Lorenzo Spurio intervista il “poeta del silenzio”, il marchigiano Renato Pigliacampo

LS: All’interno della sua poesia possiamo scorgere varie tematiche che ritornano nelle varie sillogi della sua ampia produzione. Tra di esse è da segnalare l’amore verso le Marche e la rievocazione di quel mondo di provincia fatto di lavoro nei campi, di piccole cose, di parole in dialetto e dal fascino paesaggistico di valli che degradano verso il mare. Quanto è effettivamente importante il legame che ha con la nostra Regione e in particolare con la provincia di Macerata?

RP: Ho vissuto l’infanzia e la fanciullezza a Bagnolo di Recanati a contatto  con la natura inviolata, un Eden,  rispettata come una dea (Geo). Mio nonno paterno, Neno, ebbe un grande ascendente sulla mia formazione socioculturale. Lui era un poeta verbale, capace di recitare a memoria i Canti della Commedia alla mattina, mentre strigliava le vacche di stalla. Non eravamo coltivatori diretti, ossia proprietari degli ettari  di terra coltivati, e i campi appartenevano ai latifondisti conti Degli Azzoni Carradori. Bagnolo si proponeva  ai miei occhi  di bambino prima e fanciullo poi, come la  Macondo di  García Márquez di Cent’anni di solitudine. La contrada Bagnolo non è di facile individuazione sulla cartina toponomastica. Può comunque essere ubicata nelle ultime case sparse della contrada di Bagnolo-Cantalupo del comune di Recanati.  La mia Macondo si trova tra il fosso Cantalupo, ai confini con Osimo, Montefano e Castelfidardo.  E al magistero del Vergaro, il capo della mezzadria che tiene i contatti col fattore, fiduciario del padrone del fondo, conosco le erbe di ogni specie, gli alberi, gli animali di terra e di cielo. Iniziai ad amare le Marche nella doviziosità  d’indicazione plurale; mi innamorai di ogni «marca»  sì e, nello stesso tempo, a nessuna, restando  fedele  e radicato alla mia Macondo che mi permise, alzando gli occhi a Recanati, di vedere il Colle dell’Infinito e, all’orizzonte, i leopardiani Monti Azzurri. Prima di mettere per iscritto i versi, li ho sperimentati nel vissuto al  «borgo selvaggio» (sebbene il Recanatese suddividesse la gente  quella dentro le mura:  patrizi e borghesi da una parte, vale a dire gli Antici, i Cruciani,  i  Massilli, i Melchiorri, i Perozzi, i Politi  e quella fuori, gente ignorante di campagna, “i bifolchi”, i contadini coltivanti i terreni dei proprietari).

  

LS: Molti scrittori, anche di ampia levatura nel panorama culturale italiano, tra i quali Diego Valeri e Cesare Zavattini, hanno osservato che la sua deficienza uditiva in realtà, più che precluderle il mondo dei suoni e delle sfumature del mondo, gliele caratterizza e gliele ispessisce ulteriormente. In altri termini il legame intimo che Lei istituisce con il mondo del Silenzio è possibile non solo in base alla sua condizione di audioleso, ma grazie alla sua profonda capacità di interpellare i luoghi e gli oggetti. Pensa davvero che si possa dialogare con il Silenzio?

