“Tre donne. Una storia d’amore e disamore” di Dacia Maraini, recensione di Gabriella Maggio

di Gabriella Maggio 

9788817096966_0_0_0_75.jpgTre donne, Gesuina la madre, Maria la figlia, Lori la nipote, vivono nella stessa casa, ma ciascuna chiusa nei propri desideri e insoddisfazioni. La madre, già attrice di teatro ma ora infermiera occasionale per vivere, insegue con apparente leggerezza il gioco dell’amore non ostante i sessant’anni. Maria regge la casa e provvede ai bisogni della famiglia con un intenso lavoro di traduttrice dal francese. Lori è una ragazzina temeraria, una diciassettenne alla ricerca di una vita autonoma, studentessa svogliata, impegnata a proteggere i suoi pensieri intimi dalla curiosità della nonna.  La storia ha come centro l’amore nelle sue varie vicende ed è raccontata attraverso il  diario di Lori, le registrazioni di Gesuina e  le lettere che Maria scrive a François,  un fidanzato bello e misterioso che vive in Francia e che lei incontra soltanto nei periodi di vacanza. La quotidianità di queste tre donne, che talvolta stride per la contiguità degli spazi, viene interrotta dall’arrivo di François nel periodo natalizio. Da allora niente sarà più come prima. Il romanzo prende una piega drammatica che farà crescere sia l’attempata Gesuina che l’irruenta Lori attraverso l’esperienza della cura di Maria di cui diventano madri, assumendone consapevolmente il ruolo dopo una ininterrotta esperienza filiale. Dacia Maraini narra con levità, con un sorriso di profonda comprensione, la storia di tre generazioni di donne, già prima provate dalla vita con la perdita prematura del marito e del padre. Se l’amore è indubbiamente il tema principale del romanzo grande importanza ha anche la letteratura non vista come fuga dal mondo, ma come educazione ai sentimenti e alla sensibilità per orientarsi nel mondo. Gesuina, che da giovane ha interpretato Mirandolina in La locandiera di Carlo Goldoni, è rimasta fedele al suo personaggio, è intraprendente, amabile, ma attenta a non infrangere gli equilibri, anche quando spinge al massimo il suo gioco seduttivo con i corteggiatori.  Sarà lei che ricomporrà la famiglia alla fine del romanzo. Maria, madre svampita ma coltissima, traduttrice di Madame Bovary di Flaubert come Emma non vive nella realtà, ma evade scrivendo lettere all’ambiguo François, proiettandosi nei ricordi dei viaggi già fatti con lui o in quelli futuri. La realtà è goffa, come il povero Charles del romanzo, e non l’appaga. Vive come se soltanto la letteratura desse ordine e senso alle approssimazioni del mondo. Più letterariamente restia è Lori che affronta le situazioni con immediatezza e talvolta con inconsapevolezza; soltanto alla fine della storia prenderà un libro in mano e darà  tregua all’insofferenza, lasciando il grugnito rabbioso per il sorriso e il garbo. In questo mondo di donne gli uomini sono meteore, morti giovani o frutto di una attrazione momentanea. Fanno eccezione con la presenza continua  nel romanzo il fornaio Simone che propugna con tenace coerenza la sua filosofia dei baci e François che è il motore dell’azione. Intorno alla casa delle tre donne l’insensatezza della città. Gli incendi dolosi, appiccati per puro divertimento da giovani che non sanno come trascorrere le loro giornate, per un momento annuvolano la scena, ma la scrittrice attraverso le parole di Gesuina afferma la sua fede nella ragione e con leggerezza le fa  volgere lo sguardo ad altro: “ mia nipote Lori sembra rinata assieme al suo bambino”.  Ecco la vita continua e porta anche cose belle, un bambino sano e forte che ha voglia di crescere, i tulipani olandesi che attecchiscono e mettono foglie e fiori, la solidarietà e la cura degli altri. E questo conta. Le cose belle della vita sono soltanto quelle semplici ed essenziali e a queste si deve guardare con fiducia. Grande prova narrativa ed esistenziale di Dacia Maraini, fedele sempre ai suoi temi e al suo stile asciutto e ritmato sul carattere dei personaggi.

