. La casa del glicine, che si identifica con l’emblema della famiglia ma anche dell’infanzia, è un mondo di pensieri positivi, felici ricordi e unità domestica, ed è pertanto un mondo di colore: essa tinge di viola, di questa tinta cromatica un mondo che, pur bello e auspicabile, l’avanzata della storia ci descrive come minacciato, ipotecato e infine perduto. Dall’altra parte possiamo intuire un nero o, comunque, una tinta fosca e indistinta che va a localizzarsi come non-spazio o come forma allucinata di realtà che Giorgio vive e consuma, senza rendersene conto. È un recesso oscuro che la coscienza non riesce a governare, un mondo fatto di probabili psicosi e di atteggiamenti maniacali, ridotti a mera ripetizione finalizzata all’ottenimento di uno scopo che si è in qualche modo perso di vista e per questo si rincara sempre più la misura di tutto. Vediamo nelle pagine che chiudono questo denso romanzo una graduale appropriazione del mondo delle tenebre su quello spazio di natura e di beltà autentica rappresentata dalla casa del glicine e dalla ormai lontana spensieratezza familiare. Una sorta di battaglia che si compie tra l’ottundimento della ragione e la forza d’essere, tra l’irresponsabilità e l’orgoglio ed ancora tra la sanità e una caduta, non solo psicologica, ma anche in termini morali, di dignità e rispetto della persona.

Un evento inaspettato e tanta buona fiducia nell’anima buona di Lucrezia permetteranno, nel dolce finale, di squarciare quel nero che si è fatto sempre più fitto con la definitiva riappropriazione della casa del glicine, luogo dell’incanto e dell’amore, contorno speziato di una presenza rassicurante e necessaria per il futuro a venire.

I miei complimenti ad Anna Maria per questo suo nuovo lavoro e per la sua ineffabile capacità di saper trattare tematiche non sempre semplici, fornendocele, però, attraverso il tocco amoroso di una donna che vive sulla sua pelle gioie e dolori, che sa interiorizzare le situazioni con una notevole forza espressiva e rendercele nella loro conturbante drammaticità. Trovo assai giuste e pertinenti le osservazioni di Enrica Santoni Rothfuss, poste come nota di lettura in appendice al libro, quando parla della struttura teatrale dell’opera, che difatti è divisa in atti, non mancando al contempo di rivelare che si tratta di un romanzo. Aggiungo che vi sono delle parti (compresa l’invocazione alla Vergine) di intensa emotività e di apicale espressionismo che contengono – pur nella forma prosastica – un animo lirico e di forte empatia con il narrato.

 La casa, nolente confidente dei pensieri e dei tormenti di ciascun personaggio, è una presenza assai importante che, pur muta, è come se confortasse la stessa Lucrezia, raccogliendo le lacrime e le notti in bianco per un dolore col quale non si sa quali armi impiegare. L’ambiente che lo circonda è dotato di per sé di energie proprie capace di infondere rilassatezza e riconoscenza al creato, in quella terra plurale di colli e riviere che è le Marche, dalla Nostra definita con affetto “terra ricciolina”. Di questa regione vengono offerti altresì rimarchevoli descrizioni e riferimenti ad alcuni degli elementi più caratteristici, tanto architettonici e religiosi com’è il caso della preziosa casa mariana all’interno del Santuario di Loreto, o addirittura culinari, quando richiama il saporito frustingo, dolce tipico del Maceratese.

