In ricordo di P.P. Pasolini: evento multidisciplinare a Roma giovedì 2 novembre alla libreria “I Trapezisti”

A cura di Lorenzo Spurio

Di Pier Paolo Pasolini si sono dette nel corso della storia molte cose. Alcune più o meno confacenti alla sua condotta, altre profondamente perplesse verso la sua componente umana, molte altre pretestuose, illogiche, azzardate, che non hanno permesso, però, di infangare completamente la sua figura. Da intellettuale disorganico a contestatore, poeta sociale che fece proprio il dramma dell’esistenza disagiata, a romanziere impegnato nel fornire gli squarci più abietti e perversi di un mondo di borgata dove la delinquenza e la gioventù inacerbita hanno contraddistinto le sue pagine più famose. Lo ricordiamo anche per i sagaci interventi critici, per il temperamento non sempre accogliente e più spesso scostante, per la critica spietata e originalissima, per la curiosità d’immagine e la profondità d’intelletto.

Qualsivoglia manuale di storia della letteratura italiana troverà difficoltà nel trovare la giusta collocazione per Pier Paolo Pasolini che per tematiche, influssi, formule espressive, frequentazioni di ambienti, collaborazioni culturali, ha rappresentato un artista indefinibile, impossibile da relegare in etichette, definizioni, esperienze generazionali, scuole o quant’altro. Una poliedricità di stili e contenuti innervati su una vista disincantata e ottenebrata della società pervasa da un delirio etico dove l’ideologia che sorregge i percorsi di costruzione del suo “fare letteratura” è abbastanza palese e riconoscibile tanto da aver dovuto subire nel corso della sua vita una potente campagna denigratoria e censoria, ostacolandone i messaggi e i contenuti ritenuti lontani dal senso di sana moralità.

Imprevedibile e infuocato come quando nella poesia dedicata all’episodio della battaglia di Valle Giulia, ideologicamente si associa alla presenza armata delle forze dell’ordine piuttosto che solidarizzare con i rivoltosi di sinistra; sadico e impetuoso, nella versione rivista delle 120 Giornate di Sodoma dove, da sempre interessato alla storia, introduce la presenza dei militari fascisti; popolare ed autentico nella scrittura in vernacolo, quello friulano di Casarsa prima e il romano poi, amante del linguaggio popolare.

Lo ricordiamo come regista nelle varie produzioni cinematografiche che hanno segnato distintamente la scena italiana: da Mamma Roma a La Ricotta  senza dimenticare, tra le altre, la pellicola Teorema dalla trama in sé asciutta e piatta, ricca di nevralgiche situazioni morbose, pericolose per la società lasciando intendere quanto le sfere del sesso e del potere (tanto care anche a Moravia, ma in forma assai diversa) potessero rappresentare degli aghi di bilancia di un mondo che, velocemente, cambia sotto ai nostri occhi.

Pasolini sapeva leggere la società e denunciare, anticipare con lucidità e servirsi della memoria storica nel farsi indisturbato assertore di un pensiero fondato sulla libertà dei contenuti e dei costumi. Se la sua morte resta ancora un mistero, possiamo credere che l’estrema fiducia verso gli altri –da amante dell’uomo in senso stretto- sia stata la vera ragione che gli ha giocato uno scherzo.

A noi scrittori e poeti, amanti della cultura e ricercatori del vero non resta, allora, che parlare di lui, affondando con profondità e rispetto nei suoi tanti versi e righi lasciati. Non per comprendere la sua fine, ma il suo messaggio. Che è quello di un uomo forte che vibra e scalpita per poter essere ascoltato. Oggi ci onora sapere di aver potuto aggiungere un nuovo mattone al vasto muro della lotta all’oblio, in ascesa verso una più profonda conoscenza.

Giovedì 2 novembre a Roma si terrà una serata dedicata al celebre Pier Paolo Pasolini nell’occasione dell’anniversario della sua dolorosa e mai chiarita morte. L’iniziativa, promossa dal Comitato di Quartiere “Monteverde nuovo”, si svolgerà presso la Libreria “I Trapezisti” di Roma (Via Laura Mantegazza 37) e avrà inizio alle ore 17:30. 

Ricco il programma per ricordare il celebre intellettuale italiano. La scrittrice Lucia Capitolo avrà l’occasione di parlare del suo libro “Pier Paolo Pasolini. Un giorno nei secoli tornerà aprile”, volume che ripercorre le tappe più significative del percorso artistico e professionale dell’artista, insieme a Sandro Bonvissuto.

cover pasolini-page-001 (1)La poetessa Michela Zanarella, Presidente della APS “Le Ragunanze” di Roma,  presenterà l’antologia di autori vari curata assieme al poeta e scrittore marchigiano Lorenzo Spurio l’anno scorso nell’amara ricorrenza dei quarant’anni dalla morte del celebre intellettuale. Il volume, dal titolo “Pier Paolo Pasolini: il poeta civile delle borgate” venne pubblicato da PoetiKanten Edizioni di Firenze e tra i vari contributi figurano una nota critica della poetessa palermitana Francesca Luzzio in apertura quale prefazione e poesie di Dante Maffia, Corrado Calabrò, Mariella Bettarini, Antonio Spagnuolo, Nazario Pardini, saggi di Francesco Martillotto e Giuseppe Napolitano.

Sempre durante la serata in memoria a Pasolini l’eclettico artista Silvio Parello nonché profondo conoscitore e amico dell’autore, racconterà alcuni fatti e aneddoti riferiti al libro “Ragazzi di vita”.

A completare il nutrito pomeriggio si svolgerà la proiezione  del filmato “Il cinema di Pier Paolo Pasolini – La filmografia completa attraverso trailer e scene” il cui montaggio è stato curato da Sandro Tornabene.

L’evento, liberamente aperto al pubblico, si chiuderà con un aperitivo offerto dagli organizzatori. 

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“Gazzella. Canto infranto di un migrante” di Fabio Grimaldi. Recensione di Lorenzo Spurio

 

Gazzella. Canto infranto di un migrante di Fabio Grimaldi (Lieto Colle, 2017)

Recensione di Lorenzo Spurio

 

Il tempo è un’ombra allucinata. (47)

downloadIl recente libro del poeta Fabio Grimaldi prende il titolo di un testo sgualcito e sbavato ritrovato nelle tasche di un qualche migrante, “Gazzella”, segno vivido di una possibilità di evadere dal pressante e demotivato presente. Eppure rimane traccia di quell’esperienza, di quell’accaduto, di quell’atto creativo: Grimaldi riporta la scansione di quel testo nato in francese nelle ultime pagine del volume. Sorta di testamento ultimo di un volo verso la speranza, di una possibilità di credere in un mondo fratello.

