“Ventilabro” di Francesco De Napoli, recensione di Marcello Maria Pesarini

Recensione di MARCELLO MARIA PESARINI

Ventilabro, di trentanove pagine, poemetto in quattro canti, sottotitolato (in qualità di dedica) Scotellariana, è stato edito da Edizioni Graphisoft di Roma nel 2019, ed appartiene alla collana “All’insegna dell’occhiale”, ideata da Emerico Giachery e Andrea Rivier. La prefazione è dello stesso Giachery.

A chi si rivolge Francesco De Napoli nel suo poema, settimo come poesia oltre a tre poemetti? Alla terra, alla sua terra, agli abitanti ignavi e combattivi, con appelli ora chiari a Rocco Scotellaro, a personaggi ora noti ora no, ma con veemenza non per questo ridotta. Alla terra madre di tutti, mentre al maschile parla di terriccio pater.  A noi lettori, sempre e comunque, coraggiosi ascoltatori capaci al tempo di grandi slanci ma anche di “misfatti infranti, anche miei” includendo se stesso naturalmente nella schiera.

Uso il termine ascoltatori perché Francesco De Napoli, legato alla realtà della terra, sua per origine o per scelta, intraprende la sua nuova narrazione sulla Lucania con un poemetto articolato in quattro canti, ora ritmati, ora rilassati, capaci di tenere sempre viva l’attenzione di noi lettori chiedendoci rispetto e impegno. La lettura ci saprà ripagare.

Il linguaggio è pervaso di sangue, humus terrigno ma anche profonda ironia, il risuonare onomatopeico del cicaleccio, “il badananai d’ogni cronachetta e tanti altri bestiari”. Efficace il termine badananai (ovvero “chiasso”, “rumore”) usato per deridere la fatua attenzione che viene costruita attorno alla borsa valori ed alla piazza affari: “che tremino, si rifaranno inglobando illimitati extra-mercati”.

Le lunghe ballate riverberano la Lucania di ieri confrontata con quella dell’oggi, rimandano ad un mio conterraneo, Luigi Di Ruscio, in uno dei suoi affannosi esposti-denunce contro i furbacchioni che ammorbano l’Italia, e da essa vengono dati alla luce. Entrambi provengono e tornano al Quasimodo del Lamento del Sud. Ne L’allucinazione, (Cattedrale/Narrativa, 2007) Luigi Di Ruscio dice: “Cerchiamo di capire in quale paesaggio siamo capitati. Iniziamo con i vocabolari, ne ho collezionati una diecina”.

Il linguaggio perciò è base del lavoro, pur nell’evoluzione dei termini e del ritmo cantilenante/sobbalzante fitto di personaggi come nella “Desolation Row” di Bob Dylan. Non si perdona né perdona “in troppi sanano scellerate empietà – non pagliuzze, piedritti – con la sdegnosa e indifferente supponenza ricondotta all’indigenza umana, alla cristiana sofferenza”. Non sembra incolpare i suoi conterranei del degrado “della vite gemellata con l’ulivo, nel ciliegiolo ellenico” che scade nei “vinelli riconvertiti prodotti della costa” del “cartolaio che spaccia “gratta e vinci” e si giustifica col dire che siano vermi di terra”. Ne prende atto, qui una sua novità, pur nell’amore per la terra. Dialoga ancora con Rocco, predecessore ancorché maestro nella “rabbia…che si muterà in vita nuova”.

Non si pensi all’indulgenza verso il rimpianto: “I lavabi svuotando dalla mota, dai bruniti lastroni l’eco delle campane a festa giunge ai grabiglioni” oppure “Rocco e Leonardo per sempre assieme, prodromi cantori di squassate arti: calzolai e sarti. Ceppi da ricucire con cura,come abiti e calzature”.

Forte la presa di posizione sulle culture che sono infinite, eppure una e sola. Ardisco da questa ed altre affermazioni a riconoscere l’intellettuale organico e lo spirito militante, colui che non si sottrae al conflitto anzi ne privilegia l’importanza. Ne afferma l’utilità nella lode dell’opera del ventilabro “che dalla pula affranca e i legacci scioglie del maligno”.

Gioca, come già detto, col grottesco quasi non curandosene “venerdì santificato senza lutti né pretese di resurrezioni” si distacca “Da te verrò da solo e poche cose vorrò vedere, il paesaggio è già dentro di me e i tuoi occhi non li potrò guardare” ancora rimeggia, “Ogni evento è solo vento, nessun sasso segna il passo, da se stesso e dagli altri è diverso”. Un pluri-personaggio l’interprete di Ventilabro. Una lezione e una scoperta per chi scrive, con gratitudine a chi glielo ha presentato.

