“Neoplasie civili”, la nuova silloge poetica di Lorenzo Spurio

Il mondo in metastasi nelle liriche

di Lorenzo Spurio

E’ uscito Neoplasie civili (Edizioni Agemina)

 
copertina-Lorenzo-Spurio-weLo scrittore marchigiano Lorenzo Spurio, che ha al suo attivo una serie di volumi di narrativa e di saggi prevalentemente su autori anglosassoni (è anche un critico letterario), esce con un nuovo libro, questa volta di poesie.
Neoplasie civili è il titolo di questa raccolta di poesie scritte negli ultimi anni; la silloge propone un percorso attento attraverso drammi quotidiani, storie di cronaca nera ed episodi spietati di violenza che riguardano il mondo tutto nella società odierna.
Il mondo lirico di Spurio è asciutto ma concreto, a volte duro ma quanto mai necessario e vivido e l’occhio critico del nostro è quello di una persona che osserva con acume le incongruenze della realtà e le fa sue sulla carta per denunciarle, per rompere quel velo di indifferenza e di apatia che contraddistingue chi nella vita presente ha ancora la fortuna di vivere in un paese dove non cadono bombe, non si muore di fame o ancora, salvo sporadici ma durissimi casi, sembra ancora che ci si rispetti l’un l’altro.
Poesie scevre da orpelli, da particolarismi formali, ma che offrono al lettore una traccia di riflessione, che scuotono la coscienza, indignano e feriscono.
Il cuore della silloge è proprio quella formazione cancerosa a cui ci si riferisce nel titolo che minaccia, ammorba, fagocita, dilania e distrugge un’esistenza fisicamente sana e moralmente incorrotta.
La poetessa Ninnj Di Stefano Busà nella sua nota critica iniziale conclude dicendo che Neoplasie civili è “[una raccolta di] vividi canti di sdegno, […] cronache di denuncia di un mondo fatto di lassismo, sopraffazione e ingiustizia dove il poeta, come un novello vate della postmodernità, rompe la logica del bavaglio e proclama con onestà la cruda realtà d’oggi…

 

Lorenzo Spurio è nato a Jesi (AN) nel 1985. Laureato in Lingue e Letterature Straniere, è scrittore e critico letterario. Ha all’attivo varie raccolte di racconti tra cui la più recente “La cucina arancione” (2013) e numerosi saggi tra cui “Jane Eyre, una rilettura contemporanea” (2011), La metafora del giardino in letteratura (2011), Ian McEwan: sesso e perversione (2013). “Neoplasie civili” è la sua prima opera di poesia.
Collabora a varie riviste ed è direttore della rivista di letteratura Euterpe e socio fondatore della Associazione Culturale TraccePerLaMeta. Gestisce un suo sito (www.blogletteratura.com) dove pubblica recensioni, articoli, commenti ad opere letterarie.
E’ Presidente del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” e Presidente di Giuria del Premio di Letteratura “Ponte Vecchio”- Firenze.

 

  

Titolo: Neoplasie civili
Autore: Lorenzo Spurio
Prefazione: Ninnj Di Stefano Busà
Postfazione: Cinzia Demi
Editore: Agemina, Firenze
Collana: La Fenice – poesia
ISBN: 9788895555744
Pagine: 64
Costo: 10 €
Info per acquisto: edizioniagemina@alice.it

Lorenzo Spurio: riflessioni di un autore “eretico”. Intervista di Iuri Lombardi

Intervista a cura di IURI LOMBARDI

pubblicata nel libro “L’apostolo dell’eresia”, Faligi Editore, Aosta, 2014.

Lorenzo, tu sei un critico letterario e uno scrittore di racconti, uno studioso delle lettere e, per chi ti conosce, lasciatelo dire, un interventista; nel senso che vivi la letteratura in tutte le sue forme possibili, al punto di organizzare eventi che vanno da presentazioni a concorsi letterari, ora secondo te, prendendo in considerazione le tue due attività: qual è quella che maggiormente ti coinvolge?

 

I miei due ambiti di scrittura, che come tu dici sono essenzialmente quelli che mi vedono da una parte critico letterario e dall’altro scrittore, sono quanto mai differenti tra loro per intenzioni, forme espressive e finalità. Questo, però, non significa che siano antitetici o, per dirla in parole più semplici, che uno scrittore debba/possa essere soltanto un romanziere. Egli può essere anche un poeta, un critico o un saggista (la differenza tra critico e saggista è per lo più una sfumatura, ma significativa al tempo stesso). Il critico fa essenzialmente qualcosa di più dello scrittore perché è in grado di calarsi in una dimensione (de)soggetivizzata (che anche nel romanzo è possibile adottare, ma non a questo livello), assumendo una prospettiva tendenzialmente neutra e asettica scevra da intenzioni di sorta. In questa luce il critico non giudica, ma osserva, non descrive ma analizza, non spiega ma interpreta. E la differenza tra le varie antinomie citate non è minima, ma è sostanziale. 
Non è solo una questione di linguaggio, di tecnica o di conoscenza della storia della critica letteraria di un determinato periodo che permette di definire uno scrittore come critico, ma anche e soprattutto una sua certa predisposizione nel sapersi allontanare dal concreto per vederlo da distante prima con un cannocchiale e via via sempre più vicino fino a sondarne minuzie, dettagli e quello che è l’ordito di un testo. Il critico non colloquia con i personaggi di un romanzo, ma li de-struttura, li smonta, li viviseziona e li interpreta alla luce della storia, dello spazio, della società, etc.
Quanto alla tua domanda posso dire che a livello di coinvolgimento probabilmente è la narrativa che mi dà maggiori possibilità e realizzazioni, perché sono io a creare un personaggio, ad animarlo e magari a decretarne la sua tragedia come un invisibile burattinaio. La scrittura di un saggio, al contrario, non nasce da una volontà di rappresentazione, re-creazione (e magari mistificazione) di una vicenda, ma dal desiderio di carpire il legame tra significato e significante, tra la parola scritta e i concetti, per un approfondimento tematico, concettuale, monografico dove la penna finisce per essere penna e diventa bisturi.

 

Che salute gode oggi la critica letteraria – intendo quella avanguardistica e non settoriale o accademica?

 

Per critica letteraria “avanguardistica” credo tu voglia intendere non tanto quella che fa riferimento a scuole di pensiero particolari, a tendenze di un certo tipo, ma un tipo di critica che nasce piuttosto come forma d’espressione legata al singolo che adotta un certo tipo di studio e di approfondimento su certi autori o tematiche in particolare. Quello che mi sento di dire a riguardo è che i più grandi critici italiani del ‘900 vengono principalmente ricordati e menzionati nei manuali di storia della letteratura non in quanto critici, ma in quanto esponenti di altri generi letterari che possono essere ad esempio la poesia o la narrativa. Leonardo Sciascia, ad esempio, oltre che romanziere, fu un ottimo saggista e microfono del sistema di malaffare e corruzione radicato nelle terre di Sicilia che pure trattò nei romanzi (Il giorno della civetta, per fare un esempio concreto); Italo Calvino a suo modo in una serie di saggi trattò le problematiche legate alla speculazione edilizia e alla cementificazione ed esempi di questo tipo se ne potrebbero fare a decine. I due autori restano però principalmente noti per una serie di scritti di fiction e non di critica vera e propria. A questo punto si potrebbe parlare di come e quanto la società con le sue problematiche e deficienze ispiri o abbia ispirato certi scrittori e quanto il tema sociale, l’impegno civile, sia importante, ma per ritornare alla tua domanda devo osservare che la critica, per quanto possa risultare disturbativo ai più, è uno dei generi fondanti del sapere letterario che viene tenuto di poco conto e viene spesso stigmatizzato. Esistono ottimi critici che si sono occupati con serietà ed acume ad alcuni autori/fasi letterarie arricchendo notevolmente le pagine della nostra letteratura, ma l’opinione che domina oggi è quella di considerare il critico principalmente quello che scrive in un qualche quotidiano una striminzita mezza colonna su un libro appena uscito dando un giudizio per lo più scialbo e slavato. Reputo importantissime, invece, qualora vengano curate con attenzione e con profonda conoscenza del testo/autore, le note preliminari ai testi, i commenti critici, le prefazioni e tutto quello che solitamente possiamo catalogare sotto “apparato critico”. Esso, lungi dall’essere uno strumento che vuole mostrarsi pedante, tecnico e apparentemente inutile, è uno strumento importantissimo ed essenziale per fornire una lettura di quello che ci si appresta a leggere. Perché va ricordato che quello che il critico scrive, attesta, dichiara, verga sulla carta, non è la verità assoluta alla quale bisogna assoggettarsi, ma semplicemente un commento che, pur evitando soggettivismi, implicazioni amicali/sentimentali, forze empatiche, è una interpretazione di quello che ha letto e analizzato secondo il suo bagaglio culturale e la sua particolare prospettiva. È stupido oggi fare una cosa che è stata fatta per troppo tempo nel passato, anche vicino, cioè quella di cercare di inserire il critico per la sua impostazione, tendenza, formalismo, cliché all’interno di una particolare branca o sezione della critica perché questo è un procedimento insulso, illiberale e del tutto inaccettabile che non rispetta la dignità del singolo.

 

In secondo luogo, ma non per ordine di importanza, si diceva prima che tu sei anche un narratore e hai avuto la possibilità di cimentarti nel genere del racconto (con non poche polemiche da parte dei moralisti), ora secondo te: che importanza ha il racconto nel panorama delle lettere italiane? E perché non hai sentito l’esigenza di un romanzo almeno sino ad adesso?

