“Le cimici del mio cuscino” di Gianni Carlin, recensione di Lorenzo Spurio

Le cimici del mio cuscino
di Gianni Carlin
Ibiskos Editrice Risolo, Empoli (Fi), 2012
ISBN: 978-88-546-0935-8
Pagine: 53
Costo: 10 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

La caverna di ghiaccio
rimane gelata anche quando
fuori c’è il sole. (p. 24)

 

imagesQuesto libro è un acuto proclama sull’indignazione e la presa di coscienza della nullità dell’uomo nel suo presente storico. Il lettore leggerà di ossa, tagli, mutilazioni, sangue e sudore, di anziani con gli occhi rimossi dalle orbite e di acque radioattive. Gianni Carlin in questa sua opera prima mostra un certo pessimismo su molti mali della società patinata dell’oggi: la mancanza di meritocrazia, i falsi sentimenti, la prostituzione, la perdita d’identità dell’uomo e lo fa in una maniera cruda e tagliente che obbliga il lettore ad avere una reazione.

La poetica è a tratti ermetica a tratti marcatamente enigmatica e il poeta arricchisce le sue liriche che pongono attenzione sulla materialità e sulla corposità degli elementi a cui allude; man mano che si sfogliano le pagine, ci pervade un senso di oppressione che, anziché desolarci, ci aiuta a prendere coscienza su determinate realtà.

E in questo percorso dove Carlin mescola parodia, black humor e tragico, centrale è la figura del tempo, immortalato in varie liriche come motivo primo d’indagine e di confronto con l’umano esistere. Non è il tempo inteso nel suo lento incedere, nella sua forma canonica, ma un tempo che domina e si fa totalizzante, in grado anche di rallentare quello che, invece, è da sempre stato considerato inesorabile, la Morte. In una lirica il lettore si sorprenderà nel leggere di un anziano che desidera morire (non è chiarito il motivo, ma possiamo intendere che soffra di una grave malattia che non gli lascerà scampo) “ma la Morte si è fermata/ a leggere il giornale e a bere qualcosa./ Che brutta cosa la Vita/ quando vuoi morire” (p. 12). La Morte intesa come il tempo che si annulla qui sembra “godersi la sua esistenza” e vendicarsi dell’uomo che, invece, non aspetta altro che il suo arrivo. E così Carlin materializza la Morte come un comune essere vivente in attitudini quotidiane come quella di leggere un giornale o di bere qualcosa. Curioso e sarcastico al tempo stesso. Anche irriverente, forse. Varie liriche sono sprovviste del titolo e mi pare di capire che questo debba essere interpretato in un qualche modo: o l’autore ha preferito non anticipare nulla al lettore oppure l’attribuzione di un titolo era un’operazione praticamente impossibile e inconcepibile per determinate poesie.

C’è fastidio e sdegno nei confronti di militari saliti sul podio d’eroi della collettività per aver partecipato a una qualche campagna militare e Carlin osserva: “Se volete essere degli eroi non dovete essere vivi” (p. 14); lo stesso sentimento si respira in “Soldato” in cui il poeta non solo identifica nel soldato, nel guerrafondaio, un animo dal “cervello spento” (p. 52), ma gli augura una sorte beffarda: “Soldatino,/ ti auguro ti facciano il culo” (p. 52).

Carlin usa un linguaggio forte e scarnificato facendo riferimento a situazioni di violenza, di disperazione e d’angoscia; in alcuni casi ne fuoriesce anche una chiara critica sociale o di certi strati della popolazione, coloro che “hanno venduto il culo alla vita” (p. 27) o, per usare altri versi “Gente che ha passato la vita/ a rubare senza pudore/ e ora vuole pure la pensione” (p. 42). Lo shock che deriva dalla durezza delle immagini e dall’esuberanza linguistica che spesso lo porta ad utilizzare uno stile “scatologico” (in “Causa ed effetto” il poeta scrive senza remore: “Cazzo, che voglia di farmi fare un pompino.”, p. 32) spiazzano il lettore.

C’è sgomento, irritazione e voglia di dire le cose come stanno.

Non serve abbellire o mitigare la realtà, sembra dirci il poeta.

Questa va raccontata com’è: è brutta, dolorosa e infingarda. L’uomo può continuare a bearsi di una poesia edificante e barocca, ma si illuderà e non vi troverà se stesso.

I tagli, il “cuore marcio”, il “sangue nero” e le stesse cimici del titolo del libro sono tutte metafore di questo nostro mondo falsamente autentico, spersonalizzante, degradato, corrotto e in cui l’uomo non ha più chiaro il suo scopo. La copertina del libro, immette da subito il lettore in un’ambientazione visionaria, subdolamente favolistica, dove al fianco di un cervo visto ai Raggi X c’è un derelitto con un rosario di dimensioni esagerate, una prostituta con tacchi a spillo e in lontananza un musico che suona un flauto.

Ma su ogni immagine, su ogni effervescenza, sembra che il poeta stenda una finissima pellicola trasparente, una membrana opaca che permetta al tutto di conservarsi, di cristallizzarsi per sempre. Ma poi l’io lirico interviene con una lama e squarcia quelle superfici effimere per riportare tutto alla tragica realtà:

 

Verranno giorni buoni,
ma quelli cattivi saranno sempre dietro l’angolo. (p. 29).

