2° Premio Internazionale di Letteratura e d’arte “Nuovi Occhi Sul Mugello”
sab 16 maggio 2015 ore 16:30
c/o Nuovo Centro Civico
via Vespucci – Barberino di Mugello
PROGRAMMA DELLA SERATA:
Saluto e Ringraziamenti
Intervento di Giampiero Mongatti (Sindaco di Barberino di M.llo) e dell’amministrazione comunale
Presentazione delle Giurie
Intervento dott.ssa Stefania Paola Corti (resp. progetto SMARD1)
Proclamazione dei vincitori e lettura delle motivazioni
Diffusione dell’antologia del Premio cui il ricavato sarà interamente destinato alla ricerca scientifica sulla malattia rara SMARD1 condotta dal “Centro Dino Ferrari” dell’Università degli studi di Milano.
La serata sarà allietata dal cantautore Francesco Fuligni e dal musicista Giacomo Tagliaferri
Ospiti enti pubblici, privati e sponsor che hanno sostenuto l’evento e Maria Carbognin (Scrittrice e coreografa), Roberta Calce (speaker radiofonica e poetessa), Gastone Cappelloni (Poeta), Daniele Locchi (scrittore e attore), Alessandra Barucchieri (fotografa).
“Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del discorso é segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli e ogni cosa ne nasconde un’altra”.
Il filo segreto che unisce il discorso di questa raccolta antologica è ordito su un telaio immaginario e la spoletta passa da una città all’altra a tramare un arazzo di testi la cui rappresentazione artistica è data dalla voce di più figure poetiche.
Così abili mani annodano argomenti quali le bellezze architettoniche e paesaggistiche, i ricordi, il contrasto tra la realtà del passato e quella del presente, il disagio esistenziale, il degrado dell’ambiente, la diversità, l’inquinamento, le trasformazioni subite dai centri abitati, la mancanza di lavoro, la speculazione edilizia, i vari accadimenti, il progresso tecnologico, l’emigrazione, le marginalità, le tradizioni popolari, le menzioni più o meno esplicite ai grandi poeti nonché il dialetto e quelle “escursioni fuori porta” che invitano il lettore ad una continua metamorfosi di analisi e sintesi e identificazione con i testi letterari.
“Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee di una mano” ed “È dolce il tuo abbraccio, così intenso e corposo,/ed io mi ritrovo ragazza, quando a vent’anni, /mettevo radici forti ai miei sogni infiniti” come dice Anna Scarpetta, pensando alla sua città, Napoli, il cui viso è ben scolpito nella sua mente con “il mare che scivola e unisce il limite del cielo” e dove adesso “si fatica, per via della crisi, ad andare più avanti”.
Ma il passato delle città è anche “un segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, virgole” e per Vincenzo Monfregola “non è facile raccontare dei sorrisi nati nel degrado”, però l’autore non perde mai di vista la capacità di saper affermare la propria dignità di uomo e la “grande voglia di rivalsa”, cercando una catarsi anche dove “i fiori neri sembrano belli”; e se Anna Scarpetta ci dice delle bellezze architettoniche e paesaggistiche della sua città, Vincenzo Monfregola vuole “un prato verde/con alberi grandi” per raccontare al mondo di una gioia che chiamano vita. Ma nell’immaginario di ciascuno “Napule è” pur sempre “mille culure… e a voce de’ creature che saglie chianu chianu”.
La memoria storica di ogni città è scritta “negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre” e troviamo Luigi Pio Carmina a firmare la tela di un acquerello in cui Palermo è rappresentata in ogni suo aspetto, dai mosaici di Monreale, alla Vucciria dei mercati, ai veri quartieri cittadini, al festino dedicato alla Santuzza, alle bellissime spiagge dove le onde del mare alla sua “ode donano colore”; e poi c’è monte Pellegrino “antica roccia” che si erge dalle “salse acque/di Palermo” e che porta Emanuele Marcuccio a chiedersi perché le sue strade “stridono luttuose” e “remoti mali” la schiantano, realtà a cui fa riferimento anche Carmina, dicendo che l’intera isola “Chiu bella fussi senza vossia”, cioè senza quelle persone “carenti di onore” che si aggirano tra aranceti e vigneti.
“Un populu/mittitilu a catina/spughiatilu/attuppatici a vucca/è ancora liberu. Livatici a tavula unni mancia/u lettu unni dormi/ è ancora riccu” un popolo diventa povero e servo “quannu ci arrubbanu a lingua”, allora è perso per sempre, è perso perché perde la propria identità culturale, le proprie radici, quella identità tramandata di padre in figlio con gli usi, i costumi, le tradizioni che lo rendono forte e rispettabile. Però a Carmina “ni ristò a vuci d’idda” per cantare la propria terra come la voce di lei, quella della madre, la parola dialettale, resta a Marinella Cimarelli che con piglio felice e fare giocoso ci fa conoscere la città di Jesi che è “’na bella cittadina… trullarero trullallà senza Jesi ‘n se po’ sta’” anche perché questa città con tutti quei nomi dei campioni , ha il vanto di essere la città dello sport per cui “non è fantasia, ma pura realtà… che questa seguro è la città de Jesi!”. E la parola dialettale resta anche per Mario De Rosa che ci narra di Morano Calabro con profonda nostalgia tanto che “ti scinni ‘nd’u coru nu’ scurunu” perché poco distante da L’Annunziata “c’è un vicinato/dove prima regnava l’allegria/di gente buona/di gente buona con le vecchie usanze/che faceva teatro in mezzo alla via”. Il medesimo sentire si riscontra nei versi di Sandra Carresi che in “giro fra le bancarelle sotto il sole cocente d’agosto” ripensa che un tempo era tutto diverso, quando in giri valzer o danze più scatenate davano vita a legami amorosi, mentre nel tempo dell’oggi “nessuna musica, ognuno in casa propria riposa… nella piazza solo qualche chiacchiera” e bottiglie vuote saranno “silenziose testimonianze del tempo che racconta il suo passaggio”; un passaggio che si ferma in quella che è “una delle più belle Piazze del Mondo” per la rievocazione di un’antica usanza primaverile in cui il carro brucia e la “colombina (che) s’è rotta”. Intanto l’Arno continua a scivolare sotto i ponti “come un poeta visionario” e “a scalare/con fragore/le cascate” e Maria Luisa Mazzarini attraversa il ponte e dopo la Messa in chiesa va alla ricerca della tomba del Poeta. Dagli indizi che ci dà l’autrice, penso si tratti del ponte Vespucci che porta al quartiere di San Frediano e di lì per via Pisana a Badia a Settimo dove si trova la tomba del Poeta. Ma proprio perché si tratta di quel poeta che presso le Giubbe Rosse cercava di vendere i suoi Canti Orfici, mi piace immaginare che il ponte sia quello di Santa Trinità dove “i piloni fanno il fiume più bello/e gli archi fanno il cielo più bello”. “Dino Campana/Poeta 1885-1932” è l’epigrafe sulla tomba che si trova nella cappella della chiesa di San Salvatore. “Le donne dicevano ai ragazzi: è il poeta! senza sapere chi” scrive Piero Bargellini che dal cimitero di San Colombano fece traslare le spoglie mortali di Dino Campana nella chiesa di San Salvatore. “Sulle increspature/dell’Arno al tramonto/si è specchiato il tuo volto” e forse quello che cerca Anna Grecu è il volto del Poeta che in giro per la città “fugge l’inganno/di (quel) mare in tempesta” che è la sua stessa esistenza.
La metropoli, come ricorda Michela Zanarella, “ha i colori del tempo… nelle enormi arterie (si ) divorano mescolanze (e) grigie abitudini”, terreno fertile del disagio sociale, delle solitudini, delle marginalità, delle distanze e “tra casucce ammonticchiate/e vicoli oscuri”, quelli descritti da Francesca Luzzio, si vedono “ventri gonfi di bambine/che danno vita/ma non sanno come” mentre il “passo tremante di ubriaco” rammenta ai passanti che “Si è/ vasi fragili/davanti/a certe aporie/dello spazio-tempo”, davanti a problematiche che non offrono soluzioni, che affannano e allontanano anche dall’essere persone coscienti del sé, per cui “nessuno sa/cercare/un passaggio orientato/nelle antinomie post moderne dell’identità” come sostiene Lucia Bonanni che insieme a Maria Rita Massetti nelle “cartilagini del tempo” vorrebbe rinvenire il “sospiro dei secoli… sui muri smemorati” delle case che cadono nel silenzio per destarsi poi “nel livore di un’alba/ancora assopita… assetata/di colori e rugiada”.
