Giovanna Fileccia e la “Poesia Sculturata”

Articolo di Lorenzo Spurio

Giovanna Fileccia è nata a Palermo dove ha vissuto fino all’adolescenza. Oggi risiede a Terrasini (PA). Ha frequentato l’istituto tecnico commerciale ma il suo amore per la letteratura l’ha portata verso materie umanistiche. Scrive poesia sia in italiano che in siciliano, è anche critico letterario e drammaturgo. Per la narrativa ha pubblicato il romanzo Oggetti in Terapia (2020), per la poesia ha all’attivo quattro pubblicazioni. Molte sue liriche sono state edite in varie antologie, volumi tematici e portate in scena in spettacoli teatrali diretti dal regista Riccardo Michelutti e recitate in vari luoghi e città d’Italia. In campo artistico va rilevato che è l’inventrice di una nuova espressione artistica, da lei stessa denominata (coniandone il relativo neologismo) Poesia Sculturata che consiste nell’allestimento di opere tridimensionali alle quale dà forma a partire dalle sue produzioni poetiche. Ha definito questo originalissimo approccio quale un suasivo e avvincente “mondo circolare e vasto, complesso e semplice, unico e sfaccettato”.

Per le sue opere tridimensionali generalmente utilizza materiali di recupero, materiali di risulta come peculiare della poor art, ma anche cartone, polistirolo, rame e stoffe (si veda la sedia “Imperia” esposta in più mostre personali) con prevalenza di elementi che si riconducono all’ecosistema mare (sabbia, alghe e conchiglie in primis). Con le sue opere plastiche ha tenuto molte mostre personali in vari contesti e la concretizzazione di queste sue ibridazioni tra i due codici espressivi è forte e percepibile leggendo il volume Marhanima (2017, con prefazioni del mai dimenticato Sebastiano Tusa e dell’architetto Alessandra De Caro, postfazione della psicoterapeuta Caterina Vitale) che contiene un testo poetico e le sue opere tridimensionali. Importante è il suo impegno sociale, lo testimonia la donazione della Poesia Sculturata dal titolo “Amore a due voci” tratta dall’omonima poesia, a “Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato” di Cinisi. È invitata di frequente a partecipare a convegni e incontri, anche nelle scuole, per parlare della sua creazione della Poesia Sculturata che richiama al rispetto dell’ambiente e al reimpiego dei materiali di scarto e di recupero, nonché al rispetto della Terra.

La Poesia Sculturata va nella direzione di una simbiosi attenta e istintiva che si crea tra parola e forma, tra suono e concretezza: le opere rappresentano il componimento poetico ma è anche vero che le opere scultore hanno una loro empatica didascalia nelle stesse liriche. Il procedimento sinottico e di ibridazioni tra arti e linguaggi apparentemente diversi fornisce risultati esaltanti e mai pronosticabili in partenza. L’artista Fileccia in questo modo fa del recupero e della conversione del residuale gli elementi di partenza per la creazione artistica dove è evidente anche il contenuto ecologico, e dunque il significato di empatia sociale e di salvaguardia ambientale. La concretizzazione del sentimento che è racchiuso nei versi e nelle strofe delle sue produzioni poetiche ben si esplica nelle azioni di plasmare, incollare, strutturare, comporre, levigare, intarsiare, sovrapporre, coniugare, ricondurre a un contesto dal chiaro significato oltre che di forte presa sul fruitore di quell’opera. Così lei stessa ha avuto modo di asserire nel corso di un’intervista: “La Poesia Sculturata mi offre, sia la possibilità di parlare ad ampio raggio della Terra, dell’ambiente, del riutilizzo, che di raccontare l’interiorità”[1].

Nel 2018 ha ideato e condotto il laboratorio artistico “Mandala: cerchio della vita” con annessa mostra di Poesia Sculturata ai Cantieri Culturali alla Zisa (Palermo). Nel corso degli anni mostre personali, incontri in gallerie e biblioteche non sono mancati. Tra i progetti più recenti citiamo la mostra online a quattro mani “Fibre di piombo”, con opere di Tiziana Viola-Massa e poesie della stessa Fileccia, che dopo la pandemia verrà allestita anche in presenza. L’allestimento virtuale ha consentito di vedere una buona quantità di opere e di visionare e leggere i testi poetici in internet dove è presente una videopresentazione[2].

A febbraio di quest’anno, con un video caricato sul suo profilo personale YouTube[3], l’artista ha dato a conoscere quella che può essere considerata un’ulteriore evoluzione e aggiunta al suo grande progetto working-in-progress ossia la “Poesia Sculturata in cartoline da donare” che sarà realizzata nel corrente anno in collaborazione con i Comuni di Palermo e Partinico. Un’iniziativa volta a una maggiore presenza sul campo, intesa a una capillarità della sua opera sul territorio, pensata come momento di condivisione e di partecipazione collettiva. Si sa – come hanno ben posto in evidenza – alcuni tra i maggiori critici – tanto letterari che artistici – che la fruizione dell’opera non è mai qualcosa di univoco e deciso sin dalle origini: suggestioni, empatia, significazioni interpretative, dialoghi ed echi, pur diversificati tra loro, possono nascere e fruire copiosi dalla partecipazione attenta e sentita del pubblico – del fruitore dell’opera – dinanzi ad essa. Ecco perché la Fileccia nel summenzionato video invita coloro che, nei vari spazi delle città che collaborano a questo “attacco d’arte”, troveranno le sue “cartoline artistiche” di fornirle un commento, un’impressione sulla data opera ritratta. È dal confronto tra autore e fruitore, tra artista e pubblico che possono nascere – non solo rapporti umani più o meno seri e duraturi – ma anche ulteriori significati, direzioni e vibrazioni per le opere interessate.

Nel suo nutrito curriculum letterario figurano anche le opere Sillabe nel Vento (2021, con prefazione di Veronica Giuseppina Billone), La Giostra dorata del Ragno che tesse (2015, prefazione di Giuseppe Oddo e postfazione di Francesca Currieri), Seta sul petto, per Alessandro che Di Mercurio aveva la forza e l’empatia (2020, con introduzione della stessa Giovanna).

Numerosi i riconoscimenti ottenuti tra i quali quello alla Cultura “Silva Parthenia” conferitole a Partinico nel 2015 e l’Encomio alla Cultura “La Biglia Verde” conferitole a Marsala nel 2017, “Diploma La Gru News” conferitole dalle maestranze del Comune di Cinisi nel 2020. È stata membro di giuria in vari concorsi tra cui il Premio Regionale “Sicilianamente” e il Concorso fotografico “Giovanni Meli” tenutosi a Cinisi nel 2015.

Numerosi e qualificati critici letterari ed esperti d’arte e di cultura si sono occupati della sua arte poetica e della sua Poesia Sculturata tra cui Maria Elena Mignosi Picone, Maria Antonia Manzella, Salvatore Maurici, Mariantonietta Mangiapane, Lidia Vitale, Pino Manzella, Giovanni Impastato, Silvio Grisafi, Francesca Currieri, Rosanna Maranto, Vincenzo Corona, Calogero Catania, Sandra Guddo, Giovanni Matta, Rosanna Maranto, Vincenzo Corona, Valentina Grazia Harè, Francesco Ferrante, Veronica G. Billone, Pippo Oddo, Caterina Vitale, Maria Rita Mutolo, Anna Barone, Cinzia Finocchiaro, Maria Antonietta Sansalone, Martina Emanuele, Vinny Scorsone, Silvio Ruffino, Vincenzo Cusumano, Giacomo Randazzo, Salvatore Mirabile, Sebastiano Tusa, Alessandra De Caro, Salvo Galiano, Pippo La Barba, Palma Civello, Santa Franco, Evelin Costa, Patrizia Iovine, Federico Baldini, Sara Missaglia, Luca Calvino, Emilia Ricotti, Sara Favarò, Cinzia Romano, Rosario Sanguedolce, Domenico Sinagra, Adriana Fresina, Antonino Schiera, Rosario Loria, Chiara Fici.

LORENZO SPURIO

La riproduzione del presente articolo, anche in forma di estratti e su qualsiasi supporto, non è consentita senza il consenso da parte dell’autore.

Bibliografia

Sito personale dell’autrice: https://giovannafileccia.wordpress.com 

Intervista a Giovanna Fileccia a cura di Chiara Fici: http://www.globusmagazine.it/giovanna-fileccia-la-coffa-simbolo-della-sicilia/#.X_yyW-DSJkw

Intervista a Giovanna Fileccia a cura di Antonino Schiera: https://antoninoschiera.blog/2020/10/09/poliedrica-e-creativa-la-scrittrice-giovanna-fileccia-si-racconta-per-noi/

Il sito\blog di Giovanna Fileccia Io e il Tutto che mi attornia: https://giovannafileccia.com/


[1] Chiara Fici, “Giovanna Fileccia e la coffa come simbolo della Sicilia”, «Globus Magazine», 25/05/2020, link: http://www.globusmagazine.it/giovanna-fileccia-la-coffa-simbolo-della-sicilia/#.YAIQinZKjIV (Sito consultato il 15/01/2021).

[2] Rimando a questo link che fa riferimento alla notizia di tale mostra, con foto, videopresentazione e premessa della poetessa, pubblicati sul suo sito ufficiale in data 23/12/2020: https://giovannafileccia.wordpress.com/2020/12/23/fibre-di-piombo-mostra-di-tiziana-viola-massa-e-giovanna-fileccia-video-e-opere/ (Sito consultato il 15/01/2021).

[3] Il video è raggiungibile a questo link: https://www.youtube.com/watch?time_continue=499&v=BpdaW2yBdJk&feature=emb_title

“L’ “io” in letteratura. Individualità e introspezione”. Le proposte dovranno pervenire entro il 20 aprile

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Il prossimo numero della rivista di poesia e critica letteraria Euterpe avrà come tema: L’ “io” in letteratura. Individualità e introspezione”.

 

I materiali dovranno pervenire entro il 20 aprile 2020 alla mail rivistaeuterpe@gmail.com

Per poter partecipare alla selezione dei testi per detto numero è richiesto di seguire le “Norme redazionali”.

Per essere informati su ogni aspetto relativo alla raccolta e invio di testi si può seguire anche l‘evento FB dedicato cliccando qui.

 

Ugo Foscolo e il giovane Napoleone in un percorso parallelo, a Senigallia sabato 9 novembre

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Sabato 9 novembre alle ore 17:30 presso il Museo del Giocattolo Antico a Senigallia, in via Pisacane n°43-45 si terrà una serate letteraria organizzata dall’Associazione Culturale Euterpe di Jesi. L’evento, dal titolo “Il giovane Napoleone e Ugo Foscolo” è teso a scandagliare, tra storia ufficiale, produzione letteraria e sensibilità dominanti nel periodo di riferimento, le esperienze umane di due esponenti di spicco della cultura europea.

Durante la serata verranno presentati al pubblico i volumi “Il giovane Napoleone. Tra lo Sturm und Drang e il Romanticismo” del poeta, scrittore e saggista Valtero Curzi pubblicato per i tipi di Intermedia Edizioni nel 2018.

Parimenti la poetessa croata Bogdana Trivak presenterà il suo saggio “Ugo Foscolo e il viaggio sentimentale” pubblicato dalla Fondazione Mario Luzi nel 2018.

