“Neoplasie civili” di Lorenzo Spurio. Commento di Gabriella Pison

Nota critica a Neoplasie Civili di Lorenzo Spurio

A CURA DI GABRIELLA PISON

 

Featured Image -- 7051Credo che gli uomini abbiano perso la capacità di sperare, di incrociare gli sguardi per guardarsi vicendevolmente negli occhi, per sentirsi meno soli, così nei versi di Lorenzo Spurio:

si aspettava una folata di fumo
come un segnale tribale
e intanto il mondo lottava
e la gente si dava la morte
in ogni angolo del pianeta

 

Come ne “Il fiore giallo” se gli uomini riuscissero a sintonizzarsi sulle emozioni degli altri, per farle proprie, per armonizzarsi con l’universo e sentirsi una scintilla nel microcosmo, godrebbero del privilegio di sentirsi parte di un tutto e non un elettrone sfuggito al alle casualità del fato:

 

Di colpo mi son chinato a terra
e al margine di un marciapiede
ho colto un fiore giallo
cresciuto lì, forse per sbaglio

 

e con timore sospetto che il Cielo sia vuoto di rassicuranti convinzioni, Spurio affida al capriccio del destino, tra disperazione e speranza, l’anelito ad una visione di trionfo del Bene:

 

Ho odorato ancora il fiore
accorgendomi che esalava tristezza
e bisogno d’amore

 

anche se profetizza l’impossibilità a vedere una luce in “Ridicolous Job Act”

o  quando con il comandante oceanico
rabbuiato per la sua colpa
accoltellava l’umanità di angoscia
con il traghetto-catafalco
ricorda il tragico ed evitabile naufragio al largo della Corea del Sud.

 

Il misurarsi con le tragedie delle quotidianità gli consente forse di esorcizzarne i tratti, pur conservando la drammatica consapevolezza di trovarsi di fronte a laceranti geometrie, crepuscolari deliri nella solitudine che annichilisce e che ricorda Primo Levi in Se questo è un uomo:” L’uomo, ogni singolo uomo, è solo. Nessuno lo può aiutare. I legami di sangue sono svaniti, le amicizie non sussistono. Dio, in un momento tale, non esiste. O è molto lontano”

Così il nostro poeta, in Neoplasie civili, riscopre la sconfitta dell’uomo inerme di fronte alla certezza della sopraffazione, come in

Quando nel mondo si spara,
Gea si occulta la vista
e corre ad occhi serrati
verso rovi e sterpi acuminati
per accecarsi

 

 Alla fine forse solo l’affermazione del  proprio io su tutto ciò che sta intorno, garantisce  la propria inviolabilità, in un gioco di apparenti contrasti, dove la fuga ritaglia lacerti di salvezza, sia un sogno o una speranza: la morte come avventura della ragione, certezza metafisica di chi comprende quanto tutto sia incerto:

 

Sconvolto correvo per le vie,
allungavo la falcata
e correvo
sempre più veloce,
correvo…
 
…la vita mi scorciò per sempre.
Ora son gl’altri
a cantar le mie pene.
Forse

 

Una freschezza adolescenziale nei versi di Spurio calibrati da una scelta originale delle parole e dei contesti, vibrati da una emozione che cerca di mascherarsi nella penombra di riferimenti nietzschiani, dove l’uomo si libera da ogni forma di trascendenza, arrendendosi al non senso oltre l’essere

 

Riflettei sulla storia
che raggruma cancrene
e che defluisce in sbocchi
e che mai riporta la vittoria

 

e l’avventura della ragione sembra proteggere l’assurdo del non voler alzare gli occhi al cielo per paura di dover credere

 

inghiottivo veloci preghiere
sconclusionate, sorte per caso
e affinché non prendessero il sopravvento,
m’aggiravo per la casa
bestemmiando un qualcuno

 

Ma si tratta di vivere e pensare con questo strazio: per Lorenzo che con l’acutezza della luce intellettuale sembra surrogarsi nel pensiero di Camus quando ipotizza che il senso delle cose sia  irrimediabilmente perduto e che  l’uomo sia solo con il proprio desiderio di comprensione è un attimo in cui si smarrisce, in cui le immagini si dissolvono una nell’altra, esiste la possibilità di dare un senso all’esistenza

 

La battaglia si vince solo intentandola.

 

anzichè

 

Il mondo, un luogo di transito in cui la voce del ribelle deve farsi corale, anche se non si attende risposte

 

Negli interstizi della realtà che continua a scorrere, si avverte il tormento, che va oltre la monade della materia, e che si spinge verso un regno dove qualcosa salva dal disfacimento e dalla finitezza umana, con impressa nell’adynaton la tensione verso l’elevazione dello spirito:

Cristo si stropicciava gli occhi
in un Golgota di cartapesta,

 

ma “In cattedrale si suicida uno scrittore”

per sdegnare il tormento
di gravosi e disoneste leggi
contro-natura, che spaccano
la Sacra Famiglia
e demoralizzano il tragicomico
della vita d’oggi
passando per la farsa
e riducendo tutto in burle

 

ispirandosi allo scrittore francese Dominique Venner, suicida in Notre Dame, che annotava disperato come per scuotere il mondo dalla la letargia siano necessari e vitali gesti capaci di scuotere le coscienze risvegliando la memoria delle nostre origini, Lorenzo Spurio entra nell’anima, nelle sue galassie, nelle sue tensioni profetiche e quella che appare una fuga dalla speranza si fa catarsi del marchio di Caino:

 

Lo sprezzante
caudillo
era stato messo in ginocchio
non da armi o minacce,
ma dall’inesorabile esistenza.
 

