“Notre-Dame” di Emanuele Marcuccio con una nota critica di Lucia Bonanni

“NOTRE-DAME”[1] DI EMANUELE MARCUCCIO: UNA LETTURA

Contributo critico a cura di Lucia Bonanni

Con la lirica “Notre-Dame” Emanuele Marcuccio aggiunge un’altra perla al suo mondo poetico. Scritta il 28 aprile 2019 e dedicata “[a]lla cattedrale di Notre-Dame di Parigi colpita il quindici aprile 2019 da un incendio che ne distrusse il tetto, la guglia e ne danneggiò la struttura”, come si legge nella nota a piè di pagina dell’autore.

Questa la lirica dell’autore che, di sotto, riportiamo nella sua originale disposizione grafica dei versi: “Madre e il suo universo// soffocato/ sotto il peso// e le fiamme/ a corrodere// il tempo/ passato/ sotto gli archi// la luce per le vetrate// risplende// non più“.

La poesia si compone di undici versi, modulati su una struttura essenziale e un alternarsi di versi lunghi e versi brevi, disposti in quattro unici, due distici e una terzina, separati da spazi bianchi per favorire la riflessione e dare respiro al componimento in quanto “[l]a sua ispirazione poetica è ‘un’ispirazione drammatizzata’ in cui egli si apre agli stimoli che gli giungono dall’esterno come ai luoghi della mente e alle nebulose che avvolgono la memoria e il ricordo, regalando sempre felicità al lettore”[2]. Concisa ma non uniforme, la lirica incanta e seduce per l’acume creativo e la molteplicità delle suggestioni che sa trasmettere. Con piglio felice l’autore descrive l’avvenimento con purezza stilistica e intensità espressiva, ponendo in apertura del testo la parola “Madre” a evidenziare il significato del termine nella sua valenza spirituale che richiama anche quella terrena. Lo splendore solenne di Maria di Nazareth si accentua nel continuum del verso “e il suo universo” come assoluto universale, un cosmo riferito alla sua originale purezza e alla sua maestà celebrata nei tanti dipinti tra cui spiccano La maestà di Santa Trinita di Cimabue, La Madonna di Ognissanti di Giotto e La Madonna Rucellai di Duccio, esposte nella medesima sala alla Galleria degli Uffizi di Firenze, e volge lo sguardo anche all’universo costituito dalla cattedrale. Già nel titolo si nota l’appellativo “Dame”, titolo onorifico, presente negli ordini cavallereschi cristiani che equivale al cavalierato al femminile. Si pensi ad esempio alla Madonna delle Milizie che, secondo la tradizione cattolica, agli inizi dell’anno Mille apparve su un cavallo bianco, vestita da guerriera per liberare la città di Scicli (RG) dalle incursioni saracene.

Uno scatto di quei terribili momenti (foto presa dalla rete)

Nel primo distico del componimento si dice che l’universo della cattedrale è “soffocato/ sotto il peso” della guglia e del tetto, crollati a causa dell’incendio. Il verbo soffocare evoca l’idea del fumo sprigionato dalla combustione, un fumo asfissiante, afoso, che reprime e sacrifica e non si riesce a sedare perché le fiamme continuano ad avvolgere e “a corrodere” la struttura del manufatto insieme a tutto “il tempo/ passato/ sotto gli archi”. Nella terzina il participio passato del verbo “passare” vibra di un percorso temporale, immaginato come ininterrotto, duraturo, permanente, ma anche trascorso ad ammirare le tante bellezze della chiesa madre di Parigi. Costruita tra il primo e il secondo secolo dell’anno Mille, la cattedrale è il primo esempio di chiesa gotica, presenta una pianta a croce latina, cinque navate, volte a crociera con archi rampanti e le belle vetrate colorate che trasformano l’edificio in un tempio splendente. E adesso che la fuliggine ne ha annerito la sfavillante bellezza, “la luce per le vetrate// risplende// non più”. Qui i complementi di moto per luogo e moto attraverso luogo nell’accezione figurata anche di fendere, attraversare, mettono in evidenza l’estetica della luce che dopo l’accaduto “risplende// non più”. Il senso dell’oscuramento luminoso è dato dalla locuzione “non più” in contrasto col verbo risplendere con l’avverbio “non” che nega, modifica e capovolge il predicato e l’avverbio “più” con funzione di cessazione dei raggi luminosi che attraversavano le vetrate.

