“Storia d’amore. Una fantasia” di Bruno Mohorovich. Recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

Un volume di liriche interamente declinato al tema dell’amore è Storia d’amore. Una fantasia (Bertoni Editore, Perugia, 2015) di Bruno Mohorovich. Nelle note critiche d’apertura stilate da Guido Buffoni si traccia in maniera fedele e con approfondimento emotivo le nervature principali che contraddistinguono le poesie qui contenute. Buffoni, come il sottoscritto, è convinto nel sostenere che non abbia rilevante importanza sapere se tale liriche provengano dall’animo prima ardente e poi sofferente dello stesso autore dinanzi a una voluta e poi problematica storia d’amore. Pur essendoci sempre una buone dose di se stessi quando si scrive (anche laddove si cerca di celarsi o mistificare) è anche vero che il sottotitolo dell’opera “una fantasia” dovrebbe ricondurci a un discorso più generale e ampio, vale a dire che, pur potendo essere un testamento o canzoniere d’amore dello stesso autore, i concetti e le emozioni ivi contenute vanno analizzate e concepiti nella loro impronta costitutiva. Lo stesso Buffoni ben chiarisce l’insensatezza (e aggiungerei la fallimentarità) di un intendimento atto a sviscerare quanto è il reale, quanto il realistico e quanto, invece, l’elaborato liberamente, diremmo il creato in termini meramente letterari: “Non è dato quindi al lettore la certezza che tutto quello che evocano le sue parole sia scaturito dalla realtà, ma non importa. Non è necessario approfondire se ciò sia veramente accaduto” (9). Buffoni ha pienamente ragione anche se, essendo la poesia un atto di verità (o di onestà per dirla alla Saba), difficilmente riuscirebbe a concepirsi come mera materia letteraria, oggetto di finzione o superfetazione, tanto più – aggiungerei – quando si parla di amore. Un amore o lo si è vissuto o lo si è anelato. O si è stati abbandonati e se ne è vissuto il tormento o si è sperato in un ricongiungimento ma, prima di diventare materia poetica, esso ha avuto una formazione concreta, una composizione reale. Se l’io lirico, con le immancabili complessità del caso, può ergersi a scrutatore dell’universo socio-civile e dare una sua visione di determinati fatti più o meno sconvolgenti, risulta difficile credere che possa parlare di amore (e, tanto più in maniera così vivida, profonda e convincente com’è in Mohorovich) se effettivamente non l’ha provato direttamente. Allontanandoci, però, da tale riflessione che imporrebbe un discorso a parte che esula dall’interesse del critico e da chi, curioso, si avvicinerà ai contenuti, vorrei concentrarmi sulla composizione del lavoro e le variabili che lo costituiscono in questo percorso che è una sorta di sondaggio itinerante dell’anima.

Come in un’opera didattica o comunque volta ad apparire con un intento illustrativo e ben strutturata nella composizione degli elementi che la caratterizzano, la silloge di Mohorovich, poeta nato a Buenos Aires nel 1953 da genitori istriani attualmente vivente a Perugia dopo un significativo periodo a Pesaro, si nota la tripartizione in “L’inizio”, “Insieme” e “La fine”.

I versi amorosi, non rasentano mai la sensualità e l’erotismo, e si pongono come manifestamente velati, a tratti anche inibiti dinanzi alla grande forza dell’amore. Sono poesie notturne, scritte in quegli istanti di silenzio e solitudine dove anche l’assenza di rumore contribuisce ad acuire il senso di malessere, dolore e allontanamento dalla società degli uomini felici.

storia-damore-una-fantasia.jpgPoesie dal verso veloce atte a tracciare la desolazione interiore, la sofferenza reiterata di un animo inquieto che si trova nella dolorosa condizione di un allontanamento dall’amata di cui non si conoscono le ragioni: se è un allontanamento momentaneo dovuto a una mera lontananza geografica, se è il frutto di una distanza presa come decisione condivisa a seguito di turbolenze nel rapporto o se, ancor più drammaticamente, è il segno finale di un atto di abbandono, tradimento, negazione all’altro, chiusura definitiva di una storia. Anche qui, per richiamare il Buffoni prefatore, non dobbiamo porci troppe domande perché a chi legge – tanto per essere spiccioli – non ha da interessare. Ciò, oltretutto, svierebbe – e di molto – dall’appropriazione personale di questi versi condivisibili e assai chiari nel loro ergersi a sorta di appello che viene lanciato.

