A Firenze la premiazione del I Concorso Int.le Bilingue TraccePerLaMeta

Sabato 11 maggio a FIRENZE presso la Sede dell’ARCI Provinciale sita in Piazza dei Ciompi si è tenuta la premiazione del I Concorso Letterario Internazionale Bilingue TraccePerLaMeta dal titolo “Camminanti, gitani e nomadi: la cultura itinerante” promosso dalla Associazione Culturale TraccePerLaMeta (www.tracceperlameta.org) fondata da Anna Maria Folchini Stabile (presidente), Sandra Carresi (vice-presidente), Paola Surano (tesoriere), Laura Dalzini (Art director) e Lorenzo Spurio (Pr).

Si è inoltre presentata l’antologia bilingue del concorso contenente i testi risultati vincitori e segnalati dalle due commissioni di giuria, quella di lingua italiana e quella di lingua spagnola.

Alla premiazione hanno preso parte persone provenienti da tutta Italia e gli organizzatori hanno previsto premi per i primi tre arrivati di ciascuna sezione, premi speciali, segnalazioni della giuria e rilasciato attestati di partecipazione.

Gli autori hanno letto le proprie opere.

L’evento è stato allietato dalla ballerina di flamenco LAURA ZAGNI.

La serata di premiazione è culminata con un buffet conviviale.

Di seguito alcune foto scattate durante la premiazione. Seguirà il video integrale.

Info sull’Associazione possono essere trovate a www.tracceperlameta.org

“Gli innamoramenti” di Javier Marias, recensione di Anna Maria Balzano

Gli innamoramenti
di Javier Marias
 
Recensione di ANNA MARIA BALZANO

 

9788806210441Un romanzo veramente originale “Gli innamoramenti” di Javier Marais, dove la trama fa da sfondo  e da supporto a speculazioni filosofiche, al punto che l’analisi dei sentimenti, dei pensieri, delle considerazioni dei personaggi fa sì che siano i pensieri, i sentimenti, le considerazioni i veri protagonisti dell’opera.

Ci troviamo di fronte all’enigmatico dualismo immaginazione/realtà: gli eventi narrati lasciano spesso il dubbio circa la loro incontrovertibile veridicità.

L’abituale quotidiana osservazione di Miguel e Luisa, una coppia innamorata che si incontra tutte le mattine nello stesso caffè, offre alla protagonista Maria, anche lei frequentatrice dello stesso locale, lo spunto per narrare in prima persona una vicenda che ha del mistero e che si tinge di noir.

In seguito alla morte violenta di  Miguel, Maria  si avvicina a Luisa, ne fa la conoscenza e quindi si reca a casa sua, per darle la possibilità di dare sfogo al suo dolore. In quella occasione conosce Javier, di cui si innamora. 

La vicenda si snoda con  ritmo lento: i protagonisti indugiano in considerazioni sulla morte e sulla vita, sul rapporto morte-vita, in un gioco narrativo ad effetto “sliding doors”. Non a caso sono spesso citati episodi di grandi classici, come quello della foresta di Birnam, del Macbeth di Shakespeare, o quello dei Tre Moschettieri di Dumas, in cui Athos accenna alla  morte della giovanissima moglie, Anne de Breuil, o ancora quando si cita il personaggio di Balzac, il colonnello Chabert.  In ciascuno di questi episodi, la realtà è sempre ambigua e la sua ambiguità si fonda proprio sulla molteplicità dei significati della parola. Non si possono non ricordare a questo proposito i versi famosissimi pronunciati  dal coro delle streghe nel primo atto del Mcbeth: “fair is foul,  foul is fair”. I fatti che si vivono sono reali per coloro che li vivono, per gli altri sono racconto e dunque sono fittizi. L’uomo ha bisogno di certezze per vivere: essere coscienti di vivere una “realtà irreale” accresce la sua solitudine.

In questa prospettiva la menzogna diventa elemento importante nel romanzo, al punto da porre il vano quesito se esista un modo, nell’epoca di incredibili progressi e invenzioni, per penetrare nella mente umana e sapere quando qualcuno mente. Certo, afferma l’autore attraverso i suoi personaggi, l’impossibilità di leggere nella psiche altrui è l’unico margine di libertà concesso all’uomo.

La finzione a volte ha bisogno di tingersi di verità per acquisire maggiore veridicità.

L’umanità descritta da Marias è fragile e in balia di ogni incertezza: anche l’innamoramento, pur con il suo fascino inebriante, rende ancora più fragili e deboli.

La decisione di affidare a Maria la descrizione in prima persona è una novità nell’opera di Marias che riesce a dare comunque al personaggio femminile assoluta credibilità, mettendone in risalto la sensibilità.

Al di là della trama, il vero interesse del romanzo risiede nel mostrare l’individuo al centro della sua tragica, perpetua incertezza con tutti i suoi dubbi insoluti, destinati ad accrescere la sua solitudine.

ANNA MARIA BALZANO

QUESTA RECENSIONE VIENE QUI PUBBLICATA SU GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE. LA DIFFUSIONE E PUBBLICAZIONE DI QUESTA RECENSIONE E’ VIETATA SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

“Miele” di Ian McEwan, recensione di Anna Maria Balzano

Miele
di Ian McEwan
Einaudi, Torino, 2012
ISBN: 978806214055
Pagine: 351
Costo: 20€
 
Recensione di Anna Maria Balzano

9788806214050“Miele”, l’ultimo romanzo di Ian McEwan, è un’opera complessa che offre molti spunti per una discussione sulla funzione dell’arte in generale e dell’arte in relazione alla politica e alla ragion di stato in particolare.

La protagonista, Serena, figlia di un Vescovo, educata secondo i saldi principi borghesi, costretta a trascurare la sua predilezione per le lettere e a laurearsi in Matematica a Cambridge, ottiene un incarico presso l’MI5 : siamo negli anni settanta, l’Inghilterra è in piena crisi energetica, il movimento indipendentista nord-irlandese è molto attivo, si sviluppa e si estende la guerra fredda culturale.

La missione consiste nel dover reclutare scrittori e intellettuali che possano fare propaganda a favore dell’occidente, contro il blocco sovietico.

McEwan cela, dietro la forma della spy-story, una pesante critica di ciò che può essere l’arte dello scrittore laddove sia strumentalizzata a fini politici.

Già in Espiazione avevamo assistito alla mistificazione artistica creata dalla protagonista Briony, che tradiva un giudizio negativo dell’autore sull’arte come finzione. Qui questo giudizio appare in tutta la sua evidenza, non solo nella trama principale, ma anche in quei racconti, che ci vengono riportati come creazione del personaggio di Tom Haley, che possono essere considerati dei brevi romanzi nel romanzo, secondo la migliore tradizione inglese.

In ognuno di questi racconti, il protagonista, che sia il gemello che si sostituisce al fratello parroco, o l’individuo che viene preso da passione per un manichino, o il marito che ama più appassionatamente la moglie dopo essere venuto a conoscenza della sua disonestà, è la menzogna a trionfare. Ciascuno di questi racconti diventa simbolo e metafora del romanzo in cui è inserito.

imagesCAJ5CI2JLa necessità dei Servizi Segreti di finanziare, senza svelare loro il vero fine dell’operazione definita Miele, autori perché scrivano opere che esaltino i valori del  mondo occidentale, in contrasto con quelli rappresentati dal comunismo sovietico, ripropone la distinzione tra intellettuale tradizionale e intellettuale organico. È ovvio che l’intellettuale che si mette al servizio del potere, di qualunque segno esso sia, diventa organico a quello stesso potere. In questo romanzo si accenna all’opera di Orwell, sia al suo “La fattoria degli animali”, sia a “1984”. Con lui se ne citano altri. La necessità di tenere nascosta la finalità dell’operazione, riscatta in un certo senso una parte del mondo artistico, che, se consapevole, non avrebbe messo la sua opera al servizio del potere politico.

L’accenno all’inganno è esplicito in alcune frasi  pronunciate dai protagonisti del romanzo: la creazione artistica vista come inganno è eredità della cultura puritana britannica, e risale al teatro elisabettiano.

Significativo è anche l’accenno esplicito a Mallarmé e alla sua teoria della “pagina bianca”, nelle parole di Haley.  Diceva Mallarmé : “L’opera poetica è miracolosa come la creazione, ma al termine d’una faticosa ascesa non v’è che il nulla, la pagina bianca, il silenzio.” Un sogno di purezza, questo, e di distacco dal mondo, negazione della mistificazione artistica, che McEwan sembra palesemente condividere.

