“Ritorno ad Ancona e altre storie” di Lorenzo Spurio e Sandra Carresi, recensione a cura di Santina Russo

 “ RITORNO AD ANCONA E ALTRE STORIE”

di Lorenzo Spurio e Sandra Carresi

Recensione di Santina Russo

“Ritorno ad Ancona e altre storie” è una raccolta costituita da tre racconti, tre storie diverse, protagonisti diversi accomunati da sentimenti di insicurezza, di emozioni spesso travolgenti e inspiegabili, a volte illusorie ma, non per questo, prive di valore.  Storie di  uomini e donne comuni che rappresentano l’universalità degli eventi quotidiani e abituali che possono capitare a chiunque, portando il lettore ad immedesimarsi in maniera del tutto naturale nei personaggi delle storie che legge.

Le storie sono intercalate in contesti narrativi e descrittivi caratterizzati da un’accuratissima attenzione al dettaglio, al particolare. Sono dettagliatamente e accuratamente descritti non solo le ambientazioni geografiche ma anche, e soprattutto, le analisi introspettivi dei personaggi, il travaglio delle loro emozioni spesso soffocate, altre volte vissute pienamente, ora con timore e titubanza, ora con ardore e impulsività.

Nel primo racconto “Telefonate anonime” i protagonisti sono figure femminili, una giovane donna e sua madre, ed è quasi impossibile per una donna non riconoscersi in almeno una di queste donne o delle situazioni che vivono in questo racconto.

La narrazione inizia con un accento noir, un alone di mistero avvolge la giovane protagonista Giada, preoccupata dalla ricezione continua e scandita da un preciso ritmo temporale, di telefonate anonime. Dopo una serie di eventi che, per certi aspetti, possano sviare il lettore portandolo a ipotizzare conclusioni azzardate sul mistero delle telefonate, la soluzione dell’enigma si rivela del tutto inaspettata e inusuale. Dietro la cornetta non c’era, come di solito si pensa, qualcuno che cercava di colpire, di spaventare, di fare del male ma una persona colpita e spaventata a sua volta, che cercava il bene.

Nella storia intervengono anche diverse figure maschili, alquanto controverse. Uomini legati alle due donne protagoniste da un rapporto ambiguo, come quello di Giada con il brillante avvocato del quale al primo sguardo s’invaghisce; da un rapporto svanito molto tempo fa e improvvisamente riemerso in forme del tutto inattese, come quello dei genitori di Giada e infine, da un rapporto nato quasi per una forzatura del destino che pone Giada di fronte a Jacopo.

Il secondo racconto “Ritorno ad Ancona” vede come protagonista Rebecca, una donna matura ma ancora piacente, che sfugge alle pene vissute a causa del divorzio, cercando un po’ di pace e di relax a Ischia.  In una cornice pittoresca descritta con l’ormai tipica ricercatezza e cura del particolare, l’incontro con il dottor Vincenzo Pistola avviene in maniera del tutto casuale, come capita spesso in vacanza di imbattersi in persone nuove.  Dall’incontro alla passione travolgente passa ben poco, Rebecca inspiegabilmente si concede ad un uomo quasi sconosciuto che la intriga e la conquista per la sua gentilezza e pacatezza. Il rapporto si fa profondo, nonostante il pochissimo tempo a disposizione, all’attrazione fisica si aggiunge ben presto la consapevolezza di un sentimento che va al di là del piacere. Il ritorno ad Ancona, dopo la breve ma intensa vacanza, costituisce per Rebecca un ritorno alla realtà, un ritorno alla quotidianità. Rebecca ha vissuto un duplice viaggio, uno fisico che l’ha portata prima ad Ischia e poi ad Ancona, dove ha fatto ritorno ed uno sentimentale che dal naufragio del divorzio con il marito l’ha portata ad esplorare nuovi orizzonti. Sarà, quest’ultimo, un viaggio senza ritorno?

