Dittico poetico Marcuccio-Leopardi con approfondimento critico a cura di L. Bonanni

A SE STESSO[1]
DI GIACOMO LEOPARDI

 

Or poserai per sempre,

stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,

ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,

in noi di cari inganni,

non che la speme, il desiderio è spento.

Posa per sempre. Assai

palpitasti. Non val cosa nessuna

i moti tuoi, né di sospiri è degna

la terra. Amaro e noia

la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.

T’acqueta omai. Dispera

l’ultima volta. Al gener nostro il fato

non donò che il morire. Omai disprezza

te, la natura, il brutto

poter che, ascoso, a comun danno impera,

e l’infinita vanità del tutto.

 

 

A GIACOMO LEOPARDI[2]
DI EMANUELE MARCUCCIO 

 

Or posa, stanca mano,

e il flebil spirto ancor risuona…

riluce ancora il verso tuo immortale…

o eterno illuminator dell’uman cieco

spirto errante…

Infondi ancor, su noi mortali,

aura divina del meraviglioso

mare di mille illusioni… spira…

 

 

Angoscia, declino, ripiegamento e soffi di speranza nel ‘dittico poetico’[1] Leopardi-Marcuccio
SAGGIO A CURA DI LUCIA BONANNI 

Nato il 29 giugno del 1798 a Recanati, un piccolo borgo dell’entroterra marchigiano, Giacomo Leopardi è il primo di cinque figli. Suo padre, il conte Monaldo, lo asseconda negli studi, ma dopo aver sperperato gran parte del patrimonio di famiglia, è la madre ad occuparsi dell’amministrazione domestica. A soli dieci anni Giacomo inizia a comporre i primi testi poetici e le prime prose, traduce le Odi di Orazio e la precocità del suo ingegno conferma “il cimento e l’armonia” nel cimentarsi nei vari campi del sapere. Quelli che trascorre il giovane Leopardi sono anni di “studio matto e disperatissimo”, che sotto alcuni aspetti compromettono sia la salute sia l’aspetto fisico del poeta che, secondo alcuni critici, non rimasero come rapporto tra “vita strozzata” e pessimismo, ma divennero “strumento conoscitivo” del condizionamento che la natura può esercitare sull’uomo. Da autodidatta il Nostro studia il greco, l’ebraico, le lingue moderne ed inizia a scrivere un diario, lo Zibaldone di pensieri in cui raccoglie riflessioni, appunti e speculazioni filosofiche e più tardi dà avvio alle Operette morali, stampate a Milano nel 1827.

07_dsc_7687.jpg

Emanuele Marcuccio 

Il mese di novembre del 1822 segna la data della prima partenza da Recanati verso Roma, Milano, Bologna, e Firenze dove il poeta interviene nel dibattito culturale che gli offre anche la possibilità di prendere le distanze da un certo tipo di intellettuali che riservano pareri incompatibili con le sue idee e le sue convinzioni. A Firenze stipula contratti con l’editore Stella, come accade tempo dopo con l’editore Starita di Napoli dove scrive “La ginestra”, che gli garantiscono una rendita mensile ed una certa autonomia dalle sovvenzioni paterne.

Il 1828 è l’anno dei “grandi idilli”, a Pisa compone “Risorgimento” e “A Silvia”, ma nel mese di novembre è costretto a far ritorno a Recanati a causa della morte del fratello Luigi e di altre incombenze familiari. Nel ritrovare i luoghi e gli oggetti dell’età giovanile, nell’animo del poeta si genera un moto di emozioni e ricordi che lo portano a vedere con sguardo diverso quella che egli aveva sempre considerato la “prigionia giovanile”. Da tale esperienza derivano i Canti maggiori quali “Le ricordanze”, “La quiete dopo la tempesta”, “Il sabato del villaggio”, il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, mentre la lirica “A se stesso” è ispirata dall’amore non corrisposto per Fanny Targioni Tozzetti, incontrata nel capoluogo toscano.