Le poesie de “L’inizio”, dopotutto, sono liriche della stasi, di un’età che non è ancora definita, che si localizzano in un periodo forse di transizione (l’io lirico è forse in attesa di una risposta che potrebbe giungere e che, invece, lo fa tribolare non poco), oppure di una scadenza auto-decisa (o imposta) dalle due parti per poi ritrovare un momento di condivisione e raffrontarsi. Ad ogni modo è evidente che è un periodo sospeso di cui non si conosce la durata e, ancor più, le motivazioni che hanno condotto a quella fase-cuscinetto del rapporto. Forse lo rinsalderà, come spesso avviene o, ancor più frequentemente, potrà rivelarsi l’anticamera della sua inderogabile conclusione?

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Bruno Mohorovich, l’autore del libro

Gli avvenimenti che si realizzano in questa fase hanno poca rilevanza e tutti attengono al pensiero, tortuoso e ricorrente, dell’alterità che, in un certo senso, sembra già ormai lontana e inudibile. “Bramoso di ascoltarti/ mi perdo in tramonti e colori di luce/ che solo il tuo sguardo luminoso/ rimanda” (37). L’ambientazione prevalente è quella della notte, con le sue oscurità sensibili e i suoi tormenti psicologici dove l’idea dell’amata è la luce di una possibile stella da cogliere e nella quale poter intravedere speranza e felicità. Si tratta, però, per lo più frequentemente, delle sorte di meteore: splendono, sì, ma la loro è una durata luminosa che è fugace e che declina al buio. In tali momenti prendono piede le “illusion[i] d’un insonne” (40), difatti non è dato più sapere con precisione se l’io lirico parli da un mondo che è irreale e di appartenenza dell’onirico o, più verosimilmente, sia in una veglia anomala, in una vigilia intrepida che anticipa l’insonne notte.

Nella seconda porzione del libro, “Insieme”, si dà maggior concretezza al rapporto amoroso evocando contatti fisici di vero toccamento (“le dita si sfiorano,/ come sassi lambiti dalle acque/ le mani si prendono”, 45) che potrebbe riferirsi a un ricordo ancora piuttosto vivo. Non è, infatti, la trascrizione di un momento che si vive al presente ma sempre rievocato con nostalgia nel fluire della coscienza. Così, riappaiono anche i momenti di una dichiarazione esplicitata: “Tentennante esce la mia parola” (49) e un anelito pressante a un riavvicinamento: “Quando torneremo a ritrovarci” (50) che allude, già a questa altezza, a un qualche allontanamento fisico che s’è prodotto tra le due componenti della coppia.

Poche poesie dopo Mohorovich definisce la donna nei termini di una “presenza non rivelata” (56) quale ombra – seppur viva – di un passato che è ancora totalizzante. Si esplicano così le trame più insondabili e veementi di un amore robusto che, però, ha da fare i conti con la sua dimensione platonica, inconcreta, sublimato dall’assenza e fiaccato da una ricerca continua di contatto e corporeità. Ci sono promesse (“Ti aspetterò”, 58), finanche evidenza delle difficoltà (“separati da una barriera”; “timorosi del presente”, 59) e, ancora, convinzioni che pervaderanno il futuro (“…E ti verrò a cercare”, 64) fino a che non ci si approssima al capitolo conclusivo di questa triade tematica, “La fine”.

Qui, tutto è tracciato nelle forme della privazione, lontananza e abbandono: situazioni che l’io lirico dà ormai per note, esperite e assodate, ma non per questo meno dolorose e ragione di una tribolazione quotidiana: “Vanamente/ si dissolve/ nella confusione,/ la speranza di stare insieme” (78); “Ho perduto ogni speranza di vederti apparire/ […]/ [sei] fantasma che non si manifesta” (83).