Il terzo racconto “Un cammino difficile” porta un titolo alquanto emblematico. E’, fra tutti, il racconto più sofferto, a tratti anche commovente. Protagonisti anche qui uomini e donne comuni, con i loro difetti e i loro pregi. Alberto ed Eva s’innamorano, si sposano quasi subito e il forte desiderio di famiglia li porta ad adottare due bambini di origine russa. Ben presto, però, Alberto va via da casa, soffocato dalle nuove responsabilità di padre, lascia Eva e i bambini, sentiti più come un peso che come un dono.  In questo racconto affascina molto l’introspezione psicologia di Eva, una donna che ama di un amore incondizionato e smisurato. Eva è l’amore, la tenacia, la maturità; Alberto è l’egoismo, la frivolezza, l’immaturità.

Gli autori, non a caso, hanno scelto il titolo del secondo racconto per intitolare tutta la raccolta: “Ritorno ad Ancona”. In effetti, tutte le storie alludono in qualche modo al viaggio, in ciascuna storia i protagonisti affrontano un viaggio, non solo fisico ma soprattutto sentimentale. Viaggia molto Giada per lavoro da Firenze a Roma, il viaggio la porta a fare nuove conoscenze, ma sarà soprattutto un viaggio a ritroso nel tempo a sconvolgere la sua quotidianità, un viaggio in un passato che le è del tutto ignoto.

Viaggia Rebecca, per la sua vacanza ad Ischia. Viaggiano Alberto ed Eva, insieme, quando si recano in Russia per incontrare i bambini che adotteranno come loro figli, ma il “cammino difficile” è quello svolto da Eva che da sola si fa carico delle proprie responsabilità per crescere, educare ed amare i suoi figli, ed è quello svolto da Alberto quando lotta contro la sua malattia.

Una narrazione semplice e lineare, impreziosita da dettagli minuziosamente descritti, assicura al lettore una lettura piacevole e rilassante. Alla fine si ha quasi l’impressione di aver letto nei diari di questi personaggi, che hanno confidato i loro sentimenti al lettore, il quale non può non sentirsi partecipe dei loro eventi.

 

