Lorenzo Spurio su “Nostalgia di un altrove/Doppia coppia” di Giuliana Montorsi

Nostalgia di un altrove-Doppia coppia
Di Giuliana Montorsi
Elis Colombini, Modena, 2012
Pagine: 120
ISBN: 978-88-6509-089-5
Costo: 16€
 
Recensione di Lorenzo Spurio
 
Tante le prede
ferite a morte
stessi lupi
per altro sangue. (54)

 

116-1_GQuesto di Giuliana Montorsi è un libro alquanto particolare per la sua maniera di presentarsi al lettore. Esso infatti è duplice, nel senso che presenta al suo interno sia una parte con una raccolta di poesie che una con una serie di racconti brevi. Quella di riunire in un unico libro poesie e racconti non è di certo una stupefacente novità, ma la peculiarità del libro della Nostra è quella di fornire al lettore in realtà due libri in uno. Aprendo il libro da una parte, entreremo nel mondo di Nostalgia di un altrove, che è la componente poetica del volume, se, invece ruotiamo il libro di 180° dal basso all’alto, scopriamo un nuovo percorso scrittorio che va sotto il nome di Doppia coppia che contiene racconti.

La poetessa in una nota preliminare al testo osserva che non percepisce una netta divisione dell’esprimersi in versi piuttosto che in prosa e considera i due generi entrambi efficaci, privi di competizione, per la resa dei suoi pensieri, tormenti, idee, riflessioni sul suo trascorso e sul mondo. L’attestazione è chiaramente il frutto di una grande sperimentazione della donna tanto in un genere che in un altro e mi trova parzialmente d’accordo nella misura in cui è possibile esprimere un concetto tanto con una poesia che con un racconto, ma non con il fatto che i due generi non siano realmente divisi e in sé indipendenti. Chiaramente la questione è opinabile e questa è solo una mia personale veduta sulla questione, ma per ritornare all’esperimento letterario di Giuliana Montorsi va senz’altro detto che questo è fortemente riuscito, al di là della polarità dei generi e del suo essere speculare dentro di sé, per i contenuti e per la semplicità del linguaggio (e del versificare) che la Nostra impiega. Nella poesia ricorrono i riferimenti ai colori, alle immagini naturali (soprattutto il cielo e il mare) con particolare attenzione alla semantica legata al mondo della navigazione (nave, porto, faro, onde) impiegata anche in liriche che possiamo interpretare come drammatici quadretti di disperate fughe da paesi in rivolta.

Per la narrativa, invece, si percepisce ancor più questo aspetto dualistico della materia, il necessario ricorso a un mondo di doppi, riflessi, parallelismi e false antinomie, contrasti temporali o geografici. A salire sul podio della invidiabile riuscita concettuale del libro sono senz’altro la vista meticolosa e mai pedante su ciò che circonda la poetessa (poesia) o la rielaborazione del suo vissuto (racconto), l’avvalersi di un linguaggio semplice e concreto senza particolare ricorso ai giochi retorici, la lucidezza delle immagini, la forza espressiva di alcune liriche più dichiaratamente sociali e la riflessione continua sui fatti del passato, sulle vicende accadute e riproposte quale rivisitazione della memoria.

Nella parte di poesia possiamo intravedere una nostalgia e la consapevolezza della nostalgia che porta la donna a voli immaginifici quasi ad occhi aperti: “lasciandomi andare/ potrei anche volare” (11), il peso del ricordo e la forza degli eventi che hanno contraddistinto il passato che tornano ad accompagnarci nel presente a livello puramente emotivo: “Ricordo il ricordo di un passato” (12) e la frustrazione di una donna che vive in una Capitale del Vecchio Mondo, caotica e descritta come insensibile nei confronti del disagiato (si veda “Censimento a Roma”, 15).

