“Metamorfosi e sublimazioni” di Rita Fulvio Fazio, recensione di Francesca Luzzio

Recensione di Francesca Luzzio 

Fazio Rita Fulvia 2019 [EL] - Metamorfosi e sublimazioni [fronte]Il titolo della silloge, Metamorfosi e sublimazioni (Guido Miano Editore, Miano, 2019), racchiude in sé gli effetti che la poesia è solita generare nell’anima di chi ad essa affida la propria anima, il proprio sentire.

Passione e amore, solitudine e sofferenza, serenità e gioia, insomma l’anima umana nel suo poliedrico sentire vive la metamorfosi e la sublimazione che la poesia nel momento in cui incide sulla carta il nostro sentire, concede. “Poesia in re”, come diceva Anceschi a proposito di Sereni, poesia che morde il reale sentire con l’intransigenza del pensiero e l’urgenza della parola.

Una proustiana “recherche” che diventa sequenza d’immagini, di vita vissuta, oppure un repertorio di possibilità interscambiabili: “… il grido d’entusiasmo…/…/… conservalo / per un nuovo bagliore di speranza…” (Nel dialogo taciuto, pag.46), ma spesso anche senza rinvio a nessuna compiutezza: “… Ogni volta si muore / ma non solo tu sei … / ma non solo io sono … / Insieme alla vita di qua / è frammista la vita di là…” (Ambra d’oro, pag.17).

Microstorie che narrano in versi una vita non tanto nella sua esteriorità effettuale, quanto nelle ripercussioni esistenziali che, grazie all’ispirazione poetica, subiscono una metamorfosi catartica e perciò una sublimazione nella quale anche la fugacità del tempo, nel momento stesso in cui con amarezza viene rilevata, perde consistenza. La levità affabulatoria, la forza icastica dei versi favoriscono l’oggettivazione lirica, la resa delle emozioni che, nude, vengono fissate nel fermo-immagine delle parole.

Francesca Luzzio

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“La nuova favola di Amore e Psiche” di Liliana Manetti, recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio 

Cop_La nuova favola di Amore e Psiche-page-001Il nuovo romanzo dell’autrice romana Liliana Manetti, La nuova favola di Amore e Psiche (L’Erudita, Roma, 2018) si presta a una lettura spigliata che porterà il lettore a consumare le poche pagine in un tempo limitato. Piacevole e a tratti divertente, la scrittura della Nostra predilige un linguaggio che trae i suoi lessemi dall’ordinario, senza superfetazioni e magniloquismi di genere; l’ordinarietà della sintassi adoperata e lo stile sobrio e di facile accoglimento, consentono la semplice appropriazione del lettore dell’intero intreccio che si dispiega, forse in alcuni punti in maniera un po’ troppo veloce, lungo le pagine del volume. Il lettore non può che pregustare il mistero che l’invade dinanzi alla copertina del libro dove campeggia un disegno con toni bicromatici nero-verde in cui la testa di una giovane donna, con un’espressione leggermente seria, fuoriesce dal camino di una casa in legno stile americano. Neppure il colophon aiuta a identificare il possibile autore di tale raffigurazione o la plausibile significazione o finalità dell’opera, affinché il lettore possa procedere con applicazione concreta ai temi e alle nervature sentimentali dell’opera stessa.

Dopo il romanzo breve Shabnam (PoetiKanten, Sesto Fiorentino, 2016) che avevo avuto il piacere di prefare e nel quale Liliana Manetti affrontava il tribolato tema dell’amore tra individui di diverse culture (in uno scenario difficile e austero quale quello dell’Afghanistan della seconda metà del Secolo scorso), nel nuovo romanzo ripropone il tema dell’amore elevandolo, con una chiave di raffronto, all’epico, alla mitologia classica.

