“I versi e le parole” di Giuseppe Pappalardo, recensione di Gabriella Maggio

Recensione di GABRIELLA MAGGIO

La vita umana è breve e fuggitiva dice Giuseppe Pappalardo in questa sua recentissima opera I versi e le parole, edita da Edizioni Thule di Palermo. Versi raffinati, ricchi di echi della tradizione latina e italiana, Orazio (Eheu  fugaces , Postume, Postume,/labuntur anni- Odi II,14) e Petrarca (La vita fugge e non s’arresta un’ora, Canzoniere, CCLXXII) fra tutti. Ma anche denso di altre risonanze come quella della lunga tradizione poetica intorno alla rosa, rielaborata da Pappalardo in simbolo della caducità di ogni cosa umana (Schiusa si è / da qualche settimana, presto sarà dei petali spogliata…è l’inclemente legge primordiale / che spegne le illusioni degli umani, / è la crudele vita e dolorosa).

L’usuale registro dialettale che sino ad oggi ha connotato la produzione poetica di Giuseppe  Pappalardo cede in questa raccolta  all’uso  della lingua italiana, quella della tradizione poetica fatta di endecasillabi e settenari. Il poeta esprime nel mutato linguaggio la volontà d’innalzare il canto dall’intimo colloquio dei sentimenti privati a quello più universale e impegnativo che aspira a fare il bilancio di una vita e di tutte le vite umane nello stesso tempo.

Accanto ai temi propriamente lirici si affiancano quello della natura, come sfondo e paesaggio che suscita la poesia e della religione che acquieta e dà speranza, anche se il poeta teme l’orrendo vuoto del silenzio di Dio. I versi e le parole contengono tanta nostalgia della giovinezza trascorsa, della pienezza della vita che nel tempo si perde: Scrivimi, amore dolce, quando canti/ ed accompagni la tua voce al piano, / lega la busta all’ala di un gabbiano / che voli tra le nuvole e i rimpianti….Libererò il cuore prigioniero / dai miei silenzi vuoti di poesia; / risponderò, struggente nostalgia, / e il vento sarà  il nostro messaggero. Ma accanto alla nostalgia c’è una punta di speranza: Apparirà l’azzurro / dopo l’arcobaleno. / Tornerà la ghiandaia / e nel cuore il sereno. E nel cuore sereno rinasce la poesia consolatrice anche nel momento del commiato dalla vita che il poeta sente avvicinarsi: Mi hai fatto compagnia / nell’angusta prigione della vita, / hai messo l’ali della fantasia / all’anima che si era ammutolita… Indugia Giuseppe Pappalardo sulla poesia in apertura e in chiusura della raccolta. Sia I versi e le parole, da cui il titolo, sia Alla poesia, testo conclusivo della prima sezione, rivelano la centralità della riflessione sul poetare, ragione di vita, canto, melodia che precede e cerca la parola che vi si armonizzi. Sincero è il sentimento di Giuseppe Pappalardo e sicuri i suoi mezzi espressivi e stilistici anche nella seconda parte della raccolta Versi brevi che ha un marcato accento gnomico, nato dall’esperienza. Non manca anche in questa sezione un accenno alla poesia: È d’oro il Paradiso / e leggiadria di fiori e di candore, / la poesia.  Davvero alma poësis.

 GABRIELLA MAGGIO

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere in relazione ai contenuti del testo e a eventuali riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

“Come una storia d’amore” di Nadia Terranova. Recensione di Gabriella Maggio

Recensione di Gabriella Maggio 

71ykfUW7EmLCome una storia d’amore, edita da Giulio Perrone nel 2020, raccoglie dieci storie ambientate a Roma, città dove oggi vive la scrittrice di origini messinesi. Significativa l’epigrafe da Passaggio in ombra di Mariateresa Di Lascia, premio Strega alla memoria nel 1994, in cui l’essere pellegrina …in una terra senz’anima annuncia il senso delle storie raccontate da Nadia Terranova, connotate da dolore, senso di estraneità, solitudine.

Per i quartieri e le strade di Roma si sviluppano le vicende di personaggi alle prese con la quotidianità, una coppia di anziani che fa la spesa al mercato e incontra casualmente Andrea, il trans gentile, di cui pagherà il funerale in Via della Devozione; lo choc di Veronica infaticabile parrucchiera davanti all’incidente mortale di una sconosciuta in Freezing; la solitudine di Paola, in crisi di coppia e di lavoro, che trascorre le giornate su Facebook spiando la presunta felicità della Sconosciuta in La felicità sconosciuta.

Accanto a queste storie ve ne sono altre narrate in prima persona dove si coglie un’eco autobiografica dai Corvi al Pigneto, a La lavanderia sbagliata, a Due sorelle a L’ora di libertà. Diversamente incisive in questa prospettiva autobiografica e per il senso che danno alla raccolta sono Il primo giorno di scuola, Roma in uscita, Lettera a R. che affrontano in maniera diretta il rapporto che la scrittrice ha con Roma. La città è il luogo in cui s’innerva il tempo della narratrice e diventa co-protagonista necessaria. Da Roma in uscita si apprende il senso e il valore della sua vita romana: penso a quando sono arrivata a Roma e un nome di città era sinonimo di un nome proprio. Roma per me è Carlo. Sono passati ventidue anni e Carlo è sempre Carlo, anche se non stiamo più insieme, e Roma non è più Roma, anche se stiamo ancora insieme”.