 

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico-recensionista)

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Obsession: gli autori selezionati

borderlineLa selezione dei racconti per l’antologia “Obsession” da me curata (qui il bando di partecipazione: https://blogletteratura.com/2012/08/22/selezione-dei-racconti-per-lantologia-obsession/ ) è ultimata.

Di seguito si riportano gli autori scelti che verranno pubblicati nell’antologia che sarà edita da Limina Mentis Editore (http://www.liminamentis.com/)

Informazioni sulle tempistiche e l’acquisto di detto volume verranno fornite non appena il progetto editoriale verrà preso in gestione.

Si richiede agli autori selezionati di inviare una loro biografia aggiornata da poter inserire nell’antologia.

Detta biografia dovrà:

-essere inviata in formato Word utilizzando carattere Times New Roman punti 12

– non essere più lunga di 25 righe (nel caso sia più lunga, sarà compito del curatore dell’antologia fare dei tagli a sua discrezione).

– essere inviata a questa mail: lorenzo.spurio@alice.it mettendo come oggetto “Obsession”

Grazie per l’attenzione.

Di seguito gli autori selezionati per il volume:

– AMOROSO ELISABETTA

– ARECCHI ALBERTO

– BISSON ELISABETTA

– CARCERERI FIORELLA

– CIANO MARTINO

– CRESCENTINI LORENZO

– DEIURI LISA

– DINI MONICA

– FRANCHETTO DAISY

– GOBBO SERENA

– MANGANI AZZURRA

– ORLANDI SANDRO

– PEDRETTA ALESSANDRO

– RIZZI STEFANO

(Questa comunicazione verrà inviata a mezzo posta elettronica a tutti i partecipanti alla selezione di racconti Obsession).

Euterpe n°7. E’ uscito il nuovo numero della rivista. Tema: “La città”

Rivista EuterpeE’ appena uscito il settimo numero della rivista Euterpe, rivista di letteratura diretta da Lorenzo Spurio, scrittore e critico-recensionista e gestita assieme agli scrittori e poeti Massimo Acciai e Monica Fantaci.

La rivista si apre con un editoriale  firmato da Monica Fantaci, poetessa palermitana e vice-direttrice della detta rivista.

Numerosi i testi a tema e quelli a tema libero che coprono tutti i generi: poesia, narrativa, saggistica, recensioni, interviste. Al termine si offre, inoltre, una serie di segnalazioni di concorsi ed eventi letterari appositamente scelti per la diffusione.

Il nuovo numero della rivista può essere letto e scaricato cliccando sul logo della rivista qui sopra.

Hanno collaborato al presente numero della rivista: Monica Fantaci, Cinzia Baldini, Lorenzo Spurio, Elena Condemi, Federico Caruso, Gianni Calamassi, Michela Zanarella, Giuseppe Gambini, Sebastiano Impalà, Maria Letizia Gangemi, Giovanna Casapollo, Paolo Annibali, Gianluigi Melucci, Claudio Di Paola, Sandra Fedeli, Dunia Sardi, Ilde Rampino, Francesca Rita Rombolà, Cristina Lania (Anima e oceano), Sandra Carresi, Rita Stanzione, Alessandro D’Antonio, Pietro Loi, Marzia Carocci, Emanuele Marcuccio, Mauro Biancaniello, Francesco Iodice Gallo, Miriana Di Paola, Giorgia Catalano, Gennaro Tedesco, Anna Maria Folchini Stabile, Paola Surano, Massimo Acciai, Fiorella Carcereri, Annalisa Soddu, Alessia Nicolucci, Anna Alessandrino, Claudio Boschi, Angela Crucitti, Valentina Meloni, Ilaria Celestini, Maria Rosaria Di Domenico, Ivan Pozzoni, Martino Ciano, Giuseppe Bonaccorso, Fiorella Fiorenzoni, Luisa Bolleri, Lorenzo Campanella, Giovanni Vivinetto e Luigi Pio Carmina.

Si ricorda, inoltre, che il prossimo numero avrà come tema “Panta Rei: Tutto scorre” e che i materiali dovranno essere inviati entro e non oltre il 1 Giugno 2013 alla mail della rivista:  rivistaeuterpe@virgilio.it o a lorenzo.spurio@alice.it (specificando nell’oggetto “Euterpe”).

Clicca qui per l’evento FB per il prossimo numero della rivista.

Grazie a tutti per la collaborazione e l’attenzione.

Lorenzo Spurio

Direttore Rivista Euterpe

“Iuri dei miracoli” di Iuri Lombardi, commento a cura di Monica Fantaci

Iuri dei miracoli
di Iuri Lombardi
con prefazione di Lorenzo Spurio
Photocity Edizioni, 2013
Link diretto all’acquisto.
 
Commento a cura di Monica Fantaci

711664_10200397247517150_838329368_nIuri si mostra per quello che è, trapelando da sé una maschera che usa in base alle situazioni. Iuri, che si pone al centro dell’esistenza, sua e degli altri, di Ombretta e di tutta la gente che nomina, esaltando se stesso e le sue azioni, il suo miracolo è un miracolo di sentimenti, un giocare continuo con se stesso, con gli altri, alla ricerca di qualcosa che non riesce a trovare, ma forse neanche lui lo sa, tant’è che lui vive la notte, come se volesse nascondersi da qualcosa, come se volesse nascondersi da ciò che è. Il soprannome di Jolly che si è dato è proprio questo, una maschera di episodi che lui vive dentro di sé e che proietta all’esterno rendendoli reali, lui non sa se finge per finta o finge sul serio, lo dice lui stesso a pag.35 “…non ricordo se facendo finta di fingere o fingendo sul serio…”.
Le sue parole sono fiumi messi lì su carta, che fluiscono perenni, nella sua trasgressione.

