“Specchio a tre ante” di Annella Prisco. Recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

L’elemento fisico, e con esso la metafora, dello specchio risultano, se si volesse fare una disanima in termini cronologici, senz’altro uno dei temi, tanto da divenire topos, della letteratura di tutti i tempi e di ogni luogo. Si pensi, solo per accennare in maniera alquanto vaga, quanto la sua presenza sia importante nel mondo della favola e della tradizione popolare in generale ma anche nel mondo del teatro dove, probabilmente, non si può eludere di ricordarsi di Riccardo II, il povero regnante plantageneta che, nella penna del Bardo Inglese, assiste alla sua decadenza proprio dinanzi a uno specchio che non dà più il riflesso di quell’immagine sicura del sovrano e che, nella rottura del vetro riflettente, palesa l’ineludibile disintegrazione della sua identità e, con essa, del suo regno. Questo per dire quanto lo specchio, oggetto del quale oggigiorno non possiamo assolutamente fare a meno, sia rilevante nell’ordinario di ciascuno di noi per la sua capacità di rivelare un altro da noi che, però, ne è sembianza. Nel nuovo romanzo della campana Annella Prisco, Specchio a tre ante (Guida Editori) ciò si evidenzia sin dal titolo che “rispecchia” – si consenta il doppiogioco – la centralità di questo oggetto che, ben al di là di mero suppellettile, diventa rivelatore dell’identità, della realtà circostante, confidente, presenza tacita che accompagna la protagonista Ada nel corso delle sue varie vicende. Addirittura è uno specchio a tre ante, che si specchia nello specchio, accrescendo il sistema di prospettive e di vorticismo, in base al grado di apertura di una delle ante e, ovviamente, alla posizione dell’osservatore.

La citazione del portoghese Pessoa, genio degli eteronimi (che non sono che specchi d’identità), in apertura al volume va subito nella direzione della particolarissima capacità dello specchio di recepire immagini per trasfonderle e duplicarle e, al contempo, per riflettere spiragli e bagliori imprevisti a seconda delle fasi di luce del giorno e alla posizione del soggetto. Qui, infatti, si parla dell’esigenza di “dare ad ogni emozione una personalità”, ne discende che lo specchio, in questo continuo – a tratti ricercato, altre volte fortuito – percorso volto a una ricerca di confronto non può che assurgere a catalizzatore primario della storia contenute in questo romanzo.

Le vicende di Ada sono narrate con perizia e grande padronanza del linguaggio dall’autrice Annella con un escamotage utilissimo e agevole, tanto per chi scrive che per chi legge, che è quella d’istituire, man mano che la narrazione prosegue, due piani temporali differenti. L’intenzione non è propriamente quella di dare un plurimo punto di vista su una medesima storia – come tanta narrativa ha fatto e continua a fare – né di prendersi gioco del lettore. Tutt’altro. L’avvicinarsi alla materia narrata talora in prima persona e il distanziarsene – sembrerebbe – in terza persona dà alla narrazione quel respiro che diversamente non avrebbe e non farebbe l’opera così ben riuscita, compatta, fluida, da portare il lettore a leggersela senza staccare mai gli occhi dalle pagine. Questa doppia impalcatura ha anche un altro effetto molto positivo che è necessario sviscerare: nei periodi che segnano un cambio di piano temporale, nell’avvicendarsi tra un “qui” e un “lì”, tra un “io” e un “sé”, tra un presente e un passato prossimo, il lettore intuitivamente mette in moto tutta una serie di processi intellettivi e mnemonici che gli consentono di “collaborare” fattivamente alla costruzione della storia. Ciò sembra qualcosa di paradossale si dirà: la storia è quella che ha scritto l’autore e non è che il lettore può leggere in essa ciò che, sulla carta, non appare. E questo è immancabilmente vero. Ma è anche vero che ogni buon libro di letteratura – non solo di narrativa, dunque – come già osservava Umberto Eco – è in grado di fornire una lettura ampia e allargata, potenzialmente infinita, proprio grazie a quel procedimento di mimesi e di riconoscimento (che spesso ha davvero qualcosa di analogo all’empatia verso un personaggio) che si origina (e viene mantenuto) tra lettore e la storia. C’è, in altre parole, un qualcosa d’inspiegabile che porta, nel profondo coinvolgimento che si vive leggendo una storia d’altri che potrebbe essere la nostra, quella del nostro vicino o quella di nostra sorella, a una sentita esigenza di leggerla (per intero, subito) e farla propria con foga, di viverla proprio come gli stessi protagonisti.

La narrazione segue la storia di una donna matura che, pur dotata di un carattere ben solido e dall’animo intraprendente, non ha remore di affrontare la vita e di rimboccarsi ogni volta le maniche dinanzi alle delusioni, agli scoramenti, ai momenti che potrebbero aprire a una depressione e che, invece, lei sperimenta ed elabora con coscienza e grande animo. Annella Prisco con questa narrazione affronta numerose tematiche che, in fin dei conti, non sono che sfilacci della vita odierna di tante famiglie, di tante donne alle prese con dissidi interiori, velleità, desideri che sempre più s’imprimono e che necessitano un felice appagamento. Ritroviamo in questo romanzo – arricchito in chiusura da una sintetica ma puntuale nota critica della scrittrice Isabella Bossi Fedrigotti – le ragioni e le criticità che s’impongono tra le mura domestiche dinanzi alla verità – scottante e spesso difficile da accettare – della fine di un matrimonio con tutto ciò che questo comporta. Anche le recenti statistiche non hanno mancato di sottolineare come le coppie, per una miriade di ragioni, sono sempre più vulnerabili e non solo quelle di recente formazione. Può succedere, infatti, che ci si scopra annoiati dalla vita, veramente frustrati, insoddisfatti della propria relazione coniugale data un po’ per scontata, sterile e fossilizzata, priva di grande entusiasmi, solamente quando una nuova occasione s’interpone al normale e ossidato corso degli eventi. Ecco che Ada, sulla spinta di uno stato di disagio col quale vive da tempo (forse come fanno tante madri solo per non dare un dispiacere al proprio figlio evitando che la decisione della rottura col padre agisca in termini negativi sulla sua crescita) dinanzi a un marito disattento e completamente abulico. Deciderà di non lasciarsi scappare una possibilità di rivincita. Comprende, infatti, che la felicità non è qualcosa di distante e impensabile per lei ma che può ritornare ad albergare in lei: dovrà solo concedersi agli eventi favorevoli che si prospettano. Dinanzi a una storia che, pur tra molti bassi e tanta indifferenza, si è protratta per anni si comprende che non è affatto semplice – soprattutto per non minacciare il benessere del figlio – prendere una decisione drastica, che in un istante, come con un colpo di spugna, cancelli tutto il “prima” ed apra a un “poi” radioso.

L’incontro fortuito con Libero (importante questo nome che, già in sé mostra il segno di una ritrovata libertà e pacificazione per la protagonista) è il preludio a una storia d’amore che, come la Prisco ben narra, non mancherà di mostrarsi nelle sue pieghe più passionali e ardenti. È il recupero di quella voglia dimenticata forse perché rimossa dalla quotidianità appiattita e dal disinteresse generale che la coppia pluridecennale in taluni casi può produrre. Tuttavia nulla è lasciato al caso e questo personaggio, ai fini della storia, è molto più di questo. Vengono richiamate altre tematiche come il dolore per la malattia e la morte della moglie, i disturbi alimentari dell’unica figlia che vive in una struttura che se ne prende cura. Entrambi, Ada e Libero, sono anche esempi di persone intraprendenti in campo professionale, spinte da nuove sfide, dalla ricerca, dalla continua voglia di migliorarsi, mettersi in gioco, approfondire studi, che danno dimostrazione di una grande capacità intellettiva e di resilienza. Sono, infatti, gli incontri di questo percorso di formazione che avvengono a Firenze – una città che non è la loro – i primi piccoli germi di questa veloce conoscenza che ben presto sboccerà in un amore vigoroso.

Una particolare nota di merito va manifestata nei confronti dell’attenta descrizione degli spazi: la protagonista vive a Roma, sebbene nel suo cuore abbia un posto intatto l’infanzia e i ricordi della casa di Acciaroli, nel Cilento, dove pure ritorna, per staccare la spina e ritrovare se stessa, ritrovare i suoi spazi, interpellare la sua anima. La gran parte della narrazione vede come scenario il capoluogo toscano con attentissime descrizione degli spazi (bella la scena al noto Caffè “Le Giubbe Rosse” di Firenze in Piazza della Repubblica), delle caratteristiche vie cittadine, dei colori, degli effluvi che si sentono passeggiando finanche delle pietanze prelibate che rendono caratteristiche determinate città. Molti degli incontri, dei dialogici e dunque delle occasioni di confronto e di conoscenza si sviluppano proprio durante appuntamenti per pranzare o cenare insieme e gli alimenti assieme ai vini vengono ad assumere un significato che è quello comunemente inteso: di gusto per il bello (e il buono) e di un piacevole conversari. Tra le città citate non va dimenticata neppure la porzione di testo che ha come ambientazione Bologna dove i due si recano per visitare la figlia di lui.

