“François Mauriac, da dove è cominciato tutto?”, saggio di Fausta Genziana Le Piane

Nella letteratura tra le due guerre, François Mauriac rappresenta, con Bernanos, il romanzo d’ispirazione cristiana.

Nato a Bordeaux nel 1885, ricevette dalla madre un’educazione strettamente cattolica. Dopo gli studi al liceo e alla Facoltà di Lettere di Bordeaux, si stabilisce a Parigi, dove si dedica alla letteratura, pubblicando due raccolte poetiche (Les mains jointes, 1909; L’Adieu à l’adolescence, 1911). Rinunciando alla poesia per il romanzo, pubblica nel 1913 L’Enfant chargé de chaînes, ma il successo arriverà più tardi, nel 1922, con Le Baiser au lépreux. Questo libro non è soltanto il primo capolavoro di Mauriac, ma esprime anche, molto nettamente, il dono di questo romanziere cattolico per l’analisi, nel contesto dei costumi della sua provincia natale, del conflitto tra peccato e sacrificio, tra la vita dei sensi e la liberazione spirituale.

Negli altri romanzi (citiamo: Le Désert de l’amour, 1925; Thérèse Desqueyroux, 1927; Destins, 1928; Le Mystère Frontenac, 1931; Le noeud de vipères, 1932; La Fin de la nuit, 1935; La Pharisienne, 1941), Mauriac confermava le qualità di moralista e scrittore, dotato di uno stile sempre adeguato alle situazioni dei personaggi. Ma qualche cosa è cambiata o almeno ha subito un’evoluzione nella visione che questo romanziere si faceva del mondo. In effetti è facile seguire, attraverso le sue opere, il passaggio da un cupo pessimismo che lo spinge a osservare lo spettacolo del peccato e del crimine (Thérèse Desqueyroux), a una presenza della Grazia che dà al nodo oscuro della coscienza la speranza della salvezza. Questa evidenza del problema della Grazia conferisce all’opera di Mauriac, secondo alcuni critici, un tono tipicamente giansenista.

Tra le altre opere di questo scrittore ricordiamo una Vie de Jésus (1936), Asmodée (1937), Les mal aimés (1945) e Le Cahier noir (pubblicato nel 1943 con lo pseudonimo di Forez) in cui espresse la sua fede di resistente. Essendosi dedicato al giornalismo politico, pubblicò Bloc-Notes (1958). Partigiano del gollismo, scrisse una biografia del Generale (De Gaulle, 1964). Mauriac si spense nel 1970.

Il poeta, scrittore e giornalista francese François Mauriac

Thérèse Desqueyroux

Accusata di aver tentato di avvelenare il marito, Thérèse Desqueyroux, protagonista dell’omonimo romanzo (1927) di Mauriac, è infine messa in libertà per non luogo a procedere, in seguito alla deposizione favorevole dello stesso marito desideroso di soffocare lo scandalo che travolge il nome della propria famiglia.

Rientrando ad Argelouse, uno sperduto villaggio della Gironda ove il marito l’attende, Teresa prepara la sua difesa in vista di una riappacificazione ma, evitando le facili e meschine giustificazioni, va alla ricerca delle ragioni che l’hanno condotta al crimine. Evoca così – e siamo alla pagina che qui presentiamo – la sua infanzia, che essa stessa vede come “de la neige à la source du fleuve le plus sali” (“neve alla fonte del fiume più sporco”). Si rivede pura accanto alla sua amica prediletta, Anna, ma la sua non è una semplicità sciocca, dovuta all’ignoranza delle cose. Disegna per sé l’immagine di un angelo, ma di “un ange plein de passion” (“un angelo pieno di passione”, presenza del tema della sensualità). Lasciando al lettore la scoperta di queste notazioni, ci limitiamo a osservare quanto sinuosa e sottile, lucida e spietata sia questa ricerca di Mauriac, che insiste sulle pieghe più riposte e più lontane dell’anima per rintracciarvi il senso di un destino.

Le speranze di Teresa risulteranno vane. Il marito, nella sua sanguigna semplicità, non è fatto per capire e comprendere la complessità delle cose e quindi, dopo averla sacrificata ad Argelouse, conduce la moglie a Parigi, ove l’abbandona.

“Attraversò a tentoni il giardino del capostazione, sentì i crisantemi senza vederli. (In tutto il libro domina il senso dell’olfatto: sentire i crisantemi è più importante che vederli, attraversare il giardino è più importante che vedere i fiori e gli alberi).

