La nuova pubblicazione del poeta pistoiese Simone Magli, Meraviglie (Antipodes, 2023), contiene una cinquantina di testi brevi dal taglio prettamente esistenziale, spesso connotati da una forte carica simbolica. Quest’opera, che segue le precedenti L’ultimo ermetico (Puntoacapo, 2021), Imparando (Puntoacapo, 2021) e La solitudine di certi voli (I.S.R.Pt Editore, 2022), prosegue, come naturale percorso, nell’approfondimento intimo delle vicende esperenziali del Nostro mediante un eloquio per lo più breve, spesso emblematico, fondato sulla sua canonica predilezione per il frammento e per forme tendenzialmente succinte. Non è un caso che Magli sia un apprezzato aforista e un haijin; quest’ultima definizione individua anche la corrispondenza con un’altra sua importante propensione, ovvero quella d’imprimere immagini in maniera istantanea e assai vivida. È, infatti, un apprezzato fotografo e questa sua abilità, travasata in ambito scrittorio, fa di lui un destro e avvincente costruttore di versi brevi, spesso lapidari e imprevisti, in cui è contenuto un messaggio polisemico. Qualcosa che è presente e detto con vocaboli scelti con attenzione e qualcos’altro – vuoi per libera associazione, per rimando, per implicazioni di varia tipologia – a cui si allude e che a volte può essere inferito o, comunque, fatto oggetto di libera appropriazione dal lettore. La costruzione dei significati – come molta critica ha spesso enfatizzato – deriva dall’interazione operante e robusta che il lettore mette in campo all’atto della fruizione di un’opera che l’autore ha prodotto. Ciò appare tanto più vero leggendo i versi di Magli.
Una meritata attenzione va posta tanto sul titolo dell’opera quanto sull’immagine di portata. Il titolo, Meraviglie, richiama subito a un mondo altro, una sorta di surrealtà, in cui coesistono oggetti ed esperienze impraticabili nella vita ordinaria. Il meraviglioso richiama velocemente a un mondo di molteplici possibilità, di magia, di difficile raggiungimento con i capisaldi della normale logica, uno spazio incontaminato da categorie di sorta dove tutto è potenzialmente possibile. È un fantastico positivo che Magli ci descrive richiamando alcuni elementi naturali che hanno in sé straordinarietà, bellezza, rarità e, in quanto tale, incomprensibilità e impossibilità di raggiungimento. Fenomeni come l’equinozio, il passaggio della luna, i moti ondosi del mare, ma anche il fioccare della neve, sono episodi in sé abbastanza rituali e comuni che hanno, però, del meraviglioso. Così come lo è il mondo della musica e, chiaramente, quello della poesia di cui Magli si “serve” e fa dono.
L’inconsueta immagine di copertina (con un probabile ammicco alla metafisica di De Chirico) ci propone alcune scale che, dal basso, salgono verso una posizione apicale. L’elemento – che è contraddistinto per avere una posizione centrale e una colorazione gialla – si trova al centro e fa da contrasto ai toni della campitura di sottofondo che fa pensare tanto all’immensità di un mare quanto all’indefinitezza di un cielo con squarci cromatici dorati. Opera di Giacomo Niccolai – come specifica il colophon – ben si coniuga ai motivi trainanti di questo piccolo libro.
Nelle sue nuove liriche Magli pala dell’esigenza di una condivisione concreta con l’altro, in quella “eleganza d’incontrarci” (15). Le sue riflessioni partono da un’esperienza concreta dei fatti, da una coscienza matura con la quale dialoga e arriva a partorire contenuti senz’altro interessanti. Le divagazioni che i versi propongono sono i rovelli esistenziali e gli assilli, i dubbi ricorrenti e le nevrosi comuni che, a diversa altezza, ci concernono tutti. L’autore parla di “nuovi mondi” (16) quelle realtà parallele dove con il pensiero è possibile vagare e compiere l’impossibile: “ho tracciato / l’universo” (16).
Il meraviglioso è riconducibile a situazioni di svago, fuga dalla razionalità, rincorsa delle curiosità, tentativo di appellarsi a dubbi insondabili, magie illusorie ed epifanie coinvolgenti. Il tutto non sfocia in tessiture fantastiche perché si riconnette alla natura dell’uomo, forte della sua esperienza sensibile e del suo essere illuminato: “quanto è vasto il cielo / di un uomo” (27) scrive in “Stasera” dedicata a un imprecisato Davide.
La meraviglia si riconnette anche allo stupore che si prova, al fascino del perduto, al mondoincontaminato dell’infanzia con le sue narrazioni favolistiche e tempi rilassati, col sogno che ripropone il bello ormai lontano; ecco perché alcuni versi non possono esimersi da questa tendenza volta al recupero come quando, testualmente, Magli si trova in una condizione dettata “a cercare l’infanzia” (46).
Sono versi piacevoli, i suoi, che non navigano a vista, piuttosto tendono a sfiorare l’impossibile, riconducendo l’uomo dinanzi all’invisibile e alla meraviglia alla sua natura di transeunte e imperfetto. C’è spesso una situazione di limite che viene proposta, non solo una demarcazione temporale, un qualcosa – frattura, confine, limbo – che individua i contorni dei mondi paralleli, quello reale e gli altri, infiniti e approdabili solo con la mente. Non è un narrare in versi l’irreale, piuttosto è la possibilità di riscoprire la meraviglia nell’ordinario. Un fantasticare lieve e cosciente, che avviene sempre ad occhi aperti. “Poi è sceso qualcuno / e mi ha salvato la vita” (40): è il segno di una presenza che si fa essenza. Quest’ultima interviene in maniera concreta e illuminante, ed è capace di attuare il cambiamento in maniera salvifica. La stasi dei giorni è frantumata dalla capacità di visione e dalla sensibilità del Nostro.
Questi testi vengono pubblicati nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionati dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autore ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.
La giornalista Nuria Azancot ha dedicato un recente articolo uscito su «El Español» all’esperienza in terra americana di Federico García Lorca (1898-1936) dal titolo (traduco dallo spagnolo) “La redenzione americana di Lorca: così scrisse Poeta a Nueva York”[1], tra la depressione e il dolore[2]”. La Azancot con una prosa veloce ma non priva di elementi di pregio passa in rassegna la vicenda del viaggio americano di Lorca che, nel 1929, a seguito di una grande sofferenza (che secondo Ian Gibson lo vide addirittura vicino alla scelta del suicidio) dettata dalla fine del rapporto amoroso con Emilio Aladrén (che l’aveva abbandonato per l’inglese Eleanor Dove) giunse a New York dove studiò lingua inglese presso la Columbia University.
Quel viaggio-vacanza, pensato per essere di poche settimane, si allungò a dismisura. Viaggiò, conobbe membri della cultura americana (tra cui la romanziera nera Nella Larsen, autrice di Passing), entrò a contatto con il barrio negro di Harlem, visse sulla sua pelle la crisi sociale e umana del Crollo della Borsa di New York, prese parte alla visione di pellicole sperimentali del cinema americano e tanto altro ancora. Giunse anche a L’Avana dove, lasciando alle spalle il delirio del denaro, della spersonalizzazione e della massificazione della megalopoli americana, gli sembrò per un attimo di essere ritornato a casa. La critica ricorda come fu proprio a Cuba che il poeta – nella latinità calda e spensierata che ricalca, in maniera enfatizzata, il meridione della sua terra natale –si sentì maggiormente ad agio, riuscendo ad allontanare il peso dell’impossibilità di esprimere liberamente il suo amore, di abbattere alla luce del sole il pregiudizio bigotto della borghesia granadina, «la peggiore d’Europa», come il Poeta ebbe a stigmatizzarla.
A New York Lorca fu colpito profondamente dalla frenesia del commercio, dall’incomunicabilità delle genti, dalla meccanizzazione della vita dell’uomo. L’architettura dei grattacieli che si perdono a vista d’occhio longitudinalmente e la dominazione di materiali inerti come il cemento, il ferro e il vetro descrivono un unicum distintivo di questa sua esperienza nella Grande Mela. Nella fitta corrispondenza con i suoi genitori (soprattutto con la madre e l’amato fratello Francisco) non potrà che innalzare, con la meraviglia che alimenta nelle sue pupille per quanto di fantasmagorico visto, la città di New York e l’idea dell’America quali contesti di grande progresso, di vivacità e di profondo dinamismo sebbene nelle liriche che scrisse in quel periodo non mancano immagini fosche, che trasmettono l’idea del caos, della solitudine e della distanza, la versione di uomo allucinato sopraffatto dalle logiche del consumo, dal dio quattrino, dove i sentimenti sembrano assopiti e predomina la macchina, la devianza e l’indifferenza.
L’autrice dell’articolo ricorda anche le due gite “fuori porta” di Lorca che lo portano a lasciare la Grande Mela per il Vermont, ospite di Philip Cummings e poi a Bushenellsville e Newburgh dove scrisse, tra le altre, la dolorosa “Niña ahogada en el pozo. (Granada y Newburgh)”. Nel Vermont, in particolare, lontano dal rumore e dal vorticismo della megalopoli, sembrò prima riacquistare una dimensione a lui cara, fatta di normalità a contatto con un contesto naturale ma, in un secondo momento, fu visibilmente pervaso da una grande angoscia che gli deriva da una profonda nostalgia tanto della sua infanzia (il cui ricordo lì si ampliò notevolmente) quanto della sua terra natale.
Il libro Poeta en Nueva York che contiene le poesie scritte durante la sua permanenza a New York e poi a Cuba (tra cui la celebre e cantilenante “Iré a Santiago”), com’è noto, non verrà pubblicato prima del 1940, ovvero postumo, ben quattro anni dopo la morte del Poeta. La pubblicazione, avvenuta grazie all’interessamento di José Bergamín avvenne con i tipi delle Editorial Séneca del Messico, sebbene, quasi contemporaneamente, un’edizione bilingue spagnolo-inglese (traduzioni di Rolfe Humphries) veniva pubblicata negli Stati Uniti per la W.W. Norton and Company.
Come ricorda la Azancot, le poesie del periodo americano evidenziano che «la trasformazione poetica e personale si era venuta sviluppando nel corso di quei mesi». Sappiamo che l’esperienza vissuta in territorio d’Oltreoceano fu determinante nella vita del granadino non solo perché propiziatrice e fautrice di un avvicinamento all’avanguardia e alla sperimentazione linguistica spesso associata a un reale assorbimento al surrealismo (nel quale, forse, le maggiori opere vanno rintracciate nel suo teatro de lo imposible o teatro irrepresentable) ma soprattutto gli consentì un’apertura mentale e di maggiore comprensione del reale che, senza quel viaggio, sicuramente non avrebbe mai raggiunto.
Particolare del manoscritto di “Poeta en Nueva York”
Sebbene non poté vedere pubblicata la raccolta di liriche di quell’importante viaggio, il Poeta aveva dato a conoscerne molti dei contenuti: alcune poesie erano state pubblicate su alcune riviste, altre recitate in veladas con amici e colleghi letterati, altre ancora declamate a intervalli nel corso della sua dotta e puntualissima conferenza che pronunciò in varie città dal titolo “Un poeta en Nueva York” comprensiva di un recital de poemas neoyorkinos.
Il testo della conferenza, che per fortuna si è conservato, rappresenta, a suo modo, una sorta di narrazione biografica di quei momenti nella quale ci dà le sue idee suscitate dal contatto diretto con la megalopoli e, a ragione ed ampliamento di questo, situava la lettura di alcune delle liriche più importanti della raccolta tra cui “Norma y paraíso de los negros” (mentre, forse per questioni di lunghezza del testo, si limitava a invitare il lettore a leggere “Navidad en el Hudson” che è senz’altro uno dei testi più pregnanti di questa sua fase poetica). Nel testo della conferenza leggiamo: «He dicho un poeta en Nueva York y he debido decir Nueva York en un poeta» (ovvero «Ho parlato di un poeta a New York e avrei dovuto dire di New York in un poeta»), frase che ben sintetizza la potenza nevralgica e catartica rappresentata da New York (e per estensione dall’America) che felicemente agì su di lui, tanto dal punto di vista umano (le numerose conoscenze, la partecipazione agli spettacoli-cinema avanguardista, l’inserimento nel barrio negro e il sentimento di fratellanza verso di loro, la denuncia dell’ingiustizia, della discriminazione, etc.) che intellettuale (la produzione delle sue liriche, i testi per il teatro lì elaborati comeEl Público, il testo per conferenza di poco successivo, le dichiarazioni agli amici e alla stampa, le confessioni ai cari nella corrispondenza, etc.).
LORENZO SPURIO
Jesi, 06/08/2022
[1] Nuria Azancot, “La redención americana de Lorca: así escribió Poeta en Nueva York entre la depresión y el desamor”, «El Español», 03/08/2022.
[2] L’originale spagnolo parla di desamor che, però, non possiamo tradurre come “disamore” ma con “dolore” o “strazio” trattandosi di un dolore esistenziale, tanto personale che creativo dovuto alla fine della sua relazione amorosa. Nel sottotitolo dell’articolo si dice che Federico «si trovava in un critico momento sentimentale e letterario».
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Ho appreso tramite Facebook della morte del poeta Piero Talevi a tutti noto, per suo volere, come “poeta del Metauro” poiché a quel fiume tanto amato (e alle ninfe, le misteriose abitatrici del corso del fiume) ha dedicato la stragrande maggioranza dei suoi testi poetici. Luogo dove non di rado andava a passeggiare in ricerca di quel colloquio intimo con l’elemento primordiale dell’acqua e della natura tutta. Natura da lui narrata ed esaltata nelle poesie che nel tempo ha scritto e pubblicato in vari volumi, dandone lettura in recital, incontri poetici, eventi letterari ai quali convintamente e con slancio sempre partecipava.
Nato a Novilara di Pesaro nel 1946, studiò Teologia e Filosofia presso l’Università Teologica “San Bonaventura” e si laureò in Scienze Religiose all’Università degli Studi di Urbino. Persona solare ed espansiva, amante della solidarietà e difensore dei buoni sentimenti, ha collaborato attivamente nel corso degli ultimi anni con le iniziative di promozione e diffusione culturale ideate e promosse da una variegata pletora di enti e istituzioni tra cui la Bertoni Editore, l’Associazione Culturale Euterpe di Jesi, l’Accademia Internazionale di Incisione Artistica (AIIA) di Candelara, l’Associazione di Promozione Culturale Anta-Club “Marino Saudelli” di San Giorgio di Pesaro (nelle varie edizioni della celebre rassegna poetica “Stori Sangiorges”), Ideobook di Calcinelli di Saltara (per la quale è stato membro di giuria per vari anni nell’omonimo concorso letterario), la Pro Loco di Candelara (nell’originale iniziativa “Candele sotto le stelle”) e varie altre. Era membro dell’Accademia dei Tenebrosi di Orciano di Pesaro.
Queste le sue pubblicazioni poetiche: Arriverò in cielo da quella parte di azzurro. Poesie in libertà (Corbaccio, 2004), Profumo di verbena (Club “Gli amici di Asdrubale”, 2009), Le Ninfe del Metauro. Amori e poesie (Conte Camillo, 2017), Le Marche. Arte e poesia (Conte Camillo, 2019 – libro a quattro mani contenente le poesie dell’Autore e le illustrazioni a cura di Claudio Silvi), Il cuore ritrovato. Poesia e filosofia (autopubblicato, 2020), Il poeta del Metauro (Ideostampa, 2021) e Poesia, natura e amore (Ideostampa, 2022).
Frutto di un suo viaggio in Moldavia, dove era stato invitato da Claudia Partole in qualità di poeta a parlare della sua produzione in seno al Salone del Libro nella Capitale Chisinau (motivo di grande orgoglio del quale sempre parlava), era nato il libretto Moldova patria mea (Conte Camillo, 2017) con prefazione della giornalista Lilia Becic autrice del libro-autobiografia Miei cari figli, vi scrivo (Einaudi, 2013).
Pietro Talevi, “il poeta del Metauro”
Componimenti poetici di Talevi sono stati inseriti in varie antologie tra cui Marche. Omaggio in versi (Bertoni, 2018, a cura di Bruno Mohorovich) ed El fior del bel cantè. Antologia di poeti pesaresi (Bertoni, 2022, a cura di Bruno Mohorovich) mentre, col solito fare ironico e divertente, mi chiedeva di lavorare a una seconda edizione del Convivio in versi (PoetiKanten, 2016), un’ampia antologia di poeti marchigiani da me curata dove – non avendolo mai conosciuto prima – non l’avevo inserito, ritenendo, tra il serio e il faceto, l’eventuale introduzione in quelle pagine quasi come una sorta di “consacrazione” o patente di poeta marchigiano. Cosa che era già di per sé, per natura e vocazione. L’avrei inserito, però, in qualche pubblicazione successiva, sempre sulla poesia marchigiana, in Scritti Marchigiani. Istantanee e miniature letterarie (Le Mezzelane, 2017) riportando la prefazione a Le Ninfe del Metauro (2017) – opera centrale del suo intero percorso poetico – e, con una breve nota critica e la sua poesia “Profumo di verbena”, in La nuova poesia marchigiana. Non una generazione. Realtà poetiche d’oggi nell’unica regione plurale (Santelli, 2019).