 

Ho avuto varie occasioni per parlare del racconto come genere sottolineando un certo timore e incomprensione per come venga considerato nel Belpaese dove sostanzialmente è assimilabile a letteratura di serie B, se non addirittura di serie C. Sulla condanna alla poca fortuna (e poco rispetto, aggiungerei) del racconto in Italia va subito detto che non è dovuto, neppur lontanamente (e chi lo sostiene è un ignorante o fa una analisi semplicistica)- alla mancanza di validi propugnatori e utilizzatori di questo genere: si pensi a Buzzati, Calvino, Sciascia, Camilleri (i cui romanzi brevi possono a ragione esser definiti anche racconti, quelli che nel gergo inglese sono short story o novellas). Questo per scartare dunque la prima falsa ipotesi che vede nella letteratura italiana principalmente un esercito di romanzieri con poche espressioni di narrativa breve. Le ragioni per cui il racconto come genere non ha mai attecchito nel panorama della scrittura in Italia a mio modo di vedere non è tanto legato con le preferenze della massa di lettori, ma piuttosto con quella del monopolio del romanzo attuato da sempre da parte dei marchi editoriali, famosi o non che siano. Si riconosce nel romanzo una maggiore professionalità nella scrittura, una più chiara ed esaustiva elaborazione del plot e dei personaggi, un artificio letterario impareggiabile, un’orchestrazione delle vicende più complessa con trame secondarie, storie collaterali che si intrecciano e dunque un prodotto finale più appetibile, ricco e interessante. Ovviamente tutto questo può essere (ed è) presente anche nel racconto.
Il racconto non è un romanzo in miniatura, né il romanzo è un’estensione di un racconto: i due generi pur affini hanno caratteristiche completamente diverse. Il racconto –o per lo meno questo è come la penso io- ha i suoi punti di forza nella freschezza del linguaggio, nella sintesi, nell’inconsapevolezza degli eventi che si descrivono e in questa brevità (che si badi non è sinonimo di semplicità perché sa che la grande capacità scrittoria del narratore è in grado di far capovolgere la storia anche con due misere righe, piuttosto che con interi capitoli di centinaia di pagine l’uno. Il racconto è stato visto come una forma espressiva incompleta, poco organizzata e curata, come una sorta di esperimento letterario, ma in realtà non è così e questo è dimostrato dal fatto che all’estero, dove addirittura è il genere prediletto o se lo contende con il romanzo (si pensi all’Inghilterra e ai paesi anglofoni) i più celebri scrittori di racconti (Patricia Highsmith, Flannery O’Connor, Raymond Carver e il recente premio Nobel per la letteratura  Alice Munro) hanno sì sperimentato anche il romanzo, ma restano celebri perché “masters of short stories”. 

La seconda domanda che mi fai, dunque, potrebbe essere risposta con le varie cose a cui ho accennato: non è detto che chi ha scritto dei racconti o ha esordito la sua carriera letteraria con questo genere evolva poi nel romanzo (e secondo me non si può neppure parlare di evoluzione perché il passaggio dal racconto al romanzo non è da intendere come miglioramento o sviluppo delle conoscenze). Essi sono due mondi a parte ed è quanto mai ridicolo e riduttivo sostenere che il racconto sia qualcosa di inferiore al romanzo.

 

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Una delle tue raccolte di racconti, La cucina arancione (TraccePerLaMeta Edizioni, 2013), ha destato molto scandalo, in parte è stata censurata, per le tematiche che affrontano i singoli racconti: ora in relazione a questo, per te la letteratura oggi che ruolo ha? In altre parole, può essere ancora un’arte di intrattenimento o deve essere altro? Parlo di una letteratura di denuncia ad esempio.

 

La cucina arancione come giustamente osservi è una raccolta di racconti pubblicata quest’anno e che ha generato qualche iniziale malumore non tanto per come i temi vengono proposti, ma per i temi stessi. La raccolta fornisce un’analisi ampia di personaggi che si trovano alle prese con delle problematiche di varia natura (patologie, manie, perversioni) che mettono in luce delle esistenze disagiate e minacciate dal gruppo umano nelle quali sono inserite. Sono personaggi che spesso sono privi di una dimensione affettiva, familiare ed amicale, ma il messaggio che intendo mandare non è allarmistico e non è che si diventa pericolosi per sé e per gli altri nel momento in cui si diventa soli ed emarginati. Il procedimento è piuttosto il contrario e lo sguardo, anche se sembra essere puntato principalmente su queste esistenze che convivono (o addirittura sopravvivono alle loro difficili anomalie mentali e psicologiche), in realtà è puntato sulla società, sulla massa, sul gruppo umano, su quel senso di comunità che dovrebbe eleggere a suoi fondamenti l’amore verso l’altro, il perseguimento della fratellanza, la condivisione e la certezza nel sistema giudiziario a garanzia del bene comune. Il libro non critica né giudica la società, ma la osserva con attenzione da distante, ne sbircia il funzionamento, senza stigmatizzare i comportamenti umani perché se questi sono di una certa natura hanno di certo un legame alla società e al suo grado di progresso. Non sempre, infatti, quelle che crediamo essere delle realtà progredite ed evolute dal punto di vista economico e culturale (la presenza di biblioteche e università consentono di definire un paese una realtà culturale?) lo sono a livello umano, solidaristico, umanitario. Raramente. Il libro non allarma, ma indaga. Non critica, ma guarda l’altro. Non disprezza, ma cerca di trovare una comprensione ad ogni realtà, ad ogni atteggiamento, pur perverso e sregolato che sia.
Per ritornare al tuo quesito sul ruolo della letteratura, è difficile dirlo. Sicuramente la letteratura non deve essere strumento di commercio come invece la logica del marketing editoriale dà manifestazione ormai da decenni, inseguendo il calciatore o la soubrette che hanno scritto un libro sulla propria vita. La letteratura non deve neppure commiserarsi, deprimersi, esprimere la sua nullità nei confronti della risoluzione di questioni pratiche, contingenti e materiali. Non è vero infatti che con la cultura (all’interno della quale inseriamo la letteratura) non si mangi (ossia non si possa guadagnare e farne quindi il proprio lavoro), anche se è giusto osservare che per i motivi sopra detti, proprio per gli sconsiderati atteggiamenti dell’editoria, la strada sembra esser per lo più sbarrata.
La letteratura, la nuova letteratura, non deve essere studiata con coercizione e ripetuta a voce alta, né verificata con obbrobriosi test a risposta multipla, ma va espressa, interpretata, ricercata eprodotta negli spazi ad essa più inconsueti. La letteratura per il suo proprio benessere deve abbandonare gerarchie e caste (che purtroppo pervadono anche le Giurie dei premi letterari sui quali, pure, ci sarebbe tanto da dire) e deve rifiutare a priori la sua considerazione di sapere “morto” perché in-concreto. La letteratura deve fornire domande e permettere all’uomo di scervellarsi, addirittura fino a logorarsi, per cercarne possibili risposte.
Chiaramente l’elemento di fondo deve essere la denuncia sociale, l’attenzione verso le condizioni disagiate e depresse, le realtà sommerse e borderline, evitando accenti di populismo e stando bene attenti anche a non sfociare nel marcato campanilismo. La letteratura deve rigenerarsi di continuo e questo non necessariamente deve essere fatto partendo dagli autori a noi contemporanei (a cui però è bene dare preminenza), ma può essere fatto anche proponendo una propria rilettura o rivisitazione di un classico intramontabile. Perché finché ci sarà qualcuno in grado di dire qualcosa di nuovo su un’opera e di saperlo fare con professionalità dimostrando acume e sapienza, allora la letteratura non perirà  mai.

 

Il sesso e le perversioni sessuali e mentali sono sempre presenti nelle tue opere e anche come critico ti sei cimentato in studi di certi autori, certi romanzieri che hanno affrontato in passato – con tanto di polemiche- certe tematiche. La domanda che sorge spontanea è quindi: parlando in termini freudiani e psicanalitici del termine, attraverso certe perversioni o certe attitudini sessuali, volendo quasi fare una storia del sesso e di come questo è mutato nel corso del tempo, tu cerchi di leggere la storia di un paese?

 

La critica su Alberto Moravia ha osservato che la gran parte delle sue opere si centralizzano attorno a due temi-sfere semantiche importantissime che sono causa degli eventi delle sue storie; questi sono sesso e soldi. Si ricordi ad esempio le vicende contenute in Gli indifferenti (1929) suo romanzo d’esordio e uno dei miei romanzi preferiti. Questo per dirti che non è possibile sviscerare le vicende umane e quelle fittizie (trasposte in letteratura) scantonando la componente sessuale. Parlare di sesso non significa parlare di amore, non sempre per lo meno. Dici bene quando affermi che mi sono dedicato ad autori che hanno dato particolare attenzione nelle loro storie a episodi che coinvolgono espressioni varie di sessualità (non sempre consentite dalla Legge né dalla morale comune) quali Ian McEwan, ma anche John Irving, Charles Bukowski e in parte anche Nabokov. Chiaramente ogni autore ha una sua idea ed interpretazione sul
tema del sesso, ma da critico è interessante indagare non tanto la mera repertazione delle citazioni magari un po’ più forti, ma il perché l’autore tratti certi argomenti e come li presenti. Nella mia analisi su McEwan in particolare si è osservato come il tema del sesso (spesso deviato) incida profondamente sulle storie da lui narrate e come sia impossibile eludere questa componente. Non sono completamente d’accordo su quanto chiedi, ovvero che l’analisi del tema del sesso possa essere anche un mezzo per dare una lettura del periodo storico narrato o vissuto dall’autore. Se le perversioni sessuali nella letteratura possono essere considerate un fenomeno abbastanza recente (si veda il grande e preoccupante successo della saga di Mr. Grey in America) non è vero che non si sia parlato di questo in passato. Lo si è fatto, ma si è censurato, le opere sono andate perse o si sono volutamente celate e quindi dimenticate anche nei successivi lavori documentaristici. Però non significa che non si sia parlato di cose che oggi sono scottanti e repellenti (ma neppure tanto) nel passato: basterà leggere degli stralci del Decamerone, dei romanzi di De Sade e della storia del libertino Casanova per rendersene conto.
Il sesso è stato da sempre al centro della vita degli uomini, uno dei motori trainanti nei rapporti sociali (e di dominio), ma è nella nostra contemporaneità che, grazie a un sistema di espressione completamente democratico e libero, può aver voce senza veli né recriminazione. Esiste ed esisterà sempre qualcuno che si scandalizzerà nel leggere qualcosa o che in pubblico si dirà disgustato per aver letto qualcosa, ma non è questione di morale. Scrivere di sesso e di perversioni non significa essere un maniaco né tanto meno non avere un proprio giudizio su quelle cose, ma è interessante come l’uomo possa rendersi protagonista (e spesso colpevole) di atteggiamenti e situazioni che vengono mossi proprio dal modo di vivere la sessualità.
Posso aggiungere che Federico García Lorca fu chiaramente omosessuale, ma non per questo negli anni ’30 venne stigmatizzato e allontanato da altri uomini di cultura. Tutti lo apprezzarono per la grande integrità intellettuale e capacità di saper parlare alla gente. I franchisti lo fucilarono con disprezzo sparandogli dei colpi anche nel sedere per la colpa di essere omosessuale (il biografo Ian Gibson riporta vari riferimenti di questo drammatico episodio).Non è parlare di sesso o avere una certa inclinazione a portare problemi e a instaurare ruggini tra gli uomini, ma è la prepotenza e la mancanza di uguaglianza. Ieri, come oggi.

 

Da critico e quindi da studioso di letteratura, mi potresti dire se la letteratura oggi può essere ingabbiata da un genere? O deve e può essere solo di genere?