Nessuno nello scompartimento di prima classe, dove d’altra parte la luce fioca del treno non sarebbe stata sufficiente ad illuminare il suo viso. Impossibile leggere: ma quale racconto non sarebbe sembrato insipido a Teresa, al prezzo della sua vita terribile? Forse morirebbe di vergogna, di angoscia, di rimorso, di fatica – ma non morirebbe di noia. (La luce non è sufficiente, luce in tutti i sensi. Teresa è nelle tenebre del peccato: ancora una volta il senso della vista non è coinvolto. Il tema della luce attraversa tutti il libro alternato a quello del buio. Ecco i sentimenti che offuscano Teresa, la opprimono: vergogna, angoscia, rimorso, fatica. La donna aspira al perdono e per questo prepara la sua difesa, la confessione che le consentirà di arrivare al sospirato perdono – che non arriverà).

Si cacciò in un angolo, chiuse gli occhi. Era verosimile che una donna della sua intelligenza non arrivasse a rendere questo dramma intellegibile? Sì, finita la confessione, Bernard l’avrebbe risollevata: “Va’ in pace, Teresa, non ti preoccupare. Nella casa di Argelouse, aspetteremo insieme la morte, senza che possano mai separare le cose compiute. Ho sete. Scendi in cucina. Prepara un bicchiere di aranciata. Lo berrò d’un fiato, anche se è torbido. Cosa importa se il gusto mi ricorda quello che aveva un tempo il mio cioccolato del mattino? Ti ricordi, mia cara, tutto quel vomitare? La tua cara mano sosteneva il mio capo; tu non distoglievi lo sguardo da quel liquido verdastro; le mie sincopi non ti spaventavano. Tuttavia, come diventasti pallida quella notte in cui mi accorsi che le mie gambe erano inerti, insensibili. Tremavo, ricordi? E quell’imbecille del dottor Pédemay meravigliato che la temperatura fosse così bassa e il polso così agitato…”. (Confessione, notte – anche notte e buio del peccato -, gusto: temi costanti).

“Ah! Pensa Teresa, non avrà capito. Bisognerà ricominciare dall’inizio…” Dove è l’inizio dei nostri atti? Il nostro destino, quando vogliamo isolarlo, somiglia a quelle piante che è impossibile strappare con tutte le radici. Teresa risalirà fino all’infanzia? Ma l’infanzia stessa è una conclusione, un risultato. L’infanzia di Teresa: neve alla fonte del fiume più sporco. (Teresa si interroga sul suo destino, è un misto di purezza e peccato: è pura come la neve, vuole essere pura ma è contaminata, è sporca, la passione la domina. Angelo e demonio. Più volte nel corso del romanzo si definisce mostro).

Al liceo, era sembrata vivere indifferente e come assente dalle piccole tragedie che laceravano i suoi compagni. Gli insegnanti spesso proponevano l’esempio di Thérèse Larroque (è il nome di famiglia di Thérèse): Teresa non chiede altra ricompensa che, se non la gioia di realizzare in sé stessa un tipo di umanità superiore. La sua coscienza è l’unica e sufficiente luce. (Eccola la luce alla quale Teresa nella sua oscurità tende!).

L’orgoglio di appartenere alla élite umana la sostiene meglio di quello che farebbe la paura del castigo…”. (Altro binomio fondamentale, il perdono e il castigo).

Così si esprimeva uno dei suoi insegnanti. Teresa si interroga: “Sono felice? Sono così candida? Tutto ciò che precede il mio matrimonio assume nel mio ricordo questo aspetto di purezza: contrasto, senza dubbio, con l’inevitabile sudiciume delle nozze. Il liceo, al di là del mio tempo di sposa e di madre, mi appare come un paradiso. Allora non ne ero cosciente. Come avrei potuto sapere che in quegli anni prima della vita stavo vivendo la vera vita? Pura, io l’ero: un angelo, sì! Ma un angelo pieno di passione (Teresa è un misto di purezza – alla quale tende – e tenebre).

Qualunque cosa pretendessero le mie insegnanti, soffrivo e facevo soffrire. Gioivo del male che causavo e di quello che proveniva dalle mie amiche; pura sofferenza che nessun rimorso alterava: dolori e gioie nascevano dai più innocenti piaceri”.  (Teresa indaga sull’origine dei suoi atti e per fare questo risale all’infanzia e al liceo).

La ricompensa di Teresa, era, quando la stagione bruciava, di non giudicarsi indegna di Anna (Anne de la Trave, l’amica d’infanzia di Teresa) che raggiungeva sotto le querce di Argelouse. (Le querce con i pini rappresentano lo sfondo naturale di tutto il romanzo. La quercia è un albero sacro investito dei privilegi della divinità suprema del cielo, senza dubbio perché attira il fulmine e rappresenta la maestà).

