“Gazzella. Canto infranto di un migrante” di Fabio Grimaldi. Recensione di Lorenzo Spurio

 

Gazzella. Canto infranto di un migrante di Fabio Grimaldi (Lieto Colle, 2017)

Recensione di Lorenzo Spurio

 

Il tempo è un’ombra allucinata. (47)

downloadIl recente libro del poeta Fabio Grimaldi prende il titolo di un testo sgualcito e sbavato ritrovato nelle tasche di un qualche migrante, “Gazzella”, segno vivido di una possibilità di evadere dal pressante e demotivato presente. Eppure rimane traccia di quell’esperienza, di quell’accaduto, di quell’atto creativo: Grimaldi riporta la scansione di quel testo nato in francese nelle ultime pagine del volume. Sorta di testamento ultimo di un volo verso la speranza, di una possibilità di credere in un mondo fratello.

La gazzella, per antonomasia e nel nostro immaginario comune, è uno degli animali più agili e veloci ed è significativo che un ragazzo che aspirasse alla libertà e a un mondo migliore abbia dedicato un testo attorno all’immagine di questo animale. Metafora di una voglia pressante di partire e di lasciare la propria terra, una fuga tumultuosa verso una meta agognata, percorso azzerato velocemente da grandi falcate che fagocitano il terreno e riducono gli spazi. Eppure ciò non è accaduto né accade ai tanti migranti che, speranzosi di poter toccare la riva di un altro paese, hanno drammaticamente perso la vita nel periglioso tragitto.

Fabio Grimaldi dedica a loro questo lavoro poetico tutto incentrato sul dramma dei moderni migranti. Ne traccia l’intero percorso, dal difficile e accaldato[1] spostamento dai rispettivi luoghi d’appartenenza sino alla costa dove, in un imprecisato lido è organizzato dagli scafisti criminali un porto-fantoccio dal quale partono imbarcazioni precarie, palesemente sfatte e prossime al decadimento. Da lì, tra minacce e violenze verbali e d’altro tipo, il povero migrante si stacca definitivamente dalla terra madre e, pur sottoposto a denigrazioni nonché alle spaventose avversità del mare, sembra in un qualche modo proiettarsi già verso un cammino di felicità: “Sorrisi serrati/ da labbra tumefatte,/ rifioriscono alla vista del mare.// Ah, la parola mare!/ Un miraggio!/ Ma non finisce qui il viaggio!” (29).

La traversata in mare corrisponde a un periodo sospeso in cui l’uomo viaggia nelle avversità, finanche a braccetto con la violenza e la morte: coloro che muoiono vengono ben presto gettati in mare con la stessa semplicità della quale gettiamo via un abito rotto. Lo strozzino, dopo aver guadagnato abbondantemente per quella traghettata infame, li ferisce e li comanda a suo piacimento: “Non dovete fiatare/ o vi butto in mare!” (34) anticipando la fine che molti, vuoi per le intemperie climatiche, vuoi per l’usura dell’imbarcazione, si appresteranno a fare. Lo scafista-demonio lascia, circa a metà dell’avventata navigazione, la scapestrata imbarcazione temendo un arresto nel paese in cui approderà. La ciurma dei disperati è allo sbaraglio: se da una parte può trovare una leggera quiete dovuta all’assenza del criminale che li batteva o uccideva, dall’altra è orfana di un guida che possa traghettarli verso la terraferma. Si crea subbuglio e caos, non di rado tafferugli e violenze che esplodono tra gruppi interni o tra una e più persone.

Accade spesso che il barcone, nella lotta impari con le onde, s’incrini, si ribalti, imbarchi acqua e ben presto sprofondi nelle avverse acque.[2] Neppure i salvagente, già usati in precedenti deliri di spostamento, sono utili: essi sono per lo più rotti, inservibili e dunque vani.

Inizia così la lotta col mare. L’uomo che tenta di salvarsi dalle fredde acque in quel mare esteso, senza traccia d’aiuto se non un compatimento pressoché falso e tardivo che non è in grado di sciacquare il dolore.

Negli sparuti casi in cui la deriva o l’inabissamento dia possibilità agli sciagurati di salvarsi (quando il barcone, non più molto distante dalla costa viene avvistato e segnalato agli enti competenti) si mette in marcia quella serie di operazioni tese a limitare i danni. Il salvataggio dei migranti, che tendono le loro mani e s’aggrappano, si stringono e reclamano quelle dei soccorritori, sono immagini che tutti abbiamo bene configurate nella nostra mente perché viste e replicate indicibili volte. In questa fase in cui gli uomini vivono galleggianti sul vasto mare è come se acquisissero le peculiarità delle creature acquatiche: l’uomo è sardina, poi è un tonno come quando Grimaldi “racconta di migranti/ finiti con i barconi/ contro le gabbie per la pesca dei tonni,/ quelli che sono riusciti a salvarsi/ aggrappandosi alle reti,/ vengono ricordati come “gli uomini tonno”…” (43).

Chi si salva ed entra in terra occidentale, non direttamente avrà una vita felice e realizzata come quella che anelava anzi, più spesso, non l’avrà mai. Grimaldi, con la sua poesia sintetica dal tono serafico e impietoso traccia in maniera assai visiva le varie e tribolate fasi del percorso di questi derelitti continuamente soggiogati dal potere degli altri, usati e mossi come pedine in un gioco da tavola. Fuggono dalla dittatura e, per farlo, sono costretti ad affidarsi a un demonio in terra, un torturatore, che permette loro – a condizioni inenarrabili – di farli fuggire da quel mondo di sevizie e povertà. Arrivati all’altra sponda trovano un’accoglienza frugale a cui fa seguito una blanda considerazione degli enti amministrativi, indifferenza della gente, pregiudizio ed emarginazione che li ghettizza e li allontana ulteriormente da quel senso civico di cui la loro grande fame che li ha spinti ad evadere.

immigrazione

Siamo consci che il fenomeno dell’immigrazione sia complesso da trattare perché non dovrebbe esulare di prendere in considerazione l’altra metà della realtà che esso pone, quale ad esempio il tema della difficile integrazione, del fanatismo religioso che non di rado si presenta, l’arroganza e la non civile disciplina finanche gli episodi di criminalità diffusa che, secondo molti, sarebbero da ascrivere o comunque da legare a un’eccessiva immigrazione. Grimaldi non tocca tale argomento e si pone, con rispetto e vivida forza immedesimativa, nella realtà difficile di questi poveri Cristi, sbandati e derelitti, in fuga e abbandonati, che vivono nel tormento della nostalgia nonché di una dilaniante situazione psicologica e di frantumazione identitaria.

Le varie parti che compongono la silloge portano titoli apparentemente curiosi dove vengono richiamati degli animali che, invece, in maniera quanto mai concreta descrivono sinteticamente i vari stadi, le varie fasi metamorfiche dei migranti nel loro lungo e fosco percorso. Questa catalogazione è assai significativa: si passa da animali piccoli e in sé difesi descritti rinchiusi in un contesto stagnante e invivibile ad animali di più grande taglia sottolineando – come nel caso delle pecore marchiate – il difficile e mai completo raggiungimento della libertà.

Ciò che mancava clamorosamente nel paese nativo (democrazia, libertà, sicurezza, speranza e futuro) manca, in effetti, anche nei paesi in cui si è attraccato anche se viene dato da credere che così non sia. Paesi che formalmente dichiarano la loro democrazia e uguaglianza dinanzi ai cittadini finendo, non di rado, per mostrarsi insensibili, sprezzanti e chiusi nei confronti di reali esigenze sociali.