Proprio nella prefazione al suo libro Le Ninfe del Metauro (2017) avevo scritto: «Talevi, ben più noto come “poeta del Metauro”, perché di quel fiume né è la voce, nelle varie liriche si abbandona a passeggiate nei luoghi natali, dove la memoria spesso s’addensa in piccole pillole del passato che ritorna, in un percorso che è sempre imbevuto in un’ambientazione primigenia, profondamente naturalistica, incontaminata e dominata dal gorgheggiare del Metauro, presenza fissa, quasi come il migliore degli amici. Talevi parla con le piante, le annusa, ne percepisce i timori, ce le racconta e le fa vivere, umanizza il mondo silvestre e lo rende partecipe nel banchetto della vita. La verbena, che ricorre spesso nelle sue poesie e che era presente nel titolo di un suo precedente libro, sembra essere una confidente della quale il Nostro non può fare a meno, addirittura un’amante silenziosa, compartecipe e ridente del suo amore verso di lei».
Ed è così che piace pensarlo ora nell’altra dimensione.
Il 2 gennaio scorso su http://www.granadahoy.com è apparso un articolo molto interessante del giornalista e scrittore spagnolo Andrés Cárdenas, intitolato “De García Lorca se hablará siempre”. Contiene una premessa in cui l’autore riflette sul rapporto simbiotico tra Granada e Lorca e, a seguire, ci racconta vari fatti tra i quali una storia molto intrecciata riguardante Agustin Penón, un americano che, recatosi a Granada tra il 1955 e il 1956, aveva raccolto una valigiata di informazioni su Federico García Lorca, pensando di scriverci un libro. Ma era morto e la valigia era passata di mano in mano, mentre Penón, che alla sua ricerca aveva sacrificato anche parte delle sue sostanze, era stato dimenticato.
Questo per dire come e quanto il Poeta granadino sia stato e sia ancora un lievito potente per gli intellettuali di tutto il mondo: ¡De García Lorca se hablará siempre! Non ci dobbiamo dunque stupire della nascita nel 2020 di Il canto vuole essere luce (Bertoni, Perugia). Un libro di vari autori italiani, curato da Lorenzo Spurio e tutto dedicato a Lorca, artista eclettico e uomo di grande impegno sociale.
Il curatore ci tiene a farci sapere che, pur avendo il libro la forma del saggio scritto a più mani, è di più, molto di più; è “un atto d’amore e di riverenza verso uno dei maggiori intellettuali che la letteratura mondiale ha mai visto: il poeta spagnolo Federico García Lorca”. Tanto che il titolo, consistente in un verso di Lorca, assume significato simbolico: il libro è il canto corale con il quale s’intende illuminare almeno in parte l’opera del Poeta.
Nel 2016 Lorenzo Spurio aveva riacceso il fuoco dell’interesse per Lorca, dando alle stampe Tra gli aranci e la menta, una plaquette di sue poesie dedicate al Granadino. Da quel momento, tramite contatti spontanei, altri poeti amici hanno aggiunto ottima legna al suo fuoco. E il fuoco è divampato in un’offerta corale di contenuti esegetici, di ritratti e di poesie. Il testo, infatti, è illustrato con ritratti del Poeta eseguiti dal Maestro Franco Carrarelli “L’Irpino” ed è diviso in due parti.
La prima riporta i saggi con i quali gli aficionados indagano su molti aspetti del fenomeno Lorca. Francesco Martillotto ci presenta il Lorca amante della musica e ottimo pianista, buon conoscitore della musica classica e della musica popolare che mette sullo stesso piano e riflette sull’interscambio felice tra musica e poesia nelle sue opere poetiche e di teatro.
Lucia Bonanni ci mostra il Lorca amante delle tradizioni popolari della sua Andalusia, che saranno di fertile ispirazione per le poesie e il teatro. Affascina, anche nell’analizzare il surrealismo dell’opera teatrale El público, la sua ricerca dei significati metaforici e del valore dei simboli nella Parola del Poeta.
Cinzia Baldazzi cerca di penetrarne in profondità le peculiarità del linguaggio poetico: “…Immortale…è il loro mondo semantico e logico: immenso, popolato di ombre illimitate a latere di luci accecanti, provenienti da un’arcana fonte senza inizio e senza fine…”.
Lorenzo Spurio ci porta dentro “Tamar e Amnon” del Romancero gitano, indicandoci la denuncia sociale che sottende l’opera; ma anche in Poeta a New York dove la parola poetica s’incupisce nel denunciare la disumanità della metropoli, mettendone in risalto gli aspetti negativi. E per finire ci conduce nelle opere teatrali più importanti per analizzare i temi ricorrenti: la violenza, il disagio degli emarginati, la condizione della donna e i suoi diversi atteggiamenti nella lotta contro la sopraffazione variamente esercitata dal maschio.
Ugualmente interessante la seconda parte che assomiglia a un’antologia poetica ripartita in due sezioni. Nella prima sono raccolti alcuni dei compianti, odi e elegie scritti, subito dopo la tragedia dell’assassinio, da Antonio Machado, Rafael Alberti, Pablo Neruda e da vari esponenti della Generazione del ‘27, quasi tutte strazianti e bellissime a partire dal grido di Machado: “…que fue en Granada el crimen – sabed – ¡pobre Granada! – ¡en su Granada!…” fino allo sperdimento di Rafael Alberti che se lo vede tornare vivo in sogno: “Has vuelto a mí más viejo y triste en la dormida / luz de un sueno tranquilo de marzo…”.
La seconda sezione accoglie voci di poeti contemporanei suggestionati dalla Parola del Poeta. Un florilegio di voci diverse che incuriosisce, commuove, rende vivo Federico, ne canta la tragedia, ne interpreta le sfumature dell’anima colte sia direttamente nei suoi testi poetici, sia indirettamente negli atteggiamenti dei personaggi del suo teatro. Testimonianza forte dell’amore che ha saputo generare e di quanto la sua parola può ancora incantare.
Il canto vuole essere luce è un libro che offre molte informazioni di approfondimento sulla persona e gli interessi culturali, artistici e civili di Lorca; senza contare l’ampia bibliografia a cui attingere nel caso volessimo continuare a conoscerlo. Un libro tutto da “patire” per chi desidera entrare più a fondo nel suo universo delicato e sapiente, gioioso e drammatico, etico e propositivo.
FRANCA CANAPINI
Arezzo, 10/01/2022
L’Autrice ha autorizzato alla pubblicazione su questo spazio senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. La pubblicazione del presente testo, in formato integrale e/o di stralci, non è consentita senza il permesso da parte dell’Autrice.
Nel periodo immediatamente successivo alla diffusione della notizia della fucilazione del poeta granadino Federico García Lorca, avvenuta nell’agosto del 1936 nella campagna sterrata tra Víznar ed Alfacar, un gran numero di intellettuali, soprattutto di nazionalità spagnola e che avevano avuto l’opportunità di averlo conosciuto di persona e non solo tramite i suoi scritti, come oggi è dato a noi posteri, scrissero e dedicarono liriche, più o meno intimiste, talora aggressive e sfiduciate verso l’abominio della guerra civile, tal altra incentrate sugli sprazzi di amicizia rievocati nella tragica occasione. Tra di loro Antonio Machado, celebre per le raccolte poetiche Campos de Castilla e Soledades nelle quali è possibile rintracciare una pagina vivida di alcune tra le più importanti tendenze di inizio secolo scorso: il novecentismo e il modernismo.
Antonio Machado, che apparteneva a una generazione precedente a quella di Lorca, e ad un ambiente regionale profondamente diverso dall’Andalusia torrida e fiera dei romances di Lorca, ossia quello della Castiglia autentica, di quello scenario castizo nel quale la tradizione ci dice che fu culla della lingua e della cultura castigliana prima e spagnola poi, dedicò al granadino scomparso la celebre poesia “El crimen fue en Granada” volendo intendere con Granada non tanto la città dove pure Lorca con la sua famiglia visse per vari anni ma, come si dice in spagnolo, el entorno, ossia la zona di provincia ad essa prossima dove, appunto, secondo le documentazioni più attestate, avrebbe trovato la morte. Il condizionale è d’obbligo perché dalla data della sua fucilazione, modalità dell’esecuzione sulla quale gran parte degli storici sono concordi quasi da descrivere una posizione unanime, sino ad oggi si è prodotta una grande quantità di testi improntati a una resa biografica delle vicende di Lorca e vere e proprie cronache documentarie fatte di investigazioni, repertazione di materiali e tanto altro per cercare di poter scrivere in maniera più verosimigliante alla realtà quanto di drammatico accadde.
La stampa spagnola ha llevado a cabo, ossia ha portato avanti, nel corso degli anni e in maniera sempre più attenta e scrupolosa in tempi a noi più vicini, un particolare interesse documentario verso gli ultimi istanti della vita dell’uomo, del luogo del suo assassinio (ancora dibattuto e non localizzato con certezza) e soprattutto del seppellimento. Persistono, infatti, considerazioni diverse in merito al luogo di sepoltura che negli ultimi anni alcuni gruppi ideologici che conservano la memoria del poeta sono giunti alla richiesta di scavo di alcune delle zone identificate con i materiali documentari per provvedere all’esumazione del corpo ed, eventualmente, ad esami del DNA. Ma tale direzione delle ricerche storiche, che debbono essere necessariamente condotte per poter far chiarezza e cancellare la possibilità della formulazione di piste revisioniste che ne infangherebbero la memoria, è stata ben presto sbarrata dalla famiglia García Lorca quando decise di non dare il consenso all’esumazione dei possibili resti del congiunto per motivazioni di carattere personale.
Alcuni studiosi hanno anche avanzato la possibilità che Federico García Lorca in effetti non si troverebbe sepolto in qualche recondito spazio della campagna andalusa dato che uno dei suoi ultimi amanti, l’uruguayoEnrique Amorim, grazie alle sue fornitissime possibilità economiche avrebbe provveduto alla traslazione (o al vero e proprio furto?) della salma fatta arrivare sino a Salto (Uruguay) dove oggi sarebbero conservate le sue ossa in una cassa murata all’interno del monumento in onore a Lorca. Posizione questa che ha avuto poca eco e che non è mai stata accreditata sebbene lo scrittore peruviano Santiago Roncagliolo abbia deciso di dedicare un intero volume, con documenti alla mano, a sostegno di questa tesi[1]. Senza ombra di dubbio restano documentati l’affetto e l’amore di Lorca per Amorim al quale dedicò pure dei bozzetti e con ampia probabilità una serie di poesie che hanno finito, poi, per costituire la raccolta di Poemas del amor oscuro, ma reputo azzardata (pur non avendo letto il volume di Roncagliolo) la sua posizione soprattutto alla luce di una impraticabilità dell’esumazione dei resti avvenuta in sordina dalla famiglia, dagli enti locali e dalla Spagna tutta.
Ma per ritornare ad Antonio Machado nella lirica citata ci troviamo dinanzi a una elegia che utilizza un tono indignato con parole dure, tese a fotografare l’attimo di dolore catturato nella viltà della fucilazione: “Mataron a Federico / cuando la luz asomaba. / El pelotón de verdugos / no osó mirarle a la cara […] / Muerto cayó Federico / -sangre en la frente y plomo en las entrañas”[2].
Il pianto che parte da Granada, dal luogo del tragico misfatto, si fa nazionale, internazionale e cosmico abbracciando quanti hanno indefessamente difeso l’ideologia repubblicana (democratica) contro il franchismo (il totalitarismo). Il dolore è pungente, totalizzante e disarmante, privo di retorica e le descrizioni lapidarie di Machado sono altamente visive, tanto che riusciamo a veder scorrere sotto ai nostri occhi le immagini dell’abominio.
La seconda strofa del carme luttuoso che si intitola “El poeta y la muerte” è come un lento passaggio su uno stradello che ci incammina al camposanto. Il poeta ora non è più in compagnia del nemico, del torturatore, dell’annientatore delle libertà ma al contempo non è neppure solo: Machado trasmette qui un ultimo accorato tentativo dialogico di García Lorca; quasi non accettando la sua dipartita fa ancora parlare l’amico Federico in uno squarcio di conversazione profondamente lirica in cui il poeta appena deceduto si intrattiene con la Morte. Il crimine, come recita il titolo della poesia, accadde a Granada ma esso fu pianto in ogni angolo del mondo.
Pablo Neruda, con il quale García Lorca strinse una conoscenza piuttosto importante per entrambi durante gli anni di frequentazione della Residencia de Estudiantes a Madrid in una lirica a lui dedicata (prima della sua morte) lo definiva in maniera alquanto poetica con l’espressione sintetica di un naranjo enlutado[3] ravvisando nel Granadino sia la componente più primitiva, naturalistica e popolare caratterizzante la sua appartenenza all’Andalusia, terra di zagare e profumi speziati, sia una infelicità o una turbolenza di fondo nell’animo del poeta (forse dovuta dalla critica situazione politica venutasi a creare in Spagna con l’avvento della guerra civile e il fatto che venisse stigmatizzato dalla cultura ufficiale o ancora la sua condizione di omosessuale di certo non apprezzata né consentita dalla società ultra-moralizzatrice del periodo).
Queste sono solamente due delle testimonianze alla memoria di García Lorca che debbono necessariamente essere tenute da conto quando ci si avvicina alla sua poliedrica personalità come avviene in questo caso in cui l’amico e poeta palermitano Emanuele Marcuccio pone alla mia attenzione due liriche ispirate e dedicate al poeta granadino. Sono poesie già di mia conoscenza sia per averle apprezzate in lettura, sia per averle commentate in almeno una presentazione dei libri dell’autore ed anche per essermi occupato delle relative traduzioni in spagnolo.
Per uno come Emanuele Marcuccio che si è formato sui classici ed ha amato instancabilmente la poesia tradizionalista, si veda Leopardi, anima d’influenza notevole nella sua prima produzione e poi Pascoli e Carducci, aver posto l’attenzione nei riguardi di Federico García Lorca è cosa già di per sé notevole: sia per aver allargato lo sguardo verso una letteratura straniera, sebbene sia praticamente “sorella” di quella italiana, sia nello specifico per essersi interessato alla figura di un intellettuale come quello di García Lorca che ha al suo interno un universo di mondi tutt’altro che tradizionalisti e canonici. Di García Lorca in questi suoi due componimenti a Marcuccio non interessa tanto la sua produzione poetica (che dimostra, comunque, di conoscere per la scelta azzeccata e consona di alcune terminologie e simboli) né quella teatrale (García Lorca fu uno dei maggiori drammaturghi del secolo scorso, influenzato nel suo teatro da varie ispirazioni: dal surrealismo al comico-burlesco, sino alla serie dei drammi rurali, nonostante in Italia il suo nome venga richiamato spesso unicamente in relazione alla sua attività poetica), ma un evento determinante della stessa componente biografica dell’uomo: la sua morte.
García Lorca morì nel 1936, nell’anno che detta l’inizio di una dolorosissima guerra civile dove i repubblicani si scontrarono contro la frangia nazionalista dei militari appoggiati anche dai monarchici, dai carlisti e dalla Chiesa. Le tante battaglie che infuocarono il paese non furono solo dettate da una strenua difesa delle rispettive ideologie ma riguardarono per l’appunto anche la dimensione religiosa tanto che esponenti del bando repubblicano (socialisti, comunisti, anarchici, laici) provvidero anche a una serie di attacchi, saccheggi e distruzioni di luoghi religiosi con un gran numero di preti massacrati e giustiziati in processi sommari.
Chi conosce l’universo poetico di García Lorca sa che esiste nella sua visione del mondo una dimensione religiosa, un Dio, spesso insito nell’ambiente che lo circonda sebbene eviti di appellarsi a lui, di invocarlo o di pregarlo in una maniera che ci consentirebbe di definirlo una persona animata da un sentimento cattolico. Sappiamo anche che dal punto di vista ideologico e per il suo serio impegno nel sociale che lo portava sempre a schierarsi in prima linea per la difesa e la tutela dell’emarginato, il poeta si collocava all’interno della dimensione anti-militare, anti-nazionale. I nazionalisti, strenui difensori di un concetto di moralità intoccato e devoti al potere dell’onore, si scaglieranno duramente contro García Lorca ritenuto un rojo pericoloso perché persona con un grande seguito e portavoce di ideali repubblicani, democratici.