Occorreva che potesse dire alla bambina educata al Sacré-Coeur: “Per essere pura come te, non ho bisogno di tutti quei nastri né di tutti quei ritornelli…”Magari la purezza di anna fosse fatta di ignoranza. Le dame del Sacré-Coeur interponevano mille veli tra la realtà e le loro ragazzine. Teresa le disprezzava perché confondevano virtù e ignoranza: “Tu, cara, non conosci la vita…”, ripeteva in quelle lontane estati d’Argelouse. Quelle belle estati…Teresa, nel trenino che si mette in moto, infine, confessa che il suo pensiero deve risalire fino a loro, se vuole vedere chiaro. Incredibile verità che in quelle albe completamente pure della nostra vita, i peggiori temporali erano già sospesi. Mattinate troppo blu: cattivo segno per il tempo del pomeriggio e della sera. Annunciano aiuole devastate, i rami rotti e tutto quel fango. Teresa non ha riflettuto, non ha premeditato mai in nessun momento della sua vita; nessuna curva brusca: ha sceso una pendenza insensibile, prima lentamente poi più velocemente. La donna persa di quella sera è proprio quell’essere radioso che fu durante le estati di quell’Argelouse dove ora torna furtiva e protetta dalla notte. Che fatica! A che scopo scoprire gli aspetti segreti di ciò che è compiuto? La giovane donna. Attraverso i finestrini, non distingue nulla se non il riflesso del suo volto morto. Il ritmo del trenino si rompe; la locomotiva soffia a lungo, si avvicina con prudenza alla stazione. Una lanterna da un braccio, richiami in gergo, le grida acute dei maialini sbarcati: già Uzeste. Ancora una stazione, e sarà Saint Clair da dove occorrerà compiere in una vettura a cavalli l’ultima tappa verso Argelouse. Resta poco tempo a Teresa per preparare la sua difesa! (“Non puoi immaginare la liberazione dopo la confessione, dopo il perdono, – quando di nuovo puliti, si può ricominciare la propria vita”, così diceva a Teresa l’amica Anna. Teresa anela al perdono del marito, di Bernard che però la respingerà. La natura gioca un ruolo importantissimo ed è sempre associata ai turbamenti della protagonista, al suo sentire. Il pino è molto importante e generalmente, in Estremo Oriente, è simbolo d’immortalità, cosa che spiegano contemporaneamente la persistenza del fogliame e l’incorruttibilità della resina. I pini sono legati all’incontro di Teresa con Jean: riflettono, come uno specchio, gli stati d’animo della donna).

I pini: Il mio primo incontro con Jean…Devo ricordare ogni circostanza: avevo scelto di andare a quella colombaia abbandonata dove mangiavo un tempo con Anna e dove sapevo che, dal quel momento in poi, le era piaciuto raggiungere quel Azévédo. No, non era nella mia mente, un pellegrinaggio. Ma i pini, da quel lato, sono cresciuti troppo perché si possa spiare i colombacci: non rischiavo di disturbare i cacciatori. Questa colombaia non poteva più servire poiché tutta la foresta intorno nascondeva l’orizzonte: le cime allontanate non quei grandi viali di cielo dove chi spia vede sorgere i voli.

FAUSTA GENZIANA LE PIANE


Bibliografia

François Mauriac, Thérèse Desqueyroux, éd. Grasset, 1956.

Le traduzioni nel corpo del testo sono di Fausta Genziana Le Piane


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N.E. 01/2023 – “La memoria del cuore. Albert Camus, “il primo uomo”: come una lama solitari e vibrante, destinata a spezzarsi all’improvviso e per sempre”. Saggio di Fausta Genziana Le Piane

            4 gennaio 1960. Albert Camus muore in un incidente stradale. Tra i rottami dell’automobile fu rinvenuto un manoscritto con correzioni, varianti e cancellature: la stesura originaria di Il primo uomo, sulla quale la figlia Catherine, dopo un meticoloso lavoro filologico, ha ricostruito ciò che è diventato  Il primo uomo, Bompiani, 2015.

            Romanzo di una crescita, quando il primo uomo, cioè l’uomo in formazione, prefigura l’adulto. Il libro è ricco di esperienze condivise, incontri, scelte e ricordi: ecco la chiave, Camus è stato costantemente nutrito nel cuore e tutto contribuisce a costruire l’uomo definitivo. Ma c’è comunque il primo, che è tuttavia già un uomo, non un bambino. Perché?

            Non può esserci più alta ispirazione e nello stesso tempo più profonda coscienza del reale di quelle che troviamo nella poetica narrazione che Camus fa del proprio percorso.

