Sabato 22 sett. la premiazione della XXIX edizione del Concorso di Poesia “Città di Porto Recanati”

457475_41876050102169863132734265339148032627703808n_std

Sabato 22 settembre alle ore 17:30 presso la Pinacoteca “Moroni” di Porto Recanati (all’interno del Castello Svevo, in Piazza Fratelli Brancondi) si terrà l’attesa cerimonia di premiazione della XXIX edizione del Concorso Internazionale di Poesia “Città di Porto Recanati” fondato, più di trent’anni fa (per alcune edizioni non si tenne) dal poeta, scrittore e saggista prof. Renato Pigliacampo.

Un concorso, il “Città di Porto Recanati”, che negli anni ha raccolto testi poetici di pregevole fattura e di elevato valore civile, frequentemente incentrati sulle difficoltà sociali, sulla disuguaglianza, sulla denuncia delle ingiustizie e sul riscatto degli oppressi, tematiche centrali dell’impegno umano del suo fondatore.

Dall’anno della morte del prof. Pigliacampo (docente all’Università di Macerata) avvenuta nel 2015, la famiglia Pigliacampo ha deciso di portare avanti l’iniziativa letteraria (uno dei concorsi più longevi della Regione dove, negli anni, si sono affermati poeti noti o che lo sarebbero diventati a livello nazionale) con il sostegno e la collaborazione attiva del poeta e critico letterario jesino Lorenzo Spurio che con Pigliacampo collaborò a varie iniziative negli ultimi tempi. Lo stesso professore lo volle quale Presidente di Giuria del Premio nella XXIV edizione nel 2013 e da allora presiede la Giuria di questo premio dove figurano, quali membri, esponenti del panorama poetico e letterario nazionale: Rosanna Di Iorio (di Chieti), Rita Muscardin (di Savona), Emilio Mercatili (di Martinsicuro – Teramo) e Lella De Marchi (di Pesaro).

Questa la graduatoria finale dei vincitori diffusa a mezzo internet alla fine di agosto: il podio è così costituito: il 1° Premio ad Antonio Damiano di Latina con la poesia “Terre lontane”; 2° Premio a Davide Rocco Colacrai di Terranuova Bracciolini (Arezzo) con la poesia “Francesco giocava con le bambole”; 3° Premio a Loretta Stefoni di Civitanova Marche (Macerata) con la poesia “La luce nella carne”. Ulteriori componimenti poetici sono stati premiati per la loro qualità dal 4° al 10° premio: Ivana Federici di Pianello Vallesina (Ancona), Franca Donà di Cigliano (Vercelli), Stefano Baldinu di San Pietro in Casale (Bologna) con una poesia in dialetto sardo, Anna Elisa De Gregorio di Ancona, Franco Fiorini di Veroli (Frosinone), Tommaso Cimino di Lentini (Siracusa), Mara Penso di Venezia e Valeria D’Amico di Foggia.

Nel corso della serata verranno attribuiti anche alcuni premi speciali: il Premio Speciale del Presidente di Giuria che sarà conferito a Rosanna Spina di Viggiano (Potenza) per la poesia “In ogni luogo amato ancora esisti”; il Premio Speciale “Renato Pigliacampo” a Dina Ferorelli di Bitetto (Bari) con la poesia “Viandante”.

Tale premio viene conferito a una poesia che viene considerata particolarmente vicina alla vita e ai contenuti lirici del fondatore del concorso, quali la disabilità sensoriale o la battaglia per i diritti degli handicappati. Sempre in memoria del prof. Renato Pigliacampo verranno consegnati i diplomi speciali in sua memoria a Flavio Provini di Milano (già vincitore del Premio Speciale “Renato Pigliacampo” nell’edizione precedente), Luciana Salvucci di Colmurano (Macerata) e Vincenzo Monfregola di Napoli (già vincitore del 1° Premio assoluto dell’edizione 2016).

In sala il Presidente di Giuria darà lettura alle motivazioni critiche di conferimento dei premi da podio e dei premi speciali; si ricorderà il poeta Renato Pigliacampo anche mediante la lettura di alcuni suoi testi che verranno proposti dalla lettrice Tiziana Bonifazi. La stessa presterà la voce per la lettura dei testi risultati vincitori alla competizione poetica.

Evento liberamente aperto al pubblico.

 

ALCUNI SCATTI DELLA CERIMONIA DI PREMIAZIONE

 

Annunci

XXIX Concorso Int.le di Poesia “Città di Porto Recanati” – Premio Speciale “Renato Pigliacampo” (edizione 2018): il bando di partecipazione

 banner premio pigliacampo 2018

Il concorso internazionale di poesia “Città di Porto Recanati”, fondato e organizzato per quasi trent’anni dal prof. Renato Pigliacampo, poeta, scrittore e professore sordo, è uno dei più longevi dell’intera Regione Marche. Negli anni esso ha raccolto testi poetici di pregevole fattura e di elevato valore civile, frequentemente incentrati sulle difficoltà sociali, sulla disuguaglianza, sulla denuncia delle ingiustizie e sul riscatto degli oppressi, tematiche centrali dell’impegno umano del suo fondatore.

Nel 2015, al decesso del professore, la famiglia Pigliacampo – incoraggiata e sostenuta tecnicamente dal poeta e scrittore dott. Lorenzo Spurio che collaborò col professore negli ultimi anni – ha deciso di portarlo avanti con lo stesso impegno e finalità: dar voce a coloro che spesso nella società non hanno la capacità di dire la propria. Da allora si è aggiunto un ulteriore premio identificato come “Premio Speciale Renato Pigliacampo”, conferito a una poesia che viene considerata particolarmente vicina alla vita e ai contenuti lirici del fondatore del concorso, quali la disabilità sensoriale o la battaglia per i diritti degli handicappati. Tale premio è stato assegnato a Rita Muscardin – Savona (2016), Rosanna Giovanditto – Pescara (2017) e Flavio Provini – Milano (2017).

  

BANDO DEL CONCORSO

  

1 – Ogni partecipante può inviare un massimo di due poesie.

I testi possono avere una lunghezza massima di 50 versi.

I testi possono essere editi o inediti ma l’autore dovrà dichiarare di possedere i diritti a ogni titolo e di esserne proprietario a ogni diritto. Essi potranno essere, indifferentemente, risultati meritori di premi da podio o speciali in precedenti premi letterari.

I testi possono essere in lingua, dialetto o lingua straniera. Nel caso di testi poetici in dialetto e lingua straniera è necessario allegare anche la traduzione in lingua italiana.

Il tema è libero, tuttavia si consiglia di trattare tematiche relative alle problematiche sociali, alle discapacità sensoriali, alle disuguaglianze, alla disabilità, alla povertà, alla solitudine degli anziani, all’odissea dei migranti e dei profughi, ecc., tematiche per le quali fu istituito il Premio quasi trent’anni fa.

 

2 – Per prendere parte al concorso a ogni partecipante è richiesto di inviare le proprie poesie esclusivamente per posta elettronica a poesia.portorecanati@gmail.com

Le poesie dovranno essere inviate entro e non oltre il 25 luglio 2018 specificando nell’oggetto “XXIX Concorso Città di Porto Recanati”.

Il poeta dovrà inviare in un’unica e-mail in seguenti materiali:

  1. I testi delle poesie senza riferimenti alla propria identità in formato Word. Ogni poesia va presentata su un file a parte.
  2. Un file Word contenente i seguenti materiali:

nome, cognome, data e luogo di nascita, indirizzo di residenza completo (Via, città, cap), telefono fisso e cellulare, indirizzo mail e queste attestazioni come seguono:

  • Dichiaro di essere l’unico autore delle poesie e di detenere i diritti a ogni titolo.
  • Acconsento il trattamento dei miei dati personali secondo la normativa vigente nel nostro Paese per i fini istituzionali legati alla organizzazione, promozione e diffusione del Concorso di Poesia “Città di Porto Recanati”.
  1. La copia della ricevuta di versamento del contributo a copertura delle spese di segreteria.