Gazzella di Fabio Grimaldi non è un canto disperato e struggente come recentemente molta poesia è in relazione a dinamiche etico-civili, collegate o non con il dramma dell’immigrazione, ma un canto fine sulla vicenda esistenziale del migrante: uomo dello spazio, costretto ad abitare mondi incivili che lo espungono di continuo. Esistenze che perdono il legame con la terra e difficilmente ne instaurano uno nuovo nel contenitore geografico dove sono costretti a restare. Il poeta maceratese mostra rispetto verso una materia oggetto di una disputa continua nell’opinione pubblica e centrale all’interno del divaricante sistema ideologico e politico che dà più o meno importanza al tema, riconoscendo talora comprensione, tal altra armandosi di tabù e di forti negazionismi, connivente la grande madre Europa che preferisce attribuire fondi per l’assistenza che proporre una soluzione praticabile e migliore.

La confessione-proclama all’apertura del libro in cui un genitore – intuiamo ormai anziano – incita il figlio a lasciare quella terra, quella valle delle lacrime, per trovare significato altrove e realizzarsi, si chiude con un imperativo laconico “Vattene da qui!” (15) che poi non è nient’altro che l’atteggiamento con cui l’europeo finirà per accoglierlo.

Con garbo autentico e profonda sensibilità verso la materia, Grimaldi evoca problematiche assai ampie interconnesse col fenomeno da lui indagato da dentro, addirittura introiettato, quello dell’ “infanzi[a] violat[a]” (37) e quello dell’approdo in un non-luogo vissuto dagli oriundi come fastidioso e motivo di allarme sociale, ben riassunti nella perifrasi del “convulso dramma della ragione” (38), locuzione che sottolinea come il dramma sia insito in un “sonno” della coscienza che, come nell’opera di Francisco Goya, è così potente da generare mostri.

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 27/09/2017

 

[1]Il deserto beve/ il corpo e la mente/ di ogni essere vivente” (25).

[2] Grimaldi definisce il mare “una bara” (48) e le acque e le sue profondità “loculi marini” (49).

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Esce “Convivio in versi” l’opera antologica sulla poesia marchigiana a cura di Lorenzo Spurio

CONVIVIO IN VERSI

MAPPATURA DEMOCRATICA DELLA POESIA MARCHIGIANA

A CURA DI LORENZO SPURIO

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COMUNICATO STAMPA

Dopo due anni e mezzo di serio lavoro è uscita l’opera antologica  sulla poesia marchigiana curata dallo scrittore e critico letterario Lorenzo Spurio. L’opera, edita dai tipi di PoetiKanten Edizioni di Firenze, è composta da due volumi: il primo volume contempla i poeti marchigiani in lingua italiana mentre il secondo volume i poeti dialettali. L’operazione editoriale di Lorenzo Spurio annovera all’interno di questo ampio censimento denominato Convivio in versi. Mappatura democreatica della poesia marchigiana le voci poetiche  che hanno contraddistinto e che identificano il panorama poetico regionale. Tra di loro poeti che purtroppo sono poco conosciuti e altri che nel corso della loro ampia attività culturale sono venuti alla ribalta tanto da guadagnare una precisa collocazione all’interno dello scenario della letteratura nazionale. Spurio ha selezionato, secondo dei parametri che ha ben delineato nella nota introduttiva del suo testo, un novero ampio di poeti e cultori della poesia per un totale di 286 voci che in questo denso itinerario tra epoche, aree geografiche, sensibilità liriche diverse, finiscono per rispecchiarsi e dialogare tra loro in un convivio plurimo e frenetico che esalta il potere della parola.

Per la significativa rilevanza culturale dell’opera, l’intero progetto ha ottenuto i Patrocini Morali dei Comuni di Pesaro, Urbino, Fano, Ancona, Senigallia, Jesi, Civitanova Marche, Fermo, Ascoli Piceno, San Benedetto del Tronto e della Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”

INFORMAZIONI BIBLIOGRAFICHE DELL’OPERA COMPLETA:

Titolo: Convivio in versi. Mappatura democratica della poesia marchigiana

Curatore: Lorenzo Spurio

Editore: PoetiKanten Edizioni – Sesto Fiorentino (FI) – Anno: 2016

Volumi: 2 (come di seguito indicati)

Pagine: 707

ISBN opera completa: 978-88-99325-34-3

Costo: 50 €

 

VOLUME 1 – POESIA IN LINGUA ITALIANA

cover_volume1-page-001Un’antologia di poeti regionali presuppone da una parte un fascino incondizio­nato verso la lettura, l’analisi e lo studio della poesia (e spesso di testi poco noti, ma non di scarso valore) e dall’altra un grande amore per la superficie geografi­ca sulla quale si è deciso di focalizzarsi, in questo caso le Marche, dove sono nato e vivo. […] Dal poeta che è anche fine critico e si è occupato di storia della let­teratura e che s’identifica con la cultura accademica, al poeta di provincia, delle piccole realtà comunali dove è anima populi e colora la toponomastica con i suoi versi scanzonati e domestici, al poeta-marinaio dei tanti piccoli porti del nostro litorale che “crea” in comunione con le acque negli squarci di riposo dalle ore di lavoro, sino al poeta contadino delle variegate valli che occupano la Regione, in quel colloquio intimo e serrato con la terra che cela un canto di meraviglia (Dalla Prefazione)

INFORMAZIONI BIBLIOGRAFICHE:

Pagine: 462

ISBN: 978-88-99325-30-5

Costo: 30 €

Numero di poeti antologizzati: 173

 

VOLUME 2 – POESIA IN DIALETTO

cover_volume2-page-001Non esiste e non è mai esistito (dunque forse mai esisterà) un dialetto marchi­giano, ossia un dialetto unico dal quale magari dipartano piccole differenze o va­rianti ma che abbia una struttura di base univoca. […] Nella presente antologia trovano posto poesie di un gran numero di dialetti distanti tra loro, più o meno lontani dalla lingua italiana, motivo per il quale dette liriche sono accompagnate, a conclusione, della relativa traduzione per facilitarne la comprensione del testo a chiunque. Si spazia dall’urbinate (Germana Duca Ruggeri,…) allo jesino (Martin Calandra, Aurelio Longhi, Marco Bordini,…), all’anconetano (Palermo Giangia­comi, Mario Panzini, Emilio Mercatili,…) al sambenedettese (Bice Piacentini Ri­naldi), all’ascolano (Giuliana Piermarini) al civitanovese (Sandro Bella), passando anche attraverso numerose varietà indipendenti e tipicizzanti: il monsampietrino di Domenico Polimanti, il petritolese di Giovanni Ginobili, il portorecanatese di Novella Torregiani, il montignanese di Edda Baioni Iacussi e numerose altre (Dalla nota introduttiva)

INFORMAZIONI BIBLIOGRAFICHE:

Pagine: 280

ISBN: 978-88-99325-32-9

Costo: 20 €

Numero di poeti antologizzati: 113

 

Notizia del curatore

Lorenzo Spurio è nato a Jesi nel 1985. Si è laureato in Lingue e Letterature Moderne all’Università degli Studi di Perugia. Per la poesia ha pubblicato le sillogi Neoplasie civili (2014) e Le acque depresse (2016). Ha curato le antologie Borghi, città e periferie: l’antologia del dinamismo urbano (2015) e Risvegli: il pensiero e la coscienza. Tracciati lirici di impegno civile (2015). Numerose le sue poesie pubblicate in antologie tra cui Sotto il cielo di Lampedusa II. Nessun uomo è un’isola (2015), Poeti contro la crisi (2015). Per la narrativa ha pubblicato le raccolte di racconti Ritorno ad Ancona e altre storie (2012), La cucina arancione (2013) e L’opossum nell’armadio (2015). Quale critico si è occupato prevalentemente di letteratura straniera con una serie di saggi in volume sull’autore anglosassone Ian McEwan dedicando altresì uno studio sulla poesia italiana contemporanea: La parola di seta. Interviste ai poeti d’oggi (2015). Nel 2011 ha fondato la rivista online di letteratura «Euterpe», un aperiodico tematico di letteratura al quale collaborano poeti e scrittori da ogni parte d’Italia e con il quale organizza eventi culturali. È Presidente del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” di Jesi e Presidente di Giuria nei premi letterari “Città di Fermo” e “Città di Porto Recanati”. Sulla sua produzione hanno scritto Corrado Calabrò, Ugo Piscopo, Antonio Spagnuolo, Ninnj Di Stefano Busà, Umberto Vicaretti, Sandro Gros-Pietro ed altri.

