Lorena Di Bitonto esce con la sillog poetica “Candori poetici”

Candori poetici_coverNel mese di settembre 2018 è uscita l’opera prima di Lorena Di Bitonto Candori Poetici (Youcanprint Edizioni). Curatori d’opera sono Gioia Lomasti e Emanuele Marcuccio mentre l’impaginazione e adattamento di copertina sono a cura di Gioia Lomasti e Marcello Lombardo. Nel volume sono contenuti pensieri liberi, emozioni autentiche che si svincolano dal quotidiano per raggiungere un universo altro, poetico e sublime.

L’autrice, Lorena Bitonto, è nata in provincia di Bari nel 1977.  Ha studiato Lingue Straniere all’università di Bari e poi Cooperazione Internazionale e Diritti Umani all’università Roma Tre. Si è trasferita in Inghilterra dove attualmente lavora nel settore viaggi. L’autrice è particolarmente innamorata alla letteratura e alla poesia, legge poeti romantici e simbolisti, spesso fonte d’ispirazione nella scrittura delle sue poesie. Studia recitazione e sta approfondendo il metodo Meisner, tecnica basata sul “senso del vero” e sull’importanza degli impulsi nel lavoro della recitazione. Ama viaggiare, visitare il mondo, esplorare differenti culture e tradizioni.

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Gabriella Cinti: la presentazione del libro “Madre del respiro” a Jesi il 20 ottobre

Nel libro, il dialogo con le divinità greche e il canto dell’antico

Sabato 20 ottobre alle ore 17:30 presso la Sala Maggiore del Palazzo dei Convegni di Jesi (Corso Matteotti n°19) si terrà l’attesa presentazione al pubblico del libro “Madre del respiro” (Moretti & Vitali, 2017) della poetessa e performer jesina Gabriella Cinti.

L’iniziativa, organizzata dall’Associazione Culturale Euterpe di Jesi, verrà introdotta e presentata dalla poetessa Michela Tombi. Durante l’evento, nel quale la Cinti interpreterà brani poetici del suo libro, si terrà anche un intervento del filosofo Valtero Curzi.

Nel volume “Madre del respiro” la poetessa si affida a un immaginario ancora memore del giardino edenico. In esso vive la magia rivelatrice di ciò che è realmente ed essenzialmente iniziale. Il suo volume è da intendere come forza della vita, come spazio che le macchine non possono soffocare.

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Chi è l’autrice?

Gabriella Cinti, in arte “Mystis”, è poetessa, saggista, scrittrice e performer. La sua attività poetica si è ben coniugata, nel corso degli anni, alla sua volontà di “vivere i testi antichi nel suono della parola e nella scrittura”. Da diversi anni si occupa di poesia, mitografia, antropologia e archeologia delle lingue europee e soprattutto di poesia greca antica di cui è stata voce in varie manifestazioni artistiche o teatrali quali “Festivalia nella Marca” (2006) e più recentemente a “Senigallia Sotterranea” (2017) e “MythosLogos” a Lerici (2017).

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La poetessa e performer Gabriella Cinti

Del ricchissimo curriculum letterario della Cinti citiamo le altre sue pubblicazioni poetiche: “Suite per la parola” (2008), “Il canto di Saffo-Musicalità e pensiero mitico nei lirici greci” (2010), “Euridice è Orfeo” (2016). Alcune sue poesie sono presenti su riviste; ha pubblicato, inoltre, numerosi saggi per riviste specializzate tra le quali “Mosaico”, edita a Rio de Janeiro dalle università del Brasile. Tutti i suoi lavori sono stati meritevoli di premi e riconoscimenti in concorsi letterari e internazionali tra i quali: Premio Nabokov, Premio Albero Andronico, Premio Città di Cattolica, Premio al “Cinque Terre-Golfo dei Poeti”. Recentemente ha vinto il Premio “Ascoltando i Silenzi del Mare-Isola d’Elba” con la silloge “La lingua del sorriso: poema da viaggio”, di prossima pubblicazione.