“Questa è la terra di Puglia e del Salento, spaccata dal sole e dalla solitudine, dove l’uomo cammina sui lentischi e sulla creta… scricchiola e si corrode ogni pietra, da secoli” scrive Salvatore Quasimodo nella prefazione del testo La terra del rimorso, sintesi della ricerca etnografica in Salento, condotta nel 1959 da Ernesto De Martino per studiare il fenomeno del tarantismo dal punto di vista storico, culturale e religioso. Fenomeno velatamente evocato nei versi di Teresa Anna Rita De Salvatore che in quella “Lecce franta nel ricordo” fa rivivere “gli incubi antichi” di una città quale “isolato tempio” con “i sogni dei poveri/(che) andavano a vedere in piazza i presepi” mentre i giocattoli grandi erano riservati soltanto ai bambini più ricchi. Ma la Puglia non è soltanto tarantismo, povertà e solitudine, essa è una terra ricca di arte, di storia, di cultura e di fede che si manifesta in “Cuore e spirito” all’interno di un “sacro luogo di riconciliazione” dove ci conducono i versi di Maria Pompea Carrabba, decisa a difendere il “sacro luogo del cuore” in attesa che San Nicola faccia ritorno nella chiesa e si avveri “il sogno di un piccolo paese”. E “tra scorie di viaggi logori”, come vuole la tradizione “A piombo rappreso,/il Santo, nel suo tempio d’altezza,/guardava sonnolento” la città di Ancona di cui è Patrono; in questo caso è Lorenzo Spurio a narrare le atrocità inflitte a San Ciriaco, obbligato a ingoiare piombo fuso e poi decapitato. “Con Betlemme/hai piantato un ulivo” e in questi tempi di amarezze il pensiero della De Salvatore si unisce a quello di Anna Scarpetta e va verso la Terra Santa dove il prezzo della cristianità è costato sacrificaci crudeli per mano di “furiosi gendarmi”. La fede che è accoglienza, speranza, unione di cuore e spirito, accettazione dell’altro, condivisone, aiuto reciproco, nei versi di Elvio Angeletti apre anche al “musicante (che sta) ancora lì/solo nel suo destino/ad aspettare la mano di una amico” come si volge a chi è diverso, “diverso da chi e da cosa/c’è forse una regola/c’è forse uno stampo” si interroga Franco Andreone, ricordando un giardino “nel bel mezzo di una piazza” dove un tempo “andava a far scorrazza”.
“Un ragazzo moccioso/(con i) pantaloni larghi e sporchi/(ma) lesto, furbo e sapiente”, tradito dagli uomini, si staglia nelle parole di Emanuela Di Caprio come nel dire di Osvaldo Crotti si anima un “temprato guerriero/dallo spirito ribelle/pioniere di lotte senza fine/unico e degno/ maestro/di tanta dignità” il Clochard con “gli occhi pieni di stelle” che vive per strada e la sua coperta è “un cartone e un pizzico di luna”. Tante volte nelle vie cittadine si incontrano “cani legati al guinzaglio dai loro padroni/che fanno il giro per i loro bisogni come barboni”, ma sono pigri e indifferenti con gli occhi pieni di tristezza e persino il loro abbaiare è diventato così poco credibile da sembrare addormentato; di questo si rammarica Patrizia Pierandrei che con occhio attento riesce a notare ciò che in altro contesto aveva subito notato il povero Marcovaldo un mattino mentre aspettava il tram. “Chissà da dove vengono quei poveri funghetti,/il vento forse li ha costretti,/a crescere tra le dure pietre lastricate”, ma quei funghi non possono nutrire né il barbone e neppure l’emigrato. Dato che “l’arte vuol sempre irrealtà visibili” proprio come afferma J.L. Borges, vediamo Cristina Lania perdersi nelle vie della sua città, ricordando i fasti passati e l’autrice ritorna dove “la Madonnina del Porto/si erge come eterea vision/nitida nella sua unicità” e il mare è “effluvio e respiro della (sua) terra (e) Zancle non è più chimera lontana /(mentre) il cielo si frantuma in cristalli di luce”.
Per Francesco Paolo Catanzaro “Nella piazza il vecchiume si crogiola al sole./La città è solenne/nei suoi vapori di smog e di frenesia metal meccanica”, “Ci si accorgerà nel corso del tempo/quanto la tecnologia ha prezzo,/quanto la ferraglia, l’acciaio/inondi il paesaggio/ e provochi lo tsunami della civile inciviltà” in quel cuore di latta che, secondo l’autore, ha adesso la città.
Ma la città è anche incanto e bellezza che giungono come un’eco sulle musiche di Respighi che celebra i pini e le fontane di Roma “per riapparire ancora” tra le righe di Giuliana Montorsi e in quelle di Michela Zanarella in un “abbraccio universale/ eppur donato a ognuno” e “dove le pietre fondono memoria/freme l’asfalto confuso/ed il Tevere veglia/il sotterraneo mutare dell’aria/(che) si rinnova nell’incanto dei palazzi/e nello zampillo limpido delle fontane”. Cristina Vascon scrive che “tra le nebbie/sboccia una luce (e) mille albe si stemperano/in rugiade/(mentre) tra solchi d’immense nuvole/germoglia il sole”. Le due autrici, entrambi venete, fanno tornare alla mente i palù, quei paesaggi delle aree pianeggianti tra il Veneto orientale e il Friuli e il cui termine è usato al plurale come metonimia per indicare le aree prative dove cresce il palù, un’erba del genere carex, diffusa in quelle zone, oggetto di studi antropologici e rivisitata anche nei componimenti di impegno sociale, scritti da Andrea Zanzotto.
Dalla malinconia dei campielli si va “verso i pioppi sugli argini/là dove la curva del fiume/risplende/come lastra d’oro” e il fiume lambisce la città in cui “le cuspidi ardite/riecheggiano un passato di furiose/e crude lotte tra fazioni avverse/i merli ghibellini/sul mobilissimo Palazzo Gotico” mentre la nostalgia pungente per la propria terra si fa posto nella mente di Giorgina Brusca Gernetti e gli echi delle aspre lotte per le investiture fanno pensare alle due torri, divenute nel tempo simbolo della città di Bologna. Elisabetta Mattioli ne ammira la statua del Nettuno “in connubio/ assieme all’acqua/e protettore silente/di un mare senza spuma/unito a una città senza tempo” mentre per Bartolomeo Bellanova Bologna si configura come “un luogo dato agli spettacoli” con i “passi che vanno e vengono, oscillano,/barcollano su un copione scritto/barcollando su una pagina bianca,/scia d’inchiostro esaurito” e il poeta resta “quello che nasconde i cocci sotto pelle,/aspettando la notte dopo”.
“Nella profondità cittadina” di Francesco Paolo Catanzaro “il vecchiume si crogiola al sole” e la città mostra il suo cuore di latta e quello che prima era un piccolo borgo si è ampliato e ha subito profonde trasformazioni e “ci si accorgerà nel corso del tempo/quanto la tecnologia ha prezzo/ e provochi lo tsunami della civile inciviltà”. Nell’orizzonte poetico di Gianluca Papa si profila la “torre alta/ovattata finestra/ indicibile/luminosa gloria” di Pisa, oggi splendente nei suoi alabastri. Felice di narrare le proprie emozioni, Massimo Rozzi volge il pensiero agli amici e da esule pone lo sguardo “alla meta della domenica”, il suo paese, dove adesso “i giovani trovano una speranza/sul loro futuro senza scappare”. Dalla profondità del silenzio come epifanico sentire prorompe la voce letteraria di Renato Pigliacampo, nemico talvolta a se stesso, “teso nei sogni” delle colline marchigiane che “nelle sere che calano sul mare” ancora gli parlano nella lingua dei padri per rinsaldare il vincolo d’amore con il proprio territorio e “oltre il Colle dell’Infinito” esiliato “in terre padane” allorché si affacciava alla vita ed ora tiene in un “abbraccio d’amore la sua Porto Recanati.“le luci rifrante, le case, i palazzi…/ e cerchi concentrici si intersecano allargandosi./E si dissolvono, emulando le vite… Cambieranno i passi, stanotte al molo,/e le barche r i marini moti” e là, oltre la risacca che si frange lungo la linea del porto, “Distante il falso/ mare rivendica/ la sua libertà incarcerato//in una fotografia ritoccata” e Daniela Gregorini all’alba si ritrova a ballare tra i “tavoli impazziti” di una folle città per evadere verso le illimitate sponde del tempo mentre aspetta un tram “flouato”.
Nelle escursioni fuori porta anche all’estero, troviamo anche le città di Lorenzo Spurio che racconta di “cocci taglienti e scarpe spaccate/nella piazza centrale, assedio,/ contro un capo-cecchino/schifoso, come tutti i capi in guerra” e “la temperatura era buona, infingardi cani neri/agguantavano al collo/con guizzanti morsi”, trasformando il faraone di pietra in un “colabrodo/ di sangue rubato (e) i bambini rubavano il mare/con gli occhi bagnati”. Versi, questi, che ho avuto modo di apprezzare nella lettura della sua silloge Neoplasie civili (Agemina, Firenze, 2014) ed evocano altre piazze di libertà e indipendenza dal faraone di turno.
E per tutte queste caratteristiche “la città si presenta differente a chi viene da terra e a chi dal mare”.
Un lavoro poderoso, superbo, unico nella sua rara composizione quello che ha svolto Lorenzo Spurio, curatore di questa antologia poetica che nella selezione dei brani poetici ha dato vita ad un coro polifonico, ad una partitura in canone in cui ciascuna voce parte da un punto di vista personale e si ritrova in sintonia con i pensieri, i concetti, i contenuti, i sentimenti, le emozioni, le delusioni, i desideri, le paure, le vicissitudini in un labirinto di idee, legate le une alle altre da un unico tema, la città, ovvero da quel dinamismo che fa di ogni centro abitato un organismo vivente; un organismo il cui nucleo resta sempre il cuore pulsante dell’Uomo che sa irrorare le sue cellule di linfa vitale in uno scenario sempre mutevole e affascinante.
Onorata di far parte di questo lavoro e di questa compagine di sognatori che amano la Poesia.
