“La chitarra di Federico García Lorca”: concerto-conferenza ven. 9 nov. al Ridotto delle Muse (Ancona)

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Venerdì 9 novembre alle ore 19 presso il Ridotto del Teatro “Le Muse” di Ancona si terrà il concerto-conferenza “La chitarra di Federico García Lorca”, un incontro volto a riscoprire alcuni dei testi poetici più belli del celebre intellettuale spagnolo. L’iniziativa è organizzata dal Rotary Club di Ancona con il Patrocinio del Comune di Ancona e vedrà la partecipazione dei Maestri Massimo Agostinelli, Andrea Zampini e Maurizio Di Fulvio che eseguiranno brani di Manuel de Falla, Heithor Villa-Lobos, Antonio Carlos Jobim, Astor Piazzolla, Venancio Garcia Velasco e canti tradizionali dello stesso Federico García Lorca.

Alcune poesie verranno recitate dalla poetessa Jessica Vesprini; ci sarà anche la cantate Alessia Martegiani. Durante la serata interverrà il poeta e critico letterario Lorenzo Spurio, studioso dell’autore spagnolo al quale ha dedicato saggi in rivista e volume di liriche dedicate nel 2016, per una conferenza che permetterà al pubblico di conoscere meglio la vita e la carriera letteraria di quello che venne definito il poeta più promettente della “generazione del ’27”. La conferenza si articolerà in due momenti, il primo dal titolo “La figura di Federico García Lorca: l’uomo e il poeta” ed il secondo “La figura di Federico García Lorca: il teatro e l’impegno civile”.

Dalla brochure dell’evento, in una sintesi di presentazione dello stesso Spurio, così si legge: “Federico García Lorca può essere considerato, a ragione, uno dei maggiori intellettuali al mondo del secolo scorso. Poeta popolare la cui lirica è imbevuta di drammatismo e sentimento panico, fu vicino anche alle nascenti avanguardie non entrando mai direttamente a far parte di queste nuove espressioni. Cantore della Spagna ed espressione delle genti oppresse (i gitani in Spagna, i neri in America, e più in generale ogni tipo di “diseredato” a cui lui disse in un discorso di sentirsi fratello), delle sue tradizioni e aspetti folklorici, fu drammaturgo eccellente mettendo in luce drammi diffusi in contesti popolari dell’amata Andalusia. Maggiormente noto nel nostro Paese come poeta, le sue doti di uomo di teatro, da lui definito “la poesia che si fa viva” vennero riconosciute unanimamente dalla critica ufficiale e non. Molte sue opere vennero messe in scenda in territorio di lingua spagnola da attrici del calibro di Margarita Xirgu e Lola Membrives e, in Italia, da Eleonora Duse. Di lui parlò nel suo testo critico sul teatro italiano anche Silvio D’Amico e note positive vennero espresse, tra gli altri, da Carlo Bo, Vincenzo Bodini – che tradusse la sua opera poetica – e numerosi altri intellettuali.  Con la Barraca, esperimento di teatro itinerante fondato e diretto assieme a Eduardo Ugarte, Garcia Lorca cercò di portare le maggiori opere teatrali dei secoli precedenti (Tirso De Molina, Lope de Vega, Calderon de la Barca) tra il popolo, permettendo così una democratizzazione nella diffusione del sapere. Intellettuale scomodo per le sue idee vicine alla sinistra (i conservatori, in una delle accuse meno offensive lo bollarono come “rojo”) divenne oggetto d’interesse delle Destre anti-repubblicane che, negli anni ’30 nel territorio spagnolo avevano fomentato rancori e acceso la dinamite delle violenze che avrebbero interessato civili. Fattasi la situazione assai complicata e consapevole di essere oggetto delle perquisizioni serrate della Falange, l’autore venne scovato a Granada dove aveva ottenuto il riparo nella casa di amici. Se avesse accettato gli inviti ricevuti di volarsene in America, dove negli anni ’30 aveva soggiornato per un periodo significativo del suo sviluppo letterario, forse si sarebbe salvato. Negli anni a seguire (complice la reticenza della famiglia, di cui parla Ian Gibson, forse il maggior biografo e studioso di sempre), la dittatura franchista operò un’azione vergognosa di oblio nei confronti di Garcia Lorca mostrando disinteresse verso la sparizione del suo corpo, inumato alla spicciolata insieme a tanti altri nella campagna poco fuori di Granada. Nella Spagna democratica permangono ancora visioni contrastanti e la luce, ancora una volta, non è mai stata riportata con nettezza sulle ultime ore che contrassegnarono la sua vita tanto che, dopo scavi, decisioni giudiziari e fughe di notizie, il suo corpo non è mai stato rinvenuto, alimentando un’idea poco plausibile della sua collocazione all’interno o nel sotterraneo di un monumento funebre in suo onore in Messico. Il “nardo reciso” è vivo nella sua opera poetica e letteraria in generale dove tutto parla di vita e della forza ancestrale di voler esser libero senza aver paura degli altri o dover soffrire giudizi malevoli (così come accade ai tanti personaggi dei suoi drammi rurali) nel mostrare l’autenticità del suo genio e della sua inclinazione sessuale”.