Continui, nel corso del romanzo, i riferimenti all’oggetto specchio sul quale Ada, nelle varie città dove si trova, di varie abitazioni e anche della cabina della nave crociera dove andrà con Libero, non può fare a meno di richiamare. Si tratta, come si vedrà, di un oggetto che nutre un fascino particolarissimo in lei, sempre nuovo e accentuato, che amplifica di volta in volta quel desiderio di ricerca interiore e di confronto con un’alterità che va ricercando da tempo. Vediamo a continuazione le varie occorrenze dello specchio nel corso della narrazione e i relativi universi semantici e simbolici che essi arrecano. La prima volta che viene richiamato lo specchio è alle pagine 20-21 dove leggiamo: “Da sempre, ancora quando era un’adolescente acerba e prossima ad affacciarsi alla vita, Ada aveva avuto un rapporto molto forte con lo specchio, forse per il bisogno di ritrovare in quell’immagine che le restituiva la superficie levigata di un portacipria, di uno specchietto da borsa o ancora di più di uno specchio di ampie dimensioni, una conferma alla propria identità”. A questa citazione, poche pagine dopo, entriamo nel mondo autentico di Ada bambina, ora che ha fatto ritorno nella casa d’infanzia nel Cilento, dinanzi a un possente specchio tripartito molto particolare: “Un oggetto d’altri tempi, ma in perfetta sintonia col suo temperamento, e che aveva esercitato su di lei da sempre un richiamo particolare perché le tre ante nelle quali sin da ragazza amava specchiarsi, le restituiscono in questa serata di giugno la sua immagine di oggi, ritrovando il suo viso di donna interessante, certo non più giovanissima, con quelle pieghe d’espressione accentuate stasera ancor di più dalla stanchezza del viaggio […] Sorseggiava un succo di pomodoro estratto dalla borsa termica sistemata nel fondo dello zaino, pur non avendo ancora trovato la risposta al perché la sua vita si sia scissa su due binari, le due ante laterali di quell’oggetto antico, che riflettono i due profili diversi, ma combacianti del suo viso” (pag. 39). Lo specchio si mostra rivelatore dello stato fisico della donna: oltre a definirne i caratteri fisiognomici e somatici ne detta in qualche modo l’età e il grado di stanchezza. Nelle occorrenze successive, invece, quando il rapporto tra Ada e Libero si concretizza ed esplode in amplessi appassionati, lo specchio diviene talora elemento di soddisfacimento d’immagine e di esuberanza, di un sano narcisismo e di godimento della bellezza, fino a una vera esaltazione del corpo, dell’intreccio dei corpi che, nella sua sembianza riflettente, invade la stanza e amplifica l’ardore e il coinvolgimento dei due. Vediamo gli esempi più distintivi di quanto si sta dicendo. Alle pagine 98-99 così possiamo leggere: “Liberatasi rapidamente dagli abiti che indossava, Ada scavalcando il bordo del piatto doccia in ceramica bianca, si accorse di un lungo specchio verticale che era posizionato proprio di fronte alla cabina a cui si era accostata incominciando a far scorrere l’acqua […] Vedere l’immagine del suo corpo completamente spogliato riflesso nel lungo riquadro che la fronteggiava, accelerò la pulsione erotica che da più ore le bruciava dentro, e contemporaneamente ravvisava nell’immagine riflessa la sagoma del suo corpo che le appariva gradevole con la certezza di poter suscitare attrazione e interesse” e poi, ancora, alle pagine 125-126[1]: “Fu una notte lunga e appassionata in cui fecero l’amore in più riprese, dapprima in piedi contro la parete a specchio che restituiva, nel riflettere le immagini dei loro corpi abbracciati, messaggi densi di erotismo, e poi abbandonati sul letto a baldacchino”.

La scrittrice napoletana Annella Prisco, autrice del romanzo “Specchio a tre ante”

Attratta dagli specchi quasi fino ad esserne ossessionata, anche durante l’unione carnale che si consuma nella stanza privata durante la crociera Ada non può mancare di vederne uno. In questo momento, però, succede qualcosa diverso: la donna sembra non riconoscersi. La stanza non è avvolta da una luce completa, è vero, e la visibilità potrebbe essere ridotta ulteriormente anche dal fatto che ha bevuto del vino e dunque non riesce a visualizzare in maniera distinta. Ma è anche vero che qualcosa del genere, come si è visto nell’elencazione degli estratti dove lo specchio viene richiamato, non era mai accaduta. Esso aveva sempre rappresentato un mezzo per vedere, per riconoscersi, Ada lo aveva impiegato per ritrovarsi, per vedersi riflessa e avere visione del suo corpo, della realtà. In questo momento, invece, è come se si fosse anteposta della foschia, una cappa indistinta che occulti la libera visione dell’oggetto. È un qualcosa che ha, se non proprio del premonitore, senz’altro del preoccupante: viene da pensare l’azione di chi si sporge verso la cavità di un pozzo volendone scorgere il fondo, o per lo meno vedere l’acqua, e non trova che il nero più fitto. Si tratta di un’increspatura di quel libero vedere, mostrarsi e riflettersi, che Ada ha sempre dato e ricevuto dal rapporto con lo specchio. Riportiamo i relativi estratti: “L’abitacolo era caldo e accogliente, con le pareti rivestite di radica, un comodo armadio a muro dagli sportelli a soffietto e un confortevole letto ad una piazza e mezzo ricoperto da una morbida trapunta di piume d’oca, e su di un lato uno specchio stilizzato, con faretti luminosi sugli angoli” (pagine 156-157) e “Spensero ogni interruttore, lasciando acceso soltanto un faretto posizionato in un angolo dell’abitacolo. Ada attratta dalla superficie dello specchio che fronteggiava il letto, per qualche attimo quasi non si riconobbe, perché l’effetto del vino già si faceva sentire” (pag. 161).

Il ritorno alla casa di Acciaroli, con il quale si apre e al contempo si chiude il romanzo, in questa narrazione che non solo è ciclica ma per scaglioni e frastagliata come s’è detto, è significativo perché è un ritornare a vedere. Dopo l’offuscamento sperimentato dello specchio e l’interdizione dinanzi all’accaduto (…) Ada, donna di grande forza che ha imparato a ergersi sopra alle ingiustizie della vita fortificandosi, ritrova la luce che riconsegna l’immagine di sé. Così scrive Annella Prisco nella pagine finali di questo stupendo romanzo: “Intontita si avvicina al comò e guarda fissa l’immagine del suo volto disfatto e segnato, riflesso nelle tre ante della toilette antica. I due profili del viso, pur con impercettibili differenze, combaciano e si ricompongono nell’interezza dello specchio centrale” (pag. 167) e “L’enigma si scioglie nel suo specchio a tre ante, dove da sempre, tante volte, si è rispecchiata… Il suo, uno dei rari nomi palindromi, racchiude il significato di una vita intensa, doppia, che si legge e si vive su un percorso di andata e ritorno, su due piani speculari, paralleli e complementari” (pag. 169).

Questo ritorno ad Acciaroli, questo ritornare a specchiarsi (e a vedersi) nello specchio a tre ante non è una conclusione in quanto tale, ha più la forza di un’illuminazione catartica e salvifica al contempo, motivo trainante di un ulteriore gradino della vita superato, pur con difficoltà. Lo specchio a tre ante che fa dialogare passato e presente e che pone in superficie non solo la Ada del momento, ma la summa delle Ada che fin lì l’hanno contraddistinta, permette quella ripartenza necessaria verso un oltre a cui la protagonista dovrà darsi per cercare di seguire in quel cammino di luce nel quale ha creduto e dovrà distinguere tra le fosche ombre che l’attorniano. Lo specchio per la protagonista – un po’ come per noi tutti nella nostra vita – mostra la sua duplice funzione – speculare, appunto – nel rimandare l’immagine che gli si para innanzi ma anche, in maniera meno visibile, di ricercare e rimestare nell’interiorità del singolo, permettendo l’auscultazione del profondo, come una radiografia dell’anima.

Le vicende che la Nostra dipana nel corso del libro sono quelle della vita ordinaria dell’uomo che è improntato sempre alla ricerca della felicità. Elaborate le ragioni che dettano l’impossibile conservazione della felicità (o il ripristino della stessa) Ada – come in una progressione da Bildungsroman – comprende che non ha senso (e non andrebbe a suo beneficio a lungo andare) essere remissivi nei confronti della vita e adagiarsi passivamente su quel che di poco si ha e saggiamente mira altrove perché sa che la vita è una e la felicità è un qualcosa che sempre può essere conquistato. La completa apatia del marito è un lasciapassare vigoroso in questo lento processo di autoconsapevolezza che, pian piano, le permette di fidarsi di un altro uomo, di innamorarsi e di donarsi a lui. È la seconda possibilità che tutti abbiamo (o che dovremmo avere), la grandezza di una donna sola come Ada (si parla sempre e solo di lei in funzione dell’assente marito e dell’amorevole figlio, ma mai di un’ipotetica amica, cosa che la fa essenzialmente una donna sola) è quella di sapersi reggere autonomamente sulle proprie forze, di osare, di non darsi per vinta. Questo amore che nasce con Libero, allora, non può che essere considerato come il traguardo più benevolo e meritato dinanzi alle tante delusioni e i foschi avvilimenti che la vita negli ultimi tempi le ha donato. Ecco perché – non si svelerà qui il finale perché sarebbe ingiusto e tutti i lettori hanno il diritto di sorprendersi dall’explicit tutt’altro che pronosticabile – questo è un romanzo d’amore ma è anche un romanzo di formazione, finanche una sorta di diario personale che prende nota dei vari spostamenti tra città, regioni. Ha il sapore di una storia che conoscevamo già ma che avremmo voluto leggere. Un romanzo che accompagna anche a riflettere in chiave psicodinamica su atteggiamenti e passività umane, su debolezze e sogni che, pur non avendoli rincorsi come avremmo fatto da adolescenti, prima o poi arrivano e stravolgono in bene quel presente asfittico e monotono dal quale pensavamo di non uscire più.

LORENZO SPURIO

Jesi, 31/12/2020


[1] Prima di questo citato vi è un ulteriore estratto nel quale è richiamato l’oggetto dello specchio; esso compare alla pagina 110 e in esso possiamo leggere: “Cercava come sempre di stemperare tensioni ed ansie guardandosi allo specchio, per leggere una risposta in quel pomeriggio da quella lastra quadrata che sovrastava il lavabo nel piccolo bagno dell’appartamento”.

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Il critico Lucia Bonanni esce con la monografia “Linee esegetiche attorno all’opera narrativa di Lorenzo Spurio”

copertina saggio bonanni su triade narrativa_frontale.jpgIn questo studio monografico il critico letterario Lucia Bonanni studia e approfondisce alcune delle tematiche nevralgiche che legano le tre opere di narrativa (racconti brevi) dell’autore jesino Lorenzo Spurio pubblicate nel corso degli ultimi anni: La cucina arancione (TraccePerLaMeta, Sesto Calende, 2014), L’opossum nell’armadio (PoetiKanten, Firenze, 2015) e Le due valigie e altri racconti (Waugh, Viterbo, 2018). Il volume, dal titolo Linee esegetiche attorno all’opera narrativa di Lorenzo Spurio è edito da Photocity Edizioni (disponibile qui e nelle prossime settimane su tutte le Librerie online) e si focalizza su tutti quei mondi inusuali, realtà scaturite da situazioni patologiche, forme di inerzia e abbandono psicologico, luoghi emotivi dove è il paradosso a fare notizia e accelerare il cedimento comportamentale, di cui Spurio parla a livello di fiction. Con grande maestria, senso critico, impegno e competenza culturale l’autore dei racconti indaga fenomeni sociali e di costume, facendo prevalere il complesso di quelle funzioni psichiche, caratterizzate da sintomatologie anomale, disturbi della personalità, relazioni interpersonali e atteggiamenti che determinano fenomeni morbosi. Senza mai scadere di tono e con l’uso di un linguaggio mai futile e banale, ma sempre coerente e pertinente al rigore concettuale e alla temperanza, anche là dove le tematiche trattate sembrano assumere caratteristiche suscettibili di connotazioni avverse e dispregiative, Spurio offre una raccolta riassuntiva, destinata ad enucleare e informare circa la complessità delle reazioni emotive.

