Pubblicato il “Vocabolario del dialetto di Matelica” a cura di Ennio Donati

La nuova corposa opera di Ennio Donati (600 pagine che contengono circa 16.000 vocaboli) è relativa alla costruzione di un vocabolario del dialetto di Matelica, comune del Maceratese dove è nato nel 1946. Dal 1980 l’Autore, pur indissolubile alla sua città natale, vive nella rivierasca Senigallia.

Ennio Donati

Laureato in Ingegneria Chimica all’Università “Alma Mater” di Bologna nel 1970, è iscritto all’ordine degli Ingegneri della provincia di Macerata. Ha lavorato nell’azienda Snamprogetti del Gruppo ENI – Milano dal 1970 al 1980 occupandosi di progettazione, realizzazione e avviamento di vari impianti petrolchimici. È stato Dirigente d’Azienda dal 1984 al 2008 in due Società del Gruppo ENI.

I suoi interessi in ambito culturale comprendono studi di fonetica, morfologia, sintassi e grammatica nel campo della glottologia della regione Marche, con particolare riferimento all’area dialettale Maceratese-Fermana-Camerte. Studioso curioso degli aspetti etno-antropologici e folklorici della cultura della civiltà contadina delle Marche.

Ha pubblicato la raccolta di racconti comici in dialetto matelicese Le confidenze de Sor Righetto (Ed. Pro Loco Matelica, 2006) e la raccolta di poesie Eraàmo ricchi – Le poesie de Sór Righetto (Bertoni Editore, 2019). Vari i riconoscimenti letterari ottenuti in concorsi nazionali di prosa e poesia dialettale tra cui il Concorso Biennale “Quinto de Martella” di Camerino, “Poesia nei dialetti marchigiani” del Festival Varano ad Ancona e, recentemente, il “Deruta Book Fest” in cui ha vinto il primo premio nel 2022.

Attivo in Facebook dove cura e gestisce due gruppi, il primo dal titolo “Dialetto matelicese” e il secondo “Credenze, usanze e dialetto della civiltà contadina (Marche)”.

Il dialetto del quale Donati si è occupato, in particolare, è quello appartenente all’area dialettale maceratese-fermana-camerte ed è possibile sostenere che il dialetto matelicese sia uno tra i più antichi dell’intera Regione plurale (e non solo) se si tiene in considerazione la sua fedeltà al tardo latino dal quale proviene.

L’opera, per una più semplice consultazione, si compone di due parti: una dialetto/italiano e l’altra italiano/dialetto e si apre con la prefazione dello stesso autore nella quale parla abbondantemente della storia pluridecennale di tale vocabolario. Donati rintraccia nella sua infanzia il primo incontro catartico con il mondo del dialetto che poi non avrebbe più abbandonato: «Il contatto quasi quotidiano con persone che parlavano solo in dialetto e la mia costante frequentazione delle nostre campagne hanno accresciuto la conoscenza dei vocaboli ed il fascino dei suoni della nostra lingua» e ricorda della sua frequentazione del Liceo Scientifico “Galileo Galilei” a Macerata dove ebbe come insegnante il prof. Flavio Parrino[1], illustre italianista e glottologo scomparso nel 1994, che «è stato decisivo per la mia formazione culturale in generale e per il mio interesse per il dialetto», ha rivelato.

Ad arricchire il progetto editoriale – che esce per i tipi di Vydia di Montecassiano (MC) di Luca Bartoli – è la dotta presentazione del rinomato docente Diego Poli, professore emerito dell’Università degli Studi di Macerata, dal titolo “Il valore di un vocabolario”. In essa, partendo dalla scena lombarda, affronta da vicino la particolarità e l’importanza del dialetto all’interno della vita e della cultura dell’uomo nel corso dei secoli, per giungere alla scena marchigiana contemporanea con citazioni ad alcuni tra i maggiori poeti dialettali: Franco Scataglini (anconitano), Leonardo Mancino (camerte) e Gabriele Ghiandoni (fanese).

Agostino Regnicoli, sempre dell’ateneo maceratese ma in veste funzionario e di studioso del dialetto locale, nella sua pregevole premessa si dedica a prendere in esame gli aspetti meramente grafici e fonetici di questa particolare parlata, fornendo delle indicazioni utili anche sulla pronuncia delle parole.