La gazzella, per antonomasia e nel nostro immaginario comune, è uno degli animali più agili e veloci ed è significativo che un ragazzo che aspirasse alla libertà e a un mondo migliore abbia dedicato un testo attorno all’immagine di questo animale. Metafora di una voglia pressante di partire e di lasciare la propria terra, una fuga tumultuosa verso una meta agognata, percorso azzerato velocemente da grandi falcate che fagocitano il terreno e riducono gli spazi. Eppure ciò non è accaduto né accade ai tanti migranti che, speranzosi di poter toccare la riva di un altro paese, hanno drammaticamente perso la vita nel periglioso tragitto.

Fabio Grimaldi dedica a loro questo lavoro poetico tutto incentrato sul dramma dei moderni migranti. Ne traccia l’intero percorso, dal difficile e accaldato[1] spostamento dai rispettivi luoghi d’appartenenza sino alla costa dove, in un imprecisato lido è organizzato dagli scafisti criminali un porto-fantoccio dal quale partono imbarcazioni precarie, palesemente sfatte e prossime al decadimento. Da lì, tra minacce e violenze verbali e d’altro tipo, il povero migrante si stacca definitivamente dalla terra madre e, pur sottoposto a denigrazioni nonché alle spaventose avversità del mare, sembra in un qualche modo proiettarsi già verso un cammino di felicità: “Sorrisi serrati/ da labbra tumefatte,/ rifioriscono alla vista del mare.// Ah, la parola mare!/ Un miraggio!/ Ma non finisce qui il viaggio!” (29).

La traversata in mare corrisponde a un periodo sospeso in cui l’uomo viaggia nelle avversità, finanche a braccetto con la violenza e la morte: coloro che muoiono vengono ben presto gettati in mare con la stessa semplicità della quale gettiamo via un abito rotto. Lo strozzino, dopo aver guadagnato abbondantemente per quella traghettata infame, li ferisce e li comanda a suo piacimento: “Non dovete fiatare/ o vi butto in mare!” (34) anticipando la fine che molti, vuoi per le intemperie climatiche, vuoi per l’usura dell’imbarcazione, si appresteranno a fare. Lo scafista-demonio lascia, circa a metà dell’avventata navigazione, la scapestrata imbarcazione temendo un arresto nel paese in cui approderà. La ciurma dei disperati è allo sbaraglio: se da una parte può trovare una leggera quiete dovuta all’assenza del criminale che li batteva o uccideva, dall’altra è orfana di un guida che possa traghettarli verso la terraferma. Si crea subbuglio e caos, non di rado tafferugli e violenze che esplodono tra gruppi interni o tra una e più persone.

Accade spesso che il barcone, nella lotta impari con le onde, s’incrini, si ribalti, imbarchi acqua e ben presto sprofondi nelle avverse acque.[2] Neppure i salvagente, già usati in precedenti deliri di spostamento, sono utili: essi sono per lo più rotti, inservibili e dunque vani.

Inizia così la lotta col mare. L’uomo che tenta di salvarsi dalle fredde acque in quel mare esteso, senza traccia d’aiuto se non un compatimento pressoché falso e tardivo che non è in grado di sciacquare il dolore.

Negli sparuti casi in cui la deriva o l’inabissamento dia possibilità agli sciagurati di salvarsi (quando il barcone, non più molto distante dalla costa viene avvistato e segnalato agli enti competenti) si mette in marcia quella serie di operazioni tese a limitare i danni. Il salvataggio dei migranti, che tendono le loro mani e s’aggrappano, si stringono e reclamano quelle dei soccorritori, sono immagini che tutti abbiamo bene configurate nella nostra mente perché viste e replicate indicibili volte. In questa fase in cui gli uomini vivono galleggianti sul vasto mare è come se acquisissero le peculiarità delle creature acquatiche: l’uomo è sardina, poi è un tonno come quando Grimaldi “racconta di migranti/ finiti con i barconi/ contro le gabbie per la pesca dei tonni,/ quelli che sono riusciti a salvarsi/ aggrappandosi alle reti,/ vengono ricordati come “gli uomini tonno”…” (43).

Chi si salva ed entra in terra occidentale, non direttamente avrà una vita felice e realizzata come quella che anelava anzi, più spesso, non l’avrà mai. Grimaldi, con la sua poesia sintetica dal tono serafico e impietoso traccia in maniera assai visiva le varie e tribolate fasi del percorso di questi derelitti continuamente soggiogati dal potere degli altri, usati e mossi come pedine in un gioco da tavola. Fuggono dalla dittatura e, per farlo, sono costretti ad affidarsi a un demonio in terra, un torturatore, che permette loro – a condizioni inenarrabili – di farli fuggire da quel mondo di sevizie e povertà. Arrivati all’altra sponda trovano un’accoglienza frugale a cui fa seguito una blanda considerazione degli enti amministrativi, indifferenza della gente, pregiudizio ed emarginazione che li ghettizza e li allontana ulteriormente da quel senso civico di cui la loro grande fame che li ha spinti ad evadere.

immigrazione

Siamo consci che il fenomeno dell’immigrazione sia complesso da trattare perché non dovrebbe esulare di prendere in considerazione l’altra metà della realtà che esso pone, quale ad esempio il tema della difficile integrazione, del fanatismo religioso che non di rado si presenta, l’arroganza e la non civile disciplina finanche gli episodi di criminalità diffusa che, secondo molti, sarebbero da ascrivere o comunque da legare a un’eccessiva immigrazione. Grimaldi non tocca tale argomento e si pone, con rispetto e vivida forza immedesimativa, nella realtà difficile di questi poveri Cristi, sbandati e derelitti, in fuga e abbandonati, che vivono nel tormento della nostalgia nonché di una dilaniante situazione psicologica e di frantumazione identitaria.

Le varie parti che compongono la silloge portano titoli apparentemente curiosi dove vengono richiamati degli animali che, invece, in maniera quanto mai concreta descrivono sinteticamente i vari stadi, le varie fasi metamorfiche dei migranti nel loro lungo e fosco percorso. Questa catalogazione è assai significativa: si passa da animali piccoli e in sé difesi descritti rinchiusi in un contesto stagnante e invivibile ad animali di più grande taglia sottolineando – come nel caso delle pecore marchiate – il difficile e mai completo raggiungimento della libertà.