 

MODALITÀ D’ACQUISTO

  1. Casa Editrice

È possibile corrispondere il relativo importo con una delle modalità di seguito indicate. Sarà necessario inviare la ricevuta scannerizzata o ricopiare i dati del bollo di pagamento unitamente all’indirizzo dove spedire i libri alla casa editrice all’indirizzo poetikantenedizioni@gmail.com in modo che la stessa possa provvedere agli invii. Alternativamente l’invio della ricevuta potrà avvenire per posta cartacea indicando il proprio indirizzo dove far pervenire le copie. In questo caso si potrà spedire a: Associazione PoetiKanten – Via di Castello 164 – 50019 Sesto Fiorentino (FI)

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INTESTAZIONE: Associazione PoetiKanten

CAUSALE: “Convivio in versi” (indicare quale volume o se entrambi e la quantità di ciascuno)

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INTESTAZIONE: Associazione PoetiKanten

CAUSALE: “Convivio in versi” (indicare quale volume o se entrambi e la quantità di ciascuno)

 Le spedizioni verranno fatte con sistema raccomandato, dunque tracciabili e il loro costo sarà a carico dell’editore.

 2.   Librerie online (si consiglia in special modo la piattaforma ibs.it )

 3.   Contattare il Curatore

Il curatore potrà spedire copie del volume, unitamente alla sua dedica, dietro pagamento del relativo costo che potrà avvenire mediante bonifico o bollettino postale. È necessario mettersi in contatto con lui servendosi della mail lorenzo.spurio@alice.it dove lo stesso invierà i riferimenti per il pagamento. Le spedizioni verranno fatte con sistema raccomandato, dunque tracciabili e il loro costo sarà a carico dell’autore.

 4.  Durante le presentazioni della antologia che verranno programmate e delle quali gli autori verranno informati in anticipo. La vendita dell’opera completa (volume 1 e volume 2) durante le presentazioni sarà scontata da 50€ a 40€.

22-02-2016 – SASSOFERRATO (AN) – Università degli Adulti

28-02-2016 – MARZOCCA (AN) – Biblioteca Comunale “Luca Orciari”

03-04-2016 – SAN BENEDETTO DEL TRONTO (AP) – Sala della Poesia “Bice Piacentini”

16-04-2016 – ASCOLI PICENO – Libreria Rinascita

24-04-2016 – FALCONARA MARITTIMA (AN) – [Location da definire]

29-04-2016 – MOIE DI MAIOLATI SPONTINI (AN) – Biblioteca La Fornace

08-05-2016 – FERMO [Location da definire]

15-05-2016 – JESI (AN) – Sala Maggiore del Palazzo dei Convegni [da confermare]

27-05-2016 – PESARO – Alexander Museum Hotel

Maristella Angeli intervista Ninnj Di Stefano Busà

Intervista alla poetessa Ninnj Di Stefano Busà

a cura di Maristella Angeli

In un mondo così telematico, carico di messaggi multimediali, di comunicazioni via etere, in tempi reali, crede che la Poesia possa avere ancora ascolto? Oppure viene messa da parte come obsoleta?

La poesia non sarà mai obsoleta, possiede quel fascino strano, tra il magico e l’esoterico che fa la differenza, la distanzia dalle altre espressioni umane. Comunicare con la poesia è un evento irripetibile, quasi soprannaturale, la prima frase la suggerisce un Ente superiore sconosciuto, il resto lo scrive il poeta con la sua umanità, la sua sensibilità, analizzando e scrutando quel suo mondo interiore fatto di deterrente stratiforme, senza regole e pervasivo del genere umano che accompagna questa sorta di messaggio sulle ali del vento, lo fa vibrare, lo trasferisce agli altri come dono intermediario tra sé e l’ignoto, tra il sé egoistico e insincero e la voce dell’umanità che ascolta, che interloquisce attraverso la lingua del poeta ad un incanto primordiale di cui nessuno dare spiegazione. Sarebbe come dire che il messaggio della Poesia proviene dal profondo, dall’incognita genetica di un destino umano che non è stato creato per deludere la forma, ma per creare armonia e bellezza. Perciò non resterà mai ai margini di un processo culturale in evoluzione se si vuole continuare a istruire il concetto di progresso intellettuale, umano e storico dell’umanità. Dico sempre che finché c’è un poeta sulla terra, la poesia vivrà e verrà diffusa nel cuore e nella mente come suprema bellezza del creato, supremo elogio dello spirito contro la materia.

La poetessa Ninnj Di Stefano Busà
La poetessa Ninnj Di Stefano Busà

Ogni tanto si vede realizzare dalla TV, in modo del tutto occasionale qualche programma di poesia, qualche lettura. Lei ritiene che introdurre nel linguaggio mediatico la Poesia sia un modo per coinvolgere più lettori? Cosa ne pensa?

Se è vero che in Italia esistono secondo sondaggi aggiornati dai 13.000 ai 15.000 autori di poesia, è anche vero che come minimo si prevedano 60.000 lettori, (per pareggiare quei famosi 4 lettori di manzoniana memoria). Ma nessuno di noi poeti immagina di avere quattro lettori, a dire il vero, è già tanto, se ci legge anche uno solo. Riguardo l’introduzione di programmi poetici così estemporanei e rarefatti nei format televisivi è un pessimo esempio di cultura, questo sta a significare che l’ascolto dei programmi culturali è sottovalutato e disatteso. In Italia non c’è la cultura lirica, (che è l’entroterra della cultura stessa, il suo antefatto, l’humus), non c’è preparazione a capire la Poesia e a renderne partecipe il pubblico, si ritiene (a priori, e a torto) che la cosa non interessi nessuno. Perciò la espongono in ore inconsuete, a notte fonda, o quando non hanno di meglio da proporre. Se qualche dirigente RAI la propone è perché ne è sensibilizzato individualmente, non perchè ritiene abbia “audience”. La cosa sorprende, perché a interessarsi di poesia sono parecchie migliaia di autori, e con un apparato editorialistico, da indotto, che lascia intravedere un mercato gonfio di lauti guadagni da parte di Editori, ma si ritiene (e ripeto a torto) che la Poesia interessi solo un pubblico d’elite, lasciando intendere che c’è una grande massa di utenza che non gradisce e non capisce. Non è affatto così, ma l’emarginazione coatta dei canali mediatici monopolizzati da soubrettine, veline, passaparoline, è ormai a livelli di arretratezza tali da essere considerati cavernicoli.

 

Come viene recepito il messaggio poetico dal pubblico medio per intendersi, quello che non fa poesia?

La poesia tra il pubblico medio è bene accolta, perché non vi può essere nel genere umano chi non la sappia apprezzare. La poesia è parte dell’esistente di ognuno, la parte più nobile e subliminale della storia spirituale, la più vicina a Dio, la più dotata di bellezza e di fascino, perché sa parlare al cuore e alle menti, sa dare un’accelerazione al vuoto che incombe, alla solitudine che attanaglia, al male che pervasivamente affrontiamo nel quotidiano. La poesia lenisce, rende il progetto di vita più denso, più ricco, più accettabile dal lato intellettivo.

