“Chiantulongu / Piantolungo” di José Russotti. Recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

L’ultima opera in ordine di tempo del poeta siciliano José Russotti (Ramos Mejía, Buenos Aires, Argentina, 1952) è Chiantulongu (Edizioni Museo Mirabile, 2022) che, in doppia lingua (siciliano variante malvagnese – comune della provincia di Messina – e italiano), propone un suggestivo percorso poetico tra le vene più profonde dell’interiorità del Nostro.

Il suo è un “pianto lungo”, un’opera che, pur snodandosi in varie sottosezioni, è idealmente e potenzialmente un percorso lirico continuo e infinito, un canto di dolore e malinconia per l’età andata che tratteggia il passaggio del tempo, l’assenza delle persone amate, il ricordo nitido dei momenti del trapasso dei suoi cari.

Con quest’opera si propone quella polarità studiata dalla critica lorchiana, in ambito spagnolo, attorno a un componimento elegiaco quale il noto Pianto per Ignazio Sanchéz Mejías che il celebre Granadino dedicò nel 1934 all’amico torero deceduto per una cornata di un toro. Se il titolo originale dell’opera parlava di Llanto (ovvero Pianto) nel procedimento di traduzione nella nostra lingua vide prediligere la forma di Lamento. Non sempre il lamento, però, è assimilabile a un vero pianto. Sta di fatto che – per smarcarsi da Bo e Rendina – Caproni decise di mantenere fedeltà all’originale traducendo con Pianto. L’opera di Russotti mi fa pensare a tutto questo: il suo è un Pianto vero e proprio ovvero un componimento che, pur non avendo la forma del poemetto ma delle singole poesie, muove attorno all’idea del dolore e del compatimento, della sofferenza lacerante e della costernazione. Il lutto, pur individuato in specifici piani temporali, non si stempera col passare del tempo e i versi contengono, come raggrumate, le lacrime di disperazione e strazio dell’uomo. Siamo dinanzi a una sorta di romanzo di formazione in versi: l’esperienza del dolore è elemento di cerniera, si configura come un rito di passaggio ineliminabile. Passando per questa fase l’individuo non sarà più come prima della sperimentazione del cordoglio, dell’assenza. Della pena. Ecco che Russotti, poeta versatile grande amante della lingua orale della sua zona, ci consegna una delle opere più sentite e personali che abbia mai scritto, più accorate e dolenti, più strazianti e, proprio per questo, più vivida e potente.

Il volume si apre con una dotta prefazione a firma di Maria Nivea Zagarella e si chiude, come in un percorso circolare innervato su riflessi poetici e bagliori esegetici attorno al percorso dell’Autore, con un nutrito apparato critico nel quale sono riportati estratti di analisi, recensioni e valutazioni ermeneutiche di altrettanti poeti, scrittori e intellettuali sull’opera di Russotti. Tra queste “considerazioni amicali sulla poesia” vi sono, tra le altre, note del professor Tommaso Romano e dei poeti Santina Paradiso, Pietro Cosentino e Francesco Giacalone.

Possiamo dire che José Russotti è poeta – in italiano e in lingua siciliana – per nascita e vocazione, per spirito innato, per caparbietà, per la sua grande diluizione nel mondo socio-etno-antropologico della provincia di Messina che ha contribuito a narrare anche in altre forme: con la musica (ha pubblicato un cd su sonorità etniche dal titolo Novantika, Ballate sulle rive dell’Alcantara edito da Novantika nel 2004) e mediante un’apprezzatissima opera fotografica (Malvagna miain bianco e nero, tra suggestioni e fantastici ricordi edita dal marchio da lui stesso creato denominato Fogghi mavvagnoti, nel 2022.

Tuttavia è in campo letterario che Russotti ha raccolto i maggiori consensi[1] grazie a una intensa attività autoriale di libri ma anche di curatore editoriale: notevole la pubblicazione di tre tomi della Antologia di Poeti contemporanei siciliani edita per i tipi di Fogghi mavvagnoti (I volume, 2020; II volume, 2021; III volume, 2022)[2]. Come autore la sua produzione si è dispiegata in varie sillogi: Fogghi mavvagnoti (autoedizione, 2000), Spine d’Euphorbia (Il Convivo, 2017), Arrèri ô scuru / Dietro il buio (Controluna, 2019) ai quali ora si aggiunge quella che – senza infatuazioni o piaggerie – definirei opera magnum ovvero Chiantulongu (Edizioni Museo Mirabile, 2022).