Leopardi muore a Napoli nel 1836 e “finì di XXXIX anni la vita/ per continue malattie miserrima”, come lo ricorda l’iscrizione sulla lapide, dettata da Pietro Giordani che nell’epitaffio ne esalta anche la grandezza di “filologo ammirato fuori d’Italia/ [e] scrittore di filosofia e di poesie altissimo”. Un poeta immenso e sublime, come immenso può essere “L’Infinito” in cui la parola “idillio” assume significato di “visione” più che di veduta, infatti il paesaggio, il “colle” è visto nella sua essenzialità, uno spazio solitario dove il poeta siede in stato contemplativo, e la “siepe” che limita la visuale, dà luogo all’immaginazione. “Spazi”, “silenzi”, “quiete” con la vastità senza confini che si fingono nel pensiero del poeta in opposizione con ciò che è indefinito e finito come poesia del vero e dell’eternità, determinata dall’infinito temporale (“[…] mi sovvien l’eterno”) con l’anima che cerca un senso di meraviglia in cui si smarrisce la mente e la voce misteriosa e immateriale del vento (“[…] e la presente/ e viva, e il suon di lei”) evoca l’estensione del tempo, un topos dove il poeta crea una specie di alterità, anche a livello lessicale con parole indefinite, equilibrate, timbriche e piacevoli.

Da evidenziare in Leopardi è l’uso degli endecasillabi sciolti ed una certa avversione verso la forma chiusa del sonetto, ritenuta priva di novità e su cui sembra ritornare in modo del tutto originale attraverso un modello celato che conferisce senso di compiutezza enunciativa all’idillio de “L’Infinito”. E nell’espressione figurata del “naufragar” è doveroso annoverare un pensiero idilliaco di Emanuele Marcuccio: «Che meraviglia! È la mia poesia preferita, di tutte quelle mai scritte. Ogni volta che la rileggo, mi perdo in quel mare di Infinito».

E quel suo perdersi nell’immensità del sentire, del silenzio e della quiete, crea una poesia cosmica che si realizza sulla percezione e si risolve in esiti di elevata dialettica e singolare dolcezza.

 

Il canto XXVIII “A se stesso” appartiene al “Ciclo di Aspasia”, una serie di poesie ispirate all’amore non corrisposto per la suddetta Targioni Tozzetti, conosciuta durante il suo ultimo viaggio a Firenze e alla quale il poeta aveva attribuito lo pseudonimo di Aspasia. Il componimento si colloca nel punto più alto dell’intero ciclo e rappresenta angoscia, declino e ripiegamento su se stesso e soltanto con “La ginestra” a questo atto di rinuncia ad essere nel mondo si opporrà il senso della dignità umana come risposta al dolore, al cedimento e alla morte. Pur nel cupo risentimento verso se stesso, il poeta sente la necessità di guardarsi intorno e mescolarsi tra gli uomini onde ritrovare quella speranza e quel desiderio ormai spenti nel cuore, luogo principe di turbamenti e illusioni.

Nella lirica la percezione dell’esistenza non è altro che noia e dolore e il mondo è soltanto fango e niente è degno di appartenere alle vibrazioni dell’animo: «T’acqueta omai. Dispera/ l’ultima volta». Il climax discendente di questi versi è voce di annullamento di sentimenti e quel disperare per un’ultima volta si avvicina al mito della speranza come “ultima dea” che Foscolo enuncia ne I Sepolcri. Pertanto l’unica cosa lecita e positiva che resta, è la morte perché di nascosto la Natura tesse insidie, disinganni, e disperazione.

I versi frammentati, a volte aspri, spezzati e quasi scarni del componimento non formano una partizione in strofe, ma un’unica strofa, articolata in tre parti simmetriche, diversamente dalla strofa, o lassa, della “canzone libera” leopardiana. I sedici versi della lirica si dividono in dieci endecasillabi e sei settenari e sono disposti in gruppi di cinque e sei versi e soltanto “per l’infinita vanità del tutto” è concesso l’endecasillabo, derogando dallo schema normativo per conferire valore al significato intrinseco del verso.