 Monica Fantaci

 

“Némesis” di Marzia Carocci, recensione di Lorenzo Spurio

Némesis
di Marzia Carocci
con prefazione di Fulvio Castellani
Carta e Penna, Torino, 2012
ISBN:978-88-97902-16-4
Pagine: 95
Costo:12€
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

Perché non è finita
finché ritorna il giorno
che limpido c’invita
di nuovo a un altro sogno.
(in “E sarà di nuovo giorno, p. 25)

 

9788897902164Difficile e forse addirittura coraggioso è il recensire il recente libro della scrittrice, poetessa, nonché valida collaboratrice Marzia Carocci, perché la sua attività letteraria, le sue pubblicazioni e soprattutto il suo impegno concreto nel mondo culturale contemporaneo è, oltre che encomiabile e invidiabile, prerogativa per considerarla una delle potesse più valide e amate del nostro tempo. Non si tratta di un’asserzione iperbolica: chi la conosce anche solo di nome per il suo serio impegno sa che sto dicendo il vero, mentre a chi non la conosce inviterei a leggere qualcosa di lei: poesie, ma anche recensioni, perché va ricordato che Marzia Carocci è un anche un attento critico che si occupa di note di prefazioni, recensioni e quanto altro, il tutto all’insegna della promozione di lavori di qualità che, non essendo supportati da grandi case editrici, rimarrebbero nell’ombra se nessuno si assumesse l’onere di promuoverli adeguatamente: in altre parole, il “poeta incompreso” della sua omonima lirica o i “ragazzi spesso non capiti” di “La gioventù” (p. 46). Negli anni ho avuto modo di leggere varie poesie di Marzia, tra quelle che lei pubblicava in Facebook e quelle apparse in varie antologie poetiche e sono stato enormemente contento della sua collaborazione anche alla rivista di letteratura Euterpe che dirigo.

Il libro in questione, Némesis, edito nel 2012 dall’Associazione Carta e Penna di Torino ci immette da subito in un’ambientazione di difficile collocazione: l’immagine di copertina, la foto di una bambola scheggiata della quale risalta, però, il rosso delle labbra sensuali sembra trasmettere un senso d’incertezza e al contempo di paura, come se qualcosa –che non ci è dato sapere- è appena successo e che quell’espressione di spavento, quelle cicatrici sul volto siano, dunque, il “risultato” di qualcosa. Il titolo, Némesis, che potrebbe far venir in mente a un recentissimo romanzo del grande americano Philip Roth, sta a significare quei momenti difficili del passato che vedono poi un momento di “rivelazione” che in pratica li fanno risollevare, una sorta di epifania o come viene detto in Wikipedia, come “una compensazione”. Parlare di “nemesi”, dunque, presuppone considerare la realtà liquida nella quale il nostro essere si trova  come un immenso vivente dominato da forze imperscrutabili, ingovernabili che, in una certa misura, dettano a nostra insaputa le nostre azioni, in altre parole di fatalismo. Una nemesi, dunque, presuppone un prima e un dopo, un periodo di tristezza, un altro di rappacificazione, un tramonto e un sorgere. Ma l’attenzione non è tanto su questi due elementi, quanto sul processo di cambiamento stesso, sul momento “rivelatore” che consente appunto di passare dal prima al dopo.

La silloge si apre con la lirica intitolata “8 marzo 1908”, già letta e contenuta in Poeti contemporanei e non. Antologia di poesia civile edita da Agemina (2012) nella quale la poetessa affida tutto al ricordo di quella data dolorosa nella storia dell’umanità: il rogo che si diffuse in una fabbrica americana producendo una grande quantità di vittime donne portò l’attenzione sulle cattive condizioni di lavoro e sullo sfruttamento (tanto lavorale che non) della donna nella società. La festa della donna nasce per ricordare il sacrificio di donne con la “D” maiuscola che soffrirono le ingiustizie della storia e la prepotenza degli uomini sulla loro pelle. Della lirica i versi più belli sono quelli che affondano la loro essenza nel vivo cromatismo: “ricorda che quel fiore profumato/ è rosso sotto un giallo camuffato/ del sangue delle donne forti e fiere/ che vollero lottare per cambiare” (p. 7).