RP:  E’ la verità notata non solo da Zavattini, uomo di  poliedrica cultura, ma pure da Diego Valeri e da altri  scrittori e poeti fra i quali, delle Marche, spicca il Gruppo di letterati che ha visto maturare, in progress, la mia poetica negli anni Settanta-Novanta del secolo scorso, fra i molti cito Luigi Martellini, docente di Letteratura moderna e contemporanea all’Università della Tuscia, prefatore del mio testo d’esordio, Dal silenzio; Leonardo Mancino; Gastone Mosci; Alfredo Luzi;  Guido Garufi, il compianto Remo Pagnanelli, morto suicida, e altri. E’ una ricerca paziente e competente della critica  lungo un itinerario semiotico-linguistico, che ho individuato io stesso nella maturazione migliorandone il linguaggio  che tende prettamente all’imago. A ciò non è estranea la LIS (la lingua italiana dei segni) che ho appreso nelle scuole  specializzate (o Istituti per  sordi) nei quali ho aperto la frequenza delle scuole superiori ai disabili gravi d’udito. Questa peculiarità fortuita di avere la chiave semiotica dei codici visuomanuali significativi mi ha permesso la lettura critica degli Idilli del Recanatese anche in LIS, favorendomi l’accesso al processo ideativo sinestesico di Giacomo Leopardi, proprio della genesi della sua poesia che va ‘gustata’ anche visivamente. Ci sono Canti che oggi conservano la freschezza di quando sono stati ideati, sebbene il poeta riporti le parole idiomatiche del  «borgo selvaggio». E ciò per un processo calato sulla realtà oggettiva del poetare!  Facciamo fatica oggi a leggere la poesia di poeti contemporanei a Leopardi, ad apprezzarla; al contrario del Recanatese che ci affascina sia nel linguaggio che nella descrizione nitida dei paesaggi narrati. Possiamo portare tanti esempi su questo, a partire dal celeberrimo “L’Infinito” che, a mio giudizio, in soli 15 versi Giacomo Leopardi eleva Recanati a monumento poetico del romanticismo europeo! Il segreto sta nel fatto che Leopardi «vede» e  «ascolta» nel momento in cui origina il suo linguaggio poetico. Io ho sperimentato, perché sino a 12 anni sono  stato in una full immersion di suoni, voci e rumori agresti,  ossia nella realtà della natura che comunica e, poi, nel silenzio della sordità. Così sono giunto alla comprensione comparando, proprio per un  fortuito caso di vita  come detto, il  «processo d’audizione» e il «processo visuomanuale», tanto più efficace quest’ultimo perché mi ha condotto a relazionare con le  persone e le  cose,  e gli esseri animati, con uno specifico linguaggio visuomanuale  di codici, di cui mi giovo assai nella mia poetica. Ecco l’intuizione di Valeri, di Zavattini e di altri critici estimatori. La differenza sta nel fatto che io sperimento il sonoro-acustico per mnemesi e non di una sinestesia diretta, fenomenologia poetica del Recanatese. La mia poesia attinge a un’inconsueta vena musicale perché, come ammetteva il prof. Gastone Mosci dell’Università di Urbino, è genesi interiore. Leopardi dice nello Zibaldone che la poesia deve avere  ritmo e melodia, a mio giudizio  questo è fondamentale anche se spesso c’è una forzatura come succedeva, un tempo, in alcuni poeti nella ricerca della rima forzata, di certi morfemi o parole, nel mio linguaggio poetico tutto avviene in modo spontaneo: il soggetto  (o il contenuto) è che chiama la parola appropriata per “vestirsi”  a festa nella narrazione dando doviziosità al verso. Ecco perché oggi facciamo fatica a incontrare sillogi poetiche di sordi per la carenza o nullità del processo onomatopeico che io, come riferito, richiamo dalla memoria. Al contrario troviamo validi pittori ipoacusici, con eccelse opere di pittura.

Certo, si può dialogare col Silenzio quando è inserito nel momento opportuno! Idem con le cose e le persone (e la Natura!) perché il Silenzio per me non corrisponde alla disabilità uditiva: è vincente quando diventa consapevolezza di una peculiarità di percezioni anche per via tattile. E’ una re-attivazione dei linguaggi che ci favoriscono nella creatività! Siamo in un settore molto importante che ci apre un varco di riflessione sulla comunicazione, in particolare sui rumors d’oggi di troppi umani che, appunto, gridano e imprecano senza comunicare né avere la pazienza d’ascoltare il valore intrinseco della parola nel linguaggio silente che ci è dintorno.

 

LS: C’è un intero filone della sua poesia che parte dall’amore incondizionato verso la Natura. In molte liriche quando parla della/alla Natura utilizza l’espressione Geo, piuttosto che il suo naturale corrispettivo femminile, Gea, nella quale si identifica la divinità madre, la Madre Terra. Perché l’utilizzo di Geo, al maschile, per riferirsi alla Terra?

RP: Géa, in greco Gaia o Ge. Per me «Geo», al maschile, nel senso che vuole essere un distaccamento dalle credenze collegate a dottrine orfiche, o emersa dal Caos. Quando nei miei versi mi riferisco a “Geo”, intendo la geo-terra, la natura che vediamo e ascoltiamo con i nostri sensi e manipoliamo con le nostre mani; penso alla consumazione del suolo agricolo. La Geo, a cui mi riferisco io, non è una divinità dell’Olimpo, la mia poetica (su Geo) vuole essere una denuncia delle malefatte dell’uomo nei confronti della Natura, ossia più attenzione all’ambiente:  è richiamare alla memoria una beltà di luoghi agresti di albe e tramonti della mia Bagnolo-Macondo! Forse il Vergaro delle mie terre metteva attenzione ad un’autorità tipica allora: “il” maschile, “il” maschio  che comanda. Ecco che le Marche, in primis le mezzadrie del maceratese hanno priorità, nell’anagrafe comunale, soprattutto nella cognomizzazione, prevalente il soprannome di provenienza o dell’attività svolta: ecco i cognomi caratteristici i «Pigliacampo» (per la quantità degli ettari coltivati dai miei antenati tra Bagnolo e il fosso Cantalupo e Montefiore-Montefano), i «Calzolaio», gli «Osimani», i «Pigliapoco»,  i «Mangia o Magnaterra», i «Trubbiani, i «Cingolani», i «Ficosecco», gli «Scarponi» (…). C’era una magia etnografica che aveva genesi dalle fole narrate d’inverno, davanti allo scoppiettante fuoco da mia nonna vergara nell’idioma coinvolgente di Bagnolo-Macondo! Ripensandoci, nell’osservazione intelligente della domanda, io non penso a “Geo” quando scrivo, penso alla mia Recanati, oltre alla contrada, alle radici che diverranno fonte della mia ispirazione quando, il destino, violenterà Bagnolo-Macondo con la disabilita dell’udito.