Ed è così che poco dopo le attività del teatro itinerante “La Barraca” ideato assieme ad Eduardo Ugarte sono stroncate e messe a tacere del tutto perché Lorca viene a rappresentare per i nazionalisti una spia comunista, un acerrimo nemico, profondamente temuto proprio per le grandi masse che lo apprezzano e lo seguono. Qualcosa di simile avverrà con la messa in scena dell’opera teatrale Yermanella quale Lorca mette in scena la storia di una donna che, a causa della sua infertilità e della anaffettività e trascuratezza del marito, finirà per perdere la testa e rendersi colpevole di uxoricidio. Nell’opera, al di là del tragico epilogo, la finalità era quella di diffondere e inscenare un universo domestico in cui la donna (che nella visione dei nazionalisti deve essere assoggettata all’uomo, l’unico padrone, perché ad egli è inferiore) non solo non accetta i divieti coniugali che le impongono di essere relegata in casa e di non intrattenere conversazioni con nessuno, ma addirittura si arma della propria forza fino ad allora repressa ed affronta, con violenza, il marito, fino a vincerlo e ucciderlo. Sono contenuti, questi, estremamente pericolosi che mettono in scena un ribaltamento sconveniente per i nazionalisti nel modo di intendere la famiglia spagnola: non più il patriarca o padre-padrone che comanda e la donna che esegue, ma la donna che, stanca e sfiduciata, razionalmente portatrice di una visione ugualitaria, cerca ed ottiene l’equiparazione dei sessi, smitizzando i pilastri della società retrograda.
Perché García Lorca viene assassinato? È presto detto: perché è una persona temuta e fastidiosa per il neonato regime totalitario, perché è portavoce di ideali repubblicani nutriti dalla difesa della democrazia e dal rispetto delle libertà, perché è un intellettuale di spicco con una grande presa sulla società, perché con la sua letteratura (il teatro itinerante “La Barraca” e la trilogia drammatica) è portavoce di una società provinciale retrograda e dispotica in cui la donna è considerata inferiore, perché sfida lo stringente concetto di onore di impronta settecentesca, lo minaccia, lo de-costruisce e ne mette in luce le idiosincrasie nel suo periodo; perché è omosessuale e in quanto tale portatore di una stravaganza di fondo che non collima con la rettitudine e l’austerità del pensiero anti-liberale dei nazionalisti difensori dell’idea del “sesso forte”.
Ma non è solo questo, infatti in tempi a noi più recenti alcuni studiosi hanno voluto leggere nell’omicidio di Lorca non il motivo ideologico-politico ben noto a tutti, quanto, invece, un terribile episodio di vendetta, un regolamento di conti tra esponenti di famiglie storicamente avversarie nella Vega[4] granadina. In particolare è Miguel Caballero Pérez il difensore di questa tesi che viene esposta in maniera documentata nel suo recente libro nel quale non manca di portare episodi concreti di animosità e vere e proprie lotte familiari per il controllo e il prestigio nella zona.[5] Questo per dovere di cronaca per quanti vorranno effettuare maggiori letture ed analisi in tale direzione ben tenendo in considerazione, comunque, che a tutt’oggi la pista più creduta e credibile, data per ufficiale, sia quella che vide Lorca assassinato per ragioni ideologiche (la sua adozione alla Repubblica) e per oscenità/discredito della morale (la sua omosessualità).
Per tornare ai componimenti di Emanuele Marcuccio è necessario osservare come il linguaggio tendenzialmente rilassato del poeta si faccia in queste liriche fortemente spietato, condensato nelle immagini e pregno di desolazione. In “Assassinio: Terzo omaggio a García Lorca”[6] (poesia scritta il 18 dicembre 1997):
Putrida vena,
d’un orizzonte disseccato.
I nardi esplorano
il loro chiacchiericcio inconsueto,
e nuvole di fango inondano
coi loro piombi infuocati.
Un’alba azzurra
si stende solitaria
su ambiguo crocevia,
e un riverbero di verde luna
si accende, su occhi di fumo.
Marcuccio esordisce con un verso forte dal quale traspare vivida una suggestione olfattiva nauseante collegata da subito al tema della corporeità e del sangue (una delle immagini-simbolo nella produzione di García Lorca): “putrida vena”. Il Nostro però sembra volersi interessare qui, più che al fermo immagine di una scena di guerra in cui la morte è fagocitata dal processo di decomposizione del corpo che produce un olezzo “putrid[o]” alla definizione del paesaggio, cioè al tratteggiamento del locus che ospita la nefanda azione umana. È quello di uno scenario abbandonato, stepposo, arido e apparentemente privo di presenze umane; quell’ “orizzonte disseccato” è uno spazio-trappola nel quale il Sole, unico indiscusso sovrano e il silenzio dei campi sembrano eludere ogni altra presenza che, invece, si farà viva e in maniera alquanto sadica nel corso della lirica.
L’occhio del Marcuccio si posa con meticolosità negli “angoli” di quella campagna che apparentemente è una campagna comune e che non ha nulla di particolarmente rilevante se non fosse che i nardi (fiori che pullulano di vita nelle poesie lorchiane[7]) vengono colti nel loro “chiacchiericcio inconsueto”. Sono i primi testimoni del massacro, la natura è pavidamente spettatrice dell’abominio che di lì a poco si consumerà dinanzi ai propri occhi, impotente e addolorata essa stessa. Le “nuvole di fango”, se si eccettua il verso d’apertura, è la prima immagine perturbante che interviene nella lirica a descrivere un cielo coperto e minaccioso, ben diverso da quel sole accecante che il lettore ha potuto cogliere, non nominato, nei precedenti versi che descrivevano un “orizzonte disseccato”.
Inizia in questo modo la parabola degradante della poesia: Marcuccio costruisce in primis con soverchia attenzione il setting dell’azione passando poi a connotarne con particolarità alcuni degli elementi che lo compongono sino a che il cielo sembra abbuiarsi di colpo e farsi di “fango”, indistinto, melmoso, viscido e pesante; il grigiore vacuo del cielo lascia ben presto il posto a quello ben più doloroso delle munizioni d’artiglieria colte nel momento del fuoco.
Il silenzio della campagna, prima armonizzato dalla presenza di un lieve “chiacchiericcio” dei nardi, ora è rotto per sempre in maniera irreparabile. I “piombi infuocati” sono stati azionati e hanno colpito i bersagli[8]. È il momento della morte fisica del poeta, della sua caduta scomposta a terra, faccia sull’erba secca, della fine delle speranze e al contempo un ammutinamento della natura che, indifesa e oltraggiata, non è capace di osservare il sangue che cola a terra.
La poesia è sapientemente costruita tenendo in considerazione un’ampia realizzazione temporale che si delinea in un prima della fucilazione e in un dopo. Il post-mortem lorchiano è investito da una “alba azzurra” che ha perso, però, la coralità autentica della natura e il conforto del cantore del popolo e infatti essa appare “solitaria” quasi da stonare con quella scena di morte che si è consumata nelle ore precedenti sotto di essa.
Tutto a questo punto resta galleggiante nell’indefinitezza, nell’impossibilità di caratterizzazione, ora che è morto il poeta che più di ogni altro aveva cantato la Terra: l’alba è “solitaria” e anche il crocevia nei pressi dei luoghi della tragedia è “ambiguo”. Sia perché, come detto sopra, il luogo dell’esecuzione di Lorca non venne mai identificato con indubbia certezza e permangono ancor oggi posizioni discordanti in merito, sia perché è inutile dinanzi alla Morte che esacerba dolori e sconfigge il tempo utilizzare un metro toponomastico: non ha senso identificare quale sia il crocevia della Morte perché in ogni spazio ora si rammenta il lutto e ci si strugge.
Marcuccio mostra di aver letto con profondità le liriche del Nostro e di conoscerle con doviziosità, soprattutto nel momento in cui mostra interesse verso la componente cromatica degli elementi, aspetto che costituisce uno dei nerbi costitutivi della liricità lorchiana. Ed ecco che dopo il giallo accecante dei campi “disseccat[i]”, il grigio scuro delle nuvole, l’argento pesante del piombo fuso, il rosso dell’incandescenza dei colpi d’arma da fuoco e del sangue, sopraggiunge prima l’azzurro a rischiarare l’ambiente come una sorta di purificazione e ancora, la luna nel suo “riverbero di verde”. La luna quale simbolo nella “mitologia” lorchiana è sempre sintomo o sinonimo di morte così come lo è il verde: si pensi ad Adela in La casa de Bernarda Albache, contro il parere della madre che la obbliga a vestire il lutto per la morte del padre, decide d’indossare l’abito verde e deroga a una serie di atteggiamenti che le sono stati imposti tanto da divenire una delle “ribelli” lorchiane più note. Chi conosce il dramma sa anche che a dispetto di tanto vitalismo ed energia (altro significato del verde visto nel cambiamento e nella fertilità) al termine la ragazza troverà la morte in una delle scene più commoventi dell’intero teatro del Nostro.
Ed è così che in chiusura, dopo aver tratteggiato l’ambiente naturalistico che accoglie la morte e avendoci fornito l’immagine sonora della fucilazione, che Marcuccio ritorna a serrare le fila sul corpo martoriato del poeta. I suoi “occhi di fumo”, ormai vacui ed eternamente incantati, privi di lucidità e di movimento sembrano rilucere sotto quella luna argentea e rimandare l’errore sperimentato negli ultimi istanti di vita. La luna è così testimone di una morte dolorosa che ogni notte, con il suo lento incedere nel cielo, sembra riproporsi con la sua inaudita ferocia. Quegli occhi svuotati, ormai fatti cenere rappresentano lo sguardo mitico di un uomo che ha combattuto con la parola in difesa del diverso e che ha ricevuto l’oscuramento dell’esperienza visiva quale condanna estrema, proprio lui che era affranto di luce e signore indiscusso nell’utilizzo della tavolozza dei colori.
Nell’altra poesia lorchiana di Marcuccio (“Omaggio a García Lorca”, scritta il primo maggio 1997)[9]
Felce d’azzurro,
scrosci di tempesta vespertina,
autunno vaporoso e nodoso,
rammarico dell’ormai svanito,
vita rossa di sangue coagulato,
erpici identici e convessi
in un plotone di fucileria,
schizzi incandescenti trasvolano
per la dura terra,
per un cielo di speranze placate,
di ardente divampamento di luce
a foggia di croce,
verso un punto centrale.
ritroviamo il livore del colore azzurro, ora legato all’immagine muschiosa della felce a descrivere uno scenario naturalistico più paludoso e umido, differente rispetto al precedente in cui l’azione bruciante del sole aveva prodotto campi “disseccat[i]”.
Pur condividendo una sintassi aspra e tagliente, in linea con la durezza degli elementi evocati, questa poesia si discosta dall’altra per aver maggiormente i connotati di una vera e propria elegia. La lirica, infatti, non fotografa il momento della fucilazione, del trapasso dell’uomo, e ha piuttosto la fisionomia di una commemorazione nei tempi successivi all’assassinio: si parla di “autunno vaporoso e nodoso” benché Lorca venne ucciso nell’estate del 1936 ed è da intendere, allora, il ricordo doloroso che Marcuccio ne fa attraverso il tempo, ripensando all’atto nefando che provocò la morte del poeta. Non a caso è richiamato il “rammarico dell’ormai svanito”: a questo punto la storia è stata scritta e non c’è niente da fare se non tributarne il ricordo (diversamente dall’altra lirica che, invece, verseggia l’accadimento nefasto quasi in presa diretta).
Il sangue non è liquido e neppure caldo, non sgorga dal corpo, i zampilli non imbevono la terra (come avveniva nell’elegia Llanto por Ignacio Sánchez Mejías che Lorca dedicò all’amico e torero) poiché il sangue si è rappreso, il sole lo ha seccato e il trascorrere del tempo lo ha “coagulato” privandolo della sua materialità fluida da divenire roccia di una vita ormai tramontata. E conseguentemente segue il ricordo visivo del momento dell’esecuzione con gli “schizzi incandescenti” di vita del poeta che, trivellato da colpi alle spalle, finiva per esalare gli ultimi respiri.
La terra si è fatta “dura” perché le stagioni l’hanno appiattita, impoverita, sfruttata ma anche perché è l’uomo che l’ha esacerbata e oltraggiata con l’azione ignominiosa e perché è lui a essere duro (cinico e insensibile). La vita, vista nel regolare scorrere dei fluidi, ha subito un arresto che l’ha condotta a un processo di deumidificazione e vera e propria corificazione. Solo il cielo, allora, proprio come avveniva nella lirica precedente, sembra mantenere il suo stato di materia, vacuo e aeriforme, uno spazio incontaminato che, però, fa da cappa stagnante a quanto sulla terra accade. L’accecante luce di un “ardente divampamento” sembra quasi il riflesso di un rogo disumano che ha la sembianza indistinta di una forma ectoplasmatica dotata di luce propria, impossibile da concepire che marca il luogo della disfatta e della viltà umana.
Le immagini costruite dal Marcuccio, la “putrida vena”, le “nuvole di fango”, gli “schizzi incandescenti”, l’ “ardente divampamento”, apparentemente stridenti perché costruite spesso su sistemi di sineddoche e sinestesie trasmettono con vividezza la scena di dolore e sono altresì capaci di far risaltare dimensioni sensoriali quali l’udito nel boato del fucile, la caduta, goffa, del corpo a terra e di far echeggiare quel silenzio massiccio e pungente che come un manto torna a coprire la scena dopo l’oltraggio al mondo della natura. La meticolosa resa visiva delle immagini tanto da poter parlare di un concretismo materico iperrealista, contribuisce nettamente alla trasposizione di un sentimento profondamente indignato e offeso verso lo scempio perpetuato. I tragici quadri paesaggistici ed emozionali si fanno così proclami di un’ingiustizia dolorosa dovuta alla messa al bando delle libertà fondamentali e al contempo costruiscono visivamente un manifesto convinto alla lotta non violenta e alla salvifica confessione nella Parola.
LORENZO SPURIO
Jesi, 10 agosto 2015
[1] Santiago Roncagliolo, El amante uruguayo. Una historia real, Alcalá Grupo Editorial, 2012.
[2] “Ammazzarono a Federico / quando la luce spuntava. Il plotone dei boia / non osò guardarlo in faccia […] / Cadde morto Federico / -sangue alla fronte e piombo negli intestini”.
[5] Miguel Caballero Pérez, Las trece últimas horas en la vida de Garcia Lorca: el informe que da respuesta a todas las incognitas sobre la muerte del poeta: ¿Quién ordenó su detención?, ¿Por qué le ejecutaron?, ¿Dónde está su cuerpo?, La Esfera de los libros, 2011.
[6] Emanuele Marcuccio, Per una strada, SBC, Ravenna, 2009, p. 75.
[7] Si legga ad esempio l’incipit del “Romance de la luna, luna”: “La luna vino a la fragua / con su polisón de nardos” (“La luna arrivò alla fucina / col suo paniere di nardi”).
[8] Anche se ci interessiamo alla sorte del poeta va osservato che venne fucilato assieme ad altre persone che vennero poi gettate in un’unica fossa.
[9] Emanuele Marcuccio, Per una strada, SBC, Ravenna, 2009, p. 74. Entrambe le poesie fanno parte di un ciclo di quattro che, scritte tra il 1997 e il 2000, Marcuccio ha dedicato al grande poeta spagnolo, con l’intento di rivisitarne lo stile. L’intero ciclo è edito in Per una strada e nel marzo 2013 è stato da me tradotto in lingua spagnola.
Questo saggio è stato pubblicato sulla rivista «Quaderni di Arenaria – Nuova Serie», Palermo, vol. VIII, 2015, pp. 20-27, link: www.quadernidiarenaria.it/volumi/quadernidiarenaria-volume8.pdf, Sito consultato il 05/05/2021 (Si ringrazia il prof. Lucio Zinna per la pubblicazione sulla rivista) ed è stato riproposto sul profilo personale Academia.edu dell’autore.
La pubblicazione del presente saggio, in formato integrale e/o di stralci, su qualsiasi tipo di supporto, non è consentita senza l’autorizzazione da parte dell’Autore.
Alcuni mesi fa il poeta e scrittore lombardo Maurizio Noris mi ha gioiosamente coinvolto nel lavoro della pubblicazione del suo libro contenente una scelta di opere poetiche di Federico García Lorca tradotte da Noris nel suo dialetto bergamasco della media Valle Seriana, per la stesura di un commento critico sull’opera (intitolato “Comincia il pianto della chitarra!”).
Il libro, dal titolo Santì d’Andalöséa. Omaggio a Federico Garcia Lorca – edito da Tera Mata Edizioni (Bergamo) – si apre con il testo della mia presentazione (che viene proposto, a continuazione, sulle pagine di questo sito) e contiene opere di Sara Oberhauser. Traduzione e voce a cura di Maurizio Noris.