Il primo giorno di scuola tratta il tema della memoria personale che s’intreccia con quella storica. Ė ambientato nel Ghetto l’unico luogo in cui non sentivo fretta di allontanarmi, intimamente vicino perché come Messina è stato distrutto e ricostruito e per gli avvenimenti del 16 ottobre ’43, citati in un “tra parentesi”, perché c’è sufficiente letteratura in merito. Lì la scrittrice può ripercorrere la sua infanzia, l’ambiguo suo primo giorno di scuola, l’anno della prima media quando è morto il padre, interrogarsi sulla felicità, che l’ha sempre schivata. Ha cominciato a studiare l’ebraico: Ho bisogno di studiare. Una lingua che si scrive al contrario è perfetta per me. Ho bisogno d’invertire le cose… Lettera a R. chiude la raccolta. La narratrice, facendo un bilancio degli anni romani, scrive una lettera d’amore alla città scontrosa, che ti accoglierà subito e non ti accoglierà mai, dove è giunta per restare, enfatizzando così il passaggio dall’infanzia all’amore, all’età adulta. Dopo quindici anni ha costruito un rapporto intimo con Roma, evidenziato dall’uso della sola iniziale “R.”, e vuole raccontarla dal suo punto di vista: odiarla in pace senza schierarti e amarla in pace senza celebrarla. Tanto è stato scritto e detto sulla città e la scrittrice non vuole aggiungere altro se non la sua esistenziale versione, di una persona che non ha signoria su nulla se non sui propri dettagli (La lavanderia sbagliata).

Nelle dieci storie che raccontano realtà quotidiane, il filo conduttore, a parte l’ambientazione romana, è l’impegno di esprimere la nudità di ciò che è; mancano gli uomini, nominati appena e rappresentati con l’occhio delle donne, che restano spazio esistenziale d’indagine privilegiata, di una sorta di pellegrinaggio nella vita scandito dall’impervia difficoltà dell’incontro con l’altro. Ma questo non implica un punto di vista egoistico, anzi manifesta un’attenzione simpatetica verso gli altri, come per Nilima, in La lavanderia sbagliata.

La scrittura scorre asciutta, incisa di domande, di parentesi, di dialoghi, di inversioni, enumerazioni. Come una storia d’amore segue di poco Addio fantasmi, romanzo pubblicato da Einaudi –Stile libero big, finalista al Premio Strega 2019.

Leggendo la conclusione del romanzo: Rido e finisce un’epoca nel rumore di un tuffo, nel mare che si apre e ingoia senza restituire…e il piccolo orologio al mio polso segna, finalmente, le sei e diciassette.” si gioisce con Ida, che dice addio ai suoi fantasmi. Leggendo poi Come una storia d’amore ci si accorge invece che i fantasmi ci sono sempre anche nella cornice romana: “Non lasci mai nulla, tu,non sei una che lascia. Devi solo cercare nuove strade” (in Lettera a R.) dice di sé la Terranova.

GABRIELLA MAGGIO

 

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“Lo splendore del niente e altre storie” di Maria Attanasio, recensione di Gabriella Maggio

Recensione di Gabriella Maggio

 

411kfsYU87LDue anni dopo la pubblicazione del romanzo storico La ragazza di Marsiglia (Sellerio), che ricostruisce la storia di Rosalie Montmasson, l’unica donna dei Mille, moglie di Francesco Crispi dal 1854 al 1875, poi cancellata dalla storia del nostro Risorgimento, Maria Attanasio pubblica, sempre con Sellerio, Lo splendore del niente e altre storie, sette storie, già variamente edite ora riunite in un unico volume in riconoscente omaggio a Elvira Sellerio.

Maria Attanasio è ancora una volta concentrata sulle donne antiche di cui resta traccia negli archivi o nell’immaginario popolare. A queste si avvicina sempre con l’inesauribile passione di chi sente la scrittura storica come destino. In apertura del libro “Delle fiamme, dell’amore” presenta una nobile storia d’amore e morte sullo sfondo dell’incendio che a Caltagirone distrusse le baracche, costruite dopo il terremoto del 1693. Tra le conseguenze di questo evento si colloca anche la storia di Francisca, protagonista di “Correva l’anno 1698 e nella città avvenne il fatto memorabile”. Rimasta prematuramente vedova, senza figli e sostegno familiare, Francisca decide di indossare abiti maschili e così guadagnarsi onestamente da vivere, ma i sospetti dei vicini di casa suscitano l’attenzione dell’Inquisizione, che dà alla storia un esito imprevedibile.

Eziologica è la storia di Annarcangela “La donna pittora” raccolta dalla scrittrice sulla strada del Santuario del Soccorso, costruito sul luogo del misterioso ritrovamento di un crocifisso, restaurato   in una sorta di trance da Annarcangela.

Il ‘700 porta anche a Caltagirone una ventata di “ribellione” l’ostinazione inflessibile di donna Ignazia, protagonista di “Lo splendore del niente”, che dà il titolo alla raccolta, che, diversamente dalle donne protagoniste delle storie precedenti, si “ribella” alla famiglia e realizza un suo progetto di vita libero e ascetico volto alla contemplazione del niente. Ma il ‘700 è anche il secolo del popolo e delle sue rivendicazioni, tema caro alla scrittrice che con ironia tratta la rivolta degli abitanti di Procida ne “I gatti dell’isola nomade” contro la disposizione regia di uccidere tutti i gatti dell’isola, rei di cacciare i fagiani destinati tutti alla passione venatoria del re Carlo di Borbone.