foto-24653_36823_24049Ci sono liriche dolorose, ma al contempo ricchissime dal punto di vista dei sentimenti e sono principalmente quelle che hanno un qualche legame al tema del tempo come in “A mio padre” dove l’uso continuo di quel condizionale “vorrei” ci dice che la poesia non è altro che un sogno ad occhi aperti, un qualcosa di illusorio, una sorta di tentativo di voler riconquistare quello che in un tempo andato non si è potuto fare o non si è avuto il tempo di fare. Ed è forse proprio il tempo, quel gigante invisibile e sempre presente, a rappresentare la “nemesi”, quello stacco lucido da un prima a volte doloroso o che si ricorda con nostalgia al presente che, invece, è immancabilmente diverso dal prima, addirittura differente da come ce l’avremmo immaginato: “La vita ci conduce dove vuole/ ma niente può nascondere e occultare/ i sogni ed i ricordi sono eterni/ bagaglio di un’essenza da cullare”, scrive la poetessa in “Ad un caro amico ritrovato” (p. 9). Come per dire: siamo noi stessi solo perché abbiamo avuto un passato (privato e collettivo) e perché abbiamo ricevuto e dato emozioni. Una vita senza affetti, infatti, si ridurrebbe a niente: desolazione e senso di nullità. La Carocci sottolinea in queste liriche quanto l’amore, l’amicizia, l’affratellamento e le piccole cose possano alimentare quella ragion d’esserci nel presente e quella forza motrice per andar avanti e non lasciarsi scoraggiare. La morte di un genitore, allora, non è solo vivido manifesto di un dolore che mai più verrà colmato, ma anche un sorriso incantato sul viso della poetessa.

In “Amore immortale” scopriamo la poetessa-madre in una lirica d’amore verso i suoi figli nella quale, come spesso accade nelle liriche della Carocci, fa capolino il tempo, quasi fosse un ospite non gradito, un nemico indissolubile. La riflessione sul tempo è chiara ed espressa in termini facilmente comprensibili a tutti: “Sfugge poi il tempo e scorrono gli anni” scrive, per concludere in un chiaro encomio all’amore che salva e che unisce anche oltre la morte: “Non sarà il tempo, trascorso e andato/ che arresterà questo mio amore” (p. 11).

Il tempo ritorna in tutte le possibili manifestazioni in questa silloge d’inestimabile valore: le rughe (p.12, 45,46) segno fisico della giovane età ormai sfiorita, il ritardo (una dilazione, improvvisa, nel tempo che solitamente provoca scoraggiamento e che nella lirica “Agape” dedicata al marito, invece, è diventato ormai segno di “ritualità”), la stanchezza fisica che il “peso del tempo” (p. 13) arreca, il “come allora” dell’omonima poesia; i “bimbi già vecchi” in “Dolore” (p.23) , cresciuti troppo velocemente e privi di una dolce infanzia a causa della violenza della guerra e i “giorni usurati” (p.42). Stupenda la poesia “Assorta” in cui la poetessa osserva la madre a distanza cercando di capirne i pensieri, i ricordi più o meno felici del suo passato, e tituba se avvicinarsi o no quasi da sentirsi invadente o inopportuna, ma poi è la forza di un gesto, quel “prendere la mano” che apre il cuore della poetessa e lo avvicina a quello della madre.

Ma una delle cose più curiose di questa silloge è che, anche se la poetessa parla sempre di questo duello perenne con il tempo o del tempo che divora il presente per condurre l’uomo alla vecchiaia e alla fine dei suoi giorni, lei non parla mai di morte. Non usa questa parola troppo dura, fredda, che annulla le speranze e preferisce descriverla con versi più elaborati che ci trasmettono un’immagine di eleganza e ci fanno pensare alla morte come una danza che corteggia l’uomo: “[il] traguardo d’un tempo/ codardo e impietoso/ che in fondo ci attende crudele” (in “Anche io avrò il tuo tempo”, p. 13). In “Come allora” la morte è semplicemente “la via de non ritorno” (p.19).

In “Carnevale” la poetessa affonda in un momento di colori e travestimenti, qual è appunto quello della festa di Carnevale e durante la quale “[fingerà] per non farsi scoprire” (p. 17). C’è da una parte un’insaziabile sentimento fanciullesco e ludico che torna a galla, quasi con la volontà di sfidare se stesso e gli altri, dall’altra, però, c’è la volontà della poetessa di osservare, travisata, gli altri e il mondo, senza esser vista né riconosciuta. Il bisogno di cambiare prospettiva, di indossare gli abiti di un altro e di sentirsi un po’ questa persona e soprattutto la necessità di celarsi al mondo, è forse rivelatrice di come la poetessa consideri importante il tema dell’identità passata. Mascherandoci e ritornando bambini possiamo illuderci di rivivere quei momenti andati per sempre e di rinverdire ricordi ormai appassiti: “Di domani non voglio parlare,/ la mia maschera ride perenne,/ cosa importa se dietro io vivo,/ altri mondi, altri sogni per me” (p. 17).

Il tempo che divora e che consuma non viene mai insultato, offeso o vezzeggiato dalla Carocci, ma è esso stesso oggetto di riflessione dei suoi pensieri; parlare di esso significa cercare di conoscerlo, respirarlo e farselo amico. La Carocci dialoga con esso, quasi volesse delle risposte che puntualmente non giungono. Non si scoraggia e lo richiama, lo interpella, lo chiama in causa. E’ lui che comanda tutto e l’uomo deve prenderne atto.

Non si sfugge dal tempo, non si annulla, non possiamo dilatarlo: “Ma niente contro lo scandir/ degli anni io posso”, scrive in “Madre” (p. 54).