Il Vocabolario del dialetto di Matelica di Ennio Donati – nella cui prima di copertina campeggia un interessante disegno a china della pittrice e illustratrice Francesca Farroni ritraente la centrale Piazza Enrico Mattei della cittadina del Maceratese – è pubblicato con il Patrocinio della Fondazione “Il Vallato” e il Comune di Matelica. La prima presentazione dell’opera è prevista per sabato 6 Aprile alle ore 17 presso il Teatro Piermarini di Matelica.

I migliori complimenti a Ennio Donati per questa sua pubblicazione, affinché possa ricevere il meritato accoglimento dal pubblico e la curiosità di chi – di vecchia o nuova generazione – ha il desiderio di conoscere la sua storia e tradizione, come nel tempo la lingua vernacolare della zona di Matelica si è evoluta, forte di una convinzione che ben esprime nella sua nota introduttiva: «Non è bello deridere il dialetto, la nostra lingua; con il dialetto si può far sorridere, ma anche emozionare, commuovere e rattristare, come accade per ogni lingua».

LORENZO SPURIO

Matera, 04/04/2024


[1] Lo stesso prof. Parrino in “Un decalogo per il poeta dialettale” pubblicato in «Prima rassegna biennale di poesia dialettale Giovanni Ginobili» del Comune di Petriolo nell’edizione del 3 maggio 1981 alle pagine 13-20, parlando della dicotomia di lingua e dialetto, aveva avuto modo di osservare: «Dialetto e lingua sono ambedue, con pari diritto, strumenti grazie ai quali una comunità di parlanti (grossa o piccola che sia) organizza i dati della sua esperienza e della sua cultura (grezza o raffinata che sia) e soddisfa ai bisogni della comunicazione all’interno della comunità; per cui fra lingua e dialetto non sussistono differenze né di dignità, né di grado, né di funzionalità […]. La struttura del più umile dei dialetti presenta la stessa organizzazione della più prestigiosa delle lingue». Un ricordo dell’attività del prof. Parrino è contenuto nell’articolo del poeta maceratese Filippo Davoli dal titolo “Del parlare in dialetto. Ripensando Flavio Parrino” pubblicato su «Cronache Maceratesi» il 24/03/2014.


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La presentazione del volume “Dolce terra di marca” domenica 9 nov. ad Agugliano (AN)

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“Dolce terra di marca, fiabe popolari marchigiane”
 
 
Le fiabe popolari mantengono nel nostro tempo la capacità di incantare. Le innumerevoli trasposizioni e trascrizioni, le opere teatrali, multimediali, i film, in cui vengono continuamente riproposte, testimoniano la loro vitalità. La fiaba parla all’immaginario degli uomini, apre alternative alla realtà quotidiana con un linguaggio schietto, immediato, essenziale. Dolce terra di Marca raccoglie le fiabe marchigiane nel dialetto con cui sono state trascritte dalla viva voce del popolo da parte di studiosi quali Antonio Gianandrea, Guido Vitaletti, Luigi Mannocchi, con accanto una trascrizione nell’italiano corrente per la comprensione di termini dialettali inusitati, a volte sconosciuti. Ogni fiaba è corredata da note di lettura, proposte per cogliere con immediatezza contenuti originali, suggestioni, aspetti di contesto territoriale.
Ad illustrare i testi, le immagini curate dagli studenti della Scuola Internazionale di Comics di Jesi che hanno interpretato i racconti con una prospettiva di lettura originale e contemporanea.
 

 
 
Laura Borgiani, Flavia Emanuelli, Mirella Mazzarini, marchigiane, hanno collaborato, per una specializzazione post-laurea, ad uno studio di analisi sulla fiaba popolare delle Marche. A distanza di anni si sono ritrovate dopo esperienze di lavoro differenti, a lavorare intorno alla fiaba di tradizione marchigiana per riscoprirne il valore e la vitalità. Ne è nato il progetto di favorire la conoscenza e la diffusione di un patrimonio di memoria legato all’identità del territorio.

La realtà e la realtà raccontata. Dove termina la vita e inizia la letteratura. – Saggio di LORENZO SPURIO –

La realtà e la realtà raccontata. 