 

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Tel. 327-5914963

“L’estate del ’78” di Roberto Alajmo. Recensione di Gabriella Maggio

9788838937729_0_0_0_75.jpgIn L’estate del ’78, edito da Sellerio, Roberto Alajmo narra un segmento della sua biografia per ricostruire, sulla base di documenti e ricordi, la storia della sua famiglia e soprattutto della madre Elena fino al momento della sua morte improvvisa e drammatica. Ḗ l’esperienza della sua paternità  e  la riflessione sul  nome dato al figlio, diverso da quelli che “ ritornano a generazioni alternate”, che sembra indurre Alajmo a affrontare questo importante nodo della sua vita.

Il racconto comincia dall’ultimo e inaspettato incontro con la madre, avvenuto nel luglio del ’78 a Mondello, mentre preparava l’esame di maturità. Nulla gli aveva fatto presagire che non l’avrebbe più rivista e perciò da quell’estate lo scrittore  inizia un cammino a ritroso nel tempo e nello spazio per ritrovare la madre e le ragioni della sua esistenza.  

Il titolo dell’opera non poteva, quindi, essere diverso. Il viaggio interiore, non privo di rischi esistenziali,  con convinzione si snoda tra il profilo della madre fondato sul ricordo e l’immagine immediata degli oggetti e dei documenti da decifrare.

Il lettore attento coglie a tratti nel testo una certa timidezza dello scrittore, il suo pudore di far nascere e mostrare il racconto allo scoperto, nella sua matrice, e talvolta si arresta perplesso a leggere sulla pagina il punto d’innesto tra Elena e il mondo, ripercorrendo la propria storia e intrecciando il proprio sentire di figlio o di madre  a quello di Alajmo.

Non c’è lirismo nel testo, solo narrazione scrupolosa, attenta a fare chiarezza nello scavo faticoso tra le spire della registrazione degli eventi e  le stasi del sentimento, per portare infine alla  luce  il colloquio autentico con la madre. Il narratore-protagonista  recupera le radici già vissute, le immagini della madre, le sue parole, i suoi atti fino alla malattia e alla morte. Solo a tratti riemerge anche la figura paterna. Il linguaggio essenziale e asciutto conferisce al testo un chiaro carattere  narrativo impedendo che fatti e persone diventino miti, perché restano tutti immersi  nel quotidiano. L’opera non ha esplicite indicazioni di genere sulla copertina, ma credo che si iscriva al genere romanzo, secondo l’affermazione di G. Debenedetti : “Ogni vero romanzo, ogni romanzo  risolto a fondo, ha contenuto una sua Nekuia”.

GABRIELLA MAGGIO

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

 

“Tra i miei sogni” di Francesco Terrone, recensione di Francesca Luzzio

libro.jpgIl titolo della silloge di Francesco Terrone, Tra i miei sogni (Miano Editore, Milano, 2018), è un sintagma emblematico che racchiude in sé l’essenza semantica della raccolta: un amore travolgente per una donna che non corrisponde alla passione del poeta, di conseguenza non restano che i sogni: “Ti sento, ti cullo, ti vedo/ tra i filari di grano/ ed alberi fioriti./ Ti vedo tra i miei sogni”( in “Ti cullo, ti vedo”, pag. 75), pur nella costante consapevolezza del loro svanire, della non corrispondenza nella realtà, ove solitudine e amarezza dominano incontrastate, anche se non esita a sperare che lei un giorno acquisisca almeno consapevolezza del male che gli ha fatto: “Capirai un giorno/ il male che/ mi hai fatto” ( in “Corteccia d’amore”, pag. 23).  

L’indifferenza della non corrispondenza, genera in lui una cruenta sofferenza: “senti l’urlo del mio amore/ e indifferente/ non chiedi dove va\ un uomo così ferito”, ma in certi momenti si sublima in sogno, generando quasi  un ossimorico sentire, fatto di ardore, grazia e poesia: “Quando ti sento,/ vedo nell’aria/ accendersi fiaccole dorate/ e fiumi di petale/ di rose/ …./ Ti sento compagna/ insostituibile/ dei miei racconti,/ di favole e poesie/ Mi sento vero/ mi sento vivo/ …”.                                             

Questa vicenda di fantastica luce e ombrosi e reali solitudine e silenzio, trova, come si può rilevare anche dai versi sopra citati, nella natura e nei suoi elementi lo strumento metaforico che adeguatamente la propone nel suo poliedrico sentire.                                                                                            

Ad ogni modo Francesco Terrone è vincitore perché in amore, come scrisse Pablo Neruda, “Solo chi ama senza speranza conosce il vero amore”.  Il variare del ritmo dei versi, pur nella libera versificazione, propone appieno il succedersi di sentimenti, emozioni, ansie e sogni che, pur derivanti dall’assenza, vibrano di pienezza vitale.