Possiamo viverlo, però, mitigarlo, sfidarlo o, come ci dice la Carocci, “trasformarlo”:

 

Non sono più bambina,
né giovane ragazza
ma il tempo che è passato,
lo voglio trasformare.
(in “E sarà di nuovo giorno”, p. 24)

 

La sensibilità di  una poetessa come la Carocci è così variegata ed eccelsa proprio perché parte da un’attenta esegesi sul tempo e sul ruolo che esso svolge nelle nostre vite e, soprattutto, nelle nostre riflessioni. Così il ricordo della nonna e i giochi dell’infanzia sembrano a prima vista essere perduti e sostituiti da quei “nostalgici giorni” (p. 33) del presente, un tempo in cui la malinconia, la tristezza e la continua lotta con la dimenticanza, scrivono le ore, ma il passato non è perduto perché rivive nei sogni dove la poetessa ritrova quei tempi e riscopre momenti passati, re-incontra i suoi cari e quasi dialoga con essi. Così la mamma, il genitore premuroso che ha dato amore e cresciuto il figlio, una volta anziano diventa come un infante a cui il figlio da’ amore, premure e attenzioni cantandogli una dolce ninna nanna (“Ninna nanna”, p. 61).

 

Lorenzo Spurio
(scrittore, critico-recensionista)

Jesi, 19-02-2013

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Quel plenilunio perenne”, poesia di Lorenzo Spurio

QUEL PLENILUNIO PERENNE
POESIA DI LORENZO SPURIO
 
1111111111111Quel plenilunio perenne                                                              
 si rispecchiava
 in abbracci di plastica
 mentre il mondo ruggiva.
 
 Fumavo paure ricorrenti,
 nel cielo zigzagante
 i miei pensieri di creta
 correvano.
 
  
LORENZO SPURIO (c)
Jesi, 13-02-2013
 
E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE POESIA SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

A favore delle biblioteche modenesi: “La luce oltre le crepe”. Recensione di Lorenzo Spurio

La luce oltre le crepe
di AA.VV.
Curatori: Roberta De Tomi e Luca Gilioli
Prefazione a cura di Giuseppe Pederiali
Bernini Editore, 2012
ISBN: 978-88-95822-07-5
Pagine: 65
Costo: 10€
 
Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

Un profondo, cupo brontolio
di nostra, amata, madre terra
e più nulla sarà come prima:
perch’io qua… non son più!
(“Il muto fantasma” di Tommaso Campera, p. 10)

 

ImmagineLa luce oltre le crepe raccoglie poesie di numerosi poeti contemporanei che si sono uniti in questa esperienza lodevole per un fine umanitario: quella di finanziare e salvaguardare le biblioteche modenesi dopo il forte sisma che la provincia emiliana ha subito nel maggio del 2012. I proventi derivanti dalla vendita di questo libro, infatti,  verranno interamente dedicati a questo fine benefico (nel colophon, inoltre, è riportato il codice IBAN sul quale è possibile inviare del denaro per questa causa).

I curatori del testo, Roberta De Tomi e Luca Gilioli, hanno deciso di fare un lavoro di qualità: ce ne rendiamo conto guardando l’immagine di copertina, semplice e significativa, quella di un muro scrostato, rotto e infranto dalla grande forza della natura. L’interno è altrettanto curato e si susseguono liriche potenti in versi per lo più asciutti, scarnificati, dai quali il lettore non farà difficoltà a percepire la sofferenza del poeta che ne ha steso sulla carta quei versi. Perché una crepa è sempre sinonimo di qualcosa che divide, si rompe, che ci conduce a una realtà diversa dalla precedente, poiché ogni rottura in fondo non potrà essere mai più risanata completamente. Rimarranno segni, cicatrici, tracce indelebili nel tempo e soprattutto nella memoria di chi quei traumi li ha vissuti sulla propria pelle. L

’intero progetto che sta alle base di questa pubblicazione, come ricorda egregiamente Giuseppe Pederiali nella nota di prefazione, è quello di “non essere dimenticati, perché qualcuno non faccia finta di non conoscere la gravità di quanto è accaduto”. Il libro si apre con una bellissima poesia di Giuseppina Abbate che tratteggia il misto di sensazioni di quella notte tremenda in cui “il buio divenne veglia e morte” e poi la terra che trema, le macerie, le urla e la polvere tanto da far pensare che sia davvero arrivata la fine del mondo, “come se il maestro avesse rotto l’incanto” (p.2). La poetessa conclude speranzosa che la notte che si succederà sia “senza paura di scosse e lamelle” (p.3), ma sappiamo che non lo sarà: tanto il terrore di chi ha ancora la morte negli occhi che non consentirà nel breve e forse mai di non aver paura: “Mi addormenterò ancora,/ ma chi ho fatto sussultare/ vivrà sempre con quel singulto/ nel cuore” scrive Miriam Ballerini in “L’Italia che trema” (p.5).

Perché la natura si accanisce sull’uomo? C’è una ragione? C’è un disegno che sottende alle calamità naturali? Il poeta Alfredo Bruni in “Terremoti” fa sue queste considerazioni chiedendosi se eventi come questi siano “legg[i] di natura” (p.8) per passare a vedere poi nell’uomo stesso e nella sua attività spregiudicata l’origine di catastrofi come queste, mentre Roberta De Tomi, riferendosi alla natura, si chiede: “E’ davvero matrigna?” (p. 21). L’immagine della madre natura come divinità del Creato, florida e fertile, lascia il posto a un’arcigna creatura degli inferi che genera male e dolore: “madre terra diventi maligna/ più non ci abbracci/ ma di dosso ci scrolli/ come fastidiosi insetti” scrive Giovanni Degli Esposti in “Ricominciare a contare ancora” (p. 22). Daniela Gregorini in “Ricostruire” scrive: “S’arrende, questa pianura/ all’autorità della Madre. Despota” (p. 39).