 

3 – È richiesto il contributo di partecipazione a copertura delle spese di segreteria fissato a 20 €. Il versamento potrà avvenire con una delle seguenti modalità:

 

  1. PostePay n. 5333 1710 2372 6843

Intestazione: Marco Pigliacampo

Codice fiscale: PGLMRC75E07E958C

Causale: XXIX Concorso Città di Porto Recanati

(Il versamento si può fare dagli Uffici Postali e dai tabaccai abilitati)

 

  1. Bonifico bancario

IBAN IT29J 07601 05138 276234476237

Intestazione: Marco Pigliacampo

Causale: XXIX Concorso Città di Porto Recanati

 

4 – La Commissione di Giuria leggerà le opere pervenute in forma rigorosamente anonima e provvederà a scegliere le dieci poesie vincitrici.

I primi tre classificati riceveranno premi in denaro, così ripartiti: 1° Classificato 500€, 2° Classificato 300€ e il 3° Classificato 200€. Tutti i poeti premiati dal 1° al 10° posto riceveranno una targa personalizzata. Nell’eventualità di punteggi pari-merito la Commissione di Giuria ha la facoltà di proporre ex-aequo per le posizioni dal 4° al 10° che dovranno ottenere il parere ultimo e definitivo da parte del Presidente.

La Commissione di Giuria assegnerà il Premio Speciale Renato Pigliacampo 2018 a una poesia che sarà considerata particolarmente vicina alla vita e ai contenuti lirici del fondatore del concorso, il prof. Renato Pigliacampo, quali la disabilità sensoriale o la battaglia per i diritti degli handicappati. Infine si riserva la facoltà di riconoscere ulteriori premi speciali, menzioni d’onore, menzioni di merito o attestati d’incoraggiamento.

 

5 – La Commissione di Giuria è composta da esponenti del panorama culturale e letterario ed è presieduta dal poeta e critico letterario dott. Lorenzo Spurio. Essa è formata da Rosanna Di Iorio (poetessa), Rita Muscardin (poetessa), Emilio Mercatili (poeta) e Lella De Marchi (poetessa).

Oltre a stilare la graduatoria dei dieci poeti vincitori, la Commissione di Giuria scriverà e renderà pubbliche le motivazioni relative ai primi dieci premi e al Premio Speciale “Renato Pigliacampo”. Il Verbale della Giuria, con l’elenco di tutti i nominativi dei premiati e dei segnalati e le decisioni ultime della Commissione di Giuria, sarà inviato via e-mail a tutti i poeti partecipanti e reso pubblico online.

 

 

Per maggiori informazioni: 

Segreteria del Premio: poesia.portorecanati@gmail.com

Evento FaceBook: https://tinyurl.com/yanajebw

 

 

Verbali di giuria delle passate edizioni:

XXVIII Edizione (2017): https://blogletteratura.com/2017/08/28/xxviii-concorso-di-poesia-citta-di-porto-recanati-premio-speciale-renato-pigliacampo-il-verbale-di-giuria/

XXVII Edizione (2016): https://blogletteratura.com/2016/03/19/xxvii-concorso-int-le-citta-di-porto-recanati-premio-speciale-r-pigliacampo/

XXVI Edizione (2015): https://blogletteratura.com/2015/08/18/xxvi-concorso-int-le-di-poesia-citta-di-porto-recanati-il-verbale-della-giuria/

Ad un anno dalla scomparsa di Renato Pigliacampo, Guerriero del Silenzio

Ad un anno dalla scomparsa di Renato Pigliacampo, Guerriero del Silenzio

A cura di Lorenzo Spurio

Esattamente un anno fa moriva Renato Pigliacampo, professore all’università di Macerata nonché poeta impegnato nella battaglia dei diritti in difesa del minorato sensoriale.


Pigliacampo era nato nella città di Leopardi nel 1948 e proprio nella terra di Marca soffrì, in giovanissima età, la perdita dell’udito a causa di una grave forma di meningite.

Si era laureato, poi, all’università “La Sapienza” di Roma specializzandosi in Psicologia dedicando particolare attenzione all’insegnamento verso i minorati sensoriali, alla difesa della Lis (Lingua Italiana dei Segni) di cui molto parlò anche nelle sue poesie.

All’interno dell’universo audioleso ricoprì anche vari incarichi importanti quali quello di Consigliere del Direttivo ENS (Ente Nazionale Sordi) e di Presidente Regionale ENS Marche.

Parallelamente a un’intensa attività saggistica sulle problematiche dell’audioleso nei vari ambiti della società (pubblicazioni uscite con Armando Editore di Roma) si dedicò con particolare entusiasmo alla poesia, forma di espressione con la quale narrò il suo disagio esistenziale, la sua rabbia dinanzi alle idiosincrasie del mondo e l’ingiustizia della società.

La sua prima raccolta organica di versi, datata 1967, si intitolava “Anni, anni che vanno”, opera alla quale nel corso del tempo ne seguirono numerose altre, tra cui “Canti del mio silenzio” (1973), “Dal silenzio” (1981), “Adobe” (1990) con la quale sembrava risoluto nell’abbandonare la poesia salvo poi tornare a ripercorrere le sue strade e pubblicare “Canto per Liopigama” (1995) e i più recenti “L’albero di rami senza vento” (2006) e “Nel segno del mio andare” (2013).

maxresdefaultIl professore fondò anche un suo premio di poesia, il Concorso Internazionale “Città di Porto Recanati”, senz’altro uno dei più conosciuti ed apprezzati in Regione che quest’anno celebra la sua ventisettesima edizione, la seconda senza il suo fondatore.

La famiglia del professor Pigliacampo, infatti, in collaborazione con Lorenzo Spurio, scrittore e critico letterario che negli ultimi anni collaborava a varie iniziative con il professore, ha deciso di portare avanti il Premio al quale era particolarmente legato e per il quale si sentiva meritatamente orgoglioso.

Il poeta ci ha lasciato lo scorso 29 Giugno 2015 e da allora riposa nel piccolo cimitero di campagna di Montecassiano, nel Maceratese. Nei mesi successivi al suo decesso il critico Lorenzo Spurio ha iniziato a lavorare ad un’opera antologica che compendiasse l’intera produzione poetica del professor Pigliacampo, opera che è recentemente uscita per i tipi di PoetiKanten Edizioni di Firenze. Essa si intitola “Nella sera che cala sul litorale. Percorso antologico nella poesia del Guerriero del Silenzio”. In essa Spurio ha raccolto, in base a una sua selezionata scelta dell’ampio materiale, testi che appartenevano a tutte le opere di Renato Pigliacampo, disponendoli in ordine cronologico ad offrire al lettore un vero e proprio itinerario, tra i mutamenti sociali e lo scorrere del tempo, dell’ars poetica di Pigliacampo. L’opera si chiude con una nota critica del poeta Guido Garufi che fornisce una disamina di alcuni archetipi del silenzio, di cui il poeta veniva soprannominato quale “Guerriero”.

coverIl prossimo 17 settembre presso la Sala Biagetti del Castello Svevo nella sua Porto Recanati si terrà la premiazione della XXVII edizione del Premio che, dall’anno scorso, assegna anche un Premio Speciale intitolato al professore che viene consegnato a un autore che con la sua poesia ha trattato in maniera esemplare e con una poetica vicina a quella di Pigliacampo tematiche forti, di impatto, che concernono l’impegno dell’uomo verso la collettività, nella presa di coscienza verso determinate mancanze e indifferenze verso il portatore di handicap. Quest’anno in particolare la serata di premiazione sarà l’occasione per celebrare il ricordo del professore e presentare il volume antologico che Lorenzo Spurio ha curato sull’intera produzione del Nostro.