 

È evidente, alla luce di quanto detto sin qui, che la risposta è negativa. La letteratura oggi non può e non deve essere ingabbiata in un genere, o corrente o movimento che dir si voglia, perché in questo modo si attuerebbe una analisi storico-cronologica che non possiamo permetterci di fare perché noi viviamo il presente e non possiamo inserirlo in un comparto stagno in sé definito e conosciuto in toto. Le categorie sono sempre state utilizzate e sono sempre state strette a tutti. Difficile riconoscersi solo in una categoria e non avere legami o collegamenti con altre categorie. John Donne, il grande poeta metafisico inglese, sosteneva che “nessun uomo è un’isola” intendendo che il senso di comunità deve necessariamente esser vissuto al plurale, in condivisione e che nessuno può arroccarsi nella sua torre d’avorio. Si rischierebbe l’emarginazione indotta, l’auto-esclusione, il vittimismo, il ripiegamento su se stessi. Tutto questo deve essere evitato.
Le categorie possono avere una loro utilità pratica e mnemonica per i ragazzi delle scuole primarie e secondarie nel legare un personaggio a un periodo storico, ma non debbono essere utilizzate in maniera pretestuosa. In Dino Campana, creatore dei Canti orfici che sono considerati espressione di frammentismo e quindi di una nuova letteratura, sperimentale e anti-classicistica, si ravvisa tra le strofe anche una certa fascinazione per uno stile che non ha nulla di avanguardistico. Govoni, che ebbe una fase crepuscolare e futurista, viene ricordato anche per la fase del “ritorno all’ordine” e all’utilizzo di una scrittura di recupero dei canoni novecenteschi. Ergo, le etichette in letteratura debbono essere scollate per sempre, permettendo al materiale letterario di essere analizzato in maniera ampia, polifonica e variegata.
Sono dell’uomo gli opposti, i contrari, gli ossimori e ciò è valido anche per la letteratura. Una stessa persona può essere un poeta romantico, un narratore gotico, un attore tragico, un saggista vittoriano, un pensatore esistenzialista. Le cose, tra loro distanti e apparentemente contrastanti, possono convivere in un’unica persona che ha prodotto più opere. Centrale in questo discorso è tutta quella componente della critica letteraria che, partendo dal concetto di intertesto elaborato da Julia Kristeva, ha permesso gli studi sulla meta-letteratura, il rapporto tra letteratura e vita, l’utilizzo del pastiche e via dicendo.

 

Da organizzatore di eventi, girando per tutta Italia, ti sarai reso conto che una nuova avanguardia si sta affacciando sempre più nel panorama letterario italiano: ora secondo te che importanza hanno i laboratori, i gruppi letterari?

 

Parlare di avanguardia è azzardato. Abbiamo conosciuto in Italia e in Europa due importanti periodi di avanguardia letteraria e artistica che sono stati fondamentali per traghettare dal prima al dopo e che hanno significato dei crocevia importantissimi. Mi riferisco alle avanguardie storiche di primo ‘900 al cui interno si trova il futurismo il cui apporto fu importante nella letteratura italiana e quelle di secondo ‘900, meno note e poco considerate: il gruppo ’63, i “novissimi”, il gruppo Beta, etc. A loro modo furono dei momenti di cesura che proposero una rottura con i vecchi schemi classicisti (la avanguardia storica) o che proposero un nuovo approccio alla letteratura proponendo vie concettuali diverse (la nuova avanguardia). Chiaramente nelle scuole (e ahimè anche alle università ci si sofferma sulle prime avanguardie, perpetuando l’ignoranza sulle seconde avanguardie che poi sono quelle a noi più vicine e interessanti da investigare).
Dicevo che parlare di avanguardia oggi è tendenzialmente sbagliato perché si rischia di adottare in questa maniera un’etichetta di definizione. Ovviamente oggi il clima letterario, sviscerata la componente editoriale chiaramente volta a un mero guadagno- è variegato e difficile da classificare. Ci sono autori che propongono idee apprezzabili e che, pur non avendo alle spalle grandi marchi editoriali che gli garantirebbero una ampia diffusione, si accontentano (lo scrittore è per sua natura un passivo da non intendere in senso negativo) di medie case editrici che offrono una diffusione scarsa o addirittura illusoria. Il fenomeno internet è chiaramente una delle anime della nuova letteratura per mezzo di siti, blog letterari, riviste digitali scaricabili, forum e quant’altro. L’errore che si fa quando si utilizzano mezzi con praticità, facilità e gratuità è quello di abusarne e va dunque detto che esistono molti spazi internet che dicono di dedicarsi alla letteratura o alla scrittura ma che lo fanno con mancanza di conoscenza, con improvvisazione e poco spessore. Molti ad esempio si cimentano nella scrittura di recensioni (la recensione è un testo critico che, di pari passo al racconto, ha poca importanza in Italia, a differenza dell’Inghilterra), ma una recensione non è una sintesi della trama, cioè una sinossi, né un commento personale che si riduce a “bello, perché…” o “non mi piace quando”. La recensione come forma testuale ha una sua fisionomia particolare che dovrebbe esser tenuta da conto perché una recensione neutra o mal fatta, oltre a non dar nessuna soddisfazione a chi la scrive, non avrà nessuna utilità per l’autore del libro. Come conclusione posso dire che la qualità fa sempre la differenza e peggio per noi se non fosse così!

 

Infine, ci potresti dire se secondo te il romanzo (intendo quello vero, non quelli che ci propinano ed è solo robetta da poco) è ancora vivo? E a che punto di crescita e consapevolezza si trova la narrativa in Italia e in Europa?

 

Per non ripetermi dirò semplicemente che il romanzo gode di vita propria nel panorama letterario italiano e la mia considerazione sul romanzo è abbastanza positiva nel senso che è forse l’unico genere che ha sempre mantenuto interesse nei lettori italiani, a dispetto della poesia che negli ultimi decenni (forse a causa della crescita esponenziale dei poeti) sta perdendo il suo seguito o radicalizzando l’interesse solo su alcune figure in particolare. La storia della letteratura italiana è percorribile benissimo attraverso la storia del romanzo, un genere che ha sempre avuto fiducia nei lettori, riscosso entusiasmo e animato ad esempio anche registi per la realizzazione filmica delle storie in esso contenuti. Si tenga presente che il fenomeno della telenovela non è altro che una rappresentazione cinematografica di una storia romanzesca che viene proposta allo spettatore diluita, fruita in piccole dosi, con una modalità seriale. I primi romanzi inglesi del ‘700 (ma ancora anche nella prima metà del ‘900) venivano pubblicati a stralci su delle riviste, proposti serialmente, proprio come una arcaica telenovela ante litteram. I punti di forza del romanzo che gli hanno concesso la sua diffusione e il mantenimento di interesse e successo sono essenzialmente due: 1) la possibilità che la storia narrata possa evolvere sempre in meglio, in una forma ideale (che poi magari non viene raggiunta), 2) il coinvolgimento del lettore che arriva ad immedesimarsi in alcuni personaggi.
Il futuro del romanzo, tanto in Italia che in Europa, lo vedo altrettanto roseo, come lo è sempre stato.

Iuri Lombardi, “La Spogliazione. Dramma dialogato in versi”, il commento di Paolo Ragni

Iuri Lombardi La Spogliazione Dramma dialogato in versi

Commento di PAOLO RAGNI

 

Tre soli personaggi a tenere il campo tutto il tempo: Giovanni Battista, don Luca, Il Nano.

Riusciranno a tenere la scena?

Sì, riusciranno, e ci sono riusciti, per quanto manchino quasi del tutto le notazioni scenografiche. Testo scritto per intero in forma poetica – dialogato, riesce però a stare in piedi in forma teatrale, nudissima e scabra quanto si vuole, ma all’altezza di tenere desta la Parola e l’Attenzione.

IDU32524.IDO21269.IDE21206.IDV21136#_CopertinaAnteriorePuò risultare inquietante una manomissione così robusta della figura del Battista, ma se la guardiamo più da vicino non è proprio così. Direi che Lombardi produce uno sforzo di attualizzazione esasperato della vicenda del Battista da renderla certamente originale, stravagante e, per la gran massa, inquietante, fuorviante e decisamente fuori posto. La storia di questo moderno Battista, di questo profeta e testimone scomodo è quanto mai inusuale: per amore, troppo amore, compie in pubblico atti omosessuali, vive una vita sbandata, raccoglie poche adepti borderline come lui. Il suo tentativo di confessione con l’incerto e stupefatto don Luca della Cipria (da notare la cipria intesa come mascheramento di fronte al denudamento della confessione) non arriva a una fine, che invece parrebbe (uso il condizionale) definirsi con la morte. Ma anche questa è un’apparenza, perché dopo l’ipotetica morte sfrangiata in un lago di sangue si presenta la voce fuori campo del Battista in un’ultima drammatica appassionatissima confessione, questa volta sì, più completa ed esauriente.

Ho detto prima la maiuscolo a Parola e Attenzione. Qui il dramma della vita, lo strappo dalla comunione umana, il tentativo disperato di un colloquio con Dio sono da misurarsi con estremo rispetto e sempre e senz’altro alla luce della lettura della Bibbia, specie del Nuovo Testamento. E così pure il dramma che si consuma, ma che non sembra arrivare alla tragedia, è da vedersi come scontro durissimo tra Parola e Silenzio: solo una grandissima Attenzione vissuta in Silenzio riesce a cogliere il senso di una testimonianza difficile, nuda e disarmata come quella del Battista.

Copia di DSC_0029La Spogliazione è senz’altro il titolo giusto per un’opera in bilico fra teatro e poesia, in un’opera in cui la confessione, la messa a nudo si riferisce, prima, agli aspetti esteriori della mostra vita, nelle sue relazioni interpersonali, nel suo tentativo di smascheramento delle convenzioni comuni, nel suo mettere in dubbio tutte le mancanze di amore di cui l’umanità è comunque colpevole, specie nel giudizio e nella condanna. E, dopo, la Spogliazione diventa messa nudo di noi stessi, in una visione in cui il Battista va alla fine a somigliare di più a un Cristo sulla croce nel suo eterno darsi, nella assoluta gratuità del proprio donarsi.

La pièce potrebbe apparire, proprio per l’esagerazione voluta del suo assunto, fin troppo scoperta. Infatti l’autore, per nulla intimorito dal coraggio certo inusuale di non volersi nascondere, affronta a piene mani il tema della confessione, intesa come proclama di vita, come tesi, come concezione generale del mondo vissuta personalmente e senza sconti, in una logica in cui niente è di intellettuale ma tutto nato vissuto consumato nel fuoco di una grandissima passione.