Le letture sono state trasposte in registrazioni audio-video in cui è Lucìa Diaz alla voce, al canto e ai flauti. Il libro si chiude con una postfazione di Vincenzo Guercio.
BIOGRAFIA DELL’AUTORE
Maurizio Noris (Comenduno di Albino, BG, 1957). Scrive poesie in lingua prima del dialetto bergamasco della media Valle Seriana. Ha pubblicato Santì (2001, libro artigiano di poesie con l’artista grafico Ivano Castelli e presentazione di Ivo Lizzola), Dialèt De Nòcc D’amùr (2008, vincitore del prestigioso Premio “Città di Ischitella”), Us de ruch (2009, plaquette con introduzione di Alberto Belotti), Us de ruch (2010, con introduzione di Franco), Àngei? e Zögadùr (2012, con la presentazione di Piero Marelli e Silvio Bordoni), In del nòm del pàder (2014, con postfazione di Giulio Fèro), Resistènse (2016, introduzione di Franca Grisoni), A cüre socane (2022, installazione organico-poetica con un catalogo di 20 poesie inedite presentato da Gabrio Vitali), Santìd’Andalöséa. Omaggio a Federico García Lorca (2023, presentazione di Lorenzo Spurio, con opere di Sara Oberhauser, traduzione e voce a cura di Maurizio Noris, registrazioni audio-video di Lucìa Diaz alla voce, al canto e ai flauti, postfazione di Vincenzo Guercio). Ha curato Guardando per terra, voci della poesia contemporanea in dialetto (2011, co-curatore Piero Marelli). È presente con suoi testi in L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto (2014), in Dialetto lingua della poesia (2016) a cura di Ombretta Ciurnelli e in diverse antologie e riviste. Per tutto il 2019 ha curato la rubrica settimanale SÖ L’ÖS del -santalessandro.org- settimanale della Diocesi di Bergamo, con la presentazione anche sonora e commento delle sue poesie.
PRESENTAZIONE AL LIBRO
“Comincia il pianto della chitarra!”
Di LORENZO SPURIO
Molti dei letterati della nostra età, oltre a perseguire con necessità primaria la propria vocazione di autori che li vede poeti o scrittori che sia, non hanno mancato d’interfacciarsi con il non complicato mondo della traduzione. Il fenomeno di comprensione di una lingua d’altri, d’interpretazione e di lettura profonda (e d’immedesimazione, spesso) per poter generare la medesima opera con un vestito leggermente diverso (mai diremmo se migliore o peggiore del suo originale) coinvolge in maniera correlata e intensa una serie di meccanismi mnemonici-sensoriali, evocativi e reminiscenziali ma anche psicologici, più profondamente intimi e innati nel singolo.
La grandezza di un autore non è data né dal numero di copie dei suoi libri che vende nel corso del tempo né dal numero di lingue (diremmo meglio gli idiomi, a voler intendere anche parlate più ridotte o che non hanno, a differenza di quanto avviene con la lingua, un più diretto richiamo o correlazione a un determinato stato nazionale) in cui la sua opera viene versata. Sta, al contrario, nella capacità delle genti, di età, luoghi e da identikit sociali differenti, a riuscire a farsi ascoltare. A trasmettere una percezione unica e indescrivibile. Un gigante della letteratura internazionale come Federico García Lorca nel corso delle decadi che si sono succedute dalla sua prematura morte ha avuto (e contribuito ad alimentare) un lascito umano di lettori, critici, studiosi e affezionati, di anime in sintonia col suo dire, di persone più o meno altolocate, cattedratici e popolani, ingente, in logaritmica e irrefrenabile ascesa.
I componimenti che Maurizio Noris ha scelto dell’ampia produzione lirica del celebre “poeta con il fuoco nelle mani”, rimontano a quell’esigenza di calarsi in una natura primigenia e inalterata dall’introduzione del dato antropico. In appena una ventina di testi scorre davanti agli occhi del lettore una sorta di sintesi perfetta dei temi, delle immagini care, dei colori, dei rimandi e degli echi che hanno contraddistinto la poesia del Granadino rendendolo universalmente celebre e ineguagliabile. Una leggenda, per alcuni, un martire per altri. Sicuramente una presenza inesauribile e imprescindibile per tutti.
Le vicende che nel tempo hanno visto il prediligere di alcune traduzioni di Lorca nel nostro italiano piuttosto che altre (ricordiamo qui, per mero inciso, che non solo i tanto “celebrati” Bo, Bodini, Rendina e Macrì tradussero Lorca in italiano come spesso, facilisticamente, vien dato da intendere) sono tortuose e rimangono per lo più difficili da tracciare (ammesso che in esse si possa riscontrare un vero interesse di fondo) dettate spesso anche da logiche di mera diffusione editoriale o, al contrario, di veti espressi (o malcelati) all’interno di congreghe accademiche. Sta di fatto che, nel nostro Paese, Lorca ha visto non solo tante traduzioni (più o meno ricordate, più o meno affidabili) nella nostra lingua, ma anche in alcuni dialetti. Penso al torinese nel quale lo versò Luigi Armando Olivero, al friulano di Pier Paolo Pasolini, al siciliano di Salvatore Camilleri, al romagnolo di Tolmino Baldassari, solo per citare alcuni nomi ma la lista potrebbe essere infinita e sempre – purtroppo – clamorosamente incompleta a causa della difficoltà di una ricerca che, pur mirata, spesso non riesce a fornire apprezzabili risultati (ricordiamo che molti tentativi di traduzione non vennero alla luce, altri solo in ciclostile, la gran parte di essi non pubblicati con un editore, né registrati in biblioteche nazionali).
L’operazione di Noris – poeta sopraffino e amante del suo dialetto nativo, il bergamasco della Val Seriana – s’inserisce, dunque, in una tradizione (non sempre scritta) che sappiamo essere fluentissima (per nulla studiata, purtroppo) che nasce da quella volontà intima di far parlare l’opera di un Grande come l’autore di Nozze di sangue con l’autenticità della propria lingua personale, del proprio dettato ancestrale e familiare.
Riconducendo il discorso alla scelta delle liriche effettuata da Noris, ritroviamo nel volume poesie selezionate dalle Canciones, opera della fase giovanile, dall’arcinoto Poema del cante jondo, sino ad arrivare all’ampio campionario dei Poemas Sueltos e alle raffinatissime composizioni delle casidas che, insieme alle gacelas, fanno parte del Diván del Tamarit, opera la cui prima pubblicazione avvenne nel 1940 ovvero quattro anni dopo l’assassinio dell’Autore come pure Poeta en Nueva York, l’opera surrealista del Nostro che Noris ha deciso di non compendiare (crediamo per la forte lontananza alla poesia della Spagna arcadica e neo-popolare del primo Lorca). La scelta di testi ci fa immergere completamente nella Spagna autentica e rurale di Lorca, quella della campagna arsa dal sole e sollevata spesso da qualche vento inaspettato, quella delle case di calce bianca dei pueblos, gli antichi (e conservatissimi) agglomerati cittadini che si snodano in vicoli e vicoletti, piazzette e stradine ancor più piccole.
La tradizione andalusa è percorsa in lungo e in largo da Noris per mezzo di liriche che ben risaltano le peculiarità del tessuto abitativo e sociale di quella regione con particolare attenzione a quel mondo ritmico-sonoro così importante (il flamenco, il lamento della pena negra, le danze dei tablaos, il clarinonelle corride, etc.) richiamato anche nelle saetas della Semana Santa con la processione del Cristo, il zorongo, che assieme al jaleo è uno dei più celebri canti e balli della tradizione andalusa riconducibili alla grande famiglia della flamenqueria, finanche la nenia giocosa e fiabesca delle ninnenanne (famosa la sua conferenza sulle ninnenanne, Las nanas infantiles, tradotta anche dal veronese Arnaldo Ederle).
L’universo simbolico-oggettuale di Lorca (non solo poeta ma anche drammaturgo) diluito nei versi qui raccolti ben si condensa nel corso della lettura: il predominio della luna a volte imperscrutata altre volte che ammicca in senso fatalistico (sempre, comunque, collegata a un’idea di morte o di un nefasto presentimento) si lega alle immagini dello specchio (ricerca d’espressione e al contempo caducità dell’immagine) e a quelle degli arnesi del mondo contadino (il pugnale, la falce) che se hanno un uso pratico nel proprio lavoro a volte vengono impiegati, in un clima d’odio e vendetta, anche come minaccia o per dar la morte (ricordiamo la struggente e drammatica “Reyerta” tradotta da Rendina e Clementelli con “Zuffa”). Ci sono bambini, si odono lamenti, invocazioni alla luna, cavalli e farfalle, l’osservazione attenta e panica dello scorrere delle acque, lo sfolgorio dei colori e la densità dell’argento. Su ogni poesia, data la ricchezza contenutistica e gli squarci di alta intensità lirica (nei testi selezionati l’Autore ha preferito non inserire poesie che, più direttamente, potessero essere analizzate in relazione alla loro tensione etico-civile, pure presente in buona produzione del Nostro), l’inspiegabile suggestione trasmessa, la capacità pareidolitica e la potenza empatica sul lettore, si potrebbero dire molte cose, riflettere, ampliare, senza riuscire mai a compendiare in forma totale quella massa sconfinata d’energia e magma interiore.
Maurizio Noris in quest’opera avvolgente, frutto di un lavoro condiviso con altri autori e artisti (in quel sodalizio ampio che tanto amava Federico e lo portava a collaborare con molte persone, si ricordi la gloriosa esperienza corale de “La Barraca”), fonde due circostanze importanti della sua realtà presente – non tangenziali né improvvise – ovvero l’amore per l’universo lorchiano, che ne fa di lui interprete, seguitore e convinto confidente, e quello per il dialetto personale, radicato nella provincia lombarda. Distanze, quelle tra la Val Seriana e l’Andalusia, che ci appaiono di colpo annullate o mai esistite. Nel flusso inalterabile di un fuoco creativo ed energico che arde imperituro e s’espande, inondando mente e cuore al di là di categorie umane.
LORENZO SPURIO
Jesi, 13/01/2023
La pubblicazione del presente testo, in formato integrale o di stralci, su qualsiasi tipo di supporto non è consentita senza l’autorizzazione da parte dell’Autore.
Il 22 agosto, ad Assisi, la Sala della Conciliazione del Palazzo dei Priori ha ospitato la presentazione di Il canto vuole essere luce, volume miscellaneo curato da Lorenzo Spurio e dedicato a Federico Garcia Lorca (Bertoni editore, 2021). Coordinato dallo stesso Spurio, il quale ha tenuto una breve conferenza sul soggiorno del poeta a New York, l’incontro è stato introdotto dal saluto dell’editore Jean Luc Bertoni, accompagnato dalla chitarra del M° Massimo Agostinelli su partiture lorchiane, arricchito dal reading di Annalena Cimino, infine corredato dagli interventi critici di Lucia Bonanni e della sottoscritta. La mia relazione, trascritta qui di seguito, è stata dedicata a un aspetto particolare della poetica dell’autore andaluso. (ci.ba.)
Uno scatto della conferenza tenutasi ad Assisi (PG) il 22/08/2021. Da sinistra: Lorenzo Spurio, Cinzia Baldazzi e Claudio Camerini
* * *
Anche nel campo della critica vige la consuetudine di lasciare nel lavoro compiuto un’impronta veritiera dei dati sensibili o razionali coltivati sulle tracce autobiografiche del critico stesso, o di quanto sia accaduto o sperimentato dalle persone incontrate.
Perciò questi brevi appunti su Lorca prendono avvìo con il pensiero rivolto al lontano 1967, quando, appena dodicenne, nel secondo anno delle medie inferiori, la professoressa di lettere Anna Maria Perrone Pecchia scoprì per noi l’incanto e la magia dei versi del poeta con il celebre esordio di Los alamos de plata:
I gattici d’argento si piegano sull’acqua:
tutto essi sanno, giammai parleranno.
Il giglio della fonte non urla la sua tristezza.
Tutto è più degno che l’umanità!
All’epoca, il lettore italiano disponeva di poche versioni dal castigliano: a parte qualche tentativo sporadico prima della guerra, si dovrà aspettare il ’52 per le traduzioni del teatro a cura di Vittorio Bodini. Poi, a metà degli anni ’70, a breve distanza, ecco il volume di Carlo Bo con le poesie e quello di Claudio Rendina con gli inediti.
La mia insegnante traduceva in proprio: “los alamos”, ovvero i “pioppi”, diventavano i “gattici”, e il “nunca” venne reso con “giammai”. Più tardi ho creduto di aver compreso la ragione dell’uso di tale termine lessicale, segno denotativo del pioppo bianco, i cui fiori alle estremità dei rami hanno riflessi argentei. Nella raccolta Myricae, pubblicata agli inizi del Novecento, Giovanni Pascoli apre così un famoso componimento:
E vi rivedo, o gattici d’argento,
brulli in questa giornata sementina.
Ho voluto rendere omaggio alla mia insegnante, con la quale sono tuttora in contatto. A lei, all’epoca giovanissima, debbo la prima conoscenza del poeta spagnolo in un periodo della scuola italiana in cui, per le caratteristiche personali e politiche del “personaggio” Lorca, difficilmente se ne parlava ad alunni di dodici anni. Sempre con lei leggemmo alcuni brani della morte di Ignacio.
Perché condivido l’episodio? Poiché la natura antropomorfa risulta centrale nella poësis di Lorca. Gli alberi potrebbero parlare, ma non lo fanno, quasi fossero anziani saggi persuasi di quanto sia inutile comunicare realtà tanto essenziali da non implicare una banalizzazione comunicativa. Da parte sua il giglio – simbolo della forza dell’innocenza – sceglie di tacere, di non violare l’universo urlando ansia, paura, dolore.
Ecco, io credo che l’ars poetica del grande andaluso si possa interpretare, comprendere anche senza aver prima amato e conosciuto la poesia in generale. Però non si può fare a meno di prediligere, di conoscere l’onnipresente Natura, la Φύσις dei nostri fratelli greci: i versi non trasmetterebbero forza, struggimento, impeto, se non presupponessimo un legame saldo e inscindibile dell’autore con il mondo inteso come ordine strutturale, finalistico delle cose.
La Natura sovrana, sia pure sofferente, occupa il terreno utopico preminente del repertorio di Lorca: qui entrano, a pieno diritto, le figure maggiori della produzione teatrale, le protagoniste e i protagonisti di Yerma, La casa di Bernarda Alba, Nozze di sangue.
Il teatro di Lorca è un’immensa area di significati dominata dalla Natura Madre, dal corso degli eventi, dove si celebra – e qui utilizziamo le parole di Lorenzo Spurio – «la frustrazione, la solitudine, l’onore e il sentimento tragico della vita». Lo studioso canadese Northrop Frye scriveva: «Noi pensiamo alla natura come qualcosa di femminile e, in effetti, essa lo è. La natura, in termini più semplici, è Madre Natura».
Un nuovo salto nel passato. Nel 1982, nel pieno dell’attività di cronista teatrale su un quotidiano romano, seguivo soprattutto gli artisti impegnati nell’avanguardia e nell’area sperimentale. Ogni tanto, però, ero incaricata di recensire i teatri stabili. Al Quirino ebbi la fortuna, nonché l’onore, di assistere alla messa in scena de La casa di Bernarda Alba con la grandissima Lilla Brignone, diretta da Giancarlo Sepe.
Quella sera, dinanzi alla tragedia delle donne vestite di nero, riuscìi a capire come a Lorca io fossi legata dal complesso totale dell’amore. Ma non quello vicino allo stupore di un sogno a occhi aperti. L’arte lorchiana mi rendeva felice, consentendo di intervenire nell’angoscia tipica di solitudini, nel tormento di passioni disgregate, tradite, ripudiate.
Era nata così, nell’indole di ragazza, la figura di un “poeta come eroe”, paladino di itinerari di lotta nemica acerrima del male, non in chiave astratta, generica, cioè impersonale: piuttosto, coglievo affascinata l’esito di una personalità pragmatica, fattuale, convincente. García Lorca si rivolge sempre agli interlocutori credendo in tutti noi, uomini, donne, bambini, giovani, anziani, nella scelta di accompagnarli con commovente riserbo e non “trascinarli” in una cerchia intimissima di reazione alle vicende dell’esistenza.
Se molti di noi, dunque, accusano un’umiliante sensazione di impotenza nell’operare su questa terra, altrettanti reputano la ποίησις un’occasione di intervento di ripiego, da gestirsi poiché è l’unica disponibile: essa, del resto si rivelò terribilmente impotente a salvare il poeta dalla morte.