Ho sempre letto con grande piacere e curiosità le raccolte poetiche dell’amica Sandra, perché a differenza di tanti poeti o pseudo tali che si riempiono la bocca di belle parole convinti di far poesia, ho sempre trovato in Sandra –sia nella sua poetica, che nella sua grande umanità- una grande ricchezza e generosità. Qualità queste che non si sposano bene con il tempo presente e che sembrano conoscere una continua messa alla berlina, ecco perché reputo che quando una persona ancora si emoziona visibilmente nel leggere le proprie poesie, significa che quella persona non solo le poesie le ha scritte e le ha vissute, ma le rivive e le sente sulla sua pelle come sensazioni che si rinnovano. Questa, oltre ad essere una cosa meravigliosa, è anche una manifestazione di come un’anima sensibile sia in grado di rapportarsi al mondo della scrittura, perché scrivere poesie, pubblicare sillogi e presentarle non è altro che il più piccolo tassello di quel grande mare magnum del “far letteratura”. La letteratura non è carta stampata, libri messi sulla scrivania e mai aperti, smaniose frequentazioni a concorsi per rincorrere l’ambito premio, ma è una riflessione sul mondo, un’analisi sul vissuto e su cosa rappresentiamo per noi, per i nostri cari e per l’intero tessuto sociale. Credo che se viene meno questa impostazione di fondo, non si potrebbe parlare di artisti che, invece, credono nella loro arte, alla quale apportano innovazioni arricchendola.
Ciò che mi piace poter sottolineare di questa nuovissima esperienza poetica di Sandra è l’attenzione alla dimensione sociale, ossia l’impegno attivo, etico e di denuncia che è possibile circoscrivere in numerose poesie della raccolta. La Nostra non è nuova, invece, a una poetica di carattere modernista, fatta di dolcezze, colori e esuberanti osservazioni della natura e del suo funzionamento con speziati aromi che derivano dagli ecosistemi più vari: poesie di questo tipo, colorate, quasi effervescenti, di compiacimento di fronte al bello e alla semplicità e al contempo del Creato abbondavano già nella raccolta La vetrata incantata del 2011 per la quale Sandra mi aveva inorgoglito chiedendomi un commento preliminare. Se decidiamo dunque di scantonare l’analisi critica da quelle poesie dal gusto sobrio ed elegante che hanno un taglio più marcatamente personale o intimista e ci concentriamo, invece, su quelle che compongono l’ampio corpus del poetare civile, ci sarebbero senz’altro molte cose da osservare e alle quali render merito.
Sandra parla di un presente difficile dove domina il narcisismo, i personalismi e le bieche leggi di mercato, un mondo dove la politica (dal greco “governo della città”) termina per essere garante del bene sociale, della giustizia e di preservare il destino del paese. Si allude di continuo alla difficoltà del tempo in cui viviamo, difficoltà che possiamo spiegare attraverso la precaria e preoccupante situazione economica che non permette futuro e che spesso porta a gesti autolesionistici, alla burocrazia tipica delle amministrazioni pubbliche del Belpaese che infastidisce, rallenta e grava pesantemente sugli uffici di qualsiasi tipo alimentando il disconcerto della popolazione. Viviamo in tempi feroci come recita il titolo di una delle poesie, e io aggiungerei anche maledetti, perché anche le più labili speranze giorno dopo giorno sembrano venir meno e dileguarsi incrementando l’alone di insofferenza e delusione.
La poesia sociale di Sandra non è pacata, ma intrisa di rabbia: è diretta, denuncia e graffia e il lettore non può che solidarizzare con convinzione di fronte agli abusi sociali ai quali gli uomini vengono sottoposti. Ricorre spesso il tema della giustizia come quando Sandra, in riferimento a uno dei tanti omicidi, immaginiamo per ragioni sentimentali, ma che possiamo anche leggere come delitti d’onore, delitti familiari che fanno seguito a raptus omicida osserva: “Dal vortice della follia/ la testa a volte/ rimane impunita”. Si nutre insoddisfazione di fronte a un sistema di leggi che non è realmente garante e patrocinatore della legalità come i tanti casi di cronaca spesso ci mettono al corrente. Ed è per questo che le povere ed inermi vittime di mani nefande muoiono spesso due volte, assassinate prima dall’omicida e poi dallo Stato che, pur caparbio nel rispetto di una legge che è sbagliata, inefficace, insultante, contribuisce a massacrare l’esistenza di familiari e amici che non possono far altro che immergersi nella preghiera fingendo di trovarsi sollevati o attuare e incrementare forme di giustizia privata.
Il linguaggio che Sandra utilizza per richiamare i casi di assassinio è chiaramente lirico ed evocativo: le vittime non sono i perdenti, i morti, coloro che di punto in bianco per qualche ragione hanno sofferto un’aggressione, una coltellata o una sparo ma sono semplicemente “qualcuno/ [che] diventa un angelo prima del tempo” come per l’appunto la giovanissima Fabiana Luzzi di Morano Calabro (CS) che la scorsa estate venne uccisa dal suo ragazzo e poi arsa ancor prima che avesse smesso di vivere. Sandra ha scritto e dedicato un’intera poesia a questa pagina amara della cronaca, su questo caso di femminicidio annunciato di fronte al quale non si può rimanere impassibili:
Potrò, forse,
un giorno perdonare,
ma, Tu,
dovrai pagare
tutto,
fino in fondo.
Lo devi
Al Mondo.
Ritorna qui il tema della pena che spesso Sandra utilizza quale espressione di giustizia che si riconnette a quanto già detto limitatamente all’inefficacia del sistema giudiziario italiano. La poetessa è riluttante di fronte alla possibilità di considerare il perdono dinanzi all’atrocità di un simile gesto e si mostra titubante nel valutare questa ipotesi, certa invece che è necessaria una condanna –la poetessa non dice di quale tipo- per riparare a quanto commesso. Chiaramente nessuna pena potrà mai ridare indietro la vita alla povera ragazza, ma la poetessa sottolinea quanto sia necessario che a dei fatti faccia seguito l’attribuzione di responsabilità e il riconoscimento di una pena, perché un’anima dannata che compie simili gesti non possa avere accesso in maniera libera e ingiudicata alla vita. “Dovrai pagare/tutto,/ fino in fondo”, pronuncia la poetessa con ribrezzo, costernazione, partecipazione empatica e un dolore che di fronte a simili aberrazioni deve essere di tutti ecco perché chiude “Lo devi/ al mondo”.
Il tema della giustizia e la necessarietà di una pena da scontare ritorna nella poesia ispirata al generale nazista Erich Priebke scomparso nel 2013. La figura di Priebke, uno dei militari del Reich che decise la strage delle Fosse Ardeatine nel 1944, la cui morte ha aperto in Italia e in Europa anche un aspro dibattito su quale dovesse essere il luogo della sua sepoltura, non può lasciare l’uomo contemporaneo indifferente o ignaro delle sue malefatte affinché venga ricordato non solo nelle scuole nelle ore in cui si studia la seconda guerra mondiale, ma perché sia di dominio comune per non cadere in angusti scantinati che conducono alle claustrofobiche stanze del negazionismo. Ancora una volta la poetessa, che non manca di osservare il suo animo cattolico –tendenzialmente propenso al perdono- mostra difficoltà e incomprensione di fronte a un gesto riparatore di questo tipo che per lei è inaccettabile e addirittura offensivo alle memoria dei tanti caduti:
Vorrei perdonare
Da donna cristiana,
ma, non riesco,
non oso
non posso.
Il perdono, che è l’anticamera della riappacificazione, non è possibile e non deve essere consentito perché significherebbe attuare un comportamento approssimativo e lascivo nei confronti della pesantezza della storia.
La Sandra Carresi poetessa di denuncia è una donna forte, che non ha paura a parlare e a denunciare i punti di sutura tra il Bene e il Male, di documentare dov’è che s’annida il tormento e l’angoscia. La società ne fuoriesce come un’accozzaglia di gente dove domina il potente, nei confronti del quale la Nostra non può che provare “disgusto/ per il cacciatore/ di poltrone”. Un animo pacato come quello di Sandra di fronte a queste situazioni endemiche di prevaricazione s’infiamma di colpo diventando sprezzante, indignato e addirittura ribelle, perché non si deve più essere disposti ad accettare e incrementare le ingiustizie dell’oggi. Il potente e lo spregiudicato (si veda la poesia ispirata a un triste episodio di furto in casa) sono entrambi espressione di una mentalità pericolosa, depravata e che acuisce la disperazione del povero Cristo, mettendolo in stato di ansia, facendolo sentire minacciato e compromettendo la sua naturale inclinazione alla vita. Ed è per questo che Sandra addita con precisione quali sono i mali sociali, le loro origini, i portatori di queste forme d’odio che si riproducono e si alimentano di se stesse in un clima che tende alla più cupa paranoia: “Non ci sarà/ esistenza/ […]/ in assenza di onestà”.
In un’altra poesia la Nostra dà un quadretto concreto del senso di disagio economico e morale nel quale siamo immersi descrivendo forse meglio di qualsiasi cronista o editorialista il presente: “Periodo storico di menti sapienti/ creatrici di numeri pronte a partorire tasse/ che non danno speranza all’uomo/ piegato da mille difficoltà e povertà”.
Con questa silloge trovo che Sandra abbia compiuto un azzeccato e lodevole passo in avanti nella sua poetica impiegando le tematiche del disagio, della povertà e della condanna a una poetica di disprezzo, di frustrazione e improntata a uno sfilacciamento delle ultime speranze con la quale anima le coscienze di tutti noi che, immersi nella gravità del presente, dobbiamo rimboccarci le maniche e batterci affinché ogni forma di giustizia sia veramente la nutrice della Legge:
Quando indignati
urleremo il
nostro NO
ai signori della morte
e al dio quattrino?
