Origine e diffusione del vampirismo di Serena Bono, intervista all’autrice

INTERVISTA A SERENA BONO

Autrice del saggio Origine e diffusione del Vampirismo, il doppio volto della donna: angelo o demone?

Albatros Edizioni, Roma, 2010

Intervista a cura di LORENZO SPURIO


LS: Com’è nata l’idea di analizzare in un saggio critico-letterario la figura del vampiro?

SB: Sin da piccola sono stata attratta da storie macabre e dell’orrore e soprattutto da quelle di vampiri. Andando avanti con gli anni ho cercato di approfondire sempre più l’argomento. Leggendo e analizzando i vari racconti del genere e soprattutto quelli dedicati al vampirismo mi sono accorta di quanto poco si parlasse delle donne vampiro: era sempre l’uomo il protagonista delle narrazioni. Così ho cercato di studiarne le cause e rivalutarne la figura.

LS: Come tu alludi spesso nel testo, la figura del vampiro è polisemica e, analizzando vari testi o reperti che presentano la figura del vampiro, non è strano trovare anche informazioni diverse e contrastanti su di lui. Perché secondo te succede questo?

SB: Dobbiamo distinguere il vampiro che si crede realmente esistito da quello letterario. Partiamo dal presupposto che si sta trattando di un personaggio mitico e che quindi la maggior parte delle informazioni si rifaccia a leggende, i tratti che se ne ricavano sono principalmente estrapolati da fonti inizialmente orali e da tutto ciò che il folklore ci ha tramandato. Il vampiro ci appare con sembianze e comportamenti differenti a seconda del luogo e della condizione sociale che si sta vivendo in quel momento. E’ la letteratura che attraverso i secoli ne modifica l’aspetto: da bestia sanguinaria, rozza e primitiva a uomo fascinoso e acculturato.

LS: Quanto credi che il romanzo di Bram Stoker, Dracula, abbia contribuito a far conoscere la figura del vampiro nella nostra società?

SB: Molto. Per la creazione del conte Dracula, Stoker attinse soprattutto alle credenze del folklore rumeno prendendo spunto da una figura realmente esistita: il sanguinario Vlad Tepes.  L’opera di Stoker sarebbe una sublimazione di argomenti ritenuti tabù, una fusione fra i violenti e sanguinari attacchi dei vampiri e esperienze dei sensi in misteriosi incontri notturni. Il conte Dracula è un vampiro sottilmente perverso e con una sessualità deviata, dai tratti fortemente erotici: viso affilato, denti aguzzi e splendenti, folti capelli e un’espressione affascinante, implacabile ed erotico, una creatura diabolica che ha il compito di sedurre. Esso rappresenta le paure dell’uomo, il male che inconsciamente si teme e che alberga in ognuno di noi ma che non vediamo e riconosciamo.

LS: In uno studio attento come questo è rilevante il fatto che citi il racconto lungo dell’italo-inglese Polidori, Il Vampiro, considerato da molti come il primo testo letterario che affronta il tema del vampirismo. E’ semplicemente un luogo comune ed esistono narrazioni precedenti che affrontano il tema oppure è davvero pioniere nella scelta del tema del vampirismo in letteratura?

SB: Sicuramente Polidori fu il primo che realizzò un racconto che ha come protagonista un vampiro con le sembianze che tutti noi oggi conosciamo. Grazie a lui il vampiro assume aspetti particolari: in primo luogo la storia ha ben poco a che vedere con il fatto concreto di succhiare il sangue: l’argomento pressoché esclusivo è il sesso. Ruthven il protagonista, è un uomo estremamente attraente, trasgredisce le regole sociali ma lo fa con la collaborazione delle sue vittime, egli riesce a portare in superficie le tendenze represse. Per la vittima il vampiro sembra onnipotente, irresistibile, ipnotico, elegante, ben vestito, un maestro nell’arte della seduzione, un cinico, una persona esente dai codici socio-morali predominanti che può fornire una liberazione sessuale.