Dati i recenti movimenti tellurici che hanno investito anche la mia regione e che hanno riguardato in particolare alcune zone del Maceratese che ancora versano in gravi condizioni non posso che appropriarmi dell’immagine della casa nel romanzo di Anna Maria Boselli Santoni, culla di protezione, dominio degli affetti, ricca ancestralità e spazio identitario.  Dimore che nell’attualità di una cronaca scomoda sono collassate o hanno riportato seri danni da decretare l’inagibilità: universi creduti invincibili al tempo e ad ogni legge fisica di colpo sfarinatesi, assieme ai sogni, lasciando polvere su visi, insozzando labili certezze. L’autrice del romanzo, forse in maniera inconsapevole, con questa robusta e pregnante narrazione qui ambientata, – giunta proprio in questo momento complicato – innalza un dolce inno a una delle regioni più belle che l’Italia possa contare, fa librare una preghiera accorata con il pensiero pesante verso chi il sacro tetto familiare l’ha drammaticamente perso. Un romanzo che, letto in questo momento e con le naturali implicazioni affettive che mi lega alla mia Regione, ha la forma di un potente monito di convinta speranza nel miglioramento anche se, non bisogna mai compiere l’errore di sradicarsi dalla realtà dei fatti poiché, come diceva Kay Redfield Jamison, – che la Nostra cita -, “perfino il tempo/ impiegò il suo tempo,/ e non fu dolce”.

Lorenzo Spurio

Jesi, 03-05-2017

Autenticità, fedeltà e vocazione umana in ‘Casa di bambola’ e ‘L’anitra selvatica’ di Henrik Ibsen – saggio di Lucia Bonanni

Autenticità, fedeltà e vocazione umana in Casa di bambola e L’anitra selvatica di Henrik Ibsen

Saggio di Lucia Bonanni

Con la produzione letteraria del drammaturgo norvegese Herik Ibsen (1828-1906) prende avvio quella che viene definita “drammaturgia borghese” e che troverà conclusione negli scritti di Čecov e Pirandello.

Nella stesura delle opere lo scrittore predilige la saga, la fiaba e la storia con cui esplicita impegno sociale e intenzione pedagogica. L’esperienza in qualità di direttore artistico presso i teatri di Bergen e Christiania favorisce la sua formazione culturale e gli offre la possibilità di dare alla Norvegia una drammaturgia di stampo nazionale. Durante i quattro anni di soggiorno in Italia scrive Brand e Peer Gynt, ma la mancata accoglienza, riservata al secondo dramma, porta Ibsen verso quei dissidi interiori che successivamente daranno vita a una produzione assai feconda con le pièce: Casa di bambola, Spettri, Un nemico del popolo, L’anitra selvatica, Casa Rosmer, Hedda Gabler e Il piccolo Eyolf.

In tutte le opere di Ibsen i nuclei tematici sono soggetti a mutamenti e sviluppi, usati dallo scrittore come critica verso la società contemporanea e analisi psicologica degli individui. Uno dei temi costanti nella scrittura ibseniana, oltre a quello del potere, è la vocazione umana e secondo il suo pensiero il peccato consiste nel mancato conseguimento di aneliti vocativi a causa di atteggiamenti di ipocrisia, egoismo e viltà che ne impediscono la fattiva realizzazione. Di conseguenza i suoi personaggi sono sempre tridimensionali e non restano fissi nel presente, ma sono orchestrati in un arco temporale labile e suscettibile di cambiamenti e che ne rivela la storia interiore anche in merito a un simbolismo incentrato sul retaggio sociale.

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Il drammaturgo norvegese Henrik Ibsen

 

Le figure femminili del drammaturgo norvegese sono eroine che, pure anelando alla libertà, vivono soggiogate dal dissidio tra vita e intelletto. Il potere a cui devono sottostare è quello che prende corpo nella cerchia sociale, nel nucleo familiare e nelle manifestazioni amorose. È la solitudine interiore che porta l’uomo a prevaricare sulla donna nel binomio prepotenza-rinuncia, dovere-piacere e la cui ubicazione ideale può essere rintracciata nelle strade di una città, la quiete di una stanza o nelle vie del cuore. Nora, Edvig, Rebecca, Hedda, Helene, Gina sono creature che vivono in forzata cattività e che reagiscono in maniera differente per liberarsi da quella condizione angusta che ne svaluta anche il sentire.