La potenza lirica della poesia di Sandra si unisce a un impeto di ribellione che smuove e anima le coscienze e che ha la stessa forza incendiaria di una molotov scagliata contro un edificio. A tanto grigiore dovuto alla desolazione, all’impoverimento delle menti, alla sfiducia nella Ragione e alla crisi della morale, la poetessa trova però anche spiragli di luce regalandoci immagini evocative e che ci trasmettono calore, come l’impronta onirica della visuale sulla luna con la quale la poetessa intimamente colloquia:
Un volume poetico dedicato alle città a cura di Lorenzo Spurio
Lo scrittore e critico letterario jesino Lorenzo Spurio ha curato per i tipi di Agemina Edizioni di Firenze un’antologia poetica dedicata alle città in cui i poeti, partecipanti da tutta Italia, hanno dedicato versi alle proprie città di nascita e residenza, o di quelle visitate o agognate quale futura meta da scoprire. Il volume, dal titolo “Borghi, città e periferie: l’antologia del dinamismo urbano” contempla al suo interno testi di 32 poeti sparsi in tutta Italia che hanno risposto con entusiasmo a questa iniziativa corale che dà voce al tessuto urbano dove viviamo.
In particolare tra di essi vi sono alcuni poeti jesini: Marinella Cimarelli che dedica due liriche alla città direttamente in dialetto, com’è nella sua natura di poetessa verace, Patrizia Pierandrei che, invece, porta con le sue poesie delle riflessioni importanti sul benessere della città, nonché alcune liriche di Spurio, il curatore, di cui una dedicata alla città di Ancona.
Tra gli altri marchigiani presenti figurano altri poeti e poetesse attivi da anni tra cui Elvio Angeletti (Senigallia-AN), Daniela Gregorini (Fano-PU), il prof. Renato Pigliacampo (Porto Recanati-MC) e Maria Rita Massetti (San Benedetto del Tronto-AP).
Si percorre l’Italia in lungo e in largo grazie ai trentadue poeti inseriti che dedicano altrettante liriche a varie città tra cui Napoli (Anna Scarpetta, Vincenzo Monfregola), Piacenza (Giorgina Busca Gernetti), Palermo (Francesco Paolo Catanzaro, Francesca Luzzio, Luigi Pio Carmina, Emanuele Marcuccio), Messina (Cristina Lania), Rimini (Manuela Di Caprio), Firenze (Anna Grecu, Sandra Carresi), Roma (Giuliana Montorsi), Morano Calabro (con una poesia in dialetto locale del poeta moranese Mario De Rosa), Venezia (Cristina Vascon),…
Tra gli altri presenti nel volume figurano: Franco Andreone, Bartolomeo Bellanova, Lucia Bonanni, Maria Pompea Carrabba, Osvaldo Crotti, Teresa Anna Rita De Salvatore, Elisabetta Mattioli, Maria Luisa Mazzarini, Gianluca Papa, Massimo Rozzi e Michela Zanarella.
Dalla prefazione di Lorenzo Spurio, curatore dell’opera si legge: «La città, infine, è un organismo vivente proprio come un animale o una pianta: essa cresce e muta con chi la abita, si sviluppa e si de-struttura in maniera diversa, si amplia e si abbellisce, si dota di volta in volta di tutte quelle componenti di cui la comunità abbisogna. Il cambiamento più evidente di una città resta quello della sua architettura e del sistema di viabilità, ma essa è in continua metamorfosi anche internamente, nella sua anima e nel suo temperamento nei confronti dell’altro, tutto ciò che è al di fuori della città».
SCHEDA TECNICA DEL LIBRO:
Titolo: Borghi, città e periferie: l’antologia del dinamismo urbano
Ma dove mi avrebbe portato questo viaggio? Dove? Più andavo avanti e più il viaggio pareva avere deviazioni, presentare come un albero mille diramazioni che a loro volta aprivano le porte ad altri inquietanti scenari.
“Il Cristo disubbidiente” di Iuri Lombardi
Un romanzo sulla deviazione, questo di Iuri Lombardi, espressa –come vedremo- a vari livelli. Il percorso scrittorio di un autore contemporaneo quale è Iuri Lombardi, nonché icona di un movimento fiorentino che ha nel sangue il sapore acre dell’avanguardia, è senz’altro curioso, quanto eclettico, se non addirittura bizzarro. Lo è non tanto nella struttura, in ciò che canonicamente possiamo circoscrivere all’interno dell’universo della forma e del genere, piuttosto per la tematica di fondo. L’autore non è nuovo a storie agrodolci dove il sesso (con le sue implicazioni e storture) assurge a vero e proprio motore nevralgico della storia, a personaggio potremmo dire, a narrazioni sui generis nelle quali l’autore strappa un riso lieve o altre in cui, lontano anni luci dal comico, getta il lettore in un mondo di paradossi, incongruenze, finte o elaborate agnizioni, scoperte epifaniche che riscrivono la storia. Non è infatti secondario l’elemento della riscrittura nelle produzioni letterarie di Lombardi: si pensi, tanto per citare il più recente, il dramma in versi sciolti dal titolo La Spogliazione con il quale l’autore ci consegna un’incresciosa e caricaturale rivisitazione di un personaggio biblico addirittura.
L’irriverenza è di fondo nelle opere di Lombardi ed è riscontrabile già nei titoli enigmatici, curiosi e ad effetto, dove è la semantica cristologico-religiosa (ribaltata o addirittura re-investita di una significazione lombardiana) a far da padrona. Questa riottosità dei personaggi delle opere di Lombardi è denuncia di un tempo irruento e improntato alla prevaricazione dove non manca di ergersi sovrano il rispetto per la libertà, dei costumi, dei modi di fare, delle propensioni sessuali e delle vedute su come intendere la vita. Lombardi adopera la caratterialità deviata e spregiudicata di personaggi difficili da paragonare a precedenti letterari proprio perché, come si è testé detto, presi in prestito dalla realtà sociale che l’autore vive sulla sua pelle ed essendo ogni uomo testimone del suo periodo storico, va da sé che il giudizio morale è l’unico elemento che il lettore deve dimenticare nel leggere queste sue opere. Una fascinazione per il metro narrativo è ben evidente nelle sue opere e per questo sarà forse più azzeccato parlare di eventuale impalcatura estetica o piuttosto delle argomentazioni filosofico-esistenziali (sempre presenti in Lombardi) che sorreggono l’opera e che solo con una lettura più approfondita forse si può osservare di aver recepito, o almeno intuito.
Ritorno, però, e con piacere, a trattare in questo mio commento preliminare una componente dell’azione di questa nuova opera letteraria sostenendo che è ben visibile lo sperimentalismo dell’autore dato che per la prima volta si dona a una materia nuova, meno intima-personalizzata del mondo caratteriale dei personaggi e più attenta alla socialità, al mondo civico, ossia a quel sentire multiplo di uomo in quanto parte di un aggregato sociale. Con Il Cristo disubbidiente Lombardi trasmette al lettore una storia intricata con un chiaro sfondo storico-sociale dove si parte da un fatto particolare (la morte del Colonnello) per poter poi andare a indagare quello che è il sistema (corrotto e deviato) che ne sta alla base che, come il Colonnello, ha fagocitato tante altre esistenze apparentemente irreprensibili in un sistema perverso fatto dalla bieca corruzione e da un’idolatria del mistero. Un thriller dunque, ma alquanto atipico; un giallo risolto e non risolto, del tipo Il giorno della civetta del celebre Sciascia del quale pure Lombardi apre l’opera con una dedica all’autore siciliano.
La pista investigativa sembra essere anch’essa impropria e gravata da alcuni pregiudizi tanto che al lettore viene da chiedersi se, in fondo, il carattere narrante-personaggio non è poi che un chiaro esempio di “narratore inaffidabile” alla maniera di qualche modernista inglese. Ma mi sentirei di dire che, se così è, di certo Lombardi non ha tratto questa peculiarità dalla narrativa inglese, ma piuttosto l’ha ri-creata e fatta sua, sempre in linea con quel processo di ri-visitazione e ri-creazione dell’opera di cui si stava parlando. Il detective (se così vogliamo definirlo, in virtù del fatto che è lui a portar avanti delle piste, delle indagini, per quanto possano essere infruttuose perché prive dei mezzi necessari) è poi amico dell’uomo che nelle prime righe scopriamo essere stato (forse) assassinato o che inspiegabilmente si è suicidato e quindi la sua autorità in quanto garante della verità viene in effetti un po’ meno. A contribuire ulteriormente la veridicità di quanto si sta dicendo c’è il fatto che il ragazzo, un poveraccio cameriere sempre squattrinato, non solo è (era) amico del Colonnello, ma addirittura il suo confidente, termine che all’interno di un sistema corrotto e malavitoso di potere deve richiamare immancabilmente un ruolo di rilievo all’interno dell’organizzazione mafiosa.
E’ questo detective sfortunato, questo giovane che però non accetta di sottomettersi a quella che sembra essere la verità più semplice, quella del pregiudizio e della deduzione schietta delle implicità nella vicenda del Colonnello, che permette la realizzazione di tutta la storia che poi (eccettuata la prima parte) non è che un grande tentativo di riconquistare il passato per capirne poi in che modo e a quale ragione ha prodotto il fatto crudele dell’incipit in questione. Il narratore, impacciato e sottomesso a un ruolo che sembra non padroneggiare, cerca di ricostruire la storia partendo da quelle minuzie irrilevanti in relazione al fatto culminante di violenza e per questo non fa che parlare di “aspetti marginali” come se volesse minimizzare le piccole scoperte o i modesti collegamenti che, ragionando, è capace di fare. Sono elementi apparentemente insignificanti che il nostro coglierà con attenzione (e direi anche con rispetto nei confronti della vittima) e che gli serviranno forse per completare il puzzle dei suoi pezzi mancanti.