finale_emilia_torre_orologio4_1Luca Artioli nella sua “E siamo stati come case” sottolinea l’inesistenza e la perdita stessa d’identità dell’uomo privato della sua dimora, il complesso di affetti, ricordi e speranze. L’elemento fisico e materiale è ormai perduto, infranto, deteriorato tra le macerie; rimane lo spirito abbattuto dell’uomo: “le poche cose rimaste/ora si radunano in gesti” (p.4), e Marzia Carocci nella sua “Tutto tace” ci da’ l’immagine di un paese nel quale non si ode più nessun rumore dopo la tragica scossa che ha prodotto un atroce boato e fatto crollare case. C’è silenzio e assenza: la poetessa cerca di dare senso all’esistenza, ma i chiari simboli della normale vita dell’uomo sono ormai violentati e scomparsi: “Le case senza tetti,/ le chiese senza Croci/ la Croce che tu invochi/ per riveder la luce” (p.12).

Respiriamo i colori e i profumi di un territorio locale, quello della Bassa, della provincia modenese  (“quella terra che amo/ e che mi ha tradito” per usare i versi di Maria Michelina Castelli, p. 13) in uno scenario desolante dove sembra che non ci sia più speranza e possibilità di rialzarsi. Quelle suggestioni che questa terra infonde in chi l’ha vissuta, l’ha conosciuta o tutt’ora la vive, sono esse stesse motivo per andare avanti a testa alta, rifuggendo spiccioli atteggiamenti vittimistici che non porteranno a niente.

Il terremoto non è solo morte e desolazione, ma anche una riflessione sulla vita per chi rimane su questo mondo, una chiamata non-voluta a riscrivere se stessi, una sfida potente lanciata dalla natura che violentemente detterà per sempre l’esistenza della società. Le macerie, la polvere, le grida, il sangue e le lacrime sono immagini ricorrenti in questo scenario apocalittico dove ogni certezza è ormai sfumata per sempre lasciando l’uomo in un inquietante limbo alla mercé del freddo, della mancanza di riparo, della privazione di cari e del delirante dubbio alla ricerca della ragione per la quale la natura prima da’ all’uomo, per poi togliergli tutto, compresa la vita stessa. Il sisma è così sinonimo di cesura tra un prima e un dopo, tra la spensieratezza e la depressione, tra la felicità e l’angoscia. Anche se la terra ha tremato per una manciata di secondi, gli uomini rimarranno scossi per sempre: “Mentre la vita cambia,/ il dopo prevale sul prima/ di una serenità incrinata/ come un bicchiere di cristallo” (“Dopo” di Roberta De Tomi, p. 21).

La forza destabilizzatrice che si sprigiona dal centro della terra, il terremoto, viene descritto dai poeti nelle forme più varie, utilizzando parallelismi, metafore o analogie: per Pierina Cilla è  “il dubbio che corre nel filo del tempo” (p. 15), per Vincenzo Ciminello è “[l’] attimo prima del boato” (p.16), per Giovanni Degli Esposti è “un sisma universale delle anime” (p. 22), per Andrea Garbin è  “una sorta di tonfo” (p. 31), per Giorgio Mancinelli è “il rimuginare della Terra” (p. 46), mentre per Pietro Pontieri è “un’anteprima d’Apocalisse” (p. 55).

In “Tremuli pioppi” di  Pietro Erasmo Fasani (p. 25) il poeta mette in luce la cattiveria umana che si sprigiona in un momento tragico come quello del dopo-sisma: lo sciacallaggio tra i detriti delle case mentre in “Terremoto”, Silvano Fini (p. 27) ricorda l’impegno umanitario di civili e forze dell’ordine per cercare di salvare vite: “Tanti angeli si sono prodigati/ rischiano la medesima vita/ per soccorrere, aiutare e salvare” (p. 27). E sono queste due poesie, poste una di seguito all’altra a mostrare la doppiezza dell’animo umano di fronte alla tragedia e alla distruzione di tutto: chi si è salvato e furtivamente ruba qualcosa tra le macerie o si introduce nelle case dichiarate inagibili e chi, invece, consapevole del rischio che corre, si dona alla società cercando di salvare vite.

C’è voglia di fare e di ricostruire.

Ricostruire una casa è come ricostruire se stessi e rinascere: “Bambino mio, sogna ancora/ e non piangere non piangere/ c’è tanto da rifare/ dal sorriso alla carezza/ ricostruire tutto nuovo” (“!SPACCA CASCA SPACCA!” di Serse Cardellini, p. 11). Maria Grazia Fabbri in “La tua Finale” (Finale Emilia fu la città più interessata dal sisma) chiude la lirica con speranza, voglia di andare avanti, come uno spiraglio di luce che, seppur fioco, riesce a rompere le tenebre: “Appena la terra smette di tremare/ ci mettiamo tutti d’accordo/ e pietra dopo pietra/ con le nostre braccia/ lo tiriamo su il nostro paese.// La torre dell’orologio e il castello/ il duomo, il municipio e il teatro/ e vedrai papà che lo torniamo a fare/ ancora più bello” (p. 24). Forte è il bisogno di ricostruire il passato per dar senso al presente e per affidarsi al futuro.