Eppure, ascoltate Yerma, nella tragedia omonima, ammonire il marito Juan:
No, non venirmi a ripetere ciò che dice la gente. Io vedo con i miei occhi che non può essere… Tanto cade la pioggia sulle pietre che le fa ammorbidire e vi fa nascere la ruchetta, che la gente dice che non serve a niente. “La ruchetta non serve a niente”, ma intanto io la vedo agitare nell’aria i suoi fiori gialli.
Nell’immaginario di Federico, la ruchetta costituisce una metafora della poesia: non serve a niente, predilige le circostanze difficili, le idee più improbabili, però rimane lì ad agitare nell’aria i suoi versi.
Uno scatto fatto a Madrid nel giugno 1934 che ritrae Federico Garcia Lorca (primo a sinistra) insieme all’attrice Lola Membrives, che portò sulla scena in Sud America i maggiori successi teatrali dell’autore, e il drammaturgo Eduardo Marquina del quale Lorca si auto-dichiarò il “figlio putativo”
Yerma coincide con l’esempio di testo teatrale lorchiano da me preferito. Ricordate? Lei non riesce a concepire, il marito Juan, da parte sua, non vuole avere figli.
Il dramma ha origine nel vigoroso ambito interiore di un autore omosessuale, dunque lontano dal poter vivere uno stato di gestazione e filiazione naturale del microcosmo della sfera paterna: ebbene, pur non condividendone l’esperienza reale, Federico riesce a colmare le pagine con l’altissimo appello alla ποιητική τέχνη del fenomeno opposto: la sterilità. Il poeta di Fuente Vaqueros personifica con il suo contrario una fecondità partecipata in un delicato spazio da “spettatore”: coinvolto, addolorato nell’animo, non avendo però mai potuto abbracciare un bambino concepito come sangue del suo sangue.
Sono sempre stata accompagnata da un interrogativo: quale tecnica semantica, quale ispirazione artistica può essere all’altezza di rendere uno scrittore capace di incarnare eventi sconosciuti al suo divenire quotidiano? Come può Lorca parlare così crudamente, con precisione, dell’essere padre, dell’essere madre?
La domanda diventa però un’altra. Perché mai i poeti dovrebbero mentire? Cioè affermare di percepire ciò che non sentono, di amare contesti a loro indifferenti?
Mentre a dodici anni leggevo Lorca, più o meno a quell’età, insieme all’amica Dina Tron, scoprivo i primi dischi di Bob Dylan distribuiti in Italia. Da allora, Dylan non l’ho abbandonato e, modestamente, nel tempo sono divenuta una dylanologa doc. Ora, Dylan – soprattutto da giovane – ha scritto e interpretato numerose canzoni tristi, lamentose, di amori impossibili, di solitudini, di vite sprecate. Nel passato ho tentato di identificare l’aura che gli permetteva di rappresentare così efficacemente le vette dello sconforto e gli abissi del dolore, avendo lui condotto, invece – e per sua fortuna – una vita di tutt’altro genere.
È questo lo scatto semantico-semiotico tipico delle menti eccelse: Lorca, come Dylan, è riuscito a superare, nell’utopica concretezza, il valore del messaggio rispetto al manifestarsi nel reale, perché lo ha avvertito reale, anzi realissimo, nonostante non rispondesse alla legge ferrea, quotidiana, della verosimiglianza.
Così, per il poeta andaluso, la donna appare figura dalla struttura sociale-ideologica composita e variegata, coincidente con un modello di rivolta a soprusi, male, bassi impeti malvagi, ipocrisia, limitatezza nella ragione, tendenze immorali.
Ho iniziato con un breve accenno all’elemento dell’acqua su cui si piegano i gattici dello splendido componimento. Allo stesso modo vorrei concluderlo.
Il mio viaggio lorchiano, l’ho accennato, ha preso il via, da giovanissima, nella sfera volitiva di un Io Conscio sollecitato dalla tensione alla maternità: nell’adolescenza, l’Inconscio registra in atto una sorta di preparazione ad essa, con ansie, desideri, timore di esserne o meno all’altezza, chissà, non volerla affatto.
In una scena di Yerma, la protagonista chiede a una vecchia come si possa combattere la sterilità. L’anziana contadina risponde:
Io? Io non so niente!
Io mi son messa a pancia all’aria e ho cominciato a cantare.
I figli arrivano come l’acqua.
A scuola, in classe, leggemmo uno stralcio del Pianto per Ignacio Sánchez Mejías, in particolare le righe conclusive del Corpo presente:
Non voglio che gli copran la faccia con fazzoletti
perché s’abitui alla morte che porta.
Va’, Ignacio. Non sentire il caldo bramito.
Dormi, vola, riposa. Muore anche il mare!
Due immagini che non dimenticherò mai: l’acqua trasporta i figli, il mare smette di esistere.
Da ragazza ingenua, non sapevo spiegare come mai, di fronte all’illimitato dolore di Federico per la fine dell’amato amico Ignacio, ne sortisse, affascinante e impagabile, l’input di connetterlo a concreti, coinvolgenti flash di maternità realizzata e non: dall’immagine funerea delle “madri terribili” associate allo scontro con il toro, alla figura pallida e lunare della bimba dolente, al bambino che porta il lenzuolo bianco, fino ai versi finali allusivi della improbabile nuova nascita di un uomo come Ignacio.
Adesso, invece, lo comprendo, con l’aiuto dell’anziana amica di Yerma: per esprimere l’immensità della sofferenza provata per la scomparsa dell’innamorato, il poeta ha giudicato fosse indispensabile avvicinarlo alla visceralità, al quid esclusivo del liquido primordiale, del vincolo, del contatto definitivo mamma-figlio, vissuto in absentia, misurandone la mancanza.
Il nostro poeta non accetta di vedere il torero senza vita, addirittura non vuole gli coprano il volto con delle bende perché si abitui al buio assoluto. Infatti, è come se Ignacio volasse oltre la prevaricazione della τύχη, della cattiva sorte, mentre l’autore auspica, anzi stabilisce, che muoia, all’istante, persino il mare. A noi madri, se perdessimo un figlio, la croce, lo sgomento apparirebbero tanto smisurati da essere in grado di stravolgere non la morte – sarebbe poco – ma il θάνατος e insieme il principio medesimo di esistere-sopravvivere nell’elemento simbolico delle distese d’acqua fluviali, oceaniche, la cui presenza rigeneratrice si annullerebbe.
Magari è accaduto a ognuno di voi di conoscere persone colpite da enormi tragedie: può succedere diventino meno sensibili alle pene, ai lutti altrui, poiché inconsciamente, avendo subito il male estremo, per loro è comprensibile che esso abbia annientato ovunque ogni bene. Dunque, anche per gli altri.
Ma, in conclusione, cosa dire? Lontana da noi l’idea di smentire, ma anche solo di correggere, il pensiero di Federico. Nonostante tutto, speriamo che i fiumi continuino a scorrere impetuosi, in eterno si susseguano le onde di mari e oceani, per poter continuare a vivere e a leggerlo.
Cinzia Baldazzi
Roma, 22 agosto 2021
Il presente testo viene pubblicato su questo sito dietro autorizzazione espressa da parte dell’Autrice la quale nulla avrà a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. La riproduzione del presente testo, in forma di stralci o integrale e su qualsiasi supporto, non è consentita senza l’autorizzazione dell’autrice.
Si pubblica a continuazione la lista delle opere selezionate dalla Redazione per la pubblicazione del nr. 02/2024 della rivista “Nuova Euterpe” il cui tema previsto era “Poesia e spiritualità”.
La Redazione che ha letto, valutato e selezionato le opere giunte, è composta da (in ordine alfabetico): Luigi Pio Carmina, Antonio Corona, Valtero Curzi, Lucia Cristina Lania, Francesca Luzzio,Emanuele Marcuccio, Francesco Martillotto, Lorenzo Spurio, Laura Vargiu e Michela Zanarella.
“(esercizi di mindufulness)” – Di ALESSANDRA CARNOVALE
“[Smontare le emozioni]” – Di CLARA DANUBIO
“01.08.2023” – Di ROSA MARIA CHIARELLO
“Abbraccio d’infinito” – Di GABRIELLA PACI
“Adagio BWV 974” – Di ALESSANDRO MONTICELLI
“Alba struggente” – Di ANNELLA PRISCO
“Algamemoria” e “Il mosaico del nulla” – Di MARCO COLLETTI
“Attesa” – Di MADDALENA CORIGLIANO
“Attimo” – Di ANTONINO BLUNDA
“Canzone triste” – Di ANTONIO MANGIAMELI
“Cedere” – Di ANTONIO SPAGNUOLO
“Com’è difficile” – Di GIUSEPPE GAMBINI
“Con affetto, tua madre” – Di SIMONA GIORGI
“Cuore bianco” – Di SILVIA ROSA
“Dai capitoli del tempo” – Di PASQUALINO CINNIRELLA
“Di luce immensa” – Di ORNELLA SPAGNULO
“Distanze” – Di CAMILLA ZIGLIA
“Distici dell’inespresso” – Di ROSSANA JEMMA
“El viènto” – Di TESEO TESEI
“Esistono incontri” – Di IZABELLA TERESA KOSTKA
“Figli di Dedalo” – Di DORIS BELLOMUSTO
“fissavi quella scia” – Di CINZIA DEMI
“Fugace” – Di FEDERICO PREZIOSI
“Guardo” – Di EMANUELE MARCUCCIO
“Il cielo e lo spirituale dell’incarnato (ovvero l’azzurro e il rosa di Ettore Spalletti)” – Di RENZO FAVARON
“Il Fato” – Di DAVIDE MARCHESE
“Il fiume della vita” – Di FIORELLA FIORENZONI
“Il lungo viaggio” – Di ELEONORA BELLINI
“Il silenzio muove le foglie” – Di ROBERTO CASATI
“Io resto in ascolto di te” – Di TINA FERRERI TIBERIO
“Io sono essenza” – Di MARIA BENEDETTA CERRO
“L’arbìtrio” – Di FLAVIA TOMASSINI
“La danza” – Di IRENE SABETTA
“La fatica di nascere” – Di GIOVANNA FILECCIA
“La lettera mancante” – Di RITA GRECO
“La luna e il suo mistero” – Di LUCIA LO BIANCO
“La resistenza dell’amore” – Di RITA PACILIO
“Lacrime di pace” – Di AMEDEO DI SORA
“Le calde posture del sole” – Di DONATELLA NARDIN
“Liturgia del silenzio” – Di GABRIELE GRECO
“Mantra di Speranze” – Di NICOLE FIAMENI
“Misericordia” – Di EMANUELA MANNINO
“Nel vuoto [lì per sempre]” – Di RITA STANZIONE
“Nella nebbia” – Di MARIO DE ROSA
“Oggi il sole” – Di GABRIELLA MAGGIO
“Parole di resurrezione” – Di GIANNI ANTONIO PALUMBO
“per legge naturale lussureggiano gli ibridi” e “solstizio d’inverno 2023” – Di ANNAMARIA FERRAMOSCA
“Poesia e anima” – Di MARIA PELLINO
“Poesia” – Di LUCIO ZANIBONI
“preghiera a san michele” – Di ROSARIA DI DONATO
“Preghiera” – Di ANTONIETTA SIVIERO
“Preghiera” – Di MARINA MINET
“Quando sarai nel vuoto” – Di MARGHERITA PARRELLI
“Quasi apparenze” – Di RICCARDO CARLI BALLOLA
“Quiete di pane e famiglia” – Di CARLA MARIA CASULA
“Riflessioni” – Di GIAN LUCA GUILLAUME
“Ritornare in mente” – Di LUIGI PIO CARMINA
“Sacro vuoto” – Di TIZIANA COLUSSO
“Se fossimo vetro” – Di SIMONE PRINCIPE
“Sei il verme della tristezza” – Di EMILIO PAOLO TAORMINA
“Sensazioni celesti” – Di CLAUDIO MERINI
“Siamo anime” – Di ANGELA PATRONO
“Sole!” – Di GIOVANNI TERESI
“Solidarietà (Venezuela)” – Di GRAZIA FINOCCHIARO
“Sono andata al mio funerale” – Di SANDRA MANCA
“Spazio puro” – Di PAOLA PITTAVINO
“Tutto il resto è tempo (Seneca)” – Di GABRIELLA PISON
“Una coperta di cenere” – Di LUISA DI FRANCESCO
“Una preghiera al vento” – Di MICHELA ZANARELLA
“Vanishing Faces” – Di SILVIO RAFFO
“Versi” – Di LUCIA CRISTINA LANIA
Vengono, inoltre, pubblicate le poesie “I premiati”; “Il Giudizio finale”; “Le beatitudini” e “Gli esclusi” di GUIDO OLDANI a compendio dell’intervista rivolta al fondatore del Realismo Terminale da ANNACHIARA MARANGONI.
ARTICOLI
“Dall’oblio dell’essere al naufragio nell’essere” – A cura di GUGLIELMO PERALTA
“L’antica tradizione e l’origine del Presepe” – A cura di GIOVANNI TERESI
“Poesia e pace?” – A cura di ENRICA SANTONI
“Poesia e spiritualità, tra confronto e identità” – A cura di VALTERO CURZI
“Poesia e spiritualità” – A cura di TINA FERRERI TIBERIO
“Ritorno al vuoto” – A cura di GIOVANNA FILECCIA
SAGGI
“«In te mi riconforto». Appunti sulla spiritualità tassiana” – A cura di FRANCESCO MARTILLOTTO
“Al di là di un dispersivo incanto nella pluralità dei versi di Oronzo Liuzzi” – A cura di CARMEN DESTASIO
“Christine Lavant, stella abbandonata da Dio” – A cura di LORETTA FUSCO
“Dalla spiritualità della poesia alla sua inevitabile umanità. Dante, Beatrice e Francesca” – A cura di DILETTA FOLLACCHIO
“Eminescu” – A cura di DANTE MAFFIA
“L’itinerario spirituale di Vittoria Colonna” – A cura di GRAZIELLA ENNA
“La poesia amorosa di Borges” – A cura di DANTE MAFFIA
“La poesia realistico-simbolica di José Russotti” – A cura di GIUSEPPE RANDO
“La religiosità e spiritualità nelle opere delle poete lucane: da Isabella Morra ad Anna Santoliquido” – A cura di FRANCESCA AMENDOLA
“Novalis: tra filosofia, magia e spiritualità” – A cura di RICCARDO RENZI
“Poesia e spiritualità al femminile” – A cura di FRANCESCA LUZZIO
“Poesia e spiritualità: la ricerca interiore tra fede e laicità” – A cura di MARIA GRAZIA FERRARIS
“POEVITÀSIA. Manifesto della Filosofia dell’Umafeminità” – A cura di NADIA CAVALERA
“Tempo di realtà” – A cura di GIULIANO LADOLFI
“UT PICTURA POËSIS. La forma dello Spirito nell’opera di quattro celebri artisti-poeti” – A cura di WANDA PATTACINI
RECENSIONI
Dialoghi con la notte. Appunti su Lezione di meraviglia di Daniele Ricci – A cura di FRANCESCO FIORETTI
Figlie di Pocahontas, a cura di Cinzia Biagiotti e Laura Coltelli – A cura di MICHELE VESCHI
Geografie della sete: Getsemani di Luca Pizzolitto – A cura di ANNALISA CIAMPALINI
Le Poesie mistiche di Rumi – A cura di LAURA VARGIU
Meraviglie di Simone Magli – A cura di LORENZO SPURIO
Poesie novissime di Francisco Soriano – A cura di MARIA PINA CIANCIO
Prefazione a La carne y el espíritu di Alfredo Pérez Alencart – A cura di VITO DAVOLI
Recensione a Erotanasie, poema a due voci scritto da Giannino Balbis ed Emanuela Mannino – A cura di ORNELLA MALLO
Sacro minore di Franco Arminio – A cura di CRISTINA BIOLCATI
INTERVISTE
“Dare respiro al sacro”. Intervista al poeta Luigi Carotenuto – A cura di FRANCESCA DEL MORO
“La poesia tiene in vita il mondo”. Intervista a Mario Narducci – A cura di ANNA MANNA CLEMENTI
“La sacralità nella natura”. Intervista a Mirella Crapanzano – A cura di LUCIA CUPERTINO
Intervista a Silvio Aman – A cura di ADRIANA GLORIA MARIGO
Intervista al Maestro Guido Oldani, fondatore del Realismo Terminale – A cura di ANNACHIARA MARANGONI
Intervista alla scrittrice e antropologa Loretta Emiri – A cura di LORENZO SPURIO
In merito alla pubblicazione delle sopradette opere selezionate si ricorda (come da nostre norme editoriali) quanto segue:
La Redazione provvederà alla pubblicazione dei testi scelti – come da comunicato – in maniera non simultanea ma a scaglioni senza anticipare agli autori la data nella quale la propria opera verrà pubblicata. Ciò avverrà nel corso dei due mesi successivi. Le pubblicazioni avverranno con una modalità e tempistica atta a evitare affollamenti di pubblicazioni nella medesima giornata per meglio diluire i materiali, anche con la finalità di dare maggiore diffusione mediatica e risalto agli stessi;
L’avvenuta pubblicazione del proprio testo verrà notificata a mezzo mail. Nella comunicazione verrà inviato il link al quale accedere alla propria opera pubblicata.