                        Da Algeri, una donna, che è incinta e non sente, un bambino di quattro anni e un uomo, il marito, Henry Cormery, si recano a Bona per poi dirigersi alla tenuta vicina al villaggio di Solerino, di cui l’uomo doveva assumere la gestione. È il padre dello scrittore, Camus si rende conto che ha bisogno del padre che non ha mai conosciuto in quanto morto in seguito in guerra: ho cercato sin dall’inizio, ancora bambino, di scoprire da solo che cosa fosse bene e che cosa fosse male – poiché intorno a me nessuno era in grado di dirmelo. E ora che tutto mi abbandona, mi rendo conto di aver bisogno di qualcuno che mi indichi la strada e mi dia biasimo e lode, non in nome del potere ma in quello dell’autorità, ho bisogno di mio padre (Albert Camus, op. cit., p. 42). Ecco allora la ricerca delle tracce del padre, il pellegrinaggio alla sua tomba.

            Tante sono le presenze importanti nel libro come Etienne (o Ernest), il fratello della madre, vittima di accessi di collera, che vive con loro, come Victor Malan, un suo amico, che aveva sempre lavorato nell’amministrazione doganale e che era andato in pensione, il gruppo degli amici d’infanzia, Pierre, Joseph, Jean, Max, ecc. ma su tutte prevalgono le figure della madre (ciò che lui ama di più al mondo, sia pure di un amore disperato)  e della nonna, fredda e distante. Ecco le parole dello scrittore nel rivedere la madre ad Algeri con l’intento di avere anche notizie del padre: Quando fu davanti alla porta, sua madre aprì e gli si gettò fra le braccia. Poi, come ogni volta che si rivedevano, lo baciò due o tre volte, stringendolo a sé con tutte le sue forze, e lui sentì sulle braccia le costole e le ossa dure e sporgenti delle spalle un po’ tremule, mentre respirava il dolce profumo della pelle che gli ricordava quel punto, sotto il pomo d’Adamo, fra i due tendini giugulari, che non osava più baciare, ma che piaceva respirare e accarezzare da bambino, quelle rare volte in cui lo prendeva sulle ginocchia e lui fingeva d’addormentarsi, con il naso schiacciato contro quel piccolo incavo che aveva l’odore, troppo raro, nella sua vita infantile, della tenerezza (p. 62). Era sempre stata civetta e, per quanto vestisse poveramente, il figlio non ricordava di averle mai visto addosso qualcosa di brutto, faceva il bucato e le pulizie per gli altri ma lavorava anche per i suoi. Analfabeta, con difficoltà di parola (un tifo, forse), dolce, gentile, conciliante, persino passiva, e tuttavia mai conquistata da niente e da nessuno, isolata nella sua semisordità, nelle sue difficoltà con la lingua, bella certo, ma inaccessibile, e più ancora quanto più sorrideva, e il cuore di Jacques si slanciava verso di lei (…) (p. 65). Catherine, ammirata, amata, verso la quale Albert rivolge i suoi sentimenti più dolci: A Jacques piaceva guardare la madre o la nonna quando compivano la cerimonia dell’acconciatura. Con uno asciugamano sulle spalle, la bocca piena di forcine, pettinavano con cura i lunghi i capelli bianchi o bruni, poi li sollevavano, li tiravano in bandeaux molto serrati sino allo chignon sulla nuca, che crivellavano di forcine, tolte l’una dopo l’altra dalla bocca, schiudendo le labbra e stringendo i denti, e piantate l’una dopo l’altra nella massa compatta della crocchia (p. 126).

Albert si rendeva conto che la povertà, l’infermità, il bisogno in cui viveva l’intera sua famiglia, se non giustificavano tutto, impedivano comunque di condannare quelli che ne erano vittime (p. 129). Albert si sente il più ricco e forse la capacità di amare era già in lui: Jacques li udiva allontanarsi, ne ascoltava le voci rozze e calorose, li amava (p. 117). Albert è capace di intuire gli istanti, di coglierli nella loro pienezza, in tutto ciò che hanno di dolce, di tenero, di intimo, di condiviso. Empatia, compassione, comprensione, questi sono i sentimenti con cui si è forgiato lo scrittore.

            Quale è l’eredità ricevuta? L’eredità è la capacità di amare talmente forte da essere anche da intralcio. Felicità fatta di piccole cose: …la luce, che si stava addolcendo in modo impercettibile, faceva apparire il cielo ancora più vasto, così vasto che il ragazzo sentiva salire le lacrime agli occhi, insieme con un grande grido di gioia e di gratitudine per la vita adorabile (p. 137). Può un’infanzia essere misera e felice? Albert non sarebbe mai stato sicuro che quei ricordi così ricchi che gli sgorgavano dentro corrispondessero davvero al bambino che era stato (p. 139). Si sa, si ha la tendenza a idealizzare, a mitizzare la propria infanzia (e anche il proprio padre). La vera nobiltà di Camus è la sua famiglia dalla quale impara ad amare la bellezza.