Ad un anno di distanza, lo ricordiamo con una delle sue liriche in cui, come spesso accade, parla della campagna natia, della famiglia e del sentimento di unione con la tradizione agreste e patriarcale.

Spesso polemico e confusionario, ma sempre sostenuto da uno infinito stupore verso ogni ambito dello scibile, ci piace immaginarlo veemente impegnato in qualche suo discorso infuocato contro autorità insensibili e il popolo sfiduciato, alla rabdomantica sconfessione di una realtà che è ancor peggiore di come appare, perché l’uomo per sua natura è un soggetto che è improntato alla marginalizzazione dei suoi simili:

 

Compimento

Non voglio stendermi

sull’ansa del fiume con l’acqua

che specchia i tormenti del volto.

Non voglio finire così.

Portatemi nella mia casa,

sul monte, dove il babbo lavora

a mezzadria e la mamma

ricama le lenzuola per la sorella

che presto andrà sposa. Non questo

il sogno all’inizio dell’avventura

quando le doglie mi trassero al mondo.

Conducetemi dal padre, solo lui

potrà asciugarmi il sudore della fronte.

Non lasciatemi dove

i peccati della vita gli estremi

istanti tormentano i pensieri.

Scorre l’acqua, ultimo sguardo meditativo.

Non azzarderò la conta dei giorni

perché sia polvere.

Forse tra i miliardi d’anni per uno scherzo

chimico mi ritroverò lupo

e divorerò con ira l’uomo.

Inutile richiamo.

Immaginazione

creatrice del poeta vagabondo.

Conducetemi alla tomba degli uomini.

Nascere ancora dalla combinazione chimica.

È la mia speranza.

 

Poesia tratta dal libro “Dal silenzio” (1981) ripubblicata in “Nella sera che cala sul litorale. Percorso antologico nella poesia del Guerriero del Silenzio”, a cura di Lorenzo Spurio (2016).

Svoltasi ieri la premiazione del XXVI Concorso di Poesia “Città di Porto Recanati”

Ieri sera nella Sala Biagetti del Castello Svevo di Porto Recanati si è tenuta la premiazione della XXVI edizione del Concorso Internazionale di Poesia “Città di Porto Recanati” fondato trent’anni fa dal professore Renato Pigliacampo.

Per volontà dello stesso Pigliacampo, poeta, scrittore, saggista e professore universitario sordo dall’età di dodici anni, il Premio si è caratterizzato negli anni all’interno del panorama dei concorsi poetici in Regione per dar particolare attenzione nei confronti sociali facendo parlare persone che vivono o che hanno avuto esperienza  di discapacità sensoriali, disabilità fisiche, emarginazione, solitudine o che hanno a cuore le tematiche civili della nostra contemporaneità.

Il professor Pigliacampo, che ci ha lasciato nei mesi scorsi, è stato esempio encomiabile del serio impegno a difesa dell’universo dei diversamente abili e di tutte quelle classi disagiate ed emarginate che necessitano di maggiore ascolto, aiuto e coinvolgimento nella nostra società. La sua storia personale che l’ha condotto a diventare paladino in numerose battaglie sociali volte all’equiparazione dei diritti, strenuo difensore della LIS e ad impegnarsi anche in campo assistenziale, hanno fatto di lui un animo ribelle e convinto, dal pensiero forte e lungimirante, uomo dalla complessità tipica di un intellettuale d’altri tempi, profeta della parola e vate della poesia, un esponente della cultura che ha cantato con foga le sue Marche contribuendo ad ispessirne immagini e metafore di questa terra connotata al plurale.

La Giuria del Concorso in questa edizione era composta da Lorenzo Spurio (Presidente), Susanna Polimanti, Lella De Marchi ed Elvio Angeletti con Marco Pigliacampo, figlio del Professore, quale Segretario del Premio.

Le letture delle poesie vincitrici e segnalate sono state fatte prevalentemente da Tiziana Bonifazi e Giuseppe Russo del Salotto degli Artisti; l’interprete della Lis è stata Sara Magistro.

La Commissione di Giuria: da sinistra Marco Piglacampo (segretario), Lella De Marchi, Lorenzo Spurio (Presidente), Susanna Polimanti ed Elvio Angeletti.
La Commissione di Giuria: da sinistra Marco Piglacampo (segretario), Lella De Marchi, Lorenzo Spurio (Presidente), Susanna Polimanti ed Elvio Angeletti.

In questa ventiseiesima edizione l’organizzazione ha deciso di dedicare una prima parte al ricordo del professore Pigliacampo con l’attribuzione del Premio Speciale “Renato Pigliacampo” a Rita Muscardin di Savona con la poesia “Il Guerriero del Silenzio” come appunto il Professore era noto. A seguire si è avuta la consegna di diplomi speciali alla memoria di Renato Pigliacampo tra cui quello a Pietro Carenza di Turi (BA) con la poesia “I segni della LIS”.

Franca Bernabei, referente dell’Istituto di Riabilitazione S. Stefano di Porto Potenza Picena ha ritirato una targa conferita ai numerosi concorrenti del Centro nel quale lavora che per una sopraggiunta impossibilità dell’ultima ora non sono potuti intervenire direttamente.

Il professor Guido Garufi di Macerata ha tenuto un suo intervento vertente su alcune caratteristiche fondamentali della poetica di Pigliacampo che conosceva da tantissimi anni essendo stato lui stesso in Giuria del premio in passate edizioni.  In particolare ha parlato dell’intimità della poesia da intendere come fatto prettamente personale e, ricordando i libri di Pigliacampo, non ha mancato di sottolineare la componente polemica-di denuncia, spesso tumultuosa e accecante, di cui i versi di Pigliacampo sono pieni e di cui tutta la vera poesia dovrebbe partire: da un atto violento, da un urlo, da una dichiarazione difficile fatta con coscienza.

A seguire la lettura di Lorenzo Spurio (Presidente di  Giuria) della poesia scritta e dedicata al Professore dal titolo “Idioma visuomanuale” vertente appunto sul linguaggio gestuale-iconico della Lingua dei Segni della quale Pigliacampo fu insegnante e fiero difensore.

Il 1° Premio conferito a Rosanna Giovanditto. Nella foto da sx: Lorenzo Spurio (Presidente di Giuria), Delfina Pigliacampo, Rosanna Giovanditto e Marco e Luca Pigliacampo
Il 1° Premio conferito a Rosanna Giovanditto. Nella foto da sx: Lorenzo Spurio (Presidente di Giuria), Delfina Pigliacampo, Rosanna Giovanditto e Marco e Luca Pigliacampo

Nella seconda parte della Premiazione si sono conferiti attestati di merito ai poeti presenti Marina  Montagnini, Patrizia Portoghese, Rosanna Spina e Maria Pia Silvestrini e le targhe a Michele Izzo (4° Premio), Gaetano Catalani (5° Premio – assente),  Sandro Orlandi (6° Premio –assente), Flavia Buldrini (7° Premio – assente), Francesca Costantini (8° Premio), Maria Carmela Dettori (9° Premio – assente) e Vito Sorrenti (10° Premio – assente).

Sul podio i poeti Rosanna Giovanditto di Spoltore (PE) con la poesia “Notte e Sole” (1° Premio) letta da Tiziana Bonifazi e segnata nel linguaggio della LIS dalla vincitrice; Carmelo Loddo di Reggio Calabria con la poesia “Sola andata” (2° Premio), lirica sugli immigrati che varcano il mare con grande speranza ma privi di certezze e Cesarina Castignani Piazza di Monte S. Vito (AN) con la poesia “I giorni dell’odio” (3° Premio) ispirata a un caso di abuso sessuale in una situazione di guerra.

In sala presente la famiglia Pigliacampo: i figli Marco e Luca Pigliacampo e la signora Delfina, gli ex sindaci di Porto Recanati dott.ssa Rosalba Ubaldi e l’avv. Sabrina Montali intervenuti a premiare alcuni dei vincitori.