 

Quale ruolo ha la poesia nel nostro tempo?

I tempi che viviamo non sono i più favorevoli alla poesia, non ci orientano verso episodi di luce e di conciliazione interiori. Sono portatori d’inquietudine, di malcontento, di disagio sociale e morale. Il tessuto umano è lacerato da troppe incongruenze, inadeguatezze, assenze. Ognuno vive il suo malessere come qualcosa di ineluttabile, con rassegnazione e passività. Bisognerebbe amarsi di più, invece. Amare ciò che di bello ci circonda, anche la Poesia ad esempio, perché ci porta un minimo di conforto e di compensazione che gratifica il nostro stato d’animo così martoriato e in stato di afflizione perenne. La poesia equivale alle note alte di un violino,  come la musica non può essere ignorata, perché tocca le corde sensibili dell’io, allo stesso modo la Poesia ci rende partecipi della cosmogonia, della vastità del nostro essere “cellula” dell’infinito, esuli temporanei in una terra che non ci appartiene. Il ruolo della Poesia dunque è di primaria importanza perché interagisce con un extraterreno, con un ultramaterico che sono la condizione –sine qua non– della nostra essenza, della nostra esistenza.

 

Il senso che coinvolge la Poesia, soprattutto tra i giovani, di oggi, Lei ritiene che è disposto a seguire un mondo astratto, subliminale, che non dà quasi nulla in termini di gratificazione immediata, di successo, e di guadagno facile?

Tocca un ganglio scoperto della società di oggi. Una società fatta a immagine di celluloide, di interessi, di apparenze ingannevoli, di guadagni prezzolati, di mercati articolati sulla speculazione non potrebbe essere quella votata alla poesia. Eppure, mi tocca da vicino (facendo parte  o presiedendo svariate Giurie) di quanto il pubblico dei giovani sia più vicino alla poesia di quanto si suppone, vi è un richiamo, una tendenza a sviluppare il pensiero lirico di quanto ve ne fosse nel passato, E questa tendenza può apparire controcorrente rispetto ai tempi. Per fortuna, i giovani non sono “vuoti di dentro”. Mi capita spesso, durante i vari incontri nelle Scuole di ogni ordine e grado, alle quali vengo chiamata per introdurre il tema poetico, di trovare giovani molto interessati alla Poesia, qualcuno di essi addirittura dotato e pronto per dare il meglio di sé, certo con un po’ di tirocinio e di buone letture (s’intende). Il bisogno di Poesia è inversamente proporzionale alla necessità del guadagno. Vi sarà sempre chi preferirà il vile denaro ad una bella poesia, ma in ogni modo il mondo delle scuole è salvo, i nostri ragazzi sono migliori di quanto loro stessi sanno. Non sono marci dentro, vi è in loro la coscienza di un futuro migliore, l’alba di un giorno che verrà e non sarà di spregevole pecunia, ma di meravigliose armonie sulla terra dei padri. Non è perduta in loro la speranza. Non spegniamo la luce nei loro occhi, sottovalutando i loro immensi patrimoni intellettivi.

 

È lo spessore intellettuale a creare la Poesia? o si nasce Poeti?

La poesia è altro persino da se stessa. La poesia non la crea l’intelletto a tavolino, a freddo, attraverso il cerebralismo tout court, non la crea l’intellettualità astratta e aliena dal sentimento, è parte integrante di un patrimonio, sì, intellettivo  che definirei perché accoglie su di sé le maggiori, le più intense e ricche suggestioni, le più alte e meno abiette virtù dello spirito. Vi è una parte dell’intelletto, detta: “Area di Broca” (dal suo scopritore) che è deputata al linguaggio. Ragione questa che la mette al riparo da scempi di natura estranea alla poesia stessa, che è armonia, sinergia con i fattori interni all’essere, che sono la fonte dell’ispirazione perfettibile. In poche parole, lo spessore intellettuale vi è coinvolto, ma in minima parte, per il resto è un occhio vigile sul mondo, una finestra aperta nel nostro immaginario, nel panorama delle nostre indagini interiori che qualifica e rende unica e irripetibile la buona Poesia. Si può nascere poeti, ma si può scoprire di esserlo in più tarda età, bisogna solo essere dotati e sensibilizzati al poiein, cioè al fare, al creare in poesia.  

26-06-2015

“Con le ali negli occhi” di Raffaella Amoruso. Prefazione di Lorenzo Spurio

Con le ali negli occhi di Raffaella Amoruso

Prefazione di Lorenzo Spurio

Il titolo della nuova pubblicazione di Raffaella Amoruso, Con le ali negli occhi, chiama a una preliminare riflessione: le ali ci trasmettono un senso di leggerezza e di sospensione mentre gli occhi, occultati dalle ali, sembrano voler identificare un’impossibilità concreta di scrutare il mondo. Nel complesso il titolo evoca, dunque, vaporosità e mistero.

Questo “oceano di parole” che è il libro che il lettore si appresta a leggere si apre con un racconto-prologo intitolato “Una storia come tante” che contiene uno squarcio di una memoria dell’infanzia forse difficile perché a contatto con liti di genitori tanto che portano la nostra a cercare un luogo-non luogo dove potersi rinchiudere con la volontà di annullarsi da quella situazione. Non in uno sgabuzzino né in un garage, ma in un frigo: uno spazio ridotto e inospitale dove cercare riposo e silenzio. Un presente che a suo modo la Nostra vuole fermare di colpo e con esso anche le urla e i litigi dei suoi genitori tanto da cristallizzare gli istanti: non per eternarli e tornare poi a riviverli, piuttosto per de-costruirli, annullarli, renderne impossibile lo svolgimento, la ripetizione, il ricordo. Una volta uscita da quel guscio protettivo (gelido non solo perché è un frigorifero ma soprattutto perché è una culla surrogata, falsa, che non permette calore), la ragazza ritroverà pace e rassicurazione nei “suoi cani, alti quanto lei [che] le trotterellavano a fianco, proteggendola ancora una volta”.  Curioso come un bambino riesca nel suo mondo ludico a fuggire dalle incomprensioni e dalla insofferenza derivante dall’acredine tra i suoi genitori impelagandosi prima in un progetto claustrofilico (il frigo) e poi predisponendosi a credere nella protezione da parte di un soggetto senz’altro forte ma privo di comprensione degli eventi (il cane).

Il titolo di questo racconto-prologo svia il lettore perché anche se l’autrice ci ricorda che è solo “una storia come tante” in realtà sembra essere un episodio che ha una traccia forte nell’esperienza della donna matura e che ne ha in un certo qual modo caratterizzato l’infanzia. Molti possono ritrovarsi in questa descrizione di frequenti alterchi familiari in cui il povero bambino, quale vittima sacrificale, ne subisce le conseguenze senza mai comprendere del tutto; colpisce però la strategia di fuga dal problema della Nostra, la sua capacità reazionale genuina che rivela quanto il mondo dell’infanzia sia delicato e prezioso e quanto spesso basti poco per incrinare la naturale pace del giovane, ispessire o inasprire il suo carattere e farlo maturare scevro di rassicurazioni forti e in maniera sana.