 

Lucia Bonanni (Avezzano, 1951) poetessa, scrittrice e critico letterario, ha pubblicato articoli, saggi e raccolte di poesie oltre a recensioni e prefazioni per testi poetici e narrativi. In volume ha pubblicato le sillogi Cerco l’infinito (2012) e Il messaggio di un sogno (2013); ha all’attivo varie pubblicazioni in antologie poetiche, raccolte tematiche e riviste di letteratura. 

Lorenzo Spurio (Jesi, 1985), poeta, scrittore e critico letterario. Per la poesia ha pubblicato Neoplasie civili (2014), Tra gli aranci e la menta (2016) e Pareidolia (2018). Per la narrativa tre raccolte di racconti, qui analizzate. Fertile nella critica letteraria ha pubblicato vari saggi in volume, rivista, siti e in collettanee, principalmente sulla letteratura straniera, prestando attenzione anche alla letteratura regionale per la quale ha pubblicato Convivio in versi (2016, 2 voll.).

“Morte a Milano – Ernest” di Antonio G. D’Errico – Prefazione di Michela Zanarella

Prefazione di MICHELA ZANARELLA

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Lo sviluppo del genere noir è fluttuante, così come si evidenzia nel romanzo di Antonio G. D’Errico, e ancora oggi per i suoi scenari cupi e pessimisti ha i suoi adepti. Il noir tratta la realtà senza tante illusioni di salvezza o miglioramento, dove il male si è impossessato di insospettabili uomini. Le ambiguità delle situazioni sociali suggeriscono il ricorso alla psicoanalisi. Questi complessi fattori rappresentano, in nuce, il lato oscuro del comportamento umano. L’universo del noir è rappresentato per lo più da uomini soli che vagano spinti da motivazioni sconosciute, che risiedono nel profondo del loro passato abusato e travagliato. Sono personaggi spesso rudi, malinconici, che percorrono itinerari cittadini, dove non c’è possibilità di salvezza in una società ostile e internamente malata. Antonio G. D’Errico è uno scrittore di talento che sa muoversi bene in più generi letterari. ‘Ernest. Morte a Milano’ è un noir di qualità, scritto con un linguaggio moderno, avvincente, dallo stile originale e interessante. La trama parte dalla traduzione di un manoscritto di Monnais, già edito in Francia, che l’editore italiano vorrebbe far conoscere ai suoi lettori. Il romanzo si apre sul dialogo tra lui ed un suo collaboratore, al quale chiede con insistenza a che punto sia la traduzione del libro. Il traduttore, preso dalla rabbia e dall’inquietudine per quel comando a sbrigarsi nel lavoro, presenta il protagonista della storia di Monnais: Ernest, un giovane rimasto orfano della madre, mandato dal padre a vivere con gli zii. Qui non voglio svelare alcun altro passo ai lettori. Pagina dopo pagina ci si accorgerà comunque dei disagi psicologici esistenziali, tra cui realtà o fantasie erotiche subite per troppo tempo taciute, sdoppiamenti, riflessi.  Il traduttore, andando avanti nel suo lavoro, presuppone che Monnais cerchi di alleggerire il peso della vergogna, assegnandone una parte a un altro personaggio, la zia, colpevole di un lungo silenzio. Si interroga sulle soluzioni narrative dell’autore francese. Domande e risposte saranno opera dei lettori di questo avvincente noir. Su tutto dominano i bagliori di ombre oscure di Henry James in ‘Ritratto di signora”. Sembra quasi che le esistenze dei personaggi confluiscano in un unicum narrativo dove D’Errico ha la chiave della soluzione. L’autore è abile nel proporre il mistero, suscitando curiosità. Crimini, avvicendamenti, omissioni, omicidi, da chi sono compiuti? In un alternarsi di identità, tra realtà e mistero, si snoda tutta la vicenda che rende particolarmente intrigante il libro di Antonio G. D’Errico, ambientato nella nordica città scaligera. L’autore è riuscito a costruire un noir che ha tutte le caratteristiche tipiche del genere: esiste un assassino, c’è un’indagine, gli indizi e le ipotesi sembrano casuali, ma non è così, nasce una sfida per scoprire il perché, si va alla ricerca di una verità tra vendette e rancori. Si susseguono emozioni e sentimenti contrastanti. Si racconta di violenza, abusi, amore, abbandoni, possessione, nostalgia, gelosia, disagi psicologici e follia: le molteplici fragilità umane. Con un’analisi quanto mai lucida e attenta della società, D’Errico ci proietta in una dimensione in cui finzione e realtà si intersecano e si sovrappongono in un interscambio emotivo: si entra in un labirinto di pensieri e ci si trova a dover scostare il buio, a farlo affiorare per poi poterlo affrontare. La scrittura è matura, consapevole, molto visiva e cinematografica, non ci sono mai tentennamenti narrativi o eccessive forzature e pesantezze linguistiche. Tutto scorre fluido, mentre la suspence cresce scena dopo scena. Si delinea il ritratto di un uomo smarrito e svuotato della sua identità, che non si fida di nessuno, nemmeno di se stesso. Il protagonista incarna l’uomo di oggi senza certezze, vive nel dubbio, crede di saper amare e si aggrappa alla sete di vendetta, pensando che sia l’unica soluzione per risollevare le sorti dell’umanità. Sulla scia di Raymond Chandler, altro maestro moderno del noir, ci troviamo in questo romanzo a scandagliare la psiche, ad affrontarne i limiti, a conoscere la paura, accettandone le contraddizioni. Solo andando oltre le cose e vivendo si può riuscire a trovare il giusto equilibrio. D’Errico ci accompagna in un viaggio dell’anima, dove l’unica soluzione per il lettore è arrivare alla fine.

 

SINOSSI DEL LIBRO

Dino Lenza, traduttore di romanzi gialli, è alle prese con l’ultimo lavoro dello scrittore francese Jean Baptiste Monnais, dal titolo “La morte di uno sconosciuto”. Il protagonista è il giovane Ernest, che è stato vittima da bambino di ripetute violenze sessuali da parte dello zio. Lenza resta scosso da quelle descrizioni, rivivendo le angosce del personaggio, immedesimandosi nei suoi stati d’animo. Trova anche nei tratti somatici del protagonista una certa somiglianza coi suoi. Viene colto da un moto intimo di rabbia, come non si era mai manifestato prima.

Elimina completamente dalla traduzione le pagine scritte dell’autore francese e inizia la scrittura del suo giallo. I toni si fanno aspri e cruenti, il cinismo e la follia omicida non lasciano più uno spiraglio per il perdono. Il commissario incaricato delle indagini, pur nutrendo forti sospetti su tutti quegli omicidi, non riesce a trovare una spiegazione efficace per evitarli.

Una figura di rilievo della narrazione è la zia del giovane traduttore, pittrice famosa e donna di grande bellezza. Il rapporto tra i due lascia intravvedere un’ossessione seduttiva reciproca.

 

L’AUTORE

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Antonio G. D’Errico, poeta, scrittore e sceneggiatore. Premio Grinzane Pavese, nel 1998 e nel 2000. Ha scritto numerosi testi di argomento musicale. Nel 2011 pubblica per Rizzoli la biografia di Eugenio Finardi, Spostare l’orizzonte, scritta insieme al cantautore milanese e, nel 2015, esce presso Mondadori con la biografia di Pino Daniele, Je sto vicino a te, scritta insieme a Nello Daniele, fratello di Pino. Il suo esordio nella letteratura di genere noir gli vede assegnare il terzo posto dalla giuria dei lettori al “Premio Scerbanenco, Courmayeur noir in festival”, con l’opera per ragazzi Il Discepolo, ispirato ai fatti di cronaca legati alla sette sataniche. Successivamente dà alle stampe l’originale thriller sul mondo della scuola, La governante Tilde. Con Morte a Milanoritorna al noir tematico di genere, dopo aver pubblicato da poco per Controluna edizioni la delicatissima silloge poetica dal titolo Amori trovati per strada (Luglio 2018).

 

L’autrice della prefazione acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

“Poeti e prosatori alla corte dell’Es”: presentazione a Milano martedì 27 febbraio

La nota poetessa e scrittrice milanese ha organizzato un evento che si terrà a Milano presso l’Unione Lettori Italiani al Grechetto  (Biblioteca Sormani) martedi 27 febbraio alle ore 17,30. In tale circostanza avrà luogo la presentazione del volume Poeti e prosatori alla corte dell’Es (Anima Mundi Edizioni). Si tratta di un libro e di un tema particolarmente interessante: il rapporto fra inconscio e letteratura, un argomento affascinante intorno al quale si articolano le interviste/saggio realizzate dallo psichiatra e  poeta Giancarlo Stoccoro, che ha coinvolto alcuni dei maggiori nomi  della nostra poesia, da Franco Loi a Milo De Angelis,  in un dialogo sull’argomento a partire dalla loro personale esperienza. Diversi poeti e narratori che hanno contribuito al volume ne discuteranno con lui durante questo incontro alla Sormani.