Parlando della sua poesia il poeta, scrittore e saggista modicano professor Domenico Pisana ha sottolineato che «i suoi versi hanno il sapore di un sincero scavo interiore che si fa dono e che la sua anima traduce in canto poetico di autenticità e di vita». Ce ne rendiamo conto piuttosto bene inoltrandoci con adeguata attenzione e spirito di riflessione nelle pagine che compongono Chiantulongu.

Il libro si snoda tra poesie dedicate agli affetti: il padre, la madre, la moglie e la figlia Elyza. Una sezione è anticipata dall’iscrizione “Nei giorni chiusi” dove si ritrovano riflessioni che sembrano essere state partorite nel tempo infausto del Covid-19 (leggiamo, infatti, in una di esse «In questi istanti di morbo infame / il cuore si gonfia a mantice e scoppia», p. 59); segue “A Malvagna, il paese della memoria ritrovata” con liriche di pregevole caratura euritmica riferite al borgo – se non natale, dato che l’Autore è nato in Argentina – ancestrale, del suo ceppo familiare.

Cospicua è, infine, l’interrogazione dell’io lirico sulle questioni di ampia risonanza che coinvolgono l’approfondimento esistenziale, inserite nella sezione conclusiva, “Sulla vita e sulla morte”. Il pensiero attorno al trapasso si fa qui particolarmente pronunciato: intere poesie sono dedicate a sorella morte come “Ci sono giorni” il cui explicitQuando morirò! (Se morirò!) / vorrei restare per sempre / nel cuore e nella mente di chi mi ha voluto bene, / come un qualcosa che mai si marcisce / o un lampo splendente, / prima del buio!», p. 83) ricorda, ancora, il Lorca del Cantejondo (la struggente “Memento”) quando scrisse: «Quando morirò, / lasciate il mio balcone aperto. / Il bambino mangia aranci. /Dal mio balcone lo vedo». Quello di Russotti è un richiamo alla terra, all’estrema volontà di ricongiungersi anche in un al di là alle tracce del suo passato ma anche un desiderio di essere ricordato. Da notare la vena autoironica e giocosa dell’autore quando, tra parentesi d’incisi e non di specificazioni, annota vagamente e con un fare illusorio, «Se morirò».

La morte non è solo un’immagine, pur nella forma vacua di un’idea, ma diviene in Russotti uno dei motivi principi che muovono l’esigenza del dettato lirico da farne un topos, un elemento ricorrente, un vero e proprio assillo che, comunque, tratta di volta in volta con velature inedite, mai repliche delle stesse. In “Questa morte che ci teniamo addosso” è possibile fruire di questi versi: «Quando spunti nel buio della notte / come la morte quando vuole arrivare, / nera di scorza dura, con il mento / che trema e il sangue che ghiaccia. / Questa morte che ci portiamo addosso / come il vinavil appicciato fra le dita / o un vecchio motivo che frulla in testa» (p. 95).

Viene alla mente una celebre frase dell’attrice Anna Magnani che ebbe a dire: «Morire è finire: perché si deve finire? Un uomo dovrebbe finire quando decide di finire, quando è stanco, pago di tutto: non prima. Oddio, c’è una tale sproporzione tra la dolcezza con la quale si nasce e la fatica con la quale si muore». Eppure per Russotti la morte, pur cantata, fatto oggetto dei sui lamenti per i genitori venuti a mancare, non sembra concepita realmente come destinazione ultima, come atto definitivo e concluso in per se stesso. Vita e morte, come nella più alta letteratura di tutti i tempi – innervata su un sentimento cristiano – non sono facce di un Giano bifronte, antipodi invalicabili e recalcitranti ma, al contrario, l’una contiene l’altra, ne è una sua progressione e sfaccettatura. La morte s’iscrive nella vita e non è solo il completamento finale, inderogabile e ultimo. Ecco perché Russotti parla di vinavil, di qualcosa che è attaccato al nostro essere, inglobato alla nostra epidermide di esseri coscienti. Volenti o nolenti.