  

LS: Durante la presentazione del suo ultimo libro, Nel segno del mio andare (Edizioni Simple, 2013) svoltasi lo scorso dicembre a Macerata e nel quale ha concretizzato con esempi del suo passato, aneddoti curiosi e ricordi della sua infanzia, quanto abbia sempre combattuto per poter ricevere il giusto rispetto in virtù del proprio cervello (competenza, concretezza, serietà), mi ha colpito molto una sua attestazione nella quale ha detto “Ho capito Leopardi, quando sono diventato sordo”. Può spiegare questo concetto?

RP: Questa domanda si ricollega a quanto ho detto in precedenza. Oggi Leopardi è stato rivalutato come  filosofo, sebbene lui non abbia scritto trattati di filosofia, a meno che lo Zibaldone non sia letto come “mattone” filosofico!  Sì, è vero che nello Zibaldone troviamo una “filosofia” di vita:  c’è tutto, in un lampo. Ma gli italiani l’hanno scoperto quando un gruppo di studiosi traduttori hanno voluto cimentarsi a tradurre Leopardi in lingua inglese, traducendolo perde tanta beltà narrativa, che ho definito  semiotica di sinestesia visuo-acustica riconducendoci al suo ideare poesia che, appunto, ho scoperto col linguaggio visuomanuale della LIS. Leopardi non si può tradurre, per essere goduto sino in fondo bisogna conoscere bene la struttura grammaticale della lingua dei segni (v. William Stokoe) compiendo poi una full immersion proprio nell’idioma locale e nel paesaggio leopardiano! A me dispiace una cosa, non perché non odo, mi addolora il fatto che certi dirigenti delle scuole superiori, non mi/ci invitano a parlare di questa realtà percettiva nelle scuole secondarie. E’ una ristrettezza e ottusità di pensiero di conoscenza del linguaggio. Devo ringraziare un illuminato assessore, il  Dr. Alessandro Savi che, quando era a capo dell’istruzione della provincia di Macerata,  a me e ad una docente di LIS, ci permise di diffondere ciò nella scuola dell’obbligo e nella secondaria, affascinando ragazzi e  giovani sulla multi-sensorialità dei linguaggi! Oggi  ritengo fondamentale aprire queste esperienze di comunicazione perché i giovani sono basiti nell’ascolto per la saturazione del canale acustico. Se c’è un  ente di formazione aperto al nuovo, sono disponibile a ripropormi, estendendo  lezioni anche sulla genesi del linguaggio poetico visuomanuale.

  

LS: In Lettera ad una logopedista (Kappa Ediz, 1996 e ripubblicato da Armando, 2012), una delle sue opere principali per quanto concerne la produzione saggistico-divulgativa, rintraccia in un percorso a ritroso il rapporto con il mondo. Sarebbe più giusto dire con il “nuovo mondo” intendendo con questa definizione il nuovo rapporto che nella fanciullezza è costretto a inaugurare con il mondo a seguito della sua perdita dell’udito. Interessantissime le pagine in cui viene tracciata la Storia del silenzio e soprattutto il costante dualismo dei sistemi di comunicazione che vengono portati sulla carta. Il mezzo verbale fondato sull’utilizzo della parola sonora e il mezzo visivo fondato, invece, sull’utilizzo del linguaggio mimico-gestuale, necessario ai sordi per poter comunicare.

Si respira una certa sfiducia già dall’inizio del libro nei confronti della logoterapista, che è la destinataria della lettera e dell’intera analisi che Lei fa a distanza di tempo, che non viene mai stemperata. Lei ravvisa da subito quanto sia errato, limitante e addirittura insultante per un non udente ricevere un trattamento fondato sull’insegnamento obbligatorio dei vocaboli e della loro pronuncia e quanto, dall’altra parte, potrebbe essere significativo, utile e determinante per il non udente interagire con il linguaggio dei segni (LIS) sia con altri non udenti che con gli udenti.

Ritrovo queste considerazioni anche nelle sue poesie, ad esempio cito alcuni versi:

 
Odo imposizione di parole
nasconde dittatura di pensiero.[1]
 
Poi studente negli atenei di città
mi accorsi la differenza
tra logopedia e logoterapia di Frankl.
ebbi sicumera che parola vocale
è solo un’opportunità.[2]

 

Potrebbe dirci in che cosa si sostanzia la differenza tra  logopedia e logoterapia e come realmente visse il periodo dell’adolescenza in cui frequentava la logoterapista?