Contestualmente il link che rimanda al contenuto della propria opera verrà pubblicato e rilanciato su tutti i canali social della Rivista (Facebook, Twitter, Instagram, Telegram). Consigliamo, pertanto, d’iscriversi alle varie piattaforme. I collegamenti si trovano in calce.
Si pubblica a continuazione la graduatoria finale della XII edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”, ideato, fondato e presieduto da Lorenzo Spurio e organizzato da Euterpe APS di Jesi (AN).
Il Premio è patrocinato dalla Regione Marche, dall’Assemblea Legislativa della Regione Marche, dalla Provincia di Ancona, dai Comuni di Ancona, Jesi e Senigallia e dall’Università degli Studi “Carlo Bo” di Urbino.
Hanno patrocinato e collaborato esternamente il Movimento Internazionale “Donne e Poesia” di Bari e il Centro Culturale “Vittoriano Esposito” di Avezzano (AQ).
Le Commissioni di Giuria, diversificate per le varie sezioni e presiedute da Michela Zanarella, erano composte da Stefano Baldinu, Fabia Binci, Lucia Cupertino, Valtero Curzi, Mario De Rosa, Graziella Enna, Zairo Ferrante, Rosa Elisa Giangoia, Fabio Grimaldi, Giuseppe Guidolin, Francesca Innocenzi, Antonio Maddamma, Simone Magli, Emanuele Marcuccio, Francesco Martillotto, Vincenzo Monfregola, Antonio Sacco, Rita Stanzione e Laura Vargiu.
Il Presidente del Premio non ha espresso valutazioni di merito e, assieme al Presidente di Giuria, ha redatto e firmato il presente verbale.
SEZIONE A – POESIA IN ITALIANO
Premi da podio
1° Premio – “Non parlate al conducente” di MARCO PEZZINI di San Giuliano Milanese (MI)
2° Premio – “Gaza: Preghiera per il Natale 2023” di VALERIO DI PAOLO di Scafa (PE)
3° Premio – “L’erba calpestata” di TIZIANA MONARI di Prato
Premi speciali
Premio Speciale del Presidente di Giuria – “Fosse anche” di RITA MINNITI di Cava de’ Tirreni (SA)
Premio Speciale “Donne e Poesia” (donato dal Movimento Internazionale “Donne e Poesia” di Bari) – “Il mio sentire” di GRAZIELLA DI BELLA di Riposto (CT)
Premio Speciale “Vittoriano Esposito” (donato dal Centro Culturale “Vittoriano Esposito” di Avezzano) – “Io ci sarò quando…” di EMILIO DE ROMA di Pietradefusi (AV)
Menzioni d’onore
“Chissà se non sarà l’addio” di EMANUELA DALLA LIBERA di Suvereto (LU)
“Equilibristi” di ELISA NANINI di Modena
“I luoghi dell’anima” di FRANCO CASADEI di Cesena (FC)
“Il pianto sommesso del sicomoro” di ANNALENA CIMINO di Anacapri (NA)
“Memorie di sandalo e cedro” di LORETTA STEFONI di Civitanova Marche (MC)
“Poesie taciute” di RITA BONETTI di San Lazzaro di Savena (BO)
*
SEZIONE B – POESIA IN DIALETTO
Premi da podio
1° Premio – “Onne e penzieri” di CLAUDIA PALOMBI di Montegrotto Terme (PD)
2° Premio – “Anima me” di MARINO BELTRAME di Savona
3° Premio – “Na fiucada” di LIDIA BASAGLIA di Poggio Rusco (MN)
Premi speciali
Premio Speciale “Picus Poeticum” (assegnato alla migliore opera di un autore marchigiano) – “Qui” di ANGELA CATOLFI di Treia (MC)
Menzioni d’onore
“ ‘Dda seggia” di SALVATORE GAZZARA di Messina
“Col basin a mi mare” di LORENZO LUIGI VAIRA di Sommariva del Bosco (CN)
“Mèravilios i è ii èrbui” di IDINUCCIA SIMONCELLI di Poggio Rusco (MN)
“Trenta baiocchi” di DANIELA MORESCHINI di Roma
“Vestìt de gnènt” di WALTER TREBBI di Fano (PU)
*
SEZIONE C – POESIA RELIGIOSA
Premi da podio
1° Premio – “La mia vita non aveva colori” di LUCIA LO BIANCO di Palermo
2° Premio – “Dubbio” di ANTONIO AFFINITO di Ferentino (FR)
3° Premio – “A Padre David Maria Turoldo” di MARIA COLOMBO di Bovisio Masciago (MB)
Premi speciali
Premio Speciale della Critica – “I confini dell’anima” di MARGHERITA FLORE SATTA di Firenze
Menzioni d’onore
“Canto di Gioacchino a una gazza ladra” di ALESSANDRO PUGNO di Rosignano Monferrato (AL)
“La sala di attesa” di ALDO TEI di Roma
“Lo sconfinare imperterrito dei giorni” di ANTONELLA MONTALBANO di Sciacca (AG)
“Lourdes” di RENATO FEDI di Roma
“Maddalena” di LUISA FERRETTI di Ancona
“Penombra” di CARLA BARIFFI di Bellano (LC)
*
SEZIONE D – POESIA D’AMORE
Premi da podio
1° Premio – “L’ultimo miglio” di ELISABETTA LIBERATORE di Pratola Peligna (AQ)
2° Premio – “Qualcosa di noi” di MARIAPIA RENZI di Sassocorvaro (PU)
3° Premio – “10 Luglio 1981” di ARNALDO BALATRONI di Iseo (BS)
Premi speciali
Premio Speciale “Trofeo Euterpe” – “Quando è inverno” di DOLORES CARNEMOLLA di Forlì (FC)
Menzioni d’onore
“Fili d’erba” di NADIA BUONOMO di Ferrara
“Il fremere del mio cuore” di LUISA DI FRANCESCO di Taranto
“La mondina Clara” di NAZZARENO BARTOLOZZI di Matelica (MC)
“Un sentimento eterno” di PASQUALE D’AMORE di Fonte Nuova (RM)
“Verrà un giorno” di FANNÌ CASALI di Arenzano (GE)
*
SEZIONE E – LIBRO EDITO DI POESIA
Premi da podio
1° Premio – D’argilla e neve (Ladolfi, Borgomanero, 2023) di MARIA PINA CIANCIO di Ariccia (RM)
2° Premio – Smentire il bianco (Arcipelago Itaca, Osimo, 2023) di SILVIA PATRIZIO di Fornovo di Taro (PR)
3° Premio – La teoria del transatlantico (Ediz. Cofine, Roma, 2022) di CARLO TOSETTI di Sirtori (RC)
Premi speciali
Premio Speciale “Le Ragunanze” – Urano (I quaderni del Bardo, Sannicola, 2023) di LAURA COSTANTINI di San Benedetto del Tronto (AP)
Premio Speciale del Presidente del Premio – La religione della bellezza (peQuod, Ancona, 2023) di ILARIA GIOVINAZZO di Monterotondo (RM)
Menzioni d’onore
Anima mundi (puntoacapo, Pasturana, 2022) di VINCENZO DI GIULIO di Roma
Bruciaglie (peQuod, Ancona, 2022) di GABRIELE GRECO di Örnsköldsvik (Svezia)
Il quinto tempo (Samuele, Fanna, 2023) di PAOLO PARRINI di Castelfiorentino (FI)
Lezione di meraviglia (peQuod, Ancona, 2022) di DANIELE RICCI di Fano (PU)
Pingulauenca ki jo nie bluo / L’altalena che non c’era (Editoriale Stampa Triestina, Trieste, 2022) di ANDREINA TRUSGNACH CEKOVA di San Leonardo (UD)
*
SEZIONE F – HAIKU
Premi da podio
1° Premio – “rosa d’inverno- / di nuovo i miei capelli / intorno al viso” di CARMELA MARINO di Roma
2° Premio – “Accoglie il mare / in gusci di conchiglie / voci innocenti” di MARINA FILIPUTTI di Thiene (VI)
3° Premio – “pino caduto / sopra il lago ghiacciato- / la luna a pezzi” di DAVIDE BAZZACCO di Pieve di Soligo (TV)
Menzioni d’onore
“splendono stelle – / un volo di farfalle / oltre la brina” di CATERINA LEVATO di Adelfia (BA)
“fra crisantemi / i cipressi indicano / le anime in cielo” di ALBERTO BARONI di Viadana (MT)
“la prima neve – / sulla rotta balcanica / orme di bimbi” di GLAUCO SABA di Pescantina (VR)
“La vecchia gatta / e il suo incedere lento – / fine d’estate” di MARCO FORNARI di Monza (MB)
“S’inoltra il buio / tra le finestre aperte / Un lieve brivido” di MARIA FERNANDA DETTI di Arenzano (GE)
*
SEZIONE G – VIDEO POESIA
Premi da podio
1° Premio – “Di quel fiume di tramonto” di ALESSANDRO IZZI di Gaeta (LT)
2° Premio – “Alla mia maniera” di LUISA TRIMARCHI di Cremona
3° Premio – “Vorrei” di MARIA TERESA ZANCA di Genova
Menzioni d’onore
“Il taglio” di GUIDO TRACANNA di Roma
*
SEZIONE H – SAGGIO CRITICO-LETTERARIO
Premi da podio
1° Premio – “A Silvia. Il pensiero fonico della simbologia poetica” di GABRIELLA CINTI di Jesi (AN)
2° Premio – “Conoscere la poetica di Maria Luisa Spaziani” di SALVATORE LA MOGLIE di Amendolara (CS)
3° Premio – “La similitudine del fiore dai poeti antichi greci e latini ai moderni” di ANNA MARIA LONGO di Alessandria
PREMI SPECIALI (FUORI CONCORSO)
La Presidenza del Premio ha deciso di conferire – fuori concorso – i seguenti riconoscimenti:
PREMIO SPECIALE “ALLA CARRIERA”
al poeta ELIO PECORA (n. Sant’Arsenio, SA, 1936, vive a Roma)
PREMIO SPECIALE “ALLA CULTURA”
al poeta ELVIO GRILLI (n. Acqualagna, PU, 1951, vive a Fano, PU)
PREMIO SPECIALE “ALLA MEMORIA”
al commediografo, regista e studioso del vernacolo anconitano ALFREDO BARTOLOMEI CARTOCCI (n. Recanati, MC, 1945 – m. Ancona, 2022)
CONSISTENZA DEI PREMI
Come da bando, si rammenta che i premi consisteranno in:
1°, 2°, 3° Premio e Premi Speciali: targa, diploma e motivazione della giuria;
Menzione d’Onore: targa/trofeo e diploma;
Premio Speciale (Fuori Concorso) “Alla Carriera”: targa placcata in oro 24 kt, diploma, motivazione della giuria. L’accoglienza, inoltre, prevede la copertura dei costi per la cena conviviale, il pernottamento della sera della premiazione e la colazione per il giorno successivo per il premiato e un accompagnatore.
Premi Speciali (Fuori Concorso) “Alla Cultura” e “Alla Memoria”: targa, diploma e motivazione della giuria.
Tutti i premiati riceveranno, a titolo gratuito, una copia dell’antologia contenente tutte le opere premiate.
CERIMONIA DI PREMIAZIONE
La cerimonia di premiazione si terrà a Jesi (AN) nella Sala Maggiore del Palazzo dei Convegni (Corso Matteotti) il giorno 22 Giugno 2024.
I premiati sono tenuti a presenziare alla cerimonia per ritirare il premio; qualora non possano intervenire hanno facoltà d’inviare un delegato. In questo caso, la delega va annunciata a mezzo mail, all’attenzione del Presidente del Premio (premiodipoesialarteinversi@gmail.com) almeno 7 giorni prima dalla cerimonia di premiazione.
Non sarà possibile delegare membri della Giuria e familiari diretti degli stessi. Un delegato non potrà avere più di due deleghe da altrettanti autori premiati assenti. Non verranno considerate le deleghe annunciate in via informale a mezzo messaggistica privata di Social Networks né per via telefonica.
I premi non ritirati personalmente né per delega potranno essere spediti a domicilio unicamente mediante Corriere TNT a un indirizzo sul solo territorio nazionale, previo pagamento delle relative spese di spedizione a carico dell’interessato. Non si spedirà in contrassegno.
ANTOLOGIA
Tutte le opere risultate premiate a vario titolo verranno pubblicate nell’antologia del Premio, disponibile gratuitamente il giorno della premiazione, volume senza codice ISBN e non in commercio. Detto libro verrà donato a ciascun premiato durante l’evento e ulteriori copie del volume verranno donate e depositate in varie biblioteche comunali, provinciali, regionali, nazionali e universitarie del territorio nazionale, così come avvenuto nelle edizioni precedenti.
I premiati della sezione G (video poesia) sono tenuti a inviare in tempi brevi il testo della loro poesia in formato Word a premiodipoesialarteinversi@gmail.com affinché possa essere pubblicato in antologia.
Il volume conterrà altresì una selezione di liriche dei Premi Speciali “Alla Cultura”, “Alla Carriera” e “Alla Memoria” accompagnati da relativi profili bio-bibliografici e tutte le motivazioni stilate dalle Commissioni di Giuria.
La casa editrice Taut di Milano, fondata e diretta dal poeta Alberto Pellegatta, ha recentemente dato alle stampa il volumeLa volontà amorosa, liberamente attribuito al celebre poeta e drammaturgo spagnolo Federico García Lorca (1898-1936). Il volume ricognitivo propone una scelta di testi – alcuni tra i meno letti e ricordati – dell’importante intellettuale andaluso riproposti in un’elegante veste grafica e tradotti nella nostra lingua dallo stesso Pellegatta. In copertina si stagliano due donne dipinte sì vicine da far pensare che siano avvolte dallo stesso manto nero; si tratta di un’opera – come ricorda la bandella descrittiva di destra – dell’artista Riccardo Garolla dal titolo “Vedove in attesa”. Come non pensare al severo lutto imposto dalla tirannica madre, Bernarda Alba, alle sue cinque figlie alla notizia della morte dell’uomo di casa, nell’omonima opera? Si tratta – come la critica ha ampiamente osservato – di un lutto imposto e, dunque, di un dolore per lo più posticcio, in una casa dove la figura paterna deceduta (padre di sangue solo della prima figlia) vien presto rimpiazzato da un matriarcato doloroso che non lascerà scampo ai giovani virgulti di quelle fanciulle. Non bisogna stupirsi di questo, la società che Lorca dipinge nel suo teatro drammatico è quella a lui coeva della Spagna contadina, arcaica, vetusta, fondata su un senso di onore inappellabile e inviolabile. Le due donne ritratte in copertina danno il senso di questa tragedia che s’è compiuta – quella del suicidio della giovane Adela che non si sottomette alla bigotta e incivile madre – ma anche ai tanti altri crimini della ragione che Lorca portò in scena (l’impiccagione di Mariana Pineda, l’invecchiamento da zitella di Rosita, la morte della farfalla di cui Curianito s’era innamorato, la disperazione uxuricida di Yerma e tanto antro ancora) che, a posteriori, possiamo anche leggere come intenti di rivendicazione e lotta per le libertà e i diritti civili cui lui, come uomo, fu senz’altro uno strenuo difensore.
Questo 2021 appare importante per gli approfondimenti e gli studi lorchiani, di settore certo, ma utilissimi e agevoli per poter comprendere a tutto tondo uno degli intellettuali più fertili e ricchi in termini di messaggi e tematiche: si segnala, infatti, l’uscita di un volume collettivo che raccoglierà i testi delle varie conferencias y alocuciones che il Granadino tenne nel corso della sua breve vita (di grande successo furono, tra le altre, quelle tenute a Buenos Aires e Montevideo nel periodo 1933-1934). Il Lorca conferenciante (conferenziere) ritorna così in auge – per i tipi di Debolsillo[1] – a una pletora allargata di lettori e di studiosi appassionati svelando, tra le tante adesioni al mondo culturale del Poeta (la poesia, appunto, il teatro, il disegno, il cinema), la centralità della verbalità e dell’arte oratoria nel Nostro. Paradossalmente, come ben messo in luce in un articolato saggio in lingua spagnola di Alejandro González Luna apparso sulla rivista «Global» nell’aprile del 2018, al quale ha fatto seguito un mio intervento dal titolo “Voz ausente. Il perdurante mistero attorno alla voce di Federico García Lorca (che c’è, ma non si trova)” apparso su «Culturelite» il 18/06/2020, non esistono grabaciones, vale a dire registrazioni audio della voce del poeta. Elementi d’assenza – come questo – che contribuiscono ancor più a fortalecer l’idea di un vero mito contemporaneo.