Di ampio respiro il carattere stilistico della lirica, impostata con tono aulico, naturalezza di espressione e partecipazione emotiva. Ancora una volta “[c]on i suoi scritti [l’autore] offre senso di appartenenza, incuriosisce, si traspone nell’altro e fa vivere speranze in un modo ricco e profondo”[3] perché “l’intento della poesia è sempre quello di celebrare, costruendo un’architettura di parole nei più vari registri, dai più intimistici e introspettivi ai più altisonanti”[4].

LUCIA BONANNI

San Piero a Sieve (FI), 16 settembre 2020


[1] Emanuele Marcuccio, in AA.VV., Rivista di Poesia e Critica Letteraria “Euterpe”, N. 29, Luglio 2019, p. 34.

[2] Lucia Bonanni, “L’Anima di Poesia di Emanuele Marcuccio, dolce poeta.Lettura del suo mondo poetico, partendo dall’analisi della silloge, Anima di Poesia”, in AA.VV., Rassegna Storiografica Decennale. IV, Limina Mentis, Villasanta, 2018, pp. 83-84.

[3] Id., “L’Anima di Poesia di Emanuele Marcuccio, dolce poeta”, in Op. cit., p. 84.

[4] Emanuele Marcuccio, “Introduzione alla poesia”, in Id., Pensieri Minimi e Massime, Photocity, Pozzuoli, 2012, p. 31.

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“Paris…c’est la vie” di Flavio Scaloni

Paris…c’est la vie. Pillole di parigitudine di Flavio Scaloni, Intermedia, Orvieto, 2016, pagg. 230, ISBN: 978-88-6786-163-7, Prezzo: 12 €

img_0964Sinossi:  Questo volume non vuole essere la solita guida turistica della città, ma una raccolta di autentiche ‘Pillole di Parigitudine’. Ne emerge un ritratto nuovo e accattivante della Ville Lumière, per chi già conosca la città e ne conservi un ricordo romantico ma anche per chi si appresti a visitarla per la prima volta e desideri saperne di più sullo stile di vita parigino. L’autore ci guida nelle pieghe della città, a partire dalla ricerca di un appartamento fino alla scoperta degli angoli meno conosciuti e più amati dai parigini. Nuove tendenze e abitudini consolidate, modi di dire e di fare, aspetti culturali e sociali: Paris… c’est la vie!

Estratti:

Ho trovato uno studio di 23,3 mq a 1000 euro! Certo è al sesto piano senza ascensore, non c’è una vera cucina, il bagno è senza finestra, gli affacci danno nel cortile interno e la moquette puzza un po’ di muffa… ma ha quell’aspetto così bohémien che mi fa sentire tanto parigino.

Il gesto, o meglio la smorfia, che caratterizza meglio la gente di Francia, l’equivalente del nostro ‘che dici?’, è lo sbuffo. Sbuffare è un’arte sopraffina. Un’eredità millenaria scritta nel codice genetico. Un tratto distintivo imprescindibile.

I Bo-Bo, da me ribattezzati ‘bobi’, siedono nei caffè giusti a leggere riviste di fotografia avvolti in una nuvola di fumo. Sembrano dire ‘Siamo fighi ma ce ne freghiamo’, quando più probabilmente pensano ‘Siamo fighi e speriamo vivamente che ve ne siate accorti’.

Il luogo dove vi aspettano le peggiori figuracce è sicuramente la pasticceria. Non provate proprio a chiedere un vassoio di pasticcini ‘mignon’, o dei ‘bignè’ con crema ‘chantilly’….

 

L’autore:

Flavio Scaloni ha curato la rubrica ‘Corrispondenze da Parigi’ per il Circolo Letterario Bel Ami di Roma dal 2012 al 2014.  Nel 2012 ha dato vita al blog ‘Flavio & la Musa’ (flavioelamusa.blogspot.it) nel quale pubblica regolarmente propri versi, poesie di autori da tutto il mondo, recensioni e commenti analitici. La sua opera prima ‘Stella di Seta’ (Genesi Editore) ha vinto il premio ‘I Murazzi’ nel 2013 nella sezione ‘poesia edita’. Nel 2013 è tra gli autori finalisti del premio ‘Marguerite Yourcenar’ nella sezione ‘poesia inedita’. Sempre nello stesso anno fonda insieme a Maria Carla Trapani il magazine on-line di arte e letteratura contemporanea ‘Diwali – Rivista Contaminata’ (rivistadiwali.it). Nel 2014 ha vinto il premio ‘Alberoandronico’, sezione ‘silloge inedita’. La sua seconda raccolta poetica ‘Via Parini 7’ è edita da Teseo Editore. Vive a Parigi ma è spesso in Italia e in giro per l’Europa per il suo lavoro da consulente scientifico.

