XXIX Concorso Int.le di Poesia “Città di Porto Recanati” – Premio Speciale “Renato Pigliacampo” (edizione 2018): il bando di partecipazione

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Il concorso internazionale di poesia “Città di Porto Recanati”, fondato e organizzato per quasi trent’anni dal prof. Renato Pigliacampo, poeta, scrittore e professore sordo, è uno dei più longevi dell’intera Regione Marche. Negli anni esso ha raccolto testi poetici di pregevole fattura e di elevato valore civile, frequentemente incentrati sulle difficoltà sociali, sulla disuguaglianza, sulla denuncia delle ingiustizie e sul riscatto degli oppressi, tematiche centrali dell’impegno umano del suo fondatore.

Nel 2015, al decesso del professore, la famiglia Pigliacampo – incoraggiata e sostenuta tecnicamente dal poeta e scrittore dott. Lorenzo Spurio che collaborò col professore negli ultimi anni – ha deciso di portarlo avanti con lo stesso impegno e finalità: dar voce a coloro che spesso nella società non hanno la capacità di dire la propria. Da allora si è aggiunto un ulteriore premio identificato come “Premio Speciale Renato Pigliacampo”, conferito a una poesia che viene considerata particolarmente vicina alla vita e ai contenuti lirici del fondatore del concorso, quali la disabilità sensoriale o la battaglia per i diritti degli handicappati. Tale premio è stato assegnato a Rita Muscardin – Savona (2016), Rosanna Giovanditto – Pescara (2017) e Flavio Provini – Milano (2017).

  

BANDO DEL CONCORSO

  

1 – Ogni partecipante può inviare un massimo di due poesie.

I testi possono avere una lunghezza massima di 50 versi.

I testi possono essere editi o inediti ma l’autore dovrà dichiarare di possedere i diritti a ogni titolo e di esserne proprietario a ogni diritto. Essi potranno essere, indifferentemente, risultati meritori di premi da podio o speciali in precedenti premi letterari.

I testi possono essere in lingua, dialetto o lingua straniera. Nel caso di testi poetici in dialetto e lingua straniera è necessario allegare anche la traduzione in lingua italiana.

Il tema è libero, tuttavia si consiglia di trattare tematiche relative alle problematiche sociali, alle discapacità sensoriali, alle disuguaglianze, alla disabilità, alla povertà, alla solitudine degli anziani, all’odissea dei migranti e dei profughi, ecc., tematiche per le quali fu istituito il Premio quasi trent’anni fa.

 

2 – Per prendere parte al concorso a ogni partecipante è richiesto di inviare le proprie poesie esclusivamente per posta elettronica a poesia.portorecanati@gmail.com

Le poesie dovranno essere inviate entro e non oltre il 25 luglio 2018 specificando nell’oggetto “XXIX Concorso Città di Porto Recanati”.

Il poeta dovrà inviare in un’unica e-mail in seguenti materiali:

  1. I testi delle poesie senza riferimenti alla propria identità in formato Word. Ogni poesia va presentata su un file a parte.
  2. Un file Word contenente i seguenti materiali:

nome, cognome, data e luogo di nascita, indirizzo di residenza completo (Via, città, cap), telefono fisso e cellulare, indirizzo mail e queste attestazioni come seguono:

  • Dichiaro di essere l’unico autore delle poesie e di detenere i diritti a ogni titolo.
  • Acconsento il trattamento dei miei dati personali secondo la normativa vigente nel nostro Paese per i fini istituzionali legati alla organizzazione, promozione e diffusione del Concorso di Poesia “Città di Porto Recanati”.
  1. La copia della ricevuta di versamento del contributo a copertura delle spese di segreteria.

 

3 – È richiesto il contributo di partecipazione a copertura delle spese di segreteria fissato a 20 €. Il versamento potrà avvenire con una delle seguenti modalità:

 

  1. PostePay n. 5333 1710 2372 6843

Intestazione: Marco Pigliacampo

Codice fiscale: PGLMRC75E07E958C

Causale: XXIX Concorso Città di Porto Recanati

(Il versamento si può fare dagli Uffici Postali e dai tabaccai abilitati)

 

  1. Bonifico bancario

IBAN IT29J 07601 05138 276234476237

Intestazione: Marco Pigliacampo

Causale: XXIX Concorso Città di Porto Recanati

 

4 – La Commissione di Giuria leggerà le opere pervenute in forma rigorosamente anonima e provvederà a scegliere le dieci poesie vincitrici.