Dove termina la vita e inizia la letteratura.

saggio di Lorenzo Spurio

 

 

Vari studiosi e critici letterari hanno sempre sottolineato come esista una separazione tra la vita e l’arte, ossia tra la vita e la rappresentazione di essa, i due ambiti che in inglese vengono definiti con i termini reality e fiction.[1] Il romanzo, e più in generale ogni forma espressiva che provenga dall’intelletto umano, (una poesia, un componimento musicale, un quadro), non è altro che manifestazione del genio del suo creatore e il prodotto ultimo non è che un manufatto della ragione umana. Una persona che vediamo mangiare e una persona che ci viene  descritta mangiare in un romanzo, sono due cose diverse, sebbene evochino in noi lo stesso pensiero. In realtà sarebbe più opportuno parlare di una ulteriore contrapposizione di termini: quella tra persona e personaggio. Il primo siamo noi, e ogni nostro simile, che giorno dopo giorno portiamo avanti la nostra vita, il secondo, il personaggio, è invece una invenzione, una macchinizazzione della mente umana: può essere verosimile e quindi possiamo rispecchiarci in esso, ma può anche essere diabolico, fantastico, inverosimile e quindi rappresentare ambiti dell’immaginifico.

Nell’allarmante racconto che Stephen King fa dell’instabilità psichica di Annie Wilkies in Misery (1987), ci rendiamo conto di come la protagonista – causa la sua psiche malata, il suo isolamento dalla società e il suo amore-ossessione nei confronti dell’eroina di un ciclo di romanzi di Paul Sheldon – non sia in grado di distinguere la realtà dalla finzione, la vita vera da un personaggio inventato per diletto da un narratore esperto. L’incapacità di distinguere i due ambiti porta all’accentuarsi dei comportamenti maniacali della Wilkies nei confronti di Paul Sheldon che lei, dopo un incidente stradale abbastanza serio, è riuscita a portare a casa sua per tenere tutto per sé, come fosse un oggetto. Lo scrittore si renderà subito conto dell’instabilità e della pericolosità della donna ma, per evitare di animare ulteriormente la sua pazzia, cercherà di assecondarla nelle sue richieste. Quello che Paul Sheldon ha fatto – far morire il personaggio di Misery[2] nell’ultimo romanzo del ciclo è – per Annie Wilkies – uno sbaglio grandissimo, l’unica scelta che Sheldon come narratore non avrebbe dovuto fare. La stessa Wilkies ci tiene a far sapere allo scrittore: «Ma i personaggi di una storia non possono uscirsene di scena! Dio ci prende quando Lui stabilisce che l’ora è giunta e uno scrittore è Dio per i personaggi della sua storia, lui li crea come Dio ha creato noi e nessuno può chiamare Dio in giudizio perché si giustifichi, sicuro, si capisce, ma quanto a Misery ho qualcosa da dirti, sporca burba, ti dirò che si dà il caso che Dio abbia un paio di gambe rotte e Dio si trovi in casa mia a mangiare il mio cibo…e….»[3]. Grazie alle narrazioni di Sheldon, infatti, Misery è diventata per Annie una compagna di vita, una presenza costante, una persona a lei cara, sebbene Misery sia solamente un personaggio inventato, che esiste solo sulla carta, l’esatto opposto di quanto avviene in Alice nel paese delle meraviglie dove nelle ultime battute del primo libro l’eroina nega l’esistenza d’identità delle carte di gioco parlanti, sconfessando quel mondo irreale e impossibile arrivando a dire, dinanzi alla Regina Rossa, “Non siete altro che un mazzo di carte!”. La Wilkies obbligherà Sheldon a  bruciare il romanzo nel quale la sua beniamina finiva, invece, per morire (a causa di parto, una motivazione anche molto diffusa a quel tempo, come le fa notare lo scrittore) e a scriverne uno nuovo in cui Misery, invece, segue nuove avventure, contravvenendo anche alla libera ispirazione dello scrittore che in queste condizioni, oltre che su commissione, è chiamato a scrivere sotto coercizione.