Nella nota di apertura al volume, siglata da Costanza Inglese, si passa in rassegna la centralità della celebre opera di “Amore e Psiche” del Canova e della sua ricchezza espressiva fino ad arrivare a una nutrita ma forse incompleta elencazione di opere, tanto scultoree che pittoriche, che letterarie o musicali, che hanno ripreso il tema, l’hanno fatto proprio e l’hanno riproposto. Ciò, a qualche altezza, è ciò che fa la stessa autrice del romanzo che, parallelamente, narra di due storie: una ordinaria e al presente, quella della giovane Kiyomi innamorata di un uomo che sembra averla abbandonata senza dare delle spiegazioni, l’altra, appunto, quella del mito di Amore e Psiche, degli eterni amanti. Se cambiano le temporalità: il presente del vissuto al momento nella storia di Kiyomi e l’assoluto, il classico, l’eterno e il sospeso del mito, cambiano anche le appartenenze geografiche: la storia di Kiyomi, che in italiano significa “Bellezza Pura”, si svolge in Giappone, nell’impero del Sol Levante, con un explicit che necessita lo spostamento della donna sino a Parigi, nella vecchia Europa. Il mito ovidiano dell’amore, invece, come ciascun mito e narrazione che ha a che vedere con l’universo pluriforme delle divinità, non ha collocazione geografica in sé definita e, come per la sospesa temporalità, lo situa in uno spazio potenzialmente infinito e illimitato. Il legame tra le due storie è connaturato nella corporeità stessa dell’amore: la giovane Kiyomi necessita uno spostamento fisico per ritrovare il suo uomo al quale finalmente si ricongiungerà, anche carnalmente (com’era auspicabile) producendo anche progenie e inaugurando una famiglia. D’altro canto se pensiamo all’unità di marmo del Canova resa dai due individui abbracciati, teneramente avvolti e sfumati da linee leggere di movimento, non possiamo che credere, appunto, in questa composizione fisica, materica, strutturalmente compatta e concreta che è l’amore.

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La poetessa e scrittrice romana Liliana Manetti

Del mito classico si rimanda anche alle celebri metamorfosi di cui Ovidio Nasone fu senz’altro il più grande narratore, finanche de L’asino d’oro di Apuleio. Il tema dell’asino, tra le altre cose, è di fondamentale significazione all’interno della comunicazione narrativa e per il tema della trasformazione e dell’acculturazione se pensiamo ai cambi di stato e all’umanizzazione finale del giovane Pinocchio, da scapestrato burattino a bambino diligente passando, per l’appunto, anche da ciuco che viene battuto, umiliato e venduto. Non mi pare un collegamento ininfluente se prendiamo in considerazione che nel titolo dell’opera la Nostra parla di “favola” in relazione ad Amore e Psiche e non tanto di “mito”, come la teoria dei generi e la convenzione imporrebbe. La storia di Liliana Manetti non è un smash-up del mito, né una sorta di sequel, difatti finisce per essere un mero spunto narrativo per dar spazio alla reale storia e, trattandosi di una vicenda a lieto fine dove l’amore, contrariamente a quanto accade nella crudezza del mondo, vince, la rende nei termini di “favola” essendo appunto una storia d’amore edenica e, se vogliamo, idealizzata o dai tratti d’invidiabile buonismo.

  Mi sento di dire che l’opera di Liliana Manetti, dal piglio istrionico e dove i parallelismi tra le due storie non finiscono per sembrare forzati, sia una vicenda curiosa da leggere che può dar l’opportunità, appunto, a una ricerca maggiore direzionata verso il mito, le divinità classiche, la cultura umanistica, proiettata, in una parola sola, verso il Bello.