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Francesca Luzzio su “L’opossum nell’armadio” di Lorenzo Spurio

L’opossum nell’armadio di Lorenzo Spurio

PoetiKanten Edizioni (2015)

 

Recensione di Francesca Luzzio

 

cover front opossumLa raccolta di racconti di Lorenzo Spurio presenta un titolo originale: L’Opossum nell’armadio  pertanto, a lettura ultimata, viene spontaneo chiedersi che relazione esista tra questo marsupiale e i racconti stessi, a maggior ragione poiché ogni racconto è preceduto da una sorta di frontespizio che mette in rilievo una qualità o un comportamento tipico di questo animale. Si è indotti a pensare che l’opossum sia metafora dell’inconscio umano che ognuno di noi tiene “nell’armadio-coscienza” e che i frontespizi, proponenti caratteristiche dell’opossum, rispecchino  aspetti dell’indole dei personaggi protagonisti dei racconti.

Orbene, talvolta il freudiano  Es sconfigge l’Io e il Super-io e s’impone dominante nell’agire, caratterizzandolo e trasfigurandolo, dandogli un iter o un esito che il pensiero dominante impone. Ma il pensiero che domina e dirige l’agire umano non è come in Leopardi l’amore, né la morte di cui parla insieme all’amore nel canto successivo del Ciclo di Aspasia  (Il pensiero dominante, Amore e morte).                             I pensieri dominanti  che invece caratterizzano i personaggi dei racconti di Lorenzo Spurio, determinandone sottotraccia l’agire, sono pensieri che esulano dall’astrattezza razionale che caratterizza i versi di Leopardi e si nutrono  dell’irrazionale e caotico Es, delle variegate risposte che esso dà  alla concreta e disfatta  realtà economica sociale e morale  che caratterizza i nostri tempi, quale estrema reazione e sfida alla negatività del mondo. Così il suicidio è espressione della disperazione che determina il licenziamento e la disoccupazione nel racconto, “Livello -1”; l’abbandono della propria famiglia borghese e benpensante in “L’ultimo compleanno” è desiderio di libertà, di fuga, dai formalismi sociali di oggi;  la rivalsa e l’affermazione dell’io contro l’umiliazione derivante da un lavoro e da ruoli accettati per disperazione perché “con una freschissima laurea di filosofia in mano” non si sa “dove sbattere la testa” è il tema che caratterizza il racconto, “Due parole sulla biodiversità” e  così via, in un prosieguo di situazioni e di casi apparentemente anomali, surreali, irregolari nella prassi di una coerente formalità  e corrente eticità del vivere quotidiano, di fatto reali, frequenti, giustificati dai protagonisti attraverso la correlazione, secondo la loro logica, tra causa scatenante ed effetto. Per questo Lorenzo Spurio descrive in modo approfondito e dettagliato la psicologia dei personaggi, facendone emergere l’essenza profonda  a cui è ascrivibile il comportamento che alla fine viene assunto.

L’uomo, “monade” secondo Leibniz, “senza finestre sul mondo”, chiuso nella solitudine del suo essere, in realtà  risente nelle sue rappresentazioni di ogni fatto, di ogni evento e nel suo interno si scinde in una miriade di emozioni e stati d’animo che acquistano forma e consistenza, d’istinti che nell’irrazionalità del loro emergere finiscono con il  determinare svolte decisive sia nella prosecuzione del percorso vitale, sia nello stabilirne la conclusione. Con uno stile piano, scorrevole, pregnante il narratore conduce il lettore nei meandri della coscienza umana e della variegata e critica realtà dei nostri tempi. Narratore esterno, non giudica, né esprime pareri, lascia al lettore l’ermeneusi dei testi, la cui significazione comunque emerge immediatamente, grazie alle qualità stilistico-formali di cui si è già detto.

 

FRANCESCA LUZZIO

 

Palermo, 2 aprile 2015

Luisa Bolleri e Sandra Carresi su “L’opossum nell’armadio” dello jesino Lorenzo Spurio

“L’opossum nell’armadio”

di LORENZO SPURIO

PoetiKanten Edizioni (2015) – raccolta di racconti

RECENSIONE DI LUISA BOLLERI
Un’interessante raccolta di racconti brevi che rivelano, di pari passo con le peculiari caratteristiche morfologiche e comportamentali dell’opossum, le relazioni familiari e sociali, i malesseri, le manie e le ossessioni dei protagonisti di ciascuna storia.
Personaggi dagli atteggiamenti curiosi, conflittuali e persino patologici, che potremmo incontrare almeno una volta nel corso della nostra vita, che l’autore analizza acutamente col metro dell’introspezione psicologica. Quindi un’ansia che pervade ogni storia, un’inquietudine che dilaga.
Un grande lavoro di ricerca nel profondo, per estrarre la verità dall’armadio, metafora di tutto quanto è celato alla visuale, nascosto nell’ombra, sia che rappresenti la motivazione recondita delle azioni compiute, dei desideri inconfessabili o dei sogni, sia esso lo scrigno di sofferenze, sentimenti o ricordi rimossi. 
Come il lettore sa bene, la forma narrativa del racconto ha bisogno di una capacità espressiva particolare, per brevità e incisività. Riuscire a suscitare emozioni in poche pagine è cosa più ardua di quanto si creda.
Lorenzo Spurio ottiene egregiamente non solo di catturare l’attenzione del lettore con una narrazione di indagine e scoperta in divenire, suscitando uno stato di tensione e interesse, ma soprattutto è capace di legare tutti questi racconti con un unico filo conduttore, che studia e scandaglia gli atteggiamenti strani, nevrotici o psicotici umani.
Questa lista di comportamenti soltanto apparentemente insoliti viene paragonata, in parallelo e capitolo per capitolo, alla vita dell’opossum, piccolo e simpatico marsupiale americano, premendo gradevolmente anche sul pedale dell’ironia. Perché l’uomo rimane pur sempre un animale e come tale ha bisogni, istinti, strategie di combattimento e difensive che lo ancorano alla sua natura più primitiva.

LUISA BOLLERI

cover front opossum

Lorenzo Spurio – “L’opossum nell’armadio”

RECENSIONE DI SANDRA CARRESI

Dallo scrigno bianco di Lorenzo Spurio 21 racconti custoditi gelosamente graffiano il foglio bianco mettendo a nudo le pieghe nascoste nei cassetti della mente raccontando fragilità, disagi, desideri silenziosi, godimenti nascosti, tutte componenti che fanno parte dell’essere umano. Entrando in punta di piedi in – un mondo – più o meno nascosto, qualche volta addirittura celato alla persona stessa, ma che esiste e spesso ha voglia di uscire e di agire.

Una penna ben appuntita quella di Lorenzo Spurio che sa muoversi con delicatezza fra le componenti meno nobile dell’animo umano, portandole alla luce con il coraggio di esternare turbamenti e comportamenti volutamente velati dal dubbio della anormalità. Pensieri e azioni uniti dallo stesso filo di fragile seta.

Lorenzo Spurio, col suo – L’opossum nell’armadio – non ci invita ad una lettura leggera, non si fanno voli di gabbiani in cieli azzurri sfiorando mari spumeggianti, piuttosto una riflessione alla buona conoscenza di tutte le sfaccettature della nostra mente proprio per averne un atteggiamento pronto a saper riconoscere i propri desideri, bisogni, fantasie inconfessabili, saper  gestire il tutto con ironia,  senza entrare nel vortice dell’angoscia, della disperazione, fronteggiando con la conoscenza, soluzioni, senza chiudersi in spaventosi silenzi per azioni a cui vanno mille interrogativi tardivi.  

La particolarità di una giornata, un odore, un mobile, la pioggia o il caldo afoso, potrebbero scatenare sensazioni imprevedibili e sconosciute, o dare una svolta positiva alla nostra vita, chissà…

SANDRA CARRESI

Lucia Bonanni su “L’opossum nell’armadio”, nuova silloge di racconti di L. Spurio

L’OPOSSUM NELL’ARMADIO 

PoetiKanten Edizioni (2015)