a cura di SANTINA RUSSO

http://www.santinarusso.com/Ritornoancona612.htm

Pastorale Americana di Philip Roth

Pastorale Americana di PHILIP ROTH

Torino, Einaudi,  2005, pp. 425

ISBN:9788806174118

Recensione a cura di Francesca Mazzucato

Pastorale americanaRileggere Pastorale Americana. Dopo qualche anno. Ritrovare il capolavoro, il libro che contiene tutto. E’ stata una delle cose più belle che ho fatto in questi giorni, insieme al rito consueto di scendere al mare alla sera, col mio compagno. Pastorale Americana di Philip Roth è uscito l’anno scorso nei tascabili Einaudi, ed è attualmente disponibile su IBS, qui,  a 7 euro e 70. Niente. Un regalo. Già il libro è un regalo, poterlo avere a un prezzo simile è davvero un’occasione da non perdere. E’ la storia dello Svedese, Seymour Levov, ebreo, sportivo eccellente, ottimo imprenditore, tutto intriso del sogno americano, desideroso di farne parte, smussando gli angoli, eliminando ogni distonia, rifuggendo dalle sbavature, rispettoso, marito e padre felice. E’ la storia dello Svedese ma anche di tanti ebrei americani, e non solo ebrei, che hanno condiviso e creduto in quel sogno, che è stato anche il sogno di una vita carica di possibilità, priva di incertezze, di cadute, o costellata di quei piccoli errori ai quali è sempre possibile porre rimedio. Un sogno che, nel caso di Seymour Levov viene letteralmente “frantumato” da una bomba, da altre bombe. Una bomba reale, che la figlia amatissima (forse troppo amata) Merry, una volta adolescente, utilizza per far saltare un emporio e un ufficio postale, incollerita, devastata dalla Storia che non è, non lo è mai, solo ordine, prosperità, qualcosa di preciso e nitido, che si può governare, che scivola senza incrinature. Merry sarà la colossale distonia nella vita dello Svedese. E Roth ci racconta quest’epica che si allarga, che pagina dopo pagina diventa ora narrazione pura , ora inarrestabile flusso di coscienza, ora parodia incredibile (feroce ed esilarante la riunione degli ex compagni di scuola ormai vecchi), ora trattato filosofico, ora amara riflessione sulla vita, e ancora dramma, elegia, grottesco. Roth ricostruisce la Storia dell’ ex sportivo mitizzato da tutti gli amici, dell’abilissimo imprenditore, del marito orgoglioso di Miss New Jersey( la moglie Dawn, personaggio femminile indimenticabile, che alleva vacche, si fa un lifting a Ginevra, si fa scopare dall’amante china sul lavandino, rinnega il passato e la bella casa dove si era dipanata l’illusione di felicità), ricostruisce la Storia( e la maiuscola è d’obbligo essendo in realtà un puzzle di storie a comporre una Storia condivisa e condivisibile dove tutti, come in un gioco di specchi, ci riconosceremo, troveremo tratti , fisionomie, comportamenti, attese, mascheramenti e mistificazioni che conosciamo) con un meccanismo letterario di scomposizione e di evocazione. L’avvicinamento al tema, attraverso i ricordi e lo sport. Il baseball. Il basket. In qualche modo un topos fondamentale di ogni grande romanzo americano:”Lo svedese brillava come estremo nel football, pivot nel basket e prima base nel baseball.Soltanto la squadra di basket combinò qualcosa di buono ( vincendo per due volte il campionato cittadino con lui come marcatore principale), ma per tutto il tempo in cui eccelse lo Svedese il destino delle nostre squadre sportive non ebbe troppa importanza per una massa studentesca i cui progenitori- in gran parte poco istruiti ma molto carichi di preoccupazioni- veneravano il primato accademico più di ogni altra cosa….Ciononostante, grazie allo Svedese, il quartiere cominciò a fantasticare su se stesso e sul resto del mondo, così come fantastica il tifoso di ogni paese…L’assunzione di Levov Lo Svedese a domestico Apollo degli ebrei di Weequahic si può spiegare meglio, credo, con la guerra contro i tedeschi e i giapponesi e le paure che essa generò. Con lo Svedese che furoreggiava sul campo da gioco, l’insensata superficie della vita forniva una specie di bizzarro, illusorio sostentamento, il felice abbandono a una svedesiana innocenza, per coloro che vivevano nella paura di non rivedere mai più i figli, i fratelli o i mariti.” Questo lo leggiamo nelle primissime pagine. Non è un romanzo che richiede tempo o pazienza al lettore per entrare dentro davvero nella narrazione. Richiede coraggio. Il coraggio che richiedono i grandi libri, abbandonarsi, non sfuggire pagine che sembrano costeggiare o solo avvicinare il tema principale, pagine che paiono solo digressioni, ma sono funzionali e talvolta rivelatrici preziosissime della trama della storia e del suo intreccio che si disfa e si ricompone, continuamente,  ondulatorio, simile al procedere e arretrare delle onde ( fra schiuma, alghe e detriti),senza tregua, senza assoluzione, senza senso, molto spesso, o con un senso aleatorio, volatile, dai colori d’arcobaleno, un senso che, quando pensi di averlo afferrato è già volato via e ti lascia silenzioso e interdetto. C’è un’ironia straordinaria in queste pagine di Roth che richiama l’ironia dell’ Ulisse di Joyce, naturalmente con il timbro personalissimo dell’autore, filtrato come in altri romanzi dal suo alter ego letterario Nathan Zuckerman:” Ma lo spirito o l’ironia per un ragazzo come lo Svedese, sono solo intoppi al suo passo spedito: l’ironia è una consolazione della quale non hai proprio bisogno quando tutti ti considerano un dio. Oppure c’era tutto un lato della sua personalità che lo Svedese nascondeva, o questa cosa era ancora in embrione, o, più verosimilmente, mancava. Il suo distacco, la sua apparente passività come oggetto di desiderio di tutto questo amore asessuato, lo facevano apparire, se non divino, di molte spanne al di sopra della primordiale umanità di quasi tutti gli altri frequentatori della scuola. Era incatenato alla storia, era uno strumento della storia…” E’ un libro carico di compassione, autentica compassione umana, non compassione idiota, che non vede, ma occhio e parole che vibrano di fronte alle debolezze umane. Straordinario il pezzo nella fabbrica dei guanti, quando lo Svedese racconta nei dettagli la storia delle concerie e di come suo padre prima e poi lui hanno saputo ingrandirsi, e lo racconta  a una sorta di “piccola carnefice”, a una persona che è l’interlocutrice completamente sbagliata, una delle maschere funebri che il destino indossa per far crollare le nostre certezze, le nostre passioni, la nostra dedizione, le basi che credevamo granitiche e che sono in realtà fangose e scricchiolanti della nostra personalità, di quell’illusione di “io ” stabile. Rileggetelo cogliendo l’occasione dell’edizione economica, ottima da tenere in borsa o in tasca. Oppure, se non l’avete mai letto, avvicinatevi a questo romanzo straordinario. “Ecco un uomo che non è stato programmato per avere sfortuna., e ancora meno per l’impossibile. Ma chi è pronto ad affrontare l’impossibile che sta per verificarsi? Chi è pronto ad affrontare la tragedia e l’incomprensibilità del dolore? Nessuno. La tragedia dell’uomo impreparato alla tragedia: cioè la tragedia di tutti.” Roth è scrittore che vive appartato, che è consapevole delle rinunce che richiede il suo lavoro. Anche in questo caso si inserisce in una tradizione di scrittori americani che hanno scelto un volontario isolamento per dedicarsi al loro lavoro lontani dalle continue seduzioni mediatiche. Tutti i suoi lavori meritano attenzione,  in particolareLamento di Portnoy,  Zuckerman scatenato e Zuckerman incatenato, La controvita. In Pastorale americanaoltre a una narrazione che non riuscirete a dimenticare, troverete un’analisi dell’America, attualissima, sociologica ma anche psicologica che non si lascia sfuggire, pur focalizzandosi su un preciso momento storico, le pieghe, gli anfratti, i vicoli oscuri, le case borghesi, le stanche ritualità sociali che perpetuiamo per noia, le passioni incomprensibili, il lato oscuro. Ecco, il lato oscuro. Del singolo e della vita. Parla solo di questo, in fondo.