Con l’uso di tale architettura Leopardi intende celare la struttura equilibrata della lirica in modo che siano l’orecchio e l’animo e non l’occhio a cogliere il messaggio compositivo. Con la sintassi spezzata e il frantumarsi della metrica mediante l’uso frequente dell’enjambement Leopardi crea un tipo di misura per l’occhio e un’altra per l’orecchio e nell’opposizione tra unità metriche e frasi sintattiche il tessuto ritmico si rivela e si nasconde, affidando al lettore la chiave interpretativa dei singoli versi.

La lirica “A Giacomo Leopardi” di Emanuele Marcuccio, qui in dittico con quella del poeta di Recanati, trova ispirazione, come ci avverte l’autore in nota, dall’incipit (“Or poserai per sempre,/ stanco mio cor”) e si enuncia quale richiamo all’ “eterno illuminator” affinché continui a posare uno sguardo benevolo sugli spiriti vaganti e dolenti. Il componimento marcucciano, come nei poemi classici, assume valore di invocazione alla musa quale guida alla ragione e al fuoco dell’ispirazione e il costrutto sintattico e quello metrico rivelano il mondo interiore del poeta e soggettiva diviene la visione del tempo e dello spazio in cui il Nostro rivive sentimenti e stati d’animo.

L’anello di congiunzione tra i due testi poetici è la dimensione del pessimismo, in Leopardi, ma anche in Marcuccio, definito “cosmico” perché tipico dell’uomo e contrapposto a quello “storico”. Lo stile dell’ “infaticabile poeta palermitano” è molto ricercato sia a livello lessicale, sintattico e retorico sia nella ricerca attenta di un contesto linguistico, che si colloca tra la tradizione classica e quella volgare e che il Nostro usa come strumento di conoscenza. Nei suoi anni di studi, scrittura, valutazione e revisione dei suoi elaborati Marcuccio mostra curiosità nuova e consapevolezza per l’evoluzione del proprio pensiero; così dalla prima stagione della sua poesia, con diversa coscienza e immutata passione giunge a rinnovare stile e linguaggio di scrittura.

La scansione in endecasillabi, novenari e settenari degli otto versi che formano il componimento si dispone in una partizione di due strofe di cinque e tre versi, ambedue terminanti con i puntini di sospensione (“[S]pirto errante…// […] spira…”), qui non usati come reticenza, bensì nel significato di un finale aperto che lascia maggior spazio interpretativo. Il sostantivo “spirto”, variante poetica di “spirito”, accostato all’aggettivo “flebil” e al participio “errante”, mutando l’interpretazione di senso, diviene linea guida per l’intero componimento, mentre il movente interpretativo dell’aggettivo “flebil”, dal latino “flēbĭlis”, nell’accezione lessicale di “commovente”, “infelice”, “triste”, “dolente”, “piangente”, “degno di essere compianto”, forma una locuzione illustrativa dell’ingegno e della fisionomia della vita del poeta di Recanati, per la maggior parte trascorsa nella dimora del “natio borgo selvaggio”, mentre i suoi versi imperituri saranno guida all’animo errante ovvero inappagato, dell’uomo che, a causa della sua cecità culturale si sposta di qua e di là senza alcuna capacità di poter gustare la bellezza dell’arte poetica.

Il participio “errante” non può non richiamare il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” la cui stesura si impernia su due entità, l’una inanimata e lontana, la luna, e l’altra animata e vicina, il gregge, entrambi compagne del pastore che trascorre la notte seduto su un sasso ad ammirare la luna, cercando di interpretare misteri e trovare il perché della solitudine e della noia.

Nella seconda strofa del componimento Marcuccio pone in analogia Leopardi con la “vergine luna”, pura e intatta come la dea Diana, che circonda gli esseri umani di un alone luminoso, di un’ “aura divina”, equilibrata di meraviglia nel vasto mare delle illusioni. A chiusura del verso e a conclusione del componimento la dicitura “… spira…”, formula alchemica dal senso allargato di “soffiare”, “respirare”, “emanare” in modo favorevole e propizio frasi e parole poetiche da pronunciare con soffio leggero. Ma in tale espressione si annida anche il desiderio di vedere nuove realtà, incontrare persone e conversare con l’ambiente circostante, come succede nel tumulto dei sentimenti che agitano l’animo dei due poeti, l’uno costretto e isolato nel borgo recanatese e l’altro immerso nella salsa bellezza marina della sua Palermo.