Così Lorenzo gioca la sua poetica tra dirompenze metonimiche, intonazioni solenni,  lucide e crude esegesi, con analisi abbaglianti come squarci di sole nel Kali yuga della ragione: illuminazione caravaggesca prestata alle parole.

 

Gabriella Pison

Trieste, 19/10/2014

La presentazione del volume “Dolce terra di marca” domenica 9 nov. ad Agugliano (AN)

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“Dolce terra di marca, fiabe popolari marchigiane”
 
 
Le fiabe popolari mantengono nel nostro tempo la capacità di incantare. Le innumerevoli trasposizioni e trascrizioni, le opere teatrali, multimediali, i film, in cui vengono continuamente riproposte, testimoniano la loro vitalità. La fiaba parla all’immaginario degli uomini, apre alternative alla realtà quotidiana con un linguaggio schietto, immediato, essenziale. Dolce terra di Marca raccoglie le fiabe marchigiane nel dialetto con cui sono state trascritte dalla viva voce del popolo da parte di studiosi quali Antonio Gianandrea, Guido Vitaletti, Luigi Mannocchi, con accanto una trascrizione nell’italiano corrente per la comprensione di termini dialettali inusitati, a volte sconosciuti. Ogni fiaba è corredata da note di lettura, proposte per cogliere con immediatezza contenuti originali, suggestioni, aspetti di contesto territoriale.
Ad illustrare i testi, le immagini curate dagli studenti della Scuola Internazionale di Comics di Jesi che hanno interpretato i racconti con una prospettiva di lettura originale e contemporanea.
 

 
 
Laura Borgiani, Flavia Emanuelli, Mirella Mazzarini, marchigiane, hanno collaborato, per una specializzazione post-laurea, ad uno studio di analisi sulla fiaba popolare delle Marche. A distanza di anni si sono ritrovate dopo esperienze di lavoro differenti, a lavorare intorno alla fiaba di tradizione marchigiana per riscoprirne il valore e la vitalità. Ne è nato il progetto di favorire la conoscenza e la diffusione di un patrimonio di memoria legato all’identità del territorio.

L’antologia di autrici marchigiane “Femminile plurale” presentata a Jesi sabato 15.11.2014

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Jesi

 Galleria degli stucchi – Palazzo Pianetti

sabato 15 novembre ore 17

 

Femminile plurale

Le donne scrivono le Marche 

 un’antologia a cura di Cristina Babino

Con il patrocinio del Comune di Jesi e la collaborazione della Casa delle Donne di Jesi, Palazzo Pianetti riapre le porte a un nostro libro. L’antologia a cura di Cristina Babino sarà infatti presentata nella splendida cornice della Galleria degli stucchi; saranno presenti alcune delle diciassette autrici e introdurrà Tullio Bugari, dell’Arci Jesi-Fabriano.  copertina “Femminile plurale” raccoglie prose di Cristina Babino, Maria Angela Bedini, Allì Caracciolo, Alessandra Carnaroli, Elena Frontaloni, Maria Lenti, Enrica Loggi, Maria Grazia Maiorino, Franca Mancinelli, Caterina Morgantini, Renata Morresi, Natalia Paci, Anuska Pambianchi, Daniela Simoni, Eleonora Tamburrini, Lucia Tancredi, Luana Trapè. Il progetto sostiene l’attività dei centri antiviolenza delle Marche cui devolve parte del ricavato. http://www.vydia.it/femminile-plurale-le-donne-scrivono-le-marche/. Dalla introduzione di CRISTINA BABINO, curatrice dell’antologia: “ Totale libertà è stata lasciata a ciascuna autrice per quanto riguarda il tema da affrontare, lo stile e l’approccio (chi più analitico, chi più narrativo, chi più intimista e introspettivo) con cui interpretarlo. Con l’obiettivo di riflettere nelle scritture che compongono l’antologia il carattere composito della regione, la sua complessità identitaria, il suo eclettismo dissimulato e minimale, si è inteso affidarsi completamente all’estro, al talento e all’autonomia creativa di ognuna: per questo il volume presenta un assortimento ricchissimo di generi e di voci, dal racconto al saggio letterario, dalla prosa d’arte alla scrittura di attualità. Una molteplicità di stili e contenuti che costituisce il punto di forza di questa pubblicazione, esattamente come la pluralità è carattere peculiare della regione Marche.

Lutto a Macerata per la morte di Gian Mario Maulo

Gian Mario Maulo (Montecosaro, MC, 1943) , ex Sindaco della Città di Macerata e poeta finissimo, è venuto a mancare lo scorso 01.11.2014.

Qui la notizia diffusa sul Corriere Adriatico

L’uomo era solito inviare a me e ad altri contatti a mezzo mail le sue poesie che negli ultimi mesi erano marcatamente contraddistinte da un tono cupo e un senso vicino della morte. Ci ha lasciati ieri e l’ultima poesia mi è giunta per mezzo di un messaggio di Sua figlia che, pure, ne annunciava la dipartita.

Questa l’ultima poesia di una grande anima sensibile al prossimo, di un letterato lucido e dalle grandi doti umane e solidali.