            Alla scuola comunale, è il signor Bernard (Germain) (forse il padre che non ha mai conosciuto?), amante appassionatamente del proprio mestiere, a modificare il destino di Albert: alla materna andava già con Pierre…i ragazzi erano diventati veramente amici, sin da quel primo giorno quando, con Jacques che portava ancora il grembiulino ed era stato affidato a Pierre, cosciente dei suoi calzoni e dei suoi doveri di maggiore, erano andati insieme alla scuola materna. E insieme avevano poi frequentato le varie classi, sino a quella per la licenza media in cui Jacques era entrato a nove anni. Per cinque anni, avevano fatto quattro volte al giorno lo stesso percorso, l’uno biondo e l’altro bruno, l’uno tranquillo e l’altro focoso, ma fratelli per le origini e il destino, bravi scolari entrambi e, nello stesso tempo, giocatori infaticabili (pp. 143-144).  La scuola è un’evasione dalla vita in famiglia, soltanto la scuola offriva a Jacques e Pierre le uniche gioie della vita, appagava la sete della scoperta. Con Germain, per la prima volta in vita loro, avevano sentito di esistere e di essere oggetto della più alta considerazione. Germain parlava della sua vita e della guerra che aveva fatto per quattro anni, leggeva ai ragazzi brani della Croix de bois di Dorgelès. Il giorno in cui, finito di leggere il libro, Albert ha il volto rigato di lacrime, ed è scosso da singhiozzi interminabili, Germain si avvicina, gli porge un libro, Croix de bois, appunto. Il maestro ha intuito il talento, la sensibilità di Camus, il desiderio di imparare, la curiosità, l’intelligenza. Il maestro lo predilige, lo ama, lo lancia nel mondo, assumendosi da solo la responsabilità di staccarlo dalle sue radici perché possa andare a fare scoperte ancora più grandi, lui che presenta Jacques al concorso per la borsa di studio per il liceo. La nonna aveva accettato che, per un beneficio più grande, il nipote, per qualche anno, non portasse soldi a casa.

Albert Camus

            Cosa ci dice questo primo uomo del futuro Camus? Che avrebbe sentito irresistibilmente l’attrazione delle donne straniere (recentemente è stata pubblicata la corrispondenza, 1944-1959, con Maria Casarès, attrice spagnola, grande amore dello scrittore), che avrebbe avuto un carattere multiforme che gli avrebbe facilitato tante cose, che avrebbe condiviso e difeso le cause dei più deboli, degli arabi lui, francese, che aveva vissuto ed era cresciuto con gli arabi, che avrebbe combattuto con i suoi scritti il colonialismo (A Solferino erano arrivati i coloni parigini: C’era molta disoccupazione a Parigi e la gente si agitava, così la Costituente aveva stanziato cinquanta milioni per finanziare una colonia, promettendo a chi accettava di emigrare una casa e da 2 a 10 ettari (pp. 190-191). Camus vive sulla sua pelle il rapporto con gli Arabi e infatti il problema della convivenza tra Francesi e Arabi lo interesserà tutta la vita. Il colonialismo sarà uno dei temi che più appassionerà lo scrittore perché siamo fatti per intenderci: Stupidi e rozzi come noi, ma con lo stesso sangue da uomini. Continueremo ancora un po’ ad ammazzarci, a tagliarci i coglioni, a torturarci. Poi ricominceremo a vivere tra uomini. È il paese che lo vuole (p. 187). La lettura delle pagine di questo libro ci dice ancora che lo scrittore avrebbe combattuto non solo la pena di morte ma anche la guerra (la guerra faceva parte del loro universo di ragazzi, non sentivano parlare d’altro: Si rese conto che la guerra non è una buona cosa, poiché sconfiggere un uomo è amaro quanto esserne sconfitto – p. 161), che avrebbe amato sempre con passione il calcio, rigorosamente con una palla di stracci!