di Lorenzo Spurio

cover front opossum

“L’opossum nell’armadio” (2015) di Lorenzo Spurio

“Tutti abbiamo una vita interiore. Tutti sentiamo di far parte del mondo e nello stesso tempo di esserne esiliati. Bruciamo tutti nel fuoco delle nostre esistenze. Abbiamo bisogno di parole per esprimere ció che abbiamo dentro.” (P. Auster) e Spurio riesce a fissare ogni parola dei suoi racconti sulla pagina, in un miraggio, in un dubbio, in un grano di luce, nei cuori appassiti, nei silenzi del tempo, tra le spume del mare e negli sbuffi di vento per comunicare ciò che hanno dentro i personaggi delle sue scritture che altro non sono che lo specchio letterario di quelle persone in cui incontriamo noi stessi. Se ne “La cucina arancione” la dominante cromatica erano i due colori primari, il giallo e il rosso, mescolati insieme a formare l’arancione, in questa nuova fatica letteraria, “L’opossum nell’armadio”, la dominante cromatica è il bianco. Il bianco è dato dalla somma convenzionale di tutti i colori dell’iride, ma in esso tutti i colori scompaiono perché tale colore è un muro di silenzio, un non-suono, è la pausa tra una battuta e l’altra di un’esecuzione musicale che preclude ad altri suoni. Il bianco è uniforme e immobile, ma sa addolcire i dissidi di una vita difficile; resta pur sempre un topos pauroso, incognito, vuoto, indefinito, ambiguo, rifugio anche del proprio doppio mostruoso. Colore che spaventa gli artisti perché crea l’angoscia della pagina e della tela vuota, una superficie in attesa di un segno, di una parola, di un colore. I poeti futuristi usarono gli spazi bianchi in maniera forte e visiva per dare maggior rilievo alle analogie mentre per i poeti ermetici gli spazi bianchi rappresentavano pause lunghe, attesa, silenzio. Nelle arti visive il rapporto tra vuoti e pieni crea tensione e immaginazione, infatti l’uso del chiaroscuro é finalizzato ad inserire le figure nello spazio; in letteratura il vuoto coinvolge chi legge nella narrazione. L’ambiguità del colore bianco è annullamento, quiete, riposo dall’infelicitá e precorre le maggiori opere della letteratura fantastica per cui il contrasto che si nota in una certa letteratura “perturbante” non è il bianco opposto al nero, che è un non-colore, ma che fa risaltare qualsiasi colore, ma è il bianco opposto al rosso che è il colore del sangue, figure al contempo di contenuto e di significato, rintracciabili nelle opere di M. Shelley, B. Stoker, J. Verne, E. Melville. Nell’antichità classica la bellezza era Leukos e Omero ci dice che bianche erano le braccia di Nausicaa; ma candido è anche l’abito delle spose e quello dei comunicandi; di un bianco mortale sono gli spettri, il viso e la camicia dei condannati, le solitudini glaciali e il freddo, i denti del vampiro, la pelle della balena bianca, ed anche la dentatura dell’opossum che ha denti acuminati e taglienti. Chi ama il bianco tende al fatalismo, ma non per questo è privo di idee creative e sa andare oltre il visibile. Come ho già detto, a dominare il testo di Spurio è proprio il colore bianco, dalla copertina a quelle pagine interne che fanno da spartiacque tra un racconto e l’altro , fogli bianchi a creare suspance, pausa, attesa e dove la definizione scientifica del piccolo marsupiale, l’opossum, fa da contraltare e da nota introduttiva al titolo di ogni singolo racconto. Nella narrazione il bianco è per lo più alluso, evocato e soltanto poche volte nominato come nel caso della rosa bianca, delle particole dell’ostia, della velina dei confetti, delle foto in bianco e nero… La stessa copertina è uno spazio bianco, una distesa di ghiacciai millenari, le cime innevate, una maschera veneziana, il vestito di Pulcinella e il viso di Pierrot. È anche una pagina bianca, una tela bianca su cui sono caduti i segni grafici del titolo a significare una specie di archetipo dell’assoluto, lo spazio labile ed evanescente della mente su cui si è posato il tratto grafico di un armadio in stile antico, stilizzato nelle linee, ma angosciante per i rimandi di senso; un disegno preparatorio di un quadro più ampio, allusivo, ad indicare un ingresso verso l’ignoto, il vuoto, il niente, l’illusione e l’oblio che è la mente umana. Ma è anche un richiamo ineludibile alla lettura che essa offre e riesce a mediare. Il significato intrinseco delle diverse definizioni scientifiche dell’opossum si palesa solo a posteriori con epifanie intuitive, manifeste ad una seconda lettura veramente analitica, successiva ad un primo approccio che si appoggia alla globalità della narrazione. Ogni citazione trova posto in cima alla pagina un maniera da lasciare vuoto lo spazio bianco per creare attesa e dare modo al lettore di annotare le proprie impressioni e creare un sunto introduttivo delle caratteristiche di ciascun personaggio coinvolto nella storia e completamento del titolo stesso. Quelle che Spurio enuncia sono come proporzioni matematiche del tipo 36:9 = 24:x e in cui esiste sempre un’incognita da risolvere e ciascuna caratteristica del marsupiale si rivela non solo in linea col titolo del racconto, ma ambedue si annullano e si completano a vicenda in una circolarità temporale. Ed ecco allora che la coda prensile rimanda alla corda con cui il povero Saverio pone fine alla propria vita, è un animale che patisce la luce sta a comportamenti e fatti che non avvengono alla luce del sole e sono attuati da animi scuri, è un animale opportunista rimanda al cinismo del protagonista che da bravo giovane qual era, divine un approfittatore senza scrupoli. Ancor prima dei racconti Spurio colloca citazioni letterarie a lasciar presagire le tematiche del testo: “… non avrei potuto chiederlo a qualcun altro perché dopo tutto era sangue mio” e “Il manicomio è pieno di fiori, ma nessuno riesce a vederli” sono i periodi estrapolati dalle opere di J Laughlin e M. Tobino. Quindi sangue e mente, le due essenzialità dell’essere umano , quali argomenti introduttivi e “nervatura psicologica dei personaggi”; quindi il colore del sangue, il rosso, e quello della mente, il bianco, a delineare i contenuti di un testo che si configura come una sorta di diario, scritto non dall’autore, ma dagli stessi protagonisti-persone “apparentemente slegati fra loro, ma uniti da un senso esistenziale” all’interno di quel manicomio chiamato vita. “A volte cade un nome in questo spaventoso deserto, e ogni granello di sabbia fiorisce” (E, Canetti). “Recuperare le strutture di significato, il segno cifrato dell’angoscia e dell’invisibile e dell’oltre realtà che ci circonda”(E. Borgna) richiede di attenzionare gli orizzonti tematici di ombre, contraddizioni, antinomie, speranza, disperazione, possibilià, impossibilità, angosce. deliri, naufragi, trionfi.

Lorenzo Spurio

L’uomo inserito nei rapporti con la comunità diviene consapevole della sua persona, della propria coscienza e della propria intimità per cui la solitudine come scelta personale e come libertà di scelta nei confronti di certe situazioni, smorza il sopraggiungere del disagio e favorisce la riflessione. L’angoscia è corrosiva e spesso è la solitudine che innesca comportamenti devianti ed è sempre la solitudine come lontananza e separazione dagli altri a portare solitudine interiore in cui tutto si riflette in modi ambigui e abbaglianti da cui si liberano sofferenze acute e dolorose. Ma anche”solitudine di nascondimento e come difesa dalle angosce e dalle aggressività spietate e opache”(E.Borgna). “… fuggi nella tua solitudine! Io ti vedo assordato dalla fracasso dei grandi uomini e punzecchiato dal fracasso degli uomini piccoli” sono le parole di F. Nietzsche a dire la propria condizione. Nell’isolamento l’individuo fa esperienza di vuoto che tende a riempire con forme esistenziali effimere e prive di senso. “La solitudine e l’isolamento come metafore dell’ansia. Nella solitudine il tempo interiore scorre nella sua tensione di passato, presente e futuro, nell’isolamento si frantuma e passato, presente e futuro si rincorrono inutilmente”.(E.Borgna). “Sarebbe esatto dire che i tempi sono tre: il presente del passato che è memoria, il presente del presente che è visione e il presente del futuro che è attesa” dice S. Agostino. Ma nel nelle vicende dell’esistenza e nel linguaggio delle cose, l’ansia, che fa parte della vita, può far emergere possibilità nascoste e nuove negli individui che presentano sintomi di tal genere anche perchè “la sensibilità e l’intelligenza sono molto più alte e questo accresce la sofferenza”(E.Borgna) e conducono ad uno Stimmung (stato d’animo) in cui “Quando tu fissi Medusa, è lei che fa di te quello specchio dove,trasformandoti in pietra, ella guarda la sua orribile faccia e riconosce se stessa nel doppio, nel fantasma che tu sei diventato dopo aver affrontato il tuo occhio”. (J.P. Vernaut). Nel testo di Spurio ci sono le tante persone “lontane dal rumore della terra e dal silenzio del cielo”(F. Pessoa), ci sono i vagabondi dell’anima, i reitti, i derelitti, ci sono quelle fasce sociali emarginate a cui non si dà spazio in un programma di aiuto e reinserimento nel tessuto etico-sociale. Si potrebbe anche eccepire, dicendo cosa ha che vedere il discorso sull’ansia, se quella che si nota nei racconti è una gamma di comportamenti per lo più dettata da veri e propri istinti. Però c’è da dire che l’istinto, che deriva dal verbo “eccitare”, è la spinta ad agire in un determinato modo, è un impulso, un’esigenza naturale senza l’intervento del ragionamento e che determina le conseguenti reazioni. “La contemplazione del tempo è la chiave della vita umana. È il mistero irriducibile sul quale nessuna scienza fa presa”(S.Weil) e sono “Le esperienze letterarie come quelle artistiche (che) ci fanno cogliere immagini diverse e radicali dell’ansia e dei modi di viverla… e le esperienze poetiche e narrative ci consentono di viverle come condivise e come vissute da altri in una circolarità che oltrepassa la distanza del tempo e dello spazio”(E.Borgna). “Nella casa tutto rimaneva fermo ai tempi andati (e) l’olio si guastò dentro quei silos di acciaio” (da racconto Livello –1). L’immobilità del tempo che si protrae nel piano sotterraneo, ovvero nel livello –1, in cui la famiglia aveva riposto sempre cianfrusaglie; la fissità del tempo del vecchio pentolame di rame che contrasta con oggetti della modernità; lo stereotipo del tempo che rende indifferenti al dramma interiore, vissuto da Saverio allorché è costretto a licenziare del personale; l’inesorabilità del tempo che esplode nella violenza delle immagini che Manolo è costretto a vedere; la crudeltà del tempo che innesca una certa insensibilità nell’animo di Mariuccia che “pianse qualche giorno, ma poi tutto tornò come prima; le fauci spalancate del tempo “in (quella) cantina (dove) i vetri infranti non vennero rimossi e nessuno vi si recò più”. “Quando la cattiveria trova validi alleati, allora si è spacciati” e Valentina si ritrova a dove subire tormenti e offese con momenti di esclusione e profonda solitudine perché “era bastato un attimo per catapultarla nel mondo infelice delle donne, manipolate dai vigliacchi inganni degli uomini”. Lei che mai aveva incespicato a causa di quella incoerenza emotiva che contraddistingue gli adolescenti; lei che si era persa a fare una cosa senza pensare e non aveva fatto molta resistenza a Renato, suo coetaneo, che altri non era,se non un “ingannatore seriale; lei che “era stata una conquista maledettamente facile” e adesso vedeva le sue foto sui cellulari degli altri compagni; lei che aveva provato grande vergogna, ma che poi era tornata a rinascere proprio come l’Araba Fenice. (dal racconto Un paio di scatti). ”… e col ricavato me ne andai con i miei amici a Forte dei Marmi. Non riuscii a bagnarmi in quell’acqua, sapendo che la diffusione della nonna ormai era completa e che abitava ogni parte dle pianeta”. In questo racconto, Dal fiume al mare, Spurio più che trattare il tema della morte, tratta quello della sepoltura; ne “La cucina arancione” lo fa con ironia e una punta di scetticismo, parlando dell’ibernazione, ma qui affronta quello della cremazione ed il protagonista pur non avendo verso di lei un affetto profondo per “una questione di intenti taciuti, di messaggi empatici, (per) un sapersi guardare negli occhi e accettarsi per come siamo” si costruisce come persona che dimostra pietà e compassione per la nonna defunta e si distingue per “un qualcosa di indignato” verso le cugine che per mancata accortezza fanno scivolare l’urna e spargere la cenere sui tappetini dell’auto. (dal racconto Dal fiume al mare).