Questo libro è un mattone importante nel processo di ricostruzione delle coscienze del dopo-sisma emiliano che può e deve essere preso come modello di quel desiderio insanabile dell’uomo di celebrare la vita anche quando sembra che la disperazione sia ormai padrona di tutto.

 

La terra ha urlato
-ma oggi ha ancora il suo domani-
avvolto il cuore nell’abbraccio
siamo vivi –vivi!-
Figlio.
(“29 Maggio” di Sara Bellingeri, p. 6)

  

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico-recensionista)

 

Jesi, 14-02-2013

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Poeti contemporanei e non. Antologia di poesia civile”, Edizioni Agemina (2012)

Poeti contemporanei e non. Antologia di poesia civile
di AA.VV.
Curatore: Pina Vicario
Edizioni Agemina, Firenze, 2012
ISBN: 978-88-95555-52-5
Pagine: 134
Costo: 10 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio
Uomo!
Riprendi il tuo posto,
evita il danno e l’imbarazzo
di un mondo spogliato.
(“Uomo” di Sandra Carresi, p. 91)

Antologia-2Appena una settimana fa ho avuto il piacere di conoscere la signora Pina Vicario, poetessa e dirigente di Edizioni Agemina, una realtà editoriale di piccole dimensioni ma che sta seguendo numerosi e validi autori del panorama culturale contemporaneo. In quell’occasione la signora Vicario mi ha omaggiato di una copia del volume poetico-antologico dal titolo Poeti contemporanei e non. Antologia di poesia civile, edito per l’appunto dalla sua casa editrice. Ne sono stato molto contento, perché un’antologia di poesia civile è probabilmente quello di cui avevamo realmente bisogno in questo oggi difficile e alienante, come pure la stessa Vicario osserva nella sua interessante nota di prefazione. Parlare di poesia civile significa imboccare un percorso il cui inizio va rintracciato in decenni e secoli a noi distanti perché, anche se i testi di storia di letteratura dedicano uno spazio approssimativo al genere, la poesia civile, voce dell’uomo e del popolo (ossia dell’uomo che si unisce) sulle problematiche che soffre sulla sua pelle, è sempre esistita. Diversi i problemi, le esigenze, le denunce o gli “inganni sociali”, ovviamente, uguale, invece, il senso di oppressione, emarginazione e sconfitta del “povero cristo” che soffre direttamente sulla sua pelle condizioni d’indigenza che contrastano, invece, con l’opulenza di chi comanda per il bene del paese. O che dovrebbe farlo.

Per questo l’antologia si apre con una prima parte nella quale si da’ spazio ad alcuni grandi poeti di sempre: William Blake, il precursore del romanticismo inglese, l’esistenzialista Ungaretti, il pessimista Leopardi, Neruda e vari altri scrittori di altissima levatura che, a loro modo, danno la rappresentazione del dramma sociale. Tra questi ci sono versi “potenti” e dolorosi come quelli di San Martino del Carso di Ungaretti e delle considerazioni amare sul senso del nascere, il genio recanatese scrive in “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”: “Nasce l’uomo a fatica,/ ed è rischio di morire il nascimento” (cit. p. 10).

La seconda parte del volume, quella più ampia, da’ invece voce ai poeti contemporanei, più o meno noti, presentando anche una scheda biografica per ciascuno di essi. Un’analisi esaustiva dell’intero volume presumerebbe una scrittura critica attenta per ogni componimento; mi soffermerò brevemente solo su alcuni testi e versi, invitando però il lettore a leggerli tutti, con altrettanto interesse ed attenzione.

Marzia Carocci, poetessa e critico-recensionista fiorentino, celebra il valore della donna nella lirica “8 Marzo 1908” che rievoca la tragica morte in un rogo scoppiato in una fabbrica americana, evento attorno al quale poi nacque la “festa della donna” che tutti gli anni celebriamo. La Carocci ammonisce il lettore invitandolo a ricordare quel sacrificio e il valore-dono che la Donna stessa rappresenta: “E tu donna, che ancora lotti invano/ musa, mistero, madre del tuo tempo/ ricorda che quel fiore profumato/ è rosso sotto un giallo camuffato/ del sangue delle donne forti e fiere” (p. 31). Rosalba Satta Ceriale in “Ma la poesia non muore” riconosce il valore di questo genere letterario: difesa, approdo, consolazione e forza per concludere “Ma la poesia non muore con l’inganno” (p. 39). Nicoletta Corsalini, invece, dipinge in una lirica incalzante con dei versi reiterati, la violenza dell’uomo che si macchia di peccato, reato e prepotenza con le sue atroci azioni senza rendersi conto che ferisce se stesso nel momento in cui le compie.

Parlare di sociale non significa parlare solo di povertà, ma di tutte quelle realtà che pongono l’uomo in una difficoltà inarrestabile nel condurre una vita dignitosa: abbandono, esilio, l’essere orfani, la violenza sessuale (si legga la poesia “Broken” di Davide Rocco Colacrai, basata su di un doloroso episodio d’incesto, p. 67), l’offesa ricevuta, la prostituzione (si legga la bellissima lirica di Loretta Giannangeli intitolata “La giovane prostituta nera”, p. 55), la denigrazione, lo schiavismo, lo sfruttamento lavorale (leggere “La fabbrica che uccide” di Paolo Tonelli, p. 114), la sofferenza per la guerra (leggere “Partigiani” di Giorgia Francesconi, p. 105 che si chiude con dei versi magnifici: “Fammi lottare per il meriggio della Vita”), il vagabondaggio, la mancanza di un lavoro, la discriminazione religiosa, il razzismo e così via. C’è dolore, ma non rassegnazione in queste pagine, le lacrime si mescolano alla nuda terra, alla polvere e le grida sembrano squarciare il silenzio. In “11 settembre” Maria Grazia Castagna rievoca l’attacco più doloroso che la società contemporanea abbia mai subito scrivendo “l’umanità si accartoccia/ opulente e sciocca/ nel delirio” (p. 108).