ANNA MARIA BALZANO

LA PRESENTE RECENSIONE VIENE PUBBLICATA SU GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI.

“Il minimalismo letterario di Raymond Carver”, di Lorenzo Spurio

Il minimalismo letterario di Raymond Carver, uno degli ultimi scrittori maledetti made Usa

DI LORENZO SPURIO

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Non conoscevo RAYMOND CARVER, scrittore americano morto nel 1988 e considerato uno degli ultimi bohemien americani. Ho avuto l’occasione di leggere alcuni suoi racconti brevi contenuti nella raccolta Limonata ed altri racconti, pubblicato dal quotidiano Sole 24 ore per la collana “Racconti d’autore” e uscito in edicola domenica 7 Agosto 2011. Lo stile è piano, il linguaggio semplice e domestico come pure le ambientazioni e le vicende che Carver racconta e proprio per questi motivi è stato definito il padre del minimalismo in letteratura. Da pochi giorni è uscita nelle librerie italiane un’attenta biografia dello scrittore intitolata Raymond Carver, Una vita da scrittore, scritta da Carol Sklenicka dopo quindici anni di studi e di repertazione di materiale. L’opera è tradotta da Marco Bertoli ed è edita da Nutrimenti Editore, Roma (pp. 782, 25 Euro).

imagesCA821VFYMolti riferimenti biografici sono presenti nella narrativa breve di Carver come quello della passione per l’alcool; la facilità e l’essenzialità con la quale lo scrittore parla di sesso è inoltre degna del riconoscimento di scrittura bukowskiana. Ma se Carver è uno degli ultimi scrittori maledetti americani, di quelli che non le mandano a dire e che non rifuggono temi o parole poco ortodossi, è un Bukowski diverso. E’ un Bukowski addomesticato, più buono, meno spietato. Nella sua scrittura è infatti presente una chiara dimensione morale come nel racconto “Jerry, Molly e Sam” in cui il protagonista Al, stanco della cagnetta Suzy, con uno stratagemma per nulla encomiabile decide di rapirla dall’affetto dei suoi figli e di abbandonarla per strada. Potrebbe sembrare questo un vivo e drammatico quadretto realistico di quando troppo spesso, purtroppo, accade nella nostra società, se non fosse che verso il fine del racconto Al sente addosso il senso della colpa e il narratore osserva: «Non se lo sarebbe mai perdonato, di aver abbandonato quel cane. Sentiva di esser finito, se non lo ritrovava». E così, dopo l’ignobile gesto dell’abbandono, Al parte alla disperata ricerca di Suzy, riuscendo alla fine a trovarla.

In “E vuoi star zitta per favore?” (racconto che diede il nome alla sua prima raccolta di racconti, pubblicata nel 1976), Carver ci presenta la storia di un uomo, Ralph, ossessionato dall’idea che la moglie in passato lo abbia tradito, intuizione che corrisponde alla realtà e che la moglie rivelerà innescando in Ralph una serie di comportamenti vittimistici e masochistici.

Nei pochi racconti di Carver che ho potuto leggere in questo libro (ne contiene appena quattro) c’è sempre qualche avvenimento che rompe la tranquillità del protagonista: un ossessione, un intuizione, una morte, come a voler dimostrare quanto la vita dell’uomo sia fatta di attimi: alcuni tragici e fatali, altri positivi ma tutti ad ogni modo imperscrutabili. Affascinante il racconto “Limonata”, racconto breve e condensato nelle immagine nel quale Carver dà sfogo all’ossessione di un uomo per la morte di suo figlio, della quale si sente maledettamente colpevole per aver concesso al figlio di recarsi a prendere la bottiglia con la limonata che si trovava in macchina. Ma per cercare di ammorbidire questo peso opprimente il personaggio va via via ricercando in modo quasi schizofrenico altre cause ed altri colpevoli della morte del figlio: i venditori di frutta, il supermercato dove ha comprato i limoni, i piantatori di frutta, i raccoglitori, i trasportatori dei limoni. E così la limonata dal tradizionale sapore agrodolce non è che una singolare e liquida metafora della vita che, alla stessa maniera, ha questa doppia ed eterogenea saporosità.

LORENZO SPURIO

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE QUESTO TESTO IN FORMATO INTEGRALE O DI STALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

XII Premio Naz.le di Narrativa “Formiche rosse”

FORMICHE ROSSE 2012-2013

XII Premio Nazionale di narrativa essenziale Formiche Rosse

organizzato da Arci Provinciale di Siena

1volantino 2012-2013 (2)) Il premio è aperto a tutti, la partecipazione è gratuita. I racconti devono essere in lingua italiana.

2) I racconti devono essere “brevi”, secondo le specifiche indicate più avanti.

3 ) Si partecipa inviando un massimo di due racconti inediti, in lingua italiana, della lunghezza ciascuno di un massimo di 10.000 battute (un po’ più di 4 pagine dattiloscritte di 35 righe per 70 battute ogni riga). I racconti potranno pervenire battuti al computer/macchina da scrivere o in cartaceo. Ogni racconto deve essere inviato in 10 copie, più una  su floppy disk o cd-rom, in un formato di scrittura facilmente leggibile                 (indicativamente  .txt, .doc, .rtf, .htm, .html, .pdf), il tutto in un plico chiuso. I racconti non devono essere firmati, ma contrassegnati da un motto in modo da poter essere forniti alla giuria in forma anonima.

4) Al plico deve essere allegata una scheda di adesione, redatta in foglio separato secondo il modello dell’allegato: in essa saranno riportate le generalità dell’autore/autrice, nonché il motto. La scheda deve essere firmata in calce dall’autore/autrice come dichiarazione che i racconti siano autentici e inediti, e vale anche come attestazione di cessione dei diritti d’autore all’ARCI Provinciale di Siena, nei limiti delle iniziative di pubblicazione relative al presente Premio. La firma della scheda implica l’accettazione esplicita delle norme del presente Bando. Qualora l’autore/autrice sia minorenne, il modulo dovrà essere firmato in calce non dall’autore/autrice ma da uno dei due genitori.

5) I racconti non verranno restituiti. I plichi devono giungere (mediante servizio postale o consegna a mano) a: Premio di Narrativa “Formiche Rosse” c/o Associazione ARCI Provinciale di Siena, Piazza Maestri del Lavoro nr. 27, secondo piano, Int. 1, 53100 Siena. I racconti dovranno pervenire entro il 30 Marzo 2013. Non fa fede il timbro postale.

6) La giuria selezionerà a suo insindacabile giudizio i racconti meritevoli, i quali saranno pubblicati sul sito Internet dell’ARCI Provinciale di Siena, e a stampa in un volume, distribuito gratuitamente a cura dell’Arci Provinciale di Siena. Il volume raccoglierà i racconti vincitori. Qualora sia possibile verrà anche allestito un cd rom contenente tutti i testi. La raccolta sarà consegnata alle/agli autrici/ori dei racconti vincitori, in 5 copie, nonché‚ spedita agli operatori culturali, ai giornali e alle biblioteche. Altre azioni di diffusione dei racconti potranno essere intraprese da ARCI Provinciale di Siena. La giuria si riserva di premiare in modo particolare, eventuali racconti ritenuti particolarmente meritevoli. Non verranno distribuiti premi in denaro.

7) L’esito del concorso sarà comunicato a tutti i partecipanti. La presentazione del volume e la premiazione delle/degli autrici/ori vincitrici/ori, avverrà a Siena nel mese di Giugno. Non sono previsti rimborsi spese di qualsiasi sorta nemmeno per la partecipazione alla premiazione.

8) La partecipazione al concorso implica l’accettazione senza condizioni di tutte le clausole del presente regolamento.

 

Il Direttore: Adriano Scarpelli
 
Per informazioni:
ARCI Provinciale di Siena, Piazza Maestri del Lavoro nr. 27, secondo piano, Int. 1, 53100 Siena.
Tel: 0577.24.75.10, Fax: 0577.28.28.32.
E-Mail: premioformicherosse@gmail.com
Per richiesta di eventuali chiarimenti sono molto graditi Fax o E-Mail.
Altrimenti collegatevi al nostro sito internet all’indirizzo www.premioformicherosse.org o alla pagina facebook  cercando Premio Formiche Rosse.