“Ritrovarsi a Parigi” di Marta Lock, recensione di Lorenzo Spurio

Ritrovarsi a Parigi
di Marta Lock
Albatros – Il Filo, Roma, 2013
Pagine: 408
Isbn: 978-88-567-6238-9
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

Ritrovarsi a Parigi - Copertina singolaIl nuovo romanzo di Marta Lock si apre in maniera spigliata con una coppia di giovani che, per caso, hanno la fortuna di provare quel famoso “colpo di fulmine” che sembra essere un momento molto filmico e poco reale, ma che pure accade. E così la veloce conoscenza dei due giovani porterà, forse troppo velocemente, all’inaugurazione di una nuova quotidianità in cui Lizzy dovrà imparare ad adeguarsi  («È che sono abituata ad avere i miei spazi e a non doverli dividere con nessuno, e poi non c’è posto nel mio arma­dio per i vestiti di un altro!», 12). Cambio di sentimenti (o piuttosto bisognerebbe dire “scoperta”) e di casa. Sono gli aspetti principali che dominano nelle pagine iniziali del romanzo in questione che si legge molto bene, un po’ per l’aspetto consuetudinario –e direi quasi rituale- di due modeste esistenze, con la complicità della scrittrice che ha predisposto una scrittura tendenzialmente piana, senza particolare formalismi e ricerche lessicografiche: semplice, ma chiara, la sintassi rifugge la mania del neologismo, ingrediente della narrativa postmoderna, come pure l’atemporalità degli accadimenti, per iscriversi, invece, in uno stile prevalentemente di fattura “classica”.

Una nuova vita che s’inaugura senza una pretesa di un futuro saldo e che, paradossalmente, si fortifica sulla necessità che il tutto conservi un alone di provvisorietà: niente di definito, nessuna certezza. La nuova relazione viene presentata al lettore come veloce, quasi illogica, voluta-ma-temuta. Da un primo piano su Lizzy e Robert, la luce si sposta a un grandangolo per poi sintonizzarsi su una panoramica della sua storia familiare della quale ci viene tratteggiato l’abbandono del genitore paterno al momento dell’annuncio di Hèléne, la futura madre, di essere incinta. Di rilievo il tema antiabortista inserito nel variegato e complesso mondo della società libertaria e ribelle dell’Inghilterra degli anni ’60. Il padre, gravato dalle responsabilità e impreparato a quella grande novità, preferirà abbandonarle entrambe. Ma, si badi bene, non è che questo fatto sia di poca importanza nel proseguo della storia in quanto all’apertura del secondo capitolo viene subito sottolineato che «In realtà la mancanza di un padre aveva causato a Lizzy non pochi problemi nelle relazioni con i ragazzi» (22). Freud, parlando dei sistemi comportamentali del soggetto nelle prime fasi della crescita, non poteva mancare di osservare che per il complesso di Elettra (più o meno il corrispettivo nel maschile del complesso di Edipo), la bambina, soffrendo del complesso di castrazione, si attacca ossessivamente alla figura paterna, ricercando in essa protezione e arrivando al desiderio di conquista del genitore –entrando in una logica di conflitto con la madre. E’ studiato che nei casi in cui venga a mancare la figura genitoriale maschile, la bambina potrà sviluppare uno dei seguenti comportamenti: 1. Fiducia e attaccamento ad altri uomini nei quali cercherà di vedere/vivere la figura del padre –avendo vissuto la privazione del padre come evento in sé doloroso, ma accidentale-; 2. Repulsione nei confronti della schiera maschile –avendo vissuto la privazione del padre come scelta arbitraria e sconsiderata del genitore. Che cosa succede a Lizzy, invece?: «Lizzy si sentiva attratta da uomini in apparenza sfuggenti, di­sinteressati a una relazione, molto presi dai loro impegni e dalla loro libertà; questo la portava a desiderare con tutte le forze di conquistarli completamente, come se volesse dimostrare al mondo di essere capace di farsi amare, ma poi quando otteneva il suo scopo perdeva interesse perché la paura di legarsi e di rinunciare alla propria libertà erano troppo forti» (24). Ancora una volta la provvisorietà, l’attimo, la fugacità del momento: il saper cogliere l’attimo e saperselo godere ma nei tempi giusti, mai troppo lunghi e fuori da ogni terapia di accanimento per far durare un qualcosa. Ed è proprio per questo che quando la routine s’impone, che la problematica Lizzy comincia a sentirsi meno libera: «Dopo un anno di convivenza però Lizzy iniziò a sentire il bisogno di prendere aria» (28) e che addirittura lui «la soffocava» (39).