In sala un nutrito pubblico che ha seguito con interesse e partecipazione l’intera premiazione, ripresa dall’emittente tv locale Tv Centro Marche.

A seguire le motivazioni della Giuria per il conferimento dei primi tre premi e del Premio Speciale.

 

1° Premio – “Notte e Sole” di Rosanna Giovanditto

Rosanna Giovanditto in questa lirica commemorativa in ricordo di Renato Pigliacampo condensa in maniera stupefacente e assai riuscita una serie di immagini cariche al prof. Pigliacampo e in campo poetico e in campo umano. Come non notare il riferimento alla toponomastica locale alla quale Renato sempre faceva riferimento oserei dire con meticolosità (le “contrade di Recanati”) e il Leopardi citato è il suo intramontabile amico, maestro e confidente. Il “segreto di Giacomo/ che mai sarà svelato” e che appartiene, ora, anche a Renato ha di certo a che vedere con una dimensione mitico-conoscitiva, direi gnoseologica, ma anche allegorica e d’impostazione religiosa. In trentuno versi spigliati, tanto da creare immagini visive se non addirittura iconiche, la Nostra è come se passasse in rassegne l’esistenza di Renato descrivendolo, dunque, nel suo incedere dal giorno alla notte rappresentata da quegli accoglienti “siderei cieli” che si stagliano ora sulla “collina di Montecassiano” dove riposa. Impareggiabile è anche l’inserzione nella lirica di strascichi civici delle battaglie di Renato a favore delle minoranze sensoriali da leggere in quei “figli di un dio minore” per i quali sempre combatté con foga ed orgoglio. Con grande sensibilità artistica e profonda espressione, la poetessa ha interpretato un complicato percorso di vita di un uomo nonché amico speciale, condividendone lo stesso ascolto dell’anima, superando i vincoli di una differente normalità. Il disagio uditivo diviene pura condivisione di emozioni e d’intenti. Anche dal punto di vista stilistico è possibile osservare che la lirica ha adottato alcune delle tecniche formali della poetica matura di Pigliacampo: la ‘e’ in corsivo a fine verso quasi dovesse essere allungata nella lettura o sospirata, l’uso del corsivo che visivamente marca in maniera ragguardevole parole chiave, l’impiego di maiuscole all’interno del verso per morfemi sui quali Renato aveva eretto il suo mondo creativo (la Speranza, la Luce) ed ancora l’impiego di puntini sospensivi che di fatto rimpiazzano un verso ellittico che si è deciso di risparmiare al lettore. Rosanna Giovanditto con la sua poesia non solo parla di Renato e ci permette, dunque, di ricordarlo, ma fa parlare lui stesso da quella indomita isola di Silenzio dalla quale lui, ancora oggi, è tutto indaffarato e smanioso nel segnare la realtà, segni in ardente attesa della nostra comprensione.

2° Premio – “Sola andata” di Carmelo Loddo

Nel canto accorato e dolce di Carmelo Loddo respiriamo la drammaticità degli eventi della cronaca di questi giorni, settimane e mesi: il fenomeno migratorio. Il poeta non utilizza il mezzo poetico per lanciare manifesti messaggi di denuncia, sebbene essa sia connaturatamente presente essendo questa una poesia civile. L’autore tenta di rintracciare nella cupa mestizia il sistema di corrispondenze nell’esperienza esistenziale della donna: dalla terra natale emblema del passato e ormai lontana e la terra che si anela, nuova e profumata, se solo si riuscisse ad approdarvi. Ciò che risalta con nettezza è l’acme di disperazione che si alimenta del silenzio e l’indifferenza generalizzata alla vita; tra immagini comuni come quella dei cani, lacerti di vita e di un mondo che non c’è più. Dalla conscia scelta di dipartire e lasciare la propria terra, all’avventura della speranza dettata da quella “ricerca del futuro”, il tutto macchiato da un’unica grande e invalicabile infamia: “non c’è spazio nel cuore di nessuno” che ne marca ancor più strettamente il doloroso sentimento di estraniamento e derelizione.

3° Premio – “I giorni dell’odio” di Cesarina Castignani Piazza

Un vile episodio della compagine dolorosa dei momenti di guerra: lo stupro delle donne operato in periodi, appunto, di conflitto quale sistema di violenza. Cesarina Castignani Piazza costruisce attorno a questo tema delicato e oserei dire assolutamente non-canonico all’interno della poesia civile, un travalicante canto d’angoscia che al contempo raggruma una concreta voglia di espiazione. La poesia si presenta come una lettera scritta da madre a figlio, testimonianza certa di un padre incerto, vale a dire il frutto di una violenza subita. Ed è così che la Nostra totalizza nei versi centrali del componimento le sensazioni di impotenza, disgusto, inclemenza e un preponderante desiderio di abluzione dell’anima. È allora la rugiada, quale acqua condensata a rappresentare una purità naturale e al tempo universale ad essere invocata quale possibile repellente all’onta del “seme” del conquistatore. Sono questi, i “giorni dell’odio” ossia i momenti del tormento che investono la donna, che la straziano infiammandole l’anima e che la portano, in una chiusa di intensa commozione, ad arrovellarsi sull’aporia ultima: crescere il futuro che nasce dall’odio (ma che può essere mitigato in bene) o darsi la morte per metter fine al vilipendio della carne.

Premio Speciale “Renato Pigliacampo” – “Il Guerriero del Silenzio” di Rita Muscardin

Una testimonianza in versi di un intenso valore umano per una struttura ritmica e fluida, che predilige passaggi morbidi da un simbolo all’altro, con affettuosa ricerca della chiave di quella porta, dietro cui viene accentuato il già palese omaggio alla memoria di un uomo stimato. Attraverso le potenti immagini di un mondo senza suoni, la lirica è in grado di evocare immediate sensazioni di disorientamento, vacuità, assenza e oppressione, che fondono gli echi del silenzio con la misteriosa e infinita soddisfazione a cui l’uomo, anche inconsapevolmente, anela: una vita migliore in un altrove. Un inno alla reale sostanza di vita e sentimenti dove da sempre è prevalso il solo sguardo di una tangibile poetica, che non ha necessità di essere compensata con il senso dell’udito, poiché appartenente all’unico e vero silenzio, tra le pieghe del cuore, che non conosce disparità. Mancate speranze e intrecci di ghirigori si annullano nella commovente chiusa, ove un nuovo orizzonte restituisce voce alle più amare battaglie di un’esistenza incompleta. Un grido finale “per raccontare stagioni mai sbocciate” che abbraccia la memoria di quanti al contrario rimangono i veri “diversi”.

Lorenzo Spurio intervista il “poeta del silenzio”, il marchigiano Renato Pigliacampo

LS: All’interno della sua poesia possiamo scorgere varie tematiche che ritornano nelle varie sillogi della sua ampia produzione. Tra di esse è da segnalare l’amore verso le Marche e la rievocazione di quel mondo di provincia fatto di lavoro nei campi, di piccole cose, di parole in dialetto e dal fascino paesaggistico di valli che degradano verso il mare. Quanto è effettivamente importante il legame che ha con la nostra Regione e in particolare con la provincia di Macerata?