Toccante il ricordo della morte del padre (citiamo in italiano ma ricordiamo che l’intera opera è proposta anche – anzi in prima battuta – è in lingua siciliana nella variante malvagnese): «Quanto ti chiamai quel mattino. Quanto? // […] / ma tu non sentisti e mai ti voltasti» (p. 15). Il dolore di quell’addio persevera al presente, in ogni momento che l’Autore riflette sul percorso del padre e lo ricorda nei momenti di condivisione: «[P]iango aspettando ancora / il canto dell’ultima volta. / Vivo e mi consumo / dietro il ceppo di un sorriso amaro / inseguendo il tempo che sfugge. // […] [F]in quando insacco ricordi / e mi nutro di malinconia» (p. 21). Di grande intensità è anche la successiva poesia “Grappolo d’amore”, questa volta dedicata alla figura della madre: «La morte è una croce da sopportare, / un canto amaro che mai si spegne / in questi giorni di calca e pianto» (p. 29).

La poesia rimane comunque imprescindibile, una costante sicura, un faro nel quale appigliarsi in ogni circostanza della vita, in ogni ora della giornata. Russotti ne è convinto. Sa che il canto lirico vive della contemplazione e della solidarietà dell’uomo, dell’impegno all’ascolto e alla conoscenza dell’animo. Ne è certo. Come quando in “L’ora sospesa” annota «Si vive d’amore e di nulla, / di stenti e sostentamenti / ma non toglietevi la poesia dal cuore!» (p. 87). E persuade anche noi lettori.

LORENZO SPURIO

Jesi, 15/04/2022


[1]Consensi che sono giunti tanto dalla critica che dal giudizio di numerosi premi letterari nazionali, contesto nel quale ha ottenuto numerosi e importanti riconoscimenti tra cui: Premio “Vann’Antò-Saitta” di Messina, il Premio “Città di Chiaramonte Gulfi – La città dei Musei”, il Concorso letterario “Salva la tua lingua locale” di Roma; il Premio “Pietro Carrera” di Catania, il Premio “Luigi Einaudi” di Paternò (CT), il Premio “Poesia Circolare Epicentro” di Barcellona Pozzo di Gotto (ME), il Premio di Poesia “L’arte in versi” di Jesi (AN) e l’ambito Premio “Città di Marineo” a Marineo (PA); il Premio di Poesia “Colapesce” di Messina.

[2] Al primo volume ho dedicato un’articolata recensione pubblicata su varie riviste: «Lumie di Sicilia» n°150 (65 online), maggio 2021, pp. 19-20; «Culturelite», 03/05/2021; «Tony Poet – Dialogo con la rete», 03/05/2021, «Xenia», anno VI, n°1, marzo 2021, pp. 82-86; «Vesprino Magazine», n°129, aprile 2021, pp. 33-35. Nel secondo volume di quella che, per il momento, è una trilogia, figura un mio contributo critico quale Prefazione del volume.


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Addio a Cesarina Castignani Piazza, voce del vernacolo anconitano

Articolo di Lorenzo Spurio

È venuta a mancare nella giornata di ieri, 21 maggio 2021, nella sua casa di Monte San Vito (AN), la poetessa anconetana Cesarina Castignani Piazza all’età di settantacinque anni. È stato il marito, Filippo Piazza, a darne comunicazione a mezzo internet sul social Facebook con un breve messaggio corredato da uno scatto che ritraeva l’amata moglie in un momento felice.

Nata a Jesi nel 1946, ma da sempre verace e autentica anconetana, la Castignani si è contraddistinta nel corso di una lunga carriera – riconosciuta e omaggiata da più parti in lungo e largo per l’Italia – per le sue grandi doti ispirative e di creatività che l’hanno condotta a essere una rinomata poetessa della nostra Regione. Vincitrice di molteplici Festival e concorsi locali (tra cui il Festival Varano, il Premio Adriatico, il Premio Città di Ancona, in varie edizioni) ma non solo, si è imposta come una delle voci più significative del dialetto anconitano assieme alla sorella Anna Maria, Maria Pia Marchetti, Alfredo Bartolomei Cartocci, Anna Maria Abbruzzetti e Umberto Emili, sulla scia dell’importante stagione del vernacolo anconitano che ha visto, tra le altre, le presenze importanti di Duilio Scandali, Turno Schiavoni, Palermo Giangiacomi, Elio Giantomassi, Eugenio Gioacchini, Piero Pieroni, lo studioso Mario Panzini, compilatore di un ampio dizionario del vernacolo in tre volumi.