Un racconto di Natale: “Silenziosa notte” di Gianluca Paolisso

Silenziosa notte

racconto di Gianluca Paolisso

 

1Il piccolo paese di Oberndorf era avvolto nel silenzio della notte. Il solo lieve rumore che avreste potuto udire in quel tempo era la neve che lentamente si posava sul terreno ghiacciato. Praterie di bianco si perdevano a vista d’occhio fino al limitare dei boschi, che avvolti dalle tenebre apparivano come una indelebile macchia di inchiostro su un foglio inviolato.

I focolai oramai in fin di vita emanavano piccoli lampi di luce a intermittenza, che riflettendosi sui vetri delle finestre screziate d’azzurro, creavano fugaci e irripetibili giochi di colore. Nell’aria fredda dell’inverno si respirava un profondo desiderio di vita, e di riposo.

Eppure, la notte del neonato ventiquattro dicembre non portò ristoro a tutti.

In lontananza, una piccola fonte di luce nacque pian piano dalle lunghe e buie pareti della Chiesa di San Nicola.

Il Reverendo Joseph Mohr camminava nervosamente nella piccola stanza in penombra che fungeva da Sacrestia, posta esattamente dietro il lato sinistro dell’altare. Leggeva e rileggeva quasi ossessivamente un foglio: al minimo contatto, la carta sembrava bruciare più delle fiammelle ancora vive nel camino di fronte a lui. Si asciugò con l’avambraccio la fronte madida di sudore, poi sedette di peso su una sedia, reclinando il capo in avanti. “Non può essere vero!”, mormorò, passandosi entrambe le mani sul volto accaldato.

Ad un tratto, il cigolio sinistro di una porta lo fece sobbalzare:<< Chi è? >>.

:<< Stia tranquillo, Reverendo, sono io.

:<< Oh, Elizabeth …

:<< Mi scusi, non avrei voluto spaventarla.

:<< Non preoccuparti – mormorò Joseph, sedendosi nuovamente – Cosa ci fai sveglia a quest’ora?

:<< La stessa domanda potrei fargliela io – replicò la donna, il volto evidentemente provato dal sonno interrotto. L’uomo annuì lentamente, lo sguardo perso nel vuoto. Dopo secondi che parvero eterni, invitò Elizabeth a sedersi accanto al fuoco.

:<< Qualcosa vi turba, Reverendo? – Come unica risposta Joseph Mohr le porse quasi meccanicamente il foglio graffiato d’inchiostro, fonte del suo turbamento notturno: la donna ne lesse rapidamente il contenuto, gli occhi illuminati da una gioia irrefrenabile. Guardò il Reverendo, incredula.

:<< E’ il canto di Natale?

:<<Sì.

:<< Oh, che gioia, Reverendo! Tutti i fedeli del paese lo aspettavano con ansia, quest’anno più degli altri anni!

:<< Avevano paura che avessi perso completamente l’uso della penna … – replicò Joseph, amaramente.

:<< Questo pensiero ci ha sfiorati, lo ammetto, ma abbiamo sempre sperato che questo periodo passasse in fretta. Le nostre preghiere sono state ascoltate!

:<<Elizabeth, devo farti vedere una cosa>>.

Joseph condusse la giovane donna sul fondo dell’altare, dove l’imponente organo di San Nicola regnava incontrastato, diffondendo la sua ombra autoritaria fin quasi al principio della lunga navata centrale.

Elizabeth tremava per il freddo, emettendo piccoli sbuffi di vapore candido dalla bocca.

:<<Guarda i tasti – disse Joseph, indicando i lunghi rettangoli bianchi e neri disposti come soldatini sotto i loro occhi.

:<<Non vedo nulla – mormorò Elizabeth, sfregandosi le mani.

:<< Guarda meglio. – La donna si avvicinò alla tastiera, incuriosita. Nella penombra regnante sull’altare notò sottili e lunghe crepe azzurrognole estendersi sulla superficie dei tasti, a creare uno strano effetto color madreperla. Provò a premere un tasto, ma invano. Sembrava bloccato. Guardò Joseph, interdetta.

:<< Credo proprio che non ci sarà nessun canto di Natale, Elizabeth – sentenziò l’uomo, scuro in volto. La donna guardò a lungo la tastiera dell’organo, incredula.

:<<Come è possibile?

:<< Il freddo. Ha gelato quasi tutti i tasti.

:<<Quasi?

:<< Se ne sono salvati quattro- disse Joseph, inarcando le sopracciglia in una smorfia amaramente ironica – Pochi per scrivere anche la melodia più semplice, non credi? – Elizabeth si avvicinò nuovamente alla tastiera, individuando poco dopo i quattro tasti miracolosamente scampati alla morsa del gelo. suonò un accordo, poi un tasto alla volta, con estrema delicatezza … Joseph ascoltò con noncuranza i lievi tocchi di suono prodotti dalla maestosa struttura di legno morente, pensando che per la prima volta nella sua vita il Signore aveva dimenticato di ascoltare le sue preghiere. La disperazione iniziava a regnare pericolosamente nella sua anima. Come avrebbero accolto i fedeli quella improvvisa mancanza di novità? Da oltre dieci anni l’abitudine si era mutata in tradizione: un nuovo canto di Natale rappresentava l’illusoria speranza di un anno sereno, privo di guerre o divisioni. Joseph pensò che dopo quell’insuccesso avrebbe dovuto chiedere il trasferimento, e che quelli, probabilmente, erano i suoi ultimi giorni a Obendorf nella veste di Reverendo di San Nicola.

Elizabeth intanto continuava a premere i quattro tasti superstiti, lo sguardo da scolaretta concentrata: un accordo, poi un tasto alla volta, con estrema delicatezza … poi accadde. Una melodia inaspettata invase la Chiesa di San Nicola: era semplice, eppure contornata dai colori di una sconvolgente bellezza. Joseph si ridestò immediatamente dai suoi pensieri, come incantato alla vista di angelo.

:<< Risuonalo!

:<< Cosa?

:<< Questo breve fraseggio. – Elizabeth ripeté quella serie da quattro note, e vide il Reverendo Joseph Mohr tornare improvvisamente alla vita. Un sorriso di luce si dipinse sul suo volto.

:<< Ce l’abbiamo fatta, Elizabeth! – disse, abbracciandola con forza.

:<< A far cosa? – chiese la donna, perplessa.

:<< La melodia per il canto di Natale … l’abbiamo trovata, anzi, l’hai trovata. Sei un genio!

:<< Non capisco …

:<< Non importa. Ho già il seguito nel cuore e nella mente. Devo solo trovare qualcuno che possa aiutarmi a scriverla.

:<< Ci sarebbe Franz Gruber, Reverendo. È un giovane organista arrivato da poco a Oberndorf. L’ho conosciuto qualche giorno fa. Forse potrebbe aiutarla.

:<< Sì, potrebbe. – Joseph era elettrizzato e allo stesso tempo spaventato da ciò che correva furiosamente nella sua anima. D’altra parte doveva combattere un nemico impietoso come pochi: il tempo. Dalle finestre della Sacrestia iniziavano a intravedersi i primi colori del giorno. Aveva solo ventiquattro ore per convincere quel Gruber ad una collaborazione quanto mai paradossale. In una giornata avrebbero dovuto comporre la musica, fissarla sul pentagramma, e poi provarla fino alla nausea per la domenica di Natale … e con quale strumento? Certamente in paese nemmeno il musicista più appassionato avrebbe potuto permettersi un organo da piazzare in salotto. Joseph piombò nuovamente nello sconforto. Non ce l’avrebbe mai fatta.

Se aveste chiesto l’opinione degli anziani di Obendorf riguardo quell’inverno, sicuramente vi avrebbero risposto che non se ne era mai visto uno così freddo. La neve cadeva incessantemente da mesi, con piccole pause di sereno oramai dimenticate. In breve tempo il bianco aveva sommerso il paese, rendendo inaccessibili molte abitazioni e impedendo un regolare trasporto delle merci per via. Molti giovani si davano da fare con pale e vanghe per liberare le strade e le vie di accesso: il sudore si gelava sui loro colli, e ben presto, con l’andare del giorno, venivano irrimediabilmente offuscati dalle ombre della sera, divenendo essi stessi ombre di fatica e nevischio.