L’idea che il narratore di una storia sia una sorta di Dio, che crea, plasma i personaggi, ne decide la vita o come stroncarli è un’idea comune e che si applica alle narrazioni che hanno un narratore di III persona, esterno, che osserva e descrive tutto, che conosce tutto ciò che racconta e che proprio per questo motivo è onnipresente, onnipotente e stabilisce ogni cosa. Al termine di Espiazione, romanzo di Ian McEwan, veniamo a sapere che tutto quello che è stato raccontato sin lì è il romanzo scritto dalla protagonista stessa della storia che, consapevole di essersi comportata come un unreliable narrator e ormai anziana, decide di dire la verità. Così Briony autrice-Briony personaggio-McEwan narratore sono un’unica persona. L’anziana scrittrice conclude nelle ultime pagine con alcune asserzioni interessanti all’oggetto di questo saggio: «Come può una scrittrice espiare le proprie colpe quando il suo potere assoluto di decidere dei destini altrui la rende simile a Dio? Non esiste nessuno, nessuna entità superiore a cui possa fare appello, per riconciliarsi, per ottenere il perdono. Non c’è nulla al di fuori di lei. E’ la sua fantasia a sancire i limiti e i termini della storia. Non c’è espiazione per Dio, né per il romanziere; nemmeno se fossero atei. E’ sempre stato un compito impossibile, ed è proprio questo il punto».[4]

Il resto della storia di Misery – che non ho intenzione di svelare – è molto avvincente e perfettamente in linea con le tematiche care a Stephen King; il riferimento al romanzo era necessario per sottolineare come la confusione tra realtà e rappresentazione della realtà in un soggetto psicologicamente instabile origina una serie di avventure cariche di suspense che allettano il lettore, coinvolgendolo completamente. Quasi che l’autore abbia voluto dire, silenziosamente, che chi confonde il personaggio di un romanzo con il mondo reale è molto probabile che finisca per mettersi nei guai o lo fa perché è pazzo.

Forse la combinazione più riuscita di persona-personaggio si ha in un testo autobiografico in cui l’autore, che è anche il personaggio della storia che racconta, narra della sua vita. Si tratta di una cronistoria fedele alla sua esistenza e aggiornata fino a quel momento che, tuttavia, non può sostituire né uguagliare il suo reale e materiale percorso di vita. E’ però un esempio lampante di come l’autore sia anche protagonista della storia. Il narratore onnisciente che racconta extradiegieticamente la storia dall’esterno ha la capacità di creare un personaggio, un’entità, che, in fondo, non è altro che se stesso. E’ evidente in questo caso come la vita e la scrittura si fondano in un tutt’uno e tale discorso rimanda direttamente alla questione dell’autobiografismo. Esulando una biografia, i critici sostengono che è innegabile che in un qualsiasi testo che viene scritto ci sia qualcosa di proprio, di personale, di affettivo legato all’autore, anche se questi lo negherà. Si conclude, dunque, che uno scritto qualsiasi, sia esso biografia o non, è intessuto a partire da una serie di motivi che appartengono all’animo, all’esperienza o al comune sentire dello scrivente. Si tratta – a rigor di logica – di un procedimento passivo, che ricade cioè sullo scrittore in maniera volente o nolente. Chi racconta qualcosa (una storia, un avvenimento, una barzelletta) mette indeliberatamente qualcosa che gli appartiene (il modo, la tecnica, l’enfasi, la struttura,..) consegnando così all’ascoltatore un messaggio finale che è la somma del corpo verbale di comunicazione con l’apporto personale del parlante:

messaggio finale = corpo verbale di comunicazione + apporto personale del parlante

 

E’ su queste considerazioni che si sono sviluppati i prolifici studi su alcuni aspetti delle culture subalterne, sul loro folklore e su come la cultura popolare, legata principalmente alla forma orale di comunicazione, ha modificato nel tempo storie, leggende, racconti, sostituendo termini, inserendo dialettalismi, modificando la struttura, le desinenze, l’andamento o addirittura il significato di un componimento tanto da portare nei giorni nostri alla presenza di numerose varianti di una ballata a seconda dei dialetti regionali, locali e dei gerghi più definiti e marcati delle aree provinciali. Ad esempio si prenda in considerazione la grande quantità di varianti (non solo dialettali, ma anche tematiche) della celebre ballata di “Donna Lombarda”,  che racconta di una donna tradita che tenta di avvelenare il marito assieme all’aiuto dell’amante. La presenza e la testimonianza di varietà differenti nate per filiazione da un testo unico è esemplare di quanto l’attività orale delle classi popolari fosse potente nel rimodellare, ricreare, aggiornare e creare nuove storie. Il discorso, ovviamente, è ampio e rimanda alla nota e certificata teoria che vede nel tempo (diacronie) e nello spazio (diatopie) le categorie fondanti alla base del cambiamento di stili di vita, linguaggi (o addirittura lingue), comportamenti etc.