Il componimento di Marcuccio, plasmato su un tipo di poesia immaginativa e sentimentale, rinnova le tematiche care a Leopardi, a sostegno di una morale volta alla riflessione filosofica, che insegna a saper distinguere la sofferenza dalla convinzione del dolore, il giudizio dalla verità, la natura delle illusioni dai disincanti annunciati dal destino, condizione ineludibile a cui l’uomo deve sottostare nel suo iter umano. E anche Marcuccio come Leopardi per mezzo della misura metrica e sintattica vuol celare quel male di vivere di impronta montaliana che gli deriva dal suo modo di essere e da quel senso di malinconica appartenenza alle cose della natura. Il suo canto è formato da un’alternanza di versi brevi e versi lunghi, ritmati da un tipo di musicalità appoggiata su forme allitteranti e assonanze e consonanze, anche tra parole gestite attraverso quel moto interiore che si converte in invocazione per Giacomo Leopardi, che il Nostro definisce “il [suo] grande maestro di Poesia” e che, oltre al suo modo di poetare gli ha mostrato la via per nuove scritture, sempre degne di attenzione e apprezzato valore poetico.

LUCIA BONANNI 

San Piero a Sieve (FI), 8 dicembre 2017

 

Bibliografia:

Cesare Segre; Clelia Martignoni (a cura di), Testi nella storia, Mondadori, 1992.

Angelo Marchese (a cura di), Storia intertestuale della letteratura italiana, D’Anna, 1990.

 

NOTE:

[1] Giacomo Leopardi, Canti, Laterza, 1917, p. 106. Il presente ‘dittico poetico’ è proposto da Emanuele Marcuccio per il prossimo quarto volume del progetto “Dipthycha”, in cui ogni dittico con autore classico sarà introdotto da un saggio breve.

[2] Ispirato dall’incipit di “A se stesso” di Giacomo Leopardi: «Or poserai per sempre,/ stanco mio cor.» [N.d.A.]

 

L’autore della poesia, Emanuele Marcuccio, acconsente alla pubblicazione del suo testo su questo spazio online senza nulla avere a pretendere al momento della pubblicazione né in futuro. L’autrice del saggio, Lucia Bonanni, acconsente alla pubblicazione del testo critico su questo spazio online senza nulla avere a pretendere al momento della pubblicazione né in futuro. La pubblicazione e la diffusione dei relativi testi – in forma integrale o di stralcio – non è consentita in assenza di autorizzazione da parte degli autori. Il gestore del blog è sollevato da eventuali problemi di plagio o furbeschi copia-in-colla possano presentarsi. 

“Un chiarore d’azzurro” poesia di Emanuele Marcuccio con un commento di L. Spurio

a

a - Copia

??????????????????????????????????????

Commento critico a cura di Lorenzo Spurio

La nuova lirica di Marcuccio conferma la tendenza poetica degli ultimi mesi che lo colloca in un antro particolarissimo dove l’asciuttismo e la compostezza formale assurgono a denominatori comuni. Qui nell’ellittico componimento ci troviamo di fronte a un profondo sperimentalismo della forma dove, dopo l’inaugurazione annunciativa ad esprimere però una condizione ipotetica nella strofa d’apertura, seguono distici e monoverso intervallati tra loro scissi dagli “a capo” a marcarne l’esigenza di un raffronto possibile in una completezza di immagine.