Quando il Reverendo Joseph Mohr uscì dalla Chiesa, un vento gelido lo investì impietosamente: si coprì il volto con la mantellina nera, guardando per un attimo il cielo: vide unicamente una massa compatta di grigio pronta ad emettere nuovi interminabili sbuffi di neve. Si incamminò a passo svelto verso la casa di Franz Gruber che, secondo le indicazioni fornite da Elizabeth, doveva trovarsi nella parte estrema del paese, al confine con il Comune di Arnsdorf.

Raramente Joseph avrebbe potuto attraversare la via principale del paese senza essere fermato da numerosi fedeli in cerca di assistenza materiale o spirituale: quella mattina Obendorf sembrava disabitata. La neve aveva costretto i più ad una reclusione forzata.

Il Reverendo, in un quadro così apparentemente desolante, sarebbe apparso come una macchiolina di inchiostro nero sfuggita erroneamente alla mano di un pittore.

:” Dovrebbe essere questa”, pensò Joseph. In effetti le indicazioni coincidevano: una piccola casa in legno situata sul limitare del bosco. Il Reverendo si avvicinò alla porta, ansimando, ma prima che potesse bussare, questa si aprì energicamente. Joseph quasi saltò dallo spavento. Un uomo dal fisico imponente e dall’aspetto burbero lo osservava con evidente sospetto.

:<< Chi siete? – chiese il padrone di casa, rivelando una voce profonda e cavernosa.

:<< Come avete fatto a sapere che stavo per bussare?

:<< Vi ho visto dalla finestra. Chi siete?

:<< Sono il Reverendo Joseph Mohr, della Chiesa di San Nicola.

:<< Non ho soldi.

:<< Oh, no, non preoccupatevi, non sono venuto per questo. Siete Franz Gruber?

:<< In persona.

:<< Bene, allora forse dovrei essere io a darle dei soldi.

:<< Non capisco …

:<< Posso? – chiese Joseph, tremando visibilmente.

:<< Oh, sì … prego, accomodatevi>>.

La casa, esternamente di una semplicità che oseremmo definire “popolare”, all’interno presentava un unico ambiente caldo e accogliente: un caminetto sfrigolava con le sue fiamme color arancio acceso, dietro una tendina un letto color panna intagliato nel legno, e tutt’intorno una mobilia semplice e frugale. Franz Gruber fece sedere il suo inatteso ospite senza troppe cerimonie. Scostò alcuni spartiti dal tavolo al centro della stanza, poi chiese:<< Allora, cosa vuole? >>. Joseph Mohr tirò un profondo respiro, poi raccontò all’organista la sua personale sventura.

:<< Posso comprendere la sua preoccupazione – esordì Franz Gruber, dopo aver ascoltato pazientemente la storia del Reverendo – Ma non capisco in che modo io possa esserle d’aiuto.

:<< Ecco … il favore che le chiedo è grande, me ne rendo conto. – Tirò un nuovo sospiro, poi decise di non perdere più tempo in inutili preamboli – Avrei bisogno di stendere con lei una melodia che sia pronta per essere suonata e cantata domani mattina in Chiesa >>. L’organista aggrottò la fronte, visibilmente stupito da quella richiesta.

:<< Lei vorrebbe comporre una melodia in un giorno, partendo da sole quattro note di base?

:<< L’ho già composta, signor Gruber. È tutta qui, nella mia mente!

:<< E dovrebbe essere pronta per la Messa di domani mattina?

:<< Sì.

:<< Che pazzia!

:<< La prego, lei in questo momento è la mia unica speranza.

:<< Me la canti, allora.

:<< Cosa?

:<< Mi faccia sentire questa nuova melodia natalizia. In caso contrario non potrò aiutarla in nessun modo>>. Joseph arrossì di colpo: stupidamente non aveva considerato quella eventualità. Non aveva scelta. Si slacciò leggermente il bavero del colletto, sorridendo nervosamente. Prese dalla tasca il foglio con il testo, dispiegandolo con cura e, dopo qualche attimo, iniziò a cantare. La sua voce era chiara e limpida, a tratti squillante. Provò una forte emozione che per attimi apparentemente infiniti provocò in lui ricordi sopiti nel fondo della sua anima. Aveva gli occhi lucidi. Franz Gruber ascoltò in religioso silenzio, fino alla fine, poi guardò a lungo Joseph, senza proferir parola. Questi fu il primo a rompere il silenzio:<< Cosa ne pensa?

:<< Lei è un tenore – rispose Franz Gruber, sorridendo impercettibilmente.

:<< Sì, ed ho qualche rudimento musicale …

:<< Notavo. Reverendo, le dico la sincera verità: penso che questa melodia sia molto bella, ma avrebbe bisogno di qualche modifica interna.

:<< Non sarei venuto da lei, signor Gruber! – replicò raggiante Joseph, porgendogli il foglio.

:<< Inoltre dovremo lavorare con poco. L’unico organo funzionante che io conosca si trova ad Arnsdorf, nella scuola elementare al centro del paese, dove insegno. Ma con questo freddo credo sia inutile anche solo pensare di muoversi. Avrei una possibile alternativa, Reverendo.

:<< Mi dica.

:<< Scrivere una partitura per chitarra e due voci soliste. In questo caso opterei per un tenore e un basso, in mancanza di un coro.

:<< Mi affido a lei, signor Gruber. Ma la chitarra …

:<< Ne ho una qui. Direi di metterci al lavoro.

:<< Certo. Signor Gruber …

:<< Mi dica, Reverendo.

:<< Grazie.

:<< Non lo faccio per lei. Lo faccio per me>>.

800px-Organo_di_Santa_Maria_degli_Angeli_e_dei_Martiri_-_Roma_-_Concerto_di_Natale_2009_-_1In poche ore i due stesero una prima bozza del canto su spartito. Franz Gruber accompagnava con la chitarra il canto del Reverendo Joseph Mohr, che pian piano vedeva nascere e consolidarsi un piccolo e inaspettato miracolo. Eppure la sua mente tornava costantemente ad una frase pronunciata dal suo collaboratore organista qualche ora prima:” Non lo faccio per lei. Lo faccio per me”. Così, davanti ad un silenzioso e fumante caffè, trovò il coraggio di chiedere:<< Cosa la turba, signor Gruber? – L’uomo alzò di scatto la testa, come una preda di fronte al predatore.

:<< Lei non è qui per confessarmi, Reverendo. La sto aiutando, e tanto basta.

:<< Non vorrei risultare invadente, ma lei poco prima ha affermato che ha accettato questa collaborazione non tanto per me, quanto per lei. Perché?

:<< Preferirei non parlarne>>. Franz Gruber si alzò, camminando lentamente verso la finestra. Joseph tacque, ripercorrendo con lo sguardo lo spartito ancora incompleto. Il silenzio si protrasse a lungo. Ad un tratto, l’organista mormorò:<< Si tratta di mia figlia. – Il Reverendo alzò lo sguardo – Non mi parla da mesi, oramai.

:<< Perché?

:<< Non lo so. Vede, sua madre morì due anni fa … un incidente. Fu un duro colpo per tutti. Ecco, da quel momento Katrine ha iniziato pian piano ad allontanarsi da me: nutre nei miei confronti un odio inspiegabile. È come se ogni suo sguardo volesse ricordarmi le mie responsabilità per la morte della madre. Forse ha ragione: non sono mai stato un padre e un marito esemplare, e questo mi fa soffrire ancor di più tutte le volte che sento la sua mancanza. Dopo qualche tempo decise di lasciare la nostra casa a Mariapfarr, e si trasferì qui a Obendorf dalla sorella della madre. Non la vidi per due anni. Solo pochi mesi fa ho trovato il coraggio di trasferirmi qui, con la speranza di trovare un lavoro che potesse mantenermi, e soprattutto con la speranza di rivederla. Il lavoro è arrivato: insegno musica ai bambini della scuola comunale di Arnsdorf …

:<< E Katrine?

:<< Ogni volta che ci incontriamo per strada, fa finta di non vedermi, e passa oltre.

:<< Capisco.

:<< Mi ha chiesto perchè questa collaborazione aiuta più me che lei … Ecco, Reverendo, è molto semplice: non riuscirei a vedere la mia vita separata da uno strumento musicale o da uno spartito. La musica mi ha sempre salvato dalla crudeltà della vita. Alle volte immagino che ogni mia piccola composizione possa arrivare nel cuore e nella mente di Katrine, e che possano farle comprendere quanto io, in tutto questo tempo, non abbia mai smesso di amarla.