FRANCESCA LUZZIO

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

La poesia delle Marche. Incontro alle Moie con la presentazione del volume di saggi “Scritti marchigiani” di L. Spurio

 

L’Associazione Culturale Euterpe ha organizzato per sabato 20 gennaio alle 17:30 alla Biblioteca “La Fornace” di Moie di Maiolati Spontini (AN) la presentazione del volume collettaneo di interventi critici su poeti marchigiani a cura di Lorenzo Spurio, Scritti marchigiani. Diapositive e istantanee letterarie (Le Mezzelane, Santa Maria Nuova, 2017 – con nota di postfazione di Guido Garufi).

Volume nel quale Spurio – già autore della corposa antologia di poeti marchigiani in due volumi nel 2016, Convivio in versi – ha raccolto saggi, recensioni e note di approfondimento su intellettuali marchigiani del Secolo scorso e della contemporaneità. In esso si trovano critiche letterarie su Franco Matacotta, Massimo Ferretti, la fabrianese Anna Malfaiera, i poeti Feliciano Paoli, Michela Tombi, Elvio Angeletti, Piero Talevi (solo per citarne alcuni). Il libro si chiude con un ricco apparato fotografico di località suggestive del nostro territorio, scatti eseguiti dallo stesso Spurio negli ultimi anni, da Marzocca ad Ascoli Piceno, dal Tempio del Veladier di Genga a Cupra Marittima Alta (Marano) e tanto altro ancora.

Durante l’evento, che vedrà la presenza e la relazione dell’autore su alcuni aspetti del volume (già presentato a Marzocca di Senigallia alla “L. Orciari” , a Fabriano alla “R. Sassi” e a Pesaro presso il sontuoso Alexander Museum Palace Hotel nei mesi scorsi), interverranno il poeta di Sassoferrato Antonio Cerquarelli (pluri-accademico e autore di numerosi lavori poetici) e il collaboratore della rivista di letteratura “Euterpe” Stefano Bardi che ricorderà la poliedrica figura di Luigi Bartolini, poeta e scrittore di Cupramontana ben più noto quale incisore e pittore.

 

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Luigi Bartolini

A intervallare il pomeriggio d’approfondimento sulla poesia della nostra Regione sarà la lettura di brani poetici degli autori Francesca Innocenzi (Cingoli), Cristiano Dellabella (Cupramontana), Ilaria Romiti (Monte San Vito), Luciano Innocenzi (Cingoli), Luciana Latini (Maiolati Spontini), Elvio Angeletti (Senigallia), Valtero Curzi (Senigallia), Piero Talevi (Colli al Metauro – PU), Michela Tombi (Pesaro), Andrea Pergolini (Fossombrone), Oscar Sartarelli (Jesi), Michele Veschi (Senigallia) e Benedetta Dui (Jesi). 

Ad arricchire la serata gli interventi musicali al violino ad opera del giovane Tommaso Scarponi (Scuola Musicale “Gian Battista Pergolesi” di Jesi) e le letture poetiche a cura di Patrizia Giardini. 
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La terra che trema è sempre la mia terra. La poesia di Gianni Palazzesi nell’opera d’esordio “Frammenti d’incertezza”