116-2_GEd è forse la lirica che dà il titolo alla parte poetica del libro, “Nostalgia di un altrove” a serrare le fila del significato intrinseco dell’intero libro che va analizzato sia come percorso (le due copertine riportano l’immagine di una strada con un’iscrizione stradale da seguire), sia come punto di arrivo, di meta costruita negli anni e realizzata mediante le tante esperienze di vita, più o meno felici. Nell’ “altrove” che Giuliana nomina è forse da percepire quel desiderio continuo della donna di ricerca, di sperimentazione, modernizzazione e di pervasiva inquisizione di un significato alla vita e non è un caso che la donna riproponga qui ancora una volta una delle tante forme antinomiche che pullulano nel libro: la nostalgia è comunemente da intendersi come un sentimento di mestizia e di dolore pacato verso qualcosa che è accaduto nel passato (di qualcosa che si è fatto o che non si è fatto, in questo caso accompagnato dal rimorso) e che si rivive dunque con un senso di patimento dovuto anche alla consapevolezza dello scorrere del tempo e alla mutabilità delle cose. Il concetto dunque si proietta al presente ed è legato al passato. L’ “altrove” che, invece non fa riferimento a una dimensione cronologica (prima-dopo), si dipana su di una dimensione spaziale, topografica e in questo termine ravvisa un necessario distanziamento, spiazzamento e de-localizzazione dal qui. Il termine lascia intendere, dunque, un’opposizione tra qui, il presente geografico, la “residenza dell’io” e uno spazio agognato e reso nostalgicamente che è lontano, al di fuori del nostro qui, delocalizzato, magari dall’altra parte del Pianeta. Credo a questo punto che non ci sia nulla di più azzeccato, a fronte di tante chiacchiere, riportare il testo integrale di questa poesia, la cui aggettivazione –come si noterà- presenta un ricorrente ricorso a un universo semantico legato all’inquietudine e al senso di allontanamento:

 

Mentre sfugge la vita
in tenace silenzio
inquieta tensione
porta chiusa all’andare
 
incauto lettore
forse diverrai viaggiatore.(21)

 

Il lettore che sono io, che siete voi e che siamo tutti messi insieme, è incauto perché poco attento, reticente, non propenso ad aprirsi ai misteri del Verbo della poesia, forse sbadato, o addirittura pericoloso e al quale non possiamo concedere la nostra interiorità, senza remore, sfrontato o forse semplicemente inadatto alla comprensione di una poesia prodotta da una persona che non si conosce. Si può sempre cercare di interpretare un testo, anche in varie maniere, affrontando vari livelli di esegesi, analizzando clinicamente, spogliando i versi, denaturalizzando le parole, rompendo legami non visibili agli occhi. Chiaramente il critico deve essere in grado di farlo, ma di smentire o eludere il modo con cui lo fa. In questa mia ricerca sulle poesie dell’amica Giuliana ho molto riflettuto e di certo quel “forse” contenuto nel verso finale di questa poesia mi ha dato molto da pensare. Rileggendola tutta più e più volte mi scopro incantato e la suggestione che quell’avverbio dubitativo che anticipa un futuro, che normalmente connota incertezza, fa sì che la poesia nasca e si rinnovi di continuo nel momento in cui ce ne appropriamo con orgoglio.

 

Questo premio ha vinto il secondo premio – sezione Poesia al Premio Nabokov edizione 2012.

 

 Lorenzo Spurio

 

Jesi, 13.02.2014

“Il resto non è stato” di Giuliana Montorsi, recensione di Lorenzo Spurio

Il resto non è stato
Di Giuliana Montorsi
Edizioni Il Fiorino, 2013
Pagine: 38
Costo: 5 €
 
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

Con Il resto non è stato (Edizioni Il Fiorino, 2013), Giuliana Montorsi ha meritatamente vinto la prima edizione del concorso letterario “Il cavaliere”. Le poesie che compongono questa silloge nascono da intenti diversi e anche dal punto di vista stilistico dimostrano un’ampia capacità della donna di sapersi destreggiarsi tra metri diversi. Ci sono poesie brevissime, di appena quattro o cinque versi, che leggiamo con un piacere tale che ci porta al desiderio di condividerle, sono come battiti veloci d’ali di qualche pennuto che, non visto, osserva il mondo dall’alto, da una posizione privilegiata. La poetessa non veicola attorno a un unico tema concettuale l’intera collezione di poesie, ma dà suggestioni di varia natura e riflessioni –amare, ma realistiche- del nostro oggi dominato dall’ignavia e dalla prepotenza.

