N.E. 02/2024 – “Nel vuoto [lì per sempre]” di Rita Stanzione

Esistere e non poter essere

non poter restare

come un innesto su spini dipinti

che hai tracciato per mestizia del vuoto


pregavamo Dio senza conoscerlo

‒ amandolo a tratti

perché crescesse un ramo vasto

di ali nella breccia sorda delle pietre

una cura allo spirito contuso

dato insonne alla notte

dal centro immeritato più preciso

più lontano più straniante


è un cammino irto che spezza l’avvento

spezza ogni corda, cadiamo giù

e soli

monchi di forma.


Mi cadde l’anello che

da bambina tenevo stretto al dito

non riuscii a dire ch’era un anello

capii che il non sapere un nome è una perdita,

ma ci perdiamo

anche coi nomi stampati nelle tempie

che stanno lì per sempre

in un estratto di eternità

transitori, sradicati

bricioli d’amore.


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autrice ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – “La fatica di nascere”, poesia di Giovanna Fileccia

     Nuda di parole
           bussa alla porta
                dove è notte l’andare

Incede tra i rovi
che il giorno
carezza con le sue ore
e vaga sulla pelle
di tramonti
dal profumo di lune

Brancola tra monti di
versi nuovi
e scivola
a cercare stanze lontane

            E infine prorompe
        dove
    l’orizzonte
falcia


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autrice ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro

N.E. 02/2024 – “Sacro vuoto”, poesia di Tiziana Colusso

Sacro vuoto, pharmakos, ultima

salute, refrigerio delle chiese

spoglie, dei templi zen bianchi e neri

come fotografie dell’anima.


Il sacro sovraccarico di ori

e d’azzurro delle chiese barocche

chiude l’anima sazia d’indulgenze

in molli, mortifere prigioni.


Per i tristi canarini da miniera

il sacro è ctonio, l’anima cieca

nell’antro oscuro cerca il punctum

nel quale il dolore s’illumina.


I templi dei viaggiatori, stanze

da preghiera multiconfessionali

sono soste dell’anima spersa

tra stazioni, aeroporti, frontiere.


Ma il succo del pensiero, aspro

e volatile, evapora presto

dai luoghi deputati del sacro

e dalle liturgie codificate.


È soltanto nell’acqua che oramai

riesco a pregare, confondendo

le lacrime con le gocce salate — 

vuoto non vuoto, fluidissima luce.


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autrice ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – “Dialoghi con la notte. Appunti su “Lezione di meraviglia” di Daniele Ricci. A cura di Francesco Fioretti

   I cinque versi iniziali di Lezione di meraviglia di Daniele Ricci ne preannunciano subito tutta la vastità d’orizzonti: «Finalmente questa notte esco dal romitorio. / Faccio ricorso al tuo φάρμακον /    per varcare le porte. // Vado al mare / del mio dolore amaranto».

   Ci torna subito in mente l’ultima scena dei Malavoglia, in cui il giovane ’Ntoni misura la sua esclusione dall’ambiente d’origine gettando un’occhiata sul mare «che s’era fatto amaranto». Mare amaranto verghiano che era ancora quello omerico color del vino, il mare ancestrale e sacro di una tradizione millenaria, che il poeta simbolicamente riattraversa nelle prime due sezioni di questa raccolta (Lezione di meraviglia e La strada del ritorno) raccontandoci un viaggio in Grecia – ma del viaggio ciò che qui si vede è in realtà solo la bianca nave, il viaggio in sé, mentre i «bianchi palazzi di Atene / le strade trafficate del Pireo» restano piuttosto sullo sfondo, come tracce marginali e fugaci di un incontro che si direbbe fisicamente mancato, nella Grecia odierna, con la classicità. Il phàrmakon menzionato al secondo verso è invece la poesia, veleno e rimedio al tempo stesso (nell’ambiguità del termine greco), mentre la meraviglia del titolo è il thaumàzein da cui secondo Aristotele nasce ogni interrogazione sul mondo.

   Sono in tutto sette, le sezioni di questa raccolta, e ciascuna ha un suo cuore di sperimentazione discreta, i cui estremi opposti sono l’autobiografismo diretto della IV sezione, Semi non custoditi («Poi / cos’è successo in quinta elementare? / Che cosa m’ha fatto cambiare? // Sono diventato triste e taciturno… // Qualcosa m’ha fermato»), e la poesia senza io di Poemetto (V sezione, Approdi e amore), le cui terzine hanno invece quasi voce d’aforismi(«Il non senso contamina il senso. / L’amore appartiene all’enigma, / l’enigma alla follia»).

   Le altre sezioni dosano in vario modo questi estremi, anche in una serie di preziosi richiami a distanza che danno compattezza all’opera. Si veda il caso seguente: «Ieri in cielo ho visto l’Aquilone… // Te ne sei andata nel buio nulla / senza lasciare traccia, / senza briscola né punti» (dalla III sezione, Il tuffatore di Paestum); «Hai spento la luce della tua stanza / e le stelle dell’Aquilone» (dalla VI sezione, Ho imparato a piangere).