Lombardi aggiunge con questa narrazione, alla ormai decennale attenzione spasmodica per l’universo sessuofilico delle sue storie una trama che è scandaglio della memoria collettiva, che graffia quella storia mai chiarita del tutto e che cerca di investigare a suo modo, chiaramente, dacché il lettore (anche se troverà nomi di politici) deve ben tenere a mente che è solo frutto di invenzione, prodotto di fiction e che non ha nessuna pretesa di carattere storico-documentaristico.
Per tessere le fila, concludo con un argomento a me caro, studiato e investigato in varie occasioni, quello della devianza. Mi sento di poter dire che questa opera può, a ragione, essere definita un romanzo sulla devianza. Devianza che si avverte e si riscontra a più livelli come il cauto lettore non mancherà di osservare nella sua lettura. La scena sconvolgente quanto macabra che apre il romanzo ci consegna un chiaro esempio di devianza di carattere psichiatrico e cioè nel rapporto sessuale distorto tra uomo ed animale ci troviamo di fronte a una manifestazione (forse gratuita) di bestialismo o di zooerastia che il DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali) localizza all’interno delle parafilie ossia di quei comportamenti sessualmente deviati perché a) prevedono la sofferenza o l’umiliazione di sé stessi e/o del partner; b) si instaurano tra persone non consenzienti (bambini, animali).
Questa metastasi della deviazione si amplifica nel corso dell’opera quando veniamo introdotti in una vicenda di mafia, di relazioni non chiarite, di personaggi loschi e dalla doppia faccia: ci troviamo nel cuore della storia, in quel fitto e intricato ammasso di fili (che sono le esistenze individuali) che si intersecano aggrovigliandosi e non permettendo al viluppo di scantonare i bandoli delle varie matasse. E’ in questo sistema di collusione, protettorato, confidenzialità, patti segreti, legami ferrei e inscindibili, sistemi di immunità, cosmologie massoniche che Lombardi consacra quale componente del nostro paese (“Italietta”, e non “Italia”, quasi dispregiativamente), una terra che sembra aver eretto l’egoismo, il denaro e la logica della convenienza a suo statuto etico tanto che il protagonista, che è colui che ben conosce la faccenda da più vicino, non manca di osservare, sfiduciato e perentorio: “siamo in Italia è niente è legale ed è tutto lecito”. Questo motiva la ricerca di una strada per la segretezza, una via alternativa a quella ufficiale, si parla così di mancato riconoscimento nei confronti dello Stato di diritto con conseguente creazione di un micro-stato (potremmo dirlo al plurale) che in realtà finiscono per rappresentare degli enti collaterali, che agiscono nella malavita facendo la guerra all’istituzione legale. Lombardi parla di eversione a tutto tondo non mancando di richiamare vari ambiti geopolitici: la loggia massonica P2, il fervente separatismo basco, l’età di piombo con il terrorismo rosso e quant’altro. Tutto ciò si concretizza attorno al nucleo tematico del libro che potremmo definire devianza socio-politica, riscontrabile in una eversione subdola, che agisce al buio e che ha mezzi capaci di arrivare ovunque.
Iuri Lombardi durante la Premiazione del III Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” a Firenze nel novembre 2015, dove era parte della Commissione di Giuria
E la realizzazione delle bieche e laide azioni del Colonnello (le quali alla fine poco riusciamo a comprendere del tutto) non possono che attecchire dopo aver messo a tacere la componente più debole (se vogliamo remissiva) dell’animo umano: il lato emotivo-affettivo del Colonnello ha dovuto piegarsi alle logiche eversive del suo impegno corrotto nel mondo, tanto da dichiarare la moglie pazza e farla rinchiudere in una struttura psichiatrica. E il tumore di Derna, poi, non è che un’altra forma di deviazione? Il tessuto neoplasico non è che un tessuto che ha una crescita e sviluppo veloce e incontrollato, distorto e pericoloso, che va ad intaccare gli organi vicini, minacciandoli, infettandoli, decretandone la morte.
La devianza, in ultima battuta, che è poi il filo rosso del libro, è una manifestazione degenerata di un qualcosa che sortisce in maniera non vista, taciuta, ma il cui sviluppo incontrollato è altamente tossico tanto da contaminare tutto ciò che ha nelle sue vicinanze, sia si tratti di una devianza psichiatrica (la zooerastia), socio-politica (la massoneria) che medico-sanitaria (l’oncologia). E’ così che il sistema malavitoso incarnato da una figura tanto perbene (apparentemente) come il Colonnello che Lombardi ci restituisce attraverso un intrico di probabili vicende investigate post mortem dallo sciagurato protagonista; una pagina amara di un fare le cose poco pulito dove democrazia, giustizia e meritocrazia sembrano essere parole ancora da inventare.
Uno scandaglio curioso di un’età buia attraverso un’apertura che perversamente chiama il lettore a serrare le fila attorno al protagonista, scanzonato e imprevedibile anch’esso, un po’ com’è nella natura solita del Lombardi autore e uomo.
Nella cornice della Sala Congressi del Grand Hotel Adriatico di Firenze (Via Maso da Finiguerra 9) sabato 14 marzo 2015 si terrà a partire dalle ore 17:30 la premiazione del I Premio di Letteratura “Ponte Vecchio” – Firenze voluto ed ideato da Marzia Carocci e Lorenzo Spurio.
Il Premio, organizzato dall’unione tra l’Associazione PoetiKanten, la rivista di letteratura “Euterpe”, il format “Deliri Progressivi” e con la collaborazione della Libreria Nardini Book Store di Firenze, prevedeva tre sezioni di partecipazione: poesia, narrativa breve, articolo/saggio e ha visto una grandissima partecipazione a livello nazionale.
Durante la serata di premiazione si provvederà a dar lettura alle motivazioni che la Giuria ha stilato per le opere vincitrici e menzionate. Saranno inoltre conferiti importanti riconoscimenti per l’attività letteraria al professore, poeta e scrittore NAZARIO PARDINI (Premio alla Carriera Poetica), alla scrittrice SUSANNA TAMARO (Premio alla Carriera Narrativa), al saggista ed esegeta biblico SIMONE VENTURINI (Premio alla Carriera Saggistica) e alla poetessa e scrittrice PINA PICCOLO (Premio per l’impegno sociale nella letteratura).
Durante la serata verrà presentata e diffusa l’antologia del Premio contenente le opere dei vincitori, dei menzionati e dei segnalati a vario titolo assieme alle Motivazioni della Commissione di Giuria. Il ricavato da detta vendita andrà in beneficenza alla Fondazione Meyer di Firenze a cui l’iniziativa concorsuale è legata.
L’evento sarà allietato dal suono dell’arpa di Giulia Petrioli.
Entrata ad ingresso libero. La S.V. è caldamente invitata a partecipare.
La Giuria del I Premio di Letteratura “Ponte Vecchio” presieduta da Lorenzo Spurio in unione con il presidente del premio, Marzia Carocci, e composta dai seguenti giurati:
Sez. A – Poesia – Sandra Carresi, Michela Zanarella, Annamaria Pecoraro e i due presidenti
Sez. B – Racconto breve – Luisa Bolleri, Susanna Polimanti, Martino Ciano Iuri Lombardi, Giuseppe Bonaccorso e i due presidenti
Sez. C – Saggio breve/Articolo – Jacopo Chiostri, Fabio Fratini, Francesco Martillotto, Rita Barbieri e i due presidenti
dopo lunga e attenta opera di lettura e valutazione dei tanti materiali arrivati da ogni regione italiana per le tre sezioni, ha deciso di conferire i seguenti premi e riconoscimenti.