E ancora venato d’ironia è l’incipit “Dell’arcano liquore e di altri odori” sull’esecuzione a Palermo di Giuanna Bonanno, la vecchia dell’aceto: “Dei tremendi rumori parigini, che in quell’ardente luglio del 1789 spalancavano a borghesi e proletari le porte della storia, poco-e a pochi-arrivava a Palermo il suono e il senso; ad accendere immaginario e conversari di nobili e plebei della felicissima città era invece lo spettacolo previsto per giovedì trenta.”

A Caltagirone ritorna l’ultimo racconto “Morte per Acqua” che trae spunto dall’invasione di cavallette del 1789 e dallo studio del caltagironese Biagio Crescimone “Osservazione sulla vita delle cavallette e sui mezzi per distruggerle”. Un cieco istinto spinge l’insetto a morire gettandosi in uno stagno a Saint-Denis, mentre “l’Assemblea Costituente proclamava la Dichiarazione dei Diritti dell’uomo e del cittadino”. L’ampia dinamica della storia resta lontana dalla Sicilia e da Caltagirone, indifferenti e chiusi nel tempo ciclico dell’agricoltura.

Maria Attanasio si riconosce in queste esistenze esigue e dimenticate, rese personaggi dalla sua immaginazione, che si snoda sempre in uno stretto legame tra fatti e luoghi; sono delle “resistenti” e come lei non si piegano, credono e lottano.  La scrittrice dando loro respiro e sentimento, le fissa in gesti assoluti e senza ritorno: “senza vossia non ce n’è mondo! “di Catarina; “fimmina dintra e masculu fora”  di Francisca; “ cancellati i me piccati, mantiniti a menti mia” di Annarcangela; la “radicale affermazione del niente” di Ignazia Perremuto, fino all’originale leggerezza di Levia.

Tutte le storie si sviluppano con rapidità, concentrate su fatti essenziali che riempiono i silenzi del tempo in un preciso contesto locale e storico, di cui si coglie il nesso con la contemporaneità. La lingua semplice e precisa asseconda questo disegno, incisa talvolta di parole latine e dialettali; assume un ritmo poetico quando sfiora particolari autobiografici come la “salvifica cucuzza gialla c’a stimpirata ri l’acitu”.

Poetici sono stati gli inizi di Maria Attanasio in giovanissima età. Nel tempo maturando l’impegno politico per un progetto di mondo libero da ogni ingiustizia la scrittrice ha variato il linguaggio dell’io in quello del mondo e scoprendo la propria storicità si è dedicata alla narrazione.

GABRIELLA MAGGIO

 

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“M, Il figlio del secolo” di Antonio Scurati, recensione di Gabriella Maggio

Recensione di Gabriella Maggio

Premio Strega 2019 “M Il figlio del secolo” l’ampio romanzo di Antonio Scurati affronta un argomento ancora divisivo per gli Italiani con stile essenziale e ben sorvegliato in tutte le numerose pagine. Il racconto, articolato in brevi capitoli forniti di titolo, luogo e data dell’episodio raccontato, ha inizio il 23 marzo 1919 a piazza S. Sepolcro a Milano con la fondazione dei Fasci di combattimento e si conclude con la seduta della Camera dei Deputati del 3 gennaio 1925. L’interesse del libro è duplice per quello che esso è in sé come lingua, stile, metodo d’indagare e narrare la storia e per quello che assume nel panorama letterario contemporaneo. Rispetto a quest’ultimo, concentrato soprattutto sull’interiorità del personaggio ripiegato su se stesso, indagato in un arco temporale ristretto, “M” diverge collocando il protagonista in un ampio contesto spazio-temporale, ricostruito con cura per mezzo di attente ricerche storiche supportate da stralci della stampa del tempo e da testimonianze di prima mano. Per questo lo stesso autore ha definito l’opera “romanzo documentario” . Scurati descrive la complessità dei fermenti della società italiana negli anni seguenti la Prima Guerra Mondiale, nei quali avviene l’ascesa politica di Mussolini, che, espulso dal Partito Socialista, s’appoggia d’istinto agli Arditi, che “per tre anni erano stati un’aristocrazia di guerrieri….tornati alla vita civile, sarebbero stati un mucchio di disadattati. Diecimila mine vaganti”. Il giovane direttore de “Il Popolo d’Italia” ben guidato da Margherita Sarfatti, bella, ricca e colta, riesce ad incanalare e a mettere a frutto il suo “istinto” politico privo di strategia, ma non dell’ obiettivo del potere: “Cerco il polso della folla e sono sicuro che il mio pubblico ci sia”. La lettura scorre rapida ed attenta, facilitata dallo stile elegante nella sua semplicità e sobrietà. Qualcuno ha detto che gli anni ‘20 assomigliano alla condizione storica attuale. Mi sembra un’interpretazione tanto facile da scadere nel banale. La storia non si ripete. La sua conoscenza è però importante perché agevola la comprensione del presente in quanto svela i caratteri degli uomini e le molle del loro agire. In una parola ci parla di noi. Tuttavia i contesti nei quali gli uomini si muovono sono determinanti per le loro strategie, i successi o gli insuccessi. Ѐ il contesto che fornisce l’occasione per emergere, direbbe Machiavelli.