            Quante volte ritroveremo nelle opere del grande scrittore i grandi temi dell’amore per i libri, della giustizia, della passione per la gloria e l’eroismo, del senso di vergogna che non lo abbandonerà mai, della strada, il quartiere, l’insaziabile voglia di vivere, un’intelligenza ingorda e selvaggia, il continuo delirio di gioia e poi le atmosfere del mediterraneo, il sole, la luce che acceca, la sabbia delle spiagge, la polvere, il furore del vento, il caldo torrido, tremendo che spesso faceva impazzire, la gente sempre più nervosa, il mare infocato sotto il sole: pensiamo a L’étranger (Lo straniero) e al luogo dove si svolge l’omicidio, al suo movente, l’arabo viene ucciso…per colpa del sole…

            Quali erano i passatempi del giovane Albert? Eccone uno: la fabbricazione di terrificanti veleni. I ragazzi avevano accatastato, sotto una vecchia panca di pietra addossata a un pezzo di muro coperto da una vite selvatica, tutto un armamentario di tubetti di aspirina, flaconi di medicine, vecchi calamai, cocci di stoviglie e tazze sbocconcellate che costituiva il loro laboratorio. E lì, isolati nel folto del parco, al riparo da occhi indiscreti, preparavano filtri misteriosi. La base era l’oleandro, semplicemente perché avevano spesso sentito dire che aveva un’ombra malefica e che l’imprudente che si fosse addormentato ai suoi piedi non si sarebbe risvegliato mai più. Le foglie e il fiore di questa pianta, quando era la stagione, venivano così triturati a lungo fra due sassi sino a formare una brutta pappa (malsana) che, col suo solo aspetto, prometteva una morte orribile. Questa pappa veniva lasciata all’aria, dove assumeva subito alcune iridescenze particolarmente spaventose. Nel frattempo, uno dei ragazzi correva a riempire d’acqua una vecchia bottiglia. Venivano poi triturate le pigne di cipresso. I ragazzi erano convinti che fossero malefiche soltanto perché e duri. Le due pappe venivano poi mescolate in una vecchia scodella, e filtrate attraverso un fazzoletto sporco. Il succo che se ne ricavava era maneggiato dai ragazzi con tutte le precauzioni che si devono prendere con un veleno fulminante. In altre parole, le travasavano con cura in tubetti d’aspirina o in flaconi di medicinali che   evitando di toccare il liquido. Ciò che restava lo mescolavano poi ad altre pappe, preparate con tutte le bacche che riuscivano a raccogliere, al fine di produrre una serie di veleni sempre più micidiali, meticolosamente numerati e lasciati sotto la panca di pietra sino alla settimana successiva, per far sì che la fermentazione rendesse quegli elisir irrimediabilmente funesti. Concluso questo tenebroso lavoro, J. E P. contemplavano estasiati la loro collezione di veleni e annusavano giubilanti l’odore acido e amaro che saliva dalla pietra macchiata di pappa verde. Quei veleni, però, non erano destinati a nessuno (pp. 246-247).

            Lentamente l’uomo si sviluppa, avanza: Sì, era un uomo, pagava una parte del suo debito…(280).A quarant’anni,  nel tornare ad Algeri, Jacques si vede quale è diventato, sa di essere certamente nulla in confronto alla madre, sa che c’è una parte oscura dell’individuo, ciò che in tutti quegli anni si era agitato in lui sordamente: Quella notte che era in lui, sì, quelle radici oscure e confuse che lo collegavano a questa terra splendida e terrificante, ai suoi giorni infuocati come alle sue sere improvvise che ti stringono il cuore, e che era stata come una seconda vita, forse la più vera sotto le apparenze quotidiane della prima, con una storia fatta di un susseguirsi di desideri oscuri e di sensazioni potenti e indescrivibili, l’odore delle scuole, delle stalle del quartiere, dei detersivi sulle mani di sua madre, dei gelsomini e dei caprifogli nei quartieri alti, delle pagine del dizionario e dei libri divorati, e l’odore acre dei gabinetti di casa sua e del magazzino di ferramenta, quello delle grandi aule fredde dove gli accadeva di entrare da solo prima o dopo la lezione, il calore dei compagni preferiti, l’odore di lana calda e di feci che si portava appresso Didier, o quello di acqua di colonia che la madre del grosso Marconi diffondeva a profusione su di lui e gli faceva venir voglia, sul banco della sua classe, di riavvicinarsi all’amico, il profumo di quel rossetto che Pierre aveva sottratto a una zia e che annusavano in molti (…). Era da questa oscurità che era in lui che nasceva quell’ardore famelico, quella follia di vivere che lo aveva sempre abitato e che ancora oggi lo manteneva intatto, rendendo soltanto più amara – in mezzo alla famiglia ritrovata e alle immagini dell’infanzia – l’improvvisa e terribile sensazione che il tempo della giovinezza stesse fuggendo… (p. 289).