 

RP: Premesso che io sono docente nel Laboratorio per il sostegno  (settore Non Udenti) presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Macerata,  c’è confusione quando si parla di lingua, linguaggio, comunicazione eccetera. Io sono uno studioso che non si limita solo alla docenza di tematiche “comunicative” alternative per il “sostegno” per i disabili dell’udito, ma anche alla Didattica specializzata, alle Espressività e tecniche di comunicazione, alla Psicolinguistica dei disabili sensoriali, pertanto è bene chiarire che la logopedia è permettere al bambino, sordo o ipoacusico, di appropriarsi del codice verbale, ossia sonoro-acustico della parola. Comprendo che è fondamentale, ma ci sono altri codici di comunicazione: gli iconici, i filmici e, per farla breve, i visuomanuali significativi che usano i sordi se sono esposti all’apprendimento degli stessi. In quanto alla logoterapia, cito dalla voce specifica di un dizionario della disabilità da me curato: «Proposta da Viktor  E. Frankl quale sistema terapeutico basato su una concezione dell’esistenza in perenne ricerca di significati e contenuti da raggiungere ogni giorno. Si oppone a certe concezioni di Freud per il quale i disturbi psichici hanno origine solo da repressioni e complessi. Inoltre Frankl contesta sia a Freud sia a Adler alcuni aspetti della loro psicologia: per esempio il principio del piacere e il desiderio dell’affermazione. Frankl è chiarissimo:  «… più si tende al piacere e meno lo si raggiunge.» Lo stesso è per l’affermazione: l’essere umano più si sforza per farsi valere e meno raggiunge lo scopo. Ecco che Frankl ha individuato la via per aiutare l’uomo nel recupero dei valori e nell’analisi dei significati. I punti focali sono tre: la libertà della volontà; la volontà del significato; il significato della vita. (…).»[3]   Quindi la logopedia non c’entra con la logoterapia. C’è da consolarsi che, anche professionisti del settore che lavorano con soggetti ipoacusici, si confondono. A questo punto è pur vero che nell’Istituto per sordomuti (come erano indicati i mastodontici edifici dove eravamo) c’era qualche  suorina logopedista, per qualche ora alla settimana. All’inizio degli anni Settanta del secolo scorso la professione di logopedista non era ancora attiva in Italia, di solito interveniva saltuariamente. Io vi notai, negli esercizi d’impostazione dei corretti fonemi, dell’idonea pronuncia alla tonalità della parola, eccetera, una straordinaria fonte di comprensione dello sviluppo del linguaggio verbale. Nel tempo, queste conoscenze mi resero ribelle contro tutti  gli Operatori che trattavano i sordi nell’istruzione e nella ri-abilitazione perché li giudicavo ignoranti! Perché, devo gridarlo, e l’ho sostenuto nel pamplhet edito con lo pseudonimo  Scuola di Silenzio, Lettera ad una Ministro (e dintorni), Armando editore, Roma 2005, che il nostro è un paese che teme (!) i disabili sensoriali, ossia i sordi e i ciechi, toutcourt nelle crude parole, capaci di accedere ai massimi studi, imponendo tuttavia una rivoluzione dei processi d’apprendimento che una percentuale elevatissima di docenti sono meramente di sostegno e mai preparati per essere  considerati specializzati!  Lo Stato non è in grado di rispondere ai bisogni. I  disabili sensoriali sono tenuti fuori dalla comunità, in primis i capaci e gli istruiti bene perché non accettano la coercizione di un modello di presunta integrazione imposto dai cosiddetti normali, ovviamente vogliamo migliorarci gli spazi di relazione comunicativa, ma senza rinnegare le potenzialità che ci insegna, quotidianamente, la disabilità sensoriale. Io non concordo con la definizione popolare che afferma: se vai con uno zoppo impari a zoppicare! La vedo così: vai con lo zoppo perché tu apprenda come superare gli ostacoli!

 

LS: Quelli che Lei nelle poesie definisce “ghirigori di mani sognanti” o semplicemente “poesie visive” e che sua madre (e come lei una grande categoria della gente) ebbe a definire “il linguaggio delle scimmie”, in realtà è uno dei suoi modi per comunicare. Comunicare significa contemporaneamente mandare un messaggio (essere compresi) e ricevere un messaggio (comprendere). La labiolettura è all’interno dell’universo audioleso un ulteriore sistema di comprensione ed anche in Lettera ad una logopedista si fa spesso riferimento all’importanza del saper leggere i movimenti delle labbra. Quanto è difficile saper labioleggere e perché?