a cura di Lorenzo Spurio 

La poesia di Gianni Palazzesi è intrisa di terra e ci parla di emozioni dolci, di preoccupazioni e di aneliti di speranza. La terra è presente nelle sue varie sfaccettature, a partire dalla sua realtà geografica, vale a dire dall’ambiente in cui è radicato, ai legami familiari tra antecedenti e discendenti, seguendo con amore e orgoglio le radici genealogiche. Cari che il nostro ricorda con affetto e nostalgia, come la figura paterna, al centro di numerose liriche di questa sua opera prima, ma anche la madre, ormai anziana e chiusa in un mondo tutto suo che osserva, al di là della finestra, il giorno che nasce e che muore. Versi la cui semplicità delle immagini consente di enfatizzare il carico sensoriale del poeta, trasmettendo in maniera efficace al lettore il forte rapporto che lo lega alla sua famiglia, come pure al contesto ambientale della Provincia maceratese. Le poesie non difettano, infatti, di elementi che permettono di circoscrivere l’ambiente prettamente di campagna di cui la terra è mezzo primario ma Palazzesi non disdegna neppure l’immagine archetipica dell’acqua: le onde del mare che si frangono sugli scogli ma anche la neve, acqua nella sua forma cristallina, che il poeta invoca come felice immagine dell’infanzia e motivo di stupore.

Il poeta sembra calarsi quale narratore onnisciente, esimendosi di prendere parte attiva sulla scena preferendo, invece, situarsi in un cantuccio per osservare meglio, a distanza e non visto, ciò che accade. Non si tratta di un voyeuristico origliare, piuttosto di un’esigenza di guardare oltre: non solo ciò che prende forma, ma ciò che esso trasmette e significa. Proprio come l’immagine del padre affaticato per l’età o, più verosimilmente, per il duro lavoro nei campi: “guardo mio padre falciare/ grondante di sudore”. Risalta la figura dell’uomo laborioso, del contadino operoso e attento, scaltro nel suo lavoro, taciturno e perseverante con il quale la critica ha tratteggiato la tempra del marchigiano, del saldo uomo di provincia, amante della sua terra e di essa depositario e custode. Le immagini così fulgide di vedute del padre nella sua attività agricola danno modo di pensare e di sperare a occhi aperti che possa tornare a rivederlo: “Cammino da solo… rassegnato/ […] credo ancora/ di incontrare mio padre, di trovare fiori”. La malinconia che il poeta sente nei confronti del padre ormai lontano dal tempo dei fiori (della felicità, della completezza) sono resi con una terminologia piana, senza retoricismi né bovarismi di sorta: l’effetto che il poeta produce è forte e indiscutibile. Dolore per l’assenza della figura del padre, una sensazione di stordimento e incomprensione: lo scenario agreste, quella terra ricca e rigogliosa a seconda dei cicli di crescita e raccolta, non è la stessa di quando il padre ne era parte integrante e operativa. Se la mancanza è percepita in maniera pressante e costante, d’altro canto il poeta sembra convivere con una certezza, consolatoria se non del tutto pacificante, di una qualche interazione – pur indiretta – da parte del padre: “Ascolti ancora/ i miei silenzi/ padre oltre la fine”.

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Il poeta Gianni Palazzesi

Nativo di Treia e residente ad Appignano dal 1964, il poeta si configura territorialmente e identitariamente con la provincia maceratese, spazio localizzato nel centro della Regione dove, secondo gli studiosi, dal punto di vista linguistico (dialettale) sarebbe da ascrivere la natura più propria e distintiva di un ideale vernacolo marchigiano. Definizione, questa, assai ampia e pertanto imprecisa essendo la nostra terra plurima per influssi, caratteri e tendenze e dunque anche dal punto di vista linguistico. Non è interesse diretto del poeta quello del dialetto ma senz’altro verso l’amore per la sua terra che, anche nei componimenti che hanno un destinatario palesemente amoroso per una donna, non manca di essere definita, allusa, abbozzata. Il “picchio scrupoloso” è immagine di questa terra mediana in cui proprio tale pennuto è identificativo della regione, un tempo definita Picenum, da picus, appunto, che significa ‘picchio’.[1] Alcuni stralci paesaggistici, uniti a un approfondimento esistenziale, possono essere rintracciati in maniera chiarificatrice nella poesia “Antica terra mia” (una delle tre datate 1976):

La mia terra,

come un intreccio d’edera

un amore, la mia vita

la mia esistenza, il mio avvenire

tutto nella mia amata terra.