 

La poesia che papà aveva deciso di inviarvi oggi.
I funerali si terranno lunedì alle 15 alla Chiesa Santa Madre di Dio. Non fiori, ma opere di bene.

braccia da orante e radici immense

ALBERO  DI  VITA
 
Non amo il vento in cima alla collina
e novembre gravido di nebbia nella tomba
né i crisantemi densi di paura
sbocciati ai vivi e subito recisi:
 
 
vorrei per manto di riposo un prato
e un albero di ulivo con le braccia
da orante e le radici immense;
 
 
non abito parole di bronzo
e loculi in cemento armato:
 
 
la mia casa è una lingua di fuoco
attinta al cero della pasqua
                              a primavera
quando la morte
non recide la vita ma la compie.

I Premio Letterario “Città di Fermo” – il bando di partecipazione

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La Libera Associazione Culturale ARMONICA-MENTE di Fermo presieduta da Nunzia Luciani, con il Patrocinio della Regione Marche, della Provincia di Fermo e del  Comune di Fermo, indice la Prima Edizione del Premio Letterario “Città di Fermo” regolamentato dal presente bando di concorso.

 

 

  1. Il Premio letterario è articolato in due sezioni:

Sezione A – Poesia a tema libero

Sezione B – Racconto a tema libero

Non verranno accettati testi in dialetto o in lingue diverse dall’italiano.

Il genere letterario dell’haiku non verrà considerato collocabile all’interno della sezione A.

Si potrà partecipare con poesie e racconti –sia editi che inediti- ma nel caso degli editi non dovranno aver conseguito un 1°, 2°, 3° premio in precedenti concorsi letterari.

 

  1. Per la sezione Poesia si potrà partecipare inviando un unico testo poetico munito di titolo, che non dovrà superare i 35 versi di lunghezza (senza conteggiare le spaziature tra strofe).

 

  1. Per la sezione Racconto si potrà partecipare inviando un unico testo narrativo munito di titolo che non dovrà superare le 4 cartelle editoriali (una cartella editoriale corrisponde a 1800 battute spazi inclusi).

 

  1. Quale tassa di partecipazione è richiesto il pagamento di 10€ per partecipare ad un’unica sezione e 15€ per partecipare ad entrambe le sezioni. Il pagamento dovrà avvenire secondo una delle modalità descritte al punto 6 del presente bando.

 

  1. Il partecipante dovrà inviare il testo che propone al concorso in 6 copie cartacee, tutte rigorosamente anonime, assieme alla ricevuta del pagamento e la scheda contenente i propri dati personali per via cartacea entro la scadenza del 30 gennaio 2015 all’indirizzo del Presidente di Giuria, indicando quale indirizzo il seguente:

 

Premio Letterario “Città di Fermo”

c/o Dott. Lorenzo Spurio 

Via Toscana 3

60035 –  Jesi (AN)

 

  1. Il pagamento potrà avvenire con una delle seguenti modalità:

Postepay

Numero tessera: 4023 6006 6599 3632  

Intestata a Nunzia Luciani         –        CF: LCNNNZ54H48G920P

Causale:  I PREMIO LETT. “CITTÀ DI FERMO”

 

Bonifico bancario 

IBAN: IT24X0538769660000000553815

Intestato a Armonica-Mente     

Causale: I PREMIO LETT. “CITTÀ DI FERMO”

 

  1. Non saranno accettate opere che presentino elementi razzisti, denigratori, pornografici, blasfemi o d’incitamento all’odio, alla violenza e alla discriminazione di ciascun tipo.

 

  1. La Commissione di giuria è composta da esponenti del panorama culturale e letterario legato alla Regione Marche:

Sezione A – Poesia –

Lorenzo Spurio – Presidente di Giuria

Susanna Polimanti – Presidente del Premio

Lella De Marchi – Componente

Asmae Dachan – Componente

Renata Morresi – Componente

Cinzia Franceschelli – Componente

 

Sezione B – Racconto-

Lorenzo Spurio – Presidente di Giuria

Susanna Polimanti – Presidente del Premio

Marco Rotunno – Componente

Fabiano Del Papa – Componente

Cesare Catà – Componente

Luca Rachetta – Componente

 

Il giudizio della Giuria è definitivo e insindacabile.

 

  1. Saranno premiati i primi tre poeti vincitori per ciascuna sezione. Il Premio consisterà in:

Primo premio: targa o coppa, diploma con motivazione della giuria e 150€

Secondo premio: targa o coppa, diploma con motivazione della giuria e 100€

Terzo premio: targa o coppa, diploma con motivazione della giuria e libri.

La Giuria inoltre procederà ad attribuire Menzioni d’Onore e Segnalazioni a vario titolo quali ulteriori premi, a discrezione del giudizio della Giuria.

 

  1. La cerimonia di premiazione si terrà nelle Marche, a Fermo (in un luogo che verrà indicato con precisione in un secondo momento) in un fine settimana di Maggio 2015. A tutti i partecipanti verranno fornite con ampio preavviso tutte le indicazioni circa la premiazione.

 

  1. I vincitori sono tenuti a presenziare alla cerimonia di premiazione per ritirare il premio. In caso di impossibilità, la targa/coppa e il diploma potranno essere spediti a casa dietro pagamento delle spese di spedizione, mentre i premi in denaro non verranno consegnati e saranno incamerati dall’Associazione per future edizioni del Premio.