MARCELLO MARIA PESARINI


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“La leggenda del santo ergastolano” di Giuseppe Bommarito, recensione di Marcello Maria Pesarini

La leggenda del santo ergastolano (Affinità Elettive, Ancona, 2022), un titolo beffardo, quasi irriverente, proprio come vogliono essere le parole del figlio del protagonista, Ninì, il quale durante l’adolescenza scopre con estremo dolore l’appartenenza del padre a Cosa Nostra e si impegna con tutte le energie nei comitati antimafia che sorgevano a Palermo negli anni ‘90. Eppure la beffa dura l’attimo in cui viene pronunciata, svelando, appena scompaiono le parole, una narrazione sul dovere, anzi sui doveri umani.

Le 254 pagine dell’ultimo parto di Giuseppe Bommarito, edite dalle Affinità Elettive di Valentina Conti, casa editrice anconetana, si compongono di una prima storia sotto forma di romanzo di Rocco Russo e famiglia, e della seconda storia, narrata dal carcere in forma epistolare. Il dovere, per l’autore, è in primis quello del rispetto per se stessi, tradotto invece dal protagonista nell’inganno della rispettabilità, concessa agli “uomini d’onore” in Sicilia.

Rocco, cavallo di razza, non esita ad unirsi ai mafiosi coi quali il padre era colluso, appena dopo l’uccisione dello stesso da parte di una cosca rivale.

Inizia così una saga dei dannati, dei predestinati ad un futuro senza scelta, che tanto li identifica con i parigini descritti ne “L’ammazzatoio” da Emile Zolà.

Gli “ultimi”, che si erano inurbati e vivevano alle periferie della, forse, più prestigiosa città europea del tempo, partivano alla mattina verso il centro città alla ricerca di un impiego spesso giornaliero; solo alcuni arrivavano alla loro meta.

Zolà li descrive perdersi in osterie, in liti fra di loro, in diversivi perdenti. Il loro destino è segnato e la fine di molti protagonisti, miserrima, sarò lenta e inesorabile come quella di Rocco Russo.

Nel romanzo di G.B., Rocco Russo si illude che il suo dovere sia di arricchirsi e, innamoratosi di Sara, giovane donna la quale si ostinerà per quieto vivere a non vedere le vere occupazioni del marito, farà di tutto per non farle mancare nulla, con un sincero affetto che metterà su un gradino ben più alto degli agi ottenuti col suo tremendo lavoro di killer.

Tanto sarà l’impegno del protagonista nell’assolvere tale lavoro, che inizierà a disegnare la sua fine quando denuncerà al Capo Cosca il comportamento “poco professionale” e disumano di due suoi scagnozzi, uno dei quali si accanirà verso lui come collaboratore di giustizia.

Si apre ora una delle pagine più profonde e sofferte del romanzo, la denuncia degli effetti terribili delle droghe e dell’alcool su chi le assume.

La trasformazione di menti, spesso già predisposte, in un misto di superomismo e di risentimento verso l’umanità, che si illudono allo stesso tempo di potersi fermare e di poter punire chiunque, azzerando qualsiasi briciola di umiltà e di relazione col mondo esterno.

Pagine queste che ritorneranno in maniera diametralmente opposta nella seconda parte del romanzo: a fronte delle figure della moglie Sara che, proprio in nome dell’amore, analizza la sua precedente connivenza, e della figlia Consuelo che si addentra nella mostruosità della istituzione dell’ergastolo ostativo, dall’altra parte Rocco si ergerà a uomo che non ha voluto tradire altri colleghi, dannati consapevoli come lui, appuntandosi una immaginaria medaglia sul petto di uomo d’onore.

Molti i doveri a cui richiama Giuseppe Bommarito: leggere il libro fin in fondo, per comprendere quanto ingiusta sia l’istituzione della morte a lento rilascio (per questa rimando alle note di seconda pagina), essere umili e non giustificare mai le proprie scelte con le circostanze, accettare di essere composti di tante spinte contrastanti e non considerarle una debolezza.

Un romanzo di formazione degli anni 2000, nel quale lo stile non si piega alle circostanze, ma descrive facendo partecipe il lettore ai momenti di crudeltà come a quelli dell’amore più profondo.

MARCELLO MARIA PESARINI


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