Questo volume regala al lettore pepite d’inestimabile valore, pagina dopo pagina. Solo dalla riflessione sul mondo e dalla comprensione, che giungono solo grazie alla compartecipazione e alla condivisione d’idee, si può modificare la società nel bene, proprio come “L’uomo di fumo” di Daniele Carboni in cui l’uomo, dopo aver “emarginato, rifiutato e cancellato”, giunge a una riflessione aperta sul senso dell’esserci.

Non ci sono migliori parole che quelle usate da Anna Maria Folchini Stabile nella sua poesia “Corrono gli anni…”, un quadretto di consapevole e riconoscente storia dell’uomo, dell’italiano nella fattispecie, con riferimenti ad eventi storici dolorosi. La speranza e l’ottimismo, che sono elementi comuni in molte poesie di questo libro, non sono una manifestazione effimera dell’utopia che tutti i giorni rincorriamo, ma sono esse stesse rivelatrici di una lucida volontà di migliorarsi, aiutarsi e scoprirsi utili all’altro a partire dai più piccoli gesti:

Ci saranno
giorni migliori
quando tutto
avrà compimento,
quando ognuno,
conosciuto il suo ruolo,
farà della storia
il suo Credo (p. 113).

Lorenzo Spurio

Jesi, 13-02-2013

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Sabato 9 febbraio a Firenze si è parlato di poesia

Sabato scorso, 9 febbraio 2013, a partire dalle ore 10:00 presso la Biblioteca Villa Bandini di Firenze si sono svolti due importanti appuntamenti con la poesia contemporanea.

Si è presentato, infatti, il volume antologico “L’arte in versi”, libro che contiene i testi risultati migliori dall’omonimo concorso ideato ed indetto nel 2012 da Blog Letteratura e Cultura, la rivista Euterpe, la rivista Segreti di Pulcinella e il Blog Intingendo d’Inchiostro.

 

Relatore della presentazione è stato Lorenzo Spurio, scrittore, critico-recensionsita e direttore della rivista Euterpe. Sono intervenuti Massimo Acciai, poeta e scrittore, direttore della rivista Segreti di Pulcinella, Iuri Lombardi, poeta e scrittore, Marzia Carocci, poetessa e critico-recensionista, Monica Fantaci, poetessa, Sandra Carresi, poetessa, scrittrice e vice-presidente dell’Associazione Culturale TraccePerLaMeta, Anna Scarpetta, poetessa, Massimo Grilli, Lenio Vallati, poeta e scrittore, Luisa Bolleri, poetessa e scrittrice ed Elisabetta Audino, poetessa.

Durante la presentazione del volume si è parlato del ruolo della poesia e dell’importanza di iniziative come queste. Si è poi passati a parlare e presentare il bando della nuova edizione del premio.

A partire dalle 11:00 invece, nella stessa location, si è presentato il libro d’esordio della poetessa palermitana Monica Fantaci, dal titolo “La riva in mezzo al mare” edito da TraccePerLaMeta Edizioni.

Interessanti gli interventi e le questioni che sono state portate in dibattito.

Di seguito il video della presentazione:

 

Firenze, 9-10 febbraio: i nostri appuntamenti letterari

loghi promotori arte in versi 2013

sab. 09-02-2013 ore 10:00

Biblioteca Villa Bandini – Via di Ripoli 118 –  FIRENZE (zona Gavinana)

Presentazione antologia poetica “L’arte in versi” 2012

Interverranno: Lorenzo Spurio, Iuri Lombardi, Massimo Acciai, Marzia Carocci, Monica Fantaci, Martino Ciano e gli autori delle poesie

sab. 09-02-2013 ore 11:00

Biblioteca Villa Bandini – Via di Ripoli 118  –  FIRENZE (zona Gavinana)

Presentazione La riva in mezzo al mare di MONICA FANTACI

Relatori: Lorenzo Spurio, Sandra Carresi

Interverranno: Marzia Carocci, Iuri Lombardi, Massimo Acciai

sab. 09-02-2013 ore 17:00

Biblioteca Comunale di Compiobbi – Via Aretina 45 – Compiobbi (FIRENZE)

Poesia e musica con i Poetikanten

Gruppo formato da Paolo Ragni, Massimo Acciai, Iuri Lombardi, Alessio De Luca.

dom. 10-02-2013 ore 10:00

Cabina Teatrale – Via Romagnosi  13/a    –  FIRENZE (zona Rifredi)

Presentazione di Iuri dei Miracoli di IURI LOMBARDI

Relatori: Paolo Ragni, Lorenzo Spurio

Interverrà: Massimo Acciai

Tutti gli eventi sono completamente gratuiti.

La S.V. è invitata a partecipare.

Un sito WordPress.com.

Su ↑