Come accaduto nel 2020, nell’occasione dei novanta anni dal viaggio americano di Lorca, al quale sono stati dedicati articoli (come quello puntualissimo e arricchente del prof. Gabriele Morelli apparso sull’ultimo numero della rivista «Poesia» di Crocetti) e ripubblicazioni dell’opera Poeta en Nueva York– il testo che contiene le opere scritte in quel periodo e pubblicato solo dopo la sua morte nel 1940 – ci si augura che anche in questo 2021 si tengano iniziative volte a ricordare e ad approfondire la “seconda parte” di quell’importante viaggio Oltreoceano, ovvero Cuba dove il poeta visse per i primi mesi del 1921 percependo l’isola caraibica come una seconda casa.
Ritornando al volume di Pellegatta, credo debba essere ascritto in quel contesto virtuoso e mai domo che vede nel mondo intellettuale di ogni paese e di ciascuna lingua un particolare e sempre sentito interesse, attaccamento e riconoscimento verso il poeta spagnolo, poeta tellurico come lui stesso si definì, ma anche e soprattutto poeta de las masascome Neruda e, pertanto, poeta universale.
Esso si compone di una riproposizione selettiva di testi lorchiani, scelti dall’autore come indicativi della raccolta in esame (il Romancero gitano) e, in chiusura, la conferenza “Imaginación, inspiración y evasión” che il poeta tenne per la prima volta a Granada nel medesimo anno di pubblicazione del libro. Il Romancero gitano venne definito dallo stesso autore come un retablo de la Andalucía, tanti sono i temi, i motivi, le suggestioni che richiamano profondamente il clima costumbrista e realista al contempo del sud della Spagna, della sua amata Granada, ma anche il bianco di Cordoba, la compostezza e l’austerità di Jaén, finanche la grandezza e il colorismo di Siviglia, sede di una delle principali plaza de toros di tutto il mondo, la Real Maestranza. Non solo la natura ritratta nella sua serafica pace, spesso con attributi antropici e tesa a un’universalità panteistica, edenica e tragica al contempo, ma anche la cultura locale del flamenco, del cante jondo, della confluenza di culture, del mundo mozarabe, del toreo, dei festejos e delle romerías. Come è ricordato nel testo riportato da Pellegatta, “grande personaggio oscuro, come un cielo d’estate, un personaggio che è la Pena che filtra nel midollo e nella linfa degli alberi, e che non ha nulla a che vedere con la malinconia, né con la nostalgia, né con alcuna afflizione o dolore dell’animo, che è un sentimento più celeste che terrestre; pena andalusa che è una lotta dell’intelligenza amorosa con il mistero che la circonda e che non può comprendere” (10). Nel corso della sua vita Lorca non mancherà di essere tacciato di essere un poeta popolare perché radicato nella campagna, eccessivamente folklorico nella sua componente andalusa, pertanto localista, di nicchia, relegato a un mondo popolare circoscritto e determinato, campestre, in antitesi con il grande respiro della poesia del Novecento tesa al recepimento di influenze altre, connubi linguistici, travasi esperienziali. Critiche che, se già in molti e lui stesso con grande capacità dimostrarono essere avulse e non coerenti con la sua reale natura, priva di gabbie di ciascuna tipologia, oggi siamo convinti fortemente furono immotivate e inapplicabili a un personaggio così versatile come lui. Si ricordi la sua vicinanza (da leggere: il suo interesse e non la sua adesione) all’avanguardia spagnola dell’ultraismo, alla lettura surrealista della sua opera newyorchese e alla forte e tormentata amicizia con Salvador Dalí, il coinvolgimento per il Living Theatre, lo sperimentalismo linguistico nei Seis poemas galegos resi possibili grazie all’intervento e collaborazione di Blanco Amor, finanche l’esperimento della Barraca fondato con Eduardo Ugarte, un Carro di Tespi contemporaneo fortemente suasivo, con grande raccolta di pubblico, viva partecipazione e, cosa non meno importante, quale decisiva forma libera di culturalizzazione dei pueblos più reconditi (non solo andalusi, ma anche della Castiglia e della Mancia).
La selezione dei testi che Pellegatta propone dal Romancero gitano – che ricalca quella fatta dallo stesso Lorca per presentare l’opera nel corso della conferenza – vede senz’altro delle punte di diamante dell’intera produzione lorchiana, a cominciare dal (citerò i titoli nel loro originale anche se, come ricordato, questo volume è interamente in lingua italiana) “Romance de la luna luna”, “Preciosa y el aire”, la tragica “Reyerta” che ben ricalca il clima d’odi intestini che in Bodas de sangre vedranno epiloghi nefandi, il “Romance sonámbulo” dedicato a Gloria Giner e Fernando de los Ríos, la cui figlia, Laura, avrebbe poi sposato in America – dove la famiglia si recò in esilio a causa della guerra civile spagnola – il fratello di Federico, Francisco García Lorca, il “Romance de la pena negra”, “Prendimiento de Antoñito el Camborio en el camino de Sevilla” con la preziosa dedica a Margarita Xirgu, forse la maggiore interprete femminile del suo teatro; con il suo dolorosissimo seguito – arcano premonitore della fine del Granadino – “Muerte de Antoñito el Camborio”. In questa mirata crestomanzia di versi non poteva di certo difettare l’assenza del notorio “Romance de la guardia civil” e il meno noto – ma non per questo meno stupendo – componimento dai motivi biblici “Thamar y Amnon”.
In chiusura, come già anticipato, vi è il testo della celebre conferenza “Imaginación, inspiración y evasión”, strutturata in due parti consecutive anticipate dalla numerazione romana. I contenuti sono noti: il poeta parte dal concetto d’immaginazione, fondamentale per chi ha la dote di recepire dal mondo i linguaggi arcani e darne forma, sostenendo, però, che essa necessita di una variabile importante che non è di dominio comune, ovvero l’intuizione. Nella sua traduzione di Lorca così scrive Pellegatta: “L’immaginazione è limitata dalla realtà: non si può immaginare ciò che non esiste” (83) assunto, questo, su cui tanta filosofia avrebbe da dire e da obiettare lungamente ma che, nel contesto nel quale Lorca adopera simili conversari, risulta illuminante dal momento che, come si legge poco dopo, “l’immaginazione poetica viaggia e trasforma le cose, offre loro un senso più puro e determina relazioni” (84). In vista della chiusura della prima parte del suo testo di conferenza Lorca ebbe a sostenere: “l’ispirazione poetica possiede una logica poetica. Non serve una tecnica acquisita, non c’è nessun postulato estetico sul quale operare; e così come l’immaginazione è una scoperta, l’ispirazione è un dono, un regalo ineffabile” (87). Avendo parlato tanto d’immaginazione e d’ispirazione, indagandone i reconditi legami, il poeta si accomiatava, nel corso della seconda parte della conferenza prendendo ad oggetto l’idea di evasione: un atto di libertà come l’immaginazione non poteva, infatti, essere considerato quale una reale fuga ma anche come un monito d’indipendenza e di rifiuto di ciascun tipo di giogo. Ecco perché – queste sono frasi che spessissimo, riferendosi alla sua persona, vengono citate – “La luce del poeta è la contraddizione”: la poesia necessita l’uomo libero ma al contempo la libertà è ingrediente speciale del poeta; “La poesia non vuole adepti”, sosteneva – vale a dire non risponde a un sentimento di casta, di classe, d’organizzazione comunemente intesa – “ma amanti”, spiriti liberi, sinceri appassionati, coloro che si lasciano emozionare. Questo perché essa “sparge rami di mora selvatica e ricci di vetro perché si feriscano per amore suo le mani che la cercano” (94).
Per esprimersi al meglio in merito all’operazione editoriale promossa da Alberto Pellegatta con La volontà amorosa che con questo volume propone – come si è detto – testi lorchiani da lui tradotti, si dovrebbe avere un’ottima conoscenza della lingua spagnola e avere la capacità di un’agile comparazione, oltre che con l’originale, con le traduzioni “dotte” (e ormai classiche) dell’opera lorchiana nella nostra lingua. Penso a Carlo Bo, Vittorio Bodini, Oreste Macrì ed Elena Clementelli per lo più, per indagare con un metro tecnico che è quello del filologo, le scelte compiute e il perché. Mi pare di osservare che il testo in calce, quello della conferenza, non si discosti in maniera considerevole dalle precedenti traduzioni della stessa mentre alcune piccole varianti possono senz’altro essere evidenziate nella traduzione delle liriche. Mi limiterò ad alcuni brevi cenni per mostrare alcune diverse occorrenze terminologiche impiegate riportando il caso della poesia “Thamar y Amnon” rimandando, per chi vorrà, a ulteriori raffronti mirati con l’originale e avvicinamenti con i maggiori ispanisti che hanno tradotto Lorca. Mi riferirò qui alla versione di Claudio Rendina ed Elena Clementelli, comparata con questa di Pellegatta (P.): “in cima ai tetti” diviene in P. “sopra ai tetti”; suonavano nervi di metallo” diviene in P. “risuonavano nervi di metallo”; “vento increspato veniva” diviene in P. “Arriva aria arricciata”; “o scossa da acuti” diviene in P. “o spaventata d’acuti”; “cetre allunate” diviene in P. “cetre lunatiche”; “richiede fiocchi di neve al suo ventre” diviene in P. “chiede banco al suo stomaco”; “cinque colombe gelate” diviene in P. “cinque piccioni congelati”; “la guardava dalla torre” diviene in P. “sulla torre la guardava”; “di freccia conficcata da poco” diviene in P. “di freccia da poco fermata”; “si coricò sul letto” diviene in P. “si stese sul letto”; “tutta l’alcova soffriva” diviene in P. “tutta la camera soffriva”; “zampilla silenzio nelle giare” diviene in P. “germoglia silenzio nelle brocche”; “Amnon geme nella tela” diviene in P. “Amnon piange nel lenzuolo”; “copre la sua carne arsa” diviene in P. “ricopre la sua carne bruciata”; “Tamar entrò silenziosa” diviene in P. “Tamar entra silenziosa”; “nella silente alcova” diviene in P. “nella camera silenziata”; “I miei fili di sangue tessono” diviene in P. “Mille fili di sangue cuciono”; “Lasciami in pace, fratello” diventa in P. “Lasciami tranquilla, fratello”; “I tuoi baci sulla mia spalla sono” diviene in P. “I tuoi baci sulla mia schiena sono”; “e nei polpastrelli delle tue dita” diviene in P. “e sulle gemme delle tue dita”; “nelle tinozze il sole contrastava” diviene in P. “il sole resisteva nel secchio”; “ora le strappa la camicia” diviene in P. “ormai le arpeggia la camicia”; “ruscelli su bionda mappa” diviene in P. “ruscelli in rosso sulla mappa”; “Quanti pugnali!” diviene in P. “che spessore di pugnali”; “stantuffi e cosce giocano” diventa in P. “emboli e muscoli giocano”; “bianchi panni s’arrossano” diventa in P. “panni bianchi arrossiscono”; “violatore infuriato” diventa in P. “violentatore furioso”; “Amnon fugge sulla sua cavalla” diventa in P. “Amnon scappa con la sua cavalla”. Tutto questo, ovviamente, non è sufficiente e dunque non è utile per dire che una traduzione è migliore dell’altra. Si tratta di varianti, come tante ve ne sono e ce ne saranno. Autori, tra poeti egli stessi e traduttori, che con le loro conoscenze linguistiche, culturali e la loro sensibilità hanno tentato di far “rivivere” il testo del Granadino, proponendone una conversione nella lingua d’appartenenza. Nel caso specifico della poesia presa in oggetto va rivelato che, oltre a differenze terminologiche dovute all’uso (non sempre) di sinonimi, si riscontra un diverso uso di preposizioni semplici ed articolate, come pure l’inversione di termini in un verso facendo, di volta in volta, a seconda dei casi, anteporre il soggetto piuttosto che il suo complemento o il contrario. Frequente è, nel caso di Pellegatta, l’inserzione di articoli aggiuntivi che nell’originale – non consentendo lo spagnolo la doppia e coeva presenza congiunta di articolo e pronome possessivo – sono intuiti e non appaiono graficamente. Notevole è il cambio della forma verbale (in Pellegatta si passa dall’originale passato remoto con l’idea di un’azione recondita, in sé chiusa e che ha prodotto degli effetti, a un parco presente che dà l’idea dell’occorrenza dell’azione in forma progressiva, al momento che il lettore s’appropria del testo). Non sempre la traduzione più intuitiva e “a calco” dall’altra lingua risulta applicabile, o comunque, efficace; si notano differenze vistose anche nella traduzione di parti anatomiche evocate da Lorca con un evidente abbaglio di Rendina (che traduce espalda con “spalla”), mentre poco convince quel “lunatiche” affiancato alla parola “cetre” nella traduzione di Pellegatta. In molti altri casi la sfumatura è minima e pare di trovarsi di fronte a versioni italiane completamente rispettose dell’originale.
LORENZO SPURIO
Jesi, 01/01/2021
(Il presente saggio è stato precedentemente pubblicato sulla rivista “Diwali – Rivista contaminata” a gennaio 2021 e riproposto sul giornale “La voce agli italiani” in data 23/04/2021. Nel caso di citazioni dal presente testo è strettamente richiesto di indicare le due fonti dove, in precedenza a questo blog dedicato, il testo è stato pubblicato e diffuso).
[1] Federico García Lorca, De viva voz. Conferencias y alocuciones, Debolsillo, Barcelona, 2020.
Poche settimane fa, nella collana “Poesia” di Ladolfi Editore di Borgomanero (NO), Giorgio Anelli e Abigail hanno raccolto in un volume di pratica e piacevole consultazione una serie di testi scelti di poeti tra loro distanti (per appartenenza geografica, per periodo storico, per influssi e stile letterario) dal titolo emblematico Disadatti all’esilio.
Giorgio Anelli, che ha dedicato a Simone Cattaneo anche il prezioso volume di prose poetiche Di culto et orfico (Ladolfi, 2019), fornisce alcune considerazioni in merito a questa scelta d’inserimento. Nella quarta di copertina del volume (estratto dalla Prefazione) è possibile leggere: “Cosa c’entra un’antologia di poeti stranieri con Simone Cattaneo? Perché si è tentato un accostamento in apparenza bizzarro e inconsueto? E soprattutto, può avere senso? Forse, unicamente Andrea Temporelli ne potrebbe intuire la valenza ed il significato. Proprio lui [mi] […] raccontava del suo amico Simone Cattaneo, apostrofandolo quale nuovo Rimbaud. […] [La mia intenzione] […] è proprio quell[a] di dare (o quanto meno tentare di dare) giustizia al merito, ovvero di evidenziare una valenza europea ‒ se non addirittura internazionale ‒ nei versi, e quindi nell’opera, del poeta Simone Cattaneo”.
Ma chi era Cattaneo? Qualche nota biografica può risultare utile a chi non ha mai incontrato il suo nome né conosciuto i suoi versi lucidi e potenti. Simone Cattaneo (Saronno, 1974-2009) visionario e critico della società contemporanea, fu poeta irriverente e sfrontato. Nella sua poetica si avverte nettamente la tensione verso la libertà, la ricerca incalzante – fino al periglio – dello spirito libero. Dall’animo ribelle e refrattario al canone convenzionale, con la sua opera ha proposto la trattazione di tematiche vicine e afferenti non solo al disagio psico-emotivo e sociale ma anche alle condizioni spolianti, difficili e incerte dell’uomo nel contesto liquido e insicuro della società odierna. Il ricorrente dilemma esistenziale si coniuga alla crisi di valori e alla difficoltà di accoglimento in una società perennemente miope e disattenta. Pubblicò Nome e soprannome (Atelier, 2001) e Made in Italy (Atelier, 2008) mentre postuma è la raccolta-omnia Peace & Love (Il ponte del sale, 2012). Sulla sua opera poetica hanno scritto vari critici tra cui Roberto Roversi, Roberto Carifi, Andrea Temporelli, Giuliano Ladolfi, Davide Brullo, il sottoscritto e lo stesso Giorgio Anelli[1].