«Così tradisci i tuoi più sacri doveri?»,«Che cosa intendi per i miei più sacri doveri?/Credo di essere prima di tutto una creatura umana»[1]. Dopo otto anni di matrimonio Nora trova il coraggio di ribellarsi al proprio stato di soggezione intellettuale e affettiva e nella ferma convinzione di poter realizzare se stessa ed affermare la propria dignità, abbandona la casa coniugale.  Fin dalle prima rappresentazioni il dramma di Ibsen costituisce l’evento teatrale più clamoroso  e chiacchierato nella seconda metà dell’Ottocento che, suscitando polemiche e talvolta anche scandalo, decreta la fama dell’autore. La storia dei due protagonisti è causa di turbamento per il conformismo borghese tanto che negli inviti a feste e ricevimenti diventa consuetudine aggiungere la postilla “Si prega di non discutere di Casa di bambola”. Proprio in quegli anni trovano campo le prime battaglie femministe, eventi che negli scritti del Nostro rappresentano soltanto uno degli aspetti non sostanziali della realtà mentre il “nucleo vivo” dell’intera vicenda permane il tema ibseniano per eccellenza della “fedeltà alla vita”. L’aspirazione verso un assoluto morale conduce i suoi protagonisti verso un tipo di fedeltà che non esclude la catastrofe e rappresenta l’unica possibilità di salvezza. Nella scrittura drammaturgica di Ibsen Nora risulta essere un personaggio inflessibile, però non sono i sentimenti negativi quali egocentrismo, ambizione, avidità e vendetta a determinare il suo agire, al contrario la sua indole è di natura tenace, lungimirante, e combattiva perché lei si sente in trappola e sa che in gioco ha qualcosa di vitale. Nel suo desiderio di espressione Nora racchiude in sé altre figure femminili, accumunate dalla medesima prontezza di spirito e determinate a perseguire i loro ideali per dare una svolta di senso alla loro vita anche a costo di percorrere strade tortuose e giungere a tristi conclusioni.

Casa-di-bambola-di-Henrik-Ibsen.jpgAdela, Yerma, Mariana Pineta nei drammi rurali di Federico García Lorca, Madame Bovary nel romanzo di Flaubert, Sibilla nel racconto autobiografico della Aleramo sono donne che vanno incontro al proprio destino dopo aver scardinato i codici vincolanti del potere, un tipo di autoritarismo esercitato da una madre dominante, un marito totalmente insensibile al desiderio di maternità della donna, un patriota interessato a salvare soltanto se stesso, un uomo che conduce la propria amante verso il suicidio e una madre che, dopo aver subito una violenza carnale, si ribella alle costrizioni della vita sociale. Nei momenti di crisi nessun essere umano è in grado di comportarsi normalmente per cui in un contesto drammatico il suicidio, l’omicidio, il tradimento e l’abbandono non sono veri e propri atti di debolezza ovvero di crudeltà, ma conseguenze di uno stato mentale di forte conflitto fuori e dentro di sé.

«È la mia Lodoletta che trilla là fuori?/È lo scoiattolo che ruzza?/Il passerotto sventato che se n’è andato di nuovo in giro a sciupar denaro?»[2]. Fin dalle prime battute con cui l’avvocato Helmer si rivolge a Nora, sua moglie, già si può intuire la premessa che sarà poi confermata dal climax dei due personaggi. Nel clima soffocante del rapporto coniugale Nora, che secondo l’idea canzonatoria del marito, è “proprio una donna”, cerca la realizzazione del Sé nell’ambiente familiare, una realtà alienante la libertà, il futuro e l’armonia. «Io? Io non conosco…?/Nessuno mi crede capace di agire seriamente…/Anch’io sono buona a qualche cosa, no?»[3]. Vezzeggiata prima dal padre e poi dal marito come una bambola con cui poter giocare, Nora sviluppa una sorta di teoria di inferiorità comportamentale secondo la quale si atteggia a persona dai tratti infantili, sempre bisognosa d’affetto, subalterna al volere e  alle indelicatezze del marito.