Cesarina Castignani Piazza ha attraversato con pienezza il mondo culturale, è stata autrice di una poesia che guardava con disincanto al cambiamento degli spazi nativi, che non mancava mai di omaggiare la bellezza del Creato, attenta e fedele nel ripercorrere i dettati del mondo popolare delle genti della zona d’Ancona. Il suo dialetto, così incisivo e a tratti icastico, è stato il mezzo privilegiato col quale ha pure scritto e visto realizzare alcune opere teatrali, ampiamente tributate dal successo di pubblico e di critica.

A Jesi nel corso della premiazione del Premio di Poesia “L’arte in versi” nel 2015.

Valida artista si è misurata anche con le arti figurative, a testimonianza di una grande abilità artistica ottenendo pregevoli risultati. Ha preso parte a esposizioni personali e collettive, tanto nella sua regione, che in Umbria ed Emilia Romagna. Come artista venne inserita nelle pubblicazioni Arte al femminile, curata dalla Provincia di Ancona e in Arte oggi. Pittori-scultori italiani contemporanei, con una critica di Mario D. Storari.

Percorrere, pur in breve, il tracciato della carriera letteraria e artistica della Nostra significherebbe dover scrivere pagine e pagine, tanto è ricca di avvenimenti, di successi, di momenti di luce. Vale, però, la pena di rammentarne qualcuno a partire dal più recente riconoscimento (ottobre dello scorso anno) che ricevette, il prestigioso Premio alla Carriera per il settore poesia in seno alla seconda edizione del noto Premio “Adriatico – Un mare che unisce” organizzato dal poeta il prof. Massimo Pasqualone.

Personalmente la ricordo in alcuni degli eventi poetici organizzati sul territorio nel corso degli ultimi anni dove risultò premiata: il 3° premio alla XXVI edizione del Premio Internazionale di Poesia “Città di Porto Recanati” nel 2015 e l’attestato di riconoscimento all’interno del medesimo premio nella XXVIII edizione nel 2017 con la poesia “Cègo, sordu, mutu” (ad evidenza anche della natura etico-sociale di certa produzione poetica della Nostra); la segnalazione della Giuria alla IV edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” di Jesi nel 2015 con l’opera “La puesia”.

A dispetto della sua amplissima produzione di testi poetici e commedie la Nostra non ha mai raccolto in un volume a stampa le sue opere sebbene in una recente dichiarazione ebbe a dire che aveva almeno sei opere considerate come complete: Dodici mesi come me pare a me… e altre storie; Verzi e verzàci, Verzi spèrzi… e piccolo zoo; Rime in controcanto; Scampoli ripescati e Quinte d’anima.

Molti dei suoi testi possono essere reperiti in varie antologie e raccolte letterarie alle quali prese parte con particolare entusiasmo tra cui le antologie di Voci Nostre di Ancona, organizzatrice del noto Premio Letterario “Città di Ancona” che spesso la vide affermarsi; altre opere vennero pubblicate sul periodico in vernacolo anconitano «Riguleto» e sul quotidiano «Corriere Adriatico».

 L’augurio è quello che parte delle opere di Cesarina, che tanto ci hanno fatto compagnia, divertire (spesso) e riflettere (sempre) possano essere pubblicate in volume per una maggior fruizione pubblica e conoscenza della sua indimenticabile opera.

Due testi di Cesarina Castignani Piazza, il primo in vernacolo anconitano e l’altro in lingua.

CÈGO, SORDU, MUTU (Alla Lega del Filo d’Oro)

Di Cesarina Castignani Piazza

Nun vedi, nun zenti, nun pòi discóre. 

Come ’n’isula de carne che pulza

a braci stesi, palmi spalancati,

spèti, ’nt’un uceano d’ombra,

l’aprodo de ’n toco maestro

che alfine te fa, come me, vivu.

E cuscì, ’n  t’un delirio solu tuo

senti, da deto a deto, che per te

c’è ’n’amore su misura

che tutu te ’nveruchia uguale al glicine

che a primavera straripa de viola

sul cancèlo scurdato.

Ma pòle bastà?