Ciò che mancava clamorosamente nel paese nativo (democrazia, libertà, sicurezza, speranza e futuro) manca, in effetti, anche nei paesi in cui si è attraccato anche se viene dato da credere che così non sia. Paesi che formalmente dichiarano la loro democrazia e uguaglianza dinanzi ai cittadini finendo, non di rado, per mostrarsi insensibili, sprezzanti e chiusi nei confronti di reali esigenze sociali.

Gazzella di Fabio Grimaldi non è un canto disperato e struggente come recentemente molta poesia è in relazione a dinamiche etico-civili, collegate o non con il dramma dell’immigrazione, ma un canto fine sulla vicenda esistenziale del migrante: uomo dello spazio, costretto ad abitare mondi incivili che lo espungono di continuo. Esistenze che perdono il legame con la terra e difficilmente ne instaurano uno nuovo nel contenitore geografico dove sono costretti a restare. Il poeta maceratese mostra rispetto verso una materia oggetto di una disputa continua nell’opinione pubblica e centrale all’interno del divaricante sistema ideologico e politico che dà più o meno importanza al tema, riconoscendo talora comprensione, tal altra armandosi di tabù e di forti negazionismi, connivente la grande madre Europa che preferisce attribuire fondi per l’assistenza che proporre una soluzione praticabile e migliore.

La confessione-proclama all’apertura del libro in cui un genitore – intuiamo ormai anziano – incita il figlio a lasciare quella terra, quella valle delle lacrime, per trovare significato altrove e realizzarsi, si chiude con un imperativo laconico “Vattene da qui!” (15) che poi non è nient’altro che l’atteggiamento con cui l’europeo finirà per accoglierlo.

Con garbo autentico e profonda sensibilità verso la materia, Grimaldi evoca problematiche assai ampie interconnesse col fenomeno da lui indagato da dentro, addirittura introiettato, quello dell’ “infanzi[a] violat[a]” (37) e quello dell’approdo in un non-luogo vissuto dagli oriundi come fastidioso e motivo di allarme sociale, ben riassunti nella perifrasi del “convulso dramma della ragione” (38), locuzione che sottolinea come il dramma sia insito in un “sonno” della coscienza che, come nell’opera di Francisco Goya, è così potente da generare mostri.

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 27/09/2017

 

[1]Il deserto beve/ il corpo e la mente/ di ogni essere vivente” (25).

[2] Grimaldi definisce il mare “una bara” (48) e le acque e le sue profondità “loculi marini” (49).

Cinzia Perrone con “Mai via da te” sabato 30 settembre alla Bibl. Diocesana a Jesi

Associazione Culturale Euterpe

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Sabato 30 settembre alle ore 17:00 presso la Biblioteca Diocesana “Cardinale Petrucci” (Via Santoni) a Jesi si terrà la presentazione del romanzo breve “Mai via da te” (Montedit, 2017) della scrittrice napoletana Cinzia Perrone che da vari anni vive a Jesi. Un romanzo doloroso e autentico nel quale traccia, con una scrittura spigliata e di semplice fruibilità, i difficili momenti che hanno fatto seguito alla prematura e inaspettata morte dell’amato fratello. Un percorso di rinata autoconsapevolezza e crescita interiore che si realizza anche mediante lo spostamento tra la Jesi dove la donna ormai vive in forma stanziale e il capoluogo partenopeo che l’ha vista nascere, crescere e dove ancora oggi è custodito il suo cuore.

L’evento è organizzato dalla Associazione Culturale Euterpe con il Patrocinio del Comune di Jesi e della Provincia di Ancona e sarà introdotto da Lorenzo Spurio (Presidente Ass. Culturale Euterpe). Interverranno Stefano Vignaroli (scrittore) e Marco…

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“L’urlo più alto è tagliente”, poesia di Lorenzo Spurio con un commento di Lucia Bonanni

“L’urlo più alto è tagliente”

Poesia di Lorenzo Spurio©

 

Non potevi sapere che il cielo

indossa tacchi alti quando

le nuvole, nei fianchi, lo scuotono.

Ecco perché le punte si vedono

anche quando credi che la forma

si sciolga in filamenti pervinca.

Quella povera dannata non ha respirato:

l’hai conficcata nella terra più nera.

L’animo libero e frugale ma

un cuore dilaniato per l’amore rinchiuso

in una cella di silenzio senza vani

aggiuntivi, per una fuga tra polvere spessa.

Ha saputo fare un cappio così saldo

e separato per sempre la notte dal giorno

nell’acqua che d’estate sembra muoversi

mentre un grillo s’acquatta deluso.

Bernarda, che imponi il silenzio eterno,

non sai che il cuore palpita di metallo

nei meccanismi rabbiosi, ingranaggi senz’olio

che non danno tregua al presente.

Nelle lacrime fluenti d’un’intera famiglia

dove trovi il potere di annullare ciò che è stato?

Giungeranno mille villici, ubriachi e sbandati

a pretendere le verdi carni delle tue figlie, caste

e vergognose – imèni ispessiti dagl’anni-

nel grido di lotta che Adela comanda dall’aldilà,

vento tagliente che scuote, percuote e aizza

l’animo che narra la perdita e cerca fiducia

per brandire la verità contro la legge dello sprezzo.

Romperai la quiete della campagna

e ritornerai fanciulla gaudiosa.

 

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Commento critico di Lucia Bonanni

Risuonano nel componimento di Lorenzo Spurio “L’urlo più alto è tagliente” fruttuose conoscenze che danno vita ad ampie scritture e portano il lettore a immedesimarsi con quella che è l’ alma presente di Federico García Lorca nei vari elementi della Natura, una realtà sempre utile e benevola e mai ostile per l’uomo, un binomio ancestrale che sa custodire il segreto della forma ubiqua, assunta dal poeta dopo il monstruoso crimen político.