 

  1. Tutti i testi dei vincitori, dei selezionati e dei menzionati a vario titolo saranno pubblicati nel volume antologico che sarà dotato di regolare codice ISBN e che sarà presentato nel corso della premiazione.

 

  1. La partecipazione al concorso implica l’accettazione di tutti gli articoli che compongono il bando.

 

 

NUNZIA LUCIANI – Presidente Ass. Culturale ARMONICA-MENTE

SUSANNA POLIMANTI – Presidente del Premio

LORENZO SPURIO – Presidente di Giuria

 Scarica il bando in formato PDF

Evento FB 

Info: premiocittadifermo@gmail.com

                     

              

                                   Scheda di Partecipazione al Concorso

 

 

La presente scheda compilata è requisito fondamentale per la partecipazione al concorso. Alla scheda va, inoltre, allegata l’attestazione del pagamento della relativa tassa di lettura per posta entro il 30-01-2015.

 

 

Nome/Cognome _______________________________________________________________________________

Nato/a ______________________________________________ il _______________________________________

Residente in via ______________________________________Città______________________________________

Cap _______________________ Provincia _________________________Stato____________________________

Tel. ___________________________________Cell.___________________________________________________

E-mail ________________________________________Sito internet: _____________________________________

 

Partecipo alla sezione:

□ A –Poesia                                           □ B – Racconto

 

con il/i testo/i dal titolo/i__________________________________________________________________________

_____________________________________________________________________________________________

_____________________________________________________________________________________________

 

 

Data____________________________________ Firma __________________________________

 

 

 

□ Acconsento al trattamento dei dati personali qui riportati in conformità a quanto indicato dalla normativa sulla riservatezza dei dati personali (D. Lgs. 196/03) e solo relativamente allo scopo del Concorso in oggetto.

 

 

□ Dichiaro che il/i testi che presento è/sono frutto del mio ingegno e che ne detengo i diritti a ogni titolo.

 

 

 

 

Data_____________________________ Firma ____________________________

A Firenze la presentazione dei libri di Augusta Tomassini e Maria Luisa Mazzarini

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Deliri Progressivi &  Euterpe Rivista Di Letteratura
organizzano

TRA POESIA E VITA ….

AUGUSTA TOMASSINI &

MARIA LUISA MAZZARINI

presentano

VOLO DELL’ANIMA—Poesia dall’Ombra

LANTERNE DI LUCE PER RICONOSCERMI

Relatori: Annamaria Pecoraro “Dulcinea”

(Poetessa e Direttore di Deliri Progressivi)

Lorenzo Spurio (Scrittore e critico letterario,

Direttore della Rivista letteraria Euterpe)

Interviene: Prof. Giancarlo Guerri

(sez. di Firenze dell’Unione Italiana Ciechi ed Ipovedenti)

 

SABATO 11 OTTOBRE ORE 17:30

c/o Libreria Nardini Bookstore

Via delle Vecchie carceri 2

(Angolo via dell’Agnolo)

FIRENZE

INGRESSO LIBERO

Augusta Tomassini:

Un periodo segnato da una grave

perdita, ma nei silenzi della solitudine le emozioni dettate dal cuore hanno permesso il grande volo verso la luce.

 

“Parte  delricavato del libro sarà devoluto all’associazione dell’Unione Italiana

Ciechi e Ipovedenti”

Maria Luisa Mazzarini

Sacro mistero illuminato di magia”. Ricerca di risposte, all’infinito senza fine. “Uno scrigno di versi d’Amore dell’angolo più segreto del cuore con le sue più belle emozioni. Bisogno profondo dell’Anima, un  perdersi per ritrovarsi, l’innamorarsi  e il suo respiro.”

Parte del ricavato del libro sarà devoluto all’Associazione  Art.Cult. “NuoviOcchiSulMugello”

Evento FB: https://www.facebook.com/events/293978700804858

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La premiazione del XXV Premio Città di Porto Recanati (dom. 28-09-2014)

Alcuni scatti della Premiazione del XXV Premio Città di Porto Recanati fondato e diretto dal professore Renato Pigliacampo.

Giuria: Lorenzo Spurio (Presidente), Susanna Polimanti (Componente), Lella De Marchi (Componente), Renato Pigliacampo (Componente)

Premiazione svoltasi domenica 28 settembre 2014 alle ore 17:00 al Castello Svevo di Porto Recanati (MC)

Le foto sono di Pietro Carenza (Turi – BA)

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Alla riscoperta del rispetto: L’ regul di Edda Baioni Iacussi – a cura di Lorenzo Spurio

Alla riscoperta del rispetto: L’ regul di Edda Baioni Iacussi

di Lorenzo Spurio 

 

[T]u p.r campà npò mej
in puisia hai da p.nsà…[1] (40)
 
Scrivo perché
la penna non trema
come la mia voce.
[…]
Scrivo perché
poi mi rileggo
per riuscire a capirmi. (75)

 

Ho scoperto la poetessa dialettale senigalliese Edda Baioni Iacussi recentemente, meno di due mesi fa quando, presso la Biblioteca Antonelliana della sua città, ho preso un volume in prestito dal titolo “Na manciata d’calcò” corrispondente per l’esattezza, alla sua prima silloge poetica pubblicata nel 1998 e alla quale è seguita a distanza di dieci anni “Ch.l mors d’mela”. L’ho conosciuta poi direttamente lo scorso Agosto a Marzocca di Senigallia durante la presentazione del suo terzo volume, “L’ regul”, libro del quale ho intenzione di parlare qui, in questa circostanza.

cover eddaCom’era stato nei precedenti volumi, la poetessa ha dedicato una prima parte del libro alle poesie in dialetto (quelle che a mio modo di vedere trasmettono in una maniera ineguagliabile sentimenti, emozioni e la forza del dialogato) e una seconda parte di liriche in lingua. Propedeutica e fonte di riflessione è la nota di prefazione firmata dal critico letterario Giuliano Bonvini in cui traccia a largo del tempo una sua ri-considerazione dell’utilizzo del vernacolo in poesia.