Raffaella Amoruso
Raffaella Amoruso

Seguono liriche che potrebbero sembrare in controtendenza al racconto-prologo dove, contrariamente a quell’amore e affetto ricercati, si dà corpo ad un amore forte, concreto, di donna ormai matura che è in grado di dipingere gli effluvi del sentimento colorando emozioni e facendo brillare di luce propria le parole. Se in “Nati per amare” la poetessa impiega una lessicografia che opera un’analogia con il mondo delle acque (“gocce”, “oceani”, “fluido”, “onde”, “mare”), nella successiva “Nel buio la luce” ricostruisce un rapporto emozionale in chiaro-scuro in cui la rassicurante presenza della luna con la sua “tenue luce di speranza” è a dominare nella “notte [che] resta” a testimonianza di un amore che è empatia anche con la luce e che si ravviva nei reconditi dell’autocoscienza. La parola che più spesso ricorre nella silloge è forse “gocce” che non sta solo a rappresentare l’essenza, la partizione indefinibile di una sostanza liquida quale ad esempio può essere l’acqua nelle sue varie forme, ma anche e soprattutto l’animo concentrato di un vissuto, di una vicenda-esperienza della vita, dunque un distillato della coscienza come quando in “Silenzio” la Nostra ci parla della “silenziosa goccia dell’anima”, costruzione fortemente lirica ed evocativa nella quale non possiamo identificare anche una dimensione ossimorica.

“Historia” ha la fisionomia di un voluto tentativo di oblio di un passato; la Nostra impiega reiterati avverbi di negazione nei versi finali per sottolineare la lucida volontà e la sicurezza che ciò che un tempo fu possibile, non potrà esserlo nel futuro perché è una donna matura e consapevole che ormai è in grado di padroneggiare la sua irrazionalità.

Echi merinani sono ben udibili nella lirica “Visioni” dove leggiamo: “I pazzi sono tutti liberi” che mi ricordano pure una lapidaria ed efficace chiosa del Pasolini degli esordi che così annotava: “Bisogna essere pazzi/ per essere chiari” (in Le ceneri di Gramsci). Ed è proprio la chiarezza di cui la Amoruso parla nel suo mondo lirico che possiamo rivelare quale bisogno non velleitario ma concreto e sorgivo di autenticità e di espressività poetica (“Nell’amplesso dei colori vivi il corpo offro”).

La solitudine dell’infanzia si percepisce nettamente anche nella poesia “Amore, solo amore” dove è una anafora bisillaba (“sola”) a marcare il ricordo di momenti agrodolci delineati struggentemente quali “tramonti di bambina”. Ed anche qui l’insegnamento (che poi non è tale, ma è piuttosto un invito o un’esortazione) è quello di affidarsi alla libertà del sentimento: “Chi perdona ama/ se davvero ami/ nulla è impossibile”.

Evidenti gli intrecci di rancore verso un passato con il quale sembra impossibile trovare una tregua (“se avessi tu un cuore/ ti pregherei” nella lirica dedicata al padre) che mettono in luce una donna scissa, forte nel suo presente ma estremamente vulnerabile nel suo passato nel quale sembra essere mancato qualcosa, magari un semplice gesto d’affetto, una rassicurazione, un atto empatico, un po’ come accade nel racconto-prologo.

In “Rosa di maggio” riappare l’intenzione di auto-reclusione della protagonista che un po’ come accadeva in un celebre racconto degli esordi di McEwan (“Conversation with a Cupboard Man”) la protagonista Debby “[aveva] l’abitudine di nascondersi [in un armadio] quando desiderava rimanere sola con se stessa”. Dalla mancanza di autostima e derelizione personale la donna uscirà dal guscio compiendo un percorso di crescita psicologica non indifferente proprio grazie all’ascolto del suo cuore che la porterà ad esprimere senza timori il su innamoramento per Bob. L’armadio, testimone di un passato di ricerca di se stessa, come un baluardo degli affetti sinora taciuti e tenuti sotto chiave, finalmente si apre e le ante si spalancano con forza proprio come il suo cuore di donna che “amandosi, dovrà donare Amore”.

La Amoruso ci parla di “lacrime mai piante”, di “sogni sfumati” ma anche di “Bimbi/spauriti e magri/ rannicchiati/ in un angolo”, di nonne anaffettive genitori disattenti, colpevoli di dar triste spettacolo dinanzi ai figli delle proprie incomprensioni. La freddezza che l’io lirico traccia sulla carta è il prodotto di un passato algido dove il disinteresse, l’indifferenza e la mancata comprensione hanno condotto a una vera e propria desolazione interiore dalla quale però è sempre possibile ripartire e rialzare la testa perché, come ricorda la nostra: “Ci sono giorni in cui/ incessantemente/ il cuore sbatte e si frantuma”.

È necessario allora saper ascoltare il proprio cuore ed agire di conseguenza.

Lorenzo Spurio

Jesi, 16-03-2015

“A pochi pensieri dalla riva” di Gianluca D’Annibali sarà presentato a Civitanova Marche il 23 maggio 2015

Il poeta GIANLUCA D’ANNIBALI presenta

la sua opera “A pochi pensieri dalla riva”

SABATO 23 MAGGIO 2015 – Ore 17:30

presso la Bibilioteca Comunale “Silvio Zavatti” 

CIVITANOVA MARCHE (MC)

Sarà presente l’autore accompagnato dalla voce e chitarra di ANDREA TIPO.

presentazione D'Annibali Civitanova

Intervista ad Annamaria Pecoraro “Dulcinea”, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista ad Annamaria Pecoraro “Dulcinea”

a cura di Lorenzo Spurio

 

Lorenzo Spurio e Annamaria Pecoraro alla Yellow Reading organizzato a Firenze a settembre 2014
Annamaria Pecoraro e Lorenzo Spurio allo Yellow Reading organizzato a Firenze a settembre 2014

LS: Ti ricordi che età avevi quando hai scritto la prima poesia? Cosa ti ha portato ad “armarti” della parola scritta per la prima volta: quale avvenimento in particolare, se puoi dircelo?

AP: In verità la prima volta che mi sono cimentata nella scrittura è stata con la prosa, alle elementari e con un racconto. Ricordo di aver sviluppato la storia come se fosse ben chiara nella mente con tutte le sue sfumature e forme. “Salto nella terza dimensione”, una sorta di viaggio in un altro mondo, parallelo al nostro quotidiano, avventuroso  e fantasy, dove dall’incontro con altre creature, quelle sulla terra (in particolare sugli alberi) e quelle sottoterra, l’essere umano riesce a trovare il punto d’incontro e a fermare la guerra tra i due popoli. Ogni tanto lo sfoglio ancora. La poesia invece è nata sui banchi del liceo.  Poi come un guizzo, una decina di anni fa, ero in mezzo a una piazza, osservando è nata “Passi”. Da allora non mi ha più abbandonata.

LS: Che cosa è per te la poesia e quanto è importante nella vita di tutti i giorni?

AP: La poesia è l’arma bianca che disarmata arma. Può sembrare un gioco di vocaboli, ma è l’essenza base dell’ispirazione quotidiana. Da ogni azione e reazione può nascere poesia: civile, amorosa, religiosa. Catturata dalla sensibilità e dal volere andare oltre, testimonia coraggiosamente ciò che viviamo, nel bene e nel male, sia di notte che di giorno. Credo che questa sia una grande responsabilità per chi fa delle parole un messaggio da donare.

LS: Spesso ti firmi con lo pseudonimo di “Dulcinea” che è il nome del celebre personaggio donchisciottesco. Come mai lo hai scelto per definire la tua identità?

AP: Dulcinea rappresenta l’amore immaginario nella sua universalità, e Don Chisciotte sa bene cosa e quale significato abbia, solo che è perso nella lotta contro i mulini a vento, pur sapendo di perdere. In fondo ognuno di noi, ha in sé il discernimento, solo che spesso scegliamo la strada più comoda che non sempre è quella giusta. Se solo ci guardassimo dentro e intorno, scopriremo che il mondo è strapieno di bellezza, amore e ricchezza che può darci la forza di vedere il bicchiere mezzo pieno, affrontando gli ostacoli con il sorriso. Certo non è semplice, ma nemmeno impossibile. Siamo tutti in cammino e alla ricerca e forse è vero: “Ognuno di noi, prima o poi, fa un viaggio nel suo “inferno”, forse perché in fondo non cerchiamo che noi stessi…” (A. Pignatiello).