SEZIONE A – POESIA
Vincitori assoluti
1° PREMIO NADIA DE STEFANO con la poesia “A mia madre”
2° PREMIO ROBERTO RAGAZZI con la poesia “Una lunga notte d’inverno”
3° PREMIO EX-AEQUO LUCIANO GENTILETTI con la poesia “Li giochi moderni”
3° PREMIO EX-AEQUO MARIA TERESA PIERI con la poesia “Mi faccio bastare”
Menzioni d’onore
CLAUDIA MAGNASCO con la poesia “Madre”
MARIA CARMELA DETTORI con la poesia “Laura (Francesca Wronoski)”
PATRIZIA SOCCI con la poesia “Alle Giubbe Rosse”
ROBERTO BORGHETTI con la poesia “Luci su Gaza dove sei già nata”
STEFANIA PELLEGRINI con la poesia “Amàli”
Segnalazioni
ANTONELLA SANTORO con la poesia “Ago”
ANTONIO CIRILLO con la poesia “Fiore reciso”
ANTONIO COVINO con la poesia “’Na stella”
BARTOLOMEO BELLANOVA con la poesia “Cenere”
BRUNO BINI con la poesia “La casa di Peter Pan”
GIANNI DI GIORGIO con la poesia “Canto di capinera”
GIUSEPPE GAMBINI con la poesia “Mondo silente”
LUCIA BONANNI con la poesia “Chi”
NUNZIO BUONO con la poesia “Appartenenza”
Premi speciali
PREMIO SPEC. PER LA POESIA IN DIALETTO – MAURO MARCHESOTTI con la poesia “Ul me laagh”
PREMIO SPEC. PER LA POESIA SU FIRENZE – EUGENIO BORGIOLI con la poesia “Gli angeli del fango”
PREMIO SPEC. PER LA POESIA CIVILE – LAURA MANAO con la poesia “Non muore mai un poeta”
PREMIO DEL PRESIDENTE DI GIURIA – GAETANO CATALANI con la poesia “Il tarlo”
PREMIO DEL PRESIDENTE DEL PREMIO – EGIZIA VENTURI con la poesia “La ragazza sui gradini”
PREMIO ALLA CARRIERA POETICA (fuori concorso) – NAZARIO PARDINI
PREMIO PER L’IMPEGNO SOCIALE IN LETTERATURA (fuori concorso) – PINA PICCOLO
SEZIONE B – RACCONTO BREVE
Vincitori assoluti
1° PREMIO MARCO BERTOLI con il racconto “Dita”
2° PREMIO MAURIZIO MARI con il racconto “Lungo ritorno a casa”
3° PREMIO EX-AEQUO ANTONELLA CONCETTI con il racconto “Annina”
3° PREMIO EX-AEQUO MARCO CAPUTI con il racconto “La micia e il gabbiano”
3° PREMIO EX-AEQUO BRUNO CONFORTINI con il racconto “Sarebbe bello, sarebbe estate”
Menzioni d’Onore
ALESSANDRA POZZI con il racconto “Adele”
RENATA MARIA LUCARELLI con il racconto “Il cuore ovunque”
ROBERTA SELAN con il racconto “Il ricordo dei sensi”
STEFANO GAMBACURTA con il racconto “L’arancia”
STEFANO RIZZI con il racconto “Caligine”
VINCENZO MELINO con il racconto “Il merlo inquieto”
Segnalazioni
ALESSANDRO ZAPPULLI con il racconto “Blitz”
CINZIA VITELLO con il racconto “Cristina. Una nota di bellezza”
ISMAELA CAPECCHI con il racconto “Il muretto”
KATIUSCIA NARDINI con il racconto “Due mesi”
MANOLA FREDIANI con il racconto “Gabbiani malati”
VALENTINA GERINI con il racconto “Storie da supermercato – La vigilia di Natale”
VALENTINA TORRINI con il racconto “L’ultimo caso”
Premi speciali
PREMIO ALLA CARRIERA NARRATIVA (FUORI CONC.) SUSANNA TAMARO
SEZIONE C – SAGGIO BREVE/ARTICOLO
Vincitori assoluti
1° PREMIO RAFFAELE GUADAGNIN con il saggio “In questo Purgatorio de L’Inferno…”
2° PREMIO FRANCESCA LUZZIO con il saggio “I comportamenti possibili”
3° PREMIO EX-AEQUO DONATELLA MARCHESE con il saggio “Lezioni di concretezza”
3° PREMIO EX-AEQUO GIOVANNI GALLI con il saggio “Beppe Mariano, l’inesorabile rivincita”
Segnalazioni
ALICE CANDON con il saggio “L’indelebile dicotomia umana”
ELENA TRAINA con il saggio “Il gioco di scrivere”
FRANCESCA SANTUCCI con il saggio “Amalia Liana in arte Liala”
RAFFAELLE ROVINELLI con il saggio “S. sulla novella ‘La patente’ “
Premi speciali
PREMIO ALLA CARRIERA SAGGISTICA (fuori concorso) – SIMONE VENTURINI
Consistenza dei Premi
Come indicato dal bando di partecipazione al concorso i Premi consisteranno in:
1° Premio di ciascuna sezione: Targa, diploma con motivazione della Giuria e 100€
2° Premio di ciascuna sezione: Targa, diploma con motivazione della Giuria e libri
3° Premio di ciascuna sezione: Targa e diploma con motivazione della Giuria.
La Giuria in conformità di quanto espresso nel regolamento del concorso ha deciso di attribuire altri premi di varia classe che consisteranno in:
Menzioni d’Onore: Coppa e diploma con motivazione della Giuria
Segnalazioni: Diploma con motivazioni della Giuria
Premi Speciali: Targa e diploma con motivazione della Giuria
Pubblicazione in antologia
Tutti i testi dei Vincitori Assoluti, dei Menzionati, dei Segnalati e dei Premi Speciali verranno pubblicati in antologia. Per i vincitori Assoluti e i Menzionati il proprio testo sarà corredato dalla motivazione della Giuria del conferimento del Premio e da una nota biobibliografica di massimo 5 righe Times New Roman che il partecipante dovrà inviare entro e non oltre il 10 febbraio a premiopontevecchio@gmail.com Per coloro che non la invieranno entro la data indicata, la nota biobibliografica non sarà pubblicata in antologia.
Per i segnalati sarà accompagnata solamente della motivazione della Giuria e per i pubblicati semplici (vedi sotto) si darà pubblicazione solo del loro testo di partecipazione.
La commissione di Giuria, data la grandissima partecipazione al Premio, ha inoltre deciso di provvedere a pubblicare altri testi meritevoli in antologia. Essi sono:
POESIA ANNAMARIA STROPPIANA DALZINI “Giramondo”
POESIA ANTONIO BICCHIERRI “Poetare”
POESIA ANTONIO COVINO “E ffeneste”
POESIA BARTOLOMEO BELLANOVA “Fucilatemi”
POESIA CLAUDIA PICCINI “Se vuoi”
POESIA FRANCA BENI “Stasera non parliamo”
POESIA GIANNI DI GIORGIO “Sfiorare con le dita”
POESIA GIUSEPPE GAMBINI “Il nuovo viaggio”
POESIA LUCIANO GENTILETTI “Chissà perché”
POESIA LUCIANO GENTILETTI “La scampagnata”
POESIA MARIA CARMELA DETTORI “Fotogramma”
POESIA MARIA GRAZIA TOMASSINI “Fanno dolore i sogni”
POESIA MARINELLA PAOLETTI “La tempesta”
POESIA NADIA DE STEFANO “Una volta, mille ancora”
POESIA NADIA DE STEFANO “Di sostanza effimera”
POESIA NUNZIO BUONO “Luoghi non detti”
POESIA PATRIZIA SOCCI “La mia vita”
RACCONTO ALESSANDRO MARZETTI “L’apertura”
RACCONTO ALFREDO SANT’ANGELO “Primavera del ‘43”
RACCONTO ANNA FERRARI SCOTT “Viaggio di nozze”
RACCONTO ANTONIO FRAGAPANE “Cinquantasette”
RACCONTO CRISTINA TONELLI “Vita per vita”
RACCONTO ENZO QUARANTA “Il caffè”
RACCONTO GABRIELLA BAMPO “Il viaggio”
RACCONTO GIANFRANCO IOVINO “Lì”
RACCONTO LAURA POLETTI “Da una panchina”
RACCONTO SIMONE ROCCHI “Custodi silenziosi”
Ritiro dei Premi
Come indicato al punto 11 del regolamento i vincitori sono tenuti a presenziare alla cerimonia di premiazione per ritirare il premio. In caso di impossibilità, la targa/coppa e il diploma potranno essere spediti a casa dietro pagamento delle spese di spedizione, mentre i premi in denaro non verranno consegnati e saranno incamerati dagli enti organizzatori per future edizioni del Premio.
Stessa cosa è da intendersi per coloro che hanno ottenuto una Menzione d’Onore, una segnalazione o un Premio Speciale.
I pubblicati semplici in antologia potranno, qualora ne facciano richiesta e siano presenti alla Cerimonia di premiazione, richiedere l’attestato di partecipazione.
Si ricorda, inoltre, che l’antologia del concorso sarà disponibile all’acquisto il giorno della cerimonia di Premiazione. Il ricavato derivante dalla vendita della stessa verrà donato in beneficenza alla Fondazione Meyer di Firenze e verrà data comunicazione del versamento fatto a tutti i partecipanti dopo la Cerimonia di premiazione.
Ultime informative
La cerimonia di Premiazione si terrà sabato 14 marzo a partire dalle ore 17:30 a Firenze presso la Sala Congressi denominata Sala Firenze del Grand Hotel Adriatico situato in Via Maso Finiguerra 9.
L’evento, che è liberamente aperto al pubblico e al quale sarà possibile portare parenti ed amici, sarà allietato dall’arpista Giulia Petrioli.
Tutti i vincitori, i menzionati, i segnalati e i vincitori dei Premi speciali sono tenuti a confermare o meno la loro presenza a mezzo mail entro e non oltre il 4 marzo p.v.
L’Associazione Artistico Culturale “NuoviOcchiSulMugello” e “Deliri Progressivi” indicono il
II^ Premio Internazionale d’Arte “NuoviOcchiSulMugello” (2015) [Poesia/Prosa/Art.Fig.]
“La vera carità è senza ostentazioni, simile alla rugiada del cielo, cade senza rumore nel seno degli infelici” (Filippo Pananti, Ronta del Mugello 1766-1837)
(SCADENZA BANDO 30MARZO 2015)
BANDO DI PARTECIPAZIONE:
Il tema del concorso, al quale ci si deve attenere, è Il Mugello.