GABRIELLA MAGGIO

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“La follia del sole” di Elisa Roccazzella, recensione di Gabriella Maggio

Recensione di Gabriella Maggio

download (1)In questo nostro tempo frettoloso e precipite, in cui l’apparire prevale ampiamente su ciò che appare, un libro di poesia come questo di Elisa Roccazzella con la sua fertile lentezza silenzia, nel tempo sospeso della lettura, l’incessante frastuono dell’attualità. La follia del sole (Edizioni Thule, Palermo, 2018) segue a distanza non inoperosa I favi d’Hybla dello stesso editore. Dice infatti Elisa Roccazzella della sua poesia: “Sei andata via…/sì…sei andata via!/ Ma non ti ho perduta,/so che presto tornerai/come sempre sei tornata/-tenera di lauri e mirti-/ sì…ritornerai/ per rendermi la scintilla/di quel fuoco/che divora il mio cuore/ di poeta..(in Vergine o vestale-alla mia musa). Il titolo La follia del sole rimanda al tema sotteso alla raccolta, il sole ora rappresentato come speranza, natura fiorente di primavera ora come follia che acceca di luce e fa deviare verso il male. Il tema è sviluppato in maniera diretta: “sarò sole …folle e abbagliante…”, o indiretta per mancanza: “Piove nel nero delle lunazioni,/nello sgangherato delle imbarcazioni,/ nel tetro dell’onda che tradisce/ che ha solo il peccato di un sogno”. Anima antica e profonda Elisa Roccazzella insegue nel tempo del suo ritmo poetico la mancanza di qualcosa che è “chissà dove” o accaduta “chissà quando”. Il dato soggettivo colto con immediatezza è espresso da una scrittura d’impianto classico e in una discorsività priva d’intermediari e orpelli, diretta a cogliere ogni proprio movimento interiore: “inaugurando scale/ e solfeggi di memorie / folgorata da lampi d’emozioni/ dove precipito per presto risalire, /in un angolo del cuore/entrerò dentro le parole ( in Dentro le parole) e ancora  le tue parole/- come raggi dorati-/pioveranno all’ombra della mia passione ( Bella più che mai –alla poesia)”. L’inquietudine della vita s’acquieta in una trama musicale che ricorda la lieve risacca del mare calmo su una spiaggia di piccoli ciottoli, frusciante e sapida di incanto e mistero, ansiosa di autentico. La follia del sole  dialoga con I favi d’Hybla per il senso vivo e panico della natura, osservata con occhio commosso o affiorante  da tempi passati, per il  mito che sostanzia la Sicilia, per la fede e  gli affetti personali: “in questa mia terra/-dove grande al sole predica l’ulivo-/ e primitivo azzurro/a grazia di mandorli e ginestre/ sfuma paradisi in leggerezza d’acquerello,/ io scommetto sogni/ e cesello…madrigali/ alla ruota dei giorni/ cigolanti di memorie/ come i carretti del passato” (in In questa mia terra). Ma se ne distingue per uno sguardo più limpido e ampio che abbraccia tutta la vita come nel conclusivo poemetto Il seme della memoria.

GABRIELLA MAGGIO

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“L’Albatro” di Simona Loiacono, recensione di Gabriella Maggio

Recensione di Gabriella Maggio

download.jpgL’Albatro (Neri Pozza, 2019) di Simona Loiacono è un romanzo complesso e raffinato come lo scrittore che ne è protagonista. Una scrittrice siciliana che come Simona Loiacono ha un solido temperamento narrativo, ben testimoniato dalle opere precedenti, non può non essere attratta da Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Lo scrittore, per il suo articolato approccio alla storia siciliana ed alla letteratura europea, per le tormentate vicende editoriali e di critica della sua opera maggiore, dimidiata dal pur magnifico film di Luchino Visconti, invita ancora alla lettura per la sua ricchezza umana e letteraria da cogliere dopo cinquant’anni per quella che effettivamente è stata senza pregiudizi o falansterii di opportunità ideologica. E Simona Loiacono non poteva non restarne colpita.

L’Albatro si compone di due parti, una in forma di diario, che s’immagina scritta dallo stesso Tomasi per consiglio della moglie Licy, e riguarda l’ultimo mese di vita dello scrittore, ricoverato a Villa Angela a Roma, e i ricordi degli avvenimenti più importanti della sua vita adulta; l’altra è la ricostruzione del periodo più felice, l’infanzia. Queste due parti, distinte dal carattere tipografico corsivo e tondo sono affrontate dall’autrice con finezza introspettiva e approfondita conoscenza dell’opera, delle lettere e dei documenti dello scrittore.

La ricostruzione della Loiacono, che intreccia abilmente fatti realmente accaduti a quelli d’invenzione, affianca al piccolo e solitario Giuseppe Tomasi, che comprende l’esaurirsi del ruolo sociale e storico della famiglia a cui appartiene, Antonno, un bambino che era tutto al contrarioci siamo trovati così, l’uno di fronte all’altro, senza parole. Antonno mentre osserva e interpreta il mondo che gli sta attorno intaglia con precisione figure nel legno, ricordi per non farli fuggire. Il titolo l’Albatro è legato a una frase emblematica di questo compagno d’infanzia: Principuzzu, io a vossia ci farò l’albatro…non la lascerò mai. Con tempu bonu o tempo tintu.  Antonno parla in dialetto, la lingua materna degli affetti, dell’intimità, della confidenza. La lingua dell’anima siciliana dello scrittore.  Di Antonno e del suo riaffiorare alla mente nel momento della malattia Lampedusa tace con tutti: “Non ne parlo con nessuno. Men che meno con mia moglie Licy che è una psicologa attentissima, allieva di Freud”.