Viene da pensare ai grandi russi dell’Ottocento, al loro gusto per l’estremo, alle grandissime confessioni / conversioni di cui, ad esempio, è maestro Tolstoj. Viene da pensare al tragico Dostoevskij, al suo continuo dramma tra adesione e ribellione, alla identità morale estrema (rivoluzionaria o conservatrice poco importa, a Dostoevskij si deve pure fare sconto sulla coerenza).

Ecco perché l’attualizzazione della figura di San Giovanni Battista in fondo si presenta come una analisi non solo teologica sulla figura di chi vive al deserto e fuori dagli schemi, ma in maniera più ricca come di chi riesce, proprio per questo, a cogliere i segni essenziali della storia. Così le periferie squallide in cui il San Giovanni di Lombardi vive, i riferimenti ai drammi delle traversate dei profughi nel Mediterraneo, i drammi della siccità, la clandestinità sono punti essenziali della vita di oggi e dell’alterità del Battista davanti all’indifferenza in cui si addormenta buona parte dell’umanità odierna.

Il Battista non è certo un anestetizzato, ma una mente e un cuore vigile, furioso forse, appassionato al punto da pagare di persona forse anche quello che potrebbe risparmiarsi. Ma non si tratta di un banale cupio dissolvi, in quanto il dramma di amore che brucia il cuore e la carne del Battista è appunto un dramma di chi ama tantissimo la vita. Anche qui l’occhio strizza a Dostoevskij e al gusto del paradosso, che, in fondo, è tipico del Cristianesimo più radicale ed estremo.

A Lorenzo Spurio va il merito di avere saputo indagare, con la consueta finezza critica, molti punti che potrebbero rimanere altrimenti in penombra, e che lui sa interpretare sulla scorta di una conoscenza completa dell’opera di Lombardi. Mi permetto solo di aggiungere che probabilmente la Spogliazione è assai più rituale e coerente con i valori cristiani di quanto sembrerebbe arguire Lorenzo Spurio. La pièce reinterpreta il nocciolo profondo del cristianesimo, in maniera che solo apparentemente ed arbitrariamente può sembrare blasfema. In realtà, è solo il nostro modo tradizionale di vedere la spiritualità cristiana che ci può fare ritenere new age il Battista. E’, casomai, molto più vicino, invece, ai grandi rivoluzionari come san Francesco e a tutti coloro che sono stati ritenuti pazzi pur rimanendo scrupolosamente all’interno dell’ortodossia. Finire al rogo per eretico non significava esserlo, in quanto l’eresia poteva consistere esattamente nell’aderenza al messaggio di Gesù Cristo, mentre eretici erano proprio i tribunali civili ed ecclesiastici. Quanto sono stati considerati eretici dal comune perbenismo i vari padre Balducci, don Gallo e don Santoro? Mi limito a citare solo questi, in quanto, probabilmente, la risposta più aderente alla Spogliazione è solo l’invito alla lettura del Quinto Evangelio, di Mario Pomilo, vero e proprio esempio di controscrittura e controrilettura dello scontro tra regola e sincerità, tra lettera e fede, tra morte e vita.

PAOLO RAGNI

01-05-2014

“La questione della lingua e la questione dei soggetti: il senso della esclusione dalla storia nel romanzo” di IURI LOMBARDI

a cura di IURI LOMBARDI
E’ sempre più complesso parlare di lingua nell’età liquida, in particolare per quanto concerne il romanzo. Il romanzo che da sempre, dal momento che vide la luce come genere, ha in sé il senso dell’unità e della misura; quell’etimo ideologico, intelaiatura o architettura che dir si voglia: è organico per eccellenza. E per organico, dal punto di vista non solo stilistico (secondo il mio parere si può e si deve iniziare a parlare di stile dalla nascita del romanzo), si intende quel blocco unico che nel suo insieme ricrea un medesimo microcosmo, una dialettica, in termini Hegeliani, di contrasto tra il fuori e il dentro al sé, cioè il dentro del romanzo, a partire, ed è una delle tante unità di misura, dalla lingua. Il romanzo, che come genere vide la sua nascita nell’Inghilterra del preromanticismo, non solo pose un nuovo modo di vedere la realtà circostante (da prima unilaterale, poi sempre più corale), ma fece da spartiacque alla questione della lingua, sino allora adoperata per due generi soltanto, quindi in parte propriamente di settore: per la poesia (allora solo lirica) e per la drammaturgia. C’era poi la lingua giornalistica delle celebri gazzette o periodici di settore, che altro non era che un fanalino di coda della lingua della poesia perpetuata nella prosa di cronaca. Il romanzo è lo attante di una rivoluzione non solo di genere, non solo letteraria, ma di costume, psicologica, antropologico e trova nel suo essere non riforma del possibile ma rivoluzione, di unità nella lingua. Lingua che si evolve, non strettamente legata alla questione del bel suono, delle sillabe e del metro, né della forma dialogata, subordinata ad una lingua di regia, quindi didascalica, e che vive al di là della letteratura, entra nel quotidiano: diventa linguaggio del narrabile. E il linguaggio del narrante, coincidente a quello dello attante, inaugura, volente o nolente, l’età dell’industria. Stagione dell’industria che nel mio dire non è sinonimo di rivoluzione industriale – che rimane a prescindere un periodo legato alla storiografia della storia-, ma si tratta di una età in cui l’uomo inaugura un nuovo epos proprio nella narrativa tramite il romanzo. L’etimo della parola industria significa per l’appunto operosità ed è da questa stagione dell’operosità – del cambiamento sociale che si ebbe, con la nascita di lì a poco delle congregazioni politiche moderne, gestione del lavoro, suddivisione sociale ecc- che muta per sempre il punto di vista del tangibile. Il romanzo, genere magistrale per eccellenza, è rivoluzione in quanto punto di vista, lettura del tangibile, analisi e indagine antropologica della realtà umana. Indagine che si muove sul piano narrativo per ristabilire il senso del mito (de)costruendolo da prima e ripristinarlo poi. In sostanza, il romanzo è il ritorno del mito, dell’eterno, è l’affermazione di una nuova mitologia rapportata all’età dell’industria, del moderno.
savianeomnibusQuesta rivoluzione, tuttavia, si ebbe principalmente nella lingua, in Italia con i Promessi sposi, lo sciacquare i panni in Arno del Manzoni, il romanzo trova genesi della propendesi dell’unità politica e amministrativa della nazione. Quindi, coincide con una rivoluzione di costume che fece da laboratorio di una lingua non solo letteraria ma unitaria. Il romanzo entrava con occhio indiscreto da parte dell’io autoriale ( e non discuto qui in questa sede l’idea proustiana tra l’io scrivente e l’io narrante, ossia tra l’uomo e la sua opera) nella realtà del quotidiana proiettandola verso una unità, una organicità contemplativa del reale. La rivoluzione e non la riforma – sino ad ora i passaggi e i dibattiti accademici sulla lingua si limitarono alla poesia da Dante e Petrarca sino a Bembo e poi sino alla Arcadia- fu quella di autenticare un passaggio storico attraverso la lingua. Lingua che non era e non coincideva solo nell’uso quotidiano (vediamo la variante del fiorentino coevo e colto del Manzoni), ma nell’uso europeo, che si faceva meta-linguaggio che oltrepassava la lingua foneticamente intesa, per costituirsi essa stessa linguaggio tangibile, reale. Il romanzo quindi diventava il manifesto patriottico, la lingua di un paese, sia essa d’espressione poetica o contemplativa, sia essa di servizio, ossia spicciola, sempre identica ad un grado di identità universale che parlava e poneva al centro della sua indagine l’uomo con i suoi sentimenti, le paure, la mimica. Diventava quindi espressione di un linguaggio. Linguaggio dell’operativo, industriale. E partendo dal presupposto che la realtà è linguaggio, il tangibile non esiste in quanto intrappolato dalle maglie, dal dramma del linguaggio, e che quindi il reale nella rivisitazione dell’uomo come direbbe Lacan non è altro che il passaggio costante e continuo dal visionario al simbolico, ma come linguaggio ci si deve riferire all’uomo e a quanto lo circonda, il romanzo fu il promotore di questa ermeneutica del linguaggio. Ermeneutica che lo attante-romanzo, intesa come rivoluzione e in termini di crescita, di sviluppo e sperimentazione della lingua, s’ebbe proprio nel passaggio uterino del genere narrativo quando questi, se pur inversamente proporzionale alla storia di un continente, l’Europa, visse l’accordo tra il visionario al simbolico. In altri termini il romanzo smise d’essere espressione linguistica e di linguaggio, laboratorio di sperimentazione della lingua, in coincidenza del passaggio dalla stagione industriale o paleo-capitalistica a quella capitalistica e tecnologica. Qui, in questa stagione muore la lingua del romanzo per essere soppiantata violentemente dalla lingua della tecnologia, quindi da una lingua media e standard, inodore, incolore: la lingua della comunicazione internazionale. Il linguaggio della tecnologia.
Il romanzo stesso diventa quindi massificato, non più un opera da contemplare, se vogliamo buttarla sul piano dell’empatia, ma da consumare. In altri termini, il romanzo, sia esso epistolare, storico, sociale, ecc, diventa un’opera aritmetica che blocca l’indagine ermeneutica ed esegetica se non addirittura interpretativa della lingua e del linguaggio: è il prodotto commerciale. Quindi diventa lo spettro di se stesso, lo specchio cui si riflette la propria morte. Il romanzo, che chiamerei narrativa massificata, diventa consolazione dal punto di vista empatico, mezzo di estraneazione del pensiero dal punto di vista letterario. Diventa il vessillo, il baluardo e l’armatura dell’uomo medio, della società alienata e destituita da un tipo di linguaggio lontana dalla sua natura. La lingua stessa, non più suddivisibile in generi, diventa unificata, tranne rare eccezioni, e non più di indagine. Come il linguaggio tecnologico si fa meta-testuale, meta-linguistica, ossia somma di allusioni, di interscambi apparentemente plurimi ma fortemente isolati. Il romanzo che non compie più la rivoluzione linguistica è privo di destinatario e la sua lingua prevede adesso solo due protagonisti: il solito mittente che si sdoppia. Come un socia-network, le chat acquisisce un linguaggio di sola andata, in cui la condivisione è alta ma non prevede più un messaggio, diventando di volta in volta solo identica forma che si perpetua all’infinito. Il linguaggio, inteso come insieme dei segni, del romanzo non è più contemplativo, ma di consumo. Il suo linguaggio è quindi neutro e senza una posizione ideologica o una intelaiatura ontologica. Si rinnova nell’autenticarsi della ripetizione come diceva Deluze.
Ma la morte del romanzo, intesa come fine ontologica ed ermeneutica del linguaggio e del suo fine, come possibile messaggio, significato di un significante, si ripercuote anche nei contenuti, nei soggetti sviluppati. L’io scrivente ricattato dalle logiche di mercato e del piacere comune (infatti anche coloro che non sono vincolati commettono lo stesso peccato) non s’addentra in indagini vere, non va a riflettere la dimensione del reale, ma si limita a vederne e a narrarne solo gli aspetti marginali, i più minuti dando espressione ad un immobilismo disarmante. Espressione non presente nei libri di intrattenimento degli anni 60 o 70 fino agli 80 del novecento, in cui anche se la lingua era bloccata e morta, già una premessa alla lingua tecnologica, erano comunque uno squarcio di analisi del vissuto capitalistico o consumistico. Basti pensare a ruote di Arthue Hailey, oppure all’ultimo Moravia, o ancora al Saviane degli anni settanta del novecento, le cui opere erano concepite attraverso un linguaggio non più letterario ma pseudo- tecnologico. Ora, è assai importante capire cosa intendo o si può caratterizzare per pseudo-tecnologico; ebbene, tale definizione appartiene, storicizzando, ad una stagione prima dell’avvento della tecnologia reale. Il linguaggio quindi tecnologico – che in parte può essere associato, ma soli in pochi ed esuli casi ad un linguaggio neo-letterario, in quanto identificativo per lo scrittore – lo si può vedere in Saviane, piuttosto che in Prisco o in Brancati. In Saviane, infatti, l’unità linguistica e stilistica viene attentata da un linguaggio tecnologico con il frequente passaggio dall’io alla terza persona, come esercizio ludico che permette allo scrittore di sperimentare una propria lingua, un proprio linguaggio, e al lettore di essere coautore della pagina. E questo può ricordare, ma si va per associazioni, limitandosi ad una considerazione appena delineata, il linguaggio dei video game, dei social-network, se pur rapportato in un ambito letterario. Se Saviane è infatti riconoscibile per questa peculiarità stilistica, Alberto Moravia scrivendo in un italiano standard non lo si riconosce, se non per i contenuti e le sue tesi sulla omologazione dell’uomo contemporaneo.
Ora, alla luce di quanto detto, il romanzo prima di morire – cioè prima di essere un prodotto commerciale – compie assieme alla lingua una ulteriore rivoluzione: quella di spingere la morte in primo piano, lo scabroso, l’orrido, il non dicibile, a differenza del teatro – disquisendo in termini aristotelici dell’unità di tempo e di azione e di luogo- che invece ebbe ad occultarla per secoli. Se infatti nel teatro la morte poteva avvenire solo dietro le quinte e quindi non svelata al grande pubblico (era permessa solo la notizia, tramite il coro o un personaggio protagonista), il romanzo la mette in primo piano. Avviene il debutto della morte. Un esordire dello scandalo, del poco ortodosso che squarcia i veli del pudore e – ecco la rivoluzione del linguaggio- l’oltraggio avviene non tradendo la tradizione ma allineandosi con il gusto della massa. Dalla stagione industriale in poi, vale a dire dal tempo del romanzo, il pubblico sembra abituarsi allo scandalo, alimentarsi di questo, vuoi per alibi vuoi per occulte ragioni, e la letteratura compie un balzo secolare. Il romanzo sembra acquisire le ragioni di una partita senza precedenti. Il genere per eccellenza per secoli rimarrà e funzionerà come specchio del sociale. Uno specchio che si infrange solo dopo, secoli dopo, quando il romanzo diventa un prodotto commerciale, non più un’opera di contemplazione, e quindi non più il messaggero popolare.