Nel corso dell’incontro – che sarà focalizzato sulla fase giovanile del futuro imperatore Napoleone e sulla produzione letteraria di Foscolo – si individueranno possibili tratti d’unione tra i due uomini, percorsi di analisi paralleli, aspetti che possono risultare interessanti per una trattazione allargata che contempli elementi di carattere storico, letterario e umanistico. Un pomeriggio all’insegna della cultura, per approfondire un temperamento nuovo nell’Europa a cavallo tra due secoli, anticipando elementi e attitudini che nel Romanticismo troveranno il loro apice e naturale completamento.

“La nuova favola di Amore e Psiche” di Liliana Manetti, recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio 

Cop_La nuova favola di Amore e Psiche-page-001Il nuovo romanzo dell’autrice romana Liliana Manetti, La nuova favola di Amore e Psiche (L’Erudita, Roma, 2018) si presta a una lettura spigliata che porterà il lettore a consumare le poche pagine in un tempo limitato. Piacevole e a tratti divertente, la scrittura della Nostra predilige un linguaggio che trae i suoi lessemi dall’ordinario, senza superfetazioni e magniloquismi di genere; l’ordinarietà della sintassi adoperata e lo stile sobrio e di facile accoglimento, consentono la semplice appropriazione del lettore dell’intero intreccio che si dispiega, forse in alcuni punti in maniera un po’ troppo veloce, lungo le pagine del volume. Il lettore non può che pregustare il mistero che l’invade dinanzi alla copertina del libro dove campeggia un disegno con toni bicromatici nero-verde in cui la testa di una giovane donna, con un’espressione leggermente seria, fuoriesce dal camino di una casa in legno stile americano. Neppure il colophon aiuta a identificare il possibile autore di tale raffigurazione o la plausibile significazione o finalità dell’opera, affinché il lettore possa procedere con applicazione concreta ai temi e alle nervature sentimentali dell’opera stessa.

Dopo il romanzo breve Shabnam (PoetiKanten, Sesto Fiorentino, 2016) che avevo avuto il piacere di prefare e nel quale Liliana Manetti affrontava il tribolato tema dell’amore tra individui di diverse culture (in uno scenario difficile e austero quale quello dell’Afghanistan della seconda metà del Secolo scorso), nel nuovo romanzo ripropone il tema dell’amore elevandolo, con una chiave di raffronto, all’epico, alla mitologia classica.

Nella nota di apertura al volume, siglata da Costanza Inglese, si passa in rassegna la centralità della celebre opera di “Amore e Psiche” del Canova e della sua ricchezza espressiva fino ad arrivare a una nutrita ma forse incompleta elencazione di opere, tanto scultoree che pittoriche, che letterarie o musicali, che hanno ripreso il tema, l’hanno fatto proprio e l’hanno riproposto. Ciò, a qualche altezza, è ciò che fa la stessa autrice del romanzo che, parallelamente, narra di due storie: una ordinaria e al presente, quella della giovane Kiyomi innamorata di un uomo che sembra averla abbandonata senza dare delle spiegazioni, l’altra, appunto, quella del mito di Amore e Psiche, degli eterni amanti. Se cambiano le temporalità: il presente del vissuto al momento nella storia di Kiyomi e l’assoluto, il classico, l’eterno e il sospeso del mito, cambiano anche le appartenenze geografiche: la storia di Kiyomi, che in italiano significa “Bellezza Pura”, si svolge in Giappone, nell’impero del Sol Levante, con un explicit che necessita lo spostamento della donna sino a Parigi, nella vecchia Europa. Il mito ovidiano dell’amore, invece, come ciascun mito e narrazione che ha a che vedere con l’universo pluriforme delle divinità, non ha collocazione geografica in sé definita e, come per la sospesa temporalità, lo situa in uno spazio potenzialmente infinito e illimitato. Il legame tra le due storie è connaturato nella corporeità stessa dell’amore: la giovane Kiyomi necessita uno spostamento fisico per ritrovare il suo uomo al quale finalmente si ricongiungerà, anche carnalmente (com’era auspicabile) producendo anche progenie e inaugurando una famiglia. D’altro canto se pensiamo all’unità di marmo del Canova resa dai due individui abbracciati, teneramente avvolti e sfumati da linee leggere di movimento, non possiamo che credere, appunto, in questa composizione fisica, materica, strutturalmente compatta e concreta che è l’amore.

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La poetessa e scrittrice romana Liliana Manetti

Del mito classico si rimanda anche alle celebri metamorfosi di cui Ovidio Nasone fu senz’altro il più grande narratore, finanche de L’asino d’oro di Apuleio. Il tema dell’asino, tra le altre cose, è di fondamentale significazione all’interno della comunicazione narrativa e per il tema della trasformazione e dell’acculturazione se pensiamo ai cambi di stato e all’umanizzazione finale del giovane Pinocchio, da scapestrato burattino a bambino diligente passando, per l’appunto, anche da ciuco che viene battuto, umiliato e venduto. Non mi pare un collegamento ininfluente se prendiamo in considerazione che nel titolo dell’opera la Nostra parla di “favola” in relazione ad Amore e Psiche e non tanto di “mito”, come la teoria dei generi e la convenzione imporrebbe. La storia di Liliana Manetti non è un smash-up del mito, né una sorta di sequel, difatti finisce per essere un mero spunto narrativo per dar spazio alla reale storia e, trattandosi di una vicenda a lieto fine dove l’amore, contrariamente a quanto accade nella crudezza del mondo, vince, la rende nei termini di “favola” essendo appunto una storia d’amore edenica e, se vogliamo, idealizzata o dai tratti d’invidiabile buonismo.

  Mi sento di dire che l’opera di Liliana Manetti, dal piglio istrionico e dove i parallelismi tra le due storie non finiscono per sembrare forzati, sia una vicenda curiosa da leggere che può dar l’opportunità, appunto, a una ricerca maggiore direzionata verso il mito, le divinità classiche, la cultura umanistica, proiettata, in una parola sola, verso il Bello.

Lorenzo Spurio

 

La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.  

 

Il “Fondo Desideri” donato alla Biblioteca Comunale di Massa Marittima. La presentazione sarà venerdì 23 novembre

Sono circa 1500 i volumi del prof. Antonio Desideri, docente e scrittore, ceduti per volontà della famiglia.“Un vero e proprio tesoro per la nostra istituzione bibliotecaria”, ha detto Marco Paperini assessore alla cultura.

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La Biblioteca “Gaetano Badii” di Massa Marittima (Gr) amplia in modo importante la sua proposta di libri grazie alla donazione dei libri di Antonio Desideri studioso della letteratura e indimenticato docente e preside delle scuole medie e del  ginnasio a Massa Marittima dal 1943 al 1956. Proprio per il grande attaccamento del professore alla città del Balestro che la famiglia ha deciso di donare circa 1.500 volumi alla biblioteca. Dopo l’approvazione della donazione da parte del Consiglio Comunale di Massa Marittima, all’inizio del 2018 i libri del professore sono stati portati nella Biblioteca e si è proceduto al lavoro di inventario e presa in carico.

La presentazione al pubblico del Fondo si svolgerà venerdì 23 novembre alle ore 17 nella sede della Biblioteca in Piazza XXIV Maggio, con un evento dal titolo: “La biblioteca di Antonio Desideri tra Massa Marittima e Firenze. La scuola, l’impegno civile, la storia”. Saranno presenti i figli dello studioso: Paolo, Alberto e Laura Desideri, quest’ultima direttore della Biblioteca del Gabinetto Viesseux di Firenze, l’assessore alla cultura Marco Paperini, il direttore della Biblioteca Comunale Roberta Pieraccioli e Aldo Simeone della Loescher Editore, la casa editrice che ha di recente ripubblicato un manuale di storia scritto da Desideri per i licei dal titolo “Storia e storiografia”. In occasione della presentazione del Fondo, sarà anche inaugurato lo scaffale con i libri scritti dal professore. Desideri ha lavorato come docente e preside a Massa Marittima in un periodo difficile giocando un ruolo importante nella riorganizzazione delle scuole della città nel periodo tra l’occupazione tedesca e il primo dopoguerra.

Desideri a Massa Marittima.jpgNato a Pitigliano nel 1915 e morto nel 2004 a Castiglione della Pescaia, laureato in Storia Romana a Firenze nel 1939, entra di ruolo nella Scuola Media inferiore e Ginnasio Superiore Statale di Massa Marittima il primo ottobre del 1943, ma vive sfollato con la moglie e i primi due figli a Gerfalco fino alla liberazione di Massa nell’estate del 1944. A Massa Marittima qui nasce la terza figlia. Nell’ottobre del 1956, dopo 13 anni, Desideri con tutta la famiglia si trasferisce a Firenze, dove insegna Latino e Storia all’Istituto Magistrale e inizia la sua attività di studioso e autore di testi e manuali scolastici per case editrici di rilievo come La Nuova Italia e D’Anna Editore. Pur vivendo a Firenze, Desideri resta sempre molto legato a Massa Marittima e al territorio tanto che la sua figura è ricordata ancora oggi da molti che lo hanno avuto come insegnante e collega. Tra i libri che sono stati donati alcuni sono testi scritti dallo stesso Desideri e una parte più cospicua costituita da libri di storia, di letteratura, saggi vari che il professore ha raccolto e utilizzato per la sua attività di saggista e docente tra cui 800 volumi circa di storia tra storia generale e storia di specifici periodi dall’antichità alle soglie dell’anno 2000, volumi di saggistica politica e sociale; 700 volumi circa di letteratura classica italiana e straniera, di musica, cinema, arte e opere di consultazione quali dizionari ed enciclopedie. “Si tratta di una donazione importante – ha detto l’assessore alla Cultura Marco Paperini – il professor Desideri ha costruito la sua biblioteca con una logica didattica in funzione dei suoi studi per redigere una serie di manuali di storia della letteratura: si tratta quindi di un valore culturale alto che arricchisce il nostro patrimonio bibliografico”.

Massa Marittima, 19 novembre 2018

L’antologia “Adriatico” della Ass. Euterpe a sostegno dello IOM sarà presentata domenica 3 dicembre a Jesi (AN)

Presso la sala maggiore del Palazzo dei Convegni di Jesi (Corso Matteotti) domenica 3 dicembre si terrà, a partire dalle 17:30, la prima presentazione al pubblico del volume antologico “Adriatico: emozioni tra parole d’onde e sentimenti” ideata e prodotta dalla Associazione Culturale Euterpe di Jesi. Il volume, curato da Stefano Vignaroli, Lorenzo Spurio e Bogdana […]

via A Jesi la prima dell’antologia benefica sul mar Adriatico a sostegno dello IOM — Associazione Culturale Euterpe

Raccolta di libri per la biblioteca dell’Ist. Neurologico “Mondino” di Pavia

Raccolta di libri per la Biblioteca dell’Istituto Neurologico “Mondino” di Pavia!

Associazione Culturale Euterpe

L’Associazione Culturale Euterpe, su proposta di una socia, ha deciso di accogliere l’idea di provvedere a una raccolta di libri da donare alla Biblioteca dell’Istituto Neurologico Nazionale “Casimiro Mondino” di Pavia (INRESS).