RP: Ho vissuto l’infanzia e la fanciullezza a Bagnolo di Recanati a contatto  con la natura inviolata, un Eden,  rispettata come una dea (Geo). Mio nonno paterno, Neno, ebbe un grande ascendente sulla mia formazione socioculturale. Lui era un poeta verbale, capace di recitare a memoria i Canti della Commedia alla mattina, mentre strigliava le vacche di stalla. Non eravamo coltivatori diretti, ossia proprietari degli ettari  di terra coltivati, e i campi appartenevano ai latifondisti conti Degli Azzoni Carradori. Bagnolo si proponeva  ai miei occhi  di bambino prima e fanciullo poi, come la  Macondo di  García Márquez di Cent’anni di solitudine. La contrada Bagnolo non è di facile individuazione sulla cartina toponomastica. Può comunque essere ubicata nelle ultime case sparse della contrada di Bagnolo-Cantalupo del comune di Recanati.  La mia Macondo si trova tra il fosso Cantalupo, ai confini con Osimo, Montefano e Castelfidardo.  E al magistero del Vergaro, il capo della mezzadria che tiene i contatti col fattore, fiduciario del padrone del fondo, conosco le erbe di ogni specie, gli alberi, gli animali di terra e di cielo. Iniziai ad amare le Marche nella doviziosità  d’indicazione plurale; mi innamorai di ogni «marca»  sì e, nello stesso tempo, a nessuna, restando  fedele  e radicato alla mia Macondo che mi permise, alzando gli occhi a Recanati, di vedere il Colle dell’Infinito e, all’orizzonte, i leopardiani Monti Azzurri. Prima di mettere per iscritto i versi, li ho sperimentati nel vissuto al  «borgo selvaggio» (sebbene il Recanatese suddividesse la gente  quella dentro le mura:  patrizi e borghesi da una parte, vale a dire gli Antici, i Cruciani,  i  Massilli, i Melchiorri, i Perozzi, i Politi  e quella fuori, gente ignorante di campagna, “i bifolchi”, i contadini coltivanti i terreni dei proprietari).

  

LS: Molti scrittori, anche di ampia levatura nel panorama culturale italiano, tra i quali Diego Valeri e Cesare Zavattini, hanno osservato che la sua deficienza uditiva in realtà, più che precluderle il mondo dei suoni e delle sfumature del mondo, gliele caratterizza e gliele ispessisce ulteriormente. In altri termini il legame intimo che Lei istituisce con il mondo del Silenzio è possibile non solo in base alla sua condizione di audioleso, ma grazie alla sua profonda capacità di interpellare i luoghi e gli oggetti. Pensa davvero che si possa dialogare con il Silenzio?

RP:  E’ la verità notata non solo da Zavattini, uomo di  poliedrica cultura, ma pure da Diego Valeri e da altri  scrittori e poeti fra i quali, delle Marche, spicca il Gruppo di letterati che ha visto maturare, in progress, la mia poetica negli anni Settanta-Novanta del secolo scorso, fra i molti cito Luigi Martellini, docente di Letteratura moderna e contemporanea all’Università della Tuscia, prefatore del mio testo d’esordio, Dal silenzio; Leonardo Mancino; Gastone Mosci; Alfredo Luzi;  Guido Garufi, il compianto Remo Pagnanelli, morto suicida, e altri. E’ una ricerca paziente e competente della critica  lungo un itinerario semiotico-linguistico, che ho individuato io stesso nella maturazione migliorandone il linguaggio  che tende prettamente all’imago. A ciò non è estranea la LIS (la lingua italiana dei segni) che ho appreso nelle scuole  specializzate (o Istituti per  sordi) nei quali ho aperto la frequenza delle scuole superiori ai disabili gravi d’udito. Questa peculiarità fortuita di avere la chiave semiotica dei codici visuomanuali significativi mi ha permesso la lettura critica degli Idilli del Recanatese anche in LIS, favorendomi l’accesso al processo ideativo sinestesico di Giacomo Leopardi, proprio della genesi della sua poesia che va ‘gustata’ anche visivamente. Ci sono Canti che oggi conservano la freschezza di quando sono stati ideati, sebbene il poeta riporti le parole idiomatiche del  «borgo selvaggio». E ciò per un processo calato sulla realtà oggettiva del poetare!  Facciamo fatica oggi a leggere la poesia di poeti contemporanei a Leopardi, ad apprezzarla; al contrario del Recanatese che ci affascina sia nel linguaggio che nella descrizione nitida dei paesaggi narrati. Possiamo portare tanti esempi su questo, a partire dal celeberrimo “L’Infinito” che, a mio giudizio, in soli 15 versi Giacomo Leopardi eleva Recanati a monumento poetico del romanticismo europeo! Il segreto sta nel fatto che Leopardi «vede» e  «ascolta» nel momento in cui origina il suo linguaggio poetico. Io ho sperimentato, perché sino a 12 anni sono  stato in una full immersion di suoni, voci e rumori agresti,  ossia nella realtà della natura che comunica e, poi, nel silenzio della sordità. Così sono giunto alla comprensione comparando, proprio per un  fortuito caso di vita  come detto, il  «processo d’audizione» e il «processo visuomanuale», tanto più efficace quest’ultimo perché mi ha condotto a relazionare con le  persone e le  cose,  e gli esseri animati, con uno specifico linguaggio visuomanuale  di codici, di cui mi giovo assai nella mia poetica. Ecco l’intuizione di Valeri, di Zavattini e di altri critici estimatori. La differenza sta nel fatto che io sperimento il sonoro-acustico per mnemesi e non di una sinestesia diretta, fenomenologia poetica del Recanatese. La mia poesia attinge a un’inconsueta vena musicale perché, come ammetteva il prof. Gastone Mosci dell’Università di Urbino, è genesi interiore. Leopardi dice nello Zibaldone che la poesia deve avere  ritmo e melodia, a mio giudizio  questo è fondamentale anche se spesso c’è una forzatura come succedeva, un tempo, in alcuni poeti nella ricerca della rima forzata, di certi morfemi o parole, nel mio linguaggio poetico tutto avviene in modo spontaneo: il soggetto  (o il contenuto) è che chiama la parola appropriata per “vestirsi”  a festa nella narrazione dando doviziosità al verso. Ecco perché oggi facciamo fatica a incontrare sillogi poetiche di sordi per la carenza o nullità del processo onomatopeico che io, come riferito, richiamo dalla memoria. Al contrario troviamo validi pittori ipoacusici, con eccelse opere di pittura.

Certo, si può dialogare col Silenzio quando è inserito nel momento opportuno! Idem con le cose e le persone (e la Natura!) perché il Silenzio per me non corrisponde alla disabilità uditiva: è vincente quando diventa consapevolezza di una peculiarità di percezioni anche per via tattile. E’ una re-attivazione dei linguaggi che ci favoriscono nella creatività! Siamo in un settore molto importante che ci apre un varco di riflessione sulla comunicazione, in particolare sui rumors d’oggi di troppi umani che, appunto, gridano e imprecano senza comunicare né avere la pazienza d’ascoltare il valore intrinseco della parola nel linguaggio silente che ci è dintorno.

 

LS: C’è un intero filone della sua poesia che parte dall’amore incondizionato verso la Natura. In molte liriche quando parla della/alla Natura utilizza l’espressione Geo, piuttosto che il suo naturale corrispettivo femminile, Gea, nella quale si identifica la divinità madre, la Madre Terra. Perché l’utilizzo di Geo, al maschile, per riferirsi alla Terra?