Se la morte del romanzo la dobbiamo quindi all’arresto della evoluzione linguistica da intendersi come sperimentazione nell’ambito della letteratura, questa avviene anche perché altre realtà linguistiche (vedi il cinema, internet ecc) lo hanno soppiantato, portando questi a non essere più lo specchio del reale. Ad essere un prodotto di puro intrattenimento. Un oggetto di scambio oramai troppo indebolito per essere portavoce di un atto rivoluzionario. Esso stesso non è più lui: sopravvive come merce di consumo.

 

IURI LOMBARDI

Firenze, 19-03-2014

 

Sabato 5 Aprile a Firenze la premiazione del 2° Concorso Lett. “Segreti di Pulcinella”

locandina SDP-page-001

 Qui si può consultare il verbale della Giuria e i nominativi dei vincitori e dei segnalati:  https://blogletteratura.com/2014/01/21/verbale-di-giuria-del-ii-concorso-letterario-segreti-di-pulcinella/

 

 

Iuri Lombardi su “La cucina arancione” di Lorenzo Spurio

        La cucina arancione: quando la de-costruzione diventa un atto di verità

Di IURI LOMBARDI

 

 

cover_frontLa cucina arancione, la raccolta di racconti di Lorenzo Spurio edita nel 2013 da Tracce per la meta edizioni, oltre ad essere un libro interessante, pieno di spunti e di riferimenti, oltre ad essere una netta e chiara (inequivocabile) indagine di un mondo minuto, emarginato, nascosto, che alberga in noi oltre che ai margini prestabiliti dal sociale, è sopratutto un’opera post-moderna in cui Lorenzo (anche in questo caso chiamo per nome lo scrittore perché gli sono amico) si colloca a pieno in un filone preciso della letteratura contemporanea (a mio avviso l’unica possibile): quella del post-moderno. Filone che se in apparenza un critico può nutrire perplessità nel definirlo, ha tuttavia dei connotati precisi che di seguito vorrei esprimere in termini storiografici.

In primo luogo, la caratteristica principale del post-moderno è sicuramente la de-costruzione di ogni classica funzione che per secoli ha avuto la letteratura. E in primo piano, la de-costruzione del classico (de-mode e anti-storico) mette in luce non solo un mutamento di rotta sulla lingua (non più conservatrice), non solo nello stile, che diventa per forza di cose un catalizzatore di eventi linguistici e ipertestuali, ma compie una rivoluzione – e consentitemi di affermare gobettiana- nel porre come protagonista della propria storia l’emarginato, il prossimo del quotidiano, volendo l’uomo medio gonfio di solitudine e di paranoie, di paure e di fobie.

Questa è in primo luogo la caratteristica della Cucina arancione. Un libro rivoluzionario – in termini, ripeto, gobettiani della parola- che mai come adesso nel panorama editoriale italiano s’era visto. Infatti, in luce di quanto sostenuto sino ad ora, l’opera di Spurio è una indagine diretta, quasi un punto di osservazione continuo, una sequenza di storie apparentemente lontane dalla normalità che quasi al lettore medio creano scandalo.

Lorenzo si cala nei panni di un viaggiatore di un mondo sconosciuto, da noi tutto saputo ma celato per timore del pregiudizio, in cui lui stesso da scrittore è costretto, vuoi per piacere della scrittura, vuoi perché curioso, a narrarci questa realtà costituita solo da muri, da alte saracinesche di paure e fobie, di paranoie e di ripetizioni. Ripetizioni di gesti, di riti quotidiani che andando ad oggettivare la materia d’indagine diventano interessanti spunti su di un contesto o più contesti sommersi alla maggioranza delle persone. E la ripetizione dei gesti, delle paure che si rinnovano regolarmente in un tempo x sono parte integrante di una nostra forma mentis che il più delle volte allontaniamo da noi per paura. L’indagine di Spurio (notevole critico letterario e studioso di un certo tipo di letteratura psicologica) fonda sulla ripetizione la propria poetica, quasi avesse assorbito in pieno e in modo positivo e costruttivo la lezione dei funzionalisti francesi, in particolare di Deleuze e Derrida. Infatti tra le righe della cucina arancione si possono cogliere una serie di spunti che legano, volente o non, la narrativa alla questione del linguaggio psicanalitico. E questo viene fuori, emerge come un relitto dalle acque profonde del mare, quasi portato a galla dalle correnti di una volontà remota, non solo nei contenuti (in cui il protagonista è l’anti-eroe), ma in particolare nella lingua.

Una lingua che nell’atto della descrizione si fa distante e riesce ad oggettivare la cosa narrata quasi come se l’autore non volesse intaccare l’oggetto conferito con la propria emozione o personalità. Esperimento questo che somiglia molto alla lezione del romanzo scientifico dei naturalisti francesi, del Verga e del Capuana per un contesto agreste e italiano, per il teatro somigliante all’epicità di Brecht.

In altre parole, si tratta di una lingua diretta, senza inflessioni emotive, che racconta il narrato con scientificità e rigore assoluto, dando al lettore la possibilità di interagire all’interno della storia come figura protagonista. Figura che ha il compito di ultimare il racconto attraverso una riflessione che trova con l’ipertestualità del testo una propria alchimia. E questo è tipico del post-moderno.

 

Altro aspetto, direi non marginale, è il discorso dello spazio/tempo come nel racconto Jonny, in cui una realtà cela e si sovrappone ad un altra, per cui il tempo e lo spazio diventano un disegno teatrale, drammatico della nostra vita. Spazio/ tempo che si annida e si esplicita in più tempi e in più spazi attraverso riti quotidiani, paure, cose non dette. Questo aspetto svela in Spurio una cultura sociologica del vedere la letteratura, nello specifico la narrativa, in cui il pensiero di Durkheim[1] e di Debord[2] trapela come interrogativo mai risolto sul nostro tempo.

Quel senso di morte (fisica e simbolica) che si respira in Durkheim pare lambire, albergare nei personaggi della Cucina arancione, come se la vita di questi si alimentasse di uno spazio/tempo proprio, fosse costellata di suicidi violenti sia verbali che fisici. Si tratta in sostanza, di attentati verso il proprio essere continui che pare non trovino soluzione.

In secondo luogo, il contesto calato in un contesto altrettanto drammatico, allude o può ricordare la famosa società dello spettacolo di Debord, in cui l’idea dell’altro e della propria persona è minacciata dall’equivoco costante e continuo dei giornali e delle immagini. Ed eccoci al punto: la cucina arancione, pur essendo un libro di racconti, è una sequenza di scene drammatiche in cui la realtà di noi tutti trova il suo naturale palcoscenico. Si tratta di una scena dolorosa, piena di traumi e paure, di muri invalicabili, in cui l’osceno non avendo più pudore di sorta (e dico in termini letterari giustamente) balza in primo piano facendo dell’opera un teatro alla Artaud[3]. Si tratta della narrativa del crudele: dello svelamento della verità. Di una verità dolorosa, antipatica, sofferente che alberga nell’uomo, ad ogni livello o estrazione sociale, che fa della vita una esistenza ferita[4].