Si tratta di una eccellenza italiana nel campo della ricerca e della cura di malattie neuropsichiatriche la cui attività è sostenuta ed è in collaborazione con la locale Università degli Studi di Pavia (maggiori info: www.mondino.it).

13654257_1727067207545704_6356289149121409680_nE’ possibile inviare qualsiasi genere di libro (raccolta di poesie, raccolta di racconti, romanzo, testi teatrali, libri per l’infanzia, testi fotografici, manuali specialistici, etc.) purché nuovi o, se usati, in buone condizioni. Saranno gradite le dediche in apertura al volume.

La raccolta di testi dovrà rispettare la data di scadenza per l’invio fissata al 30 ottobre p.v.

I libri  potranno essere consegnati a mano ad un socio fondatore della Associazione Culturale Euterpe oppure inviati a mezzo posta ordinaria alla sede della…

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Intervista al poeta Corrado Calabrò. A cura di Lorenzo Spurio

INTERVISTA A CORRADO CALABRÒ

A cura di Lorenzo Spurio

  

LS: Quale definizione di poesia si sente di dare?

C.C.: Telefonini, televisione, radio, computer ci hanno assuefatto a una visione banale, olografica del nostro essere al mondo. La Rete ha modificato il modo in cui il soggetto si percepisce. Tutto sembra essere stato detto in questo profluvio di parole: tutto tranne quello che attendevamo nel profondo. L’insoddisfazione viene saturata aumentandone la dose.

La poesia è un interruttore, un commutatore di banda, che fa sì che appaia sul nostro schermo interiore qualcosa che avevamo sotto gli occhi e che guardavamo senza vedere. Un trasalimento dell’anima che sposta un po’ più in là il nostro orizzonte mentale, o così ci piace credere.

Sì, a volte –in un momento felice che ha del magico- un’immagine, una percezione, un’intuizione si stacca dal film travolgente del quotidiano e s’impone all’attenzione con una suggestione imprecisabile, condensando in sé un significato che ci conquista come una rivelazione, tanto da diventare un’immagine, una percezione, un’intuizione sovradeterminata: un orizzonte di significato è stato superato.

È come il fiammifero di Prévert. Ricordate quella poesia di Prévert, Tre fiammiferi accesi nella notte? Un innamorato, al buio su un ponte sulla Senna, accende tre fiammiferi: uno per vedere gli occhi, uno per vedere la bocca, un terzo per vedere il volto tutto intero della sua ragazza. In quel momento in cui il fiammifero si accende, in cui scatta il flash, siamo tutti poeti, dentro di noi.  Ma è poeta solo chi riesce a far intravedere agli altri quel flash di bellezza che l’ha abbagliato. Come? Certo non con enunciazioni dirette: il volto della Medusa paralizza chi lo guarda direttamente, diceva Calvino.

Corrado Calabrò

Il poeta Corrado Calabrò

La poesia comunica per analogia, in modo indiretto, per evocazione, per allusione, per metafora. La metafora è lo strumento privilegiato della poesia. “Erano le cinque della sera” dice García Lorca nel suo Llanto por Ignacio Sanchéz Mejías. Ventisette volte ripete “a las cinco de la tarde”, “a las cinco en punto de la tarde”. Tutti gli orologi segnavano le cinque della sera… Perché lo dice così tante volte? Non vuol certo dirci l’ora! Vuol dirci qualcos’altro. Ma se avesse detto: “Quel pomeriggio, nella Plaza de Toros di Siviglia, il giovane e valente torero Ignacio Sanchéz Mejías, nel momento in cui stava infilando la spada nella cervice del toro venne incornato e, ferito a morte, venne portato via in barella e morì mentre veniva trasportato in ospedale… avrebbe fatto una piatta cronaca giornalistica o giudiziaria. Invece lui si limita a dire “erano le cinque della sera” e niente come questa espressione ci dà il senso della fragilità, della natura effimera della nostra vita. E non dice che è morto, dice che tutti gli orologi segnavano le cinque della sera. Perché quando un uomo muore l’orologio, il tempo, si ferma per sempre per lui. Parla dunque dell’orologio per dire della vita. È così la poesia: dice una cosa per farne intendere un’altra.

LS: Quando è stata la prima volta che ha scritto una poesia? Di che cosa parlava?

C.C.: Le prime poesia pubblicabili (e poi effettivamente pubblicate da Guanda) le ho scritte tra i quindici e i diciotto anni. Parlavano del mare: alcune figurano ancora nelle mie raccolte antologiche.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più la affascinano? Perché?

C.C.: I lirici greci, Dante, Tasso, Ariosto, Leopardi, Baudelaire, D’Annunzio, García Lorca, Rilke, Eliot, in poesia. Ma hanno spiegato forte influenza su di me anche Machiavelli, Nietzsche, Kafka, perché mi hanno fatto capire la valenza del non finito. Come scrive Musil, è vero poeta colui le cui frasi non hanno il punto finale; ti fanno desiderare il seguito, te lo fanno intuire mediante il non detto. Ma si tratta del non detto indotto da quello specifico detto. “Eran las cinco de la tarde….”.

LS: Quale è il suo legame con la regione natale, la Calabria?

C.C.: Vivo da oltre cinquant’anni a Roma, ch’è una città meravigliosa. Ma ogni mattina, quando appena sveglio apro le imposte, avverto un senso di privazione. Ancora assonnato, ogni mattina non mi rendo conto sul momento di cosa mi manchi. Solo un attimo dopo realizzo: mi manca il mare, quel mare che vedevo da ogni finestra della mia casa nativa. È la mia vita non vissuta che s’affaccia.

LS: Quali dovrebbero essere secondo lei le doti umane del poeta?

C.C.: D’Annunzio aveva atteggiamenti detestabili; ma è il più grande poeta italiano degli ultimi cento anni. Anche Quasimodo e Montale erano sgradevoli. Cardarelli era invece empatico; ma è meno valido degli altri due.

La poesia è una creatura che vive una sua propria vita, disgiunta da quella del suo autore. Vive nell’interazione col lettore, con l’ascoltatore; entra in risonanza ed acquista significanze ulteriori se corrisponde a un’attesa profonda e (semi)sconosciuta del destinatario, fornendogli le parole per esprimere qualcosa che pulsava in lui subliminalmente e non riusciva a prendere forma.

LS: Se dovesse scegliere tra Eugenio Montale e Quasimodo chi sceglierebbe e perché?

C.C.: Quasimodo, senza esitazione. Le sue immagini, i suoi distici timbrano la nostra percezione, si stampano dentro e ritornano nell’orecchio interiore. La sua infedele traduzione dei lirici greci rende genialmente lo spirito degli originali, infonde loro nuova vita, come nessuna traduzione letterale potrebbe fare.

Montale è più laborioso, più intenzionale; meno incisivo.

LS: Secondo Lei tutti sono in grado di comprendere la Poesia o la corretta ricezione della parola può avvenire solo in seguito a una sorta di addomesticamento letterario e studio?

C.C.: Io non so se sarei riuscito a sentire, come sento, la poesia se, tra i dieci e i venti anni, non avessi letto, e in parte imparato a memoria, tutti i più grandi poeti italiani e francesi (compreso Corneille). Ho detto: imparato a memoria. La bellezza e la forza evocativa di una vera poesia si coglie solo alla quarta, quinta lettura. Ma nessuno arriva alla seconda lettura se non è già attraente alla prima. Allora, se è una vera poesia ti ritornerà irresistibilmente nella mente, come il canto delle Sirene.

Quanto male hanno fatto questi anni di antipoeticità al gusto della poesia! Ci hanno forse preservati dalla retorica, ma ci hanno inculcato la fumisteria, la vacuità, l’insignificanza, come i sarti de I vestiti nuovi dell’Imperatore di Andersen.

Lo studio non è tutto; ci sono doti istintive e c’è l’intuito, che non è di tutti. Ma nemmeno Mozart, che componeva a cinque anni, sarebbe stato quel che è stato  se non avesse assimilato tanta musica di alto livello già nei primi anni di vita.

LS: Negli ultimi anni sono fioriti una serie di movimenti culturali di impronta per lo più minimalista quali l’empatismo (Giusy Tolomeo), il metateismo (Davide Foschi), la neon-avanguardia (Ivan Pozzoni), etc. Pensa che sia ancora possibile nel nostro oggi essere portavoce di una idea di originalità e che il movimento e il manifesto possano servire ancora come collanti dai quali partire?

C.C.: Movimenti, tendenze, congreghe tendono a mascherare una realtà impresentabile: l’impotenza creativa, l’Imperatore in mutande. Creano aggregazioni come la massoneria. A cominciare dal Gruppo 63, hanno imposto la più assurda e arrogante pretesa: che poesia fosse solo il prodotto degli appartenenti a una determinata cerchia. Così prima si stabiliva chi dovessero essere i poeti e poi cosa fosse la poesia.

La poesia, come dicevo, non consente una lettura diretta; ma non per questo può chiudersi in un cerebralismo asfittico ed autoreferenziale, incomunicabile per assioma, in un solipsismo in cui il poeta si compiaccia di capire lui solo quello che ha scritto e poi ci metta mezz’ora per spiegarlo artificiosamente. No, la poesia non tollera spiegazioni estrinseche. La poesia è come le barzellette o come un tiro in porta. È ozioso raccontare: ho colpito la palla di piatto, di collo, con l’esterno del piede; se il tiro è sbagliato l’hai sbagliato, se è entrato in porta hai fatto goal.

C’è un mio saggio, Il poeta alla griglia che mette bene in luce questa deviante deriva che per trent’anni ci ha portati ad arenarci in un fondale sabbioso, a star lì a  fare il pediluvio senza affrontare il mare aperto.

Per tali opinioni mi è stato comminato l’ostracismo dalle tendenze vincenti (che hanno anche occupato le cattedre universitarie). Come i perseguitati politici, ho chiesto asilo poetico all’estero (e lì ho pubblicato 32 libri con traduzioni in 21 lingue).

LS: Che cosa pensa dei reading poetici? È un buon modo per far poesia e condividere esperienze oppure no? Perché?

C.C.: Sì, perché:

– Vengono interessate alla poesia persone che la percepiscono meglio ascoltandola che leggendola;

– Si fanno conoscenze e a volte si simpatizza (talaltra si antipatizza, ma c’est la vie).

Io, poi, ho motivi particolari per ricordarli con piacere.

In Italia ho incontrato in una di quelle occasioni, più di trent’anni fa, una giovane poetessa con la quale è nato un grande amore.

All’estero ho incontrato qualcuno che ha messo in orbita la mia poesia.

LS: In che maniera sceglie quello che di volta in volta sarà il titolo di una silloge poetica? Lo trae da una poesia particolarmente significativa raccolta nella silloge oppure è completamente diverso dai titoli delle liriche all’interno?

C.C.: Molte mie raccolte recano il titolo di una mia poesia, che mi è sembrato evocativo: Mittente sconosciuta, Il filo di Arianna, Presente anteriore, A luna spenta, Ricordati di dimenticarla, Alba di notte, Una lama nel miele, Deriva, T’amo di due amori, Password, Mi manca il mare. Altri titoli, forse i più importanti, no: Una vita per il suo verso, Oscar Mondadori, 2001; La stella promessa, Lo Specchio Mondadori, 2009.

LS: Può parlarci del recital Ricordati di dimenticarla, come è nato e quale è la storia in esso contenuta?