:<< Forse lei lo sa. – disse Joseph, scaldandosi le mani sulle pareti della tazza ancora colma di caffè.

:<< Non lo so, Reverendo. Non so più nulla. Rimettiamoci al lavoro, vuole?

:<< La ringrazio, signor Gruber. Non so come avrei fatto senza il suo aiuto. – disse Joseph, osservando le prime ombre della sera far capolino sui tetti di Obendorf.

:<< No, Reverendo. Lei ha aiutato me, più di quanto possa immaginare. E, so che le sembrerà strano, ma vorrei chiederle un favore.

:<< Dica pure.

:<< Lasci che sia io ad accompagnarla domani mattina. – Joseph sorrise, scuotendo il capo.

:<< Avevo giusto bisogno di un basso. – A quelle parole il Reverendo strinse la mano dell’organista, che sorrise a sua volta con sguardo complice, poi si incamminò nel bianco della strada, stringendosi alla mantellina ondeggiante nel vento. Pian piano la sua ombra scomparve nelle spire del buio.

Franz Gruber respirò a pieni polmoni l’aria della sera, percependo una fetta di gelo trapassargli il petto con dolce violenza. Poi mormorò, quasi a se stesso:<< Benvenuta, silenziosa notte >>.

Finalmente arrivò il tanto atteso venticinque dicembre. Arrivò il Natale.

Quella mattina, la neve non cadde. Un cielo terso si affacciò sulle case e i selciati di Obendorf, che sembravano respirare il sereno con avidità, come volessero trattenerlo per sempre nei loro cuori di legno e pietra. I radi stormi di uccelli in volo potevano osservare dall’alto un paese improvvisamente tornato alla vita, dove centinaia di puntini neri in movimento si dirigevano lentamente, a piccoli gruppi, verso la Chiesa di San Nicola. Le campane suonavano a festa, annunciando la divinità, o forse solo la grande umanità di un uomo.

Alla fine della cerimonia, Il Reverendo Joseph Mohr abbracciò con un sorriso tutti i fedeli di Obendorf, seduti in religioso silenzio, in attesa. Discese lentamente le due file di scale che separavano l’altare dall’inizio della navata centrale, avvertendo un lieve brivido corrergli lungo la schiena. Il momento era arrivato:<< Come potete vedere – esordì, indicando il lato destro dell’altare, sul quale svettava una piccola pedana in legno a più livelli – quest’anno non avremo un coro. E, fino a pochi giorni fa, io stesso credevo di non poter mantener fede alla nostra vecchia tradizione. – Lievi mormorii si sollevarono vivacemente dall’uditorio – Eppure – continuò il Reverendo – il Signore non ha smesso di ascoltare le nostre preghiere.>>. Con un cenno della mano, invitò Franz Gruber a salire sull’altare: egli avanzò con sicurezza, la chitarra in mano, gli occhi evidentemente provati da una forte emozione. Sedette al fianco del Reverendo, che rimase in piedi, gli occhi rivolti verso un punto indefinito. Ad un tratto, lievi arpeggi di chitarra risuonarono nella Chiesa, leggeri come una brezza che bagna gli alberi sul far della sera. Il pizzicare delle corde diradava nel freddo un silenzio fatto di sospiri.

Dopo minuti che parvero eterni, un applauso fragoroso, simile alla pioggia che batte sui vetri di una finestra. Molti fedeli, commossi, non potevano far altro che abbracciare il vicino, scossi da una gioia incontenibile. Altri rimasero in silenzio, come incantati da un’ eco sconosciuta.

Joseph Mohr guardò il signor Gruber. Piangeva. Posò delicatamente una mano sulla sua spalla, in segno di ringraziamento, ma l’organista non vi fece caso: il suo sguardo si perdeva negli occhi di una ragazza seduta tra le prime file, le mani giunte come ad implorare perdono.

Poco dopo, sul sagrato di San Nicola, centinaia di fedeli si strinsero intorno al Reverendo Joseph Mohr, confuso nell’animo da quell’inaspettato e tumultuoso calore. Ringraziava tutti, e gli sembrava di non aver ringraziato nessuno; sorrideva distrattamente, come se il suo animo fosse distante dal presente, ancorato alla magia di un canto. Si guardò intorno, alla ricerca del signor Gruber, ma invano: sembrava essere scomparso.

Ad un tratto, vide Elizabeth farsi spazio tra la folla, saltellando graziosamente come una ragazzina:<< Reverendo! – esclamò, abbracciandolo con forza – è stato … Oh mio Dio!

:<< Elizabeth – riuscì ad articolare Joseph, stretto in una morsa di ferro – Grazie …

:<< Non so cosa dire.

:<< Non dire nulla, ma lasciami respirare! – La donna sciolse l’abbraccio, ricomponendosi con evidente imbarazzo.

:<< Mi scusi, Reverendo, sono così felice! Questo nuovo canto è meraviglioso, unico … non ho mai ascoltato nulla di simile!

:<< Hai visto il signor Gruber, per caso?

:<< Reverendo, non mi prestate attenzione – replicò Elizabeth, offesa.

:<< Perdonami – disse Joseph, lo sguardo perso oltre la folla che pian piano andava disperdendosi – Vorrei solo ringraziarlo per quanto ha fatto.

:<< Eccolo, Reverendo! Lo vede? – disse la donna, indicando un punto lontano – E’ in dolce compagnia>>.

Joseph vide l’organista sul limite estremo del sagrato parlare con una ragazza dai capelli rossi color fuoco. I due si abbracciarono a lungo, poi la giovane donna si incamminò verso casa. L’organista la vide scomparire nel bianco, passandosi un avambraccio sulle gote rigate di lacrime.

:<< Signor Gruber.

:<< Oh, Reverendo …

:<< Era Katrine?

:<< Sì. Pensavo che non mi avrebbe salutato.

:<< E invece? – l’organista alzò le braccia al cielo.

:<< Come può sentirsi un uomo felice, Reverendo?

:<< Non lo so – disse Joseph, sorridendo – ma credo che non se la passi poi così male.

:<< Sono d’accordo con lei! Sa’, penso che la musica mi abbia salvato ancora una volta.

:<< E’ il destino degli uomini di spirito: essere salvati dalle loro stesse creazioni. Il divino respira in tutte le melodie della terra >>. Joseph strinse la mano di Franz Gruber – Ora vada da lei. La starà aspettando. Buon Natale, signor Gruber.

:<< Anche a lei, Reverendo. E grazie >>.

Non appena Franz Gruber fu a debita distanza, Joseph vide Elizabeth camminare con passo lento verso di lui. Come aveva previsto, ancora una volta la sua innata curiosità sembrava non conoscere confini.

:<< Hai origliato.

:<< Solo qualche parola, Reverendo. – Joseph scosse il capo, con aria di falso rimprovero. Respirò profondamente, passando un braccio sulle spalle della donna.

:<< Sai, Elizabeth, credo di aver imparato una cosa importante in questi due giorni. L’amore non può perdersi mai. Per quanto si cerchi di allontanarlo, alla fine ritorna sempre ad invadere il nostro animo, più forte di prima. Da sole quattro note può rinascere una serenità che credevamo perduta.

:<< E’ un miracolo …

:<< Sì, Elizabeth.

:<< A proposito, Reverendo: come mai non ha raccontato ai fedeli la verità?

:<< Quale verità?

:<<  La storia dell’organo.

:<< Nessuno dovrà mai saperlo. – la interruppe Joseph, risoluto – Nessuno!

:<< Non posso raccontarlo nemmeno a mio marito?

:<< Elizabeth!

:<< Va bene: saprò mantenere il segreto.

:<< E’ una promessa.

:<< Certo, Reverendo, ma si ricordi che le prime quattro note sono frutto della mia creatività. Lo rivendicherò sempre e comunque. >> Elizabeth si avviò trionfante verso il paese, canticchiando la melodia che poco prima aveva incantato l’intera popolazione di Obendorf.

Joseph Mohr, sconsolato, alzò gli occhi al cielo, mormorando:<< Signore, dammi la forza! >>.