Lorenzo Spurio

 

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Come oltrepassare lo specchio nella contemporaneità: “Laura y Julio” di J.J. Millás. Un commento di Lorenzo Spurio

Laura y Julio
romanzo di JUAN JOSE’ MILLAS
Recensione di Lorenzo Spurio
Il destino sembrava scritto nei fatti banali, nei dettagli periferici, nei sobborghi dei fatti[1]
 

imagesIl romanzo Laura y Julio di Juan José Millás presenta delle caratteristiche tipiche della narrativa dell’autore: il partire da episodi quotidiani e domestici, l’attenzione per il dialogo e lo scambio d’opinione, la mancanza d’affiatamento coniugale e di un rapporto amoroso autentico e sentito, la fragilità interiore, la perdita d’identità e l’acquisizione di una nuova identità dopo una fase di transizione, o meglio di metamorfosi. Quest’ultimo aspetto ben richiama il processo di cambiamento di Elena Rincón, madrilena quarantenne protagonista del romanzo La soledad era esto, vincitore del Premio Nadal nel 1990. Il processo di cambiamento, di metamorfosi, è la base del romanzo stesso e più in generale della ricerca e dello studio che Millás fa attentamente sui suoi personaggi.

La storia che viene narrata in Laura y Julio in apparenza sembra essere quella di una comune coppia sposata da diversi anni dopo molti anni di fidanzamento. In realtà non è così, la coppia è solo una struttura apparentemente valida ed efficace per loro due. La coppia sembra essere priva d’amore (per lo meno in questo momento della loro vita, dato che riferimenti alla loro gioventù non vengono forniti) e per di più non ha figli. L’immagine di un rapporto coniugale strano, sghembo e d’indifferenza è spesso al centro della narrativa di Millás (presente ad esempio nei romanzi precedenti La soledad era esto, Volver a casa). Tutta la loro vita è pero impostata sulla presenza di una terza persona, Manuel, loro vicino di casa. La presenza del vicino è per entrambi (in maniere diverse) costante tanto che non riuscirebbero a  vivere senza di lui, né tantomeno lui senza di loro. Al momento in cui Manuel ha un grave incidente stradale e viene condotto in ospedale in fin di vita, Laura e Julio iniziano, individualmente, a sviluppare un movimento di pensiero e un loro fare impostato a partire dalla persona di Manuel: Julio si introdurrà in casa di Manuel di nascosto e vivrà lì alcuni giorni, impadronendosi dei i suoi abiti e assumendo le sue tendenze; Laura invierà una serie di mail al computer di Manuel in cui gli parlerà a cuore aperto del suo amore per lui, dell’inettitudine di suo marito (Julio) e del fatto che sta aspettando un figlio da lui. Le mail verranno lette da Julio che oramai, nelle vesti di Manuel e calatosi nella sua personalità, deciderà alla fine (quando oramai Manuel in ospedale è morto) di inviarle una mail di addio molto significante appunto nelle vesti di Manuel.

Come si è precedentemente accennato, Julio si introduce nella casa di Manuel e comincia a vivere la sua vita, cominciando a vestire come Manuel (anzi, i panni di Manuel) ed a mangiare ciò che mangiava Manuel; tutto questo lo porta ad avere l’idea che per un attimo sia riuscito a raggiungere l’altra parte dello specchio. Quando ancora viveva con Laura dal suo appartamento aveva sempre visto Manuel dalla sua parte, dal suo punto quotidiano, ora lui si trova dall’altra parte, al posto di Manuel. La presenza di Julio nelle vesti e nell’identità di Manuel non è, però, quella di un semplice scambio d’identità, egli infatti è come se fosse un morto o un’ombra. E’ un altro o forse è semplicemente l’ombra di un altro che oramai non c’è più, perché agonizza in ospedale. Alla stessa maniera <<pensò che il suo fantasma, o il suo riflesso (forse la sua ombra) si trovava nella casa al lato, vicino a Laura>>[2]. Abitare l’altro lato dello specchio significa abitare un’altra porzione di sé stesso. Non si tratta di un processo semplice e l’autore, oltre a sottolineare che Julio si era ormai impossessato di tutto ciò che c’era di Manuel (la casa, i vestiti, il cibo, il profumo, gli abiti), <<cercò di pensare ai suoi problemi con la testa di Manuel>>[3].  Da questa nuova prospettiva Julio, ormai impadronitosi completamente degli interessi e delle peculiarità di Manuel, osserva quello che ora è l’altro lato (e che prima era stata la sua parte): osserva Laura.