La definizione dello yapok acquatico richiama l’acqua, sia essa di fiume che di mare; l’uno come metafora della vita che scorre e l’altro come simbolo della vita nel suo ritmo immutabile, ma anche di nutrimento, di maternità, di misteriosità dell’animo e desiderio di entrare in contatto con le proprie emozioni. “ Di là del finestrino sfilava un mare scuro e fisso, difficile da comprendere del tutto. Alla mente non affioravano ricordi e quell’acqua oleosa sembrava pretendere alla mia coscienza una condanna spaventosa: l’annegamento”. Studente in medicina, il protagonista del racconto Due o nessuna, si impegna in ogni modo a trovare un rimedio efficace per il “riavvio del sistema cognitivo” della propria madre che ha perso la memoria, “nostra coscienza e nostra ragione”, e poi, preso dallo sconforto, la asfissia col gas, tenta egli stesso il suicidio e alla fine, pur non ricordando più nulla, cerca di “far capire al mondo che (mia) sua madre era già morta da tempo e che (io) lui non (sono) è un assassino” “ Mi ero ribellato. Qualcosa dentro di me aveva deciso di mettere fine alle caricature del mio compleanno.” E il ragazzo di buona famiglia, dalla reputazione immacolata, si defila, cerca degli escamotage per negarsi ai parenti, diviene insofferente, se ne va a vivere per conto suo e proprio mentre girovaga alla ricerca della “calma interiore” si scopre “quale animale opportunista” verso le “seducenti professioniste del lavoro più antico del mondo” mentre egli stesso le ricompensava adeguatamente. Così, per propria convenienza, convince la ragazza a “continuare il suo lavoro” cosa che a lei “sembrò una buona idea” senza minimamente pensare che “aveva solo cambiato città e padrone” mentre lui, l’uomo dabbene, lascia gli studi universitari, si trova un lavoretto e passa le ore a casa a sorseggiare birra, “visto che il buon stipendio di Klara consente (loro) di vivere agiatamente”. (da L’ultimo compleanno). “A sedici anni aveva già letto più di quaranta romanzi e non sapeva chi fosse sua madre”. La sua era una vita monotona, triste, solitaria, talmente immutabile e vuota che un giorno che arrivò persino ad immaginare che dietro al bancone del bar a servire la Coca Cola non ci fosse una vecchia arcigna, ma Luana, la bella ragazza, con la quale poteva parlare e confidarsi. Certo quella era soltanto una visione “smelancolata” come le circonferenze che cercava di tracciare a mano libera e “Le due valigie”, lasciate in eredità dalla nonna in cui si aspettava di trovare una cospicuo vitalizio che permettesse a lui e al padre di condurre una vita più rilassata. Continuò comunque gli studi e all’università non scoprì “una legge sulle circonferenze smelangolate”, ma dalla letteratura imparò molto di più. La vita è ciò che immaginiamo in essa”, dice F. Pessoa, e Spurio non dimentica di trattare l’inquietudine e il disagio in modo partecipe e accessibile per veicolare temi e contenuti quantomai attuali e lo fa con grande maestria senza mai perdere di vista il piglio felice della propria scrittura. All’interno dei dialoghi narrativi di questa silloge, “dal taglio leggermente più intimista”, non ci sono i vari Franknstein, i Dracula, le Moby Dick, le ballate dei vecchi marinai, gli spettri luminosi e neppure il gusto per l’orrido, ma tali stralci di contenuto appaiono sotto forma di ansia, solitudine, abbandono, pazzia, indifferenza, distanza, cattiveria, cinismo, violenza di genere, erotismo, sfruttamento, atti di carattere che sfociano in equilibri fugaci, tradimenti, pedofilia, suicidio, disagio giovanile, vulnerabilità, isolamento e conflitto interiore. Attraverso la connaturata sensibilità e l’attenzione alle problematiche sociali, l’autore delinea un quadro autentico del dinamismo sociale, vero nella stesura dei contenuti che talvolta possono fornire motivo di sconcerto, ma che alla fine si rivelano sempre discreti nella forma didascalica per profonda riflessione in un progetto che non è soltanto narrativo, ma anche scientifico. E non manca nelle parole di Spurio l’attenzione all’ambiente, alle città, ai luoghi, all’ecologia, ai danni ambientali, ai disastri, alle marginalità ed egli ne scrive in maniera sobria, discreta, velata, quasi accennata. Nel racconto “L’ultimo compleanno”, fa muovere i suoi personaggi in una città, associata all’immaginario collettivo per il sisma avvenuto nel corso dell’anno 2009: L’Aquila. L’autore vi richiama l’attenzione per dire che, sì, gli eventi che l’anno investita, sono stati assai disastrosi, ma che ancor più disastroso è stato il terremoto burocratico che non ne ha permesso una vera e propria ricostruzione in un “paese di pozzi, dove sempre si beve l’acqua con la paura che sia avvelenata”(da F.G. Lorca a pag. 93 del testo), “Eppure (ognuno come) l’erica resiste, rimane attaccato alla (propria) terra, sempre e comunque) (dal film Cime tempestose a pag. 45 del testo).

Onorata di questa ulteriore lettura, per richiamare ancora una volta il bianco nella simbologia della neve e in quella del mare e rendere omaggio all’autore per questo nuovo lavoro, “L’oppossum nell’armadio”, testo di grande valore scientifico, letterario e umano, termino con i versi di due poeti del ‘900, suoi conterranei: Paolo Volponi e Franco Scataglini:

Sono scesi i passeri a branchi/dai calanchi di neve;/si sono posati tutti insieme/sulle peste davanti a casa/come se la tua veste/tenessero per gli orli,/sfrenati nel volo/quasi per una pena nel cuore”.

Le case sopra un lembo/de scoio, i pini a vento;/ansava il mare,/ el grembo de l’aria in movimento”.

Ad maiora

LUCIA BONANNI

 

San Piero a Sieve 3 febbraio 2015

“L’opossum nell’armadio”, la nuova raccolta di racconti di Lorenzo Spurio

Titolo: L’opossum nell’armadio

Autore: Lorenzo Spurio

Prefazione: Marzia Carocci

Postfazione: Susanna Polimanti

Casa Editrice: PoetiKanten Edizione

Collana: Narrativa – Orsa Maggiore

ISBN: 9788894038835

Anno: 2015

Pagine: 200

Costo: 10 €

  

cover front opossumSinossi del volume:  Nella società odierna sono insite una serie di contraddizioni che in alcuni casi portano a episodi di sopraffazione e all’instaurazione di logiche personalistiche o sociali che vanno contro quello che può essere definito il buonsenso, che non è altro che la base del vivere civile. In uno scenario che non vuole avere la pretesa di essere solo immagine riflessa di quanto accade intorno a noi e di quanto sentiamo dalla cronaca, Spurio indaga una serie di atteggiamenti in cui l’uomo sembra esser messo di fronte a delle decisioni da prendere. Non sempre opterà per quella apparentemente più intuibili, più spesso leggendo L’opossum nell’armadio, il lettore potrebbe trovarsi spiazzato (un po’ come era accaduto, ma in un modo meno grottesco della precedente raccolta di racconti La cucina arancione), tanto da condurlo a chiedersi il perché di certe scelte, di alcuni atteggiamenti che sembrano essere frutto di un raptus, di una mancata comprensione della realtà e delle dinamiche che coinvolgono l’uomo.

La normalità è bandita dalle storie di Spurio, ma non rasentano mai il paradosso o l’inverosimile; l’autore indaga come il comportamento più ovvio in una data circostanza in realtà finisce per essere quello meno convenzionale e facilmente concepibile, facendo luce sui misteri e le increspature della psiche.

C’è spazio per storie che si realizzano a partire da un universo familiare disgregatosi a causa dell’incompatibilità caratteriale (l’adulterio, la solitudine) sia per ragioni più chiaramente legate a un difficile stato di salute; attitudini anomale che si configurano quali forme asintomatiche di follia in personaggi apparentemente sani e dei quali ci fidavamo in maniera incontrastata che, colti dalle loro turbe nervose o psicotiche, finiscono per rendersi complici di reati, scatenare la loro carica di violenza a seguito di casi di cyber bullismo o dileguarsi in ambigui tentativi di fuga dallo stagnante e infantilistico clima familiare.

Ogni racconto è un piccolo mondo a sé o, meglio, una sfaccettatura singola del complesso multiforme della realtà, vagliato da un occhio curioso, attento, che sa osservare e intuire di più del semplice che vede.

 

Per info/acquisto del volume:

poetikantenedizioni@gmail.com

lorenzo.spurio@alice.it

Lucia Bonanni su “La cucina arancione” di Lorenzo Spurio

LA CUCINA ARANCIONE di LORENZO SPURIO

Recensione di LUCIA BONANNI

 

cover_frontArancione: né rosso, né giallo.

Arancione: un miscuglio di rosso e di giallo

Rosso il colore della passione. Giallo il colore della follia.

I colori sono la manifestazione dell’energia e l’arcobaleno rappresenta sia il flusso di energia della terra sia quello del corpo umano. Nell’arcobaleno umano esistono colori fisici e chimici, equilibrio, cromatismo, mescolanza, fissazione, trasmissione.

Nella teoria sull’uso del colore Kandinskij dice che il colore può avere effetti sullo spettatore: un “effetto fisico”, basato su sensazioni momentanee, e un “aspetto psichico”, dovuto alla vibrazione che tocca le corde dell’interiorità. Sempre secondo il pittore, l’energia del giallo è prorompente, irrazionale e indica eccitazione mentre l’energia del rosso è consapevole e può essere incanalata.

A sua volta l’arancione esprime energia, movimento e più è vicino al giallo e più è superficiale.

Nella logica delle cinque W che riguardano la narrazione, nel who dei racconti di Spurio, oltre ai vari personaggi, può essere annoverato anche  il colore nelle sue allusive accezioni e simbologie e figure di significato: l’arancione della cucina, il nero dei capelli e dell’abbigliamento di Stella, l’ocra del cappotto della vecchia, il blu del desktop del computer, il carminio del rossetto, il bluette dei fili elettrici, quello del muro scrostato che l’autore lascia solo immaginare, il rosa acceso della casa al mare, il giallo della camicia dell’uomo di colore, il bouquet di fiori blu e gialli, quello dei vetri rotti della bottiglia, la tonalità “abbaiante” dei capelli e della carnagione del bambino…
Come afferma il personaggio principale del racconto “L’alfabeto numerico”,”La vita è un’espressione algebrica che può essere risolta in varie maniere”. Ma dico io!come si fa a vivere in una cucina arancione! In un ambiente dove, anche per gli arredi, non esiste altro colore, se non quello  enunciato e la gamba stecchita del tavolo non serve soltanto a sostenere il piano su cui si appoggia un vassoio con la zuccheriera e una tazzina da caffè, di color arancione, naturalmente!