RP: Il mondo del bambino ipoacusico nell’età evolutiva è utile allo psicologo sia per  conoscere le potenzialità dei due sensi principali, la vista e l’udito, che, quando uno ne viene meno, l’altro deve supportare i processi di apprendimento. Fa parte delle mie lezioni nei corsi di specializzazione all’Università di Macerata. La domanda  che mi è  posta è generica, richiede una contro domanda, ossia: quante persone sono idonee o in grado a parlare ai disabili d’udito per farsi capire?  Perché non basta che un bambino o un adulto discrimini i fonemi se l’interlocutore ha le labbra sbilenche, parla velocissimo, si muove a destra e a manca e il volto è poco illuminato! Ho proposto tanti progetti agli enti locali per  organizzare appositi corsi di comunicazione per i propri dipendenti che hanno contatti con gli utenti negli uffici pubblici. La  risposta è stata quasi sempre la  stessa: silenzio e menefreghismo. Nei miei versi che lei individua bene, è comunicata questa rabbia e insensibilità.

 

LS: Lei è da sempre stato per natura e inclinazioni un rivoluzionario, nel senso buono del termine ossia nell’accezione in cui lei ha sempre rifiutato di assoggettarsi al conforme e di reprimere le sue idee su questioni di capitale importanza. Come ricorda in varie poesie, combatté in prima linea le battaglie di emancipazione del ’68 italiano contro i capitalisti padovani del Caffè Pedrocchi[4] e nelle manifestazioni di Roma. Non solo. Si è sempre fatto portavoce dei valori e delle istanze dei più deboli, dei socialmente definiti “diversi”, perché portatori di una qualche forma di handicap. Battaglie che lei ha portato avanti e porta avanti anche con la sua importantissima attività all’interno della dimensione assistenziale e mediante una feconda produzione critico divulgativa. Il suo sguardo sul mondo, sulla vita sociale e politica è sofferente e piagato da ingiustizie e non può che condannare con versi che effettivamente sembrano urlare le inadempienze, le trascuratezze e le violenze che si perpetuano contro realtà che andrebbero aiutate e ascoltate. C’è una poesia che è un po’ in controtendenza a questa desolazione interiore dovuta dal non-fare della politica e della società dove, anzi, riesce anche ad essere autoironico:

Mi hanno detto che Dio è democratico.
Ha costruito il cielo senza barriere.
Riderò molto dei trascorsi impedimenti.[5]

Come è nata questa poesia?

 

RP: Ho compreso il ‘trucco’ dei cosiddetti normali nel “gestire” la diversità, qui in Italia. Ho rivestito cariche internazionali nella Federazione Mondiale dei Sordi, che riunisce 120 Paesi. Ho partecipato come relatore ai convegni internazionali, confrontandomi con gli esponenti di altri paesi. Per esempio nei paesi scandinavi, se un disabile sensoriale svolge attività politica, il segretario del partito fa un patto con lui,  dichiarandogli che deve impegnarsi per i simili con proposte programmatiche,  e in cambio riceverà  gli strumenti che, di solito, è una persona che sa comunicare con le persone sorde,  ossia un interprete di lingua dei segni, per far sì che partecipi al dibattito. Io ho svolto politica ad alto livello, un partito mi ha persino candidato al Senato, e più volte sono stato candidato a consigliere comunale, provinciale e regionale. Posso dire che mi hanno usato per raccogliere voti, senza  che il partito tenesse conto della mia disabilità sensoriale,  non migliorando la partecipazione dei sordi, sennonché promesse alla carlona! Ciò ha causato in me rancore e rifiuto di certi leader: per infima ignoranza di conoscere la realtà delle persone disabili che vogliono proporsi in politica. L’Italia è addietro di tantissime legislature perché la voce di un disabile sensoriale possa arrivare in parlamento!  All’UE ci sono sei deputati disabili d’udito colti e preparati e non fanno notizia! Qui da noi sono offerti seggi ad un Belsito, Lusi, Fiorito eccetera  che sono i responsabili amministrativi (ladri) di  taluni partiti.   Questo l’ho urlato nei miei versi politici. L’inclusione deve passare nel superamento dei pregiudizi, soprattutto in politica, perché ci è impedito proporci nei programmi per la soluzione dei nostri problemi!

  

LS: Le Marche e i suoi vari territori, tanto marittimi (Porto Recanati, Porto Potenza Picena, Numana, Sirolo, Ancona) che collinari (Recanati, Macerata, Loreto) e addirittura montani (i Sibillini) sono imprescindibili dalla sua poetica che è fortemente connotata al territorio e di esso si alimenta. Nella rigorosa rievocazione di un mondo provinciale ormai tramontato con i continui riferimenti ai bardasci, ai vergari, ai tabaccoli, è presente in una qualche misura una nostalgia non solo dei posti e di quel mondo, ma dell’età infantile che si  concretizza come la breve fase di vita prima della sperimentazione del mondo del Silenzio?