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Questo testo viene pubblicato su questo dominio (www.blogletteratura.com) all’interno della sezione dedicata relativa alla rivista “Nuova Euterpe” a seguito della selezione della Redazione, con l’autorizzazione dell’Autore/Autrice, proprietario/a e senza nulla avere a pretendere da quest’ultimo/a all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ vietato riprodurre il presente testo in formato integrale o di stralci su qualsiasi tipo di supporto senza l’autorizzazione da parte dell’Autore. La citazione è consentita e, quale riferimento bibliografico, oltre a riportare nome e cognome dell’Autore/Autrice, titolo integrale del brano, si dovrà far seguire il riferimento «Nuova Euterpe» n°01/2023, unitamente al link dove l’opera si trova.

“Cime”, poesia di E. Marcuccio, tradotta in francese

CIME[1]

DI EMANUELE MARCUCCIO

Cime inesauste

ove al marinaio si espande

un orizzonte rapito,

tacito infinito.

Candide albe di ricordi vissuti,

sogni remoti.

Aurore nascenti,

tepori sonnolenti,

rumina un’aria salmastra,

un’amica solitudine

gli rammenta l’orizzonte,

quell’alitar di acqua salata,

quel dolorar del mare profondo.

14 giugno 1994

immagine per Cime, da me scelta


CIMES

TRADUZIONE DI GILDA MASSARI

Cimes intarissables

où au marin se répand

un horizon ravi,

infini tacite.

Aubes candides de souvenirs vécus,

rêves lointains.

Aurores naissantes,

tiédeurs somnolentes,

un air saumâtre rumine,

une solitude amie,

lui rappelle lʼhorizon,

cette respiration dʼeau salée

ce pâtir de la mer profonde.

Ringrazio infinitamente la gentilissima Gilda Massari, per aver scelto di tradurre in lingua francese una tra le più care poesie che io abbia mai scritto. Pur non conoscendo il francese, so solo un poʼ di pronuncia, derivante dalla mia passione per lʼascolto di opera lirica, per lʼappunto, anche in lingua francese; alla lettura sento lo spirito di “Cime”. Proprio questo deve fare ogni buon traduttore nel tradurre una poesia: far sentire la poesia, ascoltare la sua voce, il suo spirito, anche se l’abito è cambiato. Cosa difficilissima.

Traduzione in lingua francese

di Gilda Massari, 12 luglio 2015

[1] Emanuele Marcuccio, Per una strada, Ravenna, SBC Edizioni, 2009, p. 47.

La I edizione del Premio di Poesia dedicato alla memoria di Léopold Sédar Senghor

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PREMIO INTERNAZIONALE DI POESIA

PRIMA EDIZIONE – Anno 2015
Sulle orme del poeta Léopold Sédar Senghor

“ Ho sognato un mondo di sole
Nella fraternità dei miei fratelli
Dagli occhi blu.” L.S. Senghor


Regolamento

Scarica scheda di partecipazione  e il regolamento.

ART.1: Finalità
Promuovere la cultura della Pace, della Solidarietà e dell’Amore tra i popoli tramite la scrittura poetica; far conoscere la visione e diffondere le opere del grande poeta Léopold Sédar Senghor;
ART.2 Destinatari
Il Premio Internazionale è aperto a tutte le donne, a tutti gli uomini del mondo purché abbiano compiuto diciotto anni e scrivano in italiano o in francese. Il Premio è aperto a tutto lo spazio francofono: Africa, Caraibi, Europa, America ed è composto da Tre (3) sezioni.
ART.3: Sezioni previste
Sezione A: Libro di poesia in lingua italiana edito negli ultimi 4 anni
Tema: libero
Opere ammesse: (1)
Ogni concorrente può partecipare con un libro di poesie pubblicato dopo il 1 gennaio 2011.
Sezione B – Poesia inedita in lingua italiana a tema libero
Opere ammesse: (1-2)
Ogni concorrente può partecipare con un massimo di due composizioni poetiche inedite non premiate o segnalate ad altri concorsi
Sezione C – Poesia inedita senza limiti di versi in lingua francese
Tema: libero
Opere ammesse(1-2)
Ogni concorrente può partecipare con un massimo di due composizioni poetiche solo in lingua francese non premiate o segnalate da altri concorsi.
Nota Bene: Per le sezioni A et B saranno accettate anche le opere in altre lingue purché accompagnate dalla traduzione in italiano.
Le poesie concorrenti della sezione C dovranno essere scritte in lingue francese. Nessuna traduzione sarà accettata.

