Esce l’antologia poetica “Iridio” dell’autore molisano Antonio Vanni, con una dedica al prof. Amerigo Iannacone

52557726_2707644549250891_8292624324272062464_n.jpgVenerdì 8 marzo alle ore 17:30 presso il Chiosco-Caffè della Villa Comunale di Isernia si terrà la presentazione del libro “Iridio” (L’Erudita, Giulio Perrone, Roma, 2019) del poeta e scrittore Antonio Vanni. Il volume, la prima antologia dell’autore molisano, contiene al suo interno le precedenti prefazioni alla sua opera a firma del noto critico letterario Giorgio Barberi Squarotti rispettivamente del 1992 e del 1997. Il titolo del volume, “Iridio”, deriva dall’eponima lirica ivi contenuta che Vanni ha deciso di dedicare al poeta e scrittore, noto esperantista Amerigo Iannacone (Venafro, 1950-2017) recentemente ricordato, nel novembre 2018 con un Premio Speciale “Alla Memoria” in seno alla premiazione della VII edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” di Jesi. Amico e collaboratore di Iannacone, Vanni ha deciso di dedicare il volume a questo grande uomo di cultura per Isernia e il Molise tutto al quale, in apertura, scrive “Sul tardi lascerai il Caffè/ dove attendevi noi,/ corpi educati alle latomie/ degli spazi/ tra destino e amore,/ colto il più bello tra i fiori/ del chiaro giorno infinito“.

Nella quarta di copertina del volume si legge “Un insieme di poesie immerse in un immaginario irreale, in cui attraverso sogni e visioni l’autore tenta di fermare il tempo. Pensiero che tra mito ed evocazione si fa portatore del ricordo del padre. La poesia di Antonio Vanni così ha l’ambizione non solo di vincere l’irrefrenabile scorrere del tempo, ma anche di rendere meno dolorosa la perdita”.

La presentazione verrà gli interventi di Domenico Adriano (poeta) e Francesco Giampietri (scrittore e filosofo).

 

Chi è l’autore?

Antonio_Vanni.jpgAntonio Vanni (Isernia, 1965) lavora nel Reparto di Psichiatria del locale ospedale civile. Ha iniziato a comporre versi all’età di dodici anni divenendo a diciotto anni, con la raccolta “La Nube”, membro onorario dell’Accademia di Scienze Umanistiche del Brasile. Poeta e autore di racconti brevi, in parte inediti. Ha pubblicato i volumi di poesia “La Nube” (1984), “Alcadi” (1986), “Viale dei Persi” (1987), “L’albero senza rami e la luna” (1992), “Diario di una nuvola bassa” (1994), “L’Ariel” (1997), “Plasmodio” (2017). Nel 1995 il giornalista Fulvio Castellani pubblicò la monografia “Dai giardini del tempo e del sogno – Introduzione alla poesia di Antonio Vanni”. Dal 2016 al 2018 ha diretto, per il mensile “Il Foglio Volante – La Flugfolio” la rubrica di poesia dei giovanissimi, “L’Aquilone”. Cura una collana di poesia.

Giorgio Bàrberi Squarotti sulla poetica di Ninnj Di Stefano Busà

LA SCRITTURA di Ninnj Di Stefano Busà come risulta all’indagine esegetica della forma

saggio critico (a cura di Giorgio Bàrberi Squarotti)

                                                                                               