Edda Baioni Incussi è una donna che dona senza veli né riserbo le sue idee sul mondo, recuperando sia i momenti dolci del passato, sviscerando ricordi curiosi che sono resi indelebili nella sua mente e nel suo cuore e al contempo proponendoci pagine di analisi sulla società contemporanea, tanto diversa da quel ieri in cui –leggendo tra le righe- la Nostra localizza un età di splendore fatta di rispetto per gli altri, di riconoscenza e di solidarietà, oltre che di un vissuto votato all’autenticità.

La comprensione del dialetto senigalliese è per me qualcosa, se non di scontato, di estremamente facile (vuoi per la mia vicinanza fisica a Senigallia, vuoi per frequentarla) e laddove si presentano termini che possono sembrare leggermente criptici, nella maggior parte dei casi sono comunque intuibili. Con questo va subito fatta una piccola precisazione nel dire –come già hanno sostenuto in tanti, più o meno noti- che il dialetto di Senigallia è tipico e caratteristico del suo territorio (sono addirittura possibili dei sotto-dialetti, delle varianti, nel caso delle zone di Marzocca e Montignano) e non assimilabile in quello della Provincia a cui appartiene (non esiste un dialetto della Provincia di Ancona) né tanto meno a quella con la quale è più prossima al confine (Pesaro-Urbino) sebbene ci siano qua e là degli elementi che l’avvicinino al fanese (ma non al pesarese), molto di meno di quanto sia avvicinabile all’anconetano o allo jesino.

Ciò detto, il libro in questione è stato voluto da Edda Baioni Incussi per parlare di una società che cambia nel tempo e che nel presente osserva il suo stato di evoluzione (in tante cose quali l’industria e l’informatica), ma al contempo di involuzione (nei sentimenti, nel rispetto). Il titolo non poteva essere più chiarificatore di questa necessità di andare a riscoprire vecchi modelli per renderli attuali, di tenere a mente quelle che sono le regole semplici, del buon uso, del sano convivere, affinché non si maltratti l’ambiente, non si offenda l’altro e non si legittimi la violenza. Le regole esistono –ha osservato la poetessa nel corso della sua presentazione- il problema è che non le osserviamo, che non le facciamo nostre, che non le contestualizziamo nel giusto spazio o momento. E’ un annuncio questo che non intende gettare nella paranoia, ma che si nutre semplicemente di una osservazione cauta e scrupolosa di quanto avviene attorno a lei dove indifferenza, sconsiderazione, maltrattamento e iniquità sembrano essere gli attributi di una legge morale degradata alla marginalità. Per questo la Poetessa titola il libro con ‘L Regul come per dire che questo dovrebbe ritornare ad adoperarsi, ad essere osservato, denunciandone nella lirica d’apertura il rispetto nei confronti di queste leggi che l’uomo si è dato per il suo bene comune: “a risp.tall/ nun c’ pensa nisciun[2] (15). Ed ancora, nella chiusa della poesia la Edda incalza, sottolineando con audacia il deleterio menefreghismo dei più: “L’ regul c’enn tutt/ ma enn butat al vent/ p.rchè… ma no’ italiani/ nun c’ n’ frega gnent![3] (15).

eddaLe componenti concettuali di questo libro che ha molto da insegnare sono tracciate brevemente da Bonvini nella prefazione: dall’amore al sociale, dalla cronaca all’esigenza della fede, dal ricordo alla speranza, dalla natura incontaminata alla città cementificata. Partirei allora dalla cronaca, che la Edda ha voluto segnare sulla carta per mettere in evidenza, in particolare quel sentimento di ripudio di norme civili, morali e umane sulle quali dovrebbe garantirsi non solo la buona convivenza, ma anche dar concretezza allo spirito cristiano d’apertura, amore e solidarietà verso gli altri. Colpiscono alcuni dei fatti di cronaca sui quali la Edda ci offre squarci lirici, ben intuendo che sono stati eventi traumatizzanti e dolorosi da conoscere e da rielaborare come quello di una ragazza che, per non si sa quale ragione, viene colpita in strada da un uomo con violenza (mi ricordo a proposito un fatto del genere accaduto in una metropolitana di Roma pochi anni fa, ma non so se la Edda si riferisca proprio a questo) e, una volta caduta a terra priva di vita, dato che poco dopo la poetessa la chiamerà “’na donna […] murent[4] (18), la Poetessa, incredula e offesa dalla malignità umana, osserva lapidaria: “La gent passa/ i da’ na guardata/ s’ scansa ‘m tantin/ ma nun s’è curata…”[5] (18). La cronaca nera ritorna nella lirica dal titolo “La pr.s.ntatric” in cui la Edda si riferisce alla visione di un telegiornale tipo dei nostri giorni dove non fanno che abbondare le notizie crudeli di stupri, offese, aberrazioni e violenze di vario tipo; la Poetessa cita un caso di omicidio stradale (reato, ahimè, ancora non contemplato dalla nostra Giurisdizione Penale), il caso di un infanticidio commesso dalla madre, calamità naturali quali una valanga in montagna e un grave sisma che “distrugg ‘l paes[6] (43). La domanda finale, pulita e perentoria, è chiaramente retorica, ma la facciamo nostra perché tutti ogni giorno ne condividiamo il contenuto: “Arivarà ‘n giorn/ che ncora lia/ trasmett ma no’/ un po’ d’al.gria?[7](43).