A seguire il programma della serata.

La S.V. è invitata a partecipare.

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Dal “Corriere Adriatico” del 07/11/2018

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Il premio Cervantes a Ana María Matute

Il re Juan Carlos di Spagna ha consegnato stamattina alla scrittrice catalana Ana María Matute presso l’università di Alcalá de Henares il premio Cervantes, massimo riconoscimento spagnolo per la letteratura.  E’ la terza donna che riceve il premio Cervantes da quando venne istituito (le altre due furono la filosofa María Zambrano e la poeta cubana Dulce María Loynaz). Alla cerimonia era presente anche la regina Sofia, il presidente del governo Zapatero, il ministro della cultura e varie altre autorità. Il ministero della cultura concede il premio Miguel de Cervantes, donando una somma pari a 125.000 Euro a «los escritores que contribuyen con obras de notable calidad a enriquecer el legado literario hispánico» («gli scrittori che contribuiscono con opere di notevole qualità ad arricchire il patrimonio letterario spagnolo»).  La signora Matute si identifica completamente all’interno di questa definizione.

La scrittrice nacque a Barcellona nel 1925. E’ considerata una delle scrittrici spagnole viventi più grandi. Il suo primo libro, una raccolta di racconti venne pubblicato all’età di sedici anni e il primo romanzo, Los Abel, venne pubblicato nel 1948, all’età di ventidue anni. La sua produzione narrativa ha abbracciato generi diversi tra cui il racconto breve, il romanzo storico, il romanzo sociale e il romanzo fantasy. Tra i suoi romanzi più importanti figurano Los Abel (1948), En esta tierra (1955), Los hijos muertos (1958), Los soldatos lloran de noche (1963), Olvidado rey Gudú (1996) assieme a un gran numero di racconti raccolti recentemente nell’opera La puerta de la luna. Cuentos completos (2010).

La Matute (84 anni) dall’aspetto fragile e distinto, dai capelli canuti ma l’occhio vigile seduta sulla sua sedie a rotelle, in occasione del conferimento del premio ha tenuto un interessante discorso difendendo l’invenzione, elemento necessario nella vita dello scrittore.

La scrittrice ha aperto il suo discorso dicendo di non essere avvezza a tenere discorsi, riconoscendo che aveva un po’ di paura e ha aggiunto che avrebbe preferito di gran lunga scrivere tre romanzi e venticinque racconti tutti d’un fiato piuttosto che tenere un discorso. La scrittrice ha continuato parlando della sua fascinazione giovanile per i cuentos de hadas (favole), dei racconti che esordivano con il famoso Erase una vez (C’era una volta) per finire poi a definire la letteratura «el faro salvador de muchas de mis tormentas» («il faro di salvataggio di molte dei miei tormenti»)

Ha inoltre riconosciuto il cuento (il racconto) come il genere letterario più grande: «En España se empieza a reconocer en el cuento, en el relato corto, el valor y la importancia que merece» («In Spagna si inizia a riconoscere al racconto, alla narrazione breve, il meritato valore e la meritata importanza»).