La parola di Ninnj Di Stefano Busà si è fatta sempre più alta, sollevandosi dal linguismo sopra le righe, già assai forte, delle prime opere, fino a raggiungere il sublime della sua ultima produzione: che va dalla ricerca del significato dell’esistenza alla riflessione più profonda e lucida, distaccata e sofferta delle vicende e delle esperienze attraversate, che talvolta sono riprese, (ri)narrate, (ri)esposte per spiegarne appieno il valore e la perdita, aggiungerne le sconfitte e le tensioni, l’esemplarità e l’inquietudine. La luce è quella della parola incomparabile: senza di essa tutto sarebbe confusione, incomprensibile caos, impossibilità a trovare valore e verità negli accadimenti così contorti, ambigui, contraddittori per il tempo umano che attraversiamo. La parola, allora, è sempre faticosa, dolorosa, ardua da tirar fuori dal magma della vita per portarla appunto alla luce del mondo, e un testo che è incluso nel libro ne è la prova evidente, poiché si conclude proprio in quella che è una dichiarazione di linguismo e una confessione di accettazione di pene, tenerezze, grazie e affanni, lacerazioni e suggestioni. Ecco, il programma scrittorio dell’autrice è di una totalità estrema, appartiene al mondo: non può disgiungersi da esso, tutto ciò che può essere sperimentato con l’anima e con i sensi, è dono di una grazia trascendente, perché la parola è dunque l’infinito strumento che può rivelarlo, raccontarlo, spiegarlo, al tempo stesso alacremente variandone le visioni, le esperienze, le capacità, gli stati d’animo del poeta, di mostrarne l’antica sua eco e la nuova scoperta. La costruzione dei testi si avvale di costanti analogie, per giungere a manifestarsi poi con ricchissime varianti, affermazioni, metafore, visioni, sentenze, similitudini, allegorie, usi e interpretazioni della parola che non mancano mai di stupire. Il punto di partenza è la constatazione di una forma o di un aspetto, di un’emozione, di una suggestione che la natura, la stagione o quant’altro trasmettono al suo repertorio. Un luogo anche minimo che la vita ci propone, e da lì, a poco a poco il discorso si sviluppa, quanto è stato visto o sentito si rivela come un messaggio, un emblema, perché il mondo non è quello che appare realistico e naturale, quando lo affronta il poeta lo sente ingannevole e denso di incognite, caotico, contraddittorio, e non è mai ingenua e sentimentale la poetica che origina da una sensibilità extra, quasi in interiore, scavando nelle ambiguità dell’essere la sostanza fruibile della sua bellezza e del suo canto. La poesia, quando c’è va al di là degli oggetti e delle apparenze visibili, è costituita da exsempla che sollecitano immediatamente ad essere identificati. 
La natura si rivela, allora, come una sequenza affollata di segni, di tracce e Ninnj Di Stefano Busà li mostra pressoché quali rivelazioni di malessere, di disagio, pur con le dovute aperture d’ali, pur con aureole solari, nel segno di luce o di tenebra esplicita la speranza, non è mai succube dell’oscuramento, mai refrattaria al cielo. Il raffronto fra le presenze naturali delle scoperte è il riconoscimento della condizione umana di pena, (il male di vivere montaliano), però, esistono in questa scrittrice. Penso al suo ultimo romanzo, alle sue ultime opere in poesia: “la giovinezza se n’è andata.” Sono i dati di un giorno di vita, che per la potenza e la forza del pensiero e della parola, si rivelano subito come visioni metaforiche di trafitture, di disagio, di pena, che l’anima coglie in piena consapevolezza del suo status, e ne esce profondamente turbata. La metafora assume la sua forma perfetta e mirabile non solo la realtà in sé conclusa. Continua la rappresentazione della parola alta, potente: “………..” sia in versi che in prosa. Vi è l’incrinarsi dell’essere, della vita, il trasfigurarsi nell’altro cielo, quello pacificato e rasserenato che è poi l’aspirazione frequente nel discorso poetico dell’autrice, ma a fronte ha sempre la consapevolezza della caducità, del dolore e della fatica del quotidiano, in ogni momento la razionalità e l’intelligenza del cuore (come elle stessa le definisce). C’è in questo impegni di scrittura l’aspirazione a un labile conforto, a un’apertura d’ala, a un cielo più sereno. L’allegoria è particolarmente grandiosa e rivelatrice: il nostro corpo è l’abito minimo, come la conchiglia che vagamente aspira alla grandezza del mare aperto. E lo spirito è partecipe del divino, e l’ascensione alla trasfigurazione celeste è difficile, precaria, contraddittoria, mai ampiamente conclusa, perché il mondo offre minimi episodi di chiarezza, pochi modelli di perfezione per il conforto del cuore. Per emblemi il discorso di Ninnj Di Stefano Busà giunge all’esemplarità dei concetti. Intorno c’è il turbinare delle apparenze, delle contraddizioni che appaiono forme e vicende della natura, degl’innumerevoli episodi o esperienze umane, e di fronte, ecco le sentenze, le verità, le aspirazioni e il dolore. Non è, (si badi bene) un giudizio e una considerazione sulla propria vicenda di vita e di pensiero, ma la suprema spiegazione più logica della condizione di tutti gli uomini, fra pena che trascina l’anima nella violenza confusa delle situazioni e il volo verso l’infinito, cui l’anima “semplicetta” di ogni individuo e di cui parla Dante è orientata.
Ma è la tensione irresistibile, eppure sempre così difficile, faticosa, delusa, ferita a drenare nell’autrice il privilegio della parola. La costruzione linguistica di Ninnj Di Stefano Busà è costantemente dichiarativa, per poi svolgersi fino alla sequenza degli emblemi, delle metafore che tendono ad accogliere da un testo all’altro, e da un libro all’altro, gli aspetti e le forme dell’esperienza esistenziale, che si mantengono sempre a livelli molto alti, (bontà della parola quando è vera!) con toni sacrali, ma anche dolorosi fino a concludersi in una compresenza di immagini, di indizi che anelano alla profondità dell’anima. Il discorso non è mai dettato dalla vicenda personale del poeta, ma si esplicita come significato universale, per i tempi e i luoghi che sono del tempo stesso di contraddizione, di crisi, di assenza di valori, e quasi privi del tutto del sacro e del sublime: versi….., che iniziano da un concetto generale, per piegare quasi subito dopo all’evocazione emblematica e naturalistica del mondo, come analogia con l’umano, e proprio con quella stagione che preannuncia il germoglio  della rinascita.
Questo romanzo: Soltanto una vita, è, allora, un supremo modello di varianti che si commisura con l’abbondantissima logica del pensiero e delle proposte, uno spartito denso di concetti e di immagini, di indagini e scavi intorno all’esistente e all’assente. La scrittura di questa autrice è ben riconoscibile; è un florilegio che si avvale di un ritmo particolarmente efficace, fascinoso, che dà esiti felicemente raggiunti, ma è anche una lezione alta di letteratura per le molteplici varianti che adotta nell’elaborazione, le quali a seconda dell’esigenza del discorso, a volte, si contraggono o si prolungano, altre si armonizzano e si allineano ad atmosfere intensa, di grandissime aperture che fanno molto riflettere. Tutta la produzione di Ninnj Di Stefano Busà è un impianto straordinario, una costruzione verbale di grande afflato che stabilisce in modo forte e deciso la verità della poesia indefettibile, straordinaria, forte e potente. Questa scrittrice, lo andiamo ripetendo da anni ormai, è giunta a segnali altissimi di linguismo.

 

Giorgio Bàrberi Squarotti

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