Secondo J. Lacan l’inconscio è strutturato come un linguaggio; esso è una combinatoria di elementi discreti. La struttura di tale linguaggio emerge nelle funzioni dell’inconscio e, se manca un significante, allora il linguaggio divine espressione di trauma in quanto il linguaggio dell’inconscio si svolge su due assi: l’asse della sincronia che è quello della metafora, e l’asse della diacronia che è quello della metonimia. Esistono quindi vari registri: reale, simbolico, immaginario come esistono lo stadio dello specchio e quello simbolico.

“La cucina arancione” non è altro che un grande contenitore, uno scatolone in cui sono riposti tutti i disagi dell’affettività in relazione a comportamenti devianti, ansie, paranoie, allucinazioni, ossessioni, alienazioni, fissazioni, perversioni, manie, che i personaggi come le persone incontrano nel loro essere tali. Come afferma G. Bufalino, “Molti diventano personaggi perché non sanno essere persone” e i personaggi di Spurio sono persone reali e incarnano quella realtà che si dimostra la più abile dei nemici con i suoi attacchi inattesi e sorprendenti dove anche  “Il diavolo è un ottimista, se pensa di peggiorare gli uomini”.  

La sessualità è energia che si esprime sotto forma di pensiero, di movimento, di sentimento, di passione perché “C’è qualcosa di profondo e terribile nelle potenzialità della sessualità che costringe la società a tenerla separata dalle altre sfere in quanto sembra ed è puro gioco, ma scatena razioni che si svolgono sul registro del tutto e del nulla, della vita e della morte. Anche un semplice sguardo può mettere in moto desideri sfrenati, amore, odio, vendetta” ( F. Alberoni).

La women in dark, e forse avrebbe fatto meglio ad essere una women in red, “eccentrica, non particolarmente bella”, dallo sguardo smorto e le labbra tinte di carminio, se ne va in giro con un paio di scarpe così fuori tempo da risultare desuete anche nella vetrina di un punk o di un metallaro. E poi quel nome a richiamare brillantezza e fissità, persino affidabile ed attraente, una vera calamita come le sue forme arrotondate, si rivela un ossimoro col suo modo di essere. L’ingenuo avventore la crede la “Morte in persona” mentre al bancone del bar già chiede un “generoso rabbocco” non  solo di Jim Beam, il suo whisky preferito, insieme ad atteggiamenti ambigui e   parole frammentate.

“La fascinazione è sempre un invito e un rifiuto, in definitiva una sfida. Per questo (il personaggio) ha un effetto conturbante, inquietante, perché fa intravedere una modalità di esistenza beata” ( F. Alberoni). Ed anche quella volta la foga di Stella aveva avuto la meglio come pure il colore arancione. “È stata colpa dell’arancione della cucina”. Si scusò l’uomo, quando Stella gli disse che doveva andarsene da casa perché  come il suo primo marito “aveva superato i limiti della violenza”. Il poveretto, oltre alle sbronze,  le lasciò  i quadri, l’assegno di mantenimento, i soldi ricavati dalla vendita della casa, come risarcimento per quella carenza di stile e di gusto che l’aveva condotto alla violenza. Prese a fare il barbone e non fece alcun reclamo perché era certo che lei l’avrebbe denunciato per stupro. (dal racconto La cucina arancione).

La numerologia è una scienza esatta. Ogni numero ha un significato ben definito. E come il sette, somma del tre e del quattro, diviene tratto d’unione tra la Terra e il Cielo, il ventisei identificava una vecchia. Anche la smorfia napoletana parlava chiaro. Occorreva giocare subito quel numero a lotto! “… il coltello nella mano destra. Glielo infilai più volte nel petto. La lama entrò dentro come quando si taglia un formaggio molle”.  L’ossessione onirica si era trasformata in delitto, ma il protagonista del sogno piombò nel più cupo sconforto allorché si rese conto che si era soltanto illuso di averla uccisa e di essersi finalmente liberato di quegli incubi che lo  tormentavano. Quando si avvicinò al portone di casa ebbe soltanto il tempo di “vedere (la) moglie dietro la finestra che piangeva e singhiozzava.” (da racconto La vecchia col cappotto ocra).

“Crescendo e imparando a conoscere anche la famiglia di qualche sua amica, aveva capito che non erano le famiglie degli altri ad essere strane o preoccupanti, ma era la sua che non si uniformava alla Normalità. La povera Mariastella “allora cominciò a vergognarsi” e “saltuariamente le (sue) emicranie si presentavano con dei dolori lancinanti” e “pesante senso di vertigine. “Il grande armadio si stava spostando verso di lei, baldanzoso, con le ante aperte e ciondolanti per fagocitarla”. Ancora una volta vaneggiava e  sperimentava una “realtà distorta, irreale, frutto di un’alterazione psichica”.

A Michele non piaceva “sporcarsi le mani”. Lui  “era il dio del computer”. “All’aspetto non era brutto… era da escludere che avesse una relazione seria con una donna… e varie volte aveva preso delle  ferie abbastanza lunghe per andare in vacanza in sud America…”. “ Michele accese il computer e sorrise al bambino che si era seduto sulla poltrona per vedere la tv. Mentre era impegnato a diagnosticare il problema del computer, gettava sguardi interessati verso il bambino e… fu in grado di vederlo sotto un’altra prospettiva”Quando gli agenti suonarono alla porta per arrestarlo” pensò che “la gravità dell’episodio non stava in ciò che aveva commesso, ma nel suo dover  fare a meno del  pc”. Quando gli fu chiesto cosa avesse fatto al bambino,  rispose semplicemente che “doveva installare un software di base”. ( dal racconto Software di base).

E se nell’espressione poetica Spurio va dritto al cuore di chi legge, offrendo come sunto una forma didascalica come chiave di lettura del componimento, nell’espressione narrativa lo spiazza del tutto, lo disorienta e lo lascia persino dubbioso con i possibili significati di senso, lasciati all’ultima riga del racconto. Il metodo usato è sempre lo stesso: mostrare ciò che in effetti non è e sorprendere con ciò che in effetti è. Oppure disseminare indizi, ravvisabili anche negli stralci d’autore, tra cui I. McEwan, D. Campana, J. Josè Millás, C.M. Pemán, G. García Marquéz,   inseriti nella prima pagina del racconto,  per sorprendere e lasciare nel lettore anche un senso di incalzante smarrimento di fronte ad avvenimenti che talvolta destano stupore,  sdegno  e raccapriccio. “Quegli agenti erano stai una benedizione, tutto sommato”, “Ora la zia aveva una vita rovinata”, “L’indomani se ne andò a comparare un altro manichino”, “telefonai al sarto dicendogli di non dimezzare più gli altri indumenti”, Di sicuro anche lui è un fedele compagno di Alex Portnoy”.

Un libro di non facile lettura, quello di Spurio, considerando i dinamismi della personalità, il rapporto che essi hanno  in rapporto al modo con cui l’individuo si relaziona con il mondo, permettendo, se pur in forma narrativa,  un’analisi comparativa di casi clinici in cui si notano cambiamenti evidenti di comportamento rispetto ai così detti comportamenti “normali”.

Non c’è nulla di magico o di divinatorio nei racconti di Spurio. Solo realtà. Realtà cruda, realtà di personaggi che sono persone e come persone soffrono quel “male di vivere” che spesso sfocia in patologie conclamate, conflitti e devianze, del tutto avversi alla vita  e alla sua stessa natura.

Non c’è nulla di magico… solo un’approfondita conoscenza da parte dell’autore, non solo per quanto concerne i generi letterari, ma anche per quelle che sono le scuole psicologiche come la Gestalt ed altre per cui il testo “La cucina arancione”, oltre che letterario può essere considerato un vero e proprio saggio narrativo. 

Ad maiora

Lucia Bonanni

 

San Piero a Sieve, 10/11/14

Firenze, sabato 15 febbraio 2014: l’incontro con il “Disagio & Letteratura”

Locandina dell evento-page-001

 

Allegato 1 - Programma dell evento-page-002

Lorenzo Spurio su “Doppio cieco” della barese Chiara Abbatantuono

Doppio cieco
di Chiara Abbatantuono
Europa Edizioni, 2013
ISBN: 9788897956853
Pagine: 142
Costo: 13,90 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio
 

Il linguaggio è solo una convinzione arida e bastarda (91)

 

Se non ci si ritaglia del tempo per comportarsi da folli, si finisce sempre col diventarlo davvero. (136)

 

Questo di Chiara Abbatantuono è un libro che va letto almeno due o tre volte prima di poter pensare di averlo capito, perché nei tanti temi che affronta, nelle forme di disagio, nelle profondità della coscienza, è un libro che interroga il lettore, lo punzecchia, lo infastidisce (nel senso proprio del termine, senza accezione di sorta), affinché maturi in lui una sorta di risposta, positiva o negativa che sia, un riscontro vagliato da un’attenta critica nei confronti di sé e del mondo[1] –di cui questo libro non è pieno, ma è traboccante- o una forma di protezione da quel mondo dove le mancanze, le storture, i difetti, le infelicità sembrano dominare:

 

La realtà è questa, quella delle battaglie private e delle guerre mondiali, degli stupri, delle puttane e degli omicidi. Il mondo giusto esiste solo nelle storie di fantasia e, probabilmente, sotto le lenzuola. (97).