C.C.: Si tratta di un recital-spettacolo che ha una trama, un andamento teatrale; è accompagnato dalla musica e da canzoni. La prima performance (con altro titolo) fu al Teatro Argentina a Roma, il 28 ottobre 2001, in occasione dell’uscita della raccolta Una vita per il suo verso.

Poi, una compagnia di attori (Walter Maestosi, Daniela Barra. Maria Letizia Gorga, con il musicista Giovanni Monti), hanno inserito il recital nel loro programma itinerante e ne sono seguite numerosissime repliche in Italia e all’estero: a Roma, all’Auditorium Conciliazione e in vari altri teatri, a  Torino -al Teatro Regio e al Teatro Gobetti-; a Milano -al “Piccolo”-; a Genova -al Teatro Govi-; a Firenze –al Teatro La Pergola-, a Bari, Cagliari, Orvieto, Foggia, Arezzo, Perugia, Pesaro, Lodi, Potenza, Catanzaro, Vicenza, Vercelli, Cosenza, Pavia, Reggio Calabria, Messina, Verona, Novara, Aosta, Biella, Padova, Bologna, Sidney, Melbourne, Varsavia, Parigi, Buenos Aires, Madrid, Montecarlo.

Sono stati fatti anche vari compact disks con le voci di Achille Millo, Riccardo Cucciolla, Giancarlo Giannini, Walter Maestosi, Paola Pitagora, Alberto Rossatti, Daniela Barra.

Corrado Calabrò ottiene la Laurea Honoris Causa all'Università Statale di Mariupol (Ucraina) nel Maggio 2015.

Corrado Calabrò ottiene la Laurea Honoris Causa all’Università Statale di Mariupol (Ucraina) nel Maggio 2015.

LS: La domanda che vorrebbe le fosse posta in una intervista o la cosa che mai nessuno le chiede?

C.C.: “Cosa prova quando fa poesia?”

E la risposta è: “Quando mi sembra di essere riuscito a fissare in un verso quel lampo di bellezza che mi ha abbagliato provo una gioia intensa. Poi, rileggendo quei versi a distanza di tempo, mi viene il sospetto di non essere riuscito a trasmettere (nel modo evocativo, allusivo, ipertestuale, proprio della comunicazione poetica) quello che ho sentito così fortemente. Mi sorge il dubbio che non sia del tutto inaspettato quello zampillo d’acqua vergine  scaturito dalla roccia per un tocco di bacchetta magica; che ci sia del convenzionale nel suo porgersi. Così com’è per convenzione che riteniamo che l’ostia ci rievochi il mistero dell’eucarestia.

LS: Un ricordo piacevole che vuole condividere con noi di questi vari anni di poeta (una persona incontrata, il colloquio con qualcuno, un’osservazione, un fatto curioso, ….)?

C.C.: Due sono i ricordi più impressivi.

Una ventina di anni fa, in Grecia, a Kavala, ci fu un meeting di poeti di vari Paesi (per l’Italia c’ero io). La sera, dopo i recitals, andavamo per le taverne del porto a sentire e a cantare canzoni greche. L’ultimo giorno andammo all’isola di Thassos. Lì mi fecero ascoltare una canzone di Theodorakis e mi chiesero: “Non noti nulla?”. Avevano aggiunto un’ultima strofe con, tradotti in greco, questi versi di una mia poesia: “E non dirò ch’è amore, se non vuoi.//No, non dirò ch’è amore, se hai paura”.

Ma l’incontro per me più importante è avvenuto in Messico, una dozzina di anni fa. Un altro meeting internazionale. Io presentavo la raccolta messicana delle mie poesie Alba en la noche e, come al solito, leggevo alcune poesie in italiano mentre un messicano le leggeva in spagnolo. Partecipava al meeting, per la Spagna, il poeta e professore universitario Luis Alberto de Cuenca, già ministro per la cultura con Aznar. A cena, sedendo al mio tavolo con la deliziosa moglie Alicia, mi disse che le mie poesie erano molto belle e che non sempre la traduzione le rendeva al meglio. Mi chiese di mandargli qualche mio libro in italiano, che lui capisce perfettamente (e, nello scritto, raffinatamente), pur parlandolo con limitazioni.

Quello è stato un importante decollo per la mia poesia: dopo d’allora tre editori spagnoli hanno pubblicato cinque raccolte delle mie poesie, tra cui una, edita da SIAL, di 570 pagine, accompagnata da un CD. Non ho nemmeno in Italia una raccolta così vasta delle mie poesie.

Ultimamente, poi, lo stesso editore di SIAL, Basilio Rodrίguez Cañada, ha pubblicato, nelle edizioni Pigmaliόn, la raccolta Acuérdate de olvidarla, composta interamente di poesie d’amore, alla quale è stato assegnato, il 17 febbraio di quest’anno, il Premio Internacional de Literatura Gustavo Adolfo Bécquer 2015.

LS: Che cosa ne pensa della figura del critico che spesso, in virtù del suo approccio distaccato e obiettivo, commette l’errore di dare una lettura fredda e manualistica di una poesia finendo per sminuire la poeticità racchiusa proprio nell’atto ispirativo e creativo?

C.C.: Oggi la poesia italiana, come la poesia, l’arte in tutto il mondo, attraversa una grave crisi d’identità, ch’è una crisi di valori, di fiducia nella capacità espressiva dell’arte e massimamente del linguaggio poetico. Innegabilmente, dai tempi di Omero, di Dante, di Shakespeare, la parola ha subito un irrecuperabile processo di designificazione.  La fiducia nella parola rivelatrice è scossa irreparabilmente. E tuttavia noi avvertiamo l’esigenza di stabilire un contatto con qualcosa che vada al di là del ripetitivo e del convenzionale.

Gli psicologi ritengono verosimile che la coscienza (facoltà esclusiva della specie umana) si sia evoluta per selezione naturale a partire dal momento in cui l’uomo ha cominciato a sviluppare il linguaggio. E i neurobiologi hanno riscontrato che la nostra mente ha una natura linguistica e che il nostro pensiero dipende dal linguaggio, il quale addirittura conforma la struttura del nostro cervello secondo la sintassi. Il che significa che siamo noi stessi, con le parole che facciamo nostre, a sviluppare la capacità di comprendere. In altri termini, che facciamo entrare il mondo dentro di noi! Per ognuno di noi il mondo esiste solo nella misura in cui la sua mente lo percepisce. Ma accanirsi letterariamente sul linguaggio ne anemizza la vitalità espressiva. Un linguaggio fine a se stesso, un linguaggio ripiegato su se stesso avvizzisce sé e con esso le nostre strutture mentali.

Esprimere l’indicibile è impossibile e al tempo stesso irrinunciabile, per qualche ragione che ci sfugge, come gli alpinisti non sanno rinunciare a scalare le vette più alte, perfino ad altezze dove manca l’ossigeno.

I critici che si confinano in un’esegesi puramente cerebraloide, in un formalismo fine a se stesso sono come quei pittori che ricalcavano sempre la stessa raffigurazione stereotipata nelle icone bizantine o nei cammei giapponesi.

Non si può rinunziare alla significanza della poesia, sebbene la poesia resti sospesa tra l’inveramento della promessa e la negazione definitiva; l’amore, la poesia si collocano fra la presenza e l’assenza, fra il contatto e la perdita di contatto.

Una corposa edizione delle poesie di Corrado Calabro edite in lingua spagnola

Una corposa edizione delle poesie di Corrado Calabro edite in lingua spagnola

La tecnica, la sperimentazione, sono necessarie. La poesia trascorre come un’ala; per catturarla al volo occorre una tecnica raffinata. Non si può cogliere il senso di una visione poetica separato dal suo modo d’esprimersi, di significarsi, come non si può cogliere una palla al volo in un attimo diverso da quello del suo impatto e se non con quell’atteggiamento dinamico di tutto il corpo, con quella giusta torsione del piede (quella e quella sola) che indirizzi la palla in modo appropriato, tale da cambiare la situazione.

Occorre dunque padroneggiare perfettamente la metrica. Ma guai a scambiare gli esercizi di versificazione con la poesia; sarebbe come scambiare la ginnastica e il palleggio preparatori con la partita.

Qualsiasi espressione (perché di un’espressione non può farsi a meno) è un atto estetico solo in quanto ci rechi il messaggio che inconsapevolmente attendevamo. In cosa consiste questo messaggio? Consiste, è racchiuso –come accade nei sogni-, nel preannuncio, nella premonizione di un’imminente rivelazione. Se una frase musicale, un verso, un tratto di pennello non ci fanno sentire che stanno per dirci qualcosa, che alludono, preludono a un arcano disvelamento (e non importa poi che la rivelazione venga continuamente rinviata), essi non inducono a quella levitazione del preconscio, non provocano quel palpito dell’avvento, che sono la connotazione, le stimmate della (ri)creazione artistica.

E non c’è creazione artistica, non c’è poesia senza ispirazione.

Capisco che chi non ha conosciuto la condizione di entusiasmo sperimentata da chi ha sentito un dio dentro di se (εν-θεóς), quella condizione di possessione della mente, di divina follia, di cui parla Platone, neghi la realtà dell’ispirazione, la ritenga una mistificazione. Ma è come negare la realtà degli ultrasuoni perché l’orecchio umano non li sente.

No, la poesia non è la fabbricazione del nulla, non è il vuoto spinto, e i critici non hanno la funzione di controllare il traffico delle mosche, come certe correnti letterarie asfittiche hanno voluto farci credere nel lungo periodo di glaciazione della cultura (J. P. Aron) che abbiano attraversato. “Conosco facendo” diceva Giambattista Vico. E il primo significato di πоιέω è proprio fare.

“Nelle scienze si cerca di dire in un modo che sia capito da tutti qualcosa che nessuno sapeva. Nella poesia è esattamente l’opposto”, osservava sarcasticamente il grande fisico Paul Dirac.

È vero, non si può rinunciare al linguaggio; ma a un linguaggio che si alimenti di conoscenza e ne sia tramite. L’interdipendenza degli approcci caratterizza oggi, più che mai, la cultura. La scienza, nella sua ultima proiezione, si sovrappone all’arte e alla filosofia. Può la letteratura, la poesia, rifiutare l’osmosi della scienza senza autocondannarsi all’estinzione come i Catari?

La poesia non parla col linguaggio della scienza, ma deve dire, suggerire qualcosa che ci protenda oltre noi stessi.

Siamo arrivati a un punto di ricerca dell’ultima realtà davanti alla quale non ci soccorrono più i mezzi di visione diretta. Nell’acceleratore di Ginevra non si ha visione diretta delle particelle ricercate, ma certe traiettorie, nello scontro di particelle, fanno desumere l’esistenza di altre particelle. Bene, non è una forma di metafora questa?

Mi viene in mente il mito della caverna di Platone, un filosofo poeta (anche se lui bandiva i poeti dalla sua Repubblica…) di profondità non ancora del tutto sondate. Ricordate cosa diceva nel mito della caverna? “All’uomo non è dato conoscere la realtà ultima delle cose”, quella che lui chiamava l’essenza ideale: l’uomo non può vedere le cose direttamente, ne vede soltanto le ombre proiettate sul muro della caverna mentre scorrono al di fuori.