Tra le “incomprese parole” (84), “il canto amaro” (88), “l’effimera storia nostra” (88) e il rimpianto si compie quel “definitivo addio” dipinto in una delle liriche che serrano il volume alla quale il poeta fa seguire il nutrimento di un’unica speranza – pur minima – di shakespeariana impronta: “Viva, a me basta che tu sia viva/ nell’appannato miraggio” (86).

Chiude il volume una pagina diaristica in forma narrativa ma dall’alta intensità lirica dal titolo “Le parole negate” in cui il poeta dichiara la sua sofferenza non solo nel non poter più vedere la sua amata ma anche per la negazione alla comunicazione con lei. “Scrivere è anche capire ciò che si vuol capire o ciò che si vuole che si capisca” (91), annota, dichiarandosi ormai uomo veramente perso a se stesso, grumo di dolore, in questa impossibilità di dire, negazione di sé, censura dell’amore che l’ha fatto vivere e che in lui ancora arde con i ricordi lieti che alimentano la fiamma.

Lorenzo Spurio

 

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“A notte” e “A sera” di E. Marcuccio con un saggio comparativo a cura di Lucia Bonanni

“A notte” e “A sera” di Emanuele Marcuccio

Una lettura comparata  a cura di Lucia Bonanni

I calendari che si usavano a Roma, Ab Urbe condita, nel 46 a.C. furono sostituiti dal calendario giuliano. In origine il giorno era diviso in dodici ore e la loro durata dipendeva dal tempo effettivo di luce, quindi era variabile, iniziava in media nox e terminava a l’hora duodecima che era l’ultima ora di luce del tramonto.

Per vigilia, il cui sinonimo è la parola veglia, si intende il giorno che precede un determinato evento oppure la guardia notturna, la veglia del cavaliere prima della vestizione ovvero l’astinenza e il digiuno e la notte trascorsa senza dormire.

In ambito militare presso i Romani la notte era divisa in quattro vigiliae o turni di guardia di tre ore ciascuno e Vespero, media nox, gallicinium e conticinium erano le denominazioni che corrispondevano a ciascuna vigilia.

e annotta la notte

e profonda si inerpica

su per le ore

 

e corre al suo centro

 

quelle tre

quella nona vigilia

che si perde

 

e giunge l’aurora

e poi l’alba

 

è di nuovo giorno

Il significato lessicale del verbo annottare è quello di “fare notte, farsi notte” mentre il suo contrario corrisponde a “fare giorno, farsi giorno, albeggiare”.

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La recente poesia “A notte” di Emanuele Marcuccio, come spiega l’autore in nota a piè di pagina, è una meditazione sulla notte e il tempo che corre lungo le sue ore. Non è infrequente che il poeta rivolga la propria attenzione al tempo quale scansione delle ore come ad esempio nella lirica “A sera”[1] del 2014 e già edita in «Dipthycha 3»[2] e prima ancora in chiusura della silloge «Visione», facente parte del volume collettaneo I grilli del Parnaso.

a sera/ e luminose/ scandiscono/ le ore”. Nella lirica “A notte” si possono identificare le peculiarità del periodo che va dal tramonto all’alba con espliciti riferimenti al calendario romano e ad alcune liriche d’autore. “e profonda si inerpica/ su per le ore”, usando la personificazione, Marcuccio fa diventare umana quella notte che dopo il tramonto si fa sempre più densa, più fitta, più intima e radicata nel buio, una notte che a guisa di uno scalatore faticosamente si arrampica sulla parete rocciosa delle ore. Poi, dopo aver superato le difficoltà della salita, “corre al suo centro” cioè a quella parte mediana che di ora in ora dà vita ad un nuovo giorno, iniziando proprio dalla seconda vigilia. Alla “nona vigilia”, dalle tre la notte scema, il buio diminuisce di intensità, dilegua per far posto all’aurora e poi alla luce dell’alba, ed “è di nuovo giorno”.