LS: Da vari anni sei anche speaker per varie radio e sei spesso in contatto con l’ambiente musicale tramite concerti, presentazioni di artisti, recensioni e tanto altro. Puoi dirci che peso gioca la musica nella tua vita e quanto credi possa essere importante per ciascuno di noi nel corso della nostra esistenza?

AP: Ho iniziato nel 2007 collaborando con “Radio SI” di Bruxelles, radio delle ambasciate (Spagnola, Francese, Belga e Italiana) per la promozione e diffusione della poesia e della lingua italiana con Tony Esposito, poi tutt’oggi diventata Radio Napoli Emme Live nel programma “Musica e Parole”, poi con Radio Liberty in Sicilia e infine con la radio ufficiale dei Litfiba: “Litfiba Channel Radio”. Due delle mie poesie (“Amore ” e “Passi”), sono state lette anche nel programma “Big Night”su Radio Kiss Kiss, con i Dj Max Poli, Branca ed il Poeta Andrea Cacciavillani e Viva la Radio Network. Prima tremavo nel declamare poesie mie, poi ho scoperto in me anche la voce, per dare vita a quello che sentivo e a prestarla, anche chi trova difficoltà. La musica è sempre stata parte integrante: scrivo ascoltando  la musica, poi è diventata parte fondamentale di quello che faccio, uno sposalizio perfetto e una complicità unica. Questo mi ha portato a conoscere e intervistare artisti che mai avevo pensato di conoscere, scoprendo che l’umiltà rende signori.  Molta mole di impegni ma grandi motivazioni e crescita personale e professionale, tanto da diventare giornalista International freelance, direttore di Deliri Progressivi e collaboratrice per Toscana Musiche, oltre che per altre testate.

LS: Poesia e musica nascono geneticamente unite tra di loro, se pensiamo alle composizione che in passato venivano sempre accompagnate da strumenti dalla sonorità lieve e armonica quali cetre od arpe. Secondo te è possibile ritrovare la musica e dunque la musicalità in un testo poetico anche laddove questo sia privo di sistemi di rime, assonanze e consonanze. Che cos’è per te la musicalità del verso?

AP: “Una musica può fare … salvare”, dice una canzone di Max Gazzè, “Poi, d’improvviso, mi sciolse le mani e le mie braccia divennero ali, quando mi chiese: “Conosci l’estate?” io, per un giorno, per un momento, corsi a vedere il colore del vento.” (Fabrizio de Andrè,”Il sogno di Maria”), “Notti intere bruciate con anime spente solo per sentirsi migliori altre notti passate a fare finta di niente o a fare finta di non sentirsi soli …” (Giorgio Canali – La solita tempesta), “Dentro i colpevoli e fuori i nomi/ Mezzogiorno di fuoco e sangue tra famiglie onorabili/ Sul mercato canta il violino la ballata dell’immunità, oh/ Vogliamo i ladrones, vogliamo tutti i loro nomi …./ Il ladro, dimmi chi è? … Non è la fame ma l’ignoranza che uccide!…. ” (Dimmi il nome – Litfiba). Potrei fare milioni di esempi, la poesia può divenire musica più difficile il viceversa. Il testo è importantissimo per dare il senso o meglio Emozione. È un’arte magica che a mio avviso non è di tutti e non tutti i testi poetici, possono divenire poesia, poiché spesso sono ben scritti, ma privi di quell’essenza che li rende musica. È anche vero che se una musica prende, le parole possono venire come “sussurrate” dall’anima e questo mi ha portato a scrivere anche testi. Sono coautrice di testi musicali registrati in SIAE: “Alchimia d’Amore”, “ Vento della sera”, “ Oltre i divieti”, in collaborazione con il cantautore siciliano Paolo Filippi.

imagesLS: La tua prima raccolta di poesie porta un titolo abbastanza lungo che recita Le rime del cuore attraverso i passi dell’anima. Che cosa hai voluto intendere con ciò? Puoi spiegare il significato a chi è un neofita della poesia?

AP: Questo libro è in verità un doppio libro. Contiene la prima silloge “I Passi dell’Anima”, precedentemente edita in 2 edizioni (in questa sarebbe la terza), e Le Rime del Cuore. Suddivisa in due parti dal 2007- 2009 e dal 2009 al 2012. Cinque anni di cambiamenti, di salite, discese, di scoperte, traguardi, porte in faccia e muri crollati. Un percorso che analizza l’Amore, le Amicizie, l’Anima, in tutta la sua universalità sia trascendentale che terrena. Una presa di coscienza con sé stessi e con il mondo, trovando con le parole la capacità descrittiva di camminare facendo volare anche l’anima in alto a ritmo di cuore umano.

LS: Nuclei concettuali rilevanti e frequenti nella tua poetica sono quelli che si realizzano attorno a un senso di beatitudine e freschezza nella vita dell’uomo che può esserci solamente se si vive con responsabilità e sincerità le relazioni umane. È  molto chiaro il messaggio della tua poetica improntato alla difesa e conservazione del bene comune, al senso unitario della società, spesso costruito a partire da un forte convincimento religioso che fa della fratellanza, dell’umiltà e dell’onestà i capisaldi. Quanto è importante il sentimento cristiano nella tua poesia e nella tua vita?

AP: Credo che sia alla base di tutto. La fede, il rispetto, i valori, possono passare per cosa antica o forse possono essere la vera trasgressione nel mondo moderno, dove ormai tutto è perso di vista o svalutato. Ci sono capisaldi che costruiscono la mia base e sono determinanti per essere quella che sono, nel bene e nel male.

LS: Sei spesso impegnata quale relatrice in numerosi eventi letterari quali la presentazioni di libri di amici e colleghi, tanto di poesia e narrativa. Cosa è che ti spinge a fare ciò e a coltivare, spessissimo, più il rapporto con gli altri piuttosto che sviluppare le tue capacità personali per un tuo progetto individuale più corposo e impegnativo?

AP: Una chiamata a testimoniare e curare i semi per farli diventare alberi dal fusto saldo e dalle chiome prosperose. Sicuramente è il senso di responsabilità che mi spinge a continuare e a riempirmi le giornate, ma al contempo è un arricchimento nelle “diversità” altrui. Dovrei trattare me e dedicarmi come se fossi uno degli autori che seguo. Ma è una cosa a cui sto lavorando, don’t worry. 

LS: Tempo fa, parlando, mi avevi accennato a una tua seconda silloge che forse avrebbe visto la luce in breve e sulla quale, credo, stai ancora lavorando. Potresti parlarci di questa futura pubblicazione, quale sarà il titolo e che cosa vorrai esprimere e condividere con questa nuova raccolta?

AP: Potrei stupire con effetti speciali. Sto lavorando sia alla silloge particolare e anche a altro. Sarà un’opera nata come goccia per divenire un oceano, fatto di segni, versi, parole. Una continua evoluzione stilistica e una maturazione mia poetica. Si intitolerà “Il volo dell’araba fenice”.

LS: Da sempre seriamente attiva in campo sociale, hai sposato con le tue attività letterarie una serie di realtà benefiche che hai sostenuto e sostieni. Ad esempio il 2° Premio Internazionale Letterario e d’Arte organizzato dalla Associazione Nuovi Occhi sul Mugello (della quale sei vice-presidente) e la cui premiazione si svolgerà il prossimo 16 maggio a Barberino del Mugello, ha deciso di destinare i proventi derivanti dal concorso letterario a sostegno di una malattia rara e poco conosciuta, la Smard 1. Potresti dirci qualcosa di questa patologia e poi del tuo impegno in questo concorso letterario?