ART.4 Modalità invio opere
Per le sezioni B e C, le opere dovranno essere inviate, unite alla scheda di partecipazione, via email tramite file pdf o word al seguente indirizzo:premiodipoesiasenghor@gmail.com
In alternativa è possibile inviare la scheda di partecipazione e (07) copie cartacee della propria opera all’indirizzo Africa Solidarietà Onlus, Via Cavour n°3- 20862 – Arcore (MB).
Per quanto riguarda la sezione A, le opere sono da inviare in numero di copie (07) al seguente indirizzo: Africa Solidarietà Onlus, Via Cavour n°3- 20862 – Arcore (MB).

ART.5: Modalità e quota di partecipazione
Ogni partecipante dovrà compilare la scheda di partecipazione e inviarla insieme all’opera come indicato nell’art 4. La scheda dovrà essere firmata. In caso di invio tramite e-mail la scheda dovrà essere allegata in formato pdf. Il mancato recapito della scheda di partecipazione o sottoscrizione della stessa sarà causa di esclusione dal concorso. Ogni autore può partecipare a più sezioni contemporaneamente, rispettando il numero massimo di opere indicato per ciascuna sezione.
È gradito un contributo di euro Dieci (10,00) per spese organizzative e di segreteria per OGNI SINGOLA SEZIONE a tutti partecipanti dei paesi europei e occidentali.
I partecipanti di altri continenti non residenti in Europa e in Canada sono esonerati per il versamento del contributo. Le quote di partecipazione dovranno essere inviate all’indirizzo dell’organizzazione e nel termine indicato tramite bonifico bancario:
Coordinate bancarie
BANCA PROSSIMA C/O AFRICA SOLIDARIETA’ ONLUS
IBAN: IT 34 A 03359 01600 100000131668 BIC: BCITITMX
Specificare nella causale: PARTECIPAZIONE PREMIO INTERNAZIONALE DI POESIA Anno 2015.
La ricevuta o relativa fotocopia di qualunque tipo di versamento dovrà pervenire con le opere o spedita via mail o posta in base alla modalità di invio individuata.
La quota di versamento può essere anche versata in contanti. In questa caso, l’organizzazione declina qualsiasi disguido in caso di smarrimento.

ART.6: La Giuria
La Giuria, il cui giudizio è insindacabile e inappellabile sarà presieduta da Pap Khouma Direttore della Rivista della Letteratura della Migrazione El Ghilbi ed è composta da:Desideri Adele, Gaye Cheikh Tidiane, Ghinelli Paola, Giangoia Rosa Elisa, Infante Maria Teresa, Raimondi Stefano, Riva Silvia, Taddeo Raffaele e Vidoolah Mootoosamy .

ART.7: Premi e Premiazione
È prevista una rosa di 5 finalisti su ogni sezione. Targhe, attestati e diplomi saranno rilasciati ai tre vincitori di ogni sezione disegnati dalla Giuria. I trofei e i Primi Premi devono essere ritirati personalmente dall’autore o per delega oppure saranno spediti 30 giorni dopo la premiazione a spese del destinatario all’indirizzo indicato nella scheda di partecipazione.
La cerimonia di premiazione si terrà a Milano nel mese di dicembre.
La segreteria del Premio comunicherà il giorno esatto e il luogo della premiazione tramite email e/o lettera. L’elenco dei finalisti sarà pubblicato sul sito dell’Associazione:http://www.africasolidarieta.it, sulla pagina Facebook: Premio Internazionale di Poesia Leopold Sedar Senghor e su altri mezzi di stampa.
Per ogni sezione di concorso saranno premiati i primi tre classificati. I nominativi dei vincitori saranno comunicati il giorno della premiazione. Il giudizio della giuria è insindacabile e inappellabile.

ART.8: Scadenza
Tutte le opere in concorso dovranno pervenire all’ente organizzatore entro e non oltre il 15 ottobre 2015. Per l’invio delle opere tramite posta farà fede il timbro postale di spedizione.
L’organizzazione non si ritiene responsabile di possibili disguidi postali.
ART.9: Privacy
In base all’art. 13 D.L 196/2003 sulla tutela dei dati personali, si comunica che gli indirizzi dei partecipanti al premio vengono usati solo per comunicazioni riguardanti il concorso Premio Internazionale di Poesia sulle Orme di Léopold Sédar Senghor e attività dell’Associazione Africa Solidarietà Onlus.

ART.10: Norme accettazione regolamento concorso
La partecipazione al Concorso comporta la totale accettazione del presente regolamento in ogni parte.
Per ulteriori informazioni, si prega di contattare la segreteria del premio a:
premiodipoesiasenghor@gmail.com

Presidente del Premio:
Cheikh Tidiane Gaye -Poeta e Scrittore

Via Cavour 3 Arcore 20862 – Italia
E-mail: premiodipoesiasenghor@gmail.com
http://www.africasolidarietaonlus.it

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