Joseph Mohr scrisse il testo della celebre canzone natalizia “Stille Nacht” nel 1816. Trasferitosi nella cittadina di Obendorf nel 1817, chiese al musicista Franz Xaver Gruber di comporre la musica per le sue sestine, in un arrangiamento per due voci soliste, coro e chitarra. Non è noto il motivo per cui venne fatta questa richiesta.

 Nel giro di pochi anni, la canzone si diffuse in tutte le diocesi di Salisburgo, e poi in tutta Europa. La versione italiana, dal titolo “Astro del Ciel”è una libera composizione del prete bergamasco Angelo Meli, pubblicata nel 1937.

 

 QUESTO RACCONTO VIENE QUI PUBBLICATO SU GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE.

 

E’ uscito “Zeroventicinque” di Fiorella Carcereri

Zeroventicinque
di Fiorella Carcereri
Aletti Editore, 2012 (e-book)

copertina ZEROVENTICINQUESinossi: Arriva un momento dell’esistenza in cui ci si sente pronti a fare dei bilanci e si trovano il coraggio e la pazienza per rovistare nella propria vita alla ricerca di fatti mai del tutto dimenticati, emozioni cristallizzate nel tempo ma ancora vive e pulsanti nel cuore, fermi immagine di ricordi incancellabili.

La presente raccolta è scaturita da un lavoro di scavo interiore e di ricomposizione dei frammenti che sono venuti via via alla luce, una sorta di viaggio a ritroso della memoria negli scaffali polverosi, ma ancora pregni di vita, della biblioteca dei ricordi.

Ciascuno dei quarantadue racconti della raccolta si focalizza su di un episodio diverso ma è legato a doppio filo a tutti gli altri e ogni storia ha segnato un momento di svolta nella vita dell’autrice stessa.

Come intuibile dal titolo proposto per la raccolta, l’autobiografia copre il periodo che va dall’infanzia alle prime esperienze della vita adulta, passando per un’adolescenza, spesso dolorosa, con la quale i conti sembrano non essere ancora in pari.

 

Chi è l’autrice?

Fiorella Carcereri è laureata in Lingue e Letterature Straniere. E’ appassionata di letteratura da sempre e i libri sono parte integrante della sua vita. Ama la scrittura in ogni sua forma e potenzialità e la considera come imprescindibile in ogni attività umana.

Scrive poesie e racconti, parecchi dei quali sono risultati vincitori di concorsi letterari. E’ presente su numerose antologie di Aletti Editore, Giulio Perrone Editore, Edizioni Ensemble, Sensoinverso Edizioni, GDS Edizioni,  Ta.ti Edizioni, Freaks Edizioni.

Collabora inoltre con le riviste letterarie Oubliette Magazine, Euterpe e I Segreti di Pulcinella, con il Blog Letteratura e Cultura e con il Blog Espressione Libri.

Nel giugno 2012 è uscita la sua prima opera, la raccolta di aforismi “La vita in sintesi” pubblicata dalla casa editrice romana Libro Aperto Edizioni.

Intervista a Gianni Lorenzi, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista a Gianni Lorenzi

a cura di Lorenzo Spurio

Blog Letteratura e Cultura

 

LS: E’ un piacere averti qui e poterti conoscere attraverso questa intervista. Puoi parlarci un po’ di te e di quali sono stati i tuoi studi?

GL: Il piacere è mio. Sono un letterato per formazione e passione, laurea in Lettere con specializzazione in stilistica e metrica italiana. Nel corso dei miei studi ho approfondito la conoscenza della linguistica e della retorica e ho amato molto la letteratura latina. Dopo gli studi, molto tempo dopo averli terminati, ho cominciato a scrivere e mi sono appassionato al romanzo letterario, cioè alla letteratura non di genere.

 

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

GL: Ritengo che lo scrittore in definitiva parli sempre di se stesso. Nel mio romanzo ci sono anche degli episodi e delle descrizioni che provengono direttamente dal mio vissuto, naturalmente nel testo compaiono filtrati dall’elaborazione letteraria. Quanto alla seconda domanda, no non sono di questa idea. Per me la letteratura, o meglio il romanzo letterario, è sì un modo (non necessariamente semplice) per raccontare storie, ma è soprattutto l’occasione per procurare delle riflessioni, degli stati d’animo, delle emozioni al lettore e per suggerire approfondimenti su qualsiasi cosa sia in relazione con la sua umanità.

 

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

GL: Tra i miei autori preferiti cito Carlo Emilio Gadda, José Saramago, Luigi Meneghello, Italo Calvino, Laurence Sterne, Jonathan Swift. Recentemente ho apprezzato anche alcuni scrittori americani come David Forster Wallace, Don De Lillo e Rick Moody. Le correnti e i generi letterari non mi interessano di per sé, in un autore cerco sempre gli aspetti individuali.

 

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

GL: Con grande difficoltà scelgo “La cognizione del dolore” di Gadda. È un romanzo che fa commuovere, fa sorridere, fa ridere, fa pensare. È un testo che – come tutti i testi di Gadda – non ha paragoni in letteratura per modalità di scrittura, sapienza espressiva, capacità compositiva. In molti passaggi, per non dire in ogni pagina, la scrittura è pregna di genialità e turbamento.

 

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

GL: Gli autori che preferisco sono quelli precedentemente elencati. Non so dire quali tra questi mi hanno influenzato e in quale misura. Mi sono però divertito ad inserire dei piccoli tributi ad alcuni di loro in forma nascosta nel romanzo, ma lascio al lettore il gusto di scoprirli.

 

LS: Quali libri hai pubblicato? Puoi parlarcene brevemente?

GL: Ho pubblicato finora soltanto il romanzo “L’anno della grande nevicata”. Si tratta di un’opera letteraria che intende proporre al lettore numerosi spunti di riflessione e qualche occasione di divertimento. Dietro la finta facciata del romanzo giallo (e dintorni) vuole proporre una parodia di tutto ciò che, nella scrittura come nella cultura e nella vita, segue dei dettami precostituiti. La trama, complicata e rocambolesca, oltre ad appartenere all’intento parodistico del testo, vuole anche fungere da propellente per il lettore moderno, ormai inesorabilmente abituato alla suspense. La scrittura, a volte veloce, a volte attorcigliata, a volte armoniosamente elaborata, conosce vari livelli stilistici e lessicali, al fine di proporre al palato del lettore (che sia dotato di papille gustative) vari momenti di godimento, contrapponendosi clamorosamente alla scrittura piatta, precisa e veloce che caratterizza ormai quasi tutte le produzioni attuali.

 

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

GL: Ritengo che la scrittura sia un fatto personale e quindi individuale.

 

LS: Disponi di uno spazio internet dove possiamo leggere i tuoi lavori o aggiornati sua tua attività letteraria?

GL: No.

 

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

GL: A chi cerca nel romanzo il gusto per la lettura di ogni singola parola, della riflessione, dell’emozione. Non è adatta invece a chi nella lettura cerca l’ansia di scoprire il colpevole.

 

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

GL: In termini generali non penso niente di buono. Credo che l’editoria faccia troppo pochi sforzi per accontentare i lettori esigenti e si accontenti di pubblicare opere rivolte alle masse che riposano sotto l’ombrellone. Credo però che la colpa non sia delle case editrici, ma di un meccanismo più complesso. Avendo pubblicato sotto la forma del self-publishing, non posso rispondere alla seconda domanda.

 

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

GL: Credo di no, almeno secondo la mia idea di scrittore.

 

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

GL: Può essere importante, se il confronto prevede delle affinità di intenti.

 

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

GL: Penso che il fenomeno da te descritto sia una delle componenti ineludibili della scrittura letteraria, la quale, oltre a rapportarsi con il reale e la fantasia esperiti dall’autore, trae spesso grande beneficio dal rapportarsi a tutto ciò che è stato creato da altri autori.