Indicativa del racconto è anche l’intrigante immagine di copertina. Ritrae una porta socchiusa dalla quale fa capolino una piccola figura umana che guarda protetta dall’ombra. Per un verso è il punto d’osservazione discreto che la scrittrice assume nei confronti di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, per l’altro è il modo di osservare la scena del mondo dello scrittore stesso con attenzione, ma senza farsi notare. Come quando da bambino nel teatro della villa di S. Margherita Belice ha assistito alla rappresentazione dell’Amleto e “la vicenda mi catturò con dolore”. Il racconto dell’Albatro scorre leggero, fondendo in unità le due parti, diaristica e narrativa, e presentando al lettore un rinnovato ritratto di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

GABRIELLA MAGGIO

 

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“Le assaggiatrici” di Rosella Pastorino, recensione di Gabriella Maggio

Recensione di Gabriella Maggio

9788807032691_quarta.jpg.444x698_q100_upscale.jpgLe assaggiatrici è il titolo del romanzo storico di Rosella Postorino, edito da Feltrinelli nel 2018. Sullo sfondo del nazismo s’inserisce la ancora poco nota vicenda delle donne che fanno da cavie a Hitler, assaggiando il cibo preparato per lui, da queste il titolo. La scrittrice si è ispirata alla storia di Margot Wölk, una delle assaggiatrici, morta poco prima di essere da lei intervistata.

Nella finzione narrativa la Postorino ricostruisce la storia di queste donne attraverso l’occhio della protagonista, Rosa Sauer berlinese, trasferitasi nel villaggio dei suoceri per sfuggire ai bombardamenti, e dove, invece di una relativa sicurezza e un recupero d’umanità, l’attende l’incredibile e scoraggiante ruolo di assaggiatrice. Sono le SS a reclutarle.

Il villaggio di Gross-Partsch si trova nella Prussia orientale, vicino alla Wolfsschanze, la Tana del Lupo, l’insieme di bunker seminascosto dalla foresta e dai Laghi Masuri, dove Hitler ha piazzato il comando del fronte orientale.

Rosa racconta la sua esperienza di assaggiatrice mescolandola con quella delle altre donne del gruppo con cui cerca con difficoltà di stabilire un qualche legame nell’ora che segue i pasti, in cui ciascuna aspetta di avvertire i sintomi dell’eventuale avvelenamento. Al presente si confondono ricordi del passato, della madre sarta, del padre ferroviere, del fratello minore a cui senza motivo ha morso una mano, dell’incontro e del breve matrimonio con Gregor, soldato sul fronte orientale, dichiarato disperso. Il tempo della narrazione frammentato dall’incastro tra passato e presente dà la misura dell’intermittenza della vita durante la guerra, tra bombe e veleni, tra assenza e speranza, tra annientamento e umiliazione e istinto vitale.

Si snoda prepotente il tema del senso di colpa della protagonista per il male compiuto direttamente ed indirettamente attraverso l’acquiescenza alla dittatura. Quella che l’aveva accomunato al suo popolo: Quella nazione gli si consegnava e lo dichiarava senza indugio …era il senso di appartenenza che rovesciava la solitudine nella quale chiunque nasca è confinato… Abbiamo vissuto dodici anni sotto una dittatura, e non ce ne siamo quasi accorti…Non c’era alternativa, questo è il nostro alibi…. Non sei immune da nessuna colpa politica, Rosa, le diceva il padre. Lavorare per Hitler, sacrificare la vita per lui: non era quello che facevano tutti i tedeschi?… Una morte da topi, non da eroi. Le donne non muoiono da eroi. Rosa non ha scelta nel diventare un tubo digerente per Hitler, ma l’ha nell’iniziare la relazione con l’ufficiale delle SS Albert Ziegler: Invece avevo camminato verso di lui perché ero una persona che poteva spingersi fino a lì, fino a quella vergogna…. niente alibi né giustificazioni, il sollievo di una certezza….Ogni eroismo mi sembrava assurdo, da anni.  

Le assaggiatrici, insignito del Premio Campiello e del Premio Rapallo per la donna, è coinvolgente, il ritmo serrato della scrittura essenziale e scarna, duttile nell’alternare narrazione, introspezione e dialogo, sollecita il lettore di pagina in pagina fino all’ultima intrigandolo emotivamente con la riflessione sulla responsabilità di ognuno di noi in ogni tempo e nella ricerca di quello che cementa il legame tra gli uomini.

Altrettanto interessanti i temi del cibo che da minaccioso pericolo diventa cemento di amicizia alla fine del libro e del canto consolatore, che Rosa intona in alcune occasioni.

GABRIELLA MAGGIO

 

L’autrice della recensione acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

“La ragazza di Marsiglia” di Maria Attanasio. Recensione di Gabriella Maggio

Recensione di Gabriella Maggio

download.jpgIl romanzo storico La ragazza di Marsiglia di Maria Attanasio potrebbe avere un sottotitolo “la cancellazione della memoria”. Infatti della protagonista, Rosalie Montmasson, pur essendo stata l’unica donna dei Mille in pantaloni e camicia rossa, la moglie di Francesco Crispi, dal 1854 al 1875, si hanno pochissime notizie, perché la sua memoria è stata cancellata da chi ha scritto la storia del Risorgimento con animo iniquo volto a far dimenticare quel matrimonio sacramentato, celebrato a Malta alla presenza di due testimoni, che gettava l’accusa di bigamia sul Presidente del Consiglio, convolato a nuove e più vantaggiose nozze con Lina Barbagallo.

L’oblio calato su Rosalie ha spinto la Attanasio a intraprendere complesse ricerche storiche per ridarle il ruolo ricoperto nella storia con le sue qualità di donna libera e coraggiosa, che ha avuto la stima di Mazzini, Garibaldi e degli altri protagonisti o gregari dei fatti dell’Unità.