Poi è passata a parlare della guerra civile che scoppiò in Spagna quando lei aveva appena undici anni. Quello fu il momento in cui venne a contatto con l’orrore e la violenza della guerra: «por primera vez vi la muerte, cara a cara, en toda su devastadora magnitud; no condensada, como hasta aquel momento, en unas palabras – “el abuelito se ha ido y no volverá..” – sino a través de la visión, en un descampado, de un hombre asesinado. Y conocimos el terror más indefenso: el de los bombardeos» («per la prima volta venni a contatto con la morte, faccia a faccia, in tutta la sua forza devastante, non nella sua forma concentrata come nel momento in cui ti comunicano –“il nonnino se ne è andato e non ritornerà..”- ma per mezzo della visione, in uno spiazzo, di un uomo assassinato. Venimmo a conoscenza del terrore più indifeso: quello dei bombardamenti»).

La scrittrice ha concluso il suo breve discorso sostenendo «si en algún momento tropiezan con una historia, o con algunas de las criaturas que transmiten mis libros por favor, créanselas. Créanselas porque me las he inventado» («se in qualche momento vi imbattere in una [mia] storia, o con qualche personaggio dei miei libri per favore, credeteli. Credeteli perché li ho inventati»). In altre parole la Matute ha voluto dire credete nell’invenzione, nell’immaginazione, nella creazione.

Il re nel suo discorso ha ricordato brevemente il poeta Gonzalo Rojas recentemente scomparso e poi è passato a celebrare la Matute riconoscendola come «una de las más grandes y singulares escritoras de nuestro tiempo» («una delle più grandi e originali scrittrici del nostro tempo»). Il sovrano è poi passato a riconoscere direttamente i meriti della grande scrittrice barcellonesa che ha fatto grande la letteratura spagnola: «De Ana María Matute se admiran muchas y destacadas cualidades como su fina sensibilidad, su capacidad creativa y su reconocida maestría para convertir la realidad -por dura que sea- en hermosas palabras, relatos, cuentos y novelas». (Di Ana María Matute si apprezzano molte e rinomate qualità come la sua fine sensibilità, la sua capacità creativa e la sua riconosciuta maestria nel convertire la realtà – per quanto sia duro – in belle parole, racconti, novelle e romanzi».

Il sovrano ha inoltre ricordato il grande impatto che i tragici momenti della guerra civile ebbe sull’infanzia della giovane Matute lasciando un’impronta indelebile nella sua narrativa.

Non ci sono migliori parole per chiudere questo articolo, che quelle che il sovrano ha utilizzato oggi nel celebrare la scrittrice nella parte conclusiva del suo discorso: «Al término de esta solemne entrega, tan solo quiero decir a Ana María Matute con especial emoción y profundo afecto: ¡Muchas gracias y mil felicidades de nuevo por tan extraordinaria obra y sobresaliente aportación a la Literatura en español! Muchas gracias» («A conclusione di questa solenne consegna, voglio solamente dire a Ana María Matute con una speciale emozione e profondo affetto: Grazie mille e infiniti auguri di nuovo per un’opera così straordinaria e per il notevole contributo alla letteratura di lingua spagnola! Grazie mille»).


Fonti:

BORJA HERMOSO, “Ana María Matute: ‘El que no inventa no vive’”, El País, 27 de Abril de 2011

J.R.M., “Si escribir no soy nada”, El País, 26 de Abril de 2011

JESUS GARCIA CALERO, “Ana María Matute: ‘Créanse mis historias porque me las he inventado’”, Abc, 27 de Abril de 2011

ANTONIO LUCAS, “El que no inventa no vive”, El Mundo, 27 de Abril de 2011.



LORENZO SPURIO

27-04-2011