LS: Quali autori ti piacciono di più leggere? C’è un particolare filone letterario che ami?

SB: Non ho una preferenza particolare, quando mi trovo in libreria mi faccio attrarre dalla copertina e dalla descrizione del libro. Devo ammettere di essere un po’ monotematica, oltre alla letteratura di genere noir prediligo i thriller, soprattutto quelli storici: tutto ciò che tratta azione e mistero.

LS: Nella tua analisi tendi sempre a far distinzione tra spettri o figure comunque incorporee che pure nella tradizione succhiavano sangue dai vampiri propriamente detti. Qual è la necessità di questa distinzione? In un certo senso non sono anche loro dei vampiri?

SB: Lo sono in quanto succhiatori di sangue ma le loro caratteristiche sono differenti da quelle che possiedono i vampiri di epoca più moderna. Da bestie brutali e primitive, a uomini eleganti, raffinati e di estrema sensualità che non uccidono solo per pura sopravvivenza o piacere.

LS: Credi che nella letteratura e nella cinematografia d’oggi il vampiro venga ancora utilizzato con successo oppure stia diventando una semplice moda che finisce per disinteressare e/o annoiare il lettore/lo spettatore?

SB: Considerando le vendite di libri e gli incassi cinematografici non mi sembra che l’argomento stia passando di moda anzi credo che si stia nuovamente rivalutando. L’importante e far riscoprire sempre nuovi aspetti.

LS: Il vampirismo e tutta la tradizione folklorica legata a Vlad l’Impalatore sono documentati da molte fonti di tipo archeologico, rituale, letterario. Quando pensiamo al vampirismo siamo però erroneamente portati a pensare che si tratti di qualcosa che appartenga al mondo della finzione. Come richiamavo nella recensione, recenti e raggelanti fatti di cronaca hanno portato alla luce di inquietanti cavamenti di sangue su vittime per fini vari. Siamo di fronte a preoccupanti casi di vampirismo contemporaneo? Quali sono le tue considerazioni a riguardo?

SB: Visto che il vampirismo si è palesato con aspetti differenti in ogni epoca, non trovo strano che si possa riscontrare anche ai giorni nostri. Molti credono di essere, come attualmente vengono definiti, dei “real vampires”, vivono un’esistenza del tutto comune alla nostra se non per alcuni aspetti importanti come quello del bisogno di suggere sangue. Queste però sono persone che non nuocciono alle altre. Per quanto riguarda casi di cronaca  credo semplicemente si tratti di persone mentalmente instabili.

LS: Secondo la tradizione folklorica e l’immaginario pubblico il vampiro è associato a una grande carica erotica. Il vampiro è infatti sensuale, attraente, dallo sguardo magnetico e mesmerizzante. Anche il tema del sangue, del calore, del rosso, dei fluidi corporei, rimanda a un universo erotico. Quanto c’è di sensuale e di sessuale nella figura del vampiro?

SB: A mio giudizio molto. Personalmente sono sempre stata attratta dalla figura del vampiro incantevole e incantatore, il quale seduce le proprie vittime portandole spesso alla morte ma questa non è necessariamente orribile o dolorosa, può rivelarsi voluttuosa e sensuale. L’atto in cui il vampiro prende possesso dell’anima di un essere, il così detto morso, non è solo bisogno ma qualcosa di più profondo e intimo: passione tra carnefice e vittima. Cosa c’è di più intimo dello scambiarsi del sangue, fonte di vita?  Al momento in cui avverà l’unione di tale fluido si avrà l’unione di due “anime”.

LS: Freud nei Tre saggi sulla sessualità  del 1909 parlò di fissazioni e regressioni sottolineando come una fissazione alla fase orale dello sviluppo psicosessuale del soggetto comporti in età adulta degli atteggiamenti legati all’apparato orale: mangiare, mordere, succhiare, fumare, etc. In questo senso l’attività di morsicatura e succhiamento del sangue del vampiro potrebbe essere analizzata, in termini psicoanalitici, come una sorta di fissazione di questa fase di sviluppo psicosessuale o è una forzatura sostenerlo?