RP: Géa, in greco Gaia o Ge. Per me «Geo», al maschile, nel senso che vuole essere un distaccamento dalle credenze collegate a dottrine orfiche, o emersa dal Caos. Quando nei miei versi mi riferisco a “Geo”, intendo la geo-terra, la natura che vediamo e ascoltiamo con i nostri sensi e manipoliamo con le nostre mani; penso alla consumazione del suolo agricolo. La Geo, a cui mi riferisco io, non è una divinità dell’Olimpo, la mia poetica (su Geo) vuole essere una denuncia delle malefatte dell’uomo nei confronti della Natura, ossia più attenzione all’ambiente:  è richiamare alla memoria una beltà di luoghi agresti di albe e tramonti della mia Bagnolo-Macondo! Forse il Vergaro delle mie terre metteva attenzione ad un’autorità tipica allora: “il” maschile, “il” maschio  che comanda. Ecco che le Marche, in primis le mezzadrie del maceratese hanno priorità, nell’anagrafe comunale, soprattutto nella cognomizzazione, prevalente il soprannome di provenienza o dell’attività svolta: ecco i cognomi caratteristici i «Pigliacampo» (per la quantità degli ettari coltivati dai miei antenati tra Bagnolo e il fosso Cantalupo e Montefiore-Montefano), i «Calzolaio», gli «Osimani», i «Pigliapoco»,  i «Mangia o Magnaterra», i «Trubbiani, i «Cingolani», i «Ficosecco», gli «Scarponi» (…). C’era una magia etnografica che aveva genesi dalle fole narrate d’inverno, davanti allo scoppiettante fuoco da mia nonna vergara nell’idioma coinvolgente di Bagnolo-Macondo! Ripensandoci, nell’osservazione intelligente della domanda, io non penso a “Geo” quando scrivo, penso alla mia Recanati, oltre alla contrada, alle radici che diverranno fonte della mia ispirazione quando, il destino, violenterà Bagnolo-Macondo con la disabilita dell’udito.

  

LS: Durante la presentazione del suo ultimo libro, Nel segno del mio andare (Edizioni Simple, 2013) svoltasi lo scorso dicembre a Macerata e nel quale ha concretizzato con esempi del suo passato, aneddoti curiosi e ricordi della sua infanzia, quanto abbia sempre combattuto per poter ricevere il giusto rispetto in virtù del proprio cervello (competenza, concretezza, serietà), mi ha colpito molto una sua attestazione nella quale ha detto “Ho capito Leopardi, quando sono diventato sordo”. Può spiegare questo concetto?

RP: Questa domanda si ricollega a quanto ho detto in precedenza. Oggi Leopardi è stato rivalutato come  filosofo, sebbene lui non abbia scritto trattati di filosofia, a meno che lo Zibaldone non sia letto come “mattone” filosofico!  Sì, è vero che nello Zibaldone troviamo una “filosofia” di vita:  c’è tutto, in un lampo. Ma gli italiani l’hanno scoperto quando un gruppo di studiosi traduttori hanno voluto cimentarsi a tradurre Leopardi in lingua inglese, traducendolo perde tanta beltà narrativa, che ho definito  semiotica di sinestesia visuo-acustica riconducendoci al suo ideare poesia che, appunto, ho scoperto col linguaggio visuomanuale della LIS. Leopardi non si può tradurre, per essere goduto sino in fondo bisogna conoscere bene la struttura grammaticale della lingua dei segni (v. William Stokoe) compiendo poi una full immersion proprio nell’idioma locale e nel paesaggio leopardiano! A me dispiace una cosa, non perché non odo, mi addolora il fatto che certi dirigenti delle scuole superiori, non mi/ci invitano a parlare di questa realtà percettiva nelle scuole secondarie. E’ una ristrettezza e ottusità di pensiero di conoscenza del linguaggio. Devo ringraziare un illuminato assessore, il  Dr. Alessandro Savi che, quando era a capo dell’istruzione della provincia di Macerata,  a me e ad una docente di LIS, ci permise di diffondere ciò nella scuola dell’obbligo e nella secondaria, affascinando ragazzi e  giovani sulla multi-sensorialità dei linguaggi! Oggi  ritengo fondamentale aprire queste esperienze di comunicazione perché i giovani sono basiti nell’ascolto per la saturazione del canale acustico. Se c’è un  ente di formazione aperto al nuovo, sono disponibile a ripropormi, estendendo  lezioni anche sulla genesi del linguaggio poetico visuomanuale.

  

LS: In Lettera ad una logopedista (Kappa Ediz, 1996 e ripubblicato da Armando, 2012), una delle sue opere principali per quanto concerne la produzione saggistico-divulgativa, rintraccia in un percorso a ritroso il rapporto con il mondo. Sarebbe più giusto dire con il “nuovo mondo” intendendo con questa definizione il nuovo rapporto che nella fanciullezza è costretto a inaugurare con il mondo a seguito della sua perdita dell’udito. Interessantissime le pagine in cui viene tracciata la Storia del silenzio e soprattutto il costante dualismo dei sistemi di comunicazione che vengono portati sulla carta. Il mezzo verbale fondato sull’utilizzo della parola sonora e il mezzo visivo fondato, invece, sull’utilizzo del linguaggio mimico-gestuale, necessario ai sordi per poter comunicare.

Si respira una certa sfiducia già dall’inizio del libro nei confronti della logoterapista, che è la destinataria della lettera e dell’intera analisi che Lei fa a distanza di tempo, che non viene mai stemperata. Lei ravvisa da subito quanto sia errato, limitante e addirittura insultante per un non udente ricevere un trattamento fondato sull’insegnamento obbligatorio dei vocaboli e della loro pronuncia e quanto, dall’altra parte, potrebbe essere significativo, utile e determinante per il non udente interagire con il linguaggio dei segni (LIS) sia con altri non udenti che con gli udenti.

Ritrovo queste considerazioni anche nelle sue poesie, ad esempio cito alcuni versi:

 
Odo imposizione di parole
nasconde dittatura di pensiero.[1]
 
Poi studente negli atenei di città
mi accorsi la differenza
tra logopedia e logoterapia di Frankl.
ebbi sicumera che parola vocale
è solo un’opportunità.[2]

 

Potrebbe dirci in che cosa si sostanzia la differenza tra  logopedia e logoterapia e come realmente visse il periodo dell’adolescenza in cui frequentava la logoterapista?

 

RP: Premesso che io sono docente nel Laboratorio per il sostegno  (settore Non Udenti) presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Macerata,  c’è confusione quando si parla di lingua, linguaggio, comunicazione eccetera. Io sono uno studioso che non si limita solo alla docenza di tematiche “comunicative” alternative per il “sostegno” per i disabili dell’udito, ma anche alla Didattica specializzata, alle Espressività e tecniche di comunicazione, alla Psicolinguistica dei disabili sensoriali, pertanto è bene chiarire che la logopedia è permettere al bambino, sordo o ipoacusico, di appropriarsi del codice verbale, ossia sonoro-acustico della parola. Comprendo che è fondamentale, ma ci sono altri codici di comunicazione: gli iconici, i filmici e, per farla breve, i visuomanuali significativi che usano i sordi se sono esposti all’apprendimento degli stessi. In quanto alla logoterapia, cito dalla voce specifica di un dizionario della disabilità da me curato: «Proposta da Viktor  E. Frankl quale sistema terapeutico basato su una concezione dell’esistenza in perenne ricerca di significati e contenuti da raggiungere ogni giorno. Si oppone a certe concezioni di Freud per il quale i disturbi psichici hanno origine solo da repressioni e complessi. Inoltre Frankl contesta sia a Freud sia a Adler alcuni aspetti della loro psicologia: per esempio il principio del piacere e il desiderio dell’affermazione. Frankl è chiarissimo:  «… più si tende al piacere e meno lo si raggiunge.» Lo stesso è per l’affermazione: l’essere umano più si sforza per farsi valere e meno raggiunge lo scopo. Ecco che Frankl ha individuato la via per aiutare l’uomo nel recupero dei valori e nell’analisi dei significati. I punti focali sono tre: la libertà della volontà; la volontà del significato; il significato della vita. (…).»[3]   Quindi la logopedia non c’entra con la logoterapia. C’è da consolarsi che, anche professionisti del settore che lavorano con soggetti ipoacusici, si confondono. A questo punto è pur vero che nell’Istituto per sordomuti (come erano indicati i mastodontici edifici dove eravamo) c’era qualche  suorina logopedista, per qualche ora alla settimana. All’inizio degli anni Settanta del secolo scorso la professione di logopedista non era ancora attiva in Italia, di solito interveniva saltuariamente. Io vi notai, negli esercizi d’impostazione dei corretti fonemi, dell’idonea pronuncia alla tonalità della parola, eccetera, una straordinaria fonte di comprensione dello sviluppo del linguaggio verbale. Nel tempo, queste conoscenze mi resero ribelle contro tutti  gli Operatori che trattavano i sordi nell’istruzione e nella ri-abilitazione perché li giudicavo ignoranti! Perché, devo gridarlo, e l’ho sostenuto nel pamplhet edito con lo pseudonimo  Scuola di Silenzio, Lettera ad una Ministro (e dintorni), Armando editore, Roma 2005, che il nostro è un paese che teme (!) i disabili sensoriali, ossia i sordi e i ciechi, toutcourt nelle crude parole, capaci di accedere ai massimi studi, imponendo tuttavia una rivoluzione dei processi d’apprendimento che una percentuale elevatissima di docenti sono meramente di sostegno e mai preparati per essere  considerati specializzati!  Lo Stato non è in grado di rispondere ai bisogni. I  disabili sensoriali sono tenuti fuori dalla comunità, in primis i capaci e gli istruiti bene perché non accettano la coercizione di un modello di presunta integrazione imposto dai cosiddetti normali, ovviamente vogliamo migliorarci gli spazi di relazione comunicativa, ma senza rinnegare le potenzialità che ci insegna, quotidianamente, la disabilità sensoriale. Io non concordo con la definizione popolare che afferma: se vai con uno zoppo impari a zoppicare! La vedo così: vai con lo zoppo perché tu apprenda come superare gli ostacoli!