Il concorso è aperto a tutti gli scrittori italiani e stranieri, purché presentino opere in lingua italiana. Gratuito per i soci associati nell’anno 2014-2015 e per tutti coloro che non abbiano compiuto alla data di scadenza il diciottesimo anno di età. Il concorso è articolato in tre sezioni a tema (poesia, racconto e arte figurativa): a) Poesia in lingua italiano o in dialetto (accompagnata da relativo testo tradotto in italiano). Si potrà partecipare con un massimo di 3 poesie, rigorosamente non superiori ai 30 versi ciascuna.
b) Racconto breve in italiano o in dialetto (accompagnato da relativo testo tradotto in italiano). Si potrà partecipare con 1 solo racconto che rientri nella lunghezza massima di 4 cartelle (1 Cartella =1800 battute spazi inclusi).
c) Arte Figurativa: Fotografia, poster, quadro. Si potrà partecipare con 1 sola opera. L’immagine sia della fotografia/quadro sarà da inviare in formato jpg in alta qualità (dimensioni minime 800×600 pixel, massime 1772×2362 pixel, risoluzione 300 dpi, che consentono un stampa per l’esposizione di dimensione fino a 30 cm x 40 cm. Il file non deve essere superiore a 10 Mb). Sarà poi l’organizzazione a stampare in formati consoni gli elaborati che non saranno restituiti.
I quadri risultati meritevoli o vincitori, dovranno essere presenti il giorno della cerimonia, pena squalifica. Le opere inviate non saranno restituite, tranne i quadri portati in loco e ritirati personalmente o spediti a carico del destinatario.
2. Quale tassa di partecipazione è richiesto il pagamento di una tassa di 10€.
È possibile partecipare a più sezioni corrispondendo la quota totale di 15€ (per 2 sez.), 20€ (per tre sez.). Parte dei proventi sarà destinata alla ricerca della malattia rara alla smard1 di cui si é rilevata la presenza di un caso sul territorio.
Il pagamento potrà avvenire mediante:
Bonifico bancario: IBAN IT84K0760102800001023773912 – Intestato a: NUOVI OCCHI SUL MUGELLO Causale– Concorso II Premio Internazionale d’Arte “NuoviOcchiSulMugello” 2015 Bollettino Postale cc n° 1023773912 Intestato a: NUOVI OCCHI SUL MUGELLO Causale– Concorso II Premio Internazionale d’Arte “NuoviOcchiSulMugello” 2015 Postepay Nr. 4023600654701772 Intestato a: LATINI SERENA F. LTNSRN78S67D612K Paypal info@nuoviocchisulmugello.it
3. Per la corretta partecipazione, è richiesto di inviare entro e non oltre il 30 marzo 2015 solo in forma digitale in formato Word (Sez. A e B) e jpg [solo per la sez C] all’indirizzo internet info@nuoviocchisulmugello.it, i propri lavori dovranno essere corredati della scheda di partecipazione compilata in ogni sua parte e la ricevuta del pagamento effettuato. Saranno accettati solo opere INEDITE.
4. Assieme al file contenente la poesia e la ricevuta di pagamento, va allegata la scheda di adesione firmata e scannerizzata competa di ogni punto, pena squalifica dal concorso, con un file BREVE NOTA BIOGRAFICA AUTORE (max 10-15 righe).
5. Non verranno accettate poesie che presentano elementi razzisti, pornografici, blasfemi o d’incitamento all’odio, alla violenza, alla discriminazione di ciascun tipo.
6. I testi devono essere completi di tutte le informazioni richieste. La mancanza di qualche elemento richiesto significherà l’esclusione dal concorso. Ogni richiesta di informazione deve essere rivolta esclusivamente allo stesso indirizzo mail.
7. La commissione del concorso è composta da persone e da personaggi della cultura e del giornalismo, il cui operato è insindacabile e inappellabile. Il Presidente del Premio è Serena Latini e Il presidente della Giuria sarà Annamaria Pecoraro. La commissione dei giurati sarà resa pubblica nel giorno della cerimonia di premiazione.
8. La Commissione selezionerà le migliori 10 opere per ogni sezione con inserimento in antologia (compresi i vincitori). Per tutti i partecipanti (ove richiesto), garantito attestato di partecipazione on line. Il giudizio della Commissione sarà inappellabile ed insindacabile ed i partecipanti, presentando la richiesta di iscrizione, lo accettano automaticamente. 9. Verranno premiati i primi tre vincitori e meritevoli per ciascuna sezione:
1° PREMIO: Proposta di pubblicazione con Ed. N.O.S.M. con 30 copie omaggio, Targa + Diploma con motivazione della Giuria + 1 copia gratuita dell’antologia del premio + prodotti tipici locali.
2° PREMIO: Targa + Diploma con motivazione della Giuria + 1 copia gratuita dell’antologia del premio + biglietti omaggio eventi/luoghi + prodotti tipici locali.
3° PREMIO: Coppa + Diploma con motivazione della Giuria + 1 copia gratuita dell’antologia del premio + prodotti tipici locali.
Under 18: Saranno premiati i primi 3 con medaglie (oro, argento, bronzo)+ Diploma con motivazione della Giuria + 1 copia gratuita dell’antologia del premio.
MERITEVOLI: Diploma di merito + libri.
N.B. È previsto un “viaggio itinerante” sul territorio alla scoperta della storia del territorio e del Mugello e dei paesaggi con delle tappe enogastronomiche presso le maggiori cantine del posto, per tutti coloro che presenzieranno alla cerimonia di premiazione. Inoltre, in convenzione, per chi volesse ristorarsi, può degustare i profumati piatti del Ristoranti/Alberghi che verranno preventivamente comunicati.
10. Le opere degli autori vincitori e selezionati verranno pubblicate in un’opera unica che verrà presentata e diffusa durante la cerimonia di premiazione e acquistabile durante la cerimonia di premiazione.
11. Alla stessa persona non verranno assegnati premi consecutivi.
12. La cerimonia di premiazione si svolgerà il giorno Sabato 16 maggio 2015 alle ore 16:30, a Barberino di Mugello (FI) nella sala del centro civico comunale di Via Vespucci. A tutti i partecipanti verranno fornite con ampio preavviso tutte le indicazioni circa la premiazione.
13. I vincitori dei primi tre premi dovranno necessariamente presenziare all’evento o delegare. L’eventuale invio al proprio domicilio, a carico del destinatario, va concordato preventivamente, pena perdita privilegio.
14. L’organizzazione del Premio si riserva la facoltà di apportare modifiche al regolamento, se necessarie per causa di forza maggiore.
15. Parte dei proventi, verrà devoluto per la ricerca della malattia rara alla smard1 di cui si é rilevata la presenza di un caso sul territorio.
16. Gli autori, per il fatto stesso di partecipare al presente concorso, autorizzano l’Organizzazione del concorso a pubblicare le proprie opere sull’antologia, rinunciando, già dal momento in cui partecipano al concorso, a qualsiasi pretesa economica o di natura giuridica in ordine ai diritti d’autore ma conservano la paternità delle proprie opere. La partecipazione al concorso implica l’accettazione del presente regolamento.
Si garantisce che questi saranno utilizzati esclusivamente ai fini del concorso e nell’ambito delle iniziative promosse dalla Ass.Art.Cult. “NuoviOcchiSulMugello” per la legge 675 del 31/12/96 e D.L. 196/03.
□ SEZ. A (Poesia) □ SEZ. B (Racconto) □ SEZ. C (Arte Figurativa)
con il testo/i intitolato/i: ______________________________________________ ____________________________________________ ______________________________________________ ______________________________________________
□ Acconsento al trattamento dei dati personali qui riportati in conformità a quanto indicato dalla normativa sulla riservatezza dei dati personali (D. Lgs. 196/03) e solo relativamente allo scopo del Concorso in oggetto.
□ Dichiaro che l’/le opera/e che presento è/sono frutto del mio ingegno e che ne detengo i diritti a ogni titolo.
Firma________________________________ Data ___________________________
“LE RIVISTE DI CULTURA NELL’ ETA’ DELLA COMUNICAZIONE GLOBALE”
Giovedi 11 DICEMBRE ore 15,00
FIRENZE
PALAZZO BASTOGI
Via Cavour n. 18
Il convegno nazionale Le riviste di cultura nell’età della comunicazione globale intende porre all’attenzione dell’opinione pubblica, delle Istituzioni e degli operatori del settore la situazione delle riviste culturali italiane e il dibattito sul loro ruolo all’interno della società contemporanea. Come si può ricavare dal programma, il convegno mira a rappresentare le voci di molteplici attori, dalle riviste stesse agli operatori locali, passando per i settori ministeriali coinvolti, la stampa e gli editori di grandi riviste a carattere nazionale. L’incontro, promosso dal CRIC (Coordinamento Riviste Italiane di Cultura) e dall’ Assessorato alla cultura della Regione Toscana (nell’ambito della “Festa della Toscana” 2014), intende porre l’accento su un interrogativo di cardinale importanza nel “tempo della complessità “ in cui ci è dato vivere: è sufficiente il flusso ininterrotto delle notizie e delle immagini cui, nel “villaggio globale”, siamo ormai assuefatti per garantire la crescita della coscienza civile e la consapevolezza culturale dei cittadini degli anni duemila? E’ intorno a tale questione che ruoterà il dibattito del Convegno che, ricollegandosi ad un percorso già avviato nell’ambito dei lavori del Consiglio Regionale nella scorsa legislatura ed ai contenuti conseguentemente esplicitati nel Testo Unico regionale della cultura, rimanda al ruolo che, per stimolare l’uso della riflessione e della ragione critica. possono avere le riviste di cultura. Strumenti apparentemente desueti e “novecenteschi”, secondo una rappresentazione superficiale e liquidatoria, che, pur dovendosi confrontare con i problemi pressanti della crisi dell’editoria e con la sfida delle nuove frontiere della multimedialità e dell’innovazione tecnologica, possono, recare un contributo tutt’altro che marginale alla costruzione di un “nuovo umanesimo” fondato sul carattere interdisciplinare delle conoscenze e sul permanente e pluralistico dibattito fra identità e visioni culturali diverse. E’ con con quest’ispirazione che, da anni, sta lavorando il CRIC in collegamento con importanti esperienze europee (cui nel Convegno verrà data voce) ed è con questo intendimento che è promosso (con la Regione Toscana) questo appuntamento: per impedire che una grande tradizione come quella delle riviste culturale italiane vada dispersa e per far sì che una ricca pluralità di esperienze vitali espresse della piccola editoria, dall’associazionismo e dai centri culturali possa trovare nuova linfa e dare un costruttivo apporto a quel libero dibattito delle idee in cui nel “tempo della complessità” c’è più bisogno che mai.