AP: L’avventura nasce due anni fa, una sfida per il territorio, la cultura e la valorizzazione protesa poi alla solidarietà. Una “missione” abbracciata con tutto il suo carico di onore ed di oneri. L’anno scorso abbiamo aiutato Casa Cristina (casa di donne maltrattate a Ronta- Borgo S. Lorenzo – FI), con cerimonia di premiazione a Vicchio, questo anno i proventi saranno interamente destinati alla ricerca scientifica sulla malattia rara SMARD1 condotta dal “Centro Dino Ferrari” dell’Università degli studi di Milano, cui un caso (quello di Ginevra), appartenente al territorio del Mugello, è stato l’incipit che ci ha dato il via per intraprendere questo progetto di solidarietà.

Che cosa è la SMARD1?  Fino a qualche  mese fa, pensavo che fosse un nuovo modello di auto. Magari lo fosse stato invece è un’atrofia muscolare spinale con distress respiratorio. È  una malattia rara (meno di 10 casi in Italia e 70 nel mondo), che colpisce i bambini. La patologia è ormai nota: la mancanza di una proteina non permette il rigenerarsi delle cellule addette al collegamento nervo-muscolo, via via tutto il corpo si paralizza. Viene dato il nome di SMARD1 perché colpisce dai 2 ai 4 mesi di vita del bambino. Da subito si rende necessario l’ausilio di un ventilatore meccanico applicato con tracheostomia. Poiché diventa molto pericolosa la deglutizione, l’alimentazione del bambino avviene tramite sondino diretto nello stomaco. Al momento in Italia esistono meno di dieci casi accertati ed è il Laboratorio di Biochimica e Genetica del Centro Dino Ferrari  di Milano, che si occupa della ricerca su SMARD1: hanno ottenuto un finanziamento anche da Telethon finalizzato all’individuazione di una terapia che arresti la malattia e poi permetta di recuperare le funzionalità perdute. Attualmente è clinicamente rilevato che crescendo, almeno i fasci muscolari tra scapole e braccia si rinforzano permettendo il movimento quantomeno delle spalle.

Il mio impegno, come quello di tutti i soci e di chi ha sostenuto questo progetto, è lottare per il diritto alla vita. Sensibilizzare e umanizzare, andando contro l’indifferenza e contro chi definisce di serie A o B, le malattie. Un obiettivo che incide e segna in ognuno un punto di partenza. Si, perché all’arrivo abbiamo ancora tanta strada, ma abbiamo gettato semi di speranza, radici che potranno diventare albero dalle grandi chiome.

LS: Sei una grande amante dell’arte e in particolare della letteratura e della musica. Per quanto, invece, concerne l’arte, sia figurativa che astratta, a quali pittori ti senti più legata o a quali quadri in particolare e perché?

AP: Adoro gli impressionisti e la loro scrupolosa arte di punteggiare e saper fotografare realisticamente quello che circonda, tra sacro e profano, senza nascondere o camuffare la spinta emozionale dell’autore. Poi grandissimi Van Gogh (la notte stellata), Gauguin (opere Tahitiane), Caravaggio (tutto ma in particolare: la vocazione di S. Matteo e Bacco), Leonardo (Gioconda,il tondo de la Sacra Famiglia), Michelangelo (Giudizio Universale), Raffaello (La scuola di Atene, La sacra famiglia). Ho imparato a apprezzare Masaccio (Trittico), Cimabue, Giotto (Il cristo) e il Beato Angelico. A livello di scultura Canova, resta per me un mito con “amore e psiche”. Tra i moderni sicuramente Luis Royo.

LS: Lo scrittore e poeta urbinate Paolo Volponi sosteneva che “La poesia è la pelle della società”. Che cosa ne pensi di questa definizione? Ti senti di condividerla e, eventualmente, spiegarcela secondo la tua interpretazione?

AP: La poesia ha il potere di esprimere quello che la società vive, sicuramente sono pochi coloro che mostrano la propria pelle, poiché come diceva Pirandello “Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti”.

LS: Nella tua poesia “Siamo tutti marinai” che fa parte della silloge d’esordio ad un certo punto scrivi:

Siamo marinai sulla stessa barca,

in cerca di sogni e speranze.

In fuga dalle sofferenze e incertezze

di questo mondo, che attanaglia menti,

inchiodandole.

Sembrano parole estremamente azzeccate se pensiamo alla tragedia continua che accade ultimamente e tutti i giorni ossia all’arrivo di barconi dal sud Africa pieni di gente che, pur di arrischiare la propria vita, decidono di lasciare il loro paese sperando in un futuro di luce. Perché equipari l’esistenza dell’uomo a quella di un marinaio e quali sono, secondo te, le tribolazioni e le ossessioni che “attanaglia[no] [le] menti,/ inchiodandole”?

AP: Siamo tutti naviganti sulla barca della vita. C’è chi ha uno yacht, chi un barcone, chi una nave, chi può contare solo su sé stesso per remare. Il futuro è la grande incognita e possiamo solo essere memori del lascito del passato con pro/contro, per guidare affidandoci alle stelle, al cielo, a Dio (per chi ci crede), come  fonte di luce nel cammino. L’esistenza è un dono, cui tutti dovremo cercare di garantire nel migliore modo possibile.

Annamaria Pecoraro durante un momento della Premiazione del III Premio Nazionale di poesia
Annamaria Pecoraro durante un momento della Premiazione del III Premio Nazionale di poesia “L’arte in versi” dove era in Giuria a Firenze, novembre 2014.

LS: Quali poeti, italiani o stranieri, senti più affini a te e torni ogni tanto a ripescare e a leggere perché in essi trovi una boccata d’aria sempre nuova che ti fa rilassare e al contempo comprendere le cose in maniera più lucida?

AP: Abbiamo la fortuna di essere nati nella patria della poesia e dell’arte, la culla del Rinascimento per eccellenza, invidiati in tutto il mondo per quanta bellezza ci circonda. Tra i poeti italiani, oltre a Dante e Boccaccio, ancora attualissimi per le loro visioni, adoro Calvino, Carlo Alberto Mariano Sallustri (Trilussa), Leopardi (che ho riscoperto non essere poi così tanto pessimista come lo si pensa), Carlo Monni, Antonia Pozzi, Alda Merini, Saba. Tra gli stranieri prediligo Neruda, Prevert, Hikmet, Tagore, Wilde, Bukowski, Velaine, Hesse, Dickinson.

LS: Quale è il rapporto con la narrativa? Hai scritto dei racconti o dei romanzi che per il momento sono restati nel cassetto e non hai ancora deciso di pubblicare? Puoi parlarcene?

AP: La narrativa è parte quotidiana delle mie giornate. Tra recensioni e editing, immergermi nella lettura è fonte di riflessione, crescita, critica. Questo mi ha portato anche a sviluppare capacità nella velocità della stessa memorizzazione e visualizzazione di immagini e discorsi. Una pratica che mi ha decisamente arricchita e dato modo di poter leggere anche più libri alla settimana, seppure voluminosi. Come detto in precedenza, il componimento narrativo è stato il mio primo approccio avuto con le parole, e sto lavorando a un romanzo fantastorico. È legato in particolare a una città e a un determinato periodo storico. Analizza l’ambiente, i personaggi e  abbraccia un sogno. Il resto non lo dico e vi lascio con  la curiosità.

LS: È un dato di fatto che almeno nella stragrande maggioranza dei casi che con la poesia, anzi con la letteratura in genere, non si mangia perché se ancora nell’Ottocento quello di poeta poteva essere una vocazione/mestiere rispettata e riverita oggigiorno con la moltiplicazione dei poeti, la crisi editoriale ed economica è sempre più difficile riuscire a crearsi un nome ed imporsi sul pubblico e la critica. Che cosa ne pensi della tanta poesia che viene prodotta e che sempre meno viene letta e capita?