Il livello simbolico e le modalità evocative, oltre che alla componente ecologica, rimandano anche alla profonda attenzione che Federico riserva al mondo degli emarginati. Infatti, “privo di qualsiasi tessera di partito, fu sempre considerato eversivo da parte dei nazionalisti proprio per il suo magnetismo filantropico”[1] e la risposta alle insidie degli oppositori sono sempre le mani intrecciate “in un crocevia di fiumi” che nel canglore dell’assassinio trovano fine nelle “fontane spente” dei suoi occhi. Anche l’attenzione alle vicende femminili, sia nel linguaggio del teatro che si fa vita che nelle varie ambientazioni rurali e cittadine, denota la passione empatica che Lorca nutre verso i più deboli e l’urgenza di dare identità a chi è vittima di violenze e soprusi. Quindi la sua poesia, sempre tesa al riscatto degli ultimi, è poesia etica e sociale. Tra l’altro, nel saggio “Sulle poesia civile: riflessioni”, Spurio si chiede come i tre aggettivi “civile, sociale ed etico” possono interscambiarsi ed essere perno di un genere poetico con carattere universale, essere veicolo di comunicazione, impegno civile e denuncia delle problematiche sociali per certe caratteristiche quali “aspetto democratico, ambientale, emozionale, multidisciplinare, interlocutorio, un linguaggio lineare e pragmatico”[2].

Già il titolo di questa sua nuova poesia, “L’urlo più alto è tagliente”, può essere letto come un frammento lirico, un bozzetto ideato per un evento tragico, una sincope musicale, un canto soffocato. La combinazione tra i lemmi “urlo, alto, tagliente” si volge in formula alchemica, esplicata mediante un tipo di espressività visiva che scuote e resta impressa nella mente. L’urlo è un qualcosa che squarcia il silenzio, fa trasalire, graffia la quiete, acuisce la sensazione di disturbo, lascia impronte di disagio tanto più, se nell’accezione di comparativo e di predicato nominale è assimilato a un’arma dal taglio affilato, netto, che incide e va a fondo mentre nell’aggettivo “tagliente” è insita la locuzione della sindrome del coltello più volte evocata da Lorca nei suoi drammi rurali. Il cielo è archetipo primordiale che rimanda al maschile, invece le nuvole, con la loro bellezza e il loro movimento, creano forme da interpretare quali metafore del mistero, della fecondità, della leggerezza e della vanità della vita.

Nei primi versi quel cielo che si alza verso lo spazio, se le nubi ne pungolano i fianchi e le cui punte possono essere viste anche quando la forma delle particelle d’acqua si muta in una luminanza color pervinca, richiama la passione amorosa, la sensualità dell’abbraccio e la sfida alle tante retoriche sulla convivenza infruttuosa. E qui non è dato eludere il richiamo a Yerma, un “orbo pompelmo”, una donna infeconda con le “mammelle avvizzite dalla disperazione” e incapace di dare frutti per colpa di un marito che si attarda con lei in abbracci freddi e rinsecchiti come i cardi che popolano le zone campestri. Ma Adela, la farfalla verde, non è una donna stantia, anela alla libertà e sa incanalare la propria femminilità nell’amore per Pepe il Romano, già promesso sposo di una delle sorelle. È l’autorità di Bernarda, donna tutt’altro che rasserenante, che tutto impone e dispone, a confinare la giovane in una gabbia di silenzio e a renderla una dannata, confitta nelle zolle di una terra nera, spasimo e terrore tenebroso che la induce a intrecciare non un nodo d’amore, ma una legatura di morte, parabola ingiuriosa che la farà fuggire tra la “polvere spessa” dell’oscurità.

I personaggi femminili delle opere lorchiane sono emblema della necessità del poeta di porre sotto una luce diversa le ingiustizie subite da esseri deboli e tormentati. Così “il ribellismo di Adela dovrà fare i conti con le militaresche imposizioni dell’arcigna madre (e) morirà giovanissima in un suicidio indotto; Yerma, addolorata per la sua infertilità, finirà per farsi dominare da uno spirito di morte, uccidendo il marito; Mariana Pineda finirà per diventare eroina della causa, mettendo a serio rischio la sua incolumità”[3].

Nei versi di Spurio si nota il tema dell’acqua che nell’opera lorchiana assume carattere di iterazione semantica e funzione allegorica. Il poeta andaluso distingue tra “un’acqua di vita e un’acqua di morte”, la prima è quella chiara e pulita che scorre e fluisce, portando fertilità alla campagna mentre l’altra ristagna nei pozzi, imputridisce e manda cattivo odore, lasciando spazio alla necrosi dei corpi. L’acqua menzionata da Spurio, è un’acqua venenosa perché in essa è immersa la separazione tra la notte e il giorno, tra la luce dell’amore e l’ombra del distacco, scelta indotta e mediata e poi voluta da Adela col suo atto estremo. È un’acqua strana “che d’estate sembra muoversi” in cerca dell’amore negato per una separazione perentoria senza possibilità d’appello; ma il palpito dell’animo come una presenza terribile non consente quiete al dolore acre “di un’intera famiglia”, un gineceo dominato da una madre che non concede proroghe e obbliga a una reticente mascherata circa il pudore perduto della figlia.

Si può affermare che quella di Adela e Pepe il Romano, è una coppia fatale, soggetta al potere di Eros e Afrodite come lo sono alcune coppie della mitologia greca narranti situazioni in cui gli dei dell’amore non si peritano ad agire dove esistono legami di coppia per cui alla perdita della compagna o del compagno, segue sempre uno strazio raccapricciante. Per questo Adela fugge dalla vita per cercare una morte che sia luce, perdendosi nel chiaroscuro di impronte scalfite di un luogo dove non esiste sorriso e là può involare l’indaco del suo cielo “mentre la gente cerca silenzi di cuscino/(e lei palpita) per sempre definita nel suo anello”[4]. Ma poi, nuova Lisistrata, come vento che sferza le coscienze la giovane dannata incita le sorelle alla rivolta e saranno i villici che si accompagnano al coro dei mietitori con gesti rudi a violare il candore annoso di quelle donne sfiorite, adesso disposte a “brandire la verità” al pari di un’arma affilata contro le velleità sprezzanti della madre. E conclusione del ciclo stagionale come Persefone anche Adela tornerà sulla terra per rompere il silenzio allucinato della campagna e con la sua prorompente giovinezza far germogliare le sementi e ricoprirla di fiori e fronde rinverdite in un abbraccio ideale che sa colmare anche il vuoto della perdita.

Un componimento visivo, amorevole,  appassionato in cui l’autore esprime grande sensibilità, senso etico e  attenzione sociale; un  fluire di versi che sono acqua di vita e sanno generare la freschezza del sentimento e la malinconia dell’addio in un crescendo di pathos che sfocia nel lirismo incontaminato del distico che in un tempo circolare chiude e sembra riaprire il componimento medesimo mediante l’uso di una sintassi lineare, pragmatica  e forte di contenuti.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Spurio Lorenzo, “Un nardo reciso. Le ultime ore di Federico e il lutto della poesia” in AA.VV., La memoria, a cura di Michele Melillo e Giancarlo Micheli, Ladolfi, Borgomanero, 2016.