 

27.02.2014

                                                                                   Iuri Lombardi


[1]Durkheim, Il suicidio, Bur, 2013

[2]Debord, la società dello spettacolo, Baldini e Castoldi, 2011

[3]Artaud, il teatro e il suo doppio, Einaudi, 2000

[4]Moravia, l’esistenza ferita, Feltrinelli, 1999

Iuri Lombardi drammaturgo: esce “La Spogliazione”

La Spogliazione (dramma in versi liberi) 
di Iuri Lombardi
con prefazione di Lorenzo Spurio
Photocity Edizioni, 2013
ISBN: 978-88-6682-538-8 
 
 
Dalla Prefazione di Lorenzo Spurio si legge:

IDU32524.IDO21269.IDE21206.IDV21136#_CopertinaAnterioreLa Spogliazione non è che una riscrittura del personaggio biblico di San Giovanni Battista che viene a trovarsi nella nostra attualità. Del Battista originario c’è poco […] ed esso in effetti è un punto di partenza pretestuoso per Lombardi che sviluppa una storia singolare, drammatica, che fa riflettere o che addirittura può far inalberare qualcuno. Perché in questa attualizzazione del Battista, Lombardi non può far altro che adoperare un abbassamento del personaggio […] che corrisponde direttamente a una progressiva perdita della sacralità per le sue malefatte: l’essersi reso responsabile (e non colpevole, si badi bene!) a un atto di sodomia, l’aver fornicato, l’aver adottato atteggiamenti e frequentazioni poco consoni a un esponente del Clero.

Il libro può essere acquistato a questo link.

Lorenzo Spurio intervista l’iconoclasta Iuri Lombardi

INTERVISTA A IURI LOMBARDI

 

A cura di Lorenzo Spurio

 

Iuri Lombardi, poeta e scrittore fiorentino, è un personaggio eclettico e complesso che anima la cultura fiorentina e nazionale per mezzo di un gran numero di attività inerenti all’amore per la letteratura e non solo. Tra queste vanno enumerate numerose presentazioni di libri di esordienti e di artisti leggermente più affermati, presenze come giurato in concorsi letterari di poesia e narrativa e il suo incarico di Presidente dell’Associazione Culturale Poetikanten, un gruppo poetico-musicale che si dedica alla diffusione di poesia e canzoni impregnata sul tema della denuncia e dello sdegno sociale.

Ampia e variegata la produzione scritta di Iuri Lombardi tra numerose poesie (pubblicate su vari numeri della rivista Segreti di Pulcinella), romanzi, raccolte di racconti e saggi.

 

  

LS: La prima domanda è sempre la più difficile e intricata, ma serve anche per rompere un po’ il ghiaccio. Il quesito che ti pongo è quale valore ricopre oggigiorno la letteratura e quale, invece, funzione dovrebbe secondo te avere?

IL: Nel nostro presente storico purtroppo la letteratura, o meglio la letteratura di un certo tipo, che è quella che troviamo nei supermercati, in libreria, nei vari punti vendita; vale a dire la letteratura di produzione, ha un ruolo solo intrattenitivo nel senso più ampio del termine. Si tratta per la maggiore di operazioni commerciali per cui il libro, l’opera in sé, è solo un prodotto commerciabile, ma in esso non c’è uno spirito creativo vero; mancano a mio avviso di espressione, di sperimentazione, di studio: in poche parole di stile. Un autore, invece, che fa o dovrebbe fare letteratura necessita di avere una propria filosofia, una teoria del pensiero, aver sviluppato in linea ermeneutica un proprio senso di estetica. Senso critico, sperimentazione, studio, pensiero completamente assenti in un tipo di letteratura commerciale. Però in questo labirinto sconclusionato e assai approssimativo, per non dire scontato, vi sono autori che promuovono una letteratura autorevole, piena di significati, riconoscibile come stile, non anonima, lontana dai prototipi delle grandi produzioni. Questi autori fanno una vera operazione letteraria e danno, a mio avviso, un senso compiuto all’operare letterario. Vale a dire, in altre parole, cercano di aprire le coscienze, dare il significato al ruolo della letteratura che a livello europeo sta perdendo competitività e dignità.

La letteratura dovrebbe essere una denuncia continua, una messa in discussione sui valori che ci hanno tramandato. In poche parole: le lettere dovrebbero avere un ruolo di smantellamento, di decostruzione. Se un’opera non crea interrogazione, dubbi al lettore che senso ha? Se il lettore non ha le vertigini a leggere, non gli viene l’angoscia, non si scandalizza che senso ha la letteratura? Ecco, la letteratura deve generare dubbi e non certezze, non riposte. Lo scrittore, il poeta non è uno scienziato, un medico, un fisico; è per certi versi un operatore dell’occulto e deve denunciare: essere il portatore sano di dubbi, di ribellione. Insomma, l’opera letteraria, sia in prosa sia in versi, deve essere una summa di atti del non dicibile, del non confessabile e lo scrittore deve esserne l’apostolo. Il poeta quindi opera su di un piano empirico e non determinalistico come lo scienziato.    

  

Copia di DSC_0029LS: Stai per uscire con un nuovo progetto editoriale, un libricino dal titolo La Spogliazione che è un dramma in versi liberi. Puoi dirci come mai hai deciso di tentare la “via teatrale”?

IL: La via teatrale l’ho raggiunta per la smania di sperimentare sempre cose nuove per quanto concerne la scrittura. Sapermi misurare con forme diverse e simili è un tipo di operazione che mi interessa molto. Debbo, tuttavia, specificare che la scrittura teatrale da me proposta è però legata alla parola più che alla scena: è un’operetta, un dramma scritto da un poeta e non da un drammaturgo, e la cosa è pienamente diversa. Un’opera teatrale scritta da un addetto alle scene, da un commediografo, per intendersi, da un Becket di turno, è pensata per la scena, mentre io propongo una scrittura di stato, cioè non di scena, una sceneggiatura precostituita che sì può essere rappresentata, ma rende molto di più sul bianco e nero della pagina. D’altronde non è la prima volta che un poeta si cimenta a scrivere un dramma; in Italia lo fece Pasolini, poi Roversi, Silone, Testori, Luzi e tanti altri ma se uno legge quelle scritture si accorge che dietro vi è una logica di poesia e non drammaturgica. Mentre se uno legge Pirandello, De Filippo, Bene, si accorge che è un altro tipo di teatro: che è quello un teatro vero, non schematico, non imprigionato dalla parola. La stessa scelta di averlo scritto in versi piuttosto che in prosa è significativa ai fini dell’obbiettivo. Il mio fine è, infatti, quello di sperimentare la scrittura e lo faccio regolarmente con poesia, prosa, saggistica, adesso il teatro e poi come paroliere di testi per canzone che ho scritto in passato recente e che ogni tanto compongo, vivendo un modo di assentarsi per x tempo dalla letteratura e dalla forma di una letteratura tradizionale per poi tornare da essa più consapevole di prima. Tradire un ideale di forma, di contenuto, di sperimentazione implica al ritorno una chiarezza e una maturità senza pari.

  

LS: La Spogliazione propone una sorta di riscrittura iconoclasta delle vicende di San Giovanni Battista. La sua figura, riscritta e clamorosamente parodiata, risulta alla fine praticamente distorta. Perché per lo sviluppo del tuo libro hai deciso di partire proprio da un personaggio religioso?

Sei consapevole del fatto che questo potrebbe portarti delle accuse o aprire a delle polemiche?

IL: Partiamo dal presupposto che tutta la mia opera è per la maggiore iconoclasta. Credo che una certa iconoclastia, e per certi versi una certa blasfemia sia tipica del post-moderno e di ciò che è annesso a questo come essenza storica. Sulla scelta di San Giovanni Battista è perché da sempre sono affascinato da questa figura, trovandola tremendamente evocativa e suggestiva. Come sono attratto dalla figura di San Paolo, ad esempio.

Mentre per quanto concerne il discorso della parodia è dovuto ad un tentativo di decostruzione del mito, sia esso sacro o profano, per renderlo più umano, tangibile. Il decostruire, lo smantellare serve proprio a questo: rendere una figura in carne e d’ossa, renderla simile a te, al tuo prossimo. Consapevole di attirarmi addosso proteste, scandali, ecc. Ma credimi Lorenzo, il rischio ne vale la pena.

 

 LS: Nella tua letteratura ricorre con una grande frequenza il tema della sessualità che viene descritto in maniera diretta, senza particolare formalismi, e con il quale spesso vai ad indagare quelli che potremmo definire dei casi-limite, delle espressioni di sessualità che possono essere viste dalla gente come forme di non-conformismo o addirittura di frivola perversione. Quanto pensi sia importante affrescare la componente sessuale dei protagonisti dei quali narri?

IL: Il sesso non è da considerarsi l’atto in sé (banale tra l’altro), ma deve essere considerato parte del linguaggio. La realtà alla fine non esiste è solo una somma di rappresentazioni e di interpretazioni. La vita di un uomo, di noi tutti è irrimediabilmente compromessa dal linguaggio e da tutte le sue componenti: è da lì che nasce l’incomprensione umana, il dolore ontologico.

Il sesso poi è fondamentale, perché è l’atto – ma direi la somma algebrica del linguaggio- in cui si aggiungano pezzi di significanti e non di significati. Nel sesso si comunica non portando a termine il discorso: ecco perché mi interessa particolarmente. In esso, essendo apologia del linguaggio, vi è tutta l’espressione umana del reale, dello stato di cose; a partire dalla ripetizione dell’amplesso che ci ricorda di come la vita essendo somma di presenti, di interpretazioni e la realtà percezione quindi teatralità del nulla, del vuoto, avviene il miracolo dell’esistenza.

I miei personaggi, che sono gli eroi di tutti i giorni, l’uomo non considerato, non possono essere estraniati da questa forma o pezzo di vita; solo così diventano reali.

  

LS: Recentemente hai lavorato ad un saggio che si compone di una tua lucida analisi sullo stato attuale della letteratura (soprattutto italiana) e di una seconda parte dove dai spazio ad alcuni autori (poeti, scrittori, critici) contemporanei tuoi amici ponendo loro domande inerenti al loro percorso letterario. Come mai l’esigenza di scrivere un saggio sulla letteratura, per te che comunemente non ti consideri un critico letterario?