I primi tre classificati riceveranno premi in denaro, così ripartiti: 1° Classificato 500€, 2° Classificato 300€ e il 3° Classificato 200€. Tutti i poeti premiati dal 1° al 10° posto riceveranno una targa personalizzata. Nell’eventualità di punteggi pari-merito la Commissione di Giuria ha la facoltà di proporre ex-aequo per le posizioni dal 4° al 10° che dovranno ottenere il parere ultimo e definitivo da parte del Presidente.

La Commissione di Giuria assegnerà il Premio Speciale Renato Pigliacampo 2018 a una poesia che sarà considerata particolarmente vicina alla vita e ai contenuti lirici del fondatore del concorso, il prof. Renato Pigliacampo, quali la disabilità sensoriale o la battaglia per i diritti degli handicappati. Infine si riserva la facoltà di riconoscere ulteriori premi speciali, menzioni d’onore, menzioni di merito o attestati d’incoraggiamento.

 

5 – La Commissione di Giuria è composta da esponenti del panorama culturale e letterario ed è presieduta dal poeta e critico letterario dott. Lorenzo Spurio. Essa è formata da Rosanna Di Iorio (poetessa), Rita Muscardin (poetessa), Emilio Mercatili (poeta) e Lella De Marchi (poetessa).

Oltre a stilare la graduatoria dei dieci poeti vincitori, la Commissione di Giuria scriverà e renderà pubbliche le motivazioni relative ai primi dieci premi e al Premio Speciale “Renato Pigliacampo”. Il Verbale della Giuria, con l’elenco di tutti i nominativi dei premiati e dei segnalati e le decisioni ultime della Commissione di Giuria, sarà inviato via e-mail a tutti i poeti partecipanti e reso pubblico online.

 

 

Per maggiori informazioni: 

Segreteria del Premio: poesia.portorecanati@gmail.com

Evento FaceBook: https://tinyurl.com/yanajebw

 

 

Verbali di giuria delle passate edizioni:

XXVIII Edizione (2017): https://blogletteratura.com/2017/08/28/xxviii-concorso-di-poesia-citta-di-porto-recanati-premio-speciale-renato-pigliacampo-il-verbale-di-giuria/

XXVII Edizione (2016): https://blogletteratura.com/2016/03/19/xxvii-concorso-int-le-citta-di-porto-recanati-premio-speciale-r-pigliacampo/

XXVI Edizione (2015): https://blogletteratura.com/2015/08/18/xxvi-concorso-int-le-di-poesia-citta-di-porto-recanati-il-verbale-della-giuria/

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” L’Aquila me’ ” poesia in dialetto abruzzese di Lucia Bonanni con traduzione

L’AQUILA ME’

poesia di LUCIA BONANNI 

L'Aquila con alle spalle il Gran Sasso
L’Aquila con alle spalle il Gran Sasso

“A mà, appiccia poco la televisiò !

E tu statte fittu che tengo vedè.”

“Temè que è successo lloco jò !

 Uh Ggisù, Giuspp’e  Maria, è tuttu ‘na finanziò…

…se so spallate le case e pure ij titti delle chiese.”

“Ippure L’Aquila me’

era ccuscì bella  cheDiosololosa,

fatte cuntu que era la raice de j’Abbuzzu.

Quanno ji era ‘na quatranetta

se po’ ‘ice que de machine ce ne steeno poche

e a ll’appee la  putij girà come vulij

e pure iju Gran Sassu beju se vedea.

E po’ ci stea quela fabbrica  de Nunzia

que fecea certi torrò que ereno ‘na  puisia.!

Certo d’inverno le sparrozze se conteeno a mmjjara

e te fecea recrignià la bbfirina

ma l’istate  duùnque te putij assettà a ll’ppascina.

Me ve’ mmente que ‘nanzi a ‘nu bbargò

ci stea sempre ‘nu citulu  cchiu laju de ‘nu porcu

que la matina se magnea solo la pulenna

senza mancu ‘na ndicchia de sarciccia.”

« Mbe? Que te guardi?  Que ne vo’ ‘nu pocu ? » Me dicea.

“Sci fregatu, quatrà, de quesso ne tengo propriu ‘na gulìa !”

“Quijju capisciò de ju bbalìu volea sempre bbuscarà

‘nu poru caferchiu que da  Cese venea

a venne ‘npiazza certi fugni e ‘na poca lena.

‘Na òte unu de Prituru

cucinò la orpe invesce de ju lebbre e la fece magnà

a ‘na commare que co’ issu tenea ‘nu beju bùffu…

E la maestra della Forcella addò la mitti?