La componente sociale del libro è molto amplia e densa; è un appello accorato al Signore affinché i mali del mondo vengano ridotti ed annullati: “Vuria ved la gent s.rena/ né mafiosi, né drugati/ mai più populi in miseria/ e l’ cursi(e) sensa malati[8] (34), un mondo nel quale vengano messe al bando la violenza e la spregiudicatezza (le organizzazioni criminali), la piaga dell’abuso di droghe, la miseria e le patologie. La Edda donna è irreprensibile nei confronti di atteggiamenti disumani, deleteri alla dignità, offensivi ed usuranti come la prostituzione e la mafia e non fa sconti alla prepotenza e alla indifferenza di ricchi e meno ricchi che perpetuano ed esasperano il divario tra abbienti e disperati tanto da farsi paladina del reietto o del dimenticato affinché possa godere del giusto rispetto e sia trattato con umanità: “Il povero si assistito/ come il ricco/ che il vecchio/ abbia ancora speranza…” (140). 

Il passaggio degli anni non si identifica solo nell’invecchiamento fisico della nostra al quale ella stessa fa riferimento (“J anni nun pes.n/ si tu nun j conti[9], 53), ma soprattutto nella metamorfosi dei comportamenti umani (l’abbiamo già detto abbondantemente) e degli spazi fisici in cui la Poetessa vive e ai quali è legata. E’ così che la Marzocca natale, quella sorta di eden di pace, spensieratezza e felicità, ci viene oggi consegnata diversamente come una spiaggia che sembra essere stretta, piena di persone, vocii e confusione, mentre una volta era un luogo ancora non preso d’assalto dai villeggianti e completamente naturale: “Prima d’ st svilupp/ al mar nun c’ s’ andava/ arivava ‘l cuntadin/e vacch e pegur c’ lavava.// P.nsè ch’è ‘na caulata/ ma è la v.rità/ chi l’ha s.ntita dai vecchi/ v’ l’ pol sempr arcuntà…[10] (67).

Le liriche ci trasmettono l’immagine di una donna sensibile, molto consapevole della sua condizione, che ha vissuto con profondità le varie vicende della sua esistenza, felice della sua famiglia e grata dell’ambiente attorno a Marzocca dominato dal mare nel quale è nata ed è vissuta. In tutto ciò, se da una parte la Poetessa avanza spesso dei pensieri sull’anzianità, dall’altro troviamo una donna molto giovane internamente, che ha tanto da rivelare e donare a tutti noi; con questo libro ci invita in maniera poetica a riscoprire quelle piccole condizioni che l’uomo stesso nel tempo si è messo, autogestendosi, per salvaguardare se stesso e la natura, per garantirne un futuro. E se la parola “regole” può sembrare troppo dura e sanzionatoria, allora è bene ricordare che la Edda parla delle regole non come ne parlerebbe un vigile, né un giudice, ma piuttosto come ne parlerebbe una persona che ama la sua terra in maniera sanguigna, riversando in queste piccole “prescrizioni” delle avvertenze la cui osservazione e concretizzazione non costano né tempo né soldi. E’ in questa maniera che la Poetessa tratteggia una società d’oggi caratterizzata dal caos dove l’uomo è sempre in corsa contro il tempo, tanto da divenire una sorta di caricatura o addirittura un automa, dove le nuove generazioni, caparbiamente fedeli alla scienza dell’informatica e dell’ultratecnologia, sembrano aver perso la consuetudine della considerazione di sé e degli altri, il rispetto e, dunque, anche quel livello di educazione basilare nel gestire la propria vita. Non è una questione di cultura, secondo la Edda, perché si può studiare tanto, essere laureati e poi non possedere il “regul” e allora, forse, diventa un problema non tanto del singolo, ma di una società tutta che è sempre meno attenta ai momenti di socialità, di sana convivialità e di apertura, di condivisione compartecipata senza finalità meramente legate a istinti egoistici o merceologici. Il rispetto allora non è che sia morto completamente, ma va in qualche modo incentivato e riscoperto, riattualizzato nella sua validità, fatto conoscere, un po’ come quelle regole delle quale ci parla Edda che, esistono, ma è come se non ci fossero perché nessuno le rispetta: c’è chi le dimentica, chi finge di sapere che non esistono, chi invece opportunisticamente le aggira.

I tre imperativi morali allora nei quali la Edda mostra che coesiste quell’attitudine sana e solidale stanno forse in tre concetti di fondamentale importanza sui quali uno stato democratico, sia esso rappresentato da una metropoli, da una città capoluogo o da una zona di provincia, dovrebbe fondarsi: “Fed, Amor e Lib.rtà[11] (19). Ciò che preme sottolineare ad Edda in quella necessaria e tumultuosa ricerca dell’approdo del rispetto, è una delle sue forme più sacrosante: l’onestà che è poi una manifestazione privata di rispetto che abbiamo nei confronti di noi stessi. All’onestà, a questa nobile virtù che non è di tutti[12], la nostra dedica una poesia in cui conclude: “L’un.stà è ‘na cumpagna/ ch’ nun t’ha da lasà mai/ si tu la tieni stretta/ la vita tua… è prutetta[13] (61).