 

 

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

 

 

Pamplona, 21/09/2012

“Case del passato”, racconto di Fiorella Carcereri

CASE DEL PASSATO

DI FIORELLA CARCERERI

Era un appartamento al terzo piano di una vecchia palazzina stile liberty in cui trascorsi il periodo più “magico” della mia  vita, l’età compresa tra i sei e i vent’anni. L’ingresso era enorme, uno spazio vuoto ed inutilizzato, chissà, forse progettato da un geometra ubriaco od inesperto. Per contro, la cucina era incredibilmente piccola, la sala impossibilmente fredda d’inverno e calda d’estate. Si salvava soltanto la mia cameretta, riscaldata da una maestosa stufa a carbone coke sistemata nell’atrio ed impreziosita da un gigantesco tappeto di pelle bovina, in voga all’epoca,  arricchita da un allegro tendaggio giallo e marrone e tappezzata dai poster dei miei idoli canori e calcistici, il tutto davvero molto trendy.   Ma il punto di forza di quella casa era però costituito dall’enorme terrazza che offriva una generosa panoramica su tutto il quartiere. Al centro, un bizzarro progettista aveva sistemato un possente tavolo di pietra con sei sedie, il tutto decorato con sculture di angioletti ed altri strani soggetti.

D’estate, la terrazza era un naturale punto di ritrovo per grandi e piccini. D’inverno, quando nevicava, diventava una specie di trappola glaciale, dove il vento accumulava decine di centimetri di neve. E c’era Gaspare, il mio gatto, che non voleva saperne di abbandonare lo scatolone pieno di stracci di lana sistemato nel punto più riparato, sotto il tavolo di pietra. Usciva solo quando vedeva qualche timido raggio di sole per venire a grattare alla porta della cucina all’ora di pranzo. Che buffo vederlo camminare lentamente, con quelle zampette vellutate interamente sprofondate  nella neve fresca, ancora immacolata. Il gelo doveva infastidire parecchio le sue estremità. A volte, i suoi movimenti davano l’impressione che camminasse, paradossalmente, su carboni ardenti. Quei muri videro la mia gioia ad ogni bel voto portato a casa,  la serenità di tante festività natalizie attorno al presepio illuminato ed addobbato con muschio fresco e vere cascatine d’acqua, ma assistettero anche impotenti ai frequenti litigi fra i miei genitori e alla malattia di papà. Quelle pareti furono testimoni di ogni mia parola, dubbio, paura ed affidabili custodi di tutti i miei piccoli e grandi segreti. Ora però, quelle stesse pareti non sono più a colori ma in bianco e nero. Troppi affetti persi per strada, troppe parole taciute, troppa tenerezza soffocata, troppa nostalgia per quegli anni perduti e la loro magia.  

 

QUESTO RACCONTO VIENE QUI PUBBLICATO PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E PUBBLICARE ESTRATTI O L’INTERO RACCONTO SENZA IL PERMESSO DELL’AUTRICE.

“Fortuna, il buco delle vite” di Jolanda Buccella

Fortuna, il buco delle vite

di Jolanda Buccella

Ciesse Edizioni, 2012 – Collana Green

Genere: narrativa 

Isbn cartaceo 978- 8866600442 / Isbn e-book 978-886600459  978886600459

Pagine:  592

Costo: 22 € (cartaceo) / 8 € (e-book)

Fortuna è una donna dal passato difficile, anzi dai passati difficili, perché a differenza degli altri si può affermare con certezza che lei abbia vissuto tre vite completamente diverse l’una dalle altre. La sua prima vita iniziò un lontano giugno degli anni 50’ in uno sperduto paesino del profondo sud dell’Italia. Allora si chiamava J. Rizzutelli aveva i capelli rossi come l’inferno e un bel buco sulla schiena che la sua famiglia, per ignoranza, aveva soprannominato il buco della vita. Sin dai suoi primi mesi di vita la piccola J. fu costretta a combattere contro i pregiudizi della gente che la considerava una creatura figlia del diavolo e l’ostilità di sua madre Anita, una bellissima ex ballerina che non riusciva ad accettare l’idea che il suo corpo dalle linee perfette avesse partorito una figlia storpia. L’infanzia della bambina sarebbe stata un calvario se al suo fianco non avesse avuto Umberta Prima Rizzutelli, l’amatissima nonna paterna, una donna vivace e spregiudicata che le faceva vedere il mondo alla sua portata e la incoraggiava a sfidare i suoi limiti fisici. Gli anni felici passarono velocemente e all’improvviso la signora Rizzutelli fu colpita da un male sconosciuto che in pochi mesi la condusse alla morte. La scomparsa della nonna fece crollare il mondo di certezze della piccola J. che si rivelò un essere completamente fragile e indifeso, al cospetto di un mondo che vedeva soltanto la sua diversità. La ragazzina trascorse tutta l’adolescenza facendosi del male prima con dei digiuni spietati e poi con delle abbuffate senza controllo. Soltanto la fine delle scuole superiori e il desiderio di frequentare l’Università per diventare giornalista, le diedero la forza per dare un po’ di tregua al suo corpo sempre più provato. Ma il destino continuò ad accanirsi in modo spietato con lei, dopo aver superato brillantemente venti esami alla facoltà di Scienze Politiche la sua carriera universitaria s’interruppe bruscamente. La delusione fu talmente forte che da quel momento in poi J. decise di chiudersi per sempre in casa. Ormai era completamente rassegnata quando, un giorno, la telefonata di una persona che era stata molto importante nella sua prima infanzia, la spinse a reagire e a mettere fine alla sua reclusione. Doveva dare un taglio netto col passato perciò decise di fuggire di casa, mettendo così fine alla sua prima vita. Arrivò a Roma dopo un lungo viaggio in treno, felice e completamente sicura che nella Capitale avrebbe finalmente trovato quel briciolo di felicità che le spettava di diritto. Affittò una graziosa cameretta in una pensione e cominciò subito a cercare un lavoro, trascorse giornate intere su e giù per le strade della città per presentarsi puntuale ai colloqui che fissava tramite telefono, ma a qualcuno bastava semplicemente vederla muoversi per sbatterle la porta in faccia. Dopo qualche giorno i pochi risparmi che aveva finirono, così fu costretta a lasciare la pensione e a trascorrere la sua prima notte per strada. Su una panchina poco lontano dalla stazione Termini, incontrò un vecchio barbone muto che le offrì il suo cappotto per proteggersi dal freddo della notte e la mattina dopo lo ritrovò ancora accanto a sé. L’uomo, che probabilmente aveva intuito la sua situazione disperata, la pregò di seguirlo e così la portò a “casa sua” un vecchio edificio abbandonato su una delle tante rive del fiume Tevere. Il vecchio edificio era abitato da un gruppo di barboni che all’inizio non accettò di buon grado la sua presenza. Erano tutti ostili nei suoi confronti e le facevano dei dispetti che avrebbero fatto perdere la pazienza a chiunque, ma J. cercò di essere forte e sopportare tutto, perché non aveva altra scelta se non quella di trascorrere un lungo e freddo inverno, gettata per strada come tanti altri poveri disgraziati. La tenacia della donna alla fine fu premiata, i barboni cominciarono ad avere fiducia in lei e a considerarla parte della loro famiglia, soprannominandola Piccoletta perché era la più giovane del gruppo. La vita da barbona era dura e spietata, era una vita che non lasciava scampo e che faceva perdere il senso di tutto, di se stessi, del mondo intorno e soprattutto del tempo che trascorreva. A  un certo punto Piccoletta cominciò a non ricordare più quanto tempo fosse passato, da quando si chiamava ancora J. e faceva parte della civiltà. Quanti inverni aveva trascorso lottando tenacemente contro il freddo e la fame? Quanti Natali non aveva più festeggiato? Era di nuovo la vigilia di Natale, l’ennesima in quel posto dimenticato da Dio e dagli uomini. Una vigilia della quale Piccoletta avrebbe portato per sempre segni indelebili nel corpo e nell’anima, perché proprio quella notte il suo protettore si trasformò nel suo peggior carnefice, abusando senza alcun ritegno di lei. Fu un colpo straziante per la donna perché sin dal primo momento che lo aveva visto, si era sempre fidata ciecamente di Benny, lo aveva considerato come quel padre dolce e premuroso che la piccola J. non aveva mai avuto. Era triste, delusa, mortificata e l’unica via d’uscita a tutto quel male sembrava essere soltanto la morte. Provò diverse volte a lasciarsi trasportare dalle acque torbide del fiume, ma il suo istinto di sopravvivenza la fermò sempre in tempo. Probabilmente non era ancora tutto finito… Infatti una domenica mattina, accompagnando la sua amica zingara Juana in giro per le strade di Roma, incontrò un uomo di colore vestito in modo eccentrico che la salvò da una brutta caduta sui sanpietrini di Piazza San Pietro. Piccoletta rimase profondamente turbata dallo sguardo profondo dello sconosciuto e quando poi se ne andò, scomparendo tra la folla di pellegrini che aveva appena assistito all’Angelus del Papa, provò uno strano dispiacere al pensiero che non lo avrebbe rivisto mai più. Ma nella vita non bisogna mai dare niente per scontato. Così il caso volle che, una volta la donna capitasse proprio nella strada in cui un caro amico dell’affascinante sconosciuto aveva un ristorante. All’inizio fu piuttosto sgarbata nei suoi confronti, ma quando l’uomo la invitò a bere qualcosa di caldo, lei accettò di buon grado. Da quel momento in poi tra Nadir e Piccoletta cominciò a nascere un’amicizia sempre più profonda, anche se entrambi non trovavano mai la forza per raccontarsi dei loro rispettivi dolorosi passati. Piccoletta non riusciva a parlare del rapporto difficile con sua madre, di come era arrivata a ridursi a fare la barbona e tanto meno della violenza di Benny, Nadir invece non riusciva a raccontarle del Ruanda, del genocidio dei tutsi e di tutti gli anni che aveva trascorso in carcere con l’accusa di essere un oppositore del regime del presidente Habyarimana. Soltanto quando i due troveranno il coraggio per aprirsi completamente, il loro rapporto subirà un’evoluzione radicale. Piccoletta avrà la possibilità di rinascere ancora una volta e di chiamarsi Fortuna e Nadir finalmente riscoprirà il piacere di avere qualcuno accanto a sè ma la felicità della giovane coppia ha i giorni contati, presto sarà sconvolta dal trasferimento in Ruanda a pochi giorni dall’inizio del genocidio dei tutsi del 1994.