RP: Questa è una bellissima domanda! Ma tutta la mia poesia è Recanati, Bagnolo-Macondo e i finitimi territori citati. Ripeto che, a Macondo, ho sperimentato un  bambino felice nei suoni e nelle voci, vergari e tabaccoli, bardasci e mongane, belati e muggiti, abbaiare di cani e schiamazzare di oche e di polli nell’aia, e pure il cigolio di carri scendenti sulla strada imbrecciata da Recanati verso il confine; l’astuzia dei contadini nel fregare il latifondista durante la trebbiatura o,  ad ottobre, l’uva della vendemmia: i  cenni d’intesa fra il vergaro e il tabaccolo, e pure di tutti gli abitanti della mezzadria, dai bardascetti alla donzelletta, avevano un ruolo: guai se venisse disatteso. Questa mia Macondo l’ho raccontata nel romanzo storico Il vergaro. Storia dei contadini nella terra di Leopardi,  Moretti&Vitali editori, Bergamo 1999. Ha avuto un buon successo perché ho raccontato cinquant’anni di una “storia” dei miei antenati sino alla soglia del…. Silenzio, ovvero la sordità che mi ha allontanato per sempre dalla mia Macondo ed ho iniziato a gironzare per l’Italia. Non mi sono mai staccato tuttavia dalle radici. Peccato che ormai è tardi, forse avrei potuto offrire di più di qualche verso o poesia. Perché, a dirla  tutta, io sono un ribelle, un “rivoluzionario” in senso positivo, ossia di cambiamento. Ma la mia sfortuna è stata quella di  (dover) sospingere taluni dappoco, piuttosto d’essere aiutato io a manifestare la mia protesta! Vedo l’occaso leopardiano  che cala su Macondo: e questo mi genera sofferenza perché non sono stato “qualcosa” in niente, sprecandomi in troppi settori: psicologo/insegnante dei sordi/docente universitario/poeta/narratore/studioso di psicopedagogia sensoriale (…). Forse questa pluralità di impegni mi ha isolato, reso prigioniero della sordità, che mai ho nominato, solo talvolta agli sciocchi come pietra da lanciargli in faccia, io mi sono specchiato nel Silenzio e nei suoni della mia Bagnolo-Macondo, poi altrove nelle città di Firenze, Padova, Roma con la mia “grinta” di ribelle! Forse non ho più tempo di dire tutto delle mie giornate e albe a Macondo perché, sebbene pochi chilometri mi separano oggi dalla contrada, io continuo a rivederla come l’ho sperimentata ieri. Vorrei tanto fondere in un processo di integrazione l’Ascolto e il Silenzio per ritrovare la capacità d’essere  esempio per le giovani generazioni.

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Da sx: Renato Pigliacampo, Lorenzo Spurio e Susanna Polimanti durante la presentazione dei libri del poeta Renato Pigliacampo svoltasi alla Biblioteca Comunale Mozzi-Borgetti a Macerata lo scorso 20-12-2013.

  

LS: L’idea di questa intervista è quella di poter diffondere le varie interpretazioni sulla Poesia e consentire l’articolazione anche di una sorta di dibattito tra poeti diversi, per esperienza, età, provenienza geografica, etc. Le propongo di seguito un estratto dalla silloge Vibrazioni[6] della poco ricordata poetessa Amelia Rosselli (1930-1996) sul quale sono a chiederLe un suo commento:

 

Questi uccelli che volano
e questi nidi di tormento fasciano
le inaudite coste, e l’ombra
che getta l’alabastro violento sui cuori
e l’improbabile vittoria. O sonetto tu suoni con le campane
dei muli, – il passo è muto.

RP: C’è qualcosa che a mio parere la poetessa non riesce a comunicarci sino in fondo perché, sebbene la natura si presenti in una stagione felice, negli “uccelli che volano”, i “nidi di tormento” offuscano le speranze, i ricordi continuano a torturare la poetessa, impedendole di godere la realtà e, quindi, “l’improbabile vittoria” sulla mestizia che, a mio parere, potrebbe essere il “male oscuro” dei poeti (la depressione).

 

LS: Di seguito, invece, Le propongo la lettura e l’analisi-commento alla poesia civile “Dopo Auschwitz”[7] del poeta maceratese Gian Mario Maulo:

 Anche se non so nuotare
vorrei tanto attraversare il mare;
 
non ho le ali per volare
eppure mi immagino a planare sopra la vallata;
 
non so suonare il piano
ma le dita mi fingono pianista di melodie mai scritte;
 
e non ho memoria dei sogni della notte
ma nascono ancora a frotte le emozioni:
 
non posso più credere ad un ‘Onnipotente’
e mi trovo a sperare contro la speranza.

 

RP: Gian Mario Maulo, che ritengo uno tra i migliori poeti contemporanei delle Marche, è sostenuto – in questa poesia – da un’indomita fede. Tuttavia sorge, d’improvviso, il  dubbio di credere ad un ‘Onnipotente’. Tutti i grandi asceti, che hanno scommesso sull’altra sponda, nel tramonto dell’esistenza sono  avvolti dall’ombra, sentendosi abbandonati. Maulo è lucidissimo in questi versi a farci partecipi del suo smarrimento.