GABRIELLA MAGGIO

 

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“Il morso” di Simona Lo Iacono, recensione di Gabriella Maggio

il-morso.jpgPalermo, barocca e misera, potente e asservita ha storie da raccontare, di gente nota, i Ramacca, gli Agliata e di tanti di cui affiorano solo scarse testimonianze, come Lucia Salvo. La quotidianità che scorre monotona non ha fascino per chi compone un racconto, perciò la scrittrice ricerca quello che va al di là dell’apparenza, che sfiora il mistero del non detto e dell’inconsapevolezza, come il fatto che segna la vita di Lucia o la mutilazione che rende il castrato signorino Angelo, forse. Ma controvoglia. Sono due creature che contro il buon senso del tempo non reputano una fortuna essere spettatori delle ricchezze e degli eccessi dei nobili, ma le considerano semplicemente una dannazione e una complicazione dell’anima. Questa convinzione porta Lucia a respingere l’assalto amoroso del Conte figlio con un morso da furetto. Da qui il titolo del romanzo e la citazione in epigrafe da Giorno dopo giorno di S. Quasimodo in cui ricorre la parola morso. Nel romanzo Lucia morde per difesa, nella poesia il morso è inferto dal dolore, dalla violenza, dalla guerra. Ma identica è la separazione netta tra chi opprime e chi è oppresso, tra chi è nato per servire e chi deve essere servito. A servire è destinata Lucia Salvo, ma il fatto la rende intimamente libera, è la creatura più libera che io conosca, dice il conte figlio. La storia si svolge alla vigilia della rivoluzione siciliana del 1848 a Palermo, un’epoca che stava cambiando e che nessuno prendeva sul serio… Non la nobiltà, rammollita dalle decime e senza occhio analitico. Non la borghesia nascente, figlia povera della nobiltà stessa e già incline a imitarne tutti i vizi. Il popolo sì che, invece, fremeva. Di fame, di peste, di pidocchi e ansie. Nel groviglio dei fatti personali e politici che s’intrecciano e sfociano nella rivoluzione del 12 gennaio 1848 a Palermo viene inconsapevolmente coinvolta Lucia, che vi scoprirà per brevi istanti l’amore per lo sconosciuto prigioniero dagli occhi verdi, che la spinge a un generoso gesto di coraggio. Ma l’amore è un breve lampo e il suo destino di babba, pazza, non può che compiersi. A metà dell’Ottocento in Sicilia le donne di qualunque condizione sociale non riescono a sfuggire al loro destino di succube del mondo maschile. Neanche la giovane Assunta degli Agliata vi riesce.

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L’autrice Simona Lo Iacono

Inquieta e desiderosa di scegliere il proprio destino per sfuggire alla condizione nella quale si trova la madre, inebetita dai numerosi parti, compie tentativi confusi e contraddittori. La sua vaga aspirazione alla libertà è alimentata dai discorsi delle monache e dalle letture che le precludono un vero contatto con la vita: La vita, la vita vera-sospira-le pare a un tratto romantica come i libri di quel Cervantes…  Alla fine sposa un vecchio e ricco nobile, che la obbliga a figliare a dispetto del disgusto. Con stile sobrio e coinvolgente, venato a tratti d’ironia, Simona Lo Iacono il “Il morso” (Neri Pozza, 2018) affronta ancora una volta storie di donne contestualizzandole nel tempo e nello spazio del romanzo con il suo abituale impegno civile, nella rappresentazione-denuncia di un mondo ignorante e arido volto solo ai piaceri e al dominio.

L’autrice

Simona Lo Iacono è nata a Siracusa nel 1970, è magistrato e presta servizio presso il tribunale di Catania. Nel 2016 ha pubblicato il romanzo “Le streghe” di Lenzavacche (Edizioni E/O), selezionato tra i dodici finalisti del Premio Strega.

GABRIELLA MAGGIO

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“A Taormina, alla sua anima antica” di Elisa Roccazella, nota di Gabriella Maggio

Elisa Roccazzella è nota al pubblico per le raccolte poetiche edite e per i numerosi riconoscimenti nazionali, ha pubblicato la poesia “Taormina” nell’Agenda –Antologia Tempo di poesia 2018, Armenio editore, curata da Elena Saviano.  La sua opera è caratterizzata da un timbro classico che dà ritmo ai suoi versi e armonia al suo mondo sentimentale che abbraccia con elegante levità la vita, la natura, i luoghi a cui è profondamente legata, in questo testo Taormina. Alle falde dell’Etna si stende  luminosa Taormina, tra Castelmola e il Capo che da lei prende il nome. Con occhio innamorato Elisa Roccazzella la allontana dal tempo che ne ha fatto un’importante stazione turistica nel mondo per immaginare l’alba felice dei millenni e spiegarne l’origine col mito, alla maniera dell’αἴτιον alessandrino. Dono generoso di dei che si sono amati e hanno amato con voluttà quelle terre e quel mare, cornucopia di fiori e frutti, spazio scenico di miti, Ulisse, Polifemo, Dafni, Venere, Vulcano, Eva. Echi ammalianti come d’irraggiungibili sirene riecheggiano ancora per chi riesce a intenderne la bellezza. E il poeta li coglie nel silenzio interiore che l’astrae dal rumore del tempo presente e vivo; a essi si protende con nostalgia, ricordando appena in punta di penna i popoli che vi si sono stabiliti nel tempo, conquistati da quella bellezza. Tra le loro tracce spicca la meraviglia del Teatro greco con la sua ampia scenografia marina. La storia col suo travaglio di vittorie e di sconfitte è assente. Come pure il senso drammatico del divenire e dello scorrere della vita sotto l’occhio lontano e indifferente dell’Etna sterminatore, propaggine contemporanea della natura leopardiana. Ammaliante risulta nelle sue reminiscenze classiche la poesia di Elisa Roccazzella. La scelta polita del lessico guida il suo sentimento sincero su un raffinato e ben controllato piano di medietas, governato da un ritmo placido. Il suo monologo lirico non ribalta i miti consolidatisi nella tradizione letteraria, come avviene nell’opera di Jannis Ritsos,  ma li percepisce ancora integri e vitali, avvolti nel mistero di un  tempo lontano in cui il poeta  si perde con inquietudine  lieve, appena percepita.