AP: L’editoria ha massacrato i talenti, privilegiando i raccomandati, perché accompagnati da nomi di spicco, ma non dalla capacità reale di lasciare il segno. Sicuramente non si mangia, ma le soddisfazioni possono essere molteplici. Il poeta è una vocazione e oggi, se fortunati, diventa anche un mestiere. In ogni caso è un rispettabilissimo modo di trovare un senso e spunti di confronto con chi si accosta.

LS: Perché la massa omologata, mal informata e generalista associa la figura del poeta con quella di una persona mesta e malinconica, poco ciarliera e spesso con una ridotta empatia sociale? E’ un pregiudizio errato che proviene dai secoli passati oppure secondo te ha un qualcosa di realistico alla base?

AP: Un pregiudizio errato. I poeti sono folli e controcorrente in un mondo che poco dà peso ai rapporti e all’analisi intimistica e cosmica. Sono profondamente sensibili, poiché si intercalano in quanto avviene, vivendolo a 360°, amplificando ogni cosa empaticamente, forse per questo possono apparire “strani” o alieni in mezzo a tanta indifferenza. Ma diffidate da chi dice che i poeti sono tristi e malinconici, forse sono i primi a avere in mano la chiave della felicità.

LS: Perché la poesia e la scrittura in genere continua a richiamare un sempre maggior numero di affezionati che si cimentano con scritture, partecipano a concorsi, pubblicano libri, etc., molto di più di ciò che non avvenga ad esempio con la fotografia o l’opera lirica (solo per fare due esempi)?

AP: Mancando di dialogo e d’ascolto, la scrittura diventa terapia, sia per se che chi scrive che per chi legge. Confrontarsi diventa motivazione per trovare stimoli e così i concorsi o nel far conoscere la propria “arte sensibilis”, pubblicando libri, diventano mezzi utilissimi.

LS: Spesso si associa semplicemente il testo poetico a un canto d’amore: chi scrive una poesia è perché non ha la capacità di rivelare a voce il contenuto alla persona alla quale è indirizzata o perché è consapevole che ha una retorica di linguaggio pesante che nell’oralità non potrebbe essere sostenuta. La poesia, però, può parlare anche di dolori e tragedie, guerre e sciagure, ma anche della natura, dell’osservazione attenta degli spazi e ancor più dello scandaglio del nostro io, dei rapporti sociali e quant’altro. Come spiegheresti a una persona che vive nella convinzione (errata) che il poeta scrive solo d’amore?

AP: Il poeta è un testimone vivente di tutto ciò che accade, di bello e di brutto. Riesce a scrivere con il nero della coscienza, parlando anche dell’incoscienza che troppo frequentemente inonda. “Verba volant, scripta manent” tradotta letteralmente, significa le parole volano, gli scritti rimangono. La scrittura può essere una fonte inesorabile di ricchezza e in un paese come il nostro che ha il primato di scrittori e poeti. L’oratoria è anch’essa importante, ma spesso produce solo illusione e attesa in qualcosa che non arriverà mai. Un esempio sono anche i nostri politici, che sono bravi a parlare e poco a fare. L’amore poi è il motore della nostra esistenza, ma è costituito da miriadi di sfumature e non è solo canonizzato all’eros o all’affetto per una persona.

LS: Quale pensi possa essere il futuro della poesia?

AP: La poesia per andare avanti, dovrebbe essere intesa nella sua universalità. Racchiude in sé il messaggio di quanto preziosi siano i pregi e difetti. È testimonianza concreta, che porta un messaggio coraggioso. Non tutti sono in grado di poterlo esprimere e come diceva Hegel: “le parole sono spade possono uccidere”, ma possono anche essere la cura o fermare una guerra. Marciano e sono in continua rivoluzione o in equilibrio precario tra cielo e terra. Chi ha questo dono, non è su un piedistallo, ma scende in mezzo alla gente e nell’umana umiltà dovrebbe operare. Non ci sono appellativi ornamentali che differenziano. Spesso, più si è “nudi” e più si è veri. Solo nutrendosi di quella essenzialità, potremmo davvero capire d’avere seminato qualcosa di grande nel cuore di qualcuno.

Firenze, 9 maggio 2015

A CURA DI LORENZO SPURIO

Santina Russo su “Anima di Poesia” di Emanuele Marcuccio

ANIMA DI POESIA

di Emanuele Marcuccio

TraccePerLaMeta Edizioni, 2014, pp. 80

ISBN: 978-88-98643-08-0

 

Recensione a cura di Santina Russo

 

115_Anima_di_Poesia_Emanuele_Marcuccio900La poesia di Emanuele Marcuccio mi suona ormai con tono familiare, avendo avuto già in passato il piacere di accostarmi ad altre liriche e ad altre raccolte dello stesso autore. Tuttavia, agli elementi di continuità si accostano nuove tensioni emotive, un vigoroso sperimentalismo semantico, una rinnovata strutturazione del verso, più breve e più incisivo.

La poesia di Marcuccio si rivolge ad un pubblico vasto di lettori, non si tratta certamente di una poesia di nicchia, impenetrabile e oscura, ma è una poesia che sboccia e si apre al lettore, che vuole esprimere sentimenti semplici e comuni attraverso il linguaggio allusivo ed ellittico della sintesi lirica.

Nella raccolta non mancano riferimenti ad autori classici, richiamati in maniera più o meno diretta, come le liriche direttamente dedicate al poeta Giovanni Pascoli (“Per una strada d’un’alba d’autunno”) o al poeta Giacomo Leopardi (“Serena e di stelle…”) o come i versi di “Mare della Tranquillità” dove Marcuccio immagina quasi di rispondere al dubbio che apre il “Canto Notturno di un pastore errante dell’Asia”.

Ai riferimenti classici si accostano i richiami ad autori contemporanei, a poeti e poetesse che hanno instaurato con il poeta un perfetto connubio artistico, al punto da realizzare due volumetti di dittici nel quale il poeta si diverte a trarre ispirazione da un tema comune confrontandosi sempre con poeti diversi.

Molto originale la poesia “Telepresenza” che accosta elementi classici ad oggetti d’uso comune nella società odierna. L’accostamento di termini quali “corrispondenza d’amorosi sensi”, “telepresenza”, “foglio di vetro” è abbastanza eloquente del tentativo, riuscitissimo, di fondere il classicismo di foscoliana memoria e la modernità che si manifesta anche attraverso nuove forme espressive e nuovi canali di comunicazione.

Non mancano momenti di profondo sentimentalismo, come la struggente poesia dedicata alla dipartita del padre (“Caro Papà”) e i versi ispirati dal ricordo delle vittime del terremoto in Abruzzo (Per i terremotati d’Abruzzo).

Da sempre presente nella produzione poetica di Marcuccio, l’elemento naturalistico che spesso è personificato (“Io sole”) o che richiama elementi inconsueti e spesso trascurati (“Monte Olympus”).

Le liriche sono dense di figure retoriche, le parole sono spesso cariche di significati alternativi (un esempio è l’uso etimologico di “traguardo”, nel senso di “guardare oltre”); infine, meritano particolare attenzione le ultime liriche, per le quali il poeta dichiara di volersi avviare “verso la ricerca di una maggiore sintesi ed essenzialità”, abbandonando l’uso della punteggiatura e l’uso dell’iniziale maiuscola dell’incipit, a creare un rapporto di indissolubile parallelismo tra tutti i versi, un tutt’uno tra di loro.

Non mi rimane che invitare i cari lettori ad addentrarsi nella lettura delle poesie di Marcuccio, in attesa di una futura silloge che, leggendo i versi qui presenti, si lascia presagire del tutto nuova e rivoluzionaria rispetto alla produzione poetica precedente dell’autore.

 

Santina Russo

 

Barrafranca (EN), 15 aprile 2015