 

LS: Quelli che Lei nelle poesie definisce “ghirigori di mani sognanti” o semplicemente “poesie visive” e che sua madre (e come lei una grande categoria della gente) ebbe a definire “il linguaggio delle scimmie”, in realtà è uno dei suoi modi per comunicare. Comunicare significa contemporaneamente mandare un messaggio (essere compresi) e ricevere un messaggio (comprendere). La labiolettura è all’interno dell’universo audioleso un ulteriore sistema di comprensione ed anche in Lettera ad una logopedista si fa spesso riferimento all’importanza del saper leggere i movimenti delle labbra. Quanto è difficile saper labioleggere e perché?

RP: Il mondo del bambino ipoacusico nell’età evolutiva è utile allo psicologo sia per  conoscere le potenzialità dei due sensi principali, la vista e l’udito, che, quando uno ne viene meno, l’altro deve supportare i processi di apprendimento. Fa parte delle mie lezioni nei corsi di specializzazione all’Università di Macerata. La domanda  che mi è  posta è generica, richiede una contro domanda, ossia: quante persone sono idonee o in grado a parlare ai disabili d’udito per farsi capire?  Perché non basta che un bambino o un adulto discrimini i fonemi se l’interlocutore ha le labbra sbilenche, parla velocissimo, si muove a destra e a manca e il volto è poco illuminato! Ho proposto tanti progetti agli enti locali per  organizzare appositi corsi di comunicazione per i propri dipendenti che hanno contatti con gli utenti negli uffici pubblici. La  risposta è stata quasi sempre la  stessa: silenzio e menefreghismo. Nei miei versi che lei individua bene, è comunicata questa rabbia e insensibilità.

 

LS: Lei è da sempre stato per natura e inclinazioni un rivoluzionario, nel senso buono del termine ossia nell’accezione in cui lei ha sempre rifiutato di assoggettarsi al conforme e di reprimere le sue idee su questioni di capitale importanza. Come ricorda in varie poesie, combatté in prima linea le battaglie di emancipazione del ’68 italiano contro i capitalisti padovani del Caffè Pedrocchi[4] e nelle manifestazioni di Roma. Non solo. Si è sempre fatto portavoce dei valori e delle istanze dei più deboli, dei socialmente definiti “diversi”, perché portatori di una qualche forma di handicap. Battaglie che lei ha portato avanti e porta avanti anche con la sua importantissima attività all’interno della dimensione assistenziale e mediante una feconda produzione critico divulgativa. Il suo sguardo sul mondo, sulla vita sociale e politica è sofferente e piagato da ingiustizie e non può che condannare con versi che effettivamente sembrano urlare le inadempienze, le trascuratezze e le violenze che si perpetuano contro realtà che andrebbero aiutate e ascoltate. C’è una poesia che è un po’ in controtendenza a questa desolazione interiore dovuta dal non-fare della politica e della società dove, anzi, riesce anche ad essere autoironico:

Mi hanno detto che Dio è democratico.
Ha costruito il cielo senza barriere.
Riderò molto dei trascorsi impedimenti.[5]

Come è nata questa poesia?

 

RP: Ho compreso il ‘trucco’ dei cosiddetti normali nel “gestire” la diversità, qui in Italia. Ho rivestito cariche internazionali nella Federazione Mondiale dei Sordi, che riunisce 120 Paesi. Ho partecipato come relatore ai convegni internazionali, confrontandomi con gli esponenti di altri paesi. Per esempio nei paesi scandinavi, se un disabile sensoriale svolge attività politica, il segretario del partito fa un patto con lui,  dichiarandogli che deve impegnarsi per i simili con proposte programmatiche,  e in cambio riceverà  gli strumenti che, di solito, è una persona che sa comunicare con le persone sorde,  ossia un interprete di lingua dei segni, per far sì che partecipi al dibattito. Io ho svolto politica ad alto livello, un partito mi ha persino candidato al Senato, e più volte sono stato candidato a consigliere comunale, provinciale e regionale. Posso dire che mi hanno usato per raccogliere voti, senza  che il partito tenesse conto della mia disabilità sensoriale,  non migliorando la partecipazione dei sordi, sennonché promesse alla carlona! Ciò ha causato in me rancore e rifiuto di certi leader: per infima ignoranza di conoscere la realtà delle persone disabili che vogliono proporsi in politica. L’Italia è addietro di tantissime legislature perché la voce di un disabile sensoriale possa arrivare in parlamento!  All’UE ci sono sei deputati disabili d’udito colti e preparati e non fanno notizia! Qui da noi sono offerti seggi ad un Belsito, Lusi, Fiorito eccetera  che sono i responsabili amministrativi (ladri) di  taluni partiti.   Questo l’ho urlato nei miei versi politici. L’inclusione deve passare nel superamento dei pregiudizi, soprattutto in politica, perché ci è impedito proporci nei programmi per la soluzione dei nostri problemi!

  

LS: Le Marche e i suoi vari territori, tanto marittimi (Porto Recanati, Porto Potenza Picena, Numana, Sirolo, Ancona) che collinari (Recanati, Macerata, Loreto) e addirittura montani (i Sibillini) sono imprescindibili dalla sua poetica che è fortemente connotata al territorio e di esso si alimenta. Nella rigorosa rievocazione di un mondo provinciale ormai tramontato con i continui riferimenti ai bardasci, ai vergari, ai tabaccoli, è presente in una qualche misura una nostalgia non solo dei posti e di quel mondo, ma dell’età infantile che si  concretizza come la breve fase di vita prima della sperimentazione del mondo del Silenzio?

