Uno sguardo sul misterioso stile giapponese: perché ci attira così tanto

I principi estetici che permeano architettura e arredamento di interni in Giappone hanno da sempre rappresentato un mistero per il mondo occidentale. In Europa l’architettura giapponese viene vista come una di quelle tante sfaccettature di una cultura estranea che non capiamo e che guardiamo da lontano con un certo fascino.

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Sumika Pavilion, Tochigi – Toyo ito 

Origine e sviluppo dell’architettura giapponese

L’architettura giapponese ha una storia antica quanto quella del Paese. Tradizionalmente si identifica in costruzioni in legno leggermente rialzate da terra con tetti in paglia o tegole. Al posto dei muri, vengono usate delle pareti scorrevoli (fusuma) con rivestimenti in carta di riso (shoji) che possono essere spostate o anche rimosse per personalizzare gli ambienti a seconda dell’occasione per il quale sarebbero serviti.

In realtà l’estetica giapponese si basa su una logica ben precisa che, come in Europa, pone le sue radici nella religione. In Giappone i due filoni religiosi principali sono lo Shintoismo e il Buddismo. Quando si rapporta il loro stile architettonico a questi, i pezzi del puzzle trovano il loro posto e scopriamo che vi è una logica in realtà molto intuitiva e a misura d’uomo.

Lo Shintiosmo è una religione che pone molta enfasi sulla natura, vista come un’entità superiore e onnicomprensiva del quale l’uomo è solo una millesima parte. Secondo questa religione, ogni cosa, animata o inanimata, possiede uno spirito proprio. Esso prevede l’adorazione dei kami, cioè divinità, spiriti naturali o semplicemente presenze spirituali.

Questo modo di vedere il mondo porta ad avere un profondo rispetto per la natura, motivo per il quale le costruzioni giapponesi si confondono spesso con essa o ne prendono spunto in maniera più o meno esplicita. Questo li porta a valorizzare anche tutti i materiali usati nelle costruzioni. Le strutture portanti degli edifici non vengono nascoste da decorazioni perché rappresentano esse stesse i principali elementi di bellezza e valore della costruzione. Nell’architettura moderna questo concetto viene rappresentato perfettamente nella foresta di pali verticali bianchi del Kanagawa Institute of Technology a Tokyo, un opera del famoso architetto Juna Ishigami.

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Kanagawa Institute of Technology, Tokyo – Juna Ishigami 

Il Buddismo è similare allo Shintoismo e convive di fianco ad esso da millenni. Esso però pone un più forte accento sulla semplicità che deve riguardare tutti gli aspetti della vita dell’uomo. L’aspirazione del Buddista è quello di liberarsi di tutto il superfluo per conservare solo ciò che ha uno scopo davvero utile.

L’influenza buddista si vede nella valorizzazione degli spazi vuoti a stimolo zero, sia negli esterni che negli interni. Nelle case giapponesi l’arredamento è ridotto al minimo essenziale, le case sono piccole e una stessa stanza viene utilizzata per più scopi. Le divisioni tra gli ambienti vengono realizzate con leggere pareti scorrevoli in carta di riso per poter ridefinire gli spazi e modificare la divisione dei vari ambienti in base alla necessità. I pavimenti sono tipicamente costituiti da morbide stuoie di tatami e una stanza diventa camera da letto semplicemente srotolando un futon su di esse la notte. Per un giapponese, avere un letto fisso sempre presente altro non sarebbe che un’inutile spreco di spazio e limitazione degli usi della stanza.

La separazione tra lo spazio esterno e quello interno è molto meno netta nelle case giapponesi, rispetto a quelle occidentali. Anche le pareti esterne delle case sono realizzate con pareti scorrevoli che si affacciano su una terrazza il quale tipicamente circonda tutta l’abitazione e costituisce un passaggio intermedio tra l’esterno e l’interno. Le case giapponesi si fondono così con la natura che li circonda. In Giappone, infatti, le barriere o i confini sono tradizionalmente viste come negative perché limitano l’uomo sia fisicamente che spiritualmente.