Philip Roth sul web(una piccolissima selezione)

http://orgs.tamu-commerce.edu/rothsoc/

http://www.zam.it/home.php?id_autore=80

http://www.dazereader.com/philiproth.htm

http://www.scaruffi.com/writers/roth.html

FRANCESCA MAZZUCATO

RECENSIONE PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE. LA DIFFUSIONE DI PARTI O DELL’INTERA RECENSIONE E’ SENZA PERMESSO DELL’AUTRICE E’ SEVERAMENTE VIETATA.

Pazienti smarriti, intervista a Maria Rosaria Pugliese

INTERVISTA A MARIA ROSARIA PUGLIESE

Autrice di Pazienti smarriti

Robin Edizioni, Roma, 2011

Intervista a cura di Lorenzo Spurio

LS: Complimenti per il tuo romanzo. Narri una storia tragica ma lo fai in maniera dolce, sottolineandone dettagli, ricordi passati ed emozioni presenti. Com’è nato questo romanzo? C’è alle sue spalle una genesi particolare?

MRP: Il romanzo è nato da una storia dolorosa e, purtroppo, vera: la malattia di mio fratello. Nelle tante ore passate in ospedale pensavo di scrivere dell’esperienza così dura che stavamo vivendo, e l’intenzione era di  parlare soprattutto della sanità, di un certo tipo di sanità con la  quale ci stavamo angosciosamente confrontando. Scrissi, per primo, un racconto, che titolai Pazienti Smarriti. Uno scrittore amico lo lesse, gli piacque molto e m’invitò a continuare. Così dal racconto, a poco a poco venne fuori il romanzo. Scrivendo, i ricordi mi presero sempre più la mano, per cui il libro, che in origine volevo fosse di  mera denuncia, divenne una storia di sentimenti.

LS: Ho letto nella tua breve scheda di presentazione del libro che c’è qualcosa di autobiografico nel romanzo. Ovviamente non ti chiedo cosa perché questa intervista non ha nessun fine di ledere la tua privacy. Quella dei riferimenti autobiografici in un testo è una domanda che mi faccio spesso e che mi aiuta a capire ancor meglio il testo in questione. Quanto hai tratto da esperienze personali nella stesura di questo libro? I pensieri e le emozioni che sono della protagonista, della sorella del malato, sono in qualche modo un riflesso di un tuo stato d’animo per una persona malata alla quale sei stata accanto?