Gabriella Maggio

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A TAORMINA,  ALLA SUA ANIMA ANTICA

di ELISA ROCCAZELLA

 

Nelle plaghe dei silenzi primordiali

-all’alba felice dei millenni-

Gea sul Tauro ignuda

tra veli d’indaco

e ventate di salsedine

ammaliò-voluttuosa-il sole.

Abbandonato il cocchio alato

al regno delle nuvole,

sciolti i focosi destrieri

sulle pendici del monte erbose

tra le sue braccia la tenne

-innamorato-il sole

e con lei per sempre dimorò

e divinamente giacque.

 

Fiori e frutti a meraviglia

traboccarono dal suo seno:

dolce stillò la vite di Bacco

-fatale a Polifemo-

turgido maturò l’ulivo

-sacro agli eroi-

agavi –come cocci di basalto-

sull’orlo dei burroni

scrutarono incredule l’abisso,

fiori senza nome erti tra i sassi

risonarono-come arpe-

al tocco della brezza,

 limoni e aranci nell’intrigo delle valli

-come lampade -s’accesero

del fuoco di Vulcano,

meli fecondi –per incanto-

frutti d’oro porsero agli dei

-come nel giardino dell’Esperidi-

E…chissà…forse allora…

nel fitto del fogliame

oscuro frusciò l’inganno

della tentazione

ad Eva più che mai sì funesta!

 

E il mirto fiorì nell’ombra

di spelonche  appartate…

pastori s’illuminarono di ninfe

evanescenti nella gioia dell’Alcantara,

Dafni alla  zampogna

nel segreto delle gole

la magia di Pan accordava

alla dolcezza dell’idillio

finchè la zagara…

-complice il vento di marzo-

spalancò le porte dell’Eden nascente:

“figlia della Luce e dell’Amore….

…Taormina fu…”

La vita s’estasiò di celesti melodie

e incatenò le sue radici al mare:

al mare ribollente di lave

nel turbine mugghianti

urli di mostri, deliri di giganti infelici

-pietrificati in miti e leggende-

quando tra flutti spumeggianti

fiera s’avventurava la vela d’Ulisse

per sfuggire l’ira bestiale del ciclope

e  il canto struggente di sirene

nel cuore della grotta prigioniero

e nello specchio d’eoliche scogliere.

 

E sirena irresistibile-Taormina-

il suo Jonio sedusse e lo straniero

che, nella sua malia…si consumò…

Andromaco coi prodi Calcidesi

una colonia per primo vi pose

poi il Fenicio, il Greco, il Romano,

il Bizantino e il Saraceno

e via il Normanno, lo Svevo

e l’Angioino….

tutti  la vollero come sposa

-nel fasto- adorna di monili

e  più bella, alla sommità del Tauro

 

il Greco con un teatro

 

regina l’elesse d’una favola immortale.

 

 

Ormai stella del cielo di Trinacria,

 

alla terra dedicò versi

 

d’incantevoli notturni,

 

al mare confidò palpiti lunari :

 

-l’Arte sfidò stupori d’infinito….

 

-la Bellezza levò un canto divino…

 

-la Natura rabbrividì alla carezza

 

del suo Autore.

 

 

Austero e solitario nel suo Olimpo

 

l’Etna veglia- come un dio lontano-

 

estraneo al mondo prostrato ai suoi piedi,

 

….sordo al pianto di rovine,

 

…impassibile alle tragedie dei mortali

 

balenanti come folgori

 

nella paura della storia.

 

Già il cielo tende il suo braccio al mare,

 

lo scoglio di Naxos e il picco di Mola

 

paion levitare su magiche brume,

 

al tramutar dei venti…ecco

 

la grazia di Venere

 

limpida…traspare….

 

e l’eco d’irraggiungibili sirene

 

nostalgica…riaffiora…

 

da azzurre ed eterne sinfonie!

 

(Elisa Roccazzella)

 

L’autrice della poesia dichiara, sotto la sua unica responsabilità, di essere la naturale e unica proprietaria dei diritti sul testo poetico. La pubblicazione della poesia e la nota critica della sig.ra Gabriella Maggio sono consentite su questo spazio dietro concessione e autorizzazione delle autrici senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.