Quela sì que era ‘na  bbrava cristiana

e, se no me sbajo, venea dalla Toscana.

Certo se fecij  iju  cialoticu te  fecea pure ‘na bella refrescata

ma a noiatri ci volea  bbene assà a tutti quanti.

Ma mo’ l’Aquila me’

pe’ iju tarramutu s’è tutta sciricata

e ji è dammò que no ci vajo e la volesse propriu revetè.

Speremo que quijju calandòme

que tè ‘na freca de fèrchi e se vede sempre alla televisiò,

lèstu lèstu la po’ rabbiricà.

Ma se fa ju campanaru e no lo fa

ij demo ‘na callarella e ‘nu maleppeggiu

e tuttu incaucinatu assieme a’ iatri

iju mannemo a laorà.”

pduomo

L’AQUILA MIA

DI LUCIA BONANNI 

Mamma, per cortesia, accendi la televisione!

E tu stai fermo che voglio vedere!

“Guarda cosa è successo laggiù!

Oh mamma mia, è proprio una rovina…

… sono crollate le case ed anche i tetti delle chiese!”

Eppure l’Aquila mia

era di una bellezza che non ti dico.

Pensa che era il centro antico dell’Abruzzo.

Quando io ero bambina

di macchine ce n’erano assai poche

e in tutta tranquillità per le strade si poteva camminare

e nel suo splendore anche il Gran Sasso bello si poteva ammirare.

E poi c’era quella fabbrica di Nunzia

che faceva dei torroni che erano una delizia!

Certo d’inverno i ficchi di neve cadevano grandi e fitti

ed il vento gelido ti faceva rabbrividire,

ma in estate del piacevole frescolino potevi usufruire.

Mi ricordo che davanti ad un balcone

c’era sempre un bimbo sudicio e solo

che la mattina mangiava soltanto la polenta

senza neanche un pezzettino di salsiccia.

“Che hai da guardare. Ne vuoi un poco?” Mi diceva.

“Povero sciocco, di quella roba lì non ne ho certo voglia!”

Quel furbacchione di un banditore

voleva sempre imbrogliare un povero cafone

che da Cese veniva al mercato cittadino

per vendere pochi funghi ed un carico di legna.

Una volta uno di Preturo cucinò la volpe invece della lepre

e la fece mangiare ad una sua commare

che con lui aveva un bel debito di scommesse…

E la maestra che insegnava alla Forcella te la ricordi?

Quella sì che era una brava persona

e, se non sbaglio, veniva dalla Toscana.

Sicuro che se non ti comportavi bene

ti dava anche una bella punizione

però a tutti quanti noi era tanto affezionata.

Ma adesso L’Aquila mia

per il terremoto è tutta danneggiata

ed io è da tempo che non ci vado

e la vorrei proprio rivedere.

Ci auguriamo che quel galantuomo

che possiede una gran quantità di denaro

e si vede sempre in televisione

svelto-svelto la possa sistemare.

Ma se fa il tonto e non lo fa

gli diamo un secchio e una piccozza da muratore

e con gli indumenti tutti sporchi di calce

insieme agli altri lo mandiamo a lavorare.

La presentazione del volume “Dolce terra di marca” domenica 9 nov. ad Agugliano (AN)

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“Dolce terra di marca, fiabe popolari marchigiane”
 
 
Le fiabe popolari mantengono nel nostro tempo la capacità di incantare. Le innumerevoli trasposizioni e trascrizioni, le opere teatrali, multimediali, i film, in cui vengono continuamente riproposte, testimoniano la loro vitalità. La fiaba parla all’immaginario degli uomini, apre alternative alla realtà quotidiana con un linguaggio schietto, immediato, essenziale. Dolce terra di Marca raccoglie le fiabe marchigiane nel dialetto con cui sono state trascritte dalla viva voce del popolo da parte di studiosi quali Antonio Gianandrea, Guido Vitaletti, Luigi Mannocchi, con accanto una trascrizione nell’italiano corrente per la comprensione di termini dialettali inusitati, a volte sconosciuti. Ogni fiaba è corredata da note di lettura, proposte per cogliere con immediatezza contenuti originali, suggestioni, aspetti di contesto territoriale.
Ad illustrare i testi, le immagini curate dagli studenti della Scuola Internazionale di Comics di Jesi che hanno interpretato i racconti con una prospettiva di lettura originale e contemporanea.
 