Con questi Rosalie ha condiviso la speranza di costruire un mondo migliore nonostante che lungo e tortuoso sia il cammino dal profondo dei tempi verso il futuro. Dopo un inizio narrativo focalizzato sul giovane Francesco Crispi, folta barba e capelli alla nazzarena, che dopo la repressione della rivoluzione del ’48 a Palermo va in esilio a Marsiglia, l’attenzione della scrittrice si sposta su Rosalie. Si sono incontrati per caso prima fugacemente a Marsiglia, poi a Torino. Questo in poche efficaci battute il ritratto fisico e morale della donna: Il passo sfrontato e il ciuffo dei capelli ricci-che, per civetteria o distrazione, usciva prepotente da sotto un cappellino a cuffietta di una giovane donna…rispondendo a un mutuo richiamo la donna si voltò verso di lui  (Fr. Crispi), sostenendo a lungo, senza imbarazzo, il suo sguardo, e, sorridendogli ammiccante infine….Con lui quella fame di mondo aveva preso parola e forma.

Più in là nella narrazione Rosalie è donna fattiva, concreta, e fierissima del suo lavoro di femme de maison. Infatti considerava il suo duro lavoro una manifestazione di patriottismo necessaria per sopportare i disagi dell’esilio che condivideva con Fransuà. Anch’io voglio lavorare per il gran momento, aveva giurato a Crispi ed a se stessa. Né le è mancato il rispetto di chi la conosceva: ….le mani che reggono la penna o il ferro da stiro restano ugualmente mani; la differenza sta nel cuore e nella mente che le animano, le aveva detto con sincera ammirazione Giulia.

Con l’animo intrepido che conquista Garibaldi e Mazzini, Rosalie passa con disinvoltura dal ruolo di donna di fatica ad abile messaggera cospirativa e donna soldato. Ma, realizzata l’Unità d’Italia, iniziata la carriera politica di Fransuà, gli abiti eleganti, l’etichetta dei ricevimenti ufficiali e le idee monarchiche, la retorica sul Risorgimento la soffocano e scavano un fossato incolmabile con l’amato, fino alla rottura definitiva attestata pubblicamente con false dichiarazioni sul matrimonio mai celebrato.

La vocazione a portare alla luce le microstorie di donne generose e dimenticate, ricostruite con tenaci ricerche di archivio e delicata finezza introspettiva è la cifra che distingue le opere narrative di Maria Attanasio da Correva l’anno 1698 a Di Concetta e le sue donne. A buon diritto la scrittrice si è aggiudicata la quattordicesima edizione del Premio Letterario Manzoni – Città di Lecco al Romanzo Storico. Nel romanzo non c’è, infatti, solo la storia di Rosalie, ma quella di un’epoca ricostruita con cura nel variegato panorama di idee che l’hanno animata, con riferimento a quelle fasce urbane e contadine, trascurate dalla storia ufficiale che costituirono la struttura portante delle truppe garibaldine successivamente protagoniste di furiose rivolte sociali; quelle che hanno organizzato le società di mutuo soccorso  e hanno dato vita ai Fasci siciliani del 1893, prima consapevole lotta di classe in Italia.

Per questo probabilmente compare a Londra in casa di Mazzini il personaggio di Giovanni, figlio secondogenito del principe di Salina, il più amato, il più scontroso, ribelle alla vita familiare troppo curata, come si legge nel Gattopardo; testimone anche in quell’opera della presenza dei vinti e dimenticati.  Chiamare in causa Tomasi di Lampedusa è anche accreditare La ragazza di Marsiglia nella letteratura siciliana che costituisce buona parte di quella italiana sin dai tempi di G.Verga. Attanasio accanto a Sciascia, a Consolo. La qualità dello stile narrativo de La ragazza di Marsiglia è contenuta nell’essenzialità dei fatti narrati e in una lingua misurata e incisiva, che denota la natura di poeta dell’Attanasio.

GABRIELLA MAGGIO

 

L’autrice della recensione acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

“Il tram di Natale” di Giosuè Calaciura. Recensione di Gabriella Maggio

Recensione di Gabriella Maggio

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È la notte di Natale. Un tram percorre la periferia di una città accendendo con le sue scintille inaspettate e festose, come la coda luminosa di una stella cometa, la speranza di un presagio, di un miracolo in chi lo guarda passare e si sente estraneo al rumore blasfemo delle televisioni e all’euforia della vigilia di festa. Il tram accoglie nel suo percorso sei passeggeri tutti a loro modo infelici e poveri, qualcuno ha ancora un residuo di sogni e ricordi. Pur non conoscendosi, i passeggeri sentono una reciproca solidarietà che metterà in fuga i due Volontari della patria con lo scarabeo/bacarozzo sulla spilla e una risata di vittoria sul volto saliti sul tram con l’idea di disturbarli. La solidarietà nasce sulla soglia tra realtà e sogno in cui i personaggi e lo stesso tram si collocano e che si materializza in un neonato legato con una coperta all’ultimo sedile della vettura all’insaputa del conduttore del tram, che, blindato nella sua cabina, non vuole vedere i passeggeri stanchi e afflitti, ma ne ha pietà perciò spegne le luci interne del vagone per favorire il loro riposo. Come loro avverte la fatica e la costrizione del suo lavoro e desidererebbe guidare un bus per godere della libertà degli pneumatici. Soltanto alla fine del percorso anche lui conquistato dalla magia della notte di vigilia creatasi sul tram lo guiderà fuori dai binari.  Il racconto è condensato in cento pagine nel dispiegarsi delle sei storie, giustapposte l’una all’altra più che articolate assieme nell’intreccio, costituito dal tragitto del tram-filo conduttore tra memorie e speranza di un’improbabile epifania del sacro. Ciascun personaggio è descritto in un breve attento profilo in cui acquistano particolare evidenza gli affetti perduti e l’incerto presente. La lettura scorre agile per lo stile linguisticamente sobrio, sebbene variegato a tratti d’ironia, di suggestioni poetiche e di indugi di sincera pietas. Il tram di Natale è un bel racconto natalizio che unisce morality e impegno civile alla Dickens, ma anche alla Buzzati; richiama anche certe atmosfere liriche di umana fragilità di Ermanno Olmi.