Cantore della disperazione e della vita appesa al filo (disoccupazione, malessere, solitudine, droga, immigrazione, violenza, etc.) Cattaneo è stato, pur senza volerlo, il Prometeo delle periferie, l’essere vagabondo che osserva criticamente, che denuncia con caparbia, che dice la sua in maniera netta e mai scontata, interloquendo con gli esponenti di una società dei recessi, che la norma non vorrebbe conoscere e finge di non sapere che esista. Come pure la loro richiesta d’aiuto silente. Autoironico e beffardo, non mancò neppure nell’atteggiamento cinicamente maldestro nei confronti di una società frantumata e colpevolmente disinteressata al bene sociale. In alcuni componimenti l’amara riflessione sul reale dà sfogo a un ripiegamento sofferto: “preferisco cercare una spiegazione che mi accompagni / dalla sera alla mattina come una sentenza capitale / che si possa eseguire solo lontano da te”.
A fianco di Cattaneo troviamo autori senz’altro importanti della letteratura internazionale seppur non propriamente canonici o ritenuti “classici” nel senso proprio del termine. In loro, per lo meno in senso generale e allargato, per ragioni di ordine diverso, la “consacrazione” unanime come autori imprescindibili non è mai giunta in forma inequivocabile. Ecco perché, con viva probabilità, i curatori del volume li accomunano a Cattaneo – maledetto contemporaneo – alla categoria labile e discutibile degli “esiliati”, di coloro che – sia in vita che in morte – sono stati minimizzati, tralasciati, più o meno volutamente dimenticati, relegati a una memoria asfittica e deludente, al cospetto di grandi indiscussi, giganti di pietra inscalfibili, auctoritas della contemporaneità.
Seguono nel volume le poesie di Emanuel Carnevali (Firenze, 1897 – Bologna, 1942). Entrambi i suoi genitori, che se lo contesero durante la sua infanzia per averlo con sé decretando in lui una condizione d’in-appartenenza e di squilibrio, erano italiani: il padre romagnolo, la madre torinese. La storia di Carnevali è quella di un racconto picaresco. Lasciata l’Italia alla volta degli Stati Uniti, lì visse a contatto con le sacche di emarginazione della metropoli a stelle e strisce imparando da autodidatta la lingua inglese e iniziando a scrivere versi (scriverà per sempre in quella lingua). Era ancora giovane quando venne colto da malattia e decise di ritornare nel paese natale. Condusse una vita disagiata in povertà e solitudine, passando da una clinica all’altra. Suoi i versi: “Io vado, solo come una roccia che sta / nuda e sola in un campo dove l’erba gioca. / Io vado, solo come un’orchidea in un bosco”. Unica compagna, fino alla fine dei suoi giorni, la scrittura che oggi ci permette di narrare la sua vicenda di disperato della nostra età. Autore sia di poesie che di racconti, molti dei quali raccolti postumi e riversati in italiano. Nel 1928, riferendosi alla luna, sua compagna di tante notti trascorse al freddo delle vie americane in compagnia di emarginati, scrisse: “Ma io voglio essere il tuo enfant terrible, / raccontare i tuoi segreti ad un branco di sciocchi, / raggirarti, tradirti, / Rivelare che la tua oscurità e il tuo candore / sono storie per creduloni”.
Incontriamo poi qualche opera dell’autore Benjamin Fondane (Iaşi, Romania, 1898 – Auschwitz, Polonia, 1944) scrittore e filosofo rumeno, di fede ebraica, naturalizzato francese. Fu vittima delle violenze antisionistiche del XX secolo. Negli anni ’20 fu nella capitale francese impegnato nell’attività di scrittore e pensatore. Secondo il suo approfondimento l’impegno in campo filosofico deve caratterizzarsi con una dimensione attiva, in un’azione, in una vera lotta in difesa della libertà. Arrestato nel 1944 dalla polizia collaborazionista della Repubblica di Vichy, venne deportato a Drancy e infine ad Auschwitz dove, come tanti, venne annientato nelle fameliche camere a gas. La sua opera maggiore viene considerata il Falso Trattato di estetica. Saggio sulla crisi del reale (1938).
Anelli ha inserito nel suo lavoro anche Catherine Pozzi (Parigi, 1882-1934) che sin da giovanissima fu a contatto con il mondo della cultura (i suoi genitori frequentavano, tra gli altri, Proust e Colette). Dal 1913 siglò le prime pagine personali di quello che sarà il suo “diario d’adulta” che non abbandonerà per tutta la vita e che oggi, quali strumento para-letterario, ci aiuta a conoscere la sua persona e ad approfondire la sua caratura intellettuale. Unita da una relazione turbolenta con il poeta simbolista Paul Valéry[2] (undici anni più grande di lei e al quale dedicherà la famosa poesia “Vale”) fino al 1928. Per mezzo di quest’ultimo conobbe un altro grande delle Lettere, Rainer Maria Rilke col quale fu platonicamente unita da una fertile corrispondenza datata 1924-1925. Nel 1927 pubblicò il racconto autobiografico Agnès e due anni dopo “Ave”, la sua unica poesia pubblicata in vita. Già cagionevole di salute da ragazza, i suoi ultimi anni furono segnati da un’infermità pesante.
La sua poesia è viscerale e appassionata, alimentata dagli ambienti foschi della notte, improntata alla predilezione dell’analogia, vicina all’orfismo mistico. Alcuni potenti versi impregnati di scavo emotivo e perlustrazione filosofica destinati all’amato Valéry ben evidenziano la sua ottundente passione di donna e l’originalità di poetessa: “Io ho ritrovato il celeste e il selvaggio / Il paradiso dove l’angoscia è desiderio. / L’altisonante passato che cresce di età in età / È il mio corpo e sarà il mio senso / Dopo la morte”.
Spazio anche a Victor Segalen (Brest, 1878 ‒ Huelgoat, 1919), scrittore, poeta, archeologo e critico letterario. Come archeologo importante fu il suo soggiorno nella Polinesia francese nel periodo 1903-1904. I suoi numerosi viaggi lo portarono anche in Cina e Giappone. Scrisse opere sul pittore Gaugain e il poeta Rimbaud, entrambe uscite postume. A lui è dedicata la seconda università della città di Bordeaux.
Il volume propone anche la quasi (completamente) sconosciuta Marceline Desbordes-Valmore (Douai, 1786 – Parigi, 1859) di professione attrice e cantante, che si esibì in varie circostanze a Bruxelles. Autodidatta, la sua prima raccolta di poesie, Élégies, è datata 1819. A questa seguirono altre raccolte che le diedero di che vivere, oltra a qualche premio a livello accademico. Seppur abbastanza nota al periodo, anche grazie alla considerazione di Baudelaire di cui vi è traccia, oggi è quasi completamente misconosciuta (di certo nel nostro Paese), sebbene possa essere considerata una precorritrice della poesia francese moderna. Complimenti, dunque, anche in questo caso, ad Anelli per il curioso “recupero” e per la riproposta della sua vicenda esistenziale, seppur in pillole, e del suo trascorso poetico. Una delle potenzialità di questo libro è proprio quella di accogliere questi “spunti” per un’eventuale ricerca delle loro opere e un approfondimento. Lirismo intenso e asciutto, il suo, dedicò anche alcuni versi al primo figlio morto, richiamato con il nome di Oliver. In una lirica amorosa leggiamo: “Ma se viviamo solo nella speranza e nell’allarme, / Smettiamo di vederci, / Condividiamo al meglio: io trattengo le lacrime, / Tu continua a sperare”.
Prima fila (da sinistra): Simone Cattaneo, Emanuel Carnevali, Catherine Pozzi e Victor Segalen. Seconda fila (sa sinistra): Marceline Desbordes-Valmore e Benjamin Fondane.
Per concludere possiamo dire che quelle incluse in quest’opera sono voci particolari, senz’altro non canoniche, fuori dagli schemi ordinari e, in qualche caso, di insoddisfatti della vita, o di rimasti relegati al loro tempo storico in cui sono vissuti. Parole che in certi casi si fanno ispide, irruente ed emblematiche, dolorosamente ambigue, atte ad esprimere, proprio come i “pugni di Cattaneo, unici, irripetibili, inimitabili” il senso di disagio, l’in-appartenenza, la vulnerabilità, l’in-ascolto, la lontananza, la complessità del proprio io interiore. Un Parnaso degli inferi, potremmo dire, senz’altro un diorama complicato e frastagliato, poco approfondito, di certo in questa chiave antologico-comparativa che si allontana da qualsiasi prerogativa già percorsa imboccando un sentiero di particolare originalità, di cui Anelli ci aiuta a far luce, tramite versi drammatici e appassionati, a tratti coinvolgenti e a tratti quasi disturbanti. Opere che scantonano l’astratto per afferrarsi con le unghie alle difficoltà e al trauma del quotidiano, in un concentrato di versi che amplifica quella contaminazione totale tra vita e letteratura.
Lorenzo Spurio
Matera, 18/01/2024
[1] Una nota bio-bigliografica più approfondita può essere letta nel volume antologico del IX Premio di Poesia “L’arte in versi” curata dal sottoscritto dove a Cattaneo è stato riconosciuto il Premio Speciale “Alla Memoria” nel 2020. Nel medesimo volume trova collocazione la motivazione critica di conferimento del Premio. Entrambi i testi sono ripubblicati e disponibili online nell’apposita sezione “Alla Memoria” del Premio a questo link: https://premiodipoesialarteinversi.blogspot.com/2023/09/simone-cattaneo.html
[2] La poetessa e saggista Flavia Novelli ha approfondito la tormentata relazione amorosa ed epistolare tra Catherine Pozzi e Paul Valéry nel quattordicesimo capitolo del suo libro Amori diVersi. Le grandi storie d’amore tra poeti raccontate attraverso scambi epistolari, diari e poesie, Porto Seguro, Firenze, 2022. Una mia recensione a questo libro è stata pubblicata in «Verbum Press», anno IV, n°17, Febbraio 2023, pp. 100-104.
Nota – E’ severamente vietato pubblicare la presente recensione in formato integrale e/o di stralci su qualsiasi tipo di supporto senza l’autorizzazione da parte dell’Autore.
Ricevo con grande piacere dai fratelli Carmelo e Michele Miano il volume 16 (anno 2022) del repertorio letterario “Alcyone 2000 – Quaderni di poesia e di studi letterari” che dà in apertura la notizia della morte del loro genitore, il poeta ed editore Guido Miano[1], che, nel corso del tempo, ha pubblicato numerosi e pregevoli libri, volumi di poesia, saggistica, antologie, repertori letterari e non solo.
Al padre sono dedicate un cospicuo numero di pagine della prima parte che si apre con l’accorata e affettuosa lettera del figlio Michele che dal genitore ha ricevuto gli influssi positivi non solo dell’amore filiale e dell’affetto intimo, anche l’amore per la poesia e la letteratura in genere, divenendo anche lui un apprezzato “promotore culturale” (definizione che lo stesso Guido Miano impiegava per definirsi) oltre che poeta (ricordo la sua opera Deltaplano del 2014 di cui alle pagine 84-86 sono riproposti dei testi poetici oltre che un mio – ormai datato – intervento critico su questa sua plaquette). Alla pari è testamento culturale che Guido Miano ha lasciato all’altro figlio, Carmelo, che da anni cura l’attività redazionale, di stampa, di grafica e di divulgazione delle opere.
Michele Miano nella lettera mescola il dato bibliografico del padre ai ricordi di vita vissuta in sua presenza: la fondazione di una rivista letteraria importante (eppure colpevolmente dimenticata nella manualistica della letteratura italiana) dal titolo “Davide, rivista sociale di lettere e arti”[2], dal taglio tradizionalista d’impronta cattolica[3], fondata da Alessandro Miano (1920-1994)[4] nel 1951 e alla quale il fratello Guido, giovanissimo, prese a collaborare attivamente. Su questa rivista trovarono pubblicazione inediti di poeti e scrittori di primo piano della nostra letteratura nazionale (alcuni di loro allora ancora alle primissime armi e non ancora affermati nell’ambiente). Per ricordare solo qualche nome di autore, ricordiamo: Pier Paolo Pasolini, Leonardo Sciascia, Giorgio La Pira e Mario Luzi[5]. Dopo aver curato alcuni volumi monografici, Guido Miano fondò la casa editrice omonima nel 1955 (esattamente il 18 giugno di quell’anno) specializzata in filosofia, poesia e critica letteraria (la sede iniziale di Catania sarebbe stata ben presto sostituita per quella canonica e ancora attiva nel capoluogo meneghino). Le collane editoriali e le pubblicazioni (in particolare per la poesia e il giornalismo[6]) esplosero in quantità e accuratezza formale e contenutistica oltre che pregio e autorevolezza degli autori da allora sin ai nostri giorni, grazie al suo importante “magistero” reso possibile da scelte editoriali rigorose e vincenti che hanno saputo fare la differenza e imprimere anche nell’attualità il vero senso del “fare editoria”.
Guido Miano (dx) con Maurizio Cucchi (sx) durante un evento culturale negli anni ‘90
Tra i maggiori autori che hanno visto pubblicate le loro opere con la Casa Editrice Guido Miano vanno senz’altro citati Lina Montessori, Franco Loi, Marco Danese, Cristanziano Serricchio, e, tra i più recenti, Nazario Pardini, Francesca Luzzio, Floriano Romboli, Sergio Camellini (ma la lista sarebbe oltremodo lunga, non adatta per un articolo di pochi paragrafi come questo).
A completare il ricco ricordo sulla figura di Guido Miano sono due contributi critici di due intellettuali e saggisti: Enzo Concardi (presente con un intervento dal titolo “Storia di un’amicizia e di un feeling culturale ed umano”) e Franco Lanza (presente con la premessa che scrisse per il libro Lamento dell’emigrante di Guido Miano pubblicato nel 2017[7]). Entrambi i contributi, pervasi da un’intuizione volta all’approfondimento, si prestano a conoscere ancor meglio la versatile e poderosa statura di Guido Miano quale uomo di lettere propriamente inteso.
Da sinistra il prof. Bruno Maier, n.d., il prof. Franco Lanza e Guido Miano
In Lamento dell’emigrante, che è strutturato in cinque sotto-sezioni, ritroviamo una scelta di testi lirici dedicati al ricordo soave e saporito degli aromi e dei colori vividi della sua terra natale, la Sicilia tanto amata, come avviene nel pregevole testo “Isola sempreverde”, due strofe di cinque versi l’una, in cui nella prima stanza, con una nettezza visiva senza pari e grande partecipazione dell’io lirico (come un piacevole viaggio a ritroso, “alle origini”), leggiamo: “Cogli un ramo d’ulivo saraceno, / il gelsomino bianco d’Arabia, / il mirto umile e sereno / nei giardini d’infanzia sempreverde / nella ridente isola del sole”.
LORENZO SPURIO
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[1] Guido Miano era nato a Palazzolo Acreide (SR) nel 1931 ed è venuto a mancare a Milano il 18 giugno 2022.
[2] Il repertorio letterario “Alcyone 2000” al quale ci riferiamo nel presente articolo è da considerarsi come la naturale prosecuzione della pionieristica rivista “Davide” degli anni ‘50.
[3] Di quel cattolicesimo lucido e onesto, lontano da dogmatismi e intransigenze di sorta, in grado (e saggiamente abile) nell’accogliere anche idee e considerazioni dal “fronte” laico, dando spazio anche a esponenti di questa tendenza.
[4] Il sottoscritto ha avuto modo di occuparsi della figura di Alessandro Miano (Noto, SR, 1920 – Milano, 1994), poeta, scrittore, giornalista ed editore, avendo deciso di attribuire alla sua figura e impegno un Premio Speciale “Alla memoria” in seno alla VI edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” organizzato dall’Associazione Euterpe di Jesi (AN) nel 2017. La motivazione di questo conferimento è stata pubblicata, oltre che nell’antologia contenente le opere dei vincitori al concorso, sul sito dedicato al Premio: https://premiodipoesialarteinversi.blogspot.com/2023/09/alessandro-miano.html
[5] Il poeta ermetico fiorentino dedicò all’amico ed editore Guido Miano la poesia “Cosmografia improvvisa” che si apre con i versi “La purità dell’essere – ne aveva / e non ne aveva / lui barlumi / di prereminiscenza…”, pubblicata all’interno di questo numero della rivista “Alcyone 2000” a pagina 11.
[6] Non secondaria né collaterale all’attività editoriale fu quella dell’impegno giornalistico che nel 1957 lo portò a istituire il Corso Biennale di Orientamento Professionale di Giornalismo presso il Centro Sperimentale italiano di giornalismo. Da quell’intuizione i corsi, le lezioni, le conferenze, i convegni e le pubblicazioni curate sulla storia e gli arnesi del giornalismo (tra cui i ricchi manuali a firma di Giorgio Mottana, divenuti testi d’adozione anche in ambito accademico) mai vennero meno.
[7] Ricordiamo, altresì, che il professore Gualtiero De Santi, docente dell’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo” e saggista, collaboratore assiduo di iniziative della Casa Editrice Miano editore, in quell’occasione scrisse la prefazione al volume Lamento dell’emigrante.