SB: Credo sia un argomento da lasciare analizzare a chi ha competenze  nel campo della psicanalisi ma, si, potrebbero esserci dei legami.

LS: La tradizione popolare sa molto bene che per difendersi dai vampiri è necessario tenere con sé dell’aglio o un qualche oggetto religioso. I crocefissi e l’acqua santa funzionano sul vampiro in maniera destabilizzante anche se non sono capaci di ucciderlo. Nel tuo saggio leggiamo che l’animosità del vampiro nei confronti della religione è dovuta dal fatto che il vampiro rappresenta la morte e la morte dopo la morte mentre la religione è in qualche modo un sistema di accettazione dell’idea della vita dopo la morte. Se la religione è intesa come una speranza, come un sostentamento, il vampirismo rappresenta la morte della morte. Al di là di questa spiegazione ideologica abbastanza ricercata c’è però storicamente o folkloricamente qualche riferimento al rapporto tra il vampiro e ad esempio i membri del clero? Ci sono delle letture che potresti consigliarci per indagare questo aspetto del vampirismo?

SB: Molti furono i teologi e religiosi che lasciarono propri documenti e testimonianze sul vampirismo. Tra i più ricordati vi è Dom Augustin Calmet, un religioso francese che cercò di dimostrare l’esistenza di queste mostruose creature. Tra XVII e XVIII secolo la credenza nel vampiro e la paura che ne conseguì portò la società ad un atteggiamento irrazionale: vennero violate un incredibile numero di sepolture, le tombe mostravano cadaveri rosei e sanguinolenti cui imputare epidemie o sventure. Si intensificò l’uso di piantare paletti nel petto dei morti sospetti. E’ qui che intervennero sia le forze di polizia che la Chiesa che vietò le esumazioni non autorizzate. Intervenne persino un Papa per smentire l’esistenza dei vampiri.

LS: Il vampiro rappresenta il mostro cattivo che distrugge e che annienta la vita e che soffre la vista di simboli religiosi, similmente a quanto succede con il Demonio. Il rapporto tra uomo e vampiro, ricalca in un certo senso il rapporto tra Dio-Satana, Bene-Male?

SB: Il rapporto che vi è tra uomo e vampiro dovrebbe essere quello tra vittima e carnefice ma l’uomo in quanto umano ha insito in se sia il bene che il male; il vampiro dovrebbe incarnare solo ciò che è malefico ma può mostrare avvolte anche un barlume di umanità sintomo della sua esistenza precedente. Quindi credo che alla fin fine siano simili.

LS: Ricordo di aver sentito dire o di aver letto che il vampiro può essere ucciso o almeno indebolito scagliandogli oggetti in argento addosso (ancor meglio negli occhi). Non trovo nessun riferimento a questo nel tuo saggio, ergo devo concludere che probabilmente devo sbagliarmi o devo essermi confuso con qualcos’altro. Puoi dirmi se è così o se invece c’è un fondo di verità?

SB: Diversi studi prendono in considerazione anche questa teoria solitamente più diffusa per i Licantropi, ma ho preferito riportare solo ciò che è più specificatamente inerente al vampirismo.

LS: Cosa ne pensi della recente saga di Twilight di Sthephie Meyer, trasposta anche in film? La conosci?

SB: Credo che negli ultimi anni stiamo assistendo ad una vera e propria rivoluzione della figura del vampiro, in particolare appunto, con l’uscita nelle librerie di Twilight che ha dato il via a tutta una serie di cambiamenti cinematografici. Qui i vampiri non temono più la luce del sole, sono creature buone che rinnegano la loro natura malvagia, non si nutrono di sangue umano, non temono i simboli sacri. La differenza con i non-morti della tradizione, descritti dalle penne di Polidori e Bram Stoker, è più che evidente. I tempi cambiano e con essi le aspettative del pubblico moderno. A me continua a rimanere nel cuore la trasposizione che ne da F.F. Coppola ma devo dire che anche questa saga è interessante.