“Non era tempo per favole e idiote freddure, quello. Il sole riscaldava l’erba, l’aria e il cemento, ma non me.” (p. 34)
La raccolta di poesie di Lorenzo Spurio è dedicata ai più scottanti e sensibili temi di attualità. Si tratta principalmente di componimenti brevi e sintetici che mirano, con estrema chiarezza, più che a offrire un punto di vista o a spiegare un’opinione personale, a comunicare una sorta di frustrazione, rabbia, impotenza, e delusione nei confronti di fatti e avvenimenti che, per forza di cose, ci vedono semplici e apatici spettatori.
È una poesia di impatto, quasi cinematografica e non sempre lirica. Si dipana per frame, inquadrature e cornici: grandangoli e primi piani che, nella più perfetta scia autoriale, disegnano una linea precisa, un percorso da seguire che conduce il lettore/spettatore verso un sospeso finale.
Poesie veloci, immediate, urgenti perfino. Leggendole si sente la spinta emotiva, l’esigenza impellente e dirompente di comunicare, di mettere nero su bianco un groviglio di pensieri e sensazioni che il poeta sembra provare lì, proprio sotto i nostri occhi, indipendentemente dal tempo della narrazione.
Sebbene siano poesie “facili” e non ermetiche, non sono tuttavia “semplici”: per capirle è necessario essere informati e aggiornati sui fatti del mondo. Lorenzo Spurio si rivolge al suo pubblico da ‘pari’ e non da ‘maestro’: non pretende di insegnare, ma di ‘dialogare’ come tra amici al bar, con il giornale davanti.
Nelle parole si sente fortissima l’amarezza, la disillusione, la frustrazione per un mondo governato poco e male, in cui a essere bendata non sembra tanto la dea fortuna quanto piuttosto la classe dirigente che, nella sua ‘disabilità’ visiva, sembra essere incapace di prendere decisioni o tanto meno di compiere azioni risolutive, nel bene e nel male.
Pessimismo? Forse, ma personalmente preferirei definirlo uno smaccato e concreto realismo. Come nella favola dei vestiti dell’imperatore, immagino Lorenzo lì con il dito puntato a farci vedere che il re e tutti i suoi cortigiani sono nudi e, quel che è peggio, ne sono perfettamente consapevoli.
Le poesie di Lorenzo sono come una sveglia puntata, suona e risuona finchè qualcuno non la spenge o la ascolta e faticosamente si alza e compie il suo dovere. Piccoli allarmi che, come scosse e impulsi elettrici, cercano di scuotere menti assopite e assuefatte da un’informazione omogenea e preconfezionata.
Protesta? Ribellione? Non sempre. Resta più una forte impressione di dura consapevolezza, una definitiva e inclemente sottolineatura che non permette secondarie vie di fuga.
Lorenzo usa le parole come uno specchio che, in modo diretto, riflette quello che vede e lo mostra agli occhi del mondo in modo imparziale e temperato.
Infatti, nonostante i sentimenti del poeta siano chiaramente avvertibili all’interno del testo, non si supera mai la misura. Il linguaggio è sempre quello di una pacata ‘discussione’ tra l’autore e il mondo, mai quello di una lite accesa e furibonda. Lorenzo non ha litigato con il mondo, non vuole isolarsi o allontanarsi da esso, ma lo invita a sedersi a un tavolo e a discutere per vedere se c’è modo di risolvere i problemi.
Una relazione non facile, senza dubbio. Personale e pubblica allo stesso tempo. “Civile” come dice il titolo stesso della raccolta. “Civile” significa infatti anche “educato”: saper condurre, ad esempio, una conversazione senza esasperare i toni, senza aggredire, né offendere l’interlocutore. E, in tempi in cui la parola sembra essere diventata un’arma distruttiva più che un mezzo di comunicazione, la “civiltà” suona come un valore anacronistico, retaggio di un passato lontano e perduto.
L’immagine del poeta è proprio quella di un uomo che cammina per la sua strada, con l’espressione seria ma decisa, i pensieri ben chiari in testa che aspettano solo l’occasione giusta per essere espressi e trasmessi.
Questo libro lo è: è l’occasione giusta per aprire gli occhi, spingere alla riflessione e al dialogo. “Civile” nella forma e nella sostanza.
Sabato 15 novembre 2014 a Firenze presso la Sede Provinciale dell’Arci in Piazza de’ Ciompi 11 si è tenuta la serata di premiazione della terza edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” organizzato dalla Ass. Culturale Poetikanten in collaborazione con la rivista di letteratura “Euterpe” e Deliri Progressivi. L’iniziativa concorsuale è stata patrocinata dai Comuni di Roma, Brescia, Jesi (AN) e Dronero (CN). Durante la serata si è data lettura alle motivazioni che la Giuria ha stilato per la selezione delle opere vincitrici, menzionate e segnalate.
La Giuria presente era costituita da: Lorenzo Spurio (Presidente del Premio – Direttore della Rivista di lett. Euterpe, scrittore e critico lett.), Marzia Carocci (Presidente di Giuria, scrittrice, poetessa, recensionista), Michela Zanarella (poetessa, giornalista), Annamaria Pecoraro (Direttrice di Deliri Progressivi, poetessa e scrittrice), Iuri Lombardi (Presidente Ass. Poetikanten, poeta e scrittore), Salvuccio Barravecchia (poeta).
La Giuria era costituita inoltre da altri giurati che non sono intervenuti fisicamente durante la premiazione: Martino Ciano (Scrittore), Giorgia Catalano (poetessa, scrittrice), Ilaria Celestini (poetessa, scrittrice), Emanuele Marcuccio (poeta e aforista), Luciano Somma (poeta) e Monica Pasero (poetessa, scrittrice).
Ad allietare la serata sono stati i ballerini di tango Giuseppe e Cristina Salerno della Scuola Pasion de Tango di Firenze accompagnati dal poeta Luis Algado e dalla attrice Elisa Zuri.
I proventi derivanti dalla vendita dell’antologia, edita da Poetikanten Edizioni, saranno devoluti -come da bando del concorso- alla Associazione Italiana Sclerosi Multipla (AISM).
Di seguito alcuni scatti della serata (per i quali ringraziamo la bravissima Deborah Larocca) e…. ci auguriamo di ritrovarci alla prossima edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”!
LA COMMISSIONE DI GIURIA
(Da sinistra Michela ZANARELLA, Annamaria PECORARO, Iuri LOMBARDI, Salvuccio BARRAVECCHIA. Marzia CAROCCI e Lorenzo SPURIO)
Michela Zanarella
La Giuria
La Giuria
Marzia Carocci e Lorenzo Spurio
Michela Zanarella e Annamaria Pecoraro
La Giuria
Iuri Lombardi e Salvuccio Barravecchia
La Giuria
Iuri Lombardi
Lorenzo Spurio
Marzia Carocci
La Giuria
VINCITORI
Sandra Carresi vincitrice del Premio alla Carriera Poetica
Anna Barzaghi vincitrice del 1° premio per la poesia in lingua italiana
Anna Barzaghi vincitrice del 1° premio per la poesia in lingua italiana
Luciano Gentiletti vincitore del 1° premio per la poesia in dialetto
Luciano Gentiletti vincitore del 1° premio per la poesia in dialetto
Luisa Bolleri vincitrice del 2° premio per la poesia in lingua italiana
Luisa Bolleri vincitrice del 2° premio per la poesia in lingua italiana
Nunzio Buono – vincitore del 3° premio ex-aequo per la poesia in italiano
Nunzio Buono – vincitore 3° premio ex-aequo per la poesia in italiano – Legge Gianluca Regondi
MENZIONI D’ONORE
Roberto Ragazzi
Eleonora Rossi
Laura Faucci
Maria Grazia Vai
Maria Grazia Vai
Maria Immacolata Adamo
Nunzio Buono
Gianluca Regondi
Roberto Ragazzi
SEGNALATI DALLA GIURIA:
Marco G. Maggi
Anna Pistuddi
Anna Pistuddi
Attilio Giorgi
Attilio Giorgi
Marco G. Maggi
MOMENTO DANZANTE: Giuseppe e Cristina Salerno
Il poeta Luis Algado
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Verranno conferiti inoltre medaglie e diplomi alle Menzioni d’Onore e ai Segnalati le cui poesie saranno pubblicate nella antologia del premio. I proventi derivanti dalla antologia del Premio saranno donati alla Associazione Italiana Sclerosi Multipla (AISM).