MRP: In Pazienti Smarriti c’è tanto di autobiografico. Gli episodi evocativi dell’infanzia, i flash-back racchiusi nei box, per intenderci. E anche quanto attiene al quartiere, i riferimenti geografici, la storia familiare. Riguardo il penoso viaggio nel pianeta-sanità,  tutto ciò che è raccontato nel romanzo è realmente accaduto, mentre non tutto ciò che il protagonista  ha vissuto, è stato possibile riportare: in qualche caso per rispetto della memoria di Ettore, talvolta perché veramente inenarrabile. Comunque, a mio parere, anche quando si scrive di cose inventate, la scrittura è  in qualche modo autobiografica, perché chi  scrive “mette” sempre se stesso. 

LS: La prima parte del romanzo si intitola “Ground Zero” cioè ‘livello zero’, ‘spianata’ e ci fa pensare immediatamente alla tragedia delle Twin Towers dell’11 settembre del 2001 a cui in effetti si fa riferimento nel romanzo. La mia interpretazione che si rifà alle considerazioni della giornalista Oriana Fallaci quando scriveva della sua malattia è quella di mettere in relazione la potenza distruttiva del terrorismo che annulla la società con quella di un cancro che annulla la persona. Una malattia che lascia aridità, secchezza, desolazione. E’ in certo modo corretta questa interpretazione? Se non lo è a che cosa volevi riferirti con questo titolo?

MRP: Ad  accomunare i  due tragici fatti, l’uno di risonanza planetaria e, l’altro, molto più intimo, evidentemente non è stata solo la concomitanza temporale. Il protagonista di Pazienti Smarriti era un punto di riferimento fondamentale per la moglie,  le figlie,  la sorella,  che non  ipotizzavano neppure il  vacillamento del loro sostegno, della  loro Torre,  figuriamoci il cedimento! Quando il male aggredisce Ettore, per le  sue donne che,  nonostante tutto caparbiamente spereranno  fino alla fine,   l’evento è destabilizzante, la catastrofe totale e, per loro, paragonabile solo a Ground Zero.

LS: Nel romanzo utilizzi una metafora molto intensa e penetrante: il malato come guerriero ormai condannato e l’esercito della salvezza al suo fianco. E’ un’immagine molto bella e che rende magistralmente l’idea di questo clima solidale e comprensivo nei confronti del personaggio di Ettore. La guerra che il guerriero e l’esercito combattono ovviamente è la malattia. In che modo si è originata nella tua mente questa metafora che poi hai utilizzato sapientemente nel corso del romanzo?

MRP:  L’etimo del nome Ettore deriva dal greco e significa colui che tiene saldo, che protegge. Identifica il difensore valoroso,  che lotta per la sua gente, la sua famiglia, così nell’Iliade, ci viene raccontato  Ettore, principe di Troia, guerriero nobile ben diverso da Achille l’eroe suo antagonista che, invece, combatte per la gloria, per l’affermazione di stesso. Rileggendo il poema omerico scoprii alcune analogie tra  Ettore, guerriero troiano e il mio protagonista. Innanzitutto entrambi difendono a spada tratta  i valori in cui credono fermamente. Poi,  la solitudine del guerriero. La solitudine del malato. Ettore,  eroe epico,  sarà solo sotto le mura di Troia, e  dovrà cavarsela senza l’aiuto divino, perché non è protetto dagli dei. Egli è mortale, a differenza di Achille, che è invulnerabile. Anche il malato è solo di fronte alla malattia nonostante  la vicinanza affettiva dei parenti e degli  amici. L’epilogo, poi,  è lo stesso  per entrambi i personaggi: dopo aver combattuto da leoni, soccombono al loro destino.

LS: Nella prima parte dell’opera c’è una lunga descrizione che rievoca il prezioso momento dell’allestimento del presepe. E’ una descrizione suggestiva e quanto mai affascinante. Il pensiero di Ettore, che torna a casa proprio pochi giorni prima del Natale, è quello che dovrà fare in fretta a metter su il presepe, come ha fatto ogni anno. E’ un dato di fatto che nella tradizione napoletana il presepe ricopra un gran valore. Quanto è importante per te personalmente? Credi che la mania presepiale dei napoletani derivi da un ferma credenza nella religione o piuttosto nell’abilità partenopea di creazione di maschere, travestimenti e riproduzioni in scala di altrettante identità?