C’è poi la terra nel suo subbuglio, nelle onde telluriche che sconvolgono le placche, fanno sussultare persone, cadere case, inquinare di tormento l’anima dei fanciulli. La nostra regione – purtroppo – non è affatto nuova a episodi sismici: nel 1997 forti scosse interessarono le zone di confine tra Marche ed Umbria nei pressi di Colfiorito-Gualdo-Foligno[2] e, più recentemente, nel 2016 il tremendo terremoto che colpì l’alto reatino (Accumuli, Amatrice, Illica, etc.) diede vita a un lungo sciame sismico (ad oggi ancora attivo) che ha interessato in maniera assai significativa le Marche meridionali con particolare attenzione ad alcune aree del Maceratese. La poesia “Non scapperanno” è proprio dedicata ai terribili momenti che hanno interessato il nostro territorio e che ha distrutto interi centri quali Visso, Ussita e Castelsantangelo sul Nera, a poche decine di km dai luoghi abitati dal nostro.

Palazzesi non chiama l’origine dello sfacelo col suo nome, ce lo descrive, invece, mediante il suo dato sonoro e tramite i gravosi effetti che esso ha prodotto: “un boato lo annuncia/ sotto una nuvola di polvere/ tutto è crollato”. Dalla visuale sull’ambiente urbano sprofondato su se stesso, il grandangolo si concentra sulle disagiate condizione delle genti, miracolosamente illese, che, pur private di ogni cosa – forti nella loro spartana semplicità e austera dignità – non lasceranno la loro terra, le proprie origini, i loro monti, le strade, quell’ambiente che li ha visti nascere e crescere: “persone ancorate alla terra natia/ alle macerie/ fondamenta per il nuovo domani”. La terra – che immaginiamo colorata e in pace con sé stessa – è ormai sostituita da rottami di cemento e altri materiali, ferri torti, travi scheggiate, materiali che in sé trasmettono il segno e la gravità dell’accaduto ma che – nella necessaria speranza che s’intravvede – sarà materiale di risulta per una ricostruzione degli spazi, delle case, del centro abitato, della vita sociale. Apprezzabile e non per nulla scontato questo messaggio di fioca luce che è necessario per poter risalire la china di una depressione delle genti a seguito delle scosse che li ha privati delle proprie case, quando non della propria vita o di quella dei propri cari.

Questo mostro tumultuoso che tutto scrolla ritorna anche in altre liriche, scritte nel lontano 1976, nelle quali Palazzesi, allora in servizio militare a Pordenone, avvertì distintamente le scosse del terremoto del Friuli (prima scossa maggio 1976 e recidive nel settembre dello stesso anno per un totale di 900 morti circa); nella poesia “Li ho visti” il ricordo indelebile dei soccorritori che nella frenesia del momento diedero anche la loro vita al servizio degli altri: “Ho sentito la terra tremare ancora/ e dal loro lavoro… solo macerie”. Angoscia che il poeta ha rivissuto recentemente e che ha tratteggiato in “Attimi infiniti”, poesia il cui sottotitolo recita “Sei tornato”. Quasi un rapporto confidenziale con qualcuno che si è conosciuto già (a Gemona, per l’appunto) e che ora, di soppiatto fa capolino nuovamente gettando nell’angoscia e alimentando quell’incredulità di esserci nel domani. “Sei tornato ancora/ spaventoso e devastante” al punto da rimembrare la traumatica esperienza vissuta in Friuli: “Sei tornato/ a fine estate/ come allora,/ come nel ’76 a Gemona/ aprendomi ferite mai guarite”. L’avvento della forza della terra è capace di rivitalizzare e rinvigorire un dolore passato e, forse, mai del tutto metabolizzato. Lo scuotere della terra, delle fondamenta della propria casa, e l’insicurezza che, come un velo gelato, ammanta il poeta e le sue genti rattrappendone gli arti e ostacolandone le funzioni vitali. Sospensione e angoscia in cui la minaccia della magnitudo e delle scosse di assestamento non consentono di riprendere quella parte della propria esistenza, dei propri desideri e di sé stessi che prima dell’evento infausto rappresentavano la normalità. Palazzesi, anche negli istanti più dolorosi e nevralgici, mantiene un tono contenuto nel quale non si percepisce mai più di una desolazione disarmante; la stizza e lo sconforto – pure possibili e concreti in tali circostanze – non prendono mai il sopravvento. Il verso tiepido e improntato alla resa di immagini desolanti che ben conosciamo vive nell’intenzione mai doma di omaggiare e baciare quella terra mitica e arcaica che fu dei suoi avi e delle sue genti e che, “come un intreccio d’edera” non ha da essere sgrovigliato né divelto. 