Chi mai saprà dìte la vastità del mare,

el prodigio de l’alba che sega l’urizonte,

el sbigià de ’na stela ’ntel mistero de la note?

E per de più,

al de sopro d’ogni meludia,

chi te pudrà di’ el vibrà

de la voce de mama

quando te chiama per nome?  

Nun vedi, nun zenti, nun pòi discóre.

’Na galèra de silenziu te ’mprigiona

’ndove tutu t’è statu negato.

Ma io so, in t’un’intima certeza,

che quando lasceremo stu percorzo paralelo

el mio tuto vedé, tuto parlà, tuto sentì,

sarà solu sfiutu vagante ’nte stu mondo blasfemo

e scoprirò, senza meravija, che solu te

sarai stato veramente vivu.

*

CERCHI  D’OMBRA

Di Cesarina Castignani Piazza

Non posso entrare

nei tuoi cerchi d’ombra.

Vorrei uno spiraglio,

un piccolo varco…

Forse basterebbe

un nulla, un entrare

in una cruna d’ago

per incontrare la favilla

gemella del mio amore.

Ma il tuo vivere

è aggrappato

a slabbrate geometrie

e non sai

di rondini in volo,

d’incantesimi germogliati,

di piogge, di arcobaleni…

e di me

che solo bacio

il tuo volto innocente.

E i giorni vanno

come pagine di vento

dove ho scritto

di stagioni sparite,

di guglie di sole

rimaste inaccessibili.

E dove, struggendo,

ho scritto di te

che resti farfalla

con un’ala sola

tremula e ignara

sull’unica corolla.

…In cerchi d’ombra…

Solo il pianto ci assomiglia.

Articolo di Lorenzo Spurio

Jesi, 22/05/2021

Cinzia Perrone con “Mai via da te” sabato 30 settembre alla Bibl. Diocesana a Jesi

Associazione Culturale Euterpe

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Sabato 30 settembre alle ore 17:00 presso la Biblioteca Diocesana “Cardinale Petrucci” (Via Santoni) a Jesi si terrà la presentazione del romanzo breve “Mai via da te” (Montedit, 2017) della scrittrice napoletana Cinzia Perrone che da vari anni vive a Jesi. Un romanzo doloroso e autentico nel quale traccia, con una scrittura spigliata e di semplice fruibilità, i difficili momenti che hanno fatto seguito alla prematura e inaspettata morte dell’amato fratello. Un percorso di rinata autoconsapevolezza e crescita interiore che si realizza anche mediante lo spostamento tra la Jesi dove la donna ormai vive in forma stanziale e il capoluogo partenopeo che l’ha vista nascere, crescere e dove ancora oggi è custodito il suo cuore.

L’evento è organizzato dalla Associazione Culturale Euterpe con il Patrocinio del Comune di Jesi e della Provincia di Ancona e sarà introdotto da Lorenzo Spurio (Presidente Ass. Culturale Euterpe). Interverranno Stefano Vignaroli (scrittore) e Marco…

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Addio al Poeta Renato Pigliacampo, confidente del Silenzio

Dopo lunghi mesi di coma ci ha lasciati oggi 29-06-2015 il professore Renato Pigliacampo, poeta e scrittore, saggista e docente all’università degli Studi di Macerata. Sordo dall’età di dodici anni a causa di una grave forma di meningite, Pigliacampo si è formato nelle migliori scuole per audiolesi e si è laureato all’università “La Sapienza” di Roma in Pedagogia, specializzandosi poi in Psicologia. È stato incaricato di Psicologia del minorato sensoriale e di Lingua e Linguaggi per il sostegno all’università di Macerata, è stato per un periodo insegnante in una scuola specializzata per sordi a Roma, poi psicologo dirigente in un’ASL della regione Marche.

Per l’attività letteraria scientifica si è dedicato prevalentemente alla sociologia del mondo audioleso con un nutrito numero di interventi critici molto importanti sul tema di diffusione nazionale tra cui: Lo Stato e la diversità (1983), Handicappati e pregiudizi: assistenza-lavoro-sessualità (1994), Lingua e linguaggio nel sord (1998), Parole nel movimento. Psicolinguistica del sordo (2007), Nuovo dizionario della disabilità, dell’handicap e della riabilitazione (2009), Lettera ad una logopedista (1996, riedito 2012).