È quello che noi vediamo nell’acceleratore di Ginevra. Una traiettoria che è segno di uno scontro dal quale nasce qualcosa che noi non riusciamo a vedere.

Non c’è un accostamento significativo a quella visione di Platone? E anche alla poesia, perché la poesia parla per analogia, parla per evocazione, parla per allusione.

Se la poesia si rinsangua, forse riesce anche a esser meno compiaciuta di sé e più strumentale alla rivelazione di un qualcos’altro, di quel qualcosa che il cieco Omero vedeva e noi usualmente non vediamo. La forma poetica è un modo per intuire che c’è qualcosa al di là del muro, come diceva Montale. Quando questo non è un enigma dentro l’enigma, voluto a forza per apparire intelligenti quanto artificiosi; quando c’è sincerità e talento, è un momento di grazia, come quando si trova l’accordo a mettere felicemente insieme due o tre note. In quel momento la poesia svolge una funzione sempre attuale, sempre viva, che ci proietta anzi verso il futuro.

LS: Lei figura da anni in numerose Giurie di concorsi letterari. Quanto è difficoltoso e importante il ruolo di Giurato in un Premio letterario e in che cosa consiste la difficoltà?

C.C.: La difficoltà consiste in un giudizio non superficiale.

Ricevo una cinquantina di libri per ogni premio in cui sono in Giuria. Nel premio Camaiore, addirittura, sono più di 200 ogni anno. Come si possono leggere tutti funditus? Si va un po’ a tentoni, si orecchia, ci si sofferma di più su alcune opere, meno su altre; non è giusto, ma è così. È già tanto se si resta tetragoni alle sollecitazioni.

LS: Un autore letto e riletto, che torna spesso a sfogliare o a spolverare perché i suoi brani sono importanti lezioni di vita?

  • Einstein: L’unificazione dello spazio e del tempo in una sola dimensione, lo spazio-tempo, ha cambiato la nostra visione dell’esistente, ha riconciliato la duplicità tra l’essere di Parmenide e il divenire di Eraclito. Einstein ci ha rivelato scientificamente la compresenza del passato nel presente: noi vediamo oggi quello che è accaduto in una stella due miliardi di anni fa. Lo vediamo come se accadesse ora; e per noi accade adesso, in questo momento. (L’arte fa qualcosa di simile: pensate ai guerrieri di Riace).
  • Stephen Hawking: esempio sbalorditivo della indomabile potenza della mente in un corpo totalmente disabilitato.

LS: Quali attività letterarie la vedono impegnato in questi mesi?

C.C.: Assisto, dalla finestra, all’uscita di altre mie traduzioni. È un ruolo quasi passivo, certo, ma quando l’ispirazione non pulsa in modo irresistibile io non incalzo la Musa; aspetto.

Come dicevo, il poeta si esercita, si cimenta, si predispone, si allena, fa laboratorio e ricerca. Ma ho imparato che il lungo lavoro di sperimentazione, di esercizio, ci serve semplicemente per essere pronti in quell’attimo, in quella fase che è stata definita d’avantesto, cioè la fase di gestazione del testo, in cui ci troviamo in uno stato d’attesa, d’incubazione di qualcosa che preme oscuramente a livello subliminale, preme per prendere forma.

«Il primo verso è sempre un dono degli dei» ha scritto Paul Valéry (ch’eppure non era un romantico). Accade quando accade, se accade. E, comunque, poi?

L’intervallo tra quando un dio ci ha visitati ed è andato via, e un altro deve ancora venire può essere lungo, molto lungo. Il poeta, anche il grande poeta, nasce  e muore ogni volta con la sua creazione, come l’agave, e ogni volta lo fa con l’innocenza di una nuova nascita. Nessuno può dire se e quando scriverà di nuovo una vera poesia. Parafrasando Jules Renard, possiamo dire che nella casa della poesia la stanza più grande è la sala d’attesa.

 

Roma, 04-06-2015

Intervista ad Annamaria Pecoraro “Dulcinea”, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista ad Annamaria Pecoraro “Dulcinea”

a cura di Lorenzo Spurio

 

Lorenzo Spurio e Annamaria Pecoraro alla Yellow Reading organizzato a Firenze a settembre 2014

Annamaria Pecoraro e Lorenzo Spurio allo Yellow Reading organizzato a Firenze a settembre 2014

LS: Ti ricordi che età avevi quando hai scritto la prima poesia? Cosa ti ha portato ad “armarti” della parola scritta per la prima volta: quale avvenimento in particolare, se puoi dircelo?

AP: In verità la prima volta che mi sono cimentata nella scrittura è stata con la prosa, alle elementari e con un racconto. Ricordo di aver sviluppato la storia come se fosse ben chiara nella mente con tutte le sue sfumature e forme. “Salto nella terza dimensione”, una sorta di viaggio in un altro mondo, parallelo al nostro quotidiano, avventuroso  e fantasy, dove dall’incontro con altre creature, quelle sulla terra (in particolare sugli alberi) e quelle sottoterra, l’essere umano riesce a trovare il punto d’incontro e a fermare la guerra tra i due popoli. Ogni tanto lo sfoglio ancora. La poesia invece è nata sui banchi del liceo.  Poi come un guizzo, una decina di anni fa, ero in mezzo a una piazza, osservando è nata “Passi”. Da allora non mi ha più abbandonata.

LS: Che cosa è per te la poesia e quanto è importante nella vita di tutti i giorni?

AP: La poesia è l’arma bianca che disarmata arma. Può sembrare un gioco di vocaboli, ma è l’essenza base dell’ispirazione quotidiana. Da ogni azione e reazione può nascere poesia: civile, amorosa, religiosa. Catturata dalla sensibilità e dal volere andare oltre, testimonia coraggiosamente ciò che viviamo, nel bene e nel male, sia di notte che di giorno. Credo che questa sia una grande responsabilità per chi fa delle parole un messaggio da donare.

LS: Spesso ti firmi con lo pseudonimo di “Dulcinea” che è il nome del celebre personaggio donchisciottesco. Come mai lo hai scelto per definire la tua identità?

AP: Dulcinea rappresenta l’amore immaginario nella sua universalità, e Don Chisciotte sa bene cosa e quale significato abbia, solo che è perso nella lotta contro i mulini a vento, pur sapendo di perdere. In fondo ognuno di noi, ha in sé il discernimento, solo che spesso scegliamo la strada più comoda che non sempre è quella giusta. Se solo ci guardassimo dentro e intorno, scopriremo che il mondo è strapieno di bellezza, amore e ricchezza che può darci la forza di vedere il bicchiere mezzo pieno, affrontando gli ostacoli con il sorriso. Certo non è semplice, ma nemmeno impossibile. Siamo tutti in cammino e alla ricerca e forse è vero: “Ognuno di noi, prima o poi, fa un viaggio nel suo “inferno”, forse perché in fondo non cerchiamo che noi stessi…” (A. Pignatiello).

LS: Da vari anni sei anche speaker per varie radio e sei spesso in contatto con l’ambiente musicale tramite concerti, presentazioni di artisti, recensioni e tanto altro. Puoi dirci che peso gioca la musica nella tua vita e quanto credi possa essere importante per ciascuno di noi nel corso della nostra esistenza?

AP: Ho iniziato nel 2007 collaborando con “Radio SI” di Bruxelles, radio delle ambasciate (Spagnola, Francese, Belga e Italiana) per la promozione e diffusione della poesia e della lingua italiana con Tony Esposito, poi tutt’oggi diventata Radio Napoli Emme Live nel programma “Musica e Parole”, poi con Radio Liberty in Sicilia e infine con la radio ufficiale dei Litfiba: “Litfiba Channel Radio”. Due delle mie poesie (“Amore ” e “Passi”), sono state lette anche nel programma “Big Night”su Radio Kiss Kiss, con i Dj Max Poli, Branca ed il Poeta Andrea Cacciavillani e Viva la Radio Network. Prima tremavo nel declamare poesie mie, poi ho scoperto in me anche la voce, per dare vita a quello che sentivo e a prestarla, anche chi trova difficoltà. La musica è sempre stata parte integrante: scrivo ascoltando  la musica, poi è diventata parte fondamentale di quello che faccio, uno sposalizio perfetto e una complicità unica. Questo mi ha portato a conoscere e intervistare artisti che mai avevo pensato di conoscere, scoprendo che l’umiltà rende signori.  Molta mole di impegni ma grandi motivazioni e crescita personale e professionale, tanto da diventare giornalista International freelance, direttore di Deliri Progressivi e collaboratrice per Toscana Musiche, oltre che per altre testate.

LS: Poesia e musica nascono geneticamente unite tra di loro, se pensiamo alle composizione che in passato venivano sempre accompagnate da strumenti dalla sonorità lieve e armonica quali cetre od arpe. Secondo te è possibile ritrovare la musica e dunque la musicalità in un testo poetico anche laddove questo sia privo di sistemi di rime, assonanze e consonanze. Che cos’è per te la musicalità del verso?

AP: “Una musica può fare … salvare”, dice una canzone di Max Gazzè, “Poi, d’improvviso, mi sciolse le mani e le mie braccia divennero ali, quando mi chiese: “Conosci l’estate?” io, per un giorno, per un momento, corsi a vedere il colore del vento.” (Fabrizio de Andrè,”Il sogno di Maria”), “Notti intere bruciate con anime spente solo per sentirsi migliori altre notti passate a fare finta di niente o a fare finta di non sentirsi soli …” (Giorgio Canali – La solita tempesta), “Dentro i colpevoli e fuori i nomi/ Mezzogiorno di fuoco e sangue tra famiglie onorabili/ Sul mercato canta il violino la ballata dell’immunità, oh/ Vogliamo i ladrones, vogliamo tutti i loro nomi …./ Il ladro, dimmi chi è? … Non è la fame ma l’ignoranza che uccide!…. ” (Dimmi il nome – Litfiba). Potrei fare milioni di esempi, la poesia può divenire musica più difficile il viceversa. Il testo è importantissimo per dare il senso o meglio Emozione. È un’arte magica che a mio avviso non è di tutti e non tutti i testi poetici, possono divenire poesia, poiché spesso sono ben scritti, ma privi di quell’essenza che li rende musica. È anche vero che se una musica prende, le parole possono venire come “sussurrate” dall’anima e questo mi ha portato a scrivere anche testi. Sono coautrice di testi musicali registrati in SIAE: “Alchimia d’Amore”, “ Vento della sera”, “ Oltre i divieti”, in collaborazione con il cantautore siciliano Paolo Filippi.

imagesLS: La tua prima raccolta di poesie porta un titolo abbastanza lungo che recita Le rime del cuore attraverso i passi dell’anima. Che cosa hai voluto intendere con ciò? Puoi spiegare il significato a chi è un neofita della poesia?

AP: Questo libro è in verità un doppio libro. Contiene la prima silloge “I Passi dell’Anima”, precedentemente edita in 2 edizioni (in questa sarebbe la terza), e Le Rime del Cuore. Suddivisa in due parti dal 2007- 2009 e dal 2009 al 2012. Cinque anni di cambiamenti, di salite, discese, di scoperte, traguardi, porte in faccia e muri crollati. Un percorso che analizza l’Amore, le Amicizie, l’Anima, in tutta la sua universalità sia trascendentale che terrena. Una presa di coscienza con sé stessi e con il mondo, trovando con le parole la capacità descrittiva di camminare facendo volare anche l’anima in alto a ritmo di cuore umano.