 
 
Laura Borgiani, Flavia Emanuelli, Mirella Mazzarini, marchigiane, hanno collaborato, per una specializzazione post-laurea, ad uno studio di analisi sulla fiaba popolare delle Marche. A distanza di anni si sono ritrovate dopo esperienze di lavoro differenti, a lavorare intorno alla fiaba di tradizione marchigiana per riscoprirne il valore e la vitalità. Ne è nato il progetto di favorire la conoscenza e la diffusione di un patrimonio di memoria legato all’identità del territorio.

Mariuccia Gattu Soddu, poetessa orunense con un testo-atto d’amore per la sua terra

COMUNICATO STAMPA

 

Mariuccia Gattu Soddu_coverTraccePerLaMeta Edizioni è felice di annoverare tra i suoi autori la poetessa sarda Mariuccia Gattu Soddu, nativa di Orune, città alla quale dedica l’intera opera dal titolo Ricordi di Sardegna: Orune nel cuore e nella storia. La donna traccia con attenzione e vividezza l’anima di Orune che nel tempo ha visto immancabili cambiamenti, tanto che il libro che si compone di una prima interessante parte saggistica, è anche un valido manuale di carattere antropologico per poter conoscere un territorio che vive nel cuore della donna generosamente donato con questa opera dal grande valore contenutistico e sociale.

Ad aprire un lavoro che è già ricco ed esaustivo di suo, è una nota critica del giornalista sardo Luciano Piras nella quale si legge: “Intere parti sono pensate e scritte tutte in orunese doc, patrimonio di una cultura, di una mentalità, di un mondo, agropastorale e arcaico, ricco di storia e tradizioni. È la cultura di un popolo di contadini, pastori, poeti, tenores ed emigranti. Orune era e resta il paese del vento, del vento che fischia, del vento che suona, del vento che carezza, vento che schiaffeggia. [Mariuccia Gattu Soddu] ha iniziato a “giocare” con la letteratura in lingua sarda “soltanto” nel 1993, così almeno dichiara lei stessa, anche se è chiaro che ha sempre avuto il vento in faccia, il vento della poesia, il vento del paese dei poeti”.

 

L’autrice:

Mariuccia Gattu Soddu (nome anagrafico Gattu Maria), insegnante in pensione, è nata a Orune nel 1936 e risiede a Nuoro. Dal 1993 si dedica alla letteratura in lingua sarda.

Ha partecipato ad alcuni concorsi letterari ottenendo premi per la prosa (Premio Montanaru a Desulo per tre edizioni consecutive: 1° premio; 2° premio; 1° premio) e segnalazioni per la

poesia (Premio Remundu Piras a Villanova Monteleone; Premio per l’Ambiente a Sarule; Premio Logudoro a Ozieri).

 

 

SCHEDA DEL LIBRO:

Titolo: Ricordi di Sardegna: Orune nel cuore e nella storia
Autrice: Mariuccia Gattu Soddu
Editore: TraccePerLaMeta Edizioni, 2014
Pagine: 112
Isbn: 978-88-98643-07-3
Costo: 10€
Link alla vendita
 

  

Info:

www.tracceperlameta.org –  info@tracceperlameta.org 

“Il silenzio della neve” di Giuseppe Filidoro: un romanzo antropologico. Recensione di Lorenzo Spurio

Il silenzio della neve
di Giuseppe Filidoro
Osanna Edizioni, 2013
Pagine: 275
ISBN: 97888881673469
Costo: 13€
 
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

 “Ogni uomo, anche il più buono e onesto, diventa tanto meno sensibile alle disgrazie altrui quanto più aumenta la distanza dal luogo dove è sentita la sofferenza” (100)

 

coverUn libro “parlato” questo di Giuseppe Filidoro dove lo scrittore utilizza il genere del romanzo, ma non disdegna nella sua perfetta padronanza scrittoria di eclatanti squarci lirici né di inserire storie nella storia come un’ardimentosa costruzione a matriosca. E in effetti la trama di questo libro è fatta dalle cose semplici, dai piccoli fatti che accadono quasi inavvertitamente e sempre uguali in un anonimo e desolato villaggio di paese. All’autore non interessa tracciare precise coordinate geografiche dove collocare l’intera storia, anche se al lettore con un minimo d’attenzione non farà difficoltà a capire che la storia è ambientata in quel sottobosco di vita popolana e popolaresca di una classe subalterna che si trova a vivere il passaggio tra prima-dopo, tra vecchio-nuovo, tra certezze e desiderio di espatrio per una maggiore realizzazione. Sono alcuni elementi che Filidoro dissemina qua e là nel libro a dirci che ci troviamo nel Meridione: si parla del vino Aglianico, un vino rosso che viene prodotto principalmente nella zona della Campania, Basilicata e Puglia ed anche il “lampascione” (una variante di cipollotto) è in effetti tipica di quelle zone mediterranee. A rafforzare l’idea che ci si possa trovare in territorio del sud Italia, è il continuo utilizzo dell’accrescitivo “assai” nel linguaggio comune dei tanti personaggi, posto in posizione finale, com’è appunto caratteristico di questa parlata locale, che per alcuni è una vera e propria lingua.