Per la poesia numerose le collaborazioni e i commenti critici da parte di eminenti esponenti del panorama culturale regionale e nazionale tra cui Rosa Berti Sabbieti, Leonardo Mancino, Cesare Zavattini, Guido Garufi, Gastone Mosci e tanti altri. La sua produzione poetica è stata vasta e racchiude le raccolte: Canto del mio silenzio (1971), Dal silenzio (1981), Radice dei giorni (1986), Adobe (1990), Poema Nimittaka per y (2001), Canto per Liopigama (1995), Ascolta il mio silenzio (1999), L’albero di rami senza vento (2006) e Nel segno del mio andare (2013).

Impegnato anche come romanziere pubblicò i libri Una giornata con me (1981), Thulcandra. La città del silenzio (1993) e il romanzo Il vergaro. Storie di contadini nella terra di Leopardi (1999); un nuovo romanzo sulla storia della sua famiglia e dei suoi luoghi era stato appena completato prima che si ammalasse.

Uno scatto della presentazione dei suoi libri alla Biblioteca Comunale di Macerata nel dicembre 2013. Da sinistra Renato Pigliacampo, Lorenzo Spurio, Susanna Polimanti

Uno scatto della presentazione dei suoi libri alla Biblioteca Comunale di Macerata nel dicembre 2013. Da sinistra Renato Pigliacampo, Lorenzo Spurio, Susanna Polimanti

Ho avuto l’occasione di conoscerlo un paio di anni fa in un reading poetico che avevo organizzato a San Benedetto del Tronto sulla tematica del disagio psichico e sociale e poi di ritrovarlo in varie iniziative culturali. Con lui mi sentivo spesso, almeno una volta alla settimana, mediante e-mail e parlavamo della Poesia, mi raccontava dei suoi impegni accademici e tanto altro. Assieme all’amica Susanna Polimanti presentammo due delle sue opere più importanti tra cui la celebre Lettera a una logopedista presso la Biblioteca Comunale di Macerata e poi l’anno scorso mi aveva espressamente voluto in Giuria, quale Presidente, al suo Premio Internazionale di Poesia “Città di Porto Recanati” nella XXV edizione. Avremmo di certo continuato a collaborare perché Renato era una fucina di idee, sempre molto preparato e organizzato nei suoi interventi, volenteroso e anche caparbio. Il suo temperamento faceva di lui un uomo con delle certezze intramontabili e dal bisognoso ricorso alla scrittura, come cantuccio dove sentirsi protetto ed esternare i suoi pensieri e tormenti. Continuerò a ricordarne la spiccata combattività tanto da venir identificato il“Guerriero del Silenzio”, la sua multiforme loquacità, l’impegno serio ed onesto verso il sociale, la generosità d’animo. Il Premio Internazionale di Poesia “Città di Porto Recanati”, da lui ideato e per il quale tanto si è sempre impegnato, sarà un motivo in più che quest’anno in sede di Premiazione ci darà il doveroso piacere di ricordarlo come uomo e poeta che ha lasciato una traccia distinta ed autentica.

Una voce dal Silenzio che continuerà ad echeggiare.

A favore delle biblioteche modenesi: “La luce oltre le crepe”. Recensione di Lorenzo Spurio

La luce oltre le crepe
di AA.VV.
Curatori: Roberta De Tomi e Luca Gilioli
Prefazione a cura di Giuseppe Pederiali
Bernini Editore, 2012
ISBN: 978-88-95822-07-5
Pagine: 65
Costo: 10€
 
Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

Un profondo, cupo brontolio
di nostra, amata, madre terra
e più nulla sarà come prima:
perch’io qua… non son più!
(“Il muto fantasma” di Tommaso Campera, p. 10)

 

ImmagineLa luce oltre le crepe raccoglie poesie di numerosi poeti contemporanei che si sono uniti in questa esperienza lodevole per un fine umanitario: quella di finanziare e salvaguardare le biblioteche modenesi dopo il forte sisma che la provincia emiliana ha subito nel maggio del 2012. I proventi derivanti dalla vendita di questo libro, infatti,  verranno interamente dedicati a questo fine benefico (nel colophon, inoltre, è riportato il codice IBAN sul quale è possibile inviare del denaro per questa causa).