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Uno scorcio suggestivo della campagna maceratese  al tramonto.

La doverosa attenzione va anche posta sul titolo di questa raccolta che costituisce – al di là di varie singole poesie pubblicate in antologie e riviste – la prima pubblicazione organica. La parola ‘frammenti’ sembrerebbe richiamare quella tendenza poetica inaugurata agli inizi del secolo scorso e definita per l’appunto “tecnica del frammento”; si trattava di un genere destrutturato e innovativo di comunicare concetti in cui non era ben definibile una demarcazione netta tra la poesia propriamente detta e ciò che in seguito sarebbe stata definita prosa poetica. La poesia di Palazzesi, che non ha nessun carattere proprio della prosa, viene proposta quale summa di frammenti, vale a dire di appunti, di schegge, un mosaico fatto da elementi che si caratterizzano per la loro esiguità e frammentarietà. Frammenti che, uniti in un contesto concettuale com’è proprio quello della raccolta (il tema della terra, come detto) si connotano ancor meglio nella loro compatta consequenzialità e legame. Una raccolta di idee e disegni lirici, di brandelli emozionali, di tessere di uno schema ben più ampio e complesso. La buona poesia, in fondo, dovrebbe sempre essere sotto forma di un frammento, auspicando la trattazione di determinati momenti, episodi o stati emotivi concepiti nel loro tempo/spazio nei quali si sono originati, sviluppati e diffusi. Il fatto che questi ‘frammenti’ siano collegati alla ‘incredulità’ costituisce, invece, un assioma curioso, ben difficile da sviscerare direttamente. Incredulo è colui che è refrattario a fidarsi o a credere; sulle ragioni che possono determinare tale situazione non è possibile mappare il vasto spettro delle possibilità ma basterà dire che una incredulità può derivare da una debole auto-stima, da una mancata comprensione del mondo o dell’altro, da un temperamento inflessibile con sé stessi o, ancor più, dalla mancanza effettiva di quegli arnesi conoscitivi atti a porre l’individuo nelle condizioni propizie per maturare una responsabile sicurezza e convinzione. Qui, nell’opera di Palazzesi, sembrerebbe che quell’incredulità ha più a che vedere con un misto di stupore per la natura e di scoramento per gli sconvolgimenti sismici che tanto spesso hanno lambito l’esistenza del nostro, in luoghi ed età diverse. Incredulità quale forma di meraviglia e gaudio ma anche come incapacità di convincersi dell’impossibilità di rivivere i momenti felici del passato. Occhi bagnati da lacrime che sono amare per il senso di nostalgia e mancanza ma anche di commozione e pienezza per il presente che è foriero e scrigno di gioie e ricchezze emotive.

Lorenzo Spurio

 Jesi, 17-11-2017

 

[1] I piceni storicamente furono stanziati tra il IX e il III secolo a.C. in un’ampia fascia di terra rispecchiante sull’Adriatico compresa grosso modo tra il corso dei fiumi Foglia (che nasce in Toscana sul Monte Sovara e poi attraversa Pesaro sfociando nel suo mare) e il fiume Aterno (che nasce dal monte della Laga, passa nell’Aquilano unendosi poi al Pescara e sfociando nel mare dinanzi al capoluogo abruzzese). I piceni avevano conquistato dunque un ampio territorio che comprendeva le Marche e parte dell’Abruzzo. Al nord delle Marche, invece, erano stanziati i Galli.

[2] La scossa più distinta fu il 26 settembre 1997 in una frazione di Foligno. Ad essa ne seguirono numerose altre e lo sciame sismico durò per circa un anno. Il numero complessivo delle vittime fu di circa dieci vittime ma produsse circa lo sfollamento di 80.000 case. La navata principale della Basilica di San Francesco ad Assisi crollò uccidendo alcune persone.

 

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