Prime influenze giapponesi in Europa

Le prime influenze dal Giappone in Europa si hanno durante il periodo della colonizzazione. Gli europei rimasero affascinati inizialmente soprattutto dalle sottili ceramiche decorate con intricati disegni dipinti a mano e i tipici dipinti giapponesi su tavole di legno che venivano importati nel continente.  Nel 1850 nacque un’improvvisa moda di collezionare opere d’arte giapponesi, in particolar modo le stampe ukiyo-e. Gli ukiyo-e, con le loro linee curve, i motivi dai colori vibranti contrapposti ad ampi vuoti, l’asimmetria della composizione e la bidimensionalità, ispirarono anche l’Art Nouveau. La linearità e i motivi curvi divennero dei cliché grafici, influenzando artisti di tutto il mondo tra cui Gustav Klimt, VIncent Van Gogh, Manet, Monet, Degas e Renoir.

 

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A sinistra un dipinto giapponese e a destra l’Oliveto con cielo azzurro di Van Gogh

Non fu solo l’arte giapponese ad affascinare gli occidentali; anche lo stile architettonico così diverso dal nostro – semplice ma curato fin nei minimi dettagli – attirò l’attenzione di innumerevoli architetti. In molti si recarono in oriente per apprendere le antiche arti di lavorazione del legno con giunture a incastro grazie ai quali si costruivano interi edifici dall’aspetto così leggero e fragile da sembrare una sfida alle leggi della gravità ma, che in realtà fossero talmente stabili da resistere ai frequenti terremoti che colpivano l’isola.

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Sunny Hills cake shop, Tokyo – Kengo Kuma 

L’influenza giapponese nell’architettura moderna

Lo stile architettonico giapponese di oggi è ben diverso da quello antico. Anche il Giappone è stato fortemente influenzato dalla cultura occidentale ma, piuttosto che subirla, ha saputo farla propria prendendo dai nostri schemi, ciò che ben si sposa con le loro necessità quotidiane e principi estetici. L’architettura giapponese contemporanea si caratterizza ancora per l’attenzione al dettaglio, per enfasi posta sulla creazione di ambienti contemplativi e la contrapposizione degli opposti nella ricerca del perfetto equilibrio. A questi elementi se ne aggiunge un altro non presente in passato, che si può racchiudere nel concetto di ihyou: qualcosa di inaspettato. Incorporare nei propri progetti un elemento di sorpresa è una delle aspirazioni principali degli architetti giapponesi contemporanei. A prescindere dalla sua grandezza, scopo, materiale o carattere, un edificio deve essere in grado di destare stupore e mettere in discussione la nostra idea di ciò che è possibile e ciò che non lo è per farci scoprire l’ampiezza delle possibilità di esperienza dell’uomo nel proprio ambiente. Chi è riuscito in questa impresa, come Kengo Kuma e Tadao Ando, o Toyo Ito, non ha caso è rinomato a livello mondiale.

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Ribbon Chapel, Hiroshima – Hiroshi Nakamura

 

Un motivo per cui gli architetti giapponesi ottengono un così vasto riconoscimento è sicuramente da ricondurre alla loro dedizione senza eguali che li porta a perseverare finché non abbiano realizzato il loro progetto esattamente come lo avevano immaginato.

L’influenza giapponese sul design degli interni

Un altro aspetto della cultura giapponese che continua ad affascinarci ancora oggi è lo stile di arredamento d’interni che, quasi in contrapposizione a quello degli spazi esterni, si prefigge ancora oggi di preservare la massima semplicità e minimalismo. Quello che noi amiamo definire “zen” è per un giapponese un ordinario concetto di gestione degli spazi dentro casa, esattamente come per noi non vi è nulla di sorprendente nel creare una camera da letto, uno o due bagni, una sala e una zona dedicata ai pasti in casa. Gli arredi vengono ridotti al minimo necessario e la posizione di ogni oggetto non viene stabilita solo sulla base di una progettazione dello spazio che occupa ma anche di quello che lo circonda perché questa viene plasmata cambia forma in funzione di esso.