Spurio Lorenzo, “Sulla poesia civile: riflessioni”, saggio online

Spurio Lorenzo, Tra gli aranci e la menta. Recitativo per l’assenza di Federico Garcia Lorca, PoetiKanten Edizioni, Sesto Fiorentino, 2016

García Lorca Federico, Poesie, Newton Compton, 2007

[1] Lorenzo Spurio, “Un nardo reciso. Le ultime ore di vita di Federico e il lutto della poesia”, in AA.VV., La memoria, a cura di Michele Melillo e Giancarlo Micheli, Ladolfi, Borgomanero, 2016.

[2] Lorenzo Spurio, “Sulla poesia civile: riflessioni”, rif.

[3] Lorenzo Spurio, “Un nardo reciso. Le ultime ore di vita di Federico e il lutto della poesia”, in AA.VV., La memoria, a cura di Michele Melillo e Giancarlo Micheli, Ladolfi, Borgomanero, 2016.

[4] García Lorca, “La bambina annegata nel pozzo” in Poesie, Newton Compton, 2007, pag. 311

 

I testi qui pubblicati (poesia e commento critico) appartengono ai rispettivi autori. Essi sono frutto del loro unico ingegno in quanto non riprendono testi terzi coperti da D.A.  La pubblicazione, in rete o in cartaceo, integrale o in forma di stralcio è severamente vietata se in assenza dei nomi dei rispettivi autori e la fonte. Chi è interessato a riprodurre parte del materiale è tenuto a chiederne l’autorizzazione scritta ai rispettivi autori. 

“Bambini” di Anna Vincitorio, recensione di Francesca Luzzio

Anna Vincitorio, Bambini, Blu di Prussia, 2016.

Recensione di Francesca Luzzio

 

AAA IMMA....pngIl titolo della plaquette di Anna Vincitorio, Bambini, induce il lettore a sorridere perché naturalmente si è portati a pensare a delle poesie ricolme di tenerezza e affetto, ma  basta  volgere lo sguardo all’immagine del bimbo in copertina, al suo sguardo perso nel vuoto, alle sue labbra inarcate per sospettare che la discrasia presente tra titolo e immagine nasconda qualcosa.  Infatti già il titolo della prima lirica, “Bambino in guerra”, spegne ogni illusione di vivere liete emozioni.  La  drammatica bellezza dei versi anzi accresce progressivamente la sofferenza di chi, dotato di sensibilità e di sani principi etico-morali, legge di tanta glaciale indifferenza  degli adulti di fronte ai deboli, ai piccoli che non possono, né sanno  difendersi.

Dopo la poesia sui bambini-soldato, l’autrice volge lo sguardo ai bambini del terzo mondo, malati di AIDS, invisibili agli occhi dell’opulento mondo occidentale che, sordo alle immagini, si limita a “interrompere il video/e spegnere la luce” e “tutto torna normale” (in “Bambini invisibili”, pag.18). Ma la poetessa non demorde e continua nella sua amara denuncia per cercare di scuotere le coscienze, così utilizza la sua sapienza versificatrice per esprimere la sua profonda pietà nei confronti dei bambini abbandonati, abusati dai pedofili, dei bimbi migranti che vedono le loro umili tende, i loro rifugi distrutti, o ancora vittime di cruenti riti tribali. Forse il colore della pelle è indice d’inferiorità? Forse Gesù aveva gli occhi azzurri? E Maria Maddalena che Gesù perdonò non aveva i capelli neri?                                          

Una denuncia forte, lancinante che, se da un lato ci pone di fronte alla profonda umanità e sensibilità della poetessa, dall’altro fa emergere l’insensibilità, i vizi di tantissimi adulti che abusando dell’innocenza, uccidono il futuro dell’umanità.

La poetessa ci pone di fronte ad una realtà ossimorica: infanzia sinonimo di gioia, tenerezza, sogno e amore, quale di fatto dovrebbe essere; infanzia sinonimo di violenza, abbandono, privazione, quale di fatto è per molti bambini.  Così  indirettamente evidenzia anche la drammatica condizione socio-economica del mondo che, oggi come ieri, vede le nazioni divise in ricche e povere, in sfruttatrici e sfruttate, condannando comunque, sempre e in ogni luogo, i poveri e i diseredati a un perenne sfruttamento e alla miseria.

La poetessa nella sua commossa e partecipe denunzia si serve di versi liberi, pur non mancando assonanze: “…compimento/….mistero” (in “Cronaca”, pag.25) o consonanze  e quasi rime: “…silente/ …radiante” (idem), anche tra versi lontani fra loro, quale l’urgere del suo sentire progressivamente le ha suggerito;  adopera ora un linguaggio schietto, semanticamente pregnante, al di fuori di ogni allusività, quasi a voler mettere il lettore di fronte al fatto, quale esso realmente è: “l’ascia vibra/ e pesante colpisce/ per abbattere tutto./ Alberga ancora/in alcuno pietà?”(in “White Christmas a Coccaglio”, pag.23); tal’altra un linguaggio metaforico che trova spesso nella natura e nei suoi elementi il correlativo intuitivo-alogico che meglio ne rende la pienezza semantica, così gli eserciti dei bambini-soldato sono “campagna coltivata a grano./Ancora non maturo il tempo/per la sua chioma d’oro” o ancora “girasoli [che] hanno reclinato/la testa” (in “Bambino in guerra”, pag.13) .

A volere ulteriormente rimarcare la gravità e la persistente attualità del drammatico argomento, si potrebbe citare molta della produzione saggistica e narrativa che nel tempo lo ha affrontato, ma in fondo basta concludere sostenendo quanto diceva Dostoevskij: “offendere un bambino è il peccato più grave di cui un adulto si possa macchiare”.

Francesca Luzzio

 

L’autrice di questa recensione acconsente alla pubblicazione online su questo spazio senza nulla chiedere né all’atto della pubblicazione né in futuro e attesta, sotto la propria responsabilità, di essere un suo testo personale, frutto del suo unico ingegno. 