  

LS: Lei è l’ideatore del Premio nazionale di Poesia “Città di Porto Recanati” che si svolge annualmente e che figura come uno dei maggiori premi letterari delle Marche. Questo è un ulteriore aspetto che la lega ancora di più all’amore verso la poesia e alla sua terra d’origine. Quanto pensa che possano essere importanti i Premi letterari per l’esordiente che si cimenta con le prime produzioni poetiche?

Quali sono secondo Lei le vere forme di arricchimento che si può trarre dalla frequentazione di concorsi letterari?

RP: Prima di rispondere alla sua domanda, faccio una premessa: fondando il Premio Internazionale di Poesia Città di Porto Recanati, che nel 2014 raggiunge un quarto di secolo (!), volevo estendere il Messaggio alle persone  (più) sensibili e ideative, ossia i poeti.  Io mi esprimevo con l’insegnamento, curavo la psiche nella professione, scrivevo testi scientifici, mi mancava di stimolare le persone all’attenzione della disabilità, per questo con un mio Gruppo, pochi davvero, proponemmo un tema fisso: la disabilità in genere, la povertà, gli extracomunitari eccetera, invitando i poeti d’Italia a scrivere. La risposta fu positiva perché induceva a riflettere sulla realtà  che ognuno ha attorno a sé.

I Premi sono utili se sono organizzati da proponenti seri, con la vigilanza dell’ente locale, come nel mio caso il comune di Porto Recanati, sebbene in questi anni non abbia mai sostenuto economicamente il Premio! (sic) La forma di arricchimento, nei concorsi seri, è il confronto ovviamente con   altri linguaggi e soprattutto – se è un concorso a tema – c’è lo stimolo di un processo empatico che favorisce la conoscenza, come  avviene ogni anno nel nostro concorso “Città di Porto Recanati”, il vissuto del disabile o di gente che trattano  le tematiche proposte.

 

 LS: Concludo questa intervista per chiederle se la sua poetica e le ragioni che la motivano possono essere sintetizzate con una citazione di Neruda che recita “La parola è un’ala del silenzio”.

RP: Condivido. Vorrei anche dire: “La parola è il dono di una ginnastica del pensiero che ci favorisce di conoscere l’altro. Ma è solo una possibilità. Ce ne sono altre che evitiamo di conoscere, con la presunzione che la parola verbale possa tutto, invece è solo pigrizia che frena di migliorarci!”

 

 

Porto Recanati (MC), 2 Gennaio 2014

 

[1] Renato Pigliacampo, Canto per Liopigama, Porto Recanati (MC), Casisma Edizioni, 1995, p.  34.

[2] Renato Pigliacampo, L’albero di rami senza vento, Neftasia, 2006, p. 70.

[3] Renato Pigliacampo, Nuovo dizionario della disabilità, dell’handicap e della riabilitazione, Armando editore, Roma, 2009, p. 213.

[4] «Il Sessantotto al caffè Pedrocchi/ contestando signori capitalisti./ Compagni col fazzoletto rosso al collo/ spronavan alla riscossa Bandiera Rossa./ Che società vagheggiata!», in Renato Pigliacampo, Canto per Liopigama, Porto Recanati (MC), Casisma Edizioni, 1995, p. 119.

[5] Renato Pigliacampo, Ascolta il mio silenzio, Siena, Cantagalli, 1999, p. 30.

[6] Amelia Rosselli, L’Opera Poetica, Milano, Mondadori, 2012.

[7] Gian Mario Maulo, Dialogo. Sulle orme di Li Madou, Macerata, Ephemeria, 2010.

A Recanati il 10 maggio la Premiazione del 2° Concorso Lett. TraccePerLaMeta e un reading di poeti marchigiani

Nel pomeriggio di sabato 10 maggio nella prestigiosa Sala Foschi del Centro Nazionale di Studi Leopardiani di Recanati (MC) si terrà un importante evento culturale organizzato e promosso dalla Associazione Culturale TraccePerLaMeta e dalla rivista di letteratura “Euterpe”.

La serata si aprirà con i saluti introduttivi della Presidente della Ass. Culturale TraccePerLaMeta (Anna Maria Folchini Stabile) e a seguire quelli del Sindaco di Recanati (Francesco Fiordomo) e del Presidente del Centro Nazionale Studi Leopardiani (Fabio Corvatta).

L’evento centrale del pomeriggio sarà la premiazione del 2° Concorso Letterario Nazionale “TraccePerLaMeta” che in questa seconda edizione si apriva con i versi di un estratto di una lirica di Leopardi alla quale era possibile ispirarsi.

Da ogni parte d’Italia arriveranno i vari vincitori e menzionati a vario titolo (per le due sezioni di partecipazione: poesia e racconto) e altri partecipanti i cui testi saranno pubblicati in un’opera antologica che verrà diffusa nella stessa serata.

l pomeriggio letterario, appoggiato moralmente dalla Regione Marche, dalle Province di Ancona, Macerata, Pesaro-Urbino, Fermo, Ascoli e dai Comuni di Macerata e Recanati proseguirà con un reading con alcune voci di poeti locali che leggeranno proprie poesie.