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Sala arredata in stile Zeen con pareti Shoji

 

La valorizzazione degli spazi, soprattutto quelli vuoti, rimane quindi un obiettivo ben saldo. Gli spazi vuoti liberano la mente dalle barriere e dagli stress della vita quotidiana. La creazione di spazi contemplativi non può quindi mancare in una casa giapponese. In Occidente questo stile di arredamento viene ripreso su più larga scala nelle moderne abitazioni dove la tendenza oggi punta al minimalismo e agli spazi aperti multiuso, o open space, anche se i mobili non sono in tipico stile orientale.

Logo_Arpel_ENG-1Per chi, invece, volesse anche un arredo zen in materiali naturali e organici come il legno, la carta di riso e il bambù, sono nati diversi produttori europei di arredamenti in stile giapponese che riescono a trasformare anche una casa tradizionale in un accogliente ambiente zen. Uno di questi è Arpel, un’azienda produttrice di mobili che combina le antiche tradizioni giapponesi con un design moderno. Dal connubio nascono arredamenti raffinati ma allo stesso tempo funzionali, che si inseriscono perfettamente in qualsiasi ambiente.

Concludendo si può affermare che un momento storico come il nostro dove il ritorno alla semplicità e al contatto con la natura acquista sempre maggior valore, lo stile giapponese ha ancora molto da insegnarci e il suo fascino rimane forte come non mai.

Katrina Bertacci

Arpel Arredamenti Naturali

“Interni” di Annalisa Soddu, prefazione di Lorenzo Spurio

Interni di Annalisa Soddu

Prefazione di Lorenzo Spurio

  

[N]on puoi richiamare quel pesante passato,

che fu reale solo quando fu presente.

interni_600Questo libro non lascerà indifferente il lettore, perché le liriche che si appresta a leggere “graffiano” il cuore di chi, con sensibilità e innocentemente, sa leggere tra i versi. Si parla di amore e ricordo e di quanto quest’ultimo possa essere un macigno doloroso, anche se non mancano momenti rivisitati con leggera nostalgia e che, pure, sembrano non volersene andare dalla mente dell’io lirico. La silloge è volutamente articolata in due parti che corrispondono a due diverse fasi di scrittura della poetessa: la prima copre un periodo di tempo abbastanza esteso che va dal 1983 al 1995 e in essa sono contenute poesie dal tono mesto e dal linguaggio essenziale che denotano sentimenti ambivalenti nei confronti di coloro che sono i principali destinatari e ispiratori delle riflessioni poetiche (Non riesco a sussurrarti all’orecchio “ti voglio bene”, p.)

È di questo periodo il colloquio ideale con la madre, modello sempre difficile da raggiungere ed eguagliare (ti ringrazio di esistere, mamma, p.) e il ritornare sul senso di rammarico profondo determinato dal confronto impotente con la malattia grave del padre che perde il suo ruolo protettivo e rassicurante (Tu che avresti dovuto essere per sempre la mia sicurezza, p.)

Questa prima parte della silloge è dominata da sensazioni contrastanti dove a dominare indiscusso è il Passato, termine che viene utilizzato dalla poetessa appositamente con la maiuscola, quasi fosse personificato.Il passato che detta e forgia la nostra vita futura, scrive il nostro presente liquido e la memoria sono per l’uomo di fondamentale importanza per poter dar senso al suo esistere e alla sua identità. Non siamo nessuno se non possiamo metterci in relazione con il nostro passato, sia ufficiale e pubblico che riservato e personale. Ma se da un punto di vista razionalista il passato non esiste, non è tangibile, non è vivibile, proprio perché è passato ed è dunque qualcosa di morto, in sé completo, autosufficiente e irrecuperabile, non per questo non è affettivamente un’ombra che ritorna, una presenza evanescente nella nostra memoria in grado di allietare il ricordo o di minacciare la tranquillità. Il Passato è, quindi, una presenza-assenza continua con la quale viviamo, un fantasma che danza non visto agli occhi degli altri e che da lontano, fastidioso, ci strizza l’occhio: Il passato/ non ha corpo,/ suoni, o luci (p. ).