MRP: Non parlerei di “mania” presepiale, piuttosto di passione. Una passione complessa, e difficile da spiegare: nel  presepe c’è la tradizione, il mito,  l’arte, il folklore,   la simbologia  – ogni personaggio deve  essere  perfino collocato in un posto ben preciso. Il presepe popolare, come diceva Matilde Serao, è Napoli, la glorificazione di Napoli, della sua  antica quotidianità, della sua esuberanza, della sua  schiettezza, anche delle sue contraddizioni.  Il presepe o  lo si ama oppure no, non esistono mezze misure. A questo punto, Lorenzo, avrai  capito che sono Presepista, per dirla alla De Crescenzo che divide i napoletani in Presepisti  e Alberisti. Anche Ettore era Presepista.

LS: Sono interessantissimi i riferimenti alla cultura (dialetto, arte) napoletana ed è affascinante questo stretto legame che tu evochi tra la famiglia, la terra e il passato. Ci sono autori napoletani che ti piacciono in maniera particolare? E quali scrittori italiani e stranieri ti piacciono di più?

MRP: Nel mio romanzo numerosi sono i  termini dialettali  e le espressioni gergali, tradotti o spiegati, poi, con note a piè di pagina.  Credo sia stato più efficace e funzionale alla narrazione, riportarli senza italianizzarli o sostituirli con sinonimi, anche perché la storia che racconto  è ambientata in un determinato contesto e geografico e storico. Negli anni 50/60 a Napoli si diceva la bella mbriana, non la fata buona della casa. Nessun dubbio riguardo i miei autori preferiti: Marquez e la Allende, di cui ho letto tutto. E poi tutta  la letteratura di matrice ispanica. Tra gli italiani mi piacciono molto Alessandro Baricco, Marco Lodoli e Stefano Benni.

LS: Nel romanzo, ad eccezione di Ettore, non ci sono personaggi maschili tratteggiati con attenzione. E’ un universo di donne di età e sensibilità diverse a dispiegarsi all’interno del romanzo. L’idea che ci facciamo è che si tratti di un romanzo quasi “matriarcale”. E’ sbagliata questa interpretazione?

MRP:  In Pazienti smarriti la presenza femminile è sicuramente forte, la si tocca con mano. Già l’Esercito della Salvezza, la milizia nella quale idealmente  la moglie, le figlie, la sorella di Ettore, si arruolano volontarie per la salvezza  del loro uomo rende l’idea di quanto le donne  siano combattive, risolute, pronte, se necessario, perfino  ad impugnare le armi per contrastare il nemico subdolo che si accanisce contro il loro caro. In situazioni estreme, come una grave malattia, oppure durante terribili  emergenze, quali la guerra, si tira  fuori una grinta, un’energia, che  forse neppure si sa di avere. L’abbondanza di figure femminili poi, nel romanzo, è dovuta al fatto che ci sono esperienze devolute storicamente più alle donne che agli uomini, appunto  l’assistenza degli ammalati,  ed anche alla circostanza che numericamente vi sono più donne che uomini,  come nella mia famiglia. Tra i personaggi maschili, vorrei  sottolineare Genny, il giovane parrucchiere che viveva alla giornata e che ebbe un destino simile. La storia di quel ragazzo scanzonato e poetico mi emozionò al punto che decisi di ricordarlo nel romanzo.

LS: Di pari passo alle varie operazioni e all’aggravarsi delle condizioni di salute di Ettore nel romanzo sottolinei in più punti una certa deferenza, una freddezza e distanza di rapporti tra il personale medico ed i parenti. I dottori e i chirurghi operano e danno responsi solo perché quello è il loro lavoro. Manca, sotto questo punto di vista, il lato umano che una professione come questa dovrebbe manifestarsi in maniera di supporto emotivo non solo per l’ammalato ma anche per i suoi parenti. Ci sono delle suore che un po’ si dedicano a questo aspetto. Perché hai voluto sottolineare questo elemento?