Proprio per l’intreccio intelligente di cui sopra nel quale Filidoro è come se prendesse il bandolo di più matasse e li mischiasse con il risultato di ottenere una massa amorfa di fili difficili da individuare all’occhio se non fosse dal loro diverso colore, questo libro ci immette direttamente in un mondo di provincia del dopoguerra dove si ritrovano molti degli elementi e delle inquietudini della gente di quel periodo: l’essere orfani perché si è perduto il padre in guerra, il non aver avuto mai notizie di proprio marito perché probabilmente deceduto in qualche missione di guerra come avviene alla vecchia Mezzavedova, la novità e il progresso visti sia attraverso nuove e salvifiche introduzioni quali quella della televisione, ma anche per mezzo del mito americano che a sua volta motiva la migrazione in una terra che agli occhi di rozzi provinciali non è altro che la terra promessa.

E’ un romanzo popolare, questo di Filidoro, ma a differenza della letteratura naturalista non si sofferma solo a dipingere il tessuto di una comunità nel suo ambiente, perché va anche ad approfondire che cosa succede nella mente dell’uomo e della collettività quando accade qualcosa d’inaspettato che si configura, quindi, come misterioso. Nel romanzo assistiamo, soprattutto nella seconda parte del libro, ad almeno due eventi che caricano la narrazione d’intrigo e che tengono incollato il lettore alla disperata ricerca della verità. Ma la verità, della quale parlano alcuni personaggi della narrazione, è sempre qualcosa di inafferrabile se non è possibile affidarsi su fatti certi, esperiti direttamente: “In assenza di prova contraria, il plausibile prende con forza il posto del vero, affermandosi senza possibilità di smentita” (225).

Filidoro dà voce a un’intera popolazione tracciandone le caratteristiche che determinano ciascun compaesano agli occhi degli altri con una tecnica denotativa d’impatto, che è quella del soprannome o del nomignolo, trasmettendo al lettore quali sono i veri motori di un mondo provinciale, campagnolo, che sembra essere addormentato e in attesa di qualcosa. La narrazione di Filidoro ricorda la prosa oculata e puntigliosa di Verga e nel riferimento alla migrazione dal sud verso al nord della quale si parla nelle prime pagine con la creazione dello stereotipo terroni/polentoni sembra di sentire Vittorini della Conversazione in Sicilia. E’ una narrazione questa del Nostro che affonda nel culto e nel richiamo della terra, nell’autenticità di legami familiari e religiosi che ancora si conservano in una dimensione corale che, proprio come richiama il titolo del romanzo, Il silenzio della neve, sembra rimanere in fase di latenza e, pur curiosa del mondo nuovo che si prospetta con il progresso o con il mito americano, rimane salda alle sue radici e ritualità. Perché in fondo questo è un romanzo che ha in sé una grande forza del parlato, di quel senso forte di comunità che si realizza attraverso azioni rituali, quasi ridondanti, quali la partita a carte al bar, la preghiera o la frequentazione in Chiesa, la passeggiata o lo spiare non visti dietro le ante delle persiane.

La comunità preserva se stessa e parla di se stessa, si anima, si costruisce e si difende: ne sono testimonianza le tante chiacchiere, supposizioni, dicerie, pregiudizi, voci di rione, attribuzione di nomignoli che si sommano a superstizioni, pensieri che non trovano verifica, idee, paure e continue ricerche di spiegazioni. Filidoro dà la voce a ciascun personaggio, come se si avvicinasse a lui con un microfono e lo lasciasse parlare, proprio perché debbono essere tutte le anime del paese a dire la loro, a costruire quel senso di coesione che solo nell’abbraccio corale della comunità è possibile.