Autenticità, fedeltà e vocazione umana in ‘Casa di bambola’ e ‘L’anitra selvatica’ di Henrik Ibsen – saggio di Lucia Bonanni

Autenticità, fedeltà e vocazione umana in Casa di bambola e L’anitra selvatica di Henrik Ibsen

Saggio di Lucia Bonanni

Con la produzione letteraria del drammaturgo norvegese Herik Ibsen (1828-1906) prende avvio quella che viene definita “drammaturgia borghese” e che troverà conclusione negli scritti di Čecov e Pirandello.

Nella stesura delle opere lo scrittore predilige la saga, la fiaba e la storia con cui esplicita impegno sociale e intenzione pedagogica. L’esperienza in qualità di direttore artistico presso i teatri di Bergen e Christiania favorisce la sua formazione culturale e gli offre la possibilità di dare alla Norvegia una drammaturgia di stampo nazionale. Durante i quattro anni di soggiorno in Italia scrive Brand e Peer Gynt, ma la mancata accoglienza, riservata al secondo dramma, porta Ibsen verso quei dissidi interiori che successivamente daranno vita a una produzione assai feconda con le pièce: Casa di bambola, Spettri, Un nemico del popolo, L’anitra selvatica, Casa Rosmer, Hedda Gabler e Il piccolo Eyolf.

In tutte le opere di Ibsen i nuclei tematici sono soggetti a mutamenti e sviluppi, usati dallo scrittore come critica verso la società contemporanea e analisi psicologica degli individui. Uno dei temi costanti nella scrittura ibseniana, oltre a quello del potere, è la vocazione umana e secondo il suo pensiero il peccato consiste nel mancato conseguimento di aneliti vocativi a causa di atteggiamenti di ipocrisia, egoismo e viltà che ne impediscono la fattiva realizzazione. Di conseguenza i suoi personaggi sono sempre tridimensionali e non restano fissi nel presente, ma sono orchestrati in un arco temporale labile e suscettibile di cambiamenti e che ne rivela la storia interiore anche in merito a un simbolismo incentrato sul retaggio sociale.

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Il drammaturgo norvegese Henrik Ibsen

 

Le figure femminili del drammaturgo norvegese sono eroine che, pure anelando alla libertà, vivono soggiogate dal dissidio tra vita e intelletto. Il potere a cui devono sottostare è quello che prende corpo nella cerchia sociale, nel nucleo familiare e nelle manifestazioni amorose. È la solitudine interiore che porta l’uomo a prevaricare sulla donna nel binomio prepotenza-rinuncia, dovere-piacere e la cui ubicazione ideale può essere rintracciata nelle strade di una città, la quiete di una stanza o nelle vie del cuore. Nora, Edvig, Rebecca, Hedda, Helene, Gina sono creature che vivono in forzata cattività e che reagiscono in maniera differente per liberarsi da quella condizione angusta che ne svaluta anche il sentire.

«Così tradisci i tuoi più sacri doveri?»,«Che cosa intendi per i miei più sacri doveri?/Credo di essere prima di tutto una creatura umana»[1]. Dopo otto anni di matrimonio Nora trova il coraggio di ribellarsi al proprio stato di soggezione intellettuale e affettiva e nella ferma convinzione di poter realizzare se stessa ed affermare la propria dignità, abbandona la casa coniugale.  Fin dalle prima rappresentazioni il dramma di Ibsen costituisce l’evento teatrale più clamoroso  e chiacchierato nella seconda metà dell’Ottocento che, suscitando polemiche e talvolta anche scandalo, decreta la fama dell’autore. La storia dei due protagonisti è causa di turbamento per il conformismo borghese tanto che negli inviti a feste e ricevimenti diventa consuetudine aggiungere la postilla “Si prega di non discutere di Casa di bambola”. Proprio in quegli anni trovano campo le prime battaglie femministe, eventi che negli scritti del Nostro rappresentano soltanto uno degli aspetti non sostanziali della realtà mentre il “nucleo vivo” dell’intera vicenda permane il tema ibseniano per eccellenza della “fedeltà alla vita”. L’aspirazione verso un assoluto morale conduce i suoi protagonisti verso un tipo di fedeltà che non esclude la catastrofe e rappresenta l’unica possibilità di salvezza. Nella scrittura drammaturgica di Ibsen Nora risulta essere un personaggio inflessibile, però non sono i sentimenti negativi quali egocentrismo, ambizione, avidità e vendetta a determinare il suo agire, al contrario la sua indole è di natura tenace, lungimirante, e combattiva perché lei si sente in trappola e sa che in gioco ha qualcosa di vitale. Nel suo desiderio di espressione Nora racchiude in sé altre figure femminili, accumunate dalla medesima prontezza di spirito e determinate a perseguire i loro ideali per dare una svolta di senso alla loro vita anche a costo di percorrere strade tortuose e giungere a tristi conclusioni.

Casa-di-bambola-di-Henrik-Ibsen.jpgAdela, Yerma, Mariana Pineta nei drammi rurali di Federico García Lorca, Madame Bovary nel romanzo di Flaubert, Sibilla nel racconto autobiografico della Aleramo sono donne che vanno incontro al proprio destino dopo aver scardinato i codici vincolanti del potere, un tipo di autoritarismo esercitato da una madre dominante, un marito totalmente insensibile al desiderio di maternità della donna, un patriota interessato a salvare soltanto se stesso, un uomo che conduce la propria amante verso il suicidio e una madre che, dopo aver subito una violenza carnale, si ribella alle costrizioni della vita sociale. Nei momenti di crisi nessun essere umano è in grado di comportarsi normalmente per cui in un contesto drammatico il suicidio, l’omicidio, il tradimento e l’abbandono non sono veri e propri atti di debolezza ovvero di crudeltà, ma conseguenze di uno stato mentale di forte conflitto fuori e dentro di sé.

«È la mia Lodoletta che trilla là fuori?/È lo scoiattolo che ruzza?/Il passerotto sventato che se n’è andato di nuovo in giro a sciupar denaro?»[2]. Fin dalle prime battute con cui l’avvocato Helmer si rivolge a Nora, sua moglie, già si può intuire la premessa che sarà poi confermata dal climax dei due personaggi. Nel clima soffocante del rapporto coniugale Nora, che secondo l’idea canzonatoria del marito, è “proprio una donna”, cerca la realizzazione del Sé nell’ambiente familiare, una realtà alienante la libertà, il futuro e l’armonia. «Io? Io non conosco…?/Nessuno mi crede capace di agire seriamente…/Anch’io sono buona a qualche cosa, no?»[3]. Vezzeggiata prima dal padre e poi dal marito come una bambola con cui poter giocare, Nora sviluppa una sorta di teoria di inferiorità comportamentale secondo la quale si atteggia a persona dai tratti infantili, sempre bisognosa d’affetto, subalterna al volere e  alle indelicatezze del marito.