Riprendendo però la formula esposta sopra e tenendo in considerazione gli studi sull’intertestualità[5] e la comparativistica, è doveroso aggiungere nella formula almeno un altro elemento importantissimo, sebbene a volte sottointeso e celato, che è quello della intertestualità e della citazione. I critici e gli studiosi della letteratura postmoderna (Fredric Jameson negli Stati Uniti, Remo Ceserani in Italia, solo per citarne alcuni) hanno studiato attentamente i vari aspetti dell’intertestualità: la citazione, la parodia, l’umorismo, la satira, la riscrittura[6] mettendo in evidenza come un nuovo testo è sempre la scrittura di un qualcosa originale assieme alla presenza di temi o riferimenti noti, colti o di rimando. Il poemetto metafisico The Waste Land di T.S. Eliot, pietra miliare della poesia modernista inglese, è ad esempio un’opera complessa e che ha nella completezza delle varie sezioni un senso e un significato proprio (per il quale è uno dei testi più studiati nei settori accademici di Anglistica) ma è allo stesso tempo una elaborata cascata di citazioni e riferimenti ad altri testi letterari: a volte rimandi espliciti, altre volte un po’ più velati, compito del lettore riscontrarli. Il procedimento intertestuale, metaletterario, è spesso un fenomeno involontario e spontaneo mentre altre volte ha il chiaro motivo di voler celebrare un grande del passato. Nel mio saggio “L’edenico e il demoniaco”[7] ho accennato al fatto che ad esempio il romanzo The Lord of the Flies (1945) di William Golding è sicuramente una delle fonti che stanno alla base del romanzo breve The Cement Garden (1978) di Ian McEwan, come pure ebbe modo di riconoscere l’autore in varie interviste. Si tratta, però, di un procedimento innocuo[8] e significativo con il quale leggendo un libro di X, leggiamo anche qualcosa di Y, Z,… Quindi, tenendo conto di questo aspetto, che non ha niente di irrilevante, la “formula” enunciata sopra diventa:

messaggio finale = corpo verbale di comunicazione + apporto personale del parlante + riferimenti intertestuali (espliciti o impliciti)

Dovendo spiegare la formula su una base che utilizza il concetto di tempo, potremmo riassumere:

messaggio finale = testo + Passato/ Presente dell’autore + Passato/ Presente di altri autori

cioè, detta in soldoni,

messaggio finale = nuovo + vecchio

e questo ci riporta, dunque, all’inizio di tutta la discussione qui proposta su come, in effetti, quando parliamo non diciamo mai niente di completamente nuovo, di inedito e originale ma ricopiamo qualcuno, ci rifacciamo ad altri, rivisitiamo una formula, utilizziamo un detto, ci appropriamo di un linguaggio che non è nostro. Il risultato, come si è visto, è però fatto dalla somma di più elementi che sono onnipresenti, necessari, ineliminabili e che assieme contribuiscono alla produzione del messaggio finale.


[1] Centrale è a questo riguardo il saggio “Modern Fiction” di Virginia Woolf contenuto in The Collected Essays of Virginia Woolf (Benediction Books, 2011, pp. 192).

[2] «Non può essere morta!» gli strillò in faccia Annie Wilkes. Stringeva e apriva i pugni sempre più concitatamente. «Misery Chastain non può essere morta!» in Stephen King, Misery, Sperling & Kupfer, 1991, p. 39.

[3] Ivi, p. 41.

[4] Ian McEwan, Espiazione, Torino, Einaudi, 2001, p. 380.

[5] Si analizzi l’opera di Julia Kristeva, linguista bulgara che coniò il termine di “intertextuality” spiegandolo come  “connessione tra testi diversi”. Consigliata la lettura del manuale The Portable Kristeva scritto da Oliver Kelly (Columbia University Press, 2002, pp. 512).

[6] Il procedimento della riscrittura (rewriting), più comunemente definito in inglese americano mash-up, è una tecnica molto impiegata negli ultimi venti anni dagli scrittori contemporanei. Questi ultimi partono da un testo noto al grande pubblico (spesso un classico di grandi dimensioni), per giungere a una rivisitazione, a un adattamento, a una riscrittura, a un ri-racconto da una nuova prospettiva (facendo parlare un nuovo personaggio), secondo una nuova sensibilità (la stessa storia ambientata nell’800 convertita in una storia ambientata nello spazio) o convertendola in un nuovo genere (una storia d’amore vittoriana convertita in un macabro horror-fantasy). In un mio saggio dal titolo Jane Eyre, una rilettura contemporanea (Lulu Edizioni, 2011, pp. 102) ho analizzato da vicino come alcuni scrittori, partendo dal mother text di Charlotte Brontë abbiano elaborato nuove storie, alcune originali, altre un po’ meno, producendo una grande filiazione di questo romanzo tra riscritture, parodie, prequels e sequels.