Il titolo fa chiaramente riferimento al peso (da intendere come importanza) del passato, di quel mondo che si è vissuti in epoche precedenti e del quale portiamo sempre con noi un qualche riflesso e condizionamento. Non è un caso che molte delle liriche che Giuliana Montorsi affida al lettore con questo libro partano proprio da un difficile rapporto con la memoria. Il ricordo, l’elemento non tangibile, invisibile e astratto che ci lega al passato, alla nostra famiglia, alla nostra terra e che dà ragione a ciò che siamo nel presente, è da sempre stato impiegato nella letteratura intimista e diarista come indagine della propria coscienza. Nel caso di queste liriche ci troviamo di fronte a un ricordo che sembra essere slavato, che ha perso la sua turgidità e che trasmette alla donna principalmente dolore. Una desolazione che è perlopiù motivata dal fatto che il passare del tempo modifica (a volte rovina, addirittura) le cose, le esistenze, i rapporti e costringe l’uomo a dover soprassedere a questi mutamenti che, imperiosi e ineluttabili, si sono manifestati. Giuliana Montorsi è una donna molto legata al passato, al tempo, ai ricordi e da qui nasce proprio la fobia del ricordo, quasi che esso da una parte sia salvifico perché ci consente di riconoscerci e di identificarci, ma dall’altro di distruggerci giorno dopo giorno, venendo meno quelli che nel tempo sono stati eventi/persone centrali del nostro percorso di vita. La lirica che apre la raccolta, “L’album vuoto” è metafora di quella ricerca impetuosa di un tempo che è andato e che nel presente non può che dar forma a una mente nostalgica nella quale “si affastellan ricordi” (9); l’inganno dell’album nel quale la donna pensava di trovare immagini (“non c’erano disegni”, 9) è in realtà l’inganno stesso del tempo: una foto che sappiamo esser stata scattata e che manca è come un episodio vissuto del quale abbiam perso memoria o che nel diluirsi del tempo si è semplicemente disciolto nella nostra esperienza.

Non mi pare a questo punto una forzatura sostenere che le immagini che corredano questo libro, volutamente in bianco e nero, sono ulteriore segno da intendere alla luce di questa indagine psicologica di recupero della memoria. Il mondo dei colori si addice alla vita e all’esperienza di essa, mentre il bianco-nero, la gamma cromatica dei grigi, è in linea con la rievocazione del ricordo: “e tutto è in bianco e nero/ e tutto ciò che è stato,/ non può esser stato vero” (10).

La conversione della donna alla divinità del Passato che si calcifica e che non può essere percorso in maniera reversibile è tale che la poetessa giunge addirittura a domandarsi se ciò di cui ha memoria è realmente esistito o se, invece, il trascorso del tempo non abbia funzionato su di lei meschinamente. E’ davvero successo tutto questo?, sembra chiedersi. La mente salda e fresca di una donna che giustamente arriva a porsi queste domande chiarifica un certo stato di rottura con gli eventi, una sfiducia in un tempo visto come un qualcosa di privativo.

Ed è proprio per questo che sono convinto di scorgere nella poesia di Giuliana Montorsi una penna molto cosciente, che interroga con se stessa per cercare di capirsi meglio, che non si arrende e che, come osserva Patrizia Belloi nella prefazione, non può che partire dall’esaltazione delle piccolezze, dall’amore verso il dettaglio che comunemente non consideriamo. Molte liriche sono chiare attestazione d’amore verso la natura, vista non solo come scenario di un ambiente che conserva in sé un suo significato e una ragione di spensieratezza, ma come diretto riflesso di suggestioni sull’animo della donna.

Quelli di Giuliana sono, come lei li definisce “tormentati versi” (11) che nascono da riflessioni, analisi interiori, escursioni nel passato e nei tanti ricordi che vengono percepiti come espressione di una dimensione lontana, sospesa, ossia del “nostro tempo perduto” (12).

A completare questa raccolta di poesie che merita vivamente di essere letta vi sono alcune liriche di impronta sociale in cui la poetessa affresca delle realtà di indigenti che affollano le nostre città: il barbone che sembra non trovar la clemenza e l’accoglimento delle troppe “Sorde,/ sante,/ solenni,/ sprangate Chiese” (30) della Capitale; il dramma di una donna costretta a vendere il proprio corpo, a mascherarsi di bellezza e felicità per poi scoprirsi derelitta dentro di sé: “Tra fari e soldi/ un pianto di donna” (34), sino alle continue e intuite tragedie per mare dove muoiono tanti immigrati ai quali la poetessa affida dei versi misericordiosi e di grande dolcezza:

 

Come fiori o ghirlande

come barche o aquiloni

li vorresti salvare. (37)

  

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 12-02-2014

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