 

downloadNon ci si sbaglierebbe, dunque, di molto nell’affermare che Doppio cieco è una sorta di post-modernizzazione del romanzo del flusso di coscienza, dove la protagonista (che non darà nessuna festa nella sua casa) è una sorta di Mrs. Dalloway[2] dei poveri, una donna che vive la sua quotidianità fatta di accadimenti insensati ed inezie, di pesi da sopportare che gravano su un animo tormentato, addirittura dissociato e in certi punti ossessivo. Chiara Abbatantuono si inserisce con questo suo libro in una fase letteraria nuova che fa dell’analisi della coscienza (non il culto di essa, ma piuttosto l’auto-critica per mezzo anche del paradosso) la chiave di volta nella rappresentazione di esistenze che possono sembrare marginali o attribuibili a persone strambe, fuori dalla pesante “normalità” della quale ci riempiamo la bocca senza sapere in che cosa, concretamente, consista. Perché poi, siamo noi, figli del secolo che tanto ha dato all’uomo in termini di scoperte, miglioramenti scientifici, tecnologici e di altra natura, ma anche custode del disinganno di una società debole, fondata sull’ego, sul denaro e sui rapporti dove meschina domina l’ipocrisia.

Con un linguaggio attento e meticoloso nei confronti di ciascun ambito della narrazione e con una mai pedissequa precisione nei confronti delle indicazioni che concernono la terminologia medico-farmaceutica[3], Chiara Abbatantuono descrive la realtà da dentro, come se in fondo sia lei stessa la protagonista delle due storie. La scrittrice, infatti, non sembra far difficoltà nello stendere sulla carta una trama ricca di curiosità, incongruenze che poi si risolvono, colpi di scena (non si immagini niente di romantico) e situazioni che rasentano il surreale. Tutto, però, è reso perfettamente all’interno di una cornice romanzata dalla forma impeccabile che invita il lettore, pagina dopo pagina, a fagocitare il libro con un’insaziabilità che non aveva mai provato prima.

Esistenze frustrate, dissociate, problematiche, piene di manie e tendenti alla paranoia sono i personaggi di questo libro, di un mondo alienato e represso dove la psiche viene tradita e si ricorre talvolta alla medicina, senza molto successo, tal altra ad atteggiamenti personali, privati, anche strambi che vanno a determinare i personaggi per condotte e comportamenti sui generis. Con abilità Chiara Abbatantuono descrive la vita di chi “[non ha] nessuna novità [e vede] intorno [a lui che tutto è] perfettamente ordinato. Tutto, ad eccezione dei [suoi] pensieri”. (65). Ma i personaggi, che vengono più e più volte equiparati a degli psicopatici, hanno sempre i loro momenti di lucidità: Ester tenta il suicidio, sì, ma ingerendo un flaconcino intero di mentine, fatto che denuncia un’intenzione egocentrica di indubbia rilevanza; Chris, tra i tanti pensieri e azioni bislacche che lo contraddistinguono, a volte è anche in grado di fermarsi, come se venisse messo in Pause, e di osservare lo scorrere degli eventi da fuori, senza la sua implicazione: “proprio allora mi resi conto di aver perso davvero il senso della misura” (82), una sorta di “voce” interna che lo fa ragionare e, come uno sprizzo di sana consapevolezza, gli fa vedere le cose per quello che realmente sono, senza esser influenzate dalle sue manie, deformazioni e parossismi.

L’apatia e il senso di noia che sembrerebbe caratterizzare Imma per lo meno nella prima parte del racconto, lascia poi il posto a una consapevolezza diversa (non saprei dire se maggiore o no) che la porterà a prendere delle decisioni importanti: licenziarsi e ingaggiare un rapporto con un ragazzo, tra la probabile insicurezza di lui e la celata voglia di lei. Si parla anche di alcolismo e si accenna a disturbi psichiatrici descritti dal DSM, che pure viene citato da Chiara Abbatantuono, a confermare ancora una volta il suo profondo interesse e padronanza di tematiche che navigano tra la psicoterapia e la psichiatria. La scrittrice pone attenzione anche nei confronti della possibile eziologia di comportamenti e traumi e la loro genesi azzardando a volte considerazioni che hanno riferimento diretto in traumi maturati a causa della famiglia (“Non sorprende che le mie relazioni in famiglia fossero sempre state morbose, frustranti, viziose e viziate”, 68). Continui e pertinenti i richiami al desiderio di togliersi la vita, idee che maturano nella mente di Imma, ma che non vengono mai prese troppo in considerazione (“Sarei tornata volentieri a casa solo per farla finita. E’ buffo pensare a quante volte ci abbia seriamente pensato in quell’atmosfera squallida quanto funerea”, 112) e il tema del suicidio ritorna nella figura di due persone che vengono citate: Seneca e Kurt Cobain che, con intenzioni e in tempi diversi, decisero di ammazzarsi.

Chris, nella seconda storia, ha 42 anni ma sembra essere molto più giovane della sua età, sia fisicamente (ed è questo il commento che fanno gli altri su di lui), sia per il suo animo inquieto che ci fa pensare a un ragazzo scontento della vita. E’ continuamente perplesso sulla sua esistenza, insoddisfatto dell’inefficacia di una terapia comportamentale prescritta dal suo analista in sedute collettive e private. Quando il medico gli diminuisce la quantità di psicofarmaci in vista di una riduzione progressiva nel tempo fino a farglieli sospendere, il personaggio si sente ulteriormente dislocato da sé e prova paura:

 

Spesso guardo fuori dal finestrino della metro e penso che la mia condotta sia arrivata al capolinea. Poi rivolgo l’attenzione ai passeggeri. So che loro vivono immersi nei loro problemi, eppure stanno meglio di me. (60)

 

Anche gli spazi che la Nostra tratteggia sembrano avere i connotati del degrado e trasmettere una dimensione psicotica, ai limiti della realtà, quasi sospesa, come fossero delle città all’interno della città che hanno vita propria, un può fuori dalla convenzionalità, dove la vita sembra scorrere in maniera diversa: non stupirà, dunque, sapere che la camera di Imma in realtà non è che un attico claustrofobico e che la città viene da lei vista come “alienante e oscenamente bucolica” (67) in un mix speziato di contraddizione che nutre la nostra fantasia e contorna la narrazione in una cornice che è quella del nostro hic et nuc, ma che può anche non esserlo.

Ad ispessire il contenuto psicologico del libro è il significato stesso del titolo, apparentemente enigmatico e che, invece, ha molto di filosofico.[4] Filosofia che si ritrova in varie citazioni in esergo come quella del celebre esistenzialista Kierkegaard che, saggiamente e al contempo lapalissianamente, recita: “Alle volte da cause enormi e poderose viene un effetto minuscolo e senza importanza, alle volte addirittura nulla; alle volte una piccola causa produce un effetto colossale” (27) che racchiude un po’, se vogliamo, la filosofia o forse si dovrebbe dire per essere più precisi l’ontologia, dell’intero libro. Il principio di causa-effetto e di consequenzialità da sempre studiato dalla filosofia viene qui reso da Abbatantuono nella quotidianità degli accadimenti dove mai si parla di casualità o sorte (secondo una interpretazione fatalista) né di ricompensa, condanna o provvidenza (com’è nel pensiero cristiano). Ogni evento (pur piccolo), produce una conseguenza (pur insignificante o invisibile) dalla quale, però, può scaturire un effetto devastante, spropositato o impensabile.

Un romanzo[5] sull’oggi, ma anche su un tempo che cambia come ogni epoca. Se ci si soffermasse sullo studio del tempo della storia di questo libro, però, dovremmo osservare che le temporalità che Chiara Abbatantuono descrive sono due, diverse tra loro: il 1993 (nella prima storia ambientata Treviso) e il 2002 (nella seconda storia ambientata a Roma). Due date che, pur non troppo lontane tra loro, la scrittrice tiene molto a riportare in ogni capitolo del libro dove i due racconti sono sezionati in porzioni che si incastrano alternativamente tra loro.

Ma il libro si può leggere anche in un altro modo: prima ci si dedica alla lettura dei vari capitoli della prima storia e, solamente una volta completato il primo racconto, si passa all’altro. Ed è questo il modo in cui ho letto il libro per la terza volta, riuscendo a capire cose che, invece, nelle altre letture, a intervalli, mi erano sfuggiti. Ma un libro, si sa, è un amico e questi può essere un fedele compagno oppure un semplice conoscente, sicché sta a noi decidere quale tipo di rapporto instaurare con esso, come conoscerlo, come padroneggiarlo. Devo confessare che io mi sono letteralmente e letterariamente innamorato di questo libro, perché in fondo, oltre a configurarsi come un tipo di lettura di quelle che a me piacciono, ha una serie di peculiarità che lo rendono intrigante, a tratti incomprensibile e che richiedono una seria compartecipazione da parte dell’autore.

Un libro da leggere e da rifletterci su, da domandarsi, ma anche un libro di studio e di ricerca perché mi ha fornito molti elementi legati al disagio da investigare e approfondire.

L’ho letto e riletto per tre volte. L’ho fatto mio.

Non so neppure se questa possa definirsi una recensione, ma so benissimo che io e Doppio cieco siamo diventati grandi amici.

 

LORENZO SPURIO

 

Jesi, 22-01-2014

 


[1] Il riferimento al mondo del lavoro è continuo nel corso della narrazione. Si legga ad esempio questo estratto: “In una realtà in cui tutti si ergono a maestri di vita e speculatori senza poi riuscire nemmeno a guardarsi allo specchio, c’è qualcosa che non va” (84).

[2] Citare Mrs. Dalloway non mi sembra inappropriato dato che il suo nome viene fatto dalla stessa autrice nel racconto di Imma quando, stanca di Dan, il suo pseudo-ragazzo che la vorrebbe diversa e secondo lei più bella, cita il personaggio woolfiano come espressione della donna borghese educata, piacevole, seria e pragmatica.

[3] Non a caso è la prima volta che in un libro trovo una citazione di Paracelso che, insieme a Galeno, viene considerato uno dei padri della medicina naturale.

[4] Esso è indicato in apertura al libro e la descrizione della definizione Doppio cieco è tratta direttamente da Wikipedia. In essa leggiamo: “Un esperimento in cieco o doppio cieco è in termini figurativi un modo per definire un esperimento scientifico dove viene impedito ad alcune persone coinvolte di conoscere informazioni che potrebbero portare a pregiudizi consci o inconsci, così da invalidarne i risultati”.

[5] Le due storie proposte nel libro, seppur indipendenti, finiscono per proiettarsi l’una nell’altra tanto che è possibile per il lettore considerarle come una materia narrativa unica giocata su due plot differenti, intrecciati tra loro, amalgamati e costruiti volutamente con una chiara intenzione di rimando e riflessione tra le due storie. In questo senso il libro può essere concepito come un romanzo.