RP: Questa è una bellissima domanda! Ma tutta la mia poesia è Recanati, Bagnolo-Macondo e i finitimi territori citati. Ripeto che, a Macondo, ho sperimentato un  bambino felice nei suoni e nelle voci, vergari e tabaccoli, bardasci e mongane, belati e muggiti, abbaiare di cani e schiamazzare di oche e di polli nell’aia, e pure il cigolio di carri scendenti sulla strada imbrecciata da Recanati verso il confine; l’astuzia dei contadini nel fregare il latifondista durante la trebbiatura o,  ad ottobre, l’uva della vendemmia: i  cenni d’intesa fra il vergaro e il tabaccolo, e pure di tutti gli abitanti della mezzadria, dai bardascetti alla donzelletta, avevano un ruolo: guai se venisse disatteso. Questa mia Macondo l’ho raccontata nel romanzo storico Il vergaro. Storia dei contadini nella terra di Leopardi,  Moretti&Vitali editori, Bergamo 1999. Ha avuto un buon successo perché ho raccontato cinquant’anni di una “storia” dei miei antenati sino alla soglia del…. Silenzio, ovvero la sordità che mi ha allontanato per sempre dalla mia Macondo ed ho iniziato a gironzare per l’Italia. Non mi sono mai staccato tuttavia dalle radici. Peccato che ormai è tardi, forse avrei potuto offrire di più di qualche verso o poesia. Perché, a dirla  tutta, io sono un ribelle, un “rivoluzionario” in senso positivo, ossia di cambiamento. Ma la mia sfortuna è stata quella di  (dover) sospingere taluni dappoco, piuttosto d’essere aiutato io a manifestare la mia protesta! Vedo l’occaso leopardiano  che cala su Macondo: e questo mi genera sofferenza perché non sono stato “qualcosa” in niente, sprecandomi in troppi settori: psicologo/insegnante dei sordi/docente universitario/poeta/narratore/studioso di psicopedagogia sensoriale (…). Forse questa pluralità di impegni mi ha isolato, reso prigioniero della sordità, che mai ho nominato, solo talvolta agli sciocchi come pietra da lanciargli in faccia, io mi sono specchiato nel Silenzio e nei suoni della mia Bagnolo-Macondo, poi altrove nelle città di Firenze, Padova, Roma con la mia “grinta” di ribelle! Forse non ho più tempo di dire tutto delle mie giornate e albe a Macondo perché, sebbene pochi chilometri mi separano oggi dalla contrada, io continuo a rivederla come l’ho sperimentata ieri. Vorrei tanto fondere in un processo di integrazione l’Ascolto e il Silenzio per ritrovare la capacità d’essere  esempio per le giovani generazioni.

1475851_10202699934322881_610467618_n

Da sx: Renato Pigliacampo, Lorenzo Spurio e Susanna Polimanti durante la presentazione dei libri del poeta Renato Pigliacampo svoltasi alla Biblioteca Comunale Mozzi-Borgetti a Macerata lo scorso 20-12-2013.

  

LS: L’idea di questa intervista è quella di poter diffondere le varie interpretazioni sulla Poesia e consentire l’articolazione anche di una sorta di dibattito tra poeti diversi, per esperienza, età, provenienza geografica, etc. Le propongo di seguito un estratto dalla silloge Vibrazioni[6] della poco ricordata poetessa Amelia Rosselli (1930-1996) sul quale sono a chiederLe un suo commento:

 

Questi uccelli che volano
e questi nidi di tormento fasciano
le inaudite coste, e l’ombra
che getta l’alabastro violento sui cuori
e l’improbabile vittoria. O sonetto tu suoni con le campane
dei muli, – il passo è muto.

RP: C’è qualcosa che a mio parere la poetessa non riesce a comunicarci sino in fondo perché, sebbene la natura si presenti in una stagione felice, negli “uccelli che volano”, i “nidi di tormento” offuscano le speranze, i ricordi continuano a torturare la poetessa, impedendole di godere la realtà e, quindi, “l’improbabile vittoria” sulla mestizia che, a mio parere, potrebbe essere il “male oscuro” dei poeti (la depressione).

 

LS: Di seguito, invece, Le propongo la lettura e l’analisi-commento alla poesia civile “Dopo Auschwitz”[7] del poeta maceratese Gian Mario Maulo:

 Anche se non so nuotare
vorrei tanto attraversare il mare;
 
non ho le ali per volare
eppure mi immagino a planare sopra la vallata;
 
non so suonare il piano
ma le dita mi fingono pianista di melodie mai scritte;
 
e non ho memoria dei sogni della notte
ma nascono ancora a frotte le emozioni:
 
non posso più credere ad un ‘Onnipotente’
e mi trovo a sperare contro la speranza.

 

RP: Gian Mario Maulo, che ritengo uno tra i migliori poeti contemporanei delle Marche, è sostenuto – in questa poesia – da un’indomita fede. Tuttavia sorge, d’improvviso, il  dubbio di credere ad un ‘Onnipotente’. Tutti i grandi asceti, che hanno scommesso sull’altra sponda, nel tramonto dell’esistenza sono  avvolti dall’ombra, sentendosi abbandonati. Maulo è lucidissimo in questi versi a farci partecipi del suo smarrimento.

  

LS: Lei è l’ideatore del Premio nazionale di Poesia “Città di Porto Recanati” che si svolge annualmente e che figura come uno dei maggiori premi letterari delle Marche. Questo è un ulteriore aspetto che la lega ancora di più all’amore verso la poesia e alla sua terra d’origine. Quanto pensa che possano essere importanti i Premi letterari per l’esordiente che si cimenta con le prime produzioni poetiche?

Quali sono secondo Lei le vere forme di arricchimento che si può trarre dalla frequentazione di concorsi letterari?

RP: Prima di rispondere alla sua domanda, faccio una premessa: fondando il Premio Internazionale di Poesia Città di Porto Recanati, che nel 2014 raggiunge un quarto di secolo (!), volevo estendere il Messaggio alle persone  (più) sensibili e ideative, ossia i poeti.  Io mi esprimevo con l’insegnamento, curavo la psiche nella professione, scrivevo testi scientifici, mi mancava di stimolare le persone all’attenzione della disabilità, per questo con un mio Gruppo, pochi davvero, proponemmo un tema fisso: la disabilità in genere, la povertà, gli extracomunitari eccetera, invitando i poeti d’Italia a scrivere. La risposta fu positiva perché induceva a riflettere sulla realtà  che ognuno ha attorno a sé.

I Premi sono utili se sono organizzati da proponenti seri, con la vigilanza dell’ente locale, come nel mio caso il comune di Porto Recanati, sebbene in questi anni non abbia mai sostenuto economicamente il Premio! (sic) La forma di arricchimento, nei concorsi seri, è il confronto ovviamente con   altri linguaggi e soprattutto – se è un concorso a tema – c’è lo stimolo di un processo empatico che favorisce la conoscenza, come  avviene ogni anno nel nostro concorso “Città di Porto Recanati”, il vissuto del disabile o di gente che trattano  le tematiche proposte.

 

 LS: Concludo questa intervista per chiederle se la sua poetica e le ragioni che la motivano possono essere sintetizzate con una citazione di Neruda che recita “La parola è un’ala del silenzio”.

RP: Condivido. Vorrei anche dire: “La parola è il dono di una ginnastica del pensiero che ci favorisce di conoscere l’altro. Ma è solo una possibilità. Ce ne sono altre che evitiamo di conoscere, con la presunzione che la parola verbale possa tutto, invece è solo pigrizia che frena di migliorarci!”

 

 

Porto Recanati (MC), 2 Gennaio 2014

 

[1] Renato Pigliacampo, Canto per Liopigama, Porto Recanati (MC), Casisma Edizioni, 1995, p.  34.

[2] Renato Pigliacampo, L’albero di rami senza vento, Neftasia, 2006, p. 70.

[3] Renato Pigliacampo, Nuovo dizionario della disabilità, dell’handicap e della riabilitazione, Armando editore, Roma, 2009, p. 213.

[4] «Il Sessantotto al caffè Pedrocchi/ contestando signori capitalisti./ Compagni col fazzoletto rosso al collo/ spronavan alla riscossa Bandiera Rossa./ Che società vagheggiata!», in Renato Pigliacampo, Canto per Liopigama, Porto Recanati (MC), Casisma Edizioni, 1995, p. 119.

[5] Renato Pigliacampo, Ascolta il mio silenzio, Siena, Cantagalli, 1999, p. 30.

[6] Amelia Rosselli, L’Opera Poetica, Milano, Mondadori, 2012.

[7] Gian Mario Maulo, Dialogo. Sulle orme di Li Madou, Macerata, Ephemeria, 2010.