   In una delle versioni del mito, che si fa risalire a Eratostene, l’Aquilone è Arcas, che accompagna in cielo la madre Callisto trasformata in orsa – ma qui è anche l’oggetto evocato dalla costellazione (lo è senz’altro in Come un aquilone, da Semi non custoditi: «Non potrò mai unirmi / al cielo / alle traiettorie del tuo volo»). In ogni caso il tema della perdita, della scomparsa della madre, dell’elaborazione del lutto proiettato in una dimensione celeste pagano-cristiana, è uno dei motivi-chiave della raccolta, l’urgenza che si avverte più immediata per un ritorno alla scrittura poetica e all’uscita dal romitorio. Pressanti domande di senso, sull’«ἀρχή della vita» (Nella camera del mattino, II sezione), in un costante «dialogo con la notte» (Bagno fuori stagione, VII sezione, Fuori stagione), attraversano l’intera raccolta, allargando progressivamente il campo dal dolore privato a quello collettivo, dal gesto disperato delle donne afghane che lanciano i loro bambini ai soldati inglesi all’aeroporto di Kabul già occupato dai talebani (La fuga tentata, II sezione, e I giorni, VII) alla guerra in Ucraina (Boristene, VII, dal nome greco del Dnepr).

   Daniele Ricci è poeta colto, come d’altra parte lo sono tutti i grandi della nostra tradizione, perché il sentire verrà pure dall’enigmatico io latore d’ogni verità e d’ogni inganno, ma le parole per esprimerlo vanno munte a quella tradizione millenaria con cui è sempre doveroso fare i conti. C’è un fondo costante, nelle sue poesie, un sapore di lirica eterna che viene dagli antichi Greci, in particolare da Omero e dai poeti arcaici (l’incontro con la classicità che riesce su un altro piano rispetto a quello del viaggio fisico), su cui si innesta il presente drammatico (la madre e il lutto, le donne di Kabul, la guerra in Ucraina) che rimescola invece voci più moderne, il Montale da Satura in poi, i poeti italiani contemporanei («la voltura delle utenze di mia madre / per la mia crescita interiore»; i «cedolini del silenzio»). Mentre l’analogismo della lirica pura novecentesca viene praticato con grande parsimonia, restando per lo più confinato a campi inediti. Il principale è il gioco del calcio, che suggerisce immagini inesauribili e mai banali («Aspetto di battere / l’ultimo calcio di rigore, / sarà concesso all’alba / di questa notte senza camomilla»; «un ultimo verso / per cercare / la rete della salvezza»), nonché liriche memorabili come La partita eterna (IV).

  Daniele Ricci, insomma, coniuga al presente una voce che sembra d’ogni tempo, costruendo una miscela linguistica originale e avvolgente. La poesia resiste al «canto del nulla» che «scappa via / tra le repliche e gli ingorghi / di una lingua agonizzante» (Il dolore sul cuscino, IV). Lui ci dice: «Voglio tessere un abito nuovo / sulla pelle del mondo» (Mi sono perduto, V).

   E questo è anche quello che effettivamente fa.


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autore ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – “Solidarietà (Venezuela)”, poesia di Grazia Finocchiaro

Fuggirò da sconsolate stelle che a guardare

meste stanno terra di pane e acqua spoglia.


Disseminerò con grosse torce luce di amicizia

dove ammutolita l’umanità dentro proprie ossa resta.


Salperò l’oceano con ingente nave, colma di abbracci

e sorrisi, sulle spalle farò carico d’amore

da bere porgeròcon le mani, braccia porteranno mattoni.


All’apparenza di un bimbo, il cuore verrà morso

di sofferenza, staranno i miei occhi in trepidazione

che all’istante si potesse spezzare la sua magrezza.


Un vagone colmerò di cemento finché le case

non siano di fango e legno e di lamiere non sia il tetto.


Una cesta di viveri ad una gravida vorrò portare

perché sia partorito un figlio ben nutrito.


Se il petrolio canta abbondanza, che domani

possano i pozzi elargire quantità d’acqua immensa

che i disidratati dissetarsi potranno.


Seme speciale vorrò seminare così che i campi

diverranno ricchezza di grano, per un popolo intero

sfamare.


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autrice ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – “Una preghiera al vento”, poesia di Michela Zanarella

Dura il tempo di un silenzio

una preghiera al vento

a riconoscere lo spirito delle cose

la salvezza è perdonare

il male del mondo

poi c’è la vita condivisa

tra gli agguati del buio

e quello che i bambini ancora sanno fare

stupirsi del volo degli aerei

come un segno sacro

credere che esista un profondo in ogni anima

anche dove la luce diserta.


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autrice ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – “Cedere”, poesia di Antonio Spagnuolo

Fuori centro il mio cervello

incapace di schermire il testimone

che insegue dimensioni del caos.