LS: Nuclei concettuali rilevanti e frequenti nella tua poetica sono quelli che si realizzano attorno a un senso di beatitudine e freschezza nella vita dell’uomo che può esserci solamente se si vive con responsabilità e sincerità le relazioni umane. È  molto chiaro il messaggio della tua poetica improntato alla difesa e conservazione del bene comune, al senso unitario della società, spesso costruito a partire da un forte convincimento religioso che fa della fratellanza, dell’umiltà e dell’onestà i capisaldi. Quanto è importante il sentimento cristiano nella tua poesia e nella tua vita?

AP: Credo che sia alla base di tutto. La fede, il rispetto, i valori, possono passare per cosa antica o forse possono essere la vera trasgressione nel mondo moderno, dove ormai tutto è perso di vista o svalutato. Ci sono capisaldi che costruiscono la mia base e sono determinanti per essere quella che sono, nel bene e nel male.

LS: Sei spesso impegnata quale relatrice in numerosi eventi letterari quali la presentazioni di libri di amici e colleghi, tanto di poesia e narrativa. Cosa è che ti spinge a fare ciò e a coltivare, spessissimo, più il rapporto con gli altri piuttosto che sviluppare le tue capacità personali per un tuo progetto individuale più corposo e impegnativo?

AP: Una chiamata a testimoniare e curare i semi per farli diventare alberi dal fusto saldo e dalle chiome prosperose. Sicuramente è il senso di responsabilità che mi spinge a continuare e a riempirmi le giornate, ma al contempo è un arricchimento nelle “diversità” altrui. Dovrei trattare me e dedicarmi come se fossi uno degli autori che seguo. Ma è una cosa a cui sto lavorando, don’t worry. 

LS: Tempo fa, parlando, mi avevi accennato a una tua seconda silloge che forse avrebbe visto la luce in breve e sulla quale, credo, stai ancora lavorando. Potresti parlarci di questa futura pubblicazione, quale sarà il titolo e che cosa vorrai esprimere e condividere con questa nuova raccolta?

AP: Potrei stupire con effetti speciali. Sto lavorando sia alla silloge particolare e anche a altro. Sarà un’opera nata come goccia per divenire un oceano, fatto di segni, versi, parole. Una continua evoluzione stilistica e una maturazione mia poetica. Si intitolerà “Il volo dell’araba fenice”.

LS: Da sempre seriamente attiva in campo sociale, hai sposato con le tue attività letterarie una serie di realtà benefiche che hai sostenuto e sostieni. Ad esempio il 2° Premio Internazionale Letterario e d’Arte organizzato dalla Associazione Nuovi Occhi sul Mugello (della quale sei vice-presidente) e la cui premiazione si svolgerà il prossimo 16 maggio a Barberino del Mugello, ha deciso di destinare i proventi derivanti dal concorso letterario a sostegno di una malattia rara e poco conosciuta, la Smard 1. Potresti dirci qualcosa di questa patologia e poi del tuo impegno in questo concorso letterario?

AP: L’avventura nasce due anni fa, una sfida per il territorio, la cultura e la valorizzazione protesa poi alla solidarietà. Una “missione” abbracciata con tutto il suo carico di onore ed di oneri. L’anno scorso abbiamo aiutato Casa Cristina (casa di donne maltrattate a Ronta- Borgo S. Lorenzo – FI), con cerimonia di premiazione a Vicchio, questo anno i proventi saranno interamente destinati alla ricerca scientifica sulla malattia rara SMARD1 condotta dal “Centro Dino Ferrari” dell’Università degli studi di Milano, cui un caso (quello di Ginevra), appartenente al territorio del Mugello, è stato l’incipit che ci ha dato il via per intraprendere questo progetto di solidarietà.

Che cosa è la SMARD1?  Fino a qualche  mese fa, pensavo che fosse un nuovo modello di auto. Magari lo fosse stato invece è un’atrofia muscolare spinale con distress respiratorio. È  una malattia rara (meno di 10 casi in Italia e 70 nel mondo), che colpisce i bambini. La patologia è ormai nota: la mancanza di una proteina non permette il rigenerarsi delle cellule addette al collegamento nervo-muscolo, via via tutto il corpo si paralizza. Viene dato il nome di SMARD1 perché colpisce dai 2 ai 4 mesi di vita del bambino. Da subito si rende necessario l’ausilio di un ventilatore meccanico applicato con tracheostomia. Poiché diventa molto pericolosa la deglutizione, l’alimentazione del bambino avviene tramite sondino diretto nello stomaco. Al momento in Italia esistono meno di dieci casi accertati ed è il Laboratorio di Biochimica e Genetica del Centro Dino Ferrari  di Milano, che si occupa della ricerca su SMARD1: hanno ottenuto un finanziamento anche da Telethon finalizzato all’individuazione di una terapia che arresti la malattia e poi permetta di recuperare le funzionalità perdute. Attualmente è clinicamente rilevato che crescendo, almeno i fasci muscolari tra scapole e braccia si rinforzano permettendo il movimento quantomeno delle spalle.

Il mio impegno, come quello di tutti i soci e di chi ha sostenuto questo progetto, è lottare per il diritto alla vita. Sensibilizzare e umanizzare, andando contro l’indifferenza e contro chi definisce di serie A o B, le malattie. Un obiettivo che incide e segna in ognuno un punto di partenza. Si, perché all’arrivo abbiamo ancora tanta strada, ma abbiamo gettato semi di speranza, radici che potranno diventare albero dalle grandi chiome.

LS: Sei una grande amante dell’arte e in particolare della letteratura e della musica. Per quanto, invece, concerne l’arte, sia figurativa che astratta, a quali pittori ti senti più legata o a quali quadri in particolare e perché?

AP: Adoro gli impressionisti e la loro scrupolosa arte di punteggiare e saper fotografare realisticamente quello che circonda, tra sacro e profano, senza nascondere o camuffare la spinta emozionale dell’autore. Poi grandissimi Van Gogh (la notte stellata), Gauguin (opere Tahitiane), Caravaggio (tutto ma in particolare: la vocazione di S. Matteo e Bacco), Leonardo (Gioconda,il tondo de la Sacra Famiglia), Michelangelo (Giudizio Universale), Raffaello (La scuola di Atene, La sacra famiglia). Ho imparato a apprezzare Masaccio (Trittico), Cimabue, Giotto (Il cristo) e il Beato Angelico. A livello di scultura Canova, resta per me un mito con “amore e psiche”. Tra i moderni sicuramente Luis Royo.

LS: Lo scrittore e poeta urbinate Paolo Volponi sosteneva che “La poesia è la pelle della società”. Che cosa ne pensi di questa definizione? Ti senti di condividerla e, eventualmente, spiegarcela secondo la tua interpretazione?

AP: La poesia ha il potere di esprimere quello che la società vive, sicuramente sono pochi coloro che mostrano la propria pelle, poiché come diceva Pirandello “Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti”.

LS: Nella tua poesia “Siamo tutti marinai” che fa parte della silloge d’esordio ad un certo punto scrivi:

Siamo marinai sulla stessa barca,

in cerca di sogni e speranze.

In fuga dalle sofferenze e incertezze

di questo mondo, che attanaglia menti,

inchiodandole.

Sembrano parole estremamente azzeccate se pensiamo alla tragedia continua che accade ultimamente e tutti i giorni ossia all’arrivo di barconi dal sud Africa pieni di gente che, pur di arrischiare la propria vita, decidono di lasciare il loro paese sperando in un futuro di luce. Perché equipari l’esistenza dell’uomo a quella di un marinaio e quali sono, secondo te, le tribolazioni e le ossessioni che “attanaglia[no] [le] menti,/ inchiodandole”?

AP: Siamo tutti naviganti sulla barca della vita. C’è chi ha uno yacht, chi un barcone, chi una nave, chi può contare solo su sé stesso per remare. Il futuro è la grande incognita e possiamo solo essere memori del lascito del passato con pro/contro, per guidare affidandoci alle stelle, al cielo, a Dio (per chi ci crede), come  fonte di luce nel cammino. L’esistenza è un dono, cui tutti dovremo cercare di garantire nel migliore modo possibile.

Annamaria Pecoraro durante un momento della Premiazione del III Premio Nazionale di poesia

Annamaria Pecoraro durante un momento della Premiazione del III Premio Nazionale di poesia “L’arte in versi” dove era in Giuria a Firenze, novembre 2014.

LS: Quali poeti, italiani o stranieri, senti più affini a te e torni ogni tanto a ripescare e a leggere perché in essi trovi una boccata d’aria sempre nuova che ti fa rilassare e al contempo comprendere le cose in maniera più lucida?

AP: Abbiamo la fortuna di essere nati nella patria della poesia e dell’arte, la culla del Rinascimento per eccellenza, invidiati in tutto il mondo per quanta bellezza ci circonda. Tra i poeti italiani, oltre a Dante e Boccaccio, ancora attualissimi per le loro visioni, adoro Calvino, Carlo Alberto Mariano Sallustri (Trilussa), Leopardi (che ho riscoperto non essere poi così tanto pessimista come lo si pensa), Carlo Monni, Antonia Pozzi, Alda Merini, Saba. Tra gli stranieri prediligo Neruda, Prevert, Hikmet, Tagore, Wilde, Bukowski, Velaine, Hesse, Dickinson.

LS: Quale è il rapporto con la narrativa? Hai scritto dei racconti o dei romanzi che per il momento sono restati nel cassetto e non hai ancora deciso di pubblicare? Puoi parlarcene?

AP: La narrativa è parte quotidiana delle mie giornate. Tra recensioni e editing, immergermi nella lettura è fonte di riflessione, crescita, critica. Questo mi ha portato anche a sviluppare capacità nella velocità della stessa memorizzazione e visualizzazione di immagini e discorsi. Una pratica che mi ha decisamente arricchita e dato modo di poter leggere anche più libri alla settimana, seppure voluminosi. Come detto in precedenza, il componimento narrativo è stato il mio primo approccio avuto con le parole, e sto lavorando a un romanzo fantastorico. È legato in particolare a una città e a un determinato periodo storico. Analizza l’ambiente, i personaggi e  abbraccia un sogno. Il resto non lo dico e vi lascio con  la curiosità.

LS: È un dato di fatto che almeno nella stragrande maggioranza dei casi che con la poesia, anzi con la letteratura in genere, non si mangia perché se ancora nell’Ottocento quello di poeta poteva essere una vocazione/mestiere rispettata e riverita oggigiorno con la moltiplicazione dei poeti, la crisi editoriale ed economica è sempre più difficile riuscire a crearsi un nome ed imporsi sul pubblico e la critica. Che cosa ne pensi della tanta poesia che viene prodotta e che sempre meno viene letta e capita?

AP: L’editoria ha massacrato i talenti, privilegiando i raccomandati, perché accompagnati da nomi di spicco, ma non dalla capacità reale di lasciare il segno. Sicuramente non si mangia, ma le soddisfazioni possono essere molteplici. Il poeta è una vocazione e oggi, se fortunati, diventa anche un mestiere. In ogni caso è un rispettabilissimo modo di trovare un senso e spunti di confronto con chi si accosta.

