“Il neolibertarismo e il capitalismo selvaggi hanno provocato il degrado morale” di Ninnj Di Stefano Busà

Ogni epoca, ogni periodo storico hanno sempre avuti i loro sommovimenti, le angustie, gli scompensi, le assenze, le deficienze, le contraddizioni di un assetto socio/economico danneggiato dalla politica locale. Si deve, però, addebitare al fenomeno del neolibertarismo sfrenato dell’ultimo secolo lo sconquasso e la rovina attuali. Non siamo molto certi di poterci salvare da un’altra guerra, questa volta terribile, subdola, inflessibile come la rovina economica del pianeta e da qui a quella catastrofica del nucleare che annienterebbe l’umanità. 

Si avvertono segnali di scricchiolamento nella vecchia Europa, ma anche la Grande America non è indenne da difetti di fabbricazione-strutturazione, Paesi (Cina, il continente asiatico, India) non sono estranei ad una debacle economico/finanziaria che ha conseguenze sull’intera globalizzazione.

L’impostazione data alla società di quest’ultimo secolo è stata semplicemente di ordine speculativo, commerciale. Si è voluto imporre la disciplina del lucro ad ogni costo, del lucro dentro e fuori di noi, il guadagno facile e senza remore. Si è professata un’altra religione, quella del dio <denaro>. Questa rincorsa a parametri aridi di ingegneria economica ha provocato una disparità tra la parte più ricca dell’emisfero planetario e quella più povera che si è vista indebolire sempre di più le risorse economiche, fino a ridurle allo stato di “defoult”.

La politica senza raziocinio, fatta all’insegna del “mordi e fuggi”, di una politica poco oculata, ridotta alla parcellizazione dei suoi componenti in tanti partitini che si alleano, si slegano, si rialleano, ha provocato un disavanzo socioeconomico assai grave, perché nel farsi la lotta tra loro hanno del tutto trascurato o reso nullo l’obiettivo del “bene comune”col presupposto che a “fare” l’interesse comune, siano sempre altri da noi, ha colpito duramente la realtà esistenziale della gente facendola precipitare in un baratro. 

L’eterno “mordi e fuggi” non è più consentito, si devono mettere mani a riforme strutturali, a riscrivere “costituzionalmente” molti vecchi schemi sclerotizzati e invecchiati, ormai obsoleti e tremendamente fuori dai tempi. 

dio_danaroLa vita quotidiana è diventata un vero inferno per la popolazione del pianeta, costretta a subire dittature come in Africa e medio oriente, oppure dictat sull’andamento generale e l’amministrazione dei paesi aderenti come l’Unione Europea. E’ stato un errore madornale credere che l’uomo “novus”, l’uomo del Terzo Millennio potesse risolvere le difficoltà accantonando le ricchezze del talento, dell’etica, le virtù morali di un adempimento della coscienza e del cuore. L’uomo moderno imbevuto di superbia e di spocchia ha visto bene di superare se stesso nell’accumulo forsennato di denaro, spostando (letteralmente) la ricchezza da una parte all’altra del pianeta. Così aprire la strada agli speculatori di turno che hanno sostituito alle regole e alla decenza, è stato un gioco da ragazzi, ampi spazi di delinquenza e criminalità finanziaria si sono annidati nel sistema economico-finanziario delle Grandi Banche, che da principio, con prodotti tossici hanno invaso le multinazionali e illuso la povera gente, depauperando sostanze e ricchezza ai vari Stati e ai vari livelli delle popolazioni di qualsiasi continente. Ora, incuranti del danno, sono alla rincorsa di altro denaro liquido, quasi come una droga, la corsa è per accaparrarsi finanze e potere, ma impoverendo le risorse mondiali a rischiare grosso sono soprattutto molte democrazie e molti governi dell’eurozona. 