Helmer è un uomo vanitoso ed egocentrico, la sua lungimiranza si conclude al limite del suo impiego in banca e del denaro che dispensa alla moglie con visibile parsimonia. Spesso l’uomo si mostra irascibile e poco comprensivo, critico nei confronti degli altri e autoindulgente verso se stesso. «Una Lodoletta deve avere il becco pulito per poter cinguettare; niente note false»[4]. Il conflitto tra i due coniugi deflagra nel momento in cui Helmer, dimostrando “virile coraggio”, spalanca la porta della propria camera da letto, tenendo ben aperta in mano la lettera del procuratore Krogstad. «Che cos’è questo? Sai cosa dice questa lettera?»[5]. Nora vorrebbe dire, vorrebbe poter dichiarare tutta la propria onestà, tutto il suo amore, il marito, però, le rivolge accuse infamanti, giungendo persino a sollevarla dal compito educativo verso i figli. «Sì, adesso incomincio a capire perfettamente»[6]. La meschina ipocrisia dell’uomo raggiunge il proprio apice, quando la cameriera consegna un’altra lettera contenente la ricevuta a saldo del debito contratto in buona fede da Nora.

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L’indimenticata attrice Mariangela Melato nella messa in scena di “Nora alla prova”, rilettura contemporanea di “Casa di bambola” per la regia di Luca Ronconi (2011)

 

Nel più completo egoismo, «Sono salvo», Helmer cambia totalmente l’approccio dialettico con la moglie. Ma ormai l’unità degli opposti e l’evoluzione del personaggio, Nora, sono già in atto mentre egli resta circoscritto nella sua mancanza di intuizione e all’interno di un movimento statico, uniforme e immutabile. «Non ti accorgi che noi due, oggi per la prima volta, stiamo parlando di cose serie?»[7]. La donna che non si è mai sentita così lucida e sicura come in quel momento, afferma di aver atteso con incrollabile speranza il meraviglioso, prodigio della comunione spirituale e della convivenza che diventa matrimonio. La positività di Nora non è semplice esame di coscienza, essa si connota di impegno eroico, motivo educativo e dovere morale, un modo che dietro di sé lascia semi fertili di verità e saggezza. “Gli elementi di un’emozione costituiscono le basi della vita. L’emozione è vita. La vita è emozione. Dunque l’emozione è dramma. Il dramma è emozione”[8].

Vera emozione desta la lettura de L’anitra selvatica, dramma la cui dimensione del non-tempo non è altro che uno stato di irrealtà dove vive al piccola Edvig, l’unica in grado di provare vere emozioni e patire la falsità dell’altrui non-vita. La tenerezza e la generosità della ragazza sono obliate dai contorti influssi dell’esistenza; dei suoi sentimenti resta comunque speranza di libertà  e amore. «Mi rallegro tutta nell’attesa che il babbo ritorni a casa. Perché mi ha promesso di chiedere alla Signora Sörby qualcosa di buono per me»[9]. Con la dichiarazione di Edvig il drammaturgo getta i primi indizi sulla struttura di base di Hjalmar, il padre della giovane. Insoddisfatto, conformista, privo di fantasia e spirito di osservazione, l’uomo non si esime dal deludere le attese della figlia che lo aspetta con ansia affettuosa. «Pensa, torni già, babbo!/Stai bene in abito da sera, babbo!»[10].

Disattento alle affettuosità della figlia, egli prende a discutere col vecchio Ekdal, suo padre, e neppure si ricorda di quanto ha promesso ad Edvig prima di uscire. «Ma che è dunque?», «Lo sai, le cose buone che m’hai promesse», «me ne son dimenticato. Ma aspetta un po’!Ho qualcosa per te, Edvig»[11]. Con fare meschino e quasi sarcastico, senza alcun senso di colpa e preoccupazione,  Hjalmar si allontana dalla figlia che intanto salta e batte le mani, fruga nella tasca della marsina e le porge qualcosa. «Questo qui? Non è che un foglio di carta»,«Leggi la lista, e io ti descriverò poi il gusto dei piatti. Su, via, Edvig»[12]. La piccola Edvig, ricacciando le lacrime, si siede delusa vicino alla tavola. Non legge il “menu”. Osserva il padre che passeggia per la stanza e si lamenta della tristezza che si è dipinta sul volto di Edvig e di Gina, sua moglie, poi si ferma vicino al vecchio. «Hai dato un’occhiata là dentro, stasera babbo?», «Sì, puoi immaginarlo. È andata nella cesta», «No, è andata nella cesta! Comincia dunque ad abituarsi?»[13].