La lirica si apre e si chiude con due immagini quasi in antitesi; nella prima terzina a dominare è l’oscurità, mai tenebrosa, mentre nell’ultimo verso è la luminosità crescente a far chiaro il giorno, portando con sé una nota di speranza. Il nucleo del componimento è essenziale e delinea la tematica del ricordo sia nella dimensione individuale che nella forma storica. Con l’espressione “quelle tre”, locuzione assai incisiva e intensa, l’autore ha inteso evocare la fatalità dei terremoti di L’Aquila e di Accumoli (RI) che alle 3:32 e alle 3:36 si sono abbattuti su quei centri abitati tra il 6 aprile 2009 e il 24 agosto 2016. Scrive sempre l’autore in nota che, con l’espressione “nona vigilia”, ha voluto creare un corrispettivo notturno con l’ora nona canonica del giorno, quella che va dalle 15 alle 16, e l’antico calendario romano. Ma io nel sintagma “nona vigilia” rilevo l’echeggiare dei versi dell’idillio leopardiano “La sera del dì di festa”, “io, doloroso, in veglia/ premea le piume”ed anche “dolce e chiara è la notte e senza vento” versi la cui ripresa va ad abbracciare anche le strofe del componimento “A sera”. Ma l’impiego della parola vigilia contiene anche la ripresa di uno dei Canti del recanatese, “Il sabato del villaggio”, dove si annuncia l’approssimarsi della festa, “ornare ella si appresta/ dimani, al dì di festa, il petto e il crine”. E nella lirica di Marcuccio la festa si configura nel fascino degli elementi paesaggistici e nelle cadenze cromatiche, sfumate nella progressione del nuovo giorno che si apre alla luminescenza del sole. Dopotutto, parafrasando Umberto Eco, la poesia è una macchina per generare interpretazioni. (Cfr. Postille a Il nome della rosa, Bompiani, 1984)

a sera

e luminose

scandiscono

le ore

 

vanno

lente

lente inanellano

ricami

ricolmi

 

ricolme d’anni

passano

le ore

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Se nei versi di “A notte” le ore denotano la faticosa ascesa della notte verso il proprio centro, in quelli di “A sera”, le ore sembrano di buon animo e quasi sagge per quel loro andare pacato che elabora e arriccia “ricami/ ricolmi” di un piglio felice, ma anche della fiumana di vicissitudini che attraversa la vita in cui sempre “ricolme d’anni/ passano/ le ore”.

Nel primo verso del componimento “A sera” si riflette il pianeta Venere che si affaccia poco dopo il tramonto ed è di nuovo visibile poco prima dell’alba. “Dove Espero già striscia mattutino” scrive Salvatore Quasimodo in “Strada d’Agrigentum”.

In entrambe le liriche di Marcuccio il sentimento dell’autore si accorda con le diverse possibilità degli eventi ed affiora in un ventaglio di sensazioni di edificante sentire mentre la poetica denota la compostezza dei versi per un dire intenso e immediato, arcano e quasi oracolare che opera una sintesi di verità, ispirata al mistero che da sempre circonda L’Uomo nel divenire.

LUCIA BONANNI 

 

San Piero a Sieve (FI), 6 settembre 2016

 

[1] Emanuele Marcuccio, Visione, in I grilli del Parnaso, PoetiKanten, 2016.

[2] Emanuele Marcuccio (a cura di), Dipthycha 3, PoetiKanten, 2016.

“A sera” poesia di E. Marcuccio con un commento critico di Lorenzo Spurio

A sera

EMANUELE MARCUCCIO

 

a sera

e luminose

scandiscono

le ore

 

vanno

lente

lente inanellano

ricami

ricolmi

 

ricolme d’anni

passano

le ore

 

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Commento di Lorenzo Spurio:

Due le matrici tematiche della recente lirica di Marcuccio che si concretizzano quali nuclei fondanti dell’animo introspettivo del poeta: l’osservazione del mondo e la sua percezione. L’immagine della sera ci introduce in uno scenario piuttosto torvo dove qualcosa di luminoso è in grado però di schiarire l’ambiente.