LS: Hai altri progetti in cantiere? Hai in mente di approfondire questa tua ricerca, già molto ben curata e tematicamente circoscritta, o piuttosto di dedicarti ad altre tematiche? Quali?

SB: Al momento ho in cantiere un altro saggio….follie e superstizioni…..

Ringrazio Serena Bono per avermi concesso questa intervista.

Lorenzo Spurio

 4 Agosto 2011

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Odio, vendetta, sangue e stragi nella Saga dei Nibelunghi

Nelle antiche leggende son narrate cose stupende

di guerrieri famosi imprese immense

di feste e di letizia, di lacrime e di pianto

di lotte d’audaci guerrieri, di ciò vedrete narrar meraviglie.

Questi sono i suggestivi versi d’apertura del poema tedesco Nibelungelied nei quali pur facendo riferimento a momenti felici (feste e letizia) s’inseriscono subito i temi negativi (lacrime, pianto, lotte) che adombrano la tranquillità e la pace dei pochi momenti felici.

La saga dei Nibelunghi è un’interessante lettura che va fatta per chi è appassionato di letteratura epica precristiana teutonica, assieme ai carmi dell’Edda poetica islandese e il Kalevala finlandese. Si tratta di un poema epico anonimo scritto in alto tedesco in un arco temporale che va dal 1190 al 1205.

Sono state fatte varie realizzazioni cinematografiche basate su questa opera tra cui il recente Ring of the Nibelungs (tradotto come La Saga dei Nibelunghi, regia di Uli Edel, paese: Germania, Italia, Gran Bretagna, Usa, anno: 2004).

Come ogni epica che si rispetti il cantar dei Nibelunghi presenta vicende di guerrieri eroici, storie di dame e intrighi di corte, imprese, duelli ed aspetti più chiaramente fantastici quali draghi e oggetti magici.

L’elemento del sogno premonitore come avvisaglia di eventi tragici imminenti è ampiamente presente nel testo. L’anticipazione è presente ma sempre in senso negativo: sogni premonitori, sortilegi, previsioni, eventi naturali interpretati come segni dell’imminente futuro hanno sempre una connotazione negativa, preannunciano la tragedia, le lotte, il sangue che verrà versato, i massacri, la morte. («No, mio Sigfrido! Io temo la tua morte, ho fatto un sogno infausto..», v.924.)

Nel testo si fa inoltre riferimento in più punti alla compresenza di cristianesimo e paganesimo elemento che ha permesso gli storici e i critici di considerare la probabile collocazione dell’opera.

Paganesimo e cristianesimo sembrano convivere pacificamente nella saga dei Nibelunghi («Alla sua corte cristiani e pagani vivevano in accordo», v. 1335) anche se ne vengono sottolineate le differenze nelle rispettive liturgie («Cristiani e pagani non cantavano messa nella stessa maniera», v. 1851). E’ impossibile analizzare il poema sia come una sorta di encomio al paganesimo germanico che come un continuo invocare provvidenzialmente un’entità superiore. Secondo alcuni critici Sigfrido (similmente a Beowulf nell’omonimo poema epico inglese) sarebbe immagine di Cristo. Secondo altri un’interpretazione di questo tipo è inaccettabile.

Il tema del destino, del germanico wyrd, pervade l’intera opera come avviene in tutte le narrazioni epiche. E’ viva e costante la consapevolezza nelle genti dei Nibelunghi che la vita non è altro che una serie di eventi casuali e che tutto è dominato da qualcuno di molto potente, il Fato contro il quale è difficile combattere o imporsi. Frasi come «Morirà chi è destinato: lasciamoli morire» (v. 150) abbondano nell’opera e sottolineano l’ineluttabilità del destino e al tempo stesso la sua spietatezza.