Helmer è un uomo vanitoso ed egocentrico, la sua lungimiranza si conclude al limite del suo impiego in banca e del denaro che dispensa alla moglie con visibile parsimonia. Spesso l’uomo si mostra irascibile e poco comprensivo, critico nei confronti degli altri e autoindulgente verso se stesso. «Una Lodoletta deve avere il becco pulito per poter cinguettare; niente note false»[4]. Il conflitto tra i due coniugi deflagra nel momento in cui Helmer, dimostrando “virile coraggio”, spalanca la porta della propria camera da letto, tenendo ben aperta in mano la lettera del procuratore Krogstad. «Che cos’è questo? Sai cosa dice questa lettera?»[5]. Nora vorrebbe dire, vorrebbe poter dichiarare tutta la propria onestà, tutto il suo amore, il marito, però, le rivolge accuse infamanti, giungendo persino a sollevarla dal compito educativo verso i figli. «Sì, adesso incomincio a capire perfettamente»[6]. La meschina ipocrisia dell’uomo raggiunge il proprio apice, quando la cameriera consegna un’altra lettera contenente la ricevuta a saldo del debito contratto in buona fede da Nora.

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L’indimenticata attrice Mariangela Melato nella messa in scena di “Nora alla prova”, rilettura contemporanea di “Casa di bambola” per la regia di Luca Ronconi (2011)

 

Nel più completo egoismo, «Sono salvo», Helmer cambia totalmente l’approccio dialettico con la moglie. Ma ormai l’unità degli opposti e l’evoluzione del personaggio, Nora, sono già in atto mentre egli resta circoscritto nella sua mancanza di intuizione e all’interno di un movimento statico, uniforme e immutabile. «Non ti accorgi che noi due, oggi per la prima volta, stiamo parlando di cose serie?»[7]. La donna che non si è mai sentita così lucida e sicura come in quel momento, afferma di aver atteso con incrollabile speranza il meraviglioso, prodigio della comunione spirituale e della convivenza che diventa matrimonio. La positività di Nora non è semplice esame di coscienza, essa si connota di impegno eroico, motivo educativo e dovere morale, un modo che dietro di sé lascia semi fertili di verità e saggezza. “Gli elementi di un’emozione costituiscono le basi della vita. L’emozione è vita. La vita è emozione. Dunque l’emozione è dramma. Il dramma è emozione”[8].

Vera emozione desta la lettura de L’anitra selvatica, dramma la cui dimensione del non-tempo non è altro che uno stato di irrealtà dove vive al piccola Edvig, l’unica in grado di provare vere emozioni e patire la falsità dell’altrui non-vita. La tenerezza e la generosità della ragazza sono obliate dai contorti influssi dell’esistenza; dei suoi sentimenti resta comunque speranza di libertà  e amore. «Mi rallegro tutta nell’attesa che il babbo ritorni a casa. Perché mi ha promesso di chiedere alla Signora Sörby qualcosa di buono per me»[9]. Con la dichiarazione di Edvig il drammaturgo getta i primi indizi sulla struttura di base di Hjalmar, il padre della giovane. Insoddisfatto, conformista, privo di fantasia e spirito di osservazione, l’uomo non si esime dal deludere le attese della figlia che lo aspetta con ansia affettuosa. «Pensa, torni già, babbo!/Stai bene in abito da sera, babbo!»[10].

Disattento alle affettuosità della figlia, egli prende a discutere col vecchio Ekdal, suo padre, e neppure si ricorda di quanto ha promesso ad Edvig prima di uscire. «Ma che è dunque?», «Lo sai, le cose buone che m’hai promesse», «me ne son dimenticato. Ma aspetta un po’!Ho qualcosa per te, Edvig»[11]. Con fare meschino e quasi sarcastico, senza alcun senso di colpa e preoccupazione,  Hjalmar si allontana dalla figlia che intanto salta e batte le mani, fruga nella tasca della marsina e le porge qualcosa. «Questo qui? Non è che un foglio di carta»,«Leggi la lista, e io ti descriverò poi il gusto dei piatti. Su, via, Edvig»[12]. La piccola Edvig, ricacciando le lacrime, si siede delusa vicino alla tavola. Non legge il “menu”. Osserva il padre che passeggia per la stanza e si lamenta della tristezza che si è dipinta sul volto di Edvig e di Gina, sua moglie, poi si ferma vicino al vecchio. «Hai dato un’occhiata là dentro, stasera babbo?», «Sì, puoi immaginarlo. È andata nella cesta», «No, è andata nella cesta! Comincia dunque ad abituarsi?»[13].

downloadIl vecchio Ekdal nel solaio della casa con abeti rinsecchiti, qualche coniglio, dei piccioni e alcune galline ha ricreato un “falso bosco” per poter ricreare di andare ancora a caccia nelle foreste del Nord insieme a suo figlio. Anche l’anitra selvatica vive nella soffitta e trova riparo in una cesta. Ferita dal vecchio Werle durante una battuta di caccia, l’anatra si era tuffata sott’acqua per aggrapparsi alle alghe e morire. Era stato il cane da caccia dell’industriale a trarla in slavo, era sopravvissuta per merito degli Ekdal che si erano presi cura dell’animale. «No , Signor Werle; non è un’anitra turca; ma un’anitra selvatica»,«Ma davvero? Un’anitra selvatica?», «La mia anitra selvatica. Perché è mia./È stata colpita sotto l’ala e così non poteva più volare»[14].

Nelle parole di Jalmar e in quelle di Edvig si annuncia la catastrofe, si insinua il dubbio e si presagisce il punto di svolta dei personaggi. Secondo un’interpretazione di senso la ragazza può essere identificata con l’anitra selvatica e in questo scrive una sottotrama percepibile nel dissidio, nella negatività e nel conformismo degli altri personaggi. Come la sua anitra selvatica, ovvero il suo germano reale, anche Edvig soffre di una menomazione, un difetto visivo che nel tempo le potrà fiaccare la vista.