JJMILLASQuando Laura chiama il marito per chiedergli di recarsi a casa a prendere tutte le sue cose Julio, entrando, si sente quasi male e non riesce a riconoscere la casa, si sente spaesato e disorientato: è il chiaro segno che oramai la sua vecchia identità si è disintegrata e lì, nella vecchia casa, per lui non c’è più niente di familiare e, l’autore ci dice che  <<notò che già era uno straniero [in quella casa]. Si muoveva per la casa come un intruso e si affacciava alle camere come un vagabondo>>[4]. Non solo, il profumo di sua moglie diffuso per la stanza, che negli anni precedenti sempre aveva sentito e riconosciuto ora gli era sconosciuto ed era come se appartenesse ad un’altra donna. Nel raccogliere la sua vecchia roba la paragona con quella di Manuel notando che la sua era è di scarsa fattura (oramai non le piace più) e gli sembra qualcosa di inclemente, di troppo austero, <<le sembrò gli abiti di un morto>>[5].

Il senso di cambiamento d’identità (e di vita) di Julio che si sviluppa dal momento dell’annuncio dell’incidente di Manuel ai giorni che seguono la morte dell’amico in ospedale viene chiaramente definito come metamorfosi e Millás con la sua tecnica attenta riferendosi a lui dice <<Camminava come se fosse un altro, o come se fosse abitato da un altro che governava i movimenti del suo corpo con la destrezza di un pilota esperto>>[6]. Alcune pagine più avanti, ci rendiamo però conto che questa metamorfosi non si è ancora compiuta nella sua interezza giacchè viene detto che Julio <<dedicò i giorni seguenti a perfezionare le sue abitudini>>[7]. Sue nel senso le abitudini che erano proprie di Manuel, abbandonando nello stesso tempo quelle che erano state autentiche di sé come l’amore per la moto. Più avanti viene detto che <<aveva acquisito alcune abitudini gastronomiche di Manuel>>[8], si capisce che il percorso di metamorfosi da uno ad un altro non è facile ma necessita di tempo e soprattutto di analisi dell’altro e delle sue tendenze.

Verso la seconda parte dell’opera Julio ha come delle visioni e si vede in un’altra epoca, in altre situazioni e contesti a lavorare in una lavanderia. Pensa che gli abiti portati sporchi in lavanderia in fondo sono pregni di vita e d’identità mentre l’atto del lavaggio è solo un <<processo di spersonalizzazione>>[9]. Con questo processo l’abito torna, sì, pulito come nuovo, ma è come se non appartenga a nessuno, o possa appartenere a chiunque.

Quando oramai Manuel si sta spegnendo in ospedale, corrisponde in Julio uno stesso momento di perdita di vitalità, si dimagrisce diversi kili e sembra che il suo corpo non contenga più istinti vitali tanto che <<Chi teneva la febbre ora era la realtà>>[10]. Lui non aveva febbre, non aveva più temperatura, era ormai come morto, cosi come era deceduto fisicamente l’amico Manuel. <<Tutto aveva la febbre, tutto era malato, perché tutto –anche oggetti semplici come il rasoio elettrico- era vivo>>[11]. Tutto, tranne lui.