Il linguaggio che Annalisa Soddu utilizza per concretizzare quel recupero di momenti del suo-passato-vita- memoria è immancabilmente velato di violenza: ‘unghiata’, ‘solco’ come si legge nella lirica d’apertura intitolata “Per i miei genitori”. Ne fuoriesce un io lirico a tratti apatico e insofferente, a tratti autocolpevolizzatosi per la mancanza di orgoglio nel farsi valere: ho sepolto la mia reale insicurezza/ sotto cumuli di orgoglio (p. ). Nella poesia, infatti, il ricordo diventa realtà, presenza, verità e non possono perciò mancare anche versi dedicati a un amore perduto che ha segnato l’anima.

Nella seconda parte della silloge vi è un cambio di registro di sensibilità e di espressività; nelle poesie recenti, scritte nel periodo 2012-2013, la poetessa smette di guardare agli “interni” della sua vita personale – per richiamare anche il titolo di chiaro impatto- spostando il suo sguardo verso “il mondo esterno”. Annalisa Soddu dedica alcune liriche di chiara ispirazione sociale ad alcuni gravi disagi che coinvolgono l’uomo nella nostra attualità. In queste composizioni sembra che la poetessa abbia ormai squarciato “il velo tra i [suoi] occhi ed il mondo” per usare parole di un testo della cantante romana Paola Turci e questo, oltre a un riappacificazione con se stessa e con tutte le sensazioni che il passato le ha dato, le consente di mostrare la sua ampia consapevolezza dei tempi in cui vive. Il mondo è fatto di povertà (La stazione è la mia casa, p. ), menefreghismo e crisi delle certezze lavorative come la poetessa traccia in “Esodato” in cui la desolazione dell’uomo e la sua degradante inutilità sociale conducono a pensare (o ad attuare) un gesto suicida.

La Soddu affonda con perizia il bisturi in una materia sociale dolorosa e si mostra sensibile alle tortuose pieghe dei comportamenti e dei pensieri umani, attenta osservatrice delle problematiche dell’uomo contemporaneo, delle sue crisi e delle sue affettività.

Il messaggio dell’opera poetica di Annalisa Soddu sta nella rivalutazione della vita, tutta, di ogni essere umano, nella ricchezza che gli affetti familiari costituiscono per la crescita della persona e nella speranza che errori, disagi e disavventure non intacchino quel bene profondo che è la vita.

Lorenzo Spurio

Jesi, 15 Maggio 2013 

Annalisa Soddu pubblica la raccolta di poesie “Interni”

“INTERNI” DI ANNALISA SODDU

 COMUNICATO STAMPA

  

interni_600Titolo suggestivo e invitante per la nuova pubblicazione di Annalisa Soddu, Interni, il suo nuovo libro di poesie. La pubblicazione dell’opera è stata curata e gestita da TraccePerLaMeta Edizioni, attività di editoria rivolta ai soci dell’Associazione Culturale TraccePerLaMeta.

Dopo il successo avuto con il racconto Il fuoco di Lorenzo, la scrittrice di origini sarde ritorna con una nuova pubblicazione molto carica di significati, come lo stesso titolo del libro chiarifica.

Il critico Lorenzo Spurio nella prefazione osserva: «Questo libro non lascerà indifferente il lettore, perché le liriche che si appresta a leggere “graffiano” il cuore di chi, con sensibilità e innocentemente, sa leggere tra i versi. […] La Soddu affonda con perizia il bisturi in una materia sociale dolorosa e si mostra sensibile alle tortuose pieghe dei comportamenti e dei pensieri umani, attenta osservatrice delle problematiche dell’uomo contemporaneo, delle sue crisi e delle sue affettività».

Il libro può essere ordinato ed acquistato tramite lo shop di TraccePerLaMeta Edizioni o tramite ogni altra libreria online.

 

                       

 

TITOLO: Interni

AUTORE: Annalisa Soddu

EDITORE: TraccePerLaMeta Edizioni

PAGINE: 54

ISBN: 978-88-907190-6-6

COSTO: 9 €

 

 

  

Info:

info@tracceperlameta.org

http://www.tracceperlameta.org