MRP: Come ho detto all’inizio di quest’intervista  e come sempre ripeto nelle presentazioni,  Pazienti smarriti non è un libro sulla malasanità, ma una storia  di sentimenti. La malattia di Ettore è stata un percorso durante il quale si è avuto l’incontro con operatori  sanitari capaci e disponibili  ed altri venali o boriosi, con persone meravigliose – buoni samaritani, –   e con chi,  invece,  non si sarebbe mai voluto incontrare. Si è sperimentata la solidarietà, autentica, commovente, tra gli ammalati, tra le famiglie degli ammalati.  Abbiamo percepito, nel  momento più critico della malattia, nel passaggio alle cure palliative,  un distacco, da parte dei medici proprio quando vi era maggiore necessità della loro presenza. Un atteggiamento difensivo,  un “ritirarsi”  forse  dovuto all’idea dell’impotenza, della sconfitta, personale e della medicina. A mio  parere, la malasanità, non è solo l’ inadeguatezza dei servizi, ma soprattutto la scarsa attenzione al paziente,  l’incapacità di rispondere anche al bisogno d’umanità di chi vive l’esperienza della malattia.

LS: E’ singolare che entrambi i sogni-visioni che la protagonista fa ricalcano una serie di elementi che la concernono nella realtà: la frequentazione dell’ospedale, la malattia del fratello, l’unione con gli altri membri della famiglia. Nel secondo sogno mentre i parenti stanno aspettando Ettore che esca dalla sala Tac, si rendono conto che è scomparso e tutti si mettono a cercarlo. Siamo nel sogno. Si fa riferimento così ai “pazienti smarriti” da cui deriva il titolo del romanzo. In che senso i pazienti sono smarriti? E’ la malattia a privarli di sicurezze e del riconoscimento degli spazi? Perché la protagonista fa questo sogno?

MRP: Il titolo del romanzo deriva proprio dall’episodio dello smarrimento del paziente in ospedale. Dopo una Tac, Ettore fu “realmente” smarrito. Come una valigia. E l’Esercito della Salvezza a cercarlo  dappertutto… Non fu un sogno. Tutt’altro! In quale chiave dovevo riportare un fatto del genere? Sono ricorsa all’espediente onirico, calcandovi  la mano, arrivando al surreale. Solo nei sogni-incubo dovrebbero verificarsi certi fatti. Il titolo potrebbe essere letto anche come metafora dello smarrimento, dello spaesamento che prende  chi, all’improvviso,  si trova  sradicato dal proprio ambiente, in un contesto sconosciuto, e con l’incognita della malattia. Naturalmente lo smarrimento è una richiesta d’aiuto.

LS: Hai altri lavori in cantiere? Stai scrivendo qualcosa o hai in mente un nuovo progetto? Se sì, puoi anticiparci qualcosa?

MRP: La lettura e la scrittura fanno parte del mio quotidiano. Sono napoletana e quindi superstiziosa per cui preferisco non aggiungere altro. Però, Lorenzo, di sicuro  c’è una storia che mi piacerebbe moltissimo scrivere, una storia che avesse questo incipit: c’era una volta, c’era una volta, una bruttissima malattia e adesso non c’è più.

Ringrazio Maria Rosaria Pugliese per avermi concesso questa intervista.

LORENZO SPURIO

11 Luglio2011


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I ragazzi stanno bene (2010)

 Al centro del recente film I ragazzi stanno bene (The Kids Are All Right, 2010) c’è una famiglia un po’ diversa rispetto a quella che solitamente siamo soliti immaginare. Due madri (Nic e Jules) e due figli (Joni e Laser), rispettivamente ciascuno figlio di una delle due donne che sono legate tra loro da una relazione omosessuale. Il film offre varie scene di questo amore saffico ma allo stesso tempo mostra nella prima parte la tranquillità e la spensieratezza della vita familiare. Tuttavia i problemi arriveranno nel momento in cui uno dei due figli, Laser (Josh Hutcherson), chiede a sua sorella diciottenne Joni (Mia Wasikowska), di fare per lui un’importante telefonata. Il ragazzo infatti è intenzionato a scoprire e a conoscere il genitore genetico che è lo stesso di quello di sua sorella. Così la sorella telefona alla Banca del seme e entrambi fanno tutto questo segretamente dalle due madri temendo che loro non ne siano d’accordo. Una volta conosciuto Paul (Mark Ruffalo), il padre genetico, questo entrerà a pieno nella vita dei due ragazzi i quali prenderanno a trascorrere molto del loro tempo libero con lui. Intanto Paul propone a Jules (Julianne Moore), che si occupa di decorazione paesaggistica, di occuparsi del suo giardino di casa che versa in pessime condizioni.