IL: In primo luogo, per smania di sperimentare cose nuove. In secondo luogo, perché sentivo l’esigenza di mettere per iscritto una teoria nuova per una nuova letteratura. Credo alla fine che la letteratura vera, quella sperimentale, non commerciabile, non vendibile, in gran parte sommersa vada saputa, conosciuta, affrontata senza sé e senza ma. In Italia, ecco poi la decisione di svolgere la seconda parte del saggio a colleghi e amici che hanno a che fare con le lettere e simili, purtroppo questo sommerso fa da padrone. Noi autori del post-moderno dobbiamo occuparci del sommerso, altrimenti ci si allinea al sistema si vende molto, ci si fa la villa al mare, in montagna e chi si è visto si è visto. Io non la penso così: credo invece in una nuova letteratura di denuncia, di messa in scena sulla carta di una nuova mitologia. Di una letteratura che parla dei nostri simili e non di principi dagli occhi azzurri e principesse sul pisello. Ecco la decisione che mi ha portato a scrivere questo saggio.

  

LS: Oltre al mondo del sesso con tutte le sue implicazioni, nella tua scrittura si fa spesso ricorso a un linguaggio di carattere religioso con frequenti utilizzo di parole quale ‘eresia’, ‘condanna’, ‘miracolo’, ‘risorgere’, etc. Non è un caso che un tuo recente racconto porti il titolo di Iuri dei Miracoli (Photocity Edizioni, 2012). Come mai l’utilizzo di una semantica legata al cattolicesimo quando invece il messaggio che mandi non ha nulla a che vedere con la liturgia e il credo?

IL: Ma perché, come sosteneva Benedetto Croce, non possiamo definirci non cristiani. In un paese come l’Italia anche un ateo è cristiano. Per quanto riguarda me, io sento la necessità di confrontarmi quotidianamente con il mito, sia esso religioso o laico. C’entra in tutto questo sempre un discorso legato alla decostruzione, ad un rinnovamento dei nostri valori, del nostro vivere.

Tu mi hai citato Iuri dei Miracoli, ma io direi anche La Camicia di Sardanapalo, uscito lo scorso autunno e che è un manifesto della decostruzione per eccesso. Si tratta di una raccolta di racconti affollata di poveri cristi che debbono, per una questione di sopravvivenza, misurarsi tutti i giorni con un’idea sacra di esistenza.

Infine, credo che non si possa estraniarci dalla religione, dal credo. Essa è parte integrante di una cultura, del nostro linguaggio.

  

Copertina La camicia di SardanapaloLS: Uno dei generi ai quali ricorri con maggior frequenza è il racconto breve che, come sappiamo, in Italia non ha mai goduto di grande fama a differenza dei paesi anglo-sassoni. Che cosa ha secondo te il racconto di peculiare e di importante che lo rende un genere affine, ma al contempo distante e indipendente dal romanzo?

IL: Il racconto è il genere letterario che prediligo in quanto lo trovo perfetto in sé: sintesi, linguaggio, stilismo nel racconto c’è tutto. E poi il racconto lo si può leggere ovunque, senza rubare tanto tempo al quotidiano.

In secondo luogo, quello che mi affascina di questo genere è il fatto che in Europa esso sia rimasto ai margini rispetto al romanzo: e per me tutto ciò che è emarginazione piace. Mettiamola così: è un modo per dare dignità ad una forma non considerata.

In Italia poi abbiamo avuti grandi maestri del racconto da Sciascia a Buzzati, da Calvino a Comisso, sino a Testori, Bianciardi, Pavese. É una questione di pensare la letteratura in un certo modo, di viverla in una certa maniera.

 

 LS: Una delle prerogative dell’artista post-moderno (sia esso scrittore, pittore o cantante) è la consapevolezza della necessità di uscire dal proprio individualismo –tendenza che ha dominato per troppo tempo nella letteratura- per costruire invece progetti collaborativi, di coesione e di interdipendenza anche tra le varie arti. Secondo te l’artista che si rinchiude nella sua torre d’avorio, scrivendo i suoi testi per inviarli ai concorsi e parteciparvi quando viene premiato, rifiutando invece di collaborare a riviste, collettivi, gruppi, presentazioni condivise, forum o quant’altro, è un modo accettabile di “far letteratura” o non ha senso? Perché?

IL: Oggi non esiste più la voce dell’artista. Esistono voci. Oggi l’artista, sia esso cantante, scrittore, poeta, vive in relazione ai laboratori, ad un collettivo di colleghi: compie un gioco di squadra. Ecco perché fondai i PoetiKanten un anno fa, l’associazione che ho a Firenze e della quale sono presidente. Proprio per questo. Oggi un artista deve essere interventista, in senso pacifico del termine, deve sapersi confrontare con la realtà, non vivere in una torre d’avorio, prendere confidenza con il suo presente, il suo tempo, ma soprattutto parlare con il tangibile, il concreto.

  

LS: Da bibliofilo e amante della letteratura, potresti dirci quali sono i tuoi autori preferiti e che cosa apprezzi di ciascuno di essi?

IL: Ho risposto molteplici volte a questa domanda. In primis, Ferdinn Cèline, poi Joyce, i veri capisaldi della letteratura occidentale, poi di seguito moltissimo gli ispano-americani, certi spagnoli, moltissimo la letteratura femminile francese del novecento.

  

LS: Quali sono i prossimi progetti che ti vedranno impegnato?

IL: Vorrei tornare al romanzo. Ne sento proprio l’esigenza. Ho un nuovo soggetto in testa da sviluppare, ma ci vorrà qualche tempo. Poi ovviamente continuare con la poesia, genere che amo e che vivo come esigenza per sopravvivere. E poi dedicarmi alla mia associazione, cercando di portare la cultura tra la gente, nei luoghi desueti, abbattere certe barriere. Ma la battaglia è lunga e la sfida è assai ardua. Ce la faranno i nostri eroi?

 

 

02-02-2014

III Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” – il bando

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III Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”

Immagine 

BANDO DI PARTECIPAZIONE

 

Con il Patrocinio dell’Assessorato alla Cultura Creatività e Promozione Artistica di Roma Capitale e dei Comuni di Brescia, Jesi (AN), Dronero (CN), Blog Letteratura e Cultura, la rivista di letteratura “Euterpe”, Deliri Progressivi e l’Associazione Culturale Poetikanten Onlus bandiscono la III edizione del Premio di Poesia “L’arte in versi” la cui partecipazione è articolata dal presente bando.

 

Il concorso è articolato in due sezioni, entrambe a tema libero:

a)        sezione A – poesia in lingua italiana

b)        sezione B – poesia in dialetto (accompagnata da relativa traduzione in italiano)

 

Le poesie presentate al concorso potranno essere edite o inedite, ma non dovranno aver ottenuto un riconoscimento in un precedente concorso letterario.

 

Ciascun autore potrà inviare un massimo di due poesie per ciascuna sezione e ognuna non dovrà superare il limite dei 30 versi.

 

Quale tassa di partecipazione è richiesto il pagamento di 5€ per ciascuna poesia presentata. Il pagamento dovrà avvenire con una delle modalità descritte al punto 8 del bando.

 

Per la corretta partecipazione, il poeta deve inviare entro e non oltre la data di scadenza fissata al 15 maggio 2014 all’indirizzo internet arteinversi@gmail.com  le poesie con le quali intende concorrere in formato Word o Pdf, il modulo di partecipazione compilato e la ricevuta del pagamento.

 

Nel modulo di partecipazione il concorrente attesterà che le poesie presentate sono di sua esclusiva paternità, assumendosi la responsabilità nel caso indichi il falso.

 

Il pagamento potrà avvenire con una delle seguenti modalità:

Bollettino postale:  CC n° 001014268401

intestato a IURI LOMBARDI – causale III Premio di Poesia “L’arte in versi”

Bonifico bancario:  IBAN: IT33A0760102800001014268401

intestato a IURI LOMBARDI – causale III Premio di Poesia “L’arte in versi”

Postepay:  n° 4023600646839045

intestato a IURI LOMBARDI – causale III Premio di Poesia “L’arte in versi”

La ricevuta del pagamento dovrà essere inviata insieme alle poesie e al modulo di partecipazione.

 

Non verranno accettate opere che presentino elementi razzisti, denigratori, pornografici, blasfemi o d’incitamento all’odio, alla violenza e alla discriminazione di ciascun tipo.

 

La Commissione di giuria è composta da poeti, scrittori, critici ed esponenti del panorama culturale e letterario:

Annamaria Pecoraro, poetessa, scrittrice, Direttrice di Deliri Progressivi

Emanuele Marcuccio, poeta, aforista, curatore editoriale

Giorgia Catalano, poetessa, scrittrice e speaker Radio

Ilaria Celestini, poetessa e scrittrice

Iuri Lombardi, poeta e scrittore, presidente dell’Ass. Poetikanten Onlus

Lorenzo Spurio, scrittore, critico letterario, Direttore Rivista di letteratura Euterpe

Luciano Somma, poeta, autore di canzoni e critico d’arte

Martino Ciano, scrittore e giornalista-pubblicista

Marzia Carocci, poetessa, critico-recensionista ed editor

Michela Zanarella, poetessa, scrittrice e giornalista

Monica Pasero, poetessa, scrittrice e recensionista

Salvuccio Barravecchia, poeta e scrittore

 

Verranno premiati i primi tre poeti vincitori per ciascuna sezione. Il Premio consisterà in:

Primo premio: targa o coppa, diploma con motivazione della giuria e 150€

Secondo premio: targa o coppa, diploma con motivazione della giuria e 100€

Terzo premio: targa o coppa, diploma con motivazione della giuria e libri.

La Giuria inoltre procederà a nominare dei selezionati e dei menzionati speciali per la buona qualità delle loro opere ed ulteriori premi potranno essere attribuiti a discrezione del giudizio della Giuria.

 

I vincitori sono tenuti a presenziare alla cerimonia di premiazione per ritirare il premio. In caso di impossibilità, la targa/coppa e il diploma potranno essere spediti a casa dietro pagamento delle spese di spedizione, mentre i premi in denaro non verranno consegnati e saranno incamerati dagli enti organizzatori per future edizioni del Premio.

 

Tutti i testi dei vincitori, dei selezionati e dei menzionati a vario titolo saranno pubblicati nel volume antologico che sarà dotato di regolare codice ISBN e che sarà presentato nel corso della premiazione.

 

La cerimonia di premiazione si terrà a Firenze in un fine settimana di Novembre 2014. A tutti i partecipanti verranno fornite con ampio preavviso tutte le indicazioni circa la premiazione.

 

Il Premio di Poesia “L’arte in versi” da sempre sensibile alle tematiche sociali devolverà parte dei proventi derivanti dalla vendita delle antologie all’Associazione Italiana Sclerosi Multipla (AISM). A tutti i partecipanti che avranno acquistato l’opera antologica sarà data testimonianza sulla donazione effettuata.