Dai primi capitoli s’insinua subito l’idea che quell’amore, pure vissuto per un periodo in senso autentico e con convinzione, stia diventando malato con viva preoccupazione della protagonista che si sente privata della libertà o ossessivamente tallonata (“avevo paura fosse Robert”, 50) tanto da costringerla alla decisione di andarsene via per un anno, cambiar aria, allontanarsi dal suo passato e crearsi una nuova vita. Se ne andrà così a Parigi ad abitare in una casa del suggestivo quartiere latino.

Parigi apre a un ampio ventaglio di nuove possibilità: incontri, amicizie, uscite serali, tentativi d’approccio e quant’altro, ma la capitale francese sarà anche il luogo del recupero della memoria in quanto visiterà il nonno, a lei tanto simile per temperamento, che a tratti racconterà della sua storia, della sua difficile infanzia vissuta nell’abbandono e nell’indifferenza del padre e del suo approdo in territorio francese (“sentiva che attraverso quel racconto avrebbe trovato se stessa”, p. 87). La Parigi descritta è quella della capitale bohemien, ma anche la Parigi notturna di locali, discoteche e delle luminarie della Torre Eiffel che stemperano l’aria donandole un effluvio armonico e chiaramente romantico. La multietnica Parigi infonde un aroma di coloniale (si cita la Martinica e un suo ballo tipico, lo zouk) nella figura di Yannik, il ragazzo nero che in un locale, prima molto gentilmente, poi prepotentemente si relaziona con Lizzy facendo nascere in lei un misto d’attrazione e incomprensione: “Mentre saliva le scale non riusciva a cancellare dalla propria mente il sorriso di Yannik, il suo sguardo pene­trante e le sue spalle larghe, domandandosi come fosse possibi­le che tanta bellezza si accompagnasse ad altrettanta antipatia!” (86).

E la storia di Bruno, suo nonno, di come anni prima avesse avuto un vero e proprio colpo di fulmine per una donna che sarebbe poi diventata sua moglie, serve a Lizzy per meditare sul fatto che l’amore, inteso in senso romantico, può esistere e che esso non è solo un prodotto di tempi ormai andati, basta solo trovare la persona giusta. Nel frattempo, alla festa di compleanno di Etienne, c’è un riavvicinamento tra Lizzy e Yannik, ma esso è brevissimo e ancora una volta viene vissuto da Lizzy come tentativo di oppressione alle sue libertà. L’incontro tra i due finirà pressappoco come il precedente: una sorta di attrazione-repulsione, amore-odio difficile da spiegare completamente se non attraverso la sfacciata prepotenza di Yannik e forse, il taboo dell’uomo di colore in Lizzy, come pure la sua amica non manca di farle osservare. La narratrice a questo punto della storia osserva: “Yannik diventava sempre più un enigma, e più si infittiva il mistero intorno alla sua personalità, più le veniva voglia di af­frontarlo, non con le aggressioni verbali, come era abituato a fare lui, bensì attraverso il dialogo” (122).