LS: Perché la massa omologata, mal informata e generalista associa la figura del poeta con quella di una persona mesta e malinconica, poco ciarliera e spesso con una ridotta empatia sociale? E’ un pregiudizio errato che proviene dai secoli passati oppure secondo te ha un qualcosa di realistico alla base?

AP: Un pregiudizio errato. I poeti sono folli e controcorrente in un mondo che poco dà peso ai rapporti e all’analisi intimistica e cosmica. Sono profondamente sensibili, poiché si intercalano in quanto avviene, vivendolo a 360°, amplificando ogni cosa empaticamente, forse per questo possono apparire “strani” o alieni in mezzo a tanta indifferenza. Ma diffidate da chi dice che i poeti sono tristi e malinconici, forse sono i primi a avere in mano la chiave della felicità.

LS: Perché la poesia e la scrittura in genere continua a richiamare un sempre maggior numero di affezionati che si cimentano con scritture, partecipano a concorsi, pubblicano libri, etc., molto di più di ciò che non avvenga ad esempio con la fotografia o l’opera lirica (solo per fare due esempi)?

AP: Mancando di dialogo e d’ascolto, la scrittura diventa terapia, sia per se che chi scrive che per chi legge. Confrontarsi diventa motivazione per trovare stimoli e così i concorsi o nel far conoscere la propria “arte sensibilis”, pubblicando libri, diventano mezzi utilissimi.

LS: Spesso si associa semplicemente il testo poetico a un canto d’amore: chi scrive una poesia è perché non ha la capacità di rivelare a voce il contenuto alla persona alla quale è indirizzata o perché è consapevole che ha una retorica di linguaggio pesante che nell’oralità non potrebbe essere sostenuta. La poesia, però, può parlare anche di dolori e tragedie, guerre e sciagure, ma anche della natura, dell’osservazione attenta degli spazi e ancor più dello scandaglio del nostro io, dei rapporti sociali e quant’altro. Come spiegheresti a una persona che vive nella convinzione (errata) che il poeta scrive solo d’amore?

AP: Il poeta è un testimone vivente di tutto ciò che accade, di bello e di brutto. Riesce a scrivere con il nero della coscienza, parlando anche dell’incoscienza che troppo frequentemente inonda. “Verba volant, scripta manent” tradotta letteralmente, significa le parole volano, gli scritti rimangono. La scrittura può essere una fonte inesorabile di ricchezza e in un paese come il nostro che ha il primato di scrittori e poeti. L’oratoria è anch’essa importante, ma spesso produce solo illusione e attesa in qualcosa che non arriverà mai. Un esempio sono anche i nostri politici, che sono bravi a parlare e poco a fare. L’amore poi è il motore della nostra esistenza, ma è costituito da miriadi di sfumature e non è solo canonizzato all’eros o all’affetto per una persona.

LS: Quale pensi possa essere il futuro della poesia?

AP: La poesia per andare avanti, dovrebbe essere intesa nella sua universalità. Racchiude in sé il messaggio di quanto preziosi siano i pregi e difetti. È testimonianza concreta, che porta un messaggio coraggioso. Non tutti sono in grado di poterlo esprimere e come diceva Hegel: “le parole sono spade possono uccidere”, ma possono anche essere la cura o fermare una guerra. Marciano e sono in continua rivoluzione o in equilibrio precario tra cielo e terra. Chi ha questo dono, non è su un piedistallo, ma scende in mezzo alla gente e nell’umana umiltà dovrebbe operare. Non ci sono appellativi ornamentali che differenziano. Spesso, più si è “nudi” e più si è veri. Solo nutrendosi di quella essenzialità, potremmo davvero capire d’avere seminato qualcosa di grande nel cuore di qualcuno.

Firenze, 9 maggio 2015

A CURA DI LORENZO SPURIO

Michele Miano presenterà Elvio Angeletti, Massimo Pistoja e Stefano Preziotti

Michele Miano presenta l’attività letteraria di Elvio Angeletti, Massimo Pistoja e Stefano Preziotti

PRESENTAZIONE LIBRI APRILE4perFb

Milano, 23 marzo 2015

Venerdì 10 aprile, alle ore 18,30, il Centro Leonardo Da Vinci nell’ambito della sua Rassegna Letteraria, presenterà l’attività degli scrittori Elvio Angeletti, Massimo Pistoja e Stefano Preziotti. La serata culturale sarà introdotta dal critico Michele Miano.

Elvio Angeletti ha pubblicato i volumi di poesia “Luce” e “Respiri di Vita”. “Poesia minimalista e dalle immagini evocative, così può essere definita l’attività letteraria di Elvio Angeletti. La liricità e il sentimento della natura, il senso della religiosità, la tensione allo spirituale che trascende il dato reale, le vivifiche descrizioni liriche di sapore pascoliano, sono gli elementi catalizzanti dell’ispirazione di Angeletti.”   (Michele Miano)

Massimo Pistoja ha pubblicato il volume di poesia “I colori della vita”. “Un percorso interiore, quello di Massimo Pistoja, il quale, tramite la scrittura definisce i veri valori e i sentimenti più genuini dell’esistenza umana. Una poesia dai toni colloquiali, dove l’autentica ispirazione costituisce la struttura portante del suo messaggio poetico in chiave intimista.” (Michele Miano)

Stefano Preziotti ha pubblicato i volumi “Scatti dell’Anima” e “Asfalto e poesia“. Le foto dentro i cassetti rimangono ricordi senza vita, dimenticati. Nelle mie immagini ci sono sempre emozioni, dolori, gioie e cambiamenti che vivono anche in questo libro.” (Stefano Preziotti)

L’appuntamento del 10 aprile al Centro Leonardo da Vinci conferma gli interessanti propositi della nuova realtà artistica e culturale che per tutto il 2015 vanta già un calendario di eventi di altissimo livello, non ultimo il Premio Internazionale di Arte e Letteratura, che premierà scrittori e artisti il 5 e 6 giugno presso la Sala degli Arazzi del Museo d’Arte e Scienza, durante Expo.

Maggiori informazioni su: www.centroleonardodavinci.com
Per organizzare interviste:  Ufficio Stampa Centro Leonardo da Vinci

Violetta Serreli – E20WebTv e20webtv@gmail.com

ufficiostampa@centroleonardodavinci.com Tel. 3405250155 – 3337811504

Lorenzo Spurio intervista la poetessa Anna Scarpetta

 a cura di Lorenzo Spurio  

 

LS: Lei  ha  all’attivo  un vasto numero di  sillogi poetiche  e  in tempi  più recenti si è occupata anche della  scrittura  di  poesie religiose. Da  quale  bisogno nasce  la  scrittura  di  una  poesia confessionale e quale è la finalità?   

AS: Sono lieta di questa domanda che mi viene posta, non senza aver considerato che effettivamente al mio attivo ho prodotto un vasto numero  di  sillogi  poetiche; ciascuna  con  una  tematica  differente, l’una dall’altra. I titoli sono: Poesia, (esprimo in questa  silloge la bellezza  della poesia pura); Frantumi di Tempo, in cui affronto in chiave  moderna la sottile precarietà del tempo nella vita  esistenziale  coi  suoi dolori e  le sue gioie); L’Altra dimensione  della  vita, (un’altra  silloge in cui la poesia riesce a narrare, in breve, la dimensione  di  vita  vissuta, ovvero, già  trascorsa  come scorcio di  tempo-vissuto); Le voci della memoria, (una silloge in  cui  racchiudo  le voci in un  solo  afflato, per  descrivere  meglio un  nucleo  di  memoria rimasta  fortemente legata ai ricordi e all’armonia di tante  cose vissute e mai credute perdute; in versi ogni cosa descritta, a mio parere, sembra rimanere pura e intatta); Io sono soltanto un granello di  sabbia, infine, (in questa silloge il  mio   intento è  stato quello  di ringraziare  l’Iddio per il dono generoso  della  parola, profusa  in versi, in abbondanza, credo). Difatti, Marzia Carocci,  critico recensionista  molto conosciuto, in una sua breve, ma significativa, recensione, ha affermato: “Nella poesia “Io sono soltanto  un  granello  di  sabbia”, Anna Scarpetta si  inginocchia al cospetto del  Padre  ringraziandolo con  umiltà di averle  donato la capacità di esprimersi  in poesia e avvalorando il  fatto che anche un  piccolo granello  di  sabbia in   confronto   alla  vastità  di  un  deserto, può avere un  valore inestimabile” (…).

Ebbene, già da  qui  si  può  meglio  intuire come la scrittura, di Poesie religiose, in maniera costante, sia al centro dei miei reali pensieri. Tuttavia, credo che la poesia nasca, principalmente, da un forte bisogno  di  aprirsi e scaricare  ogni  tensione  o  forte emozione. E’ vero, taluni elementi esenziali,  fungono, peraltro, da motore trainante per  un  poeta  o  scrittore. Io  credo, lo stesso si  possa dire anche per gli attori o i registi di teatro. Quali siano le finalità, è chiaro, vanno arricchire un  panorama di scrittura infinita, in chiave moderna. Se il lavoro prodotto poi saprà imporsi  all’attenzione, sia  della  critica  futura  che  del pubblico   nuovo, ancora  meglio. Ogni  scrittura, penso, sia  nel  tempo destinata ad  incontrare il suo magico momento fortunato, se  piacerà, ovviamente, o  se   dirà  cose   nuove  e  interessanti.

 

10495978_612300008889959_6492116458864762745_oLS: Secondo   alcuni  la  poesia  ha  una   funzione  terapeutica; allevia i  mali e i tormenti dell’uomo, cioè è una sorta di sofferta  confessione   con   se  stessi   per   cercare   di   individuare  una consolazione o un  miglioramento alle  proprie  condizioni.  Per altri, invece, la  poesia  è  inconcepibile se slegata  dall’impegno civico, dalla sua vena sociale  ossia non può mancare di  partire dalla  lucida osservazione del mondo per  fornire poi un monito, un canto di denuncia o una attestazione di sdegno. Che cosa ne pensa Lei a riguardo? Quale delle  due  intenzionalità  poetiche si sposa meglio al suo far poesia?

AS: La scrittura della poesia aiuta, in effetti, ad  aprirsi meglio al mondo reale, vivendo o rievocando  la  propria sofferenza, i dolori, gli amori, le amicizie  perdute  e  ritrovate. Aggiungerei, anche  il caro ricordo dei  paesaggi e luoghi, in  cui si è vissuto, sono vivi spiragli di  luce, cari al cuore e all’anima. Rievocarli, ogni  tanto, credo,  faccia  bene. Tuttavia,  la  mia poesia, è orientata,  in  maniera  costante, verso la  lucida   osservazione del  mondo che  muta notevolmente, coi suoi  reali  problemi  e tante difficoltà sociali, ancora  forti. Ebbene, non necessariamente, la poesia  sia  davvero in  grado di tale  funzione terapeutica, ovvero, che possa  alleviare i mali o i dolori, compresi  i  tormenti  dell’uomo. Sarebbe fin  troppo bello, se fosse  reale. A mio dire, solo il tempo possiede il  vero antidoto cicatrizzante per  questi  eventi  forti; se  come  supporto  non vi è  una  fede interiore dominante, così speciale e provata, in concreto, non si  superano certi eventi o perdite di  persone care. Ne so qualcosa!