Il titolo, “Un chiarore d’azzurro” richiama in maniera assai rilevante quel verso di una poesia del Marcuccio dedicata a F.G. Lorca nella quale parlava di una “felce d’azzurro” a testimoniare che la parvenza indistinta dell’aere, la colorazione tersa e carica dell’in-concreto accentra un pregnante significato nella translitterazione dell’emozione nel Nostro. Chiaramente sono assai diversificati i contesti situazionali: la lirica in omaggio a Lorca era una denuncia addolorata di un dolore lucido per la barbarie commessa dai nazionalisti, mentre qui l’azzurro, colore-suggestione-tema, quasi a definire un arché monodico di questo componimento, apre a una sensazione di sospensione e di leggerezza. La lirica, inoltre, è stata scritta dal Nostro in un periodo di vacanza, nell’Agosto scorso durante il quale ha abbandonato per qualche giorno la frenetica Palermo per una dimensione maggiormente a contatto con l’ambiente e nella quale –probabilmente- l’azzurro è ancor più pronunciato e struggente.

Gli elementi innervati a codificare la condizione ambientale e il momento di pausa del Nostro sono forniti dall’Autore in maniera parsimoniosa ed elegante, a delimitare un confine emozionale netto che si staglia nell’animo crepuscolare e contemplante del Nostro. L’apertura con una proposizione condizionale di per sé chiarifica l’esistenza di una situazione di privazione con la quale il Nostro è comunque in grado di fare i conti e di soprassedere: come dire con la mente si può tutto anche ciò che concretamente non può avverarsi. È così che si dipana il pensiero-illusione nella forma di una non identificabile varietà di uccello, in un’assunzione panteistica delle abilità del pennuto che è lasciata intuire ed è presaga di un desiderio di lievitazione, fuga, ma anche di una anelata osservazione aerea, dunque dinamica e allargata, della realtà.

La soavità di un’atmosfera mite a permettere la volatilità (dell’esperienza) è ben presto denaturata da un’immagine assai più concreta e fisica che richiama alla realtà: quella di un caldo estenuante di temperature eccessive che affaticano il corpo tanto da svilire anche l’attività finzionale del Nostro che aveva partorito l’immagine di partenza (“la calura/ mi strema”).

Sebbene la canicola indebolisca il Poeta in maniera pervasiva, lo sguardo non può che tornare a quel cielo che ogni cosa abbraccia dove il Nostro aveva librato leggero prima di fermarsi a considerare, quasi colto da un impulso di razionalità improvvisa, la cappa stantia di quella giornata afosa. Ed è lì che si configura il cambiamento visivo quando nell’azzurro il Poeta identifica con nettezza “un varco di cielo”, uno squarcio, un’apertura, un segno incomprensibile ma presente. È il momento più alto: quello della rivelazione, dell’epifania. Sembrerebbe a questo punto forzato voler leggere in questa “annunciazione” una significazione divina, un segno celeste interpretabile come una rassicurante presenza a presidiare l’umanità stordita del tanto caldo e impegnata nelle solite attività di un giorno qualunque.

La chiusa in distico ci consegna una diapositiva carica di fascino nella sua contrastiva avvenenza: il “tedio”, che a livello cromatico potremmo situare nella scala variegata dei grigi, è reso in opposizione a quel “scolora” dove intuiamo, invece, un indebolimento della tinta, un defluire visivo della tempra coloristica a degradare in un pallidume indistinto. È quel “chiarore d’azzurro” che lascia il posto a un cielo color latte o è l’anima del Nostro che, sulle scorte del sentimento di cui ci ha reso partecipi, ha inconsciamente operato una re-attribuzione di tinte?

Lorenzo Spurio

Jesi (AN), 15 ottobre 2015

 

Commento critico a cura di Luciano Domenighini

Frammentato in cinque brevi stacchi strofici questo “lamento” ermetico di dieci versi complessivi, aperto da unʼipotetica congiuntivo-condizionale in prima persona presente (modulo lirico-intimista insolito in Marcuccio) che poi si adagia in uno squarcio descrittivo-sensoriale in forma di chiasmo (figura questa invece, cara al poeta) ammirevole per la nettezza dellʼesposto. Unʼessenziale purezza linguistica che definirei ungarettiana. Lʼequilibrio metrico gravita sul quinario (dei vv. 2, 4, 9), spingendosi la misura fino al settenario dellʼottavo verso, ripreso nel titolo, apprezzabile per il lieve, lucente cromatismo.

Luciano Domenighini

Idro Val Sabbia (BS), 10 ottobre 2015