 

La partecipazione al concorso implica l’accettazione di tutti gli articoli che compongono il bando.

 

Lorenzo Spurio                                                        Marzia Carocci

Presidente del Premio                                                 Presidente di Giuria

 

Segreteria del III Premio “L’arte in versi”

 arteinversi@live.com  – www.blogletteratura.com

Pagina FB del Premio: https://www.facebook.com/arteinversi

 

 

 

Scheda di Partecipazione al Concorso

 

La presente scheda compilata è requisito fondamentale per la partecipazione al concorso. Alla scheda va, inoltre, allegata l’attestazione del pagamento della relativa tassa di lettura e il tutto va inviato a arteinversi@gmail.com entro e non oltre il 15-05-2014.

 

Nome/Cognome __________________________________________________________________

Nato/a _________________________________________ il ______________________________

Residente in via __________________________________Città____________________________

Cap ________________________ Provincia ______________________Stato_________________

Tel. ________________________________Cell.________________________________________

E-mail _______________________________Sito internet: ________________________________

Partecipo alla sezione:

□ A –Poesia in lingua italiana                     □ B – Poesia in dialetto

con il/i testo/i dal titolo/i____________________________________________________________

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________________________________________________________________________________

 

 

Firma_____________________________________ Data _________________________________

 

 

 

□ Acconsento al trattamento dei dati personali qui riportati in conformità a quanto indicato dalla normativa sulla riservatezza dei dati personali (D. Lgs. 196/03) e solo relativamente allo scopo del Concorso in oggetto.

 

 

□ Dichiaro che il/i testi che presento è/sono frutto del mio ingegno e che ne detengo i diritti a ogni titolo.

 

 

 

 

Firma_____________________________________ Data _________________________________

De Luca e il calore del tuo sorriso: il coraggio della purezza. Iuri Lombardi su Alessio De Luca

De Luca e il calore del tuo sorriso: il coraggio della purezza

Il messaggero delle emozioni

                                 

 Il calore del tuo sorriso
Talos Edizioni, 2013
Recensione di IURI LOMBARDI

 

downloadIl calore del tuo sorriso di Alessio De Luca non è un libro banale, come se ne trovano tanti a giro di questi tempi, è invece un’opera intelligente, ben fatta, che inchioda da subito il lettore a cominciare dall’incipit. E non avevo dubbi, conoscendo bene Alessio, avendo condiviso con lui tanto, del romanzo edito da Talos edizioni.

Allora, visto che non sono un critico, ma uno scrittore, come iniziare? Non è semplice, cercando di dare un giudizio oggettivo, parlare dell’opera di Alessio (consentitemi di poterlo chiamare per nome), perché lui stesso, se pur giovane e lontano dal mondo della letteratura, è un artista di straordinaria semplicità e complessità allo stesso tempo. Anzitutto dovremmo iniziare ad affermare che Alessio è un cantautore e la lezione cantautoriale, se pur apparentemente ma anche nella sostanza dei fatti,si fa sentire anche quando, vuoi per scherzo o per diletto, vuoi per esigenza di comunicazione, si cala nei panni di romanziere. E lo fa con maestria, portandosi dietro della attività di cantautore tutto un bagaglio epico, da intendersi come narrativo, che esprime architettando una storia ben intrecciata e con uno stile diretto e nell’eccezione più alta del termine popolare. Sì, Alessio può essere, ha tutte le carte in regola, da buon cantautore (figura a lui cara) popolare: nel senso che è un affabulatore di storie e tematiche alte, delicate, complesse (come quelle narrate nel suo romanzo), raccontate con semplicità e con stile e questo è tipico dei cantautori (i poeti per eccellenza del puro sentire).  Vale a dire, saper affrontare tematiche complesse con una voce leggera, non pesante, priva di retorica, fresca, seduttrice, lontana dalla lingua del romanziere letterato (che il più delle volte corre il rischio di essere autoreferenziale e di non arrivare alla gente). Tutto questo a cominciare – mi si voglia perdonare se ometto la trama del libro- dai dialoghi che emergono dalla narrazione della storia. Dialoghi diretti ben costruiti, così simili al reale e talvolta – visto che il romanzo parla di giovani- calati nell’identità psicologica dei protagonisti, così veri che non sanno del tipico artefizio del mentire romanzato ( “i poeti che strane creature/ogni volta che parlano è una truffa”[1]). Alessio non dissimula, non mente come fa di norma il poeta con la materia che tratta, e il suo non mentire (chi lo conosce come uomo sa quello che dico), la sua estrema verità e sensibilità espressiva non solo è tipica del cantautore, di chi è costretto a misurarsi con una scrittura simile alla poesia ma dissimile al contempo, ma di lui persona. Ma non voglio scendere in questi particolari e per due motivi: il primo perché  appartengono al mio modo di vivermelo da amico e di sentirlo, in secondo perché in questa sede è giusto e meritevole parlare dell’artista e della sua opera. Artista poliedrico, affascinato dalle arti tutte, non di meno dal cinema, la cui lezione, come nel caso della canzone, subentra con prepotenza facendo di Alessio un narratore per immagini. Anche in questo caso con ottimi risultati. Le pagine che compongono il calore del tuo sorriso sono infatti non solo narrative ma cinematografiche. Scelta stilistica che si nota da subito, a partire dalla suddivisione in parti (in tutto tre) della storia, come fossero tempi filmici. In queste tre tempi, in cui la storia narrata è l’affresco dell’umanità più vera, De Luca, raccontando in terza persona, riesce a calarsi e a scegliere un punto di vista di come lui stesso vede e affronta la vita, attraverso un personaggio del romanzo  senza avere la pesantezza della oggettivazione, tipica dei romanzieri post-moderni. In questo caso, lo fa con Gabriel, il vero eroe positivo e carico di valori umani e civili, in cui Alessio parla di sé in modo schietto e onesto. E questo (la scelta di un punto di vista espressa  tramite una drammatis personae dell’opera) è tipicamente cinematografico. Il personaggio di Gabriel è infatti per certi versi controverso, ma con l’esuberanza giovanile, tanto da accogliere sulle proprie spalle colpe che non gli appartengono, che sono di altri, tirando le fila del compimento di un destino particolare. In lui, leggendo il libro, cioè in Gabriel ho potuto riconoscere a pieno il mio amico Alessio, il suo modo di essere vero, di saper leggere l’umanità senza disprezzo godardiano[2] (tipico di coloro che sono sopraffatti dalla noia e da un mostruoso ego). Lontano da intrecci nefasti, malsani. Anche in questa occasione, l’occhio puro del cantautore e dello appassionato di cinema esce allo scoperto attraverso un uso della lingua semplice e diretto, ma mai banale. Lingua e stile che ricordano echi di un lessico da romanzo noir e infatti la storia è anche un giallo, per certi aspetti. Espliciti in particolare in certi passaggi verbali e narrativi che se da una parte mantengono l’integrità identitaria dell’epico in musica e del cinefilo, dall’altra vanno ad aprire orizzonti meta-testuali, come nel caso in cui Alessio si cimenta in frammenti radiofonici e di cronaca per giustificare quanto racconta. Infine, del cinema ma anche del teatro ci si ricorda in quanto la storia consta di un prologo e di un epilogo, vale a dire di un prima e un dopo, di un a.s e di un p.s, in cui alla ribalta viene presentata Kia la protagonista, la povera ragazza vittima di un sistema inumano e criminale che la rende umile e indifesa. Ma ancora da dire c’è molto, soprattutto nel caso di Kia, in cui Alessio (che ha una cultura scientifica legata alla biotecnologia) descrive i fatti in cui dietro si nota questo bagaglio paramedico, o giù di lì, al punto in cui la narrazione diventa un ibrido riuscito (ecco l’altro punto di forza) in equilibrio tra la realtà e la finzione. E non solo dal punto di vista scenografico, vale a dire di ambientazione, ma per quanto concerne i tempi (e leggendo capirete) che sono i tempi visto da un medico o da una figura simile; tempi che diventano non più ontologici ma biologici. Tempo di un tempo tangibile, oggettivo. Un punto di forza che ha echi lontani ma credibili da ricordarmi la figura di Giovanni Rasori[3], il medico che dette avvio al dibattito letterario attorno al conciliatore[4] nei primi anni dell’ottocento, in cui il Rasori proponeva una letteratura realista nel senso più tangibile del termine. Oltre ad essere una delle figure più interessanti del nostro romanticismo. Figura che seppe intersecare le due discipline – medicina e letteratura- con grande merito stilistico e di contenuto. Con grande eleganza poetica, tanto da proporre al panorama italiano le poesia di Schiller da lui tradotte con tecnicismi di non poco conto.  Per cui Alessio mi ricorda molto questa figura – che lascio al lettore approfondire qualora voglia farlo- e l’accostamento non lo vedo assolutamente fuori luogo. Come Giovanni (nome evocativo per eccellenza), Alessio partecipa con attenzione e grazia emotiva agli eventi storici, si batte per la giustizia, per le cose vere lasciandoci a noi lettori delle sue pagine un messaggio di umanità ed eleganza, di misurata indignazione verso i pregiudizi e le cattiverie (e il caso di dire da Ghibellin fuggiasco).

Accanto al ricordo Rasoriano del il calore del tuo sorriso, in questo affresco di grande umanità, nella figura di Jessica è facile riscontrare il Cesare Pavese del Il compagno, romanzo degli anni quaranta dello scrittore piemontese, con il quale sembrano esserci delle forti similitudini tematiche. Parallelismi di ambientazione a tratti ricordanti il Giovanni Testori di una certa Milano noir, dall’altra un Emilio Tadini ultimo, nello specifico riguardo al romanzo eccetera.

Insomma, si tratta sicuramente, e lo affermo senza ombra di retorica, di un romanzo profondo e universale nel senso che tocca le corde della sensibilità comune, nel quale emerge la figura di Alessio De Luca nella sua parte migliore, in cui affiora tutta la sua sensibilità di cantautore e scrittore, di uomo e amico, di artista e di cittadino del mondo,  dotato di estrema sensibilità e senso civico.  Un senso civico maturo lanciato tramite un messaggio emozionante e sincero, degno di una partecipazione da parte del lettore altrettanto sincera ed autentica che fa dell’autore del il calore del tuo sorriso: un messaggero delle emozioni.

 

                                                                             Iuri Lombardi


[1]     F. De Gregori, Le storie di ieri, in De André, Vol VIII, Ricordi, 1975

[2]     G.L.Godard, il disprezzo

[3]     G. Rasori, medico e scrittore (Parma 1766- Milano 1837)

[4]     Il Conciliatore, giornale dei romantici italiani, edito dal 1816 al 1819.

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