downloadIl vecchio Ekdal nel solaio della casa con abeti rinsecchiti, qualche coniglio, dei piccioni e alcune galline ha ricreato un “falso bosco” per poter ricreare di andare ancora a caccia nelle foreste del Nord insieme a suo figlio. Anche l’anitra selvatica vive nella soffitta e trova riparo in una cesta. Ferita dal vecchio Werle durante una battuta di caccia, l’anatra si era tuffata sott’acqua per aggrapparsi alle alghe e morire. Era stato il cane da caccia dell’industriale a trarla in slavo, era sopravvissuta per merito degli Ekdal che si erano presi cura dell’animale. «No , Signor Werle; non è un’anitra turca; ma un’anitra selvatica»,«Ma davvero? Un’anitra selvatica?», «La mia anitra selvatica. Perché è mia./È stata colpita sotto l’ala e così non poteva più volare»[14].

Nelle parole di Jalmar e in quelle di Edvig si annuncia la catastrofe, si insinua il dubbio e si presagisce il punto di svolta dei personaggi. Secondo un’interpretazione di senso la ragazza può essere identificata con l’anitra selvatica e in questo scrive una sottotrama percepibile nel dissidio, nella negatività e nel conformismo degli altri personaggi. Come la sua anitra selvatica, ovvero il suo germano reale, anche Edvig soffre di una menomazione, un difetto visivo che nel tempo le potrà fiaccare la vista.

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L’attrice Anne Marit Jacobsen nel ruolo di Edvig in “L’anitra selvatica” (titolo originale “Vildanden”, 1970)

 

Sempre educata, gentile e premurosa, la giovane volentieri si presta ad aiutare il babbo e la mamma nel ritocco delle fotografie e nelle piccole faccende domestiche. E i libri illustrati, la pendola dell’orologio in disuso, il silenzio che regna nella soffitta sono per lei “quel fondo dei mari” dove trova rifugio e promesse di serenità. Nella propria insoddisfazione e nel desiderio di fama per una “grande invenzione” non meglio specificata, Hjalmar non esita a mostrarsi rancoroso, inumano e pronto a danneggiare anche i propri cari. Egli attua la fuga dalla realtà nel togliere a Gina la gestione delle entrate familiari e l’occupazione del lavoro fotografico. «A quella maledetta anitra selvatica avrei voglia di tirarle il collo»[15]. La piccola Edvig trasale, manda un grido, quasi vede un presagio, soffre e si mortifica,.

Ad innescare l’esplosione della catastrofe è la lettera, consegnata dalla Signora Sörby nelle mani di Edvig, in cui il vecchio Werle stabilisce una donazione per la ragazza proprio nel giorno del suo compleanno. «In seguito questa donazione passerà a te per tutta la vita».[16] Corroso dalla gelosia e dal dubbio che Edvig non sia sua figlia, Hjalmar decide di lasciare la propria casa. «Che dici! Babbo, babbo!», «Vattene via, lontano. Non ti posso vedere. Oh. Quegli occhi… Addio».[17] Consapevole di non essere “la vera figlia del babbo”, Edvig giunge a pensare che sia una trovatella, ma che le si può voler ugualmente bene giusto come lei stessa fa con l’anitra selvatica. In un gesto estremo d’amore verso il padre, la ragazza chiede al nonno di sparare all’anitra, facendosi spiegare bene come tirare il colpo. Umiliata e di nuovo allontanata dal genitore con gesti e parole offensivi, la piccola Edvig “resta immobile un istante, con aria sgomenta si morde le labbra per soffocare il pianto; poi stringe i pugni  convulsamente e dice piano -L’anitra selvatica- si avvicina furtivamente e prende dallo scaffale la pistola, chiude la porta della soffitta, vi scivola dentro e poi richiude la porta”[18]. Edvig uccide da sola l’anitra selvatica. Adesso non vive più. Giace nel fondo di quei mari dove l’umiliazione subita, la disillusione e la morte sono stele funeraria per chi è vittima della vita. Peccato che a sua memoria resterà soltanto la falsa pietà di chi è sopravvissuto allo scempio degli spettri ed alla vuota insensibilità che non vede luce.