Così la donna comincia a lavorare nel giardino e ben presto anche lei rimarrà affascinata dall’uomo avendo vari rapporti sessuali con lui. Questo avviene tutto all’oscuro di Nic (Annette Benning), la quale nella coppia omosessuale rappresenta, se vogliamo, il principio maschile: è lei che siede a capotavola e che ricorda ai figli le “regole familiari”, è lei che impone divieti ed è con i soldi del suo lavoro (è una dottoressa) che la famiglia va avanti. Inoltre ha un debole per il buon vino rosso e spesso finisce per ubriacarsi. Quando intuisce che c’è qualcosa che non va e che l’arrivo di Paul nella vita della sua famiglia sta portando gravi disagi (la figlia, forte della sua maturità, si scontra verbalmente con lei, rifiutando di attenersi ai suoi divieti come quello di salire in moto; la compagna è sempre meno attenta nei suoi confronti) non manca di confrontarsi in maniera colorita con l’uomo, intenzionata a fargli capire che non è ben accetto nella famiglia e che lui non è parte di essa. Durante tutto il corso del film, Paul non viene mai chiamato dai figli “genetici” come padre ma sempre come ‘donatore di sperma’.

Il film, oltre a tratteggiare una relazione lesbica alle prese con vari problemi che sfociano in una vera e propria crisi tra le due madri, pone in risalto il contrasto tra genitore naturale (o genitore genetico) e genitore che cresce e dà affetto ai propri figli. Paul infatti, pur sentendosi progressivamente, sempre più parte di una famiglia, non può avanzare nessuna pretesa sui suoi figli in quanto questi sono stati concepiti non all’interno di un matrimonio ufficializzato o comunque da un’unione d’amore ma in virtù della semplice donazione di sperma. Quando Nic scopre che Jules l’ha tradita proprio con il donatore di sperma inizia la vera crisi del loro rapporto lesbico e le due prendono a dormire separatamente in casa. Ad un certo punto però Jules riconosce davanti all’intera famiglia di aver sbagliato, di non essere diventata etero e che ama, come sempre, Nic e lentamente le cose vanno risistemandosi. In un ultimo confronto tra Paul e Nic quest’ultima chiede all’uomo di star lontano dalla sua famiglia e Jules fa sapere a Paul che non intende andare avanti con la loro relazione clandestina perché ama Nic.

La situazione finale della famiglia dominata da felicità e dall’ unione ritrovata, si ricollega in maniera circolare a quella dipinto all’inizio del film prima dell’introduzione di Paul. Alla fine le due madri, assieme a Laser accompagnano Joni al college dove comincerà a frequentare l’università e la stretta di mano in auto tra le due donne sottolinea il perdono di Nic nei confronti di Jules e la ritrovata tranquillità e unità della coppia. Il film, a mio modo di vedere, tratta una serie di temi per niente semplici ma che sono di impressionante attualità. Storie del genere possono in effetti rispecchiare una serie di famiglie omosessuali nelle quali ci sono figli adottati o, come nel film, nati dall’inseminazione artificiale. E’ un film che, credo, sarebbe malvisto e criticato dalla Chiesa o da qualsiasi cattolico moderato ma che sottolinea sapientemente come un rapporto d’amore vero e duraturo possa esistere anche all’interno di una coppia che non sia necessariamente costituita da un uomo e una donna. Il rapporto lesbico, il matrimonio omosessuale, l’inseminazione artificiale, la famiglia con due madri e nessun padre non sono elementi che finiscono per essere delle mere trovate cinematografiche per rendere avvincente e innovativa la trama di questo film ma sono specchio diretto della complessità e della varietà dei rapporti e delle relazioni sessuali della nostra età, unite ai grandiosi progressi medico-scientifici per quanto concerne la fecondazione assistita.

Trailer in italiano:


Fonti

Sito ufficiale del film:     the_kids_are_all_right

Christopher John Farley, “The Kids Are All Right: Director Lisa Cholodenko on Her New Film”, Speakeasy, 7 July 2010.

Andrew O’Hehir, “Sundance, “The Kids Are All Right”: Scenes from a Lesbian Marriage”, Salon, 26 January 2010.

Steven Zeitchik, “Sundance 2010: The Kids Are All Right becomes a Sundance sensation”, Los Angeles Times, 26 January 2010.


LORENZO SPURIO

05-06-2011 

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