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L’attrice Anne Marit Jacobsen nel ruolo di Edvig in “L’anitra selvatica” (titolo originale “Vildanden”, 1970)

 

Sempre educata, gentile e premurosa, la giovane volentieri si presta ad aiutare il babbo e la mamma nel ritocco delle fotografie e nelle piccole faccende domestiche. E i libri illustrati, la pendola dell’orologio in disuso, il silenzio che regna nella soffitta sono per lei “quel fondo dei mari” dove trova rifugio e promesse di serenità. Nella propria insoddisfazione e nel desiderio di fama per una “grande invenzione” non meglio specificata, Hjalmar non esita a mostrarsi rancoroso, inumano e pronto a danneggiare anche i propri cari. Egli attua la fuga dalla realtà nel togliere a Gina la gestione delle entrate familiari e l’occupazione del lavoro fotografico. «A quella maledetta anitra selvatica avrei voglia di tirarle il collo»[15]. La piccola Edvig trasale, manda un grido, quasi vede un presagio, soffre e si mortifica,.

Ad innescare l’esplosione della catastrofe è la lettera, consegnata dalla Signora Sörby nelle mani di Edvig, in cui il vecchio Werle stabilisce una donazione per la ragazza proprio nel giorno del suo compleanno. «In seguito questa donazione passerà a te per tutta la vita».[16] Corroso dalla gelosia e dal dubbio che Edvig non sia sua figlia, Hjalmar decide di lasciare la propria casa. «Che dici! Babbo, babbo!», «Vattene via, lontano. Non ti posso vedere. Oh. Quegli occhi… Addio».[17] Consapevole di non essere “la vera figlia del babbo”, Edvig giunge a pensare che sia una trovatella, ma che le si può voler ugualmente bene giusto come lei stessa fa con l’anitra selvatica. In un gesto estremo d’amore verso il padre, la ragazza chiede al nonno di sparare all’anitra, facendosi spiegare bene come tirare il colpo. Umiliata e di nuovo allontanata dal genitore con gesti e parole offensivi, la piccola Edvig “resta immobile un istante, con aria sgomenta si morde le labbra per soffocare il pianto; poi stringe i pugni  convulsamente e dice piano -L’anitra selvatica- si avvicina furtivamente e prende dallo scaffale la pistola, chiude la porta della soffitta, vi scivola dentro e poi richiude la porta”[18]. Edvig uccide da sola l’anitra selvatica. Adesso non vive più. Giace nel fondo di quei mari dove l’umiliazione subita, la disillusione e la morte sono stele funeraria per chi è vittima della vita. Peccato che a sua memoria resterà soltanto la falsa pietà di chi è sopravvissuto allo scempio degli spettri ed alla vuota insensibilità che non vede luce.

Nello svolgimento del dramma Nora e la giovane Edvig sono personaggi cardine la cui evoluzione è orchestrata sul movimento della loro forza di volontà , effetto che trova origine sia nell’ambiente che nell’azione dei loro antagonisti. Al comportamento di Nora come al gesto di Edvig, se esaminati in un contesto asettico, sono da attribuire accezioni negative, ovvero, se visti nella loro tridimensionale realtà, nella faticosa transizione e nella sperimentazione della crisi conflittuale, allora c si può affermare che in quel tipo di agire la sventura non è semplice artificio, ma racchiude un forte messaggio d’amore. Nora si allontana dalla famiglia nella speranza di poter realizzare se stessa e Edvig offre in dono la propria vita. Sono il marito e il padre, due figure omologate e complementari, che non sanno o non vogliono dare ascolto al bisogno di espressione di chi li ama, che sono aridi  e ripiegati su se stessi, statici nei loro stereotipi morali e freddi nel recepire la sottile energia insita nella vocazione umana e la bellezza illuminante di un raggio di sole.

Lucia Bonanni

Gennaio 2017

 

Questo saggio viene pubblicato in esclusiva anteprima su “Blog Letteratura e Cultura” di Lorenzo Spurio per gentile concessione dell’autrice che nulla ha a chiedere al momento della pubblicazione né in futuro al gestore dello spazio on-line. 

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[1] Herik Ibesen, Casa di bambola, Einaudi, Torino, 1963, pag. 86.

[2] Ivi, pag. 12

[3] Ivi, pag. 21-24

[4] Ivi, pag. 39

[5] Ivi, pag. 79

[6] Ivi, pag.80

[7] Ivi, pag. 84

[8] Lajos Egri, L’arte della scrittura dramamturgica, Audino Editore, 2003, pag. 17.

[9] Herik Ibsen, Spettri, Un nemico del popolo, L’anitra selvatica, Rosmersholm, Garzanti, Milano, 1976, pag. 243.

[10] Ivi, pag. 245

[11] Ivi, pag. 249

[12] Ivi, pag. 249

[13] Ivi, pag. 249

[14] Ivi, pag. 258

[15] Ivi, pag. 289

[16] Ivi, pag. 303

[17] Ivi, pag. 305

[18] Ivi, pag. 317

“Ad Astianatte”, poesia di Emanuele Marcuccio

AD ASTIANATTE[1]

DI EMANUELE MARCUCCIO

 

«Non giunga Menelao al suo focolare, con la sua sposa malvagia, vergogna dei Greci, rovina di Troia. Disgrazie sopra nuove disgrazie. Cumulo di sciagure sopra questa terra. Spose, guardate là il corpo di Astianatte, il suo povero corpo gettato giù dalla rocca». (Dal Coro de Le Troiane di Euripide, scena XI)

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Corpicino…

che non hai

vissuto abbastanza

per mostrare

il tuo valore…

ti diruparono

crudeli assassini

dall’ampia rocca di Ilio…

rosso  vermiglio

ti sprizzò il sangue,

e tua madre,

impotente all’atto

esecrabile…

rossore  tremendo

non vi rode,

non vi avvampa

d’orrore

la faccia ferrigna!

E che cosa volete pensare,

voi crudeli… assassini!

Vi schiaccerà il rimorso,

v’inabisserà…

vi squarcerà…

vi frantumerà

le corde del petto!

Pensate al fato…

al delitto…

pensate al mare…

 

 

[1] Ispirato da un episodio de Le Troiane di Euripide. Astianatte, secondo la mitologia greca è figlio di Ettore e Andromaca, precipitato dagli Achei dalla rocca della città di Troia. Rimane come archetipo di ogni bambino o minore, sottoposto ad ogni genere di violenza. Scritta il 9 febbraio 1996, poi edita in Emanuele Marcuccio, Per una strada, SBC, 2009, viene qui presentata in una seconda versione da me rivista tra il 4 e il 5 dicembre 2016. [N.d.A.]