Colpisce la struttura dei versi quanto mai atipica, minimalista e oserei aggiungere anche privativa, ci chiediamo infatti a cosa sia da legare il secondo verso, a quale correlativo oggettivo (se presente nella lirica sia da attribuirne la qualificazione del soggetto); d’altra parte non mancano sistemi anaforici come la chiusa della prima strofa che ritorna a conclusione della lirica e ancora il “lente” che si sussegue in due versi a volerne marcare ancor più questo andamento pacato, quasi inavvertibile, di un mondo assopito e spasmodicamente incongruente poi con le ore che passano.

Non privi di attenzioni sono i sistemi musicali che la lirica porta con sé con allitterazioni e sonorità che richiamano un suono cadenzato, soprattutto nella vibrante erre di “ricami/ricolmi”.

Marcuccio nebulizza ancora una volta la concettualità di fondo in versi serrati, mono-vocabolo, di appena tre sillabe, dal linguaggio semplice con terminologie di dominio pubblico con le quali affresca più che un paesaggio esterno, un quid emozionale, uno stato dell’anima.

Gli anni sono visti quali il prodotto continuo e quasi inavvertibile di momenti, una rincorsa continua di secondi che si sostituiscono l’uno all’altro. Nella realtà consuetudinaria della vita giornaliera notiamo lo scorrere delle ore, entità inesistenti di creazione umana pensate per una sua migliore organizzazione nel mondo e quando queste si sommano tra loro, si duplicano, vengono a confluire in un tempo passato più lungo, quasi in-arginabile quale un fiume prossimo all’esondazione, di anni che se ne sono andati.

Una riflessione sul tempo giocata su termini singoli che descrivono un mondo.

Al lettore il compito di indagare collegamenti tra nuclei concettuali e individuarne priorità semiologiche.

 

Jesi, 27-12-2014

 

“Bisbigli nella notte” di Giovannangelo Salvemini, recensione di Lorenzo Spurio

Bisbigli nella notte
di Giovannangelo Salvemini
WIP Edizioni, Bari, 2013
ISBN: 978-88-8459-244-6
Pagine: 78
Costo: 10 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

L’amore
è un nome
che non si chiama
e vive nel silenzio.
(in “I grandi dell’amore”, p. 33)

 

imagesBisbigli nella notte è l’opera prima di Giovannangelo Salvemini, giovane pugliese che con questo testo ha voluto raccogliere poesie e aforismi completamente inediti scritti negli ultimi anni. Il lettore si approssima alla lettura di questo libro manifestando grande curiosità e voglia di capire cosa si celi dietro a quei “bisbigli” e se questa sia una espressione volutamente caricata a livello metaforico e che sta, dunque, a delineare dell’altro. Ma nelle primissime pagine è l’autore stesso, in una nota di introduzione a svelarci il mistero: questi “bisbigli” sono conversazioni segrete, strozzate e quasi mute con cui il poeta s’intrattiene nella notte, conversando con i suoi sé, le varie sfaccettature delle molteplici componenti inconsce della sua persona. Sono parole mormorate, strascicate e, pertanto, labili e ventose, dei monologhi sibilati, quasi sospirati, che avvengono solo al calar della notte e che gli permettono di “ascolt[are] il silenzio” (p. 44). Si ricordi quanto il tema della notte sia importante nei poeti considerati “classici” della nostra tradizione letteraria quale momento di pausa, meditazione e allo stesso tempo di analisi dell’esistenza. Ed è di notte che Salvemini riflette, medita e concretizza le sue divagazioni, sogna ad occhi aperti e considera la vita da prospettive che di giorno non gli sarebbero possibili. Di notte la gente dorme e forse sogna di uccidere draghi o di vincere al superenalotto, mentre Salvemini vive, assorbe e respira versi ricchi di creatività e di voglia di esser espressi. I bisbigli che il poeta descrive in questo libro, però, finiscono per aver la forza di testi urlati, il vigore di versi totalizzanti che proprio per la loro energia vanno taciuti e smorzati di notte per conservare il quieto vivere: “Bisbigliando di notte, mi accorgo che le stesse parole non posso urlarle nel silenzio della città. Non mi è permesso per rispetto delle regole imposte dalla società per il vivere civile” (p. 22). La società, dunque, che è comunemente l’incunabolo delle manifestazioni di cultura e progresso, è vista come limitante e quelle “regole imposte” sono dei duri limiti da rispettare, ma ai quali è obbligatorio e necessario assoggettarsi. In questa interpretazione di notte-giorno, libertà-oppressione e creazione-sterilità credo debba esser letta questa silloge di poesie.