Ed è per questo che il realizzarsi di due fatti eclatanti, da sempre estranei a quel mondo e sonnolento, vengono a significare incomprensione, inquietudine e un arrovellamento continuo degli autoctoni come in un romanzo di Thomas Hardy: l’arrivo di un uomo “misterioso” e l’uccisione di un certo Settedenari che poi, dopo indagine lente e inconcludenti, si scoprirà essere un caso di strozzinaggio locale. Ma in che misura poi un uomo può essere “misterioso”? Il mistero, il fascino misto a paura, è un qualcosa che viene da una nostra suggestione privata di fronte a qualcosa e non è una proprietà intrinseca della cosa stessa. Ed ecco che il nuovo, le introduzioni di ciò che normalmente non è stato fatto, un rituale che si rompe o che si sospende, viene anche ad avere forti connotati di carattere misterico. Si pensi a questo riguardo alla sapienza esoterica di Angelina Sapone che in effetti ha tutte le caratteristiche della vecchia megera profetica e conoscitrice dei destini altrui, una sorta di strega dal karma buono. Come in ogni tradizione che ha una buona origine nel mondo contadino del culto e del lavoro della terra, la religione si pone a metà strada tra devozione e confessione, appoggiandosi sulla stampella della ritualità, della sapienza occulta, della superstizione (si veda le “fatture” della Sapone) e alla credenza nel Male (che è pure di derivazione biblica) ma s-denaturalizzata e usata come motivo di tormento e condanna. Ed è in questo mondo che sembra essere in apnea, respirare solo nei momenti “pubblici” durante lo struscio, in chiesa o in seduta dal barbiere che si galleggia in una ritualità stanca che si perpetua quasi in maniera inconsapevole come motivo di recupero e di difesa di quella memoria contadina, di quel modo di fare e vivere le cose in maniera dicotomica: condivisa, partecipe e (sembrerebbe) entusiasta nei pochi e ripetuti momenti conviviali e dall’altra silenziosa, osservatrice, omertosa e indagatrice anche tra gli stessi compaesani. L’Appuntato, che sarà chiamato ad investigare sul delitto di Settedenari, è anche lui un uomo stanco, poco interessato e quasi indifferente e preferisce mettere in galera il primo che, anche con una schiacciante mancanza di prove, secondo lui potrebbe essere l’assassino. La sua figura produce una leggera reminiscenza nel cervello del lettore del celebre capitano Bellodi che ne Il giorno della civetta veniva chiamato a risolvere un caso intricato di mafia trovando incomprensione, freddezza e gente sempre pronta ad ostacolarlo nelle sue ricerche.

Questo di Filidoro è anche un libro ricco di pillole di saggezza, di riflessioni acute che, se sembrano rasentare l’ordinario, in realtà sono foriere di un pensiero ragionato, introspettivo, filosofico come quando il narratore, con estrema pacatezza e con un buonsenso d’altri tempi, osserva: “Ogni azione, dalla più piccola e insignificante a quella più laboriosa e complessa, un giorno, spesso del tutto imprevedibilmente, è compiuta per l’ultima volta, senza che ci sia la possibilità di fermare nella memoria l’istantanea di questo momento irripetibile, per poter un giorno farlo rivivere nel ricordo” (72).

La ritualità della gente di paese si sposa con la circolarità metereologica: assistiamo a un “caldo cocente del sole pomeridiano di fine luglio” (89) nei primi capitoli che poi nella parte terminale del romanzo lascia il posto a un freddo asciutto dominato dalla coltre candida della neve. Un romanzo popolare, dunque, ma anche un romanzo psicologico e antropologico, che mostra un’attenta disamina da parte dell’autore del legame stretto tra singolo e comunità in una dimensione di provincia che sembra arretrata e conservare i suoi antichi modelli degradati a obsoleti, ma dove l’autore indaga la fitta rete di rapporti tra i paesani, come in un prisma dalle infinite tinte cromatiche. Un romanzo sul silenzio che spesso si cerca e quasi mai si trova e che fa da intervallo tra un prima e un dopo, che esorcizza una pausa o una ricerca di tregua, un silenzio che si fa assordante e deprimente e che si uguaglia al sentimento di morte dove la materialità si dissolve in un fremito di sospensione e leggerezza che amplia il mistero e addolcisce il ricordo: “Il passaggio del vento impetuoso tra gli anfratti della valle sottostante era l’unico suono percepibile, mentre l’ovattato dominio della neve pacificava ogni altro rumore, fino ad avvolgere l’intero paese in un glaciale silenzio” (252).

 

 

Lorenzo Spurio

 

 

Jesi, 11.03.2013