Biografia dell’autrice

Jolanda Buccella nasce a Oliveto Citra (SA) il 28 giugno del 1980 dopo aver frequentato il liceo linguistico di Campagna (SA) scopre la sua passione per la scrittura e la pittura. Attualmente vive a Milano per motivi di lavoro, ha una famiglia numerosa che adora ma lei è single per scelta degli altri, è un’accanita lettrice di romanzi latino americani, dipinge quadri astratti per sfogare tutte le sue emozioni negative e nel tempo libero segue con particolare interesse il calcio essendo una tifosa sfegatata del Milan. Fortuna, il buco delle vite edito da Ciesse edizioni è il suo primo romanzo, con il quale spera di regalare ai lettori una parte delle emozioni che ha ricevuto lei scrivendolo

Intervista a Cristiano Mocciola, autore di “Coincidenze d’inverno”, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista a CRISTIANO MOCCIOLA

Autore di COINCIDENZE D’INVERNO

(Edizioni Montag, Tolentino, 2012)

Isbn: 978-88-97875-14-7

 

a cura di Lorenzo Spurio

Blog Letteratura e Cultura

  

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua ultima opera pubblicata?

CM: Il titolo scelto fa riferimento agli eventi sincronistici che tessono la trama della vita di ognuno di noi. Se rimanesse distaccato dal risultato, l’essere umano riuscirebbe a scorgere tutte quelle coincidenze che, passo dopo passo, lo portano al raggiungimento della propria mèta. In “coincidenze d’inverno” viene evidenziato questo fenomeno (magia?) nella vita dei due protagonisti.

 

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

CM: E’ ovvio che c’è molto di autobiografico. Come è altrettanto ovvio che la fantasia ha svolto il suo compito. Credo che ogni singolo personaggio, di qualsiasi romanzo si tratti, sia parte della personalità dell’autore. E’ inutile negarlo. Sono le diverse sfaccettature di questo IO, che vengono messe in gioco e fatte danzare, a formare il romanzo. Credo che la letteratura serva essenzialmente per aiutarci a sognare, come qualsiasi altra forma d’arte. Nel suo raccontare storie ci aiuta a crescere, a migliorarci, a scorgere il futuro che realmente desideriamo. La letteratura con il solo fine di intrattenere, come potrebbe fare qualsiasi telefilm, a mio avviso, non è utile.

 

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

CM: Ogni autore è come un amico. E come nella vita capita di avere ‘’migliori amici’’ che ci accompagnano per alcuni tratti del nostro cammino, così abbiamo anche autori che leggiamo con più interesse in certi momenti della nostra esistenza. Penso sia capitato a tutti di cominciare un libro e poi lasciarlo lì perché non andava giù. E magari riprendendolo in un secondo momento, trovarlo così esaltante da divorarlo in poco tempo. Ogni libro, ogni autore, ha bisogno di essere inserito nel giusto frangente della nostra vita. Essendo noi stessi in continuo cambiamento abbiamo bisogno ogni volta di persone diverse attorno a noi (o autori). In parte ho già risposto anche al resto della domanda. Non ho mai letto noir o gialli, ma sicuramente ci sarà il momento in cui ne avrò bisogno.

 

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

CM: Hai ragione, è molto difficile rispondere. Tornando alla risposta di prima si capisce il perché. Comunque un libro preferito ce l’ho: “Il tuo sacro io” di Wayne Dyer. Ho perso il conto delle volte che l’ho letto e sicuramente lo leggerò ancora molte volte in futuro. Quando mi decentro, quando non ritrovo il silenzio necessario dentro me, lui mi viene in aiuto. Poche e semplici regole per vivere, pensare ed emozionarsi alla giusta maniera.

 

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

CM: Idem come sopra. Se osservo come scrivevo cinque anni fa, o due, o ora, noto il cambiamento avvenuto. Cambiamento dovuto ai libri letti, alle esperienze vissute, alle persone incontrate. Quindi ritengo tutti e tutto responsabili del mio modo di narrare storie.

 

LS: Quali libri hai pubblicato? Puoi parlarcene brevemente?

CM: Ho pubblicato un solo romanzo breve nel 2008 dal titolo ‘Stop!’. Ho poco da dire a riguardo. Tranne che ora lo riscriverei da capo. Quando mi ci dedicai lo feci per gioco, per una scommessa fatta con me stesso. Ora lo racconterei sicuramente in maniera differente.

 

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

CM: Posso dire di essere molto fortunato. Oltre ad aver trovato una donna bellissima, una moglie premurosa e un instancabile alleato, in Rosalba De Amicis ho trovato un valido aiuto per i miei scritti. Se non ci fosse stata lei, se non l’avessi incontrata, forse non sarei neanche qua a rispondere a queste domande. L’idea di scrivere a quattro mani la trovo interessante anche se, ahimè, ancora non ne ho fatto esperienza.

 

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

CM: A chiunque ne sia incuriosito.

 

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

CM: Da quel poco che ho capito c’è molta confusione nell’editoria italiana. Pochi “grandi” detengono il potere, molti e validi piccoli editori invece raccolgono altrettanti validi scrittori ai quali risulta difficile farsi notare nell’oceano di libri che ogni giorno vengono messi in stampa. Ma poco mi interesso di quel che avviene a livello burocratico ed economico attorno all’editoria. Scrivo per puro piacere. E l’editore Montag mi ha aiutato concretamente a realizzare un piccolo sogno. Oltre a essere stati gentili e professionali sono stati gli unici a offrirmi una pubblicazione senza contributo. Cosa molto importante soprattutto in questo periodo di crisi. Vuol dire che credono in quello che fanno.

 

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

 

CM: Credo che la vera passione dello scrittore nasca dal cuore. Penso che se non venga da dentro la spinta necessaria per scrivere, tutto il resto non serve a niente. Non esiste scuola che possa insegnarti a scrivere, non esiste premio che possa soddisfare le tue esigenze. Scrivere stando seduti sotto un albero, scrivere solo per il gusto di scrivere, e magari non far leggere mai a nessuno quello che hai scritto, scrivere per mettere nero su bianco quelle emozioni che altrimenti andrebbero perse, questo è il lavoro di chi narra. Lo scrittore contemporaneo, quello di ieri o quello di domani, sono scrittori. Punto.

 

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

CM: E’ nel contrasto che vediamo le immagini no?!

 

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

 CM: Credo che ogni scrittore si sia formato sui libri che ha letto e studiato. Ed è giusto, oltre che inevitabile, dal momento che prende come buona un’idea, che prima o poi la riproponga in ciò che scrive. Non è perché ha voluto prendere possesso dell’idea di un altro, ma perché l’altro è stato in grado di farlo maturare. E se lui ritieni importante “tramandare” quell’idea, è giusto che lo faccia.

 

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

 

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