Ho cancellato i sinonimi del tempo

al di là del gioco che rigurgita nebbie,

fuori da ogni canone di ottave,                           

fuori dai soffici roveti.

Spesso i coltelli hanno fauci brune

spersi a verificare scampoli di lacrime,

perché dovrò cedere ogni mio sapere,

ogni conquista affastellata al dubbio.

Sbrigliando il vacuo destino fra libelli

lasciati ancora immacolati,                                           

vedrò cosa propone l’ultima finale,

quale ansia dell’attesa che rispecchia

memorie del trascorso solo mio.

Avvinghiato alle incognite del sogno

posso svelarti il frastuono del respiro

che è lo scrigno di percezioni indiscrete,

di sillabe a sgambetto fra le stelle.                               


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N.E. 02/2024 – “Sono andata al mio funerale”, poesia di Sandra Manca

Sono andata al mio funerale

sul cieco viale dei cipressi,

sono stata il silenzioso vento

nella cruna di una marcia che non sento.

Nessuno poteva prendermi per mano:

ero il tempo che non si può fermare

ero la luce che non si può guardare.

Non c’era cassa col mio corpo dentro

né vessillo inalberato;

soltanto un nome, pronunciato

sulla fossa prima di essere scordato.

Al mio funerale, nuda, sono andata

senza arringa, ne breviario

e un’attitidu[1] insolente ho intonato.

Del rumore della morte neanche l’eco

riusciva a imprigionarne la paura…

lei, muta, sulle pupille di una figlia desolata,

il mio sorriso presagiva nella mietitura.


[1] In sardo: lamento funebre, pianto rituale consistente in lunghi lamenti cantati dalle attitadoras (le prefiche).


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N.E. 02/2024 – “Se fossimo vetro”, poesia di Simone Principe

Se fossimo vetro

staremmo attenti

a sbatterci contro l’un l’altro

faremmo scorta di umanità

come una colonia di formiche fa scorta di cibo

ci guarderemmo per vedere “simili”

non “quegli altri”,

tra le crepature che non taglierebbero nessuno

poiché la pelle è solo un lusso su cui speculare

tolta siamo nudi davanti alla miopia della disuguaglianza

ingenuamente cattiva.

Se fossimo…

ma non siamo

sperando di poter essere

granelli di quarzo

sciolti prima, solidi poi

diventare magari un ampio vaso

dove la natura può riporre il nuovo fiore

della inumata pace.

Per ora attraverso un vetro frantumato

non mi riconosco

buco nero di me.


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autore ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – “Preghiera”, poesia di Marina Minet

Prima che sia giorno devo finire una preghiera
pesare le parole una per una e darle in mano a Dio
come richiesta altissima

Devo finirla senza nessuna boria
con tutta l’umiltà che posso offrire
limandola in bellezza come un salmo
perché sia già un ascolto

Forse devo includere il mio amore, chi è solo, i viaggi dei bambini
chi ha steso i panni al buio e non potrà tornare presto a casa
perché l’amore è un’arte che sa spartire il tempo
curando in ogni cosa il suo valore

Difficile è comporla e farci entrare tutti
senza trascurare chi ha bisogno
difficile ignorare quel perdono
per chi dopo la guerra ha colto un fiore
pensando di curarlo anche domani
difficile è dirla di nascosto

sapere che il silenzio è della croce


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N.E. 02/2024 – “Preghiera”, poesia di Antonietta Siviero

Divelta di Abramo la tenda,

di Esaù le lenticchie, ora,

son bombe a grappolo e fosforo bianco,

di piombo le lacrime sul muro del pianto.

SIGNORE, afflato d’amore,

fa che ogni ribelle diventi fratello,

ridonaci il canto e la speranza,

la dolcezza del bacio rubato,

facci riscoprire il calore dell’abbraccio che

le anime rinsalda,

l’incanto di una notte stellata

con occhi nuovi guardata,

la tenerezza di mani intrecciate

nel mare della vita.

E TU, MARIA, dell’ALTISSIMO

FIGLIA, SPOSA e MADRE,

TU VERGINE, peregrina tra ulivi e spade,

TU, in fuga nel deserto in cerca di riparo e salvezza,

ascolta il lamento che più alto

delle bombe al cielo si leva,

la preghiera di figli viandanti in cerca di pace.

MADRE, che della CROCE il dolore hai vissuto,

delle croci di guerre raccogli le schegge che

le ossa han trafitto,

TU, nuova Arca dell’Alleanza,

sull’altare sacrificale a GESÙ CROCIFISSO, offrile,

in frammenti iridati, tramutali,

nel preziosissimo tabernacolo del

TUO cuore, serrale,

in CORPO di CRISTO, trasformale.


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autrice ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – “Ritornare in mente”, poesia di Luigi Pio Carmina

Ritornare in mente

Eterna come clorofilla

Fine ultimo la poesia

Assioma di energia

Restanti le chiome

Desti gli aromi

Cheti i sussurri


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