 

LS: Per interesse personale e per ascendenza  familiare, Lei ha uno strettissimo rapporto con il mondo del teatro. Può rivelarci le  motivazioni del suo grande amore verso il palcoscenico e  la rappresentazione del testo?

AS: E’ vero, il teatro è sempre stato al centro del mio personale interesse, così forte, fin da ragazza. Un amore che  il  mio  papà ha saputo trasmettermi grazie  alla sua  costante   passione. Un  amore che ho  voluto approfondire, frequentando, alcuni  anni, una Scuola di Recitazione a Napoli, studiando autori importanti: Soflocle  (Antigone); Arold  Pinter   (Il Guardiano),   Fernando Pessoa, Eduardo De Filippo (Natale   in Casa Cupiello),  Luigi  Pirandello, e altri, di  notevole  fama.

 

LS: Come  mai  non  si  è  mai cimentata   nella scrittura di un testo Teatrale?

AS: Non è assolutamente vero che io non mi sia mai cimentata nella scrittura di un testo teatrale, ho scritto diversi testi teatrali. Alcuni sono andati  smarriti  durante  il  mio  trasferimento  da Napoli a Novara. Altri  scritti, invece, li ho recuperati tra le mie numerose carte, anche  se  poi  non sono riuscita  a  pubblicare  in  seguito, qualcuno, cosa  non  facile. Ma  ciò  non  significhi che non ci sia davvero spazio, nel tempo, per decidere. Tuttavia, appena trasferita, a Milano residenza di lavoro, ho avuto la mia opportunità di conoscere  persone   appassionate di  teatro. Insieme abbiamo condiviso un testo ambizioso, dal  titolo “Una barchetta di carta sull’acqua” di Ciro Menale. Atto unico, liberamente tratto da Fernando Pessoa. Infatti, siamo riusciti insieme a mettere in scena, al Teatro Litta di Milano, un  lavoro armonioso, con la Compagnia Teatrale: I passanti. In  qualità di Aiuto Regista, per  me fu davvero un’esperienza  personale  molto gratificante e nuova, davvero  forte. Il lavoro fu  presentato, il  10 Dicembre 1992, ebbe  buoni  consensi sia del pubblico che della critica.  

 

LS: Sono  innumerevoli  le definizioni del  concetto di  cultura  che sono state   avanzate   nel   corso    del   tempo ed    esse   variano  a seconda   del   periodo   storico, della   filosofia  di  influenza  e  dei propri  convincimenti. In  particolare  colpisce  una  definizione del portoghese  Fernando  Pessoa  che,   lapalissianamente,   sosteneva “Cultura    non  è   leggere  molto,  né   sapere   molto: è  conoscere molto”. Che cosa ne pensa al riguardo?

AS: Sì, esatto, le definizioni del concetto di  cultura sono complesse. A  mio  dire, anche  innumerevoli. Esse  variano e spaziano nei loro contenuti e  nelle  dimensioni  concettuali di chi li esterna; risentite, ovviamente, delle forti  influenze dei propri convincimenti personali. La mia persuasa  riflessione, però, è che la molta conoscenza debba necessariamente camminare assieme  alla  lettura. Dunque, leggere molto  fa  bene, nutre la  mente e appaga  l’animo. Io leggo tanto, e mi piace ancora leggere.

 

LS: Nel panorama  culturale   contemporaneo   i  concorsi  letterari fioriscono   come   campi a  primavera, molti  di  essi   curano  una edizione  del   premio e poi l’anno  dopo  scompare  perché  magari viene   a  mancare  una  concreta  organizzazione  dell’ente  che   lo istituiva  o  i   fondi   per  poterlo  tenere  in  piedi.  Quale  è   il  suo giudizio personale sui concorsi letterali?

AS: Ebbene, è pur sempre meglio, orientativamente, per  un   poeta o  per  uno scrittore  misurarsi con gli  altri, accettando un giudizio critico di una giuria che lo ha  analizzato  o  valutato. Non può che essere un bene per il  suo  percorso  iniziale  o  anche  in seguito. A mio dire, occorrono, purtroppo, giudizi  di esperti e di professionisti critici  seri, se  si  vuole  davvero  porsi, umilmente, dinanzi  a   tale passione così  intensa e  seria. E,  la  crescita, può avvenire  solo se esperti in giudizi  critici  sapranno  valutare, i  lavori, serenamente.  Altre  possibili  strade, per    chi  scrive e produce lavori   di  buona scrittura, non ne conosco. E’ ovvio,  poi,  bisognerà  scegliere  bene   determinate   strade  e  i vari concorsi seri, per non inciampare in talune strade che davvero  potrebbero   rivelarsi  false, senza   un  nulla  di  fatto, in  concreto.

Tuttavia, credo, che i concorsi  letterari   siano  fondamentali   per  chi  intende,   poi,  proseguire e  approfondire questo straordinario percorso  culturale. In passato, ma ancora oggi, a  dire  il  vero, mi sono sempre  cimentata   in  concorsi  seri  e   professionali, ancora esistenti, per  fortuna. Io  bado molto  ai  nomi  dei giurati, ci tengo molto   che  siano conosciuti  e  professionisti. Forse, per  questo il mio   percorso   culturale  prosegue  la sua  corsa; oramai, da  sola, in   un  panorama  assai vasto, dove è  facile perdersi e non sapere più dove andare o come proseguire.

Invero, grazie  ai vari  concorsi letterari  rinomati  ed  efficienti, in effetti, sono stata, moltissime volte, premiata in Poesia e Narrativa.

 

LS: La letteratura in dialetto ha  vissuto  di   alti e  bassi  nel  corso della   storia  e   la  questione  dell’importanza  dell’espressione  in dialetto  negli   ultimi  decenni  è  stata avanzata e posta soprattutto da sociologi, demoetnoantropologi e  cattedratici  che  si  occupano di   linguistica. Alcuni   scrittori  che  hanno  impiegato  il   dialetto (Trilussa,    Belli)     sono    parte    integrante     della     letteratura italiana   e   sbaglierebbero  di   grosso   coloro   che negassero  tale realtà. Una   delle   motivazioni   che   viene   portata  dai  dilettanti contemporanei  o  dagli  amanti del  dialetto  in  sua difesa è che il dialetto, in quanto lingua madre  (si  impara  prima  della lingua standardizzata   dell’italiano)  è   più   diretta   ed  efficace   perché oltre  a   comunicare   un   messaggio   è    capace    di   trasmettere un’emozione,  l’enfasi   del   parlante,   il   sentimento  in  maniera genuina.  Che cosa ne pensa di ciò e del dialetto in generale? Ha mai scritto nulla in dialetto?

AS: Sì, il mio amore per  il vernacolo è  risaputo. In  effetti scrivo in  dialetto, mi  piace   parlare   correttamente   e  scriverlo anche. Ho  letto  e   leggo   taluni   autori   famosi  che  hanno  scritto  in vernacolo:  Salvatore Di Giacomo, Ferdinando  Russo, De Curtis in  arte  Totò, Eduardo  De  Filippo,  Giovanni De  Caro,  Renato De Falco  ed  altri. In  futuro, credo, di voler  realizzare  un  libro in vernacolo, su concetti ben definiti. E’ risaputo che il proprio dialetto, come quello di Trilussa e Belli siano  stati  dialetti  di  una  grande  cultura sociale e  ambientale. Ma, parlando, del vernacolo, anch’esso, non di meno, possiede in realtà  delle  forti  sfumature  espressive; specie, nella pronuncia, con l’uso corrente di vocaboli e parole veraci, direi, straordinarie, che sanno trasmettere, sin  da subito, intense emozioni, così belle, calorose, davvero, irripetibili  nell’altra  lingua, in italiano.

 

LS: Se   le   nominassi    Pier  Paolo  Pasolini,  Sandro  Penna  e Antonia  Pozzi,  tre  grandi   poeti     del   secolo    scorso,   quale sceglierebbe  e perché?

AS: Sono tre  grandi  autori, speciali,  di  straordinario  interesse culturale. Essi  hanno  saputo  coniugare al meglio i loro intensi percorsi  di  vita. La  loro  preziosa  scrittura  risalta  fortemente,  i  vari  contesti   socio-politico, ma  anche  quelli  ambientali, sia  pure in maniera differente. Infatti, le loro opere letterarie hanno risentito di quel forte impulso  espressivo dei  vari periodi di vita vissuta; proprio  come  gli  scrittori e  i  poeti  contemporanei  di questo  secolo, impegnati a scrivere o a produrre nuovi lavori. A mio  parere, li  accomuna  assieme il grande amore per l’arte: il giornalismo, la bella poesia, soprattutto. Tuttavia, la  mia sottile preferenza mi dice che Pier Paolo Pasolini  sia  stato  molto  più incisivo e  poliedrico nella varietà delle sue  straordinarie  opere letterarie  lasciate, come:  regista,  poeta, scrittore  e   narratore. Egli, dunque, è stato un sagace interprete, dei tempi, in assoluto.

 

LS: Per  ritornare alla poesia, quanto è importante il  tema del paesaggio, del  mondo naturale e popolare collegato  al  luogo delle proprie  origini, secondo Lei nella poesia in generale? E nella sua poesia in  particolare, la città  di  Napoli, con i  suoi colori e le sue tradizioni, quanto compare o quanto è presente non vista, dietro ai suoi versi?

AS: Io posso ritenermi fortunata di avere le radici napoletane di una città, a dir poco, meravigliosa, così  presente  e viva nel mio cuore. E’, ormai, risaputo  che  Napoli  è  conosciuta ed è apprezzata  in tutto  il mondo per le sue  bellezze  naturali, per la  sua  bella, profonda  cultura, così  straordinaria; vanta  un mito di  numerosi artisti, bravi attori, ottimi poeti, e  musicisti. I bei luoghi della mia città, in effetti, sono  quasi  sempre  vivi, ossia, presente, nei versi e in diversi scritti. Non  riuscirei mai a staccarmi dai luoghi che mi hanno  visto crescere, con tante belle speranze e amore per l’arte, in particolare la poesia.

 

LS: Quali  sono i  progetti letterari che attualmente la vedono impegnata? Sta scrivendo un nuovo libro? Se si, può anticiparci qualcosa?

AS: Sì, esattamente, sono  già  pronta a  presentarmi  con  un  nuovo libro, di Poesie  moderne, ci ho lavorato davvero tanto. Questa volta, mi sono immersa  con  tutta  l’anima  verso  un viaggio straordinario, di terre assai lontane. Un  viaggio che  avevo, probabilmente,  già  dentro  di  me, e potrò finalmente realizzarlo. Infine, con le sillogi  poetiche, vorrei  prendermi  una  pausa di riflessione. Ho già  in mente di  occuparmi, finalmente, di cose nuove  e  diverse che  avevo già scritto, ma  le  avevo poi accantonate nel tempo, non per pigrizia.

 

 

Anna Scarpetta

Novara, lì 21 Settembre 2014

A Fermo si parlerà della scrittura di Susanna Polimanti, giovedì 28 agosto

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La Cisterna Art Cafè – FERMO

ore 21:15 – Ingresso libero

Presentazione dei libri di Susanna Polimanti

Presenta: Lorenzo Spurio

(scrittore – critico letterario)

Voce recitante: Daniela Agostini

 

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