[7] “L’edenico e il demoniaco”, Sagarana, La Lavagna del Sabato, 21-03-2012.

[8] “Innocuo” nel senso che non dà origine a problemi di licenza di diritti personali nel caso in cui il rimando viene fatto in maniera originale o velato o nel caso in cui si riporta un estratto di un altro libro con indicata la fonte. Se, invece, tale procedimento viene utilizzato in maniera invasiva e sconsiderata si pongono problemi di plagio. Il plagio non è che l’abuso indiscriminato e illegale di un testo che appartiene ad un altro. Si tratta sempre di un processo intertestuale ma lesivo e giuridicamente condannato. Ad esempio nella mia tesi di Laurea Magistrale dal titolo “Comportamenti devianti e spazi claustrofobici nella scrittura di McEwan” ho riportato la cronaca che bollò l’autore inglese come plagiarist nell’occasione dell’uscita del suo romanzo Atonement nel 2001 che, nella seconda parte, presentava riconoscibili e allarmanti assonanze con l’autobiografia della scozzese Lucilla Andrews, No Time for Romance. In quel caso l’autore mostrò chiaramente che le accuse erano infondate e che negli Acknowledgment aveva citato direttamente l’opera della stessa scrittrice alla quale si era rifatto.

a cura di Lorenzo Spurio

 

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L’ottava regina. La regina Mab.

Non sosterrò niente di nuovo e sensazionale nel dire che al mondo, oggigiorno, vivono e regnano ben sette regine. Questo non significa che ci siano altrettanti re. Infatti, solo in alcuni paesi (secondo una determinata costituzione) la moglie del re diventa automaticamente regina e il marito della regina diventa automaticamente re. In Inghilterra infatti questo non avviene. C’è la regina ma, almeno per il momento, non c’è nessun re. Con questo si capisce che le famiglie reali a noi contemporanee sono ben diverse dalle favolose famiglie reali descritte nelle fiabe dove ad un re corrisponde direttamente una regina e così via. Le diverse costituzioni nazionali stabiliscono leggi, norme e cavilli in base ai quali viene definito il particolar tipo di monarchia, le regole d’etichetta, la legge di successione al trono e gli emblemi del sovrano.La vecchia Europa detiene il primato delle monarchie e dunque anche la maggioranza delle teste coronate. In Europa vivono sei delle sette regine: la regina Elisabetta d’Inghilterra (n. 1926), la regina Margherita II di Danimarca (n. 1940), la regina Beatrice d’Olanda (n. 1938), la regina Sonja di Norvegia (n. 1937), la regina Sofia di Spagna (n. 1938) e la regina Silvia di Svezia (n. 1943). La settima è la regina Rania di Giordania (n. 1970), la più giovane tra le varie teste coronate a cui sin qui si è fatto riferimento.Con questo è facile concludere che nel mondo regnano sette regine, la gran parte delle quali è anche imparentata con le altre. In realtà non è esatto poiché esiste una ottava regina che è sempre stata onnipresente nel corso della storia ma al tempo stesso invisibile. Si tratta della regina Mab nota come la regina delle fate.