I curatori del testo, Roberta De Tomi e Luca Gilioli, hanno deciso di fare un lavoro di qualità: ce ne rendiamo conto guardando l’immagine di copertina, semplice e significativa, quella di un muro scrostato, rotto e infranto dalla grande forza della natura. L’interno è altrettanto curato e si susseguono liriche potenti in versi per lo più asciutti, scarnificati, dai quali il lettore non farà difficoltà a percepire la sofferenza del poeta che ne ha steso sulla carta quei versi. Perché una crepa è sempre sinonimo di qualcosa che divide, si rompe, che ci conduce a una realtà diversa dalla precedente, poiché ogni rottura in fondo non potrà essere mai più risanata completamente. Rimarranno segni, cicatrici, tracce indelebili nel tempo e soprattutto nella memoria di chi quei traumi li ha vissuti sulla propria pelle. L

’intero progetto che sta alle base di questa pubblicazione, come ricorda egregiamente Giuseppe Pederiali nella nota di prefazione, è quello di “non essere dimenticati, perché qualcuno non faccia finta di non conoscere la gravità di quanto è accaduto”. Il libro si apre con una bellissima poesia di Giuseppina Abbate che tratteggia il misto di sensazioni di quella notte tremenda in cui “il buio divenne veglia e morte” e poi la terra che trema, le macerie, le urla e la polvere tanto da far pensare che sia davvero arrivata la fine del mondo, “come se il maestro avesse rotto l’incanto” (p.2). La poetessa conclude speranzosa che la notte che si succederà sia “senza paura di scosse e lamelle” (p.3), ma sappiamo che non lo sarà: tanto il terrore di chi ha ancora la morte negli occhi che non consentirà nel breve e forse mai di non aver paura: “Mi addormenterò ancora,/ ma chi ho fatto sussultare/ vivrà sempre con quel singulto/ nel cuore” scrive Miriam Ballerini in “L’Italia che trema” (p.5).

Perché la natura si accanisce sull’uomo? C’è una ragione? C’è un disegno che sottende alle calamità naturali? Il poeta Alfredo Bruni in “Terremoti” fa sue queste considerazioni chiedendosi se eventi come questi siano “legg[i] di natura” (p.8) per passare a vedere poi nell’uomo stesso e nella sua attività spregiudicata l’origine di catastrofi come queste, mentre Roberta De Tomi, riferendosi alla natura, si chiede: “E’ davvero matrigna?” (p. 21). L’immagine della madre natura come divinità del Creato, florida e fertile, lascia il posto a un’arcigna creatura degli inferi che genera male e dolore: “madre terra diventi maligna/ più non ci abbracci/ ma di dosso ci scrolli/ come fastidiosi insetti” scrive Giovanni Degli Esposti in “Ricominciare a contare ancora” (p. 22). Daniela Gregorini in “Ricostruire” scrive: “S’arrende, questa pianura/ all’autorità della Madre. Despota” (p. 39).

finale_emilia_torre_orologio4_1Luca Artioli nella sua “E siamo stati come case” sottolinea l’inesistenza e la perdita stessa d’identità dell’uomo privato della sua dimora, il complesso di affetti, ricordi e speranze. L’elemento fisico e materiale è ormai perduto, infranto, deteriorato tra le macerie; rimane lo spirito abbattuto dell’uomo: “le poche cose rimaste/ora si radunano in gesti” (p.4), e Marzia Carocci nella sua “Tutto tace” ci da’ l’immagine di un paese nel quale non si ode più nessun rumore dopo la tragica scossa che ha prodotto un atroce boato e fatto crollare case. C’è silenzio e assenza: la poetessa cerca di dare senso all’esistenza, ma i chiari simboli della normale vita dell’uomo sono ormai violentati e scomparsi: “Le case senza tetti,/ le chiese senza Croci/ la Croce che tu invochi/ per riveder la luce” (p.12).

Respiriamo i colori e i profumi di un territorio locale, quello della Bassa, della provincia modenese  (“quella terra che amo/ e che mi ha tradito” per usare i versi di Maria Michelina Castelli, p. 13) in uno scenario desolante dove sembra che non ci sia più speranza e possibilità di rialzarsi. Quelle suggestioni che questa terra infonde in chi l’ha vissuta, l’ha conosciuta o tutt’ora la vive, sono esse stesse motivo per andare avanti a testa alta, rifuggendo spiccioli atteggiamenti vittimistici che non porteranno a niente.