GABRIELLA MAGGIO

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Recensione di “Cetti Curfino” di Massimo Maugeri a cura di Gabriella Maggio

Recensione di Gabriella Maggio

Andrea Coriano, protagonista del romanzo, è un trentenne giornalista free-lance che stenta ad  affermarsi perché ancora non ha trovato la storia da raccontare. Intanto vivacchia in casa della zia Miriam che l’ha amorevolmente accolto sin dalla nascita, assumendo il ruolo della  madre morta di parto. La  sua vita  scorre  monotona, scandita dalle modalità di gestione della casa amorevolmente imposte dalla zia, che, sebbene accettate, lo avviliscono, finché non s’imbatte nella storia a lungo cercata, quella di Cetti Curfino, rea confessa di un grave delitto, adesso in carcere.

La storia ha avuto  una immediata eco mediatica, ma poi è stata dimenticata. Andrea decide di incontrare la donna in carcere, di parlare con lei per portare alla luce quello che ancora non è stato rivelato, l’elemento di mistero, l’enigma  che si nasconde dietro al crimine.

download.jpgDal primo incontro Andrea resta affascinato non soltanto dalla bellezza sfolgorante della quarantenne, ma dall’incanto ferale che emana. Cetti potrebbe essere una donna fatale, ma le manca la consapevole perversione del ruolo, perché, al contrario, lei cerca di sminuire e occultare la sua bellezza, di cui conosce il pericolo. Ha fatto esperienza  di quanto sia difficile mantenersi salda su onesti  principi. Cetti, facciamo le cose regolari, Cetti, che chi non le  fa poi la piglia in quel posto, le diceva sempre il marito prima che morisse. Ma non è facile per Andrea portare avanti il progetto del libro anche se condiviso da Cetti, perché La donna è il negro del mondo….è la schiava degli schiavi dice J. Lennon in Woman is the Nigger of the world, canzone  citata nell’esergo del libro e  indicata dall’autore come colonna sonora del romanzo.

La narrazione scorre fluida lungo i trentasette capitoli che alternano la  lingua italiana di Andrea e zia Miriam e altri personaggi al dialetto siciliano, che aspira a un’italianizzazione precaria e scorretta, usato da Cetti nel  suo inconsapevole percorso di autoanalisi nelle lettere scritte al  commissario Ramotta per racconta tutta la sua storia. Cetti si fa scudo delle sue esperienze per migliorarsi, per uscire  al più presto dal carcere, attuando una condotta irreprensibile, per imparare ad esprimersi correttamente con la speranza di riabbracciare il figlio e costruirsi una vita migliore. In questa sua scelta è autentica e determinata.

La storia di Cetti, che come s’intuisce da un solo indizio è ambientata a Catania, viene contestualizzata in temi di forte attualità, quali la condizione femminile, la situazione carceraria, la difficoltà dei giovani a trovare una condizione economica adeguata, la delinquenza, il lavoro in nero. La lotta della donna per trovare uno spazio vitale in una società maschilista appare ancora lontana dal successo, ma è guardata con interesse dallo scrittore che con chiarezza esprime il suo sostegno.

La storia di Cetti  ha già attratto Maugeri che l’ha raccontata in “Ratpus”, pubblicato nella raccolta Viaggio all’alba del millennio edita da Perdisa; ma la ripresa in forma di romanzo matura quando il regista Manuel Giliberti traspone il testo in un monologo interpretato da Carmelinda Gentile. Si può cogliere un una linea di continuità del romanzo Cetti Curfino con la precedente prova narrativa di Maugeri Trinacria Park, edita da e/o nel 2013 nella tema siciliano, lì affrontato in maniera esplicita dal punto di vista dell’immobilismo dell’isola: E vui, biddizza mia, durmiti ancora, canzone siciliana che fa da colonna sonora alla narrazione; mentre in Cetti Curfino la Sicilia appare in maniera più sfumata, non soltanto per la focalizzazione su un  personaggio, ma per una volontà di dare alla storia un significato più ampio in cui ogni lettore può riconoscersi.

GABRIELLA MAGGIO

 

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“L’estate del ’78” di Roberto Alajmo. Recensione di Gabriella Maggio

9788838937729_0_0_0_75.jpgIn L’estate del ’78, edito da Sellerio, Roberto Alajmo narra un segmento della sua biografia per ricostruire, sulla base di documenti e ricordi, la storia della sua famiglia e soprattutto della madre Elena fino al momento della sua morte improvvisa e drammatica. Ḗ l’esperienza della sua paternità  e  la riflessione sul  nome dato al figlio, diverso da quelli che “ ritornano a generazioni alternate”, che sembra indurre Alajmo a affrontare questo importante nodo della sua vita.