Il folklore anglosassone dedica una particolare attenzione al mondo fantastico e fiabesco del popolo delle fate, esseri di piccola dimensione e di ambo i sessi che vivono a contatto con la natura, dormendo all’interno dei fiori e che si manifestano per lo più di notte. Le fate incarnano dei comportamenti a nostro giudizio illogici ed irrazionali in cui l’uomo può evadere e viaggiare lasciandosi trasportare dagli eventi assurdi e divertenti che nel popolo delle fate avvengono. Si tratta di una dimensione fantastica, onirica, surreale, allucinata.Il nome della regina Mab viene fatto da Shakespeare in Romeo and Juliet nel passo di un monologo di Mercuzio, amico di Romeo (I atto, scena IV). La regina Mab, regina delle fate, viene descritta come essere molto ridotto a bordo del suo cocchio (che è un guscio di nocciola), tirato da una serie di piccole fate. Il cocchiere è una zanzara e il suo frustino è un ossicino di grillo. Questi elementi sottolineano la grande simbiosi tra il mondo delle fate e l’elemento naturale. Mercuzio richiama il nome della regina Mab per parlare del sogno: l’arrivo del sonno e l’addormentamento corrispondono all’arrivo delle fate.Le fate sono ampiamente richiamate all’interno di testi della letteratura seicentesca inglese, basti pensare al grande poema epico The Faerie Queene (La regina delle fate) scritto da Edmund Spenser nel 1590. Si tratta di un poema epico allegorico con il quale Spenser intendeva celebrare la dinastia Tudor e, in modo particolare la regina Elisabetta I descritta appunto come la regina delle fate.La regina Mab appare anche in The Entertainment at Althorp(1604) di Ben Jonson, Nymphidia (1627) di Michael Drayton e inQueen Mab: A Philosophical Poem (1813) di Percy Byshee Shelley.In A Midsummer Night’s Dream Shakespeare ci trasporta nei sottofondi di un bosco magico e incantato governato da Oberon e Titania, rispettivamente re e regina delle fate. Secondo alcuni critici Titania non sarebbe altro che la regina Mab, sebbene Shakespeare evita di chiamarla con il suo nome.Una breve ma significativa descrizione della regina Mab ci viene fornita da James Matthew Barrie, padre di Peter Pan nel testo Peter Pan in Kensington Gardens (1906) dove si parla molto dell’universo delle fate che popolano i giardini di Kensington di notte, dal momento di chiusura dei cancelli. La regina Mab vive in un fantastico e invisibile palazzo reale dei giardini di Kensington e possiede addirittura un palazzo d’inverno. A proposito delle case delle fate nel testo viene detto:

Quanto alle loro case, è inutile cercar di vederle, perché esse sono proprio il contrario delle nostre. Voi potete vedere le vostre case di giorno, ma non le potete più vedere nel buio. Ebbene, voi potete invece vedere le loro case nel buio, ma non le potete vedere di giorno, perché esse hanno il colore della notte ed io non so di nessuno che sia capace di veder la notte di giorno. Ciò tuttavia non significa che siano esse nere, perché anche la notte ha i suoi colori precisamente come il giorno, e più brillanti che questo. L’azzurro, il rosso, il verde delle case delle fate sono simili ai nostri con un lume di dietro. Il palazzo reale è costruito interamente di vetri multicolori, ed è la più graziosa residenza che si possa immaginare, se non che la regina qualche volta si lamenta perché la gente del popolo viene ogni poco a gettar delle occhiatine nell’interno per vedere che cosa essa sta facendo. Perché le fate, dovete sapere, sono persone assai curiose, e premono forte il naso contro il vetro per distinguere meglio, nel che sta la ragione del fatto che i loro nasi sono quasi sempre schiacciati.[1]

Barrie sottolinea che il comportamento delle fate, abbastanza stravagante, non è finalizzato a niente, a differenza delle occupazioni degli uomini:Una delle grandi differenze fra noi e le fate è che esse non fanno mai nulla di utile. Hanno sempre l’aria di gente affaccendata, che non ha un minuto di tempo da buttar via, ma se voi domandaste loro che cosa stanno facendo, non vi saprebbero dare risposta.

Due delle caratteristiche più note del popolo delle fate e che fuoriescono anche dal testo di Barrie è la loro completa simbiosi con l’elemento naturale (animali e alberi parlanti, boccioli di fiori, rami ondeggianti, animali che disquisiscono) e il fatto che sono instancabili ballerine. Proprio per questo nel folklore anglosassone si fa spesso riferimento a canti, ritornelli, ninnananne, musica e balli e girotondi di fate. Con un girotondo di fate si conclude l’opera A Midsummer Night’s Dream di Shakespeare.Dunque le regine al mondo non sono sette, ma otto. Mab è la regina onnipresente e invisibile che regna su di un popolo numeroso e potente, quello delle fate, che non è meno importante del popolo spagnolo o di quello svedese.

10 Gennaio 2010

Lorenzo Spurio

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[1] James Matthew Barrie, Peter Pan nei giardini di Kensington, versione italiana di F.C. Ageno, Firenze, R. Bemporad & Figlio Editori.

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