La parte più interessante e vivida del libro secondo me è proprio quella in dialetto perché questa lingua ha la forza di trasporre sulla carta non solo un concetto, ma di darne anche l’estensione emotiva, la carica di coinvolgimento, l’empatia dei parlanti o del soggetto che osserva una realtà cogliendola dalla sua prospettiva. Ritroviamo, com’è nella tipica consuetudine della letteratura in vernacolo, anche poesie più dichiaratamente dal gusto comico e altre nelle quali un’ilarità di fondo è presente nei rapporti dialogici che si intrattengono tra più protagonisti (soprattutto marito e moglie, ma anche un uomo e i suoi amici) dove non manca un certo risentimento da una o più parti, un intento di “attaccar briga” o di punzecchiare l’altro con la battuta più spontanea e diretta, come avviene tra marito e moglie in “Fortuna la dota!” in cui i due, in camera da letto non riescono a prender sonno e finiscono per parlare di varie cose tanto che alla fine –non si sa come, né perché- finiscono per discutere su qualcosa. Quella cagnara che spesso si configura tra le stereotipate conversazioni marito-moglie nelle costruzioni poetiche in vernacolo è interessante e degna di una maggiore osservazione: la donna accusa l’uomo di qualcosa che non ha fatto, che ha fatto male o di non ricordarsi qualcosa, dall’altra la donna mostra un atteggiamento troppo irruento e quasi di dominazione sull’uomo che alla fine finisce per apparirne come la vittima della situazione. Questi siparietti di vita domestica descritti dalla Edda con insaziabile generosità e un linguaggio pungente che ne trasmette la vitalità delle battute sono senz’altro ben riusciti e ci tramandano immagini di un’età provinciale, domestica, votata alla semplicità di decenni fa che ora abbiamo perso, proprio come il pregare assieme a tutta la famiglia dinanzi al caminetto dove il nonno sgrana il Rosario e tutti recitano le preghiere mentre “La tremula fiamma/ scoppietta serena/ da un caminetto/ che ha i segni del tempo” (143).

 

 

Lorenzo Spurio

-scrittore, critico letterario-

 

Jesi, 25.09.2014

 

 

[1] Tu per vivere meglio/in poesia devi pensare…

[2] A rispettarle/ non ci pensa nessuno.

[3] Le regole ci sono tutte/ ma noi le buttiamo al vento/ perché… noi italiani/ non ce ne frega niente!

[4] Una donna […] morente.

[5] La gente passa/ dà una guardata/ si scansa un tantino/ ma non se ne cura…

[6] Distrugge il paese.

[7] Arriverà un giorno/ che sempre lei/ci trasmette/ un po’ d’allegria?

[8] Vorrei vedere la gente serena/ né mafiosi né drogati/mai più popoli in miseria/e le corsie senza malati.

[9] Gli anni non pesano/ se tu non li conti.

[10] Prima di questo sviluppo/ al mare non ci si andava/ arrivava il contadino/ e ci lavava le vacche e le pecore.// Penserete che è una stupidaggine/ ma è la verità/ chi l’ha sentita dai vecchi/ ve lo può sempre raccontare.

[11] Fede, Amore e Libertà

[12] A questo proposito c’è una lirica nel libro intitolata “C’era ‘na volta la… DC” in cui la Poetessa annota la sua delusione dinanzi a un vecchio mondo politico che si sfalda (La Prima Repubblica, nel 1994) a seguito di un sistema di devianza e di corruzione portato avanti dal processo a Tangentopoli. In questo caso, in particolare, la fine (o lo smembramento) della DC viene a significare nella nostra una sorta di salto nel buio nel quale è difficile potersi fidare delle nuove facce (con i loro nuovi partiti) che si propongono sulla scena.

[13] L’onestà è una compagna/ che non ti deve lasciare mai/ se tu la tieni stretta/ la tua vita… è protetta.

Marzia Carocci su “Neoplasie civili”, silloge poetica d’esordio di Lorenzo Spurio