I disordini possono avvenire in qualunque momento. E’ di fresca memoria la rivoluzione francese, le violenze sanguinarie e i morti in Nord Africa. Ora tutti i nodi vengono al pettine. Non si può più scherzare col fuoco, il fuoco brucia l’esistenza e annienta il senso di coscienza collettivo che ad un certo momento si ribella e va nelle piazze. Si spera che ciò non avvenga mai, ma i presupposti di lasciar mettere tasse su tasse, farsi comandare da una pletora di tecnocrati a Bruxelles, che non hanno mai lavorato nella loro vita, ma hanno turlupinato il popolo, guadagnando cifre iperboliche fa andare in bestia la povera gente costretta a subire angherie e tasse e andare in miseria. Ci pensino lor signori, riflettano…si compenetrino sulle necessità dei loro elettori. La vita non è fatta solo di materialità. Alla vita hanno diritto tutti, così come alla libertà e la loro spregiudicatezza sta funestando tutta l’Europa, a cominciare dalla Grecia, Spagna Portogallo, Irlanda. Italia, ma ora rischiano anche la Germania, la Francia che fino a ieri hanno capitanato lo splendore dei loro domini politici, stanno per scivolare dai loro piedistalli di potere. La corsa è al ribasso, verso il fallimento dell’intero sistema globalizzato, e dell’intero pianeta a causa del tragico equivoco in cui versa la finanza selvaggia di un Capitalismo senza regole, fatto a immagine di un dio minore, a cui siamo votati e di cui siamo responsabili, al quale  sono state rivolte tutte le capacità, le aspirazioni, le incognite di una società in declino che al <denaro facile> ha finalizzato tutta la categoria della coscienza e dell’anima, sprofondando nella vanagloria e nel paradosso di un arricchimento senza regole morali, né remore, tutto conchiuso nel bisogno di avere più che di dare, creare, generare per il bene comune, di cui si è perso perfino la traccia..   

NINNJ DI STEFANO BUSA’

“La tendenza alla nullificazione del prodotto poetico. Diamoci una spinta, prima che la poesia si estingua” di Ninnj Di Stefano Busà

di Ninnj Di Stefano Busà

                                               

Un discorso sulla Poesia torna opportuno oggi più che mai…visto che la stessa si muove incerta per difficili sentieri, impedita da lassismi libertari e fuorvianti, mode e linguaggi sconclusionati, culture e  capricci della moda votati a portare avanti la parte più deteriore e rivoluzionaria del prodotto linguistico, quella che risente di forme più o meno imbarbarite o troppo progressiste: come informatica, rampe satellitari, video games, che distolgono l’attenzione dalla poesia, divenuta obsoleta e fuori tempo. Questa mia nota, altro non è che una proposta, un invito a pensare, a discutere, a promuovere iniziative atte a diffondere la Poesia e portarla tra i giovani: la poesia può appartenere a chiunque la ami.

L’evoluzione delle forme poetiche nella storia della cultura è stata continua e costante. Anche nei periodi bui di stagnazione e di regressione o in altri di avanguardia o di pseudoavanguardismo estremo, di rinnovamento forzato, quasi traumatico perché sotto dettatura di impellenti bisogni scardinatori della lingua, ha mantenuto (per fortuna) alcune categorie universalizzanti che fanno della parola poetica una realtà necessaria, non del tutto superflua per l’uomo e la sua specie.

Oggi il mondo dell’arte subisce i contraccolpi di quasi due secoli di rivoluzioni e controrivoluzioni ed è travagliato e stritolato dalla pretesa del tutto moderna di un giovanilismo rinnovatore quanto anarcoide che scambia l’arte col capriccio e l’arbitrio, la libertà di scelta e d’ispirazione nel momento creativo, con una sorta di soggettivismo-individuale impazzito, di relativismo assolutizzato, quanto esasperato, che rifiuta non solo ogni canone esterno, ma anche ogni più elementare regola derivante da un fondamentale sentire estetico, che viene non solo negato, ma forzato, ripudiato e violentato da mode più libertarie.