Ad arricchire ulteriormente la serata sarà un intervento dal titolo “La modernità nella poetica di Leopardi” della poetessa e scrittrice Annamaria Pecoraro e le musiche di Luca Mengoni (violino) e Federico Perpich (violoncello) della Civica Scuola “Beniamino Gigli” di Recanati.

La S.V. è invitata a prendere parte al pomeriggio culturale secondo il programma in locandina.

Ingresso gratuito.

Info: info@tracceperlameta.orgwww.tracceperlameta.org

recanati-locandina

 

programma estratto dalla locandina

“Riflessi letterari” di Giuseppina Vinci, recensione di Giovanna Albi

Riflessi letterari
Di Giuseppina Vinci
Tracce per la meta edizioni, 2013
Genere: Saggistica
 
Recensione di GIOVANNA ALBI

 

coverGiuseppina Vinci  di Lentini, docente di letteratura straniera al Liceo Classico della sua città, ci propone la sua terza opera letteraria, Riflessi letterari, in cui si mescolano generi diversi, riflessioni letterarie, poesie, articoli,esegesi personali di famosi testi della letteratura italiana ed inglese: autori romantici e del Novecento che si interrogano sugli eterni quesiti dell’uomo di natura ontologica e teleologica. Poeti e scrittori alle prese con l’insofferenza, l’inquietudine, il male di vivere. Si  parte da un testo celeberrimo di Leopardi del Ciclo di Aspasia “A se stesso” e l’autrice riflette su “Quel poserai per sempre” che pessimisticamente allude al nichilismo del genio di Recanati, il più grande filosofo-poeta di tutti i tempi. Colui che seppe guardare in faccia la realtà senza nessuna consolazione religiosa. La realtà nuda e cruda, fatta di carne e ossa che gridano il proprio male di fronte all’indifferenza della natura indomita. La riflessione sulla morte come fine del tutto che è “nulla eterno”, precorso da quel sentimento di noia che si coglie dinanzi la caduta delle illusioni. “Il passero solitario” allude al distacco dal mondo, al senso di inadeguatezza e di inettitudine alla vita, ben diversa condizione rispetto a quella del gabbiano Jonathan che, pur deriso  per la sua diversità, impara a volare alto; il poeta non vola, ma si ritrae in se stesso nel suo amaro silenzio, nel suo pessimismo sempre più personale e cosmico. Il “passero solitario” viene paragonato all’albatros di Baudelaire che viene bistrattato e catturato dalla convenzione, dalle istituzioni, sempre così pronte a mortificare il diverso.

E poi ancora una riflessione su cosa sia mai la Poesia, questa massima creatura umana, che è “ Lo spontaneo traboccare dei sentimenti potenti, forti, autentici o emozione rivissuta in tranquillità”. Le emozioni romanticamente scattano a contatto con l’universa Natura, fonte perenne di ispirazione, tempio di un mistero sacro, natura incontaminata, consolatrice degli affanni. Madre Natura che scuote l’anima del Poeta fino a far sgorgare “sentimenti potenti, stupore, meraviglia per i doni del creato”.

Si passa poi al Simbolismo di Blake, poeta ai suoi tempi sottovalutato, oggi considerato tra i più grandi artisti della Gran Bretagna.  Ritenuto pazzo per il suo carattere visionario,  che anticipa i poeti maledetti del Novecento, il simbolo è per lui poesia, contrapposizione di opposti, in una visione manichea in cui Bene e Male confliggono sempre in precario equilibrio, in un colloquio incessante con se stesso in cui centrali sono i binomi oppositivi come nella poetica del Leopardi.

Ci si interroga sui motivi della conversione al Cattolicesimo nel 1872 di Alice Meynell , laddove i temi diventano il silenzio e la solitudine. Una poesia di meditazione mistica, è il silenzio che produce  poesia e musica per ritornare all’infinito silenzio.

“Cosa è un uomo?” si chiede l’Amleto; la stessa ontologica domanda attraversa l’autrice, la quale si pone di fronte al problema della crisi dei valori, della globalizzazione, dei mercati, dello spread, dei bund tedeschi, delle borse di Wall Street, Dow Jones…e sa che  il nostro destino è incerto e stiamo per scivolare nel burrone come destinazione finale. Così come nel burrone della morte scivola Virgilia Woolf , in un atto di “comunicazione estrema” lasciandosi annegare nel fiume Ouse, in un gesto estremo che è prova di grande coraggio: o la follia o la morte. Virginia Woolf : una grande della letteratura inglese che condivide tanti punti con James Joyce, anche l’anno di nascita e di morte.

Tutti alla ricerca di qualcosa : così sono i