Nel momento in cui Julio oramai sta compiendo la sua metamorfosi per divenire Manuel, legge le mail che sua moglie Laura aveva spedito clandestinamente a Manuel con il quale aveva avuto una relazione amorosa clandestina e Julio giunge a chiedersi il perché nelle mail di risposta a Laura Manuel parlava tanto di Julio e l’autore conclude dicendo <<intuì che entrambi, Manuel e lui, erano oscuramente uniti per dei vincoli che erano più forti rispetto a quelli dell’amore e dell’odio>>[12]. Nella parte finale dell’opera, Laura avverte una certa presenza in casa di Manuel (il suo odore nel pianerottolo delle scale), in realtà è Julio che ha assunto le caratterizzazioni di Manuel. La metamorfosi è compiuta interamente quando Julio, oramai Manuel, decide di rispondere alla mail della moglie dicendo <<Cara Laura, non è cosi strano che hai sentito nell’ambiente alcuni segnali miei. Avevi ragione: esiste un’energia indipendente dal corpo. Grazie ad essa ho viaggiato durante gli ultimi giorni il mondo al quale sono appartenuto per congedarmi da lui dato che sapevo che la mia fine era vicina. […]. Mi sono convertito, come tu supponevi che accade ai morti, in una forza invisibile ma reale obbligata a partire per un lungo viaggio>>[13]. Al termine della lettera Julio (oramai di forma Manuel) dice alla moglie, che lo crede essere davvero Manuel <<credo che il padre [del bambino] debba esser Julio. […]. Julio ed io, nonostante tutto eravamo uniti da un legame di complementarietà. […]. In un certo modo, questa creatura che tieni nel grembo è figlia di tutti e tre>>[14].  Più avanti, nelle pagine finali segue però l’avocazione quasi gloriosa a sé del figlio (quando in realtà era stato concepito, materialmente da Laura e Manuel), l’autore ci dice, riferendosi a Julio <<sentì […] che il figlio era suo e di Manuel, che Laura non era altro che lo strumento necessario affinchè loro due –l’unione dell’astratto e del concreto- potessero procreare>>[15]. Infine, Julio decide di abbandonare gli abiti e le abitudini di Manuel, <<si lavò il collo e la faccia per eliminare il profumo dell’odore di Manuel e si cambiò i vestiti indossando degli abiti propri>>[16], ritorna a casa da Laura (la quale convinta che la mail ultima era stata scritta da Manuel e rappresentasse una sorta di suo testamento) riprende con sé suo marito Julio con il quale, come aveva voluto Manuel (ossia Julio) crescerà il nascituro, al quale per volontà, desiderio, ricordo, amore ed elogio viene messo il nome di Manuel.

Millas è attento al termine della storia a spiegare il gioco minuzioso e abile di realtà e finzione di cui è un grande artefice della postmodrnità dicendo <<Solo Julio  avrebbe conosciuto la differenza tra la storia reale ed il mito perché c’è sempre qualcuno  […] che per sua sfortuna conosce di più dell’altro. Forse, con gli anni, Laura sarebbe caduta nella tentazione d raccontare a suo figlio, in segreto, chi era stato veramente suo padre […] e che modo misterioso avrebbe adottato affinchè a lui continuasse ad ingannare Julio. In questa maniera, la leggenda si trasmetterebbe di generazione in generazione, durante secoli, come un racconto familiare>>[17].

LORENZO SPURIO

 


[1] Gli stralci di testo riportati qui nel saggio sono una mia traduzione dal testo in lingua spagnola  Laura y Julio di Juan José Millas (2006), Booket, Seix Barral, Barcelona. Pag. 149, righe 11-13

[2] Ibidem, pag. 40, righe 9-10

[3] Ibidem, pag. 54, righe 1-2

[4] Ibidem, pag. 97, righe 23-26

[5] Ibidem, pag. 98, righe 9-10

[6] Ibidem, pag. 99, righe 23-26

[7] Ibidem, pag. 107, righe 1-2

[8] Ibidem, pag. 99, righe 23-26

[9] Ibidem, pag. 150, riga 27

[10] Ibidem, pag. 153, righe 19-20

[11] Ibidem, pag. 153, righe 23-26

[12] Ibidem, pag. 144, righe 24-27

[13] Ibidem, pag. 184, righe 11-21

[14] Ibidem, pag. 184-185, righe 25-37

[15] Ibidem, pag. 185-186, righe 57-61

[16] Ibidem, pag. 186, righe 6-8

[17] Ibidem, pag. 187, righe 10-20

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