Nello svolgimento del dramma Nora e la giovane Edvig sono personaggi cardine la cui evoluzione è orchestrata sul movimento della loro forza di volontà , effetto che trova origine sia nell’ambiente che nell’azione dei loro antagonisti. Al comportamento di Nora come al gesto di Edvig, se esaminati in un contesto asettico, sono da attribuire accezioni negative, ovvero, se visti nella loro tridimensionale realtà, nella faticosa transizione e nella sperimentazione della crisi conflittuale, allora c si può affermare che in quel tipo di agire la sventura non è semplice artificio, ma racchiude un forte messaggio d’amore. Nora si allontana dalla famiglia nella speranza di poter realizzare se stessa e Edvig offre in dono la propria vita. Sono il marito e il padre, due figure omologate e complementari, che non sanno o non vogliono dare ascolto al bisogno di espressione di chi li ama, che sono aridi  e ripiegati su se stessi, statici nei loro stereotipi morali e freddi nel recepire la sottile energia insita nella vocazione umana e la bellezza illuminante di un raggio di sole.

Lucia Bonanni

Gennaio 2017

 

Questo saggio viene pubblicato in esclusiva anteprima su “Blog Letteratura e Cultura” di Lorenzo Spurio per gentile concessione dell’autrice che nulla ha a chiedere al momento della pubblicazione né in futuro al gestore dello spazio on-line. 

E’ severamente vietato riprodurre il saggio in formato parziale o integrale su spazi digitali o su supporti cartacei senza il consenso scritto da parte dell’autrice, eccettuati i casi di citazione con opportuni riferimenti al titolo del saggio, al nome dell’autrice e allo spazio dove è stato pubblicato. 

 

 

[1] Herik Ibesen, Casa di bambola, Einaudi, Torino, 1963, pag. 86.

[2] Ivi, pag. 12

[3] Ivi, pag. 21-24

[4] Ivi, pag. 39

[5] Ivi, pag. 79

[6] Ivi, pag.80

[7] Ivi, pag. 84

[8] Lajos Egri, L’arte della scrittura dramamturgica, Audino Editore, 2003, pag. 17.

[9] Herik Ibsen, Spettri, Un nemico del popolo, L’anitra selvatica, Rosmersholm, Garzanti, Milano, 1976, pag. 243.