Il racconto comincia dall’ultimo e inaspettato incontro con la madre, avvenuto nel luglio del ’78 a Mondello, mentre preparava l’esame di maturità. Nulla gli aveva fatto presagire che non l’avrebbe più rivista e perciò da quell’estate lo scrittore  inizia un cammino a ritroso nel tempo e nello spazio per ritrovare la madre e le ragioni della sua esistenza.  

Il titolo dell’opera non poteva, quindi, essere diverso. Il viaggio interiore, non privo di rischi esistenziali,  con convinzione si snoda tra il profilo della madre fondato sul ricordo e l’immagine immediata degli oggetti e dei documenti da decifrare.

Il lettore attento coglie a tratti nel testo una certa timidezza dello scrittore, il suo pudore di far nascere e mostrare il racconto allo scoperto, nella sua matrice, e talvolta si arresta perplesso a leggere sulla pagina il punto d’innesto tra Elena e il mondo, ripercorrendo la propria storia e intrecciando il proprio sentire di figlio o di madre  a quello di Alajmo.

Non c’è lirismo nel testo, solo narrazione scrupolosa, attenta a fare chiarezza nello scavo faticoso tra le spire della registrazione degli eventi e  le stasi del sentimento, per portare infine alla  luce  il colloquio autentico con la madre. Il narratore-protagonista  recupera le radici già vissute, le immagini della madre, le sue parole, i suoi atti fino alla malattia e alla morte. Solo a tratti riemerge anche la figura paterna. Il linguaggio essenziale e asciutto conferisce al testo un chiaro carattere  narrativo impedendo che fatti e persone diventino miti, perché restano tutti immersi  nel quotidiano. L’opera non ha esplicite indicazioni di genere sulla copertina, ma credo che si iscriva al genere romanzo, secondo l’affermazione di G. Debenedetti : “Ogni vero romanzo, ogni romanzo  risolto a fondo, ha contenuto una sua Nekuia”.

GABRIELLA MAGGIO

 

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“Che farò senza Euridice” di Carmelo Fucarino. Recensione di Gabriella Maggio

Recensione di Gabriella Maggio

1.jpgIl mito di Orfeo ha segnato profondamente la cultura occidentale nell’ambito della letteratura, dell’arte e della musica. Ḗ naturale, perciò, che chi come Carmelo Fucarino si è nutrito di letteratura e arte tenda a dare connotazione simbolica ad ogni proprio dato esistenziale, sia luogo sia persona. Nel romanzo il mito antico di Orfeo ha la funzione di dare forma e ordine di rappresentazione alla realtà mutevole e sfuggente della vita, sottraendola ai limiti della logica razionale per avviarla ad una comprensione più alta e complessa. Accanto al testo virgiliano e all’Orfeo ed Euridice di W.Gluck Che farò senza Euridice rivela la lettura di C. Pavese in particolare di Feria d’agosto e dei Dialoghi con Leucò. Come l’Orfeo di Pavese in L’inconsolabile”, uno dei Dialoghi con Leucò, in cui Orfeo dialoga con Bacca, anche Paolo/ Orfeo il protagonista del romanzo, soffrendo per la perdita di Euridice/Tea, tende più che a riavere la donna a conoscere se stesso :”Io cercavo, piangendo, non più lei ma me stesso”. Di Pavese inoltre si parla esplicitamente nel capitolo Il suicidio della morte :” amo Pavese e lo ammiro”. Rimasto bloccato in ascensore per una temporanea mancanza di energia elettrica, Paolo si abbandona al flusso dei pensieri in cui si fondono frammenti della relazione d’amore con Tea, ormai in crisi, lo scontro con la società, la politica, le nuove tecnologie considerate disumanizzanti. Conquistano ampio spazio i ricordi dell’infanzia trascorsa in paese tra le cure amorose della madre, gli animali di casa e la natura. La memoria dell’infanzia è recupero dell’autenticità perduta, ha una funzione mitopoietica, che sarà compiutamente sviluppata da Carmelo Fucarino nella recente autobiografia “Il verde melograno” . La trama del romanzo si snoda intrecciando passato e presente, pensieri e divagazioni di Paolo scritti in corsivo e parti diegetiche del narratore in grosso. Un episodio scaturisce dall’altro, creando attesa nel lettore e conferendo dinamismo al complesso intersecarsi di concetti, considerazioni di vario ordine e vere e proprie riscritture degli amati Petronio e Huysmans. Lo stile è vario, chiaro e fluido, modella lessico e punteggiatura sul ritmo interiore dell’autore. Il mito di Orfeo è rivissuto nell’oggi da uno scrittore/ protagonista che è pienamente “imbarcato” nel suo tempo. Non ci sono dei nel mondo “ sono solo miserabili favole dei poeti” (Euripide, Eracle), non c’è alcuna sacralità trascendente, ma l’immanenza del viscerale rapporto con la madre e con la natura. L’aura del mito è rimasta però nel cuore dello scrittore e colora di Inferi il buio vano dell’ascensore e i fantasmi che assediano la coscienza del protagonista, di clinica e intervento chirurgico lo smembramento di Orfeo. La casualità domina la vita, orfana di destino che presuppone un ordine teologico. Secondo quanto dichiara lo scrittore il romanzo è stato scritto nel 1981 e quest’anno pubblicato senza alcun cambiamento di trama nè di stile. L’opera si può collocare nella corrente culturale del Postmoderno per la tendenza a narrare per flash, per la molteplicità dei temi affrontati, per la libera combinazione di passato e presente, per l’affermazione della categoria dello spazio su quella del tempo e infine per il gioco metaletterario.

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