Il terremoto non è solo morte e desolazione, ma anche una riflessione sulla vita per chi rimane su questo mondo, una chiamata non-voluta a riscrivere se stessi, una sfida potente lanciata dalla natura che violentemente detterà per sempre l’esistenza della società. Le macerie, la polvere, le grida, il sangue e le lacrime sono immagini ricorrenti in questo scenario apocalittico dove ogni certezza è ormai sfumata per sempre lasciando l’uomo in un inquietante limbo alla mercé del freddo, della mancanza di riparo, della privazione di cari e del delirante dubbio alla ricerca della ragione per la quale la natura prima da’ all’uomo, per poi togliergli tutto, compresa la vita stessa. Il sisma è così sinonimo di cesura tra un prima e un dopo, tra la spensieratezza e la depressione, tra la felicità e l’angoscia. Anche se la terra ha tremato per una manciata di secondi, gli uomini rimarranno scossi per sempre: “Mentre la vita cambia,/ il dopo prevale sul prima/ di una serenità incrinata/ come un bicchiere di cristallo” (“Dopo” di Roberta De Tomi, p. 21).

La forza destabilizzatrice che si sprigiona dal centro della terra, il terremoto, viene descritto dai poeti nelle forme più varie, utilizzando parallelismi, metafore o analogie: per Pierina Cilla è  “il dubbio che corre nel filo del tempo” (p. 15), per Vincenzo Ciminello è “[l’] attimo prima del boato” (p.16), per Giovanni Degli Esposti è “un sisma universale delle anime” (p. 22), per Andrea Garbin è  “una sorta di tonfo” (p. 31), per Giorgio Mancinelli è “il rimuginare della Terra” (p. 46), mentre per Pietro Pontieri è “un’anteprima d’Apocalisse” (p. 55).

In “Tremuli pioppi” di  Pietro Erasmo Fasani (p. 25) il poeta mette in luce la cattiveria umana che si sprigiona in un momento tragico come quello del dopo-sisma: lo sciacallaggio tra i detriti delle case mentre in “Terremoto”, Silvano Fini (p. 27) ricorda l’impegno umanitario di civili e forze dell’ordine per cercare di salvare vite: “Tanti angeli si sono prodigati/ rischiano la medesima vita/ per soccorrere, aiutare e salvare” (p. 27). E sono queste due poesie, poste una di seguito all’altra a mostrare la doppiezza dell’animo umano di fronte alla tragedia e alla distruzione di tutto: chi si è salvato e furtivamente ruba qualcosa tra le macerie o si introduce nelle case dichiarate inagibili e chi, invece, consapevole del rischio che corre, si dona alla società cercando di salvare vite.

C’è voglia di fare e di ricostruire.

Ricostruire una casa è come ricostruire se stessi e rinascere: “Bambino mio, sogna ancora/ e non piangere non piangere/ c’è tanto da rifare/ dal sorriso alla carezza/ ricostruire tutto nuovo” (“!SPACCA CASCA SPACCA!” di Serse Cardellini, p. 11). Maria Grazia Fabbri in “La tua Finale” (Finale Emilia fu la città più interessata dal sisma) chiude la lirica con speranza, voglia di andare avanti, come uno spiraglio di luce che, seppur fioco, riesce a rompere le tenebre: “Appena la terra smette di tremare/ ci mettiamo tutti d’accordo/ e pietra dopo pietra/ con le nostre braccia/ lo tiriamo su il nostro paese.// La torre dell’orologio e il castello/ il duomo, il municipio e il teatro/ e vedrai papà che lo torniamo a fare/ ancora più bello” (p. 24). Forte è il bisogno di ricostruire il passato per dar senso al presente e per affidarsi al futuro.

Questo libro è un mattone importante nel processo di ricostruzione delle coscienze del dopo-sisma emiliano che può e deve essere preso come modello di quel desiderio insanabile dell’uomo di celebrare la vita anche quando sembra che la disperazione sia ormai padrona di tutto.

 

La terra ha urlato
-ma oggi ha ancora il suo domani-
avvolto il cuore nell’abbraccio
siamo vivi –vivi!-
Figlio.
(“29 Maggio” di Sara Bellingeri, p. 6)

  

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico-recensionista)

 

Jesi, 14-02-2013

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