Sarebbe tremendamente noioso riportare nello specifico la serie di avventure, di vicende eroiche e amorose narrate nel poema dato che sono presenti numerosi personaggi e famiglie e spesso le loro sorti si intrecciano tra di loro mediante unioni, matrimoni, separazioni, tradimenti, odi, riscatti e vendette, stragi familiari. Tuttavia è possibile individuare, anche abbastanza facilmente, due grandi nuclei narrativi: le vicende di Sigfrido, re del Niederland e Crimilde che iniziano con l’innamoramento dei due e termina con l’uccisione di Sigfrido (vv. 1-1142) e la grande lotta tra Burgundi ed Unni che è trasformata leggendariamente in una faida familiare (vv. 1143-2379).

Vengono narrate le prodezze di Sigfrido, figlio del re dei Nibelunghi. In possesso della spada Balmung, Sigfrido parte per conoscere la bella Crimilde della quale si è innamorato seppur non l’abbia mai incontrata. Alla corte di re Gunther Sigfrido conosce Crimilde e la chiede in sposa a suo fratello ma Gunther, innamorato di Brunilde, regina d’Islanda (foto a destra), chiede a Sigfrido di aiutarlo a conquistare Brunilde. Se ci riuscirà gli lascerà sposare sua sorella. Con degli stratagemmi Sigfrido riesce a far superare a Gunther le prove che Brunilde aveva imposto per farsi sposare. Come da patti, Gunther acconsente a far sposare sua sorella con Sigfrido.

Sigfrido ottiene, dopo l’abdicazione del padre, la corona regale e dopo dieci anni di regno Crimilde dà alla luce un figlio che viene chiamato Gunther in onore dello zio. Nello stesso periodo Brunilde partorisce un figlio che viene chiamato Sigfrido.

Brunilde invita alla sua corte Sigfrido e Crimilde e in quella sede le due regine iniziano a litigare, a punzecchiarsi tra loro allora Crimilde rivela che era stato proprio suo marito Sigfrido, sotto mentite spoglie, a farle perdere la verginità e non suo marito Gunther. Brunilde comincerà a provare un grande odio verso Crimilde.

Intanto Hagen, un vassallo di Sigfrido, firma inconsapevolmente la condanna a morte del suo padrone rivelando qual’è  l’unico punto del corpo nel quale è vulnerabile. Sigfrido viene ucciso. La vedova, Crimilde, debole dal dolore e dal lutto ordisce la sua vendetta. Ulteriore dolore le viene dopo che viene rubato il tesoro dei Nibelunghi.

A questo punto Attila, re degli Unni chiede in sposa Crimilde e lei accetta con l’idea che Attila l’avrebbe aiutata a vendicarsi di Crimilde. La regina Crimilde ordisce l’inganno e invita nella corte i suoi fratelli, tra cui Gunther con la moglie. Hagen riesce ad uccidere Ortlieb, figlio di Attila e Crimilde e ha inizio la grande lotta tra Unni e Burgundi. Anche Gernot e Giselher, altri due fratelli di Crimilde, entrano nella lotta. Con la feroce strage dei Burgundi Crimilde vendicava la morte di suo marito Sigfrido. Alla fine venne incendiata la sala.

Gunther e Hagen vengono uccisi per volontà di Crimilde e anche Gernot e Giselher muiono nella lotta. I tre re dei Burgundi vengono annientati e con loro la loro stirpe.

Se da una parte l’incipit del poema introduceva al tema del bene e del male, alla compresenza di momenti di festa e di letizia a momenti di sangue e di vendetta, nel finale siamo consapevoli che a dominare siano proprio quest’ultimi. Dopo vari tradimenti, assassini, vendette e massacri a dominare, com’è giusto che sia in un poema epico (per altro germanico) è il sangue versato. Gli ultimi versi ci dicono:

Una grande potenza era annientata.

Tutte le genti avevano pena e tristezza. 

                      La festa di corte era finita nel lutto,                                                                           

 perché sempre la gioia si volge in dolore.

Io non vi so dire quel che accadde dopo

se non che si videro piangere donne e cavalieri,

i nobili scudieri, per la morte dei loro cari

              Qui finisce il racconto : questa è la rovina dei Nibelunghi        

           

LORENZO SPURIO

14-04-2011

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