Diciamolo, subito, che non esistono due linguaggi: uno per la Poesia surreale, magico, ermetico, inaccessibile ai molti, e uno feriale, per i comuni mortali. La poesia può vibrare ovunque in maniera del tutto naturale, anche nelle lasse di un’espressione lontana dalla ipertrofia delle metafore o dalle ambiguità emergenti dall’inconscio, dagli assurdi e dagli arbitrii delle avanguardie ad ogni costo. E <per ogni costo> s’intenda anche quello di inquinare il linguaggio, impoverirlo e strumentalizzarlo in modo deleterio e anarcoide.

coverantologiaD’altra parte bisogna riconoscere che il linguaggio comune non è certo meno efficace di quello colto, o immaginifico, che anzi il suo fondo realistico-logico, sentimentale può essere ben compreso, ma notevolmente più apprezzato, ammettiamolo, sarà il linguaggio ricco di ambivalenze, di metafore, di tensioni allusive proprie di una discorsività che ha varianti emozionali ricercate e volutamente sensazionali. È necessario avvertire chi mi legge che la nostra epoca è dominata dalla pianificazione, dagli orologi, dai computer, dalle costrizioni collettive, dai network, dai condizionamenti psicologici, dai modi ambigui, dalle persuasioni occulte e, pertanto, la Poesia  non può porsi in funzione di antidoto e di corroborante della personalità, nello stesso tempo in cui esprime lo sdegno per un mondo nel quale l’industria e la tecnologia hanno fatto il loro guasto, riducendo l’uomo a realtà <minima>, a manovratore di pulsanti, a robot senz’anima né coscienza, registratore meccanico di impulsi e pulsioni interni ed esterni, frammenti ormai di un “essere” decapitato e privato dalla dignità di pensiero e di coscienza.

Si devono altresì tener presenti le condizioni nelle quali la poesia si è trovata ad operare, all’interno della realtà sociale creata dall’industria e dalla massificazione intellettuale della cultura, che ha livellato gli strati meno abbienti dell’intellettualità, riducendoli a meri contenitori privati di pensiero.

L’industrializzazione ha finito per colpire e dissolvere le strutture, i canoni, gli schemi e le categorie estetiche di un sapere logico, massificandone gli strati di una società in sviluppo che non si è trovata alla pari con l’evoluzione dei tempi tecnologici. Così mentre le forme storiche della vita pratica, politica, economica tendevano alla pluralizzazione di codici diversificati, la cultura artistica (soprattutto poetica) s’incamminava verso un destino nebuloso e asfittico.

La comunicazione si orientava ad una sorta di omogeneizzazione o omologazione monodica, in netto contrasto con la varietà dei canoni estetici, delle forme poetiche e dei generi letterari che s’ispirarono ad un modulo linguistico meno sofisticato, più totalizzante e massificato, fondato quasi esclusivamente sull’informazione nuda e cruda, in contrasto con gli elementi pedagogici che avevano costituito i poli della comunicazione del passato.

La comunicazione di oggi appare un modello standardizzato con una fondamentale tendenza a tradurre in evasione pura e in libertà arbitraria quello che prima era la comunicazione, il linguaggio tra le genti. Inoltre si deve denunciare il divorzio che nel frattempo si è andato consumando tra Poesia e Scuola. Tale divorzio ha provocato un lassismo linguistico, una sproporzionata condizione di arbitrio lessicale e di costumi, un allontanamento dal “bel parlare”.

La proposta della letteratura finisce col percorrere un sentiero sterile, inadeguato e non in linea con le esigenze spirituali dell’individuo che, nel suo dispiegamento anarcoide, rifiuta volentieri la domanda culturale (in particolare la Poesia) per intraprendere sentieri tortuosi di un linguismo più depauperato, banalizzato e frustrato che non dà nulla in termini di elevazione culturale.

Questo  — consuntivo — oggi non ha la pretesa di essere “il vangelo”. Si presenta con l’intraprendenza e il rischio di un tentativo di storicizzare la produzione meritevole di essere trasferita alla pagina della Storia della Letteratura, sintetizzare, (magari in modo opinabile) un referente storico che intende essere un censimento dei poeti dell’ultimo ventennio, una sperimentazione “in limine” una sorta di indicazione che pone il fattore lirico a livelli di Storia e di percorsi epocali, includendo le varianti, gl’innegabili riferimenti sul piano ricostruttivo delle neoavanguardie linguistiche fino ai ns. giorni. Nell’introduzione di questo copioso documento storico avrò l’opportunità di proporre e indicare alcune tra le massime espressioni dell’oggetto poetico, e questa mi appare una generosa offerta di quanto la realtà del momento può disporre.

NINNJ DI STEFANO BUSA’

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