[10] Ivi, pag. 245

[11] Ivi, pag. 249

[12] Ivi, pag. 249

[13] Ivi, pag. 249

[14] Ivi, pag. 258

[15] Ivi, pag. 289

[16] Ivi, pag. 303

[17] Ivi, pag. 305

[18] Ivi, pag. 317

“Maria Teresa Manta e il tempo dell’attesa”, a cura di Lorenzo Spurio

Maria Teresa Manta e il tempo dell’attesa

Recensione a Fisse le stelle in cielo, ilmiolibro, 2016

a cura di Lorenzo Spurio 

La salentina Maria Teresa Manta non è alla prima pubblicazione e, nel corso degli anni, ha avuto più volte occasione di raccogliere suoi testi –sia poetici che narrativi- in vari libri, oltre ad aver preso parte in collettanee di autori ed antologie. Una donna che fa poesia con il cuore, lasciando trasparire, pure nei riverberi d’angoscia e nelle ore di tormento, la sua femminilità e il disagio esistenziale di chi è destinato a vivere con un peso addosso. E’ questa l’impressione principale che si ha leggendo il suo ultimo libro, la silloge poetica Fisse le stelle in cielo dove, sin dal titolo, è difficile non notare l’elemento della fissità, dell’immobilità che non è una costernazione che prende piede nell’incomunicabilità, piuttosto una necessità di ancorarsi a un passato che, pur andato, è necessario rievocare e rivivere giorno dopo giorno, ora dopo ora.

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I libri pubblicati dalla poetessa salentina Maria Teresa Manta tra cui Fisse le stelle in cielo oggetto d’analisi della presente recensione.

La grande maggioranza delle liriche di Maria Teresa Manta raccolte in questa silloge sono contraddistinte da un dolore irrevocabile, da un canto di angoscia dovuto a una mancanza lancinante, quella di un figlio che l’imperscrutabile percorso della vita ha voluto a sé prima di ogni lecita scadenza.  I versi sono intrisi di quella desolazione emotiva che è propria di chi quotidianamente si arrovella sul perché di un accaduto tanto infausto nonché sui motivi per cui i destini si compiano in maniera tanto precipitosa senza aver il tempo di potersi prima salutare, tributare il giusto affetto. Tutto ciò crea un disagio emotivo assai pesante che è ancor più gravato dal rimorso dal non fatto o dal non detto a rimarcare ancor più quanto l’abitualità alla vita ci fa dimenticare anche delle cose più semplici che, in un batter d’occhio, possono diventare una condanna pesante con la quale dover sopravvivere.

La poetessa parla di questo figlio scomparso, allontanatosi da lei e dal ceppo familiare, non si capisce bene perché e in che modo, ma in fondo non è questo che interessa a livello poetico, piano comunicativo al quale la donna ha trasmesso il subbuglio emozionale, l’atarassia e l’ha condotta a rivivificare il passato, nelle tante schegge di ricordo, nei sorrisi ricevuti, nei momenti d’unione o semplicemente nella lieta convinzione di vivere in mancanza dell’assenza.

La morte allora si configura non tanto come momento accidentale di un percorso di vita che inesorabilmente si compie, non come fine delle speranze, piuttosto come consacrazione del tempo che non esiste. Con la morte del caro la Nostra sembra entrare in punta di piedi nel tempio dorato dell’assenza, dove tutto manca e niente ha la sua forma. Essendo l’uomo abituato per sua natura al materiale, al visibile, all’esperibile, il traghettamento forzoso alla dimensione dell’immateriale, dell’assenza del concreto non può che creare scompenso e confusione: ed è in questo limbo di pianti e incomprensioni che si attesta la lirica di Maria Teresa Manta. La poetessa fa vivere ciò che non è più, dà forma all’inesprimibile, costruisce il tempo che si è dissipato ed è in grado, con il calore materno e la pacatezza di una donna sensibile, di derogare alle scadenze imposte dall’Alto. Nessuno muore se vive nel ricordo di chi ha lasciato. Seppure non vi siano tracce che palesano il sentimento cristiano della Nostra, il messaggio che fuoriesce da questa silloge è proprio questo.

Siamo tutti in attesa di un tempo che non finisce. Un tempo che fluisce all’infinito e che è impossibile arginare, che non ha scadenze né può essere misurato. Ad esso si contrappone quell’asfittico tempo dell’attesa, un ragionare rimestato, un frenetico rincorrere a pillole di passato, l’attaccamento al mondo finito quando la vita continua e necessita che noi la viviamo al presente.

L’attesa, che è anch’esso tempo dell’immateriale, è costellata da continui atti di dolore e pentimento, ma anche fondi silenzi dove la confessione con sé stessi si struttura in un tormento afono che è impossibile fronteggiare con la nuda ragione.

Lorenzo Spurio

Jesi, 08-06-2016