Ma questo è un libro che scoperchia quel vaso di Pandora che si nutre della cattiveria e dell’insensibilità dell’uomo, delle convinzioni errate dalle quali nascono sempre le sopraffazioni e del pregiudizio: l’emarginazione e il vero e proprio razzismo che il nonno sperimenta sulla sua pelle, in quanto italiano da parte dei francesi (“i france­si che erano così pieni di pregiudizi da catalogare una persona come buona o cattiva a seconda del paese nel quale era nata”, 146) e nella storia di Lizzy la sua iniziale diffidenza verso Yannik perché uomo di colore. Nelle pagine di questo libro si respira un sentimento di noia e di oppressione nei confronti di idee reazionarie, come pure nei confronti di chi è osservatore o portatore di differenze all’interno della società. Ma poi, grazie ad una serie di altre circostanze –neppure troppo fortuite- i due ragazzi hanno la possibilità di interagire e di rapportarsi sul loro passato, sulle loro professioni e proprio dal parlare, dal conoscersi, Lizzy si scoprirà innamorata dell’uomo. Seguiranno scene di cene in locali esclusivi descritte con maniacale attenzione, passeggiate romantiche, dialoghi idilliaci inframmezzati alle continue visite del nonno con il quale, di pari passo, la narratrice porta avanti l’altra storia contenuta nel romanzo: quella della storia d’amore non semplice del nonno con la nonna e della loro famiglia, le loro gioie e i loro momenti di difficoltà sino ad arrivare al momento in cui è il nonno a far luce sulla vicenda dell’abbandono del padre avvenuta sulla nascita. L’anziano, nel suo parlare saggio e concreto, mette subito in luce che per avvicinarci alla realtà di un fatto è sempre necessario ascoltare più voci e non affidarsi solo a una faccia della medaglia. Così le convinzioni su suo padre, irrobustite in lei dalle parole della madre, vengono ben presto minate alla base e si sgretolano. Sentendosi tradita dalla madre, Lizzy romperà con lei i rapporti e sarà investita da un misto di sensazioni contrastanti che la animeranno a ricercare suo padre.

Il tempo incombe sempre impetuoso in ogni colloquio con l’anziano e questa tecnica narrativa a singhiozzi, volutamente basata su briciole di analessi e poi rallentamenti improvvisi, è caratteristica dell’intero romanzo.

E quell’amore prima allontanato, quasi snobbato e nel quale non aveva creduto molto, si trasforma ben presto per Lizzy in uno dei punti fermi della sua permanenza a Parigi attaccandosi ad esso in maniera addirittura ossessiva: l’assenza di messaggi sul cellulare da parte di Yannik è in grado di far dubitare la donna, creare apprensione e smaniare. (“Doveva smetterla di spremersi le meningi in quel modo, altrimenti sarebbe impaz­zita”, 239).

E’ chiaramente nelle ultime quaranta pagine che la storia conosce continui colpi di scena e che la trama si attorciglia su se stessa in maniera impressionante: la scrittrice  si trasforma in equilibrista e destabilizza il lettore con una serie di singolarissime coincidenze, agnizioni, scoperte e veri e propri ribaltamenti di fortuna. Il finale che il lettore anticipa tingersi di sentimenti cupi e mesti darà alla fine l’occasione di risollevarsi, passando attraverso momenti ed episodi focali e addirittura epifanici che, oltre a mettere in chiaro una volta per tutte il vero temperamento di Lizzy, danno manifestazione e concretezza della validità degli insegnamenti del nonno.

Si può trarre una morale da questo libro, o addirittura se ne possono trarre diverse ed è proprio compito del lettore a cui Marta Lock consegna questo romanzo quello di rintracciarle, scorgerle e farle sue affinché anche nella sua vita non si cada in errore, fraintendimento o non ci si lasci condizionare dalla diceria o dalle false convinzioni che, innalzate al valore di tabù, rendono l’uomo schiavo di se stesso e cieco della genuinità dei rapporti con gli altri.

Un romanzo d’impostazione classica in cui molte donne potranno ritrovarsi con facilità nell’ampio spettro delle emozioni, convinzioni, angosce ed ambizioni e che molto fa riflettere sui concetti di multi-culturalità, rispetto nei confronti della tradizione, amore ed orgoglio nei confronti della famiglia, intraprendenza nell’ambito professionale e grande amore per la vita.

Una parabola sui buoni sentimenti che, pur macchiati da un passato di disagio e di privazioni, debbono avere la forza di risplendere con una luce continua, proprio come accade all’amore di Lizzy verso gli altri (la madre, il padre, Yannik, il nonno, gli amici, il bistrot, la città di Parigi, etc). Ci possono essere tentennamenti, difficoltà e momenti di dolore, ci dice Marta Lock, ma bisogna avere la forza di elaborarli con spirito di analisi e voglia di migliorare e soprattutto essere propensi a rivalutare e riconsiderare i fatti accaduti da una nuova prospettiva.

Un affascinante romanzo sull’importanza delle possibilità e sulla frenetica ricerca di se stessi dal felice connubio di relazioni con gli altri.

 

Lorenzo Spurio