La lirica d’apertura, “Piove” non può che echeggiare la celeberrima “La pioggia nel pineto” di D’Annunzio soprattutto in quel verso che dice “e par ch’io pianga” (un simile verso era stato utilizzato dal poeta abruzzese per riferirsi all’amata Ermione), se non fosse che qui lo scenario è diverso: non ci troviamo in una pineta, ma in vari ambienti: il bosco, il lago, il mare, quasi che il poeta intendesse dare una sguardo aereo su diversi ecosistemi investiti dalla pioggia. Il cameo dannunziano ritorna nella successiva “Taci” dove la reiterata intimazione del tacere alla donna, ricorda ancora una volta il poeta nel suo riferirsi ad Ermione, affinché nella pineta si respirino solo i rumori della natura.

In “Vorrei sognare” la struttura poetica è ripetuta in sette diverse strofe che hanno come contenuto quello del sogno visto come trampolino di lancio verso il futuro, la vita e l’amore; la lirica si manifesta come un giovanile manifesto sull’utopia. Tutto quello che non si può avere, sembra dire il poeta, può essere sognato, e allora non ci intristiamo e pensiamo a quello che ci piace.

L’immagine ricorrente di queste liriche è quella della natura con i suoi vari scenari (spesso incontriamo il mare con i suoi gabbiani) alla quale addirittura il poeta s’inginocchia chiedendo scusa “per aver[la] messa in movimento” (p. 36), quasi fosse il poeta che con la forza dei suoi versi azioni la grande macchina razionale dettata dal principio di causa-effetto.

Salvemini affonda il bisturi nell’intricata natura psicologica dell’uomo e nell’incapacità di separare la normalità dall’anormalità, espressioni di atteggiamenti che solo mediante un sistema di pensiero e delle costrizioni sociali (create esse stesse dall’uomo) è in grado di definirsi. Ma l’uomo sbaglia nei suoi intenti di definizione, nella sua volontà di catalogare o di discriminare: “Mi chiamano falso/ e dopo vero,/ minacciano d’ammazzarmi/ e dopo salvato./ Che follia/ che è l’uomo” (p. 40). C’è del comico misto a uno sdegno pacato in “Folli siam tutti”, dove si respirano gli echi di un Palazzeschi irreverente, in cui il poeta accusa la normalità di essere anormale e solleva quella che comunemente è considerata stravaganza e follia al podio della normalità:

 

Normale,
tu?
Eccolo
il primo folle.
 
Tu, pazzo scrittore,
io un normale lettore.
Voi non riflettere,
così io scrivo e voi leggete.

 

Il poeta ci regala anche un omaggio alla città di Firenze con una poesia dal titolo “San Miniato al Monte” che sembra essere un’istantanea: il poeta non è affascinato dalle comuni attrazioni del capoluogo fiorentino, ma medita tra tombe rovinate e il canto dei monaci sul “monte” che sovrasta Firenze.

In “Chiedo scusa alla morte”, dopo una curiosa elencazione di destinatari del suo messaggio, a tratti sofferente a tratti difficile da sviscerare, il poeta chiede scusa “a chi [lo] definisce/poeta” (p. 36).

Accettiamo queste scuse, ma le rigettiamo.

Salvemini non deve discolparsi di nulla, perché lui è davvero un poeta.

  

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico-recensionista)

Jesi, 05-03-2013

 

Chi è l’autore?

Giovannangelo Salvemini (Molfetta, 1990) è laureando magistrale in Giurisprudenza nell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”. E’ appassionato di fotografia, ma soprattutto di scrittura. Bisbigli nella notte è la sua prima raccolta poetica ed è il frutto delle passioni e dei pensieri raccolti negli ultimi anni e trasformati in versi.

 

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