“Neoplasie civili” di Lorenzo Spurio

Agemina Edizioni, Firenze, 2014

Recensione a cura di Marzia Carocci

copertina-Lorenzo-Spurio-weNessun titolo, poteva essere più indicativo di questo: “neoplasie civili”, tumori e metastasi di una civiltà malata, contorta, deviante.
Lorenzo Spurio, attraverso questo suo itinerario poetico, mette in evidenza l’osmosi di un tempo dove l’umano è fautore dell’errore, del male, dell’ingiustizia.
Ogni sua lirica ci indica quelle piaghe che rendono il nostro modo di vivere, cicatrici di egoismi e di soprusi, di illegalità e di crudeltà.
Spurio non si allontana mai da una verità che al lettore può far male perché vera e vissuta come spettatori di un tempo fuorviante dove non c’è spazio per l’onestà, per la solidarietà e per la comprensione.
L’uomo si inerpica da sempre per predominare e da sempre si concentra su l’ egocentrismo dove mai da spazio al sentimento se questo non fa parte del proprio io, anzi schiaccia il debole, il dimenticato, l’emarginato.
Lorenzo Spurio sottolinea con pathos di forte coinvolgimento, gli eventi del nostro tempo facendone cronache/poetiche dove la parola ben scelta, avvalora ed esalta le particolarità, sia che si tratti di razzismo, di guerra, d’immigrazione, di violenza, di pedofilia, di mala/politica; egli non abbassa mai il proprio rammarico, anzi, lo urla, lo intensifica, lo evidenzia attraverso un linguaggio poetico dove la metafora porta in alto l’essenza di un pensiero ben ancorato che piano piano, attraverso un’attenta lettura, entra nel nostro stesso corpo dove la rabbia, l’impotenza e la vergogna ci fanno partecipi e spettatori di un mondo che ci appartiene e che si ritorce contro noi stessi attraverso quella freddezza che è ormai diventata parte del nostro vivere quotidiano. Le poesie di questa silloge, parlano e rigettano quelle neoplasie che si estendono a macchia d’olio dove l’uomo ha ormai deciso di sopraffare e di stuprare ogni bene, ogni giustizia, ogni buona causa; cancri maligni che bruciano ogni cellula di costruzione, di pace, di condivisioni sociali dove il potente decide e l’ultimo, il diverso, l’umile, si piega .
Lorenzo Spurio, non è solo un buon narratore ed un ottimo critico letterario, ma un poeta che dell’idioma coglie l’importanza e ne fa mezzo d’informazione mantenendo comunque, l’emozione e la sensibilità che è parte di un cammino letterario/ poetico stesso.
Una lettura che si fa riflessione, analisi e ragionamento dove la poesia parla, informa e diventa forza e stimolo ad un cambiamento, ad una rivoluzione pacifica ma allo stesso tempo incitazione a una ribellione di pensiero, di metamorfosi affinché vi sia positivo cambiamento e che ciò diventi cura dell’uomo e dei suoi mali dove ogni neoplasia si sciolga e si disperda per sempre! 

Marzia Carocci

 

Firenze, 21-09.2014

“Neoplasie civili”, la nuova silloge poetica di Lorenzo Spurio

Il mondo in metastasi nelle liriche

di Lorenzo Spurio

E’ uscito Neoplasie civili (Edizioni Agemina)

 
copertina-Lorenzo-Spurio-weLo scrittore marchigiano Lorenzo Spurio, che ha al suo attivo una serie di volumi di narrativa e di saggi prevalentemente su autori anglosassoni (è anche un critico letterario), esce con un nuovo libro, questa volta di poesie.
Neoplasie civili è il titolo di questa raccolta di poesie scritte negli ultimi anni; la silloge propone un percorso attento attraverso drammi quotidiani, storie di cronaca nera ed episodi spietati di violenza che riguardano il mondo tutto nella società odierna.
Il mondo lirico di Spurio è asciutto ma concreto, a volte duro ma quanto mai necessario e vivido e l’occhio critico del nostro è quello di una persona che osserva con acume le incongruenze della realtà e le fa sue sulla carta per denunciarle, per rompere quel velo di indifferenza e di apatia che contraddistingue chi nella vita presente ha ancora la fortuna di vivere in un paese dove non cadono bombe, non si muore di fame o ancora, salvo sporadici ma durissimi casi, sembra ancora che ci si rispetti l’un l’altro.
Poesie scevre da orpelli, da particolarismi formali, ma che offrono al lettore una traccia di riflessione, che scuotono la coscienza, indignano e feriscono.
Il cuore della silloge è proprio quella formazione cancerosa a cui ci si riferisce nel titolo che minaccia, ammorba, fagocita, dilania e distrugge un’esistenza fisicamente sana e moralmente incorrotta.
La poetessa Ninnj Di Stefano Busà nella sua nota critica iniziale conclude dicendo che Neoplasie civili è “[una raccolta di] vividi canti di sdegno, […] cronache di denuncia di un mondo fatto di lassismo, sopraffazione e ingiustizia dove il poeta, come un novello vate della postmodernità, rompe la logica del bavaglio e proclama con onestà la cruda realtà d’oggi…

 

Lorenzo Spurio è nato a Jesi (AN) nel 1985. Laureato in Lingue e Letterature Straniere, è scrittore e critico letterario. Ha all’attivo varie raccolte di racconti tra cui la più recente “La cucina arancione” (2013) e numerosi saggi tra cui “Jane Eyre, una rilettura contemporanea” (2011), La metafora del giardino in letteratura (2011), Ian McEwan: sesso e perversione (2013). “Neoplasie civili” è la sua prima opera di poesia.
Collabora a varie riviste ed è direttore della rivista di letteratura Euterpe e socio fondatore della Associazione Culturale TraccePerLaMeta. Gestisce un suo sito (www.blogletteratura.com) dove pubblica recensioni, articoli, commenti ad opere letterarie.
E’ Presidente del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” e Presidente di Giuria del Premio di Letteratura “Ponte Vecchio”- Firenze.

 

  

Titolo: Neoplasie civili
Autore: Lorenzo Spurio
Prefazione: Ninnj Di Stefano Busà
Postfazione: Cinzia Demi
Editore: Agemina, Firenze
Collana: La Fenice – poesia
ISBN: 9788895555744
Pagine: 64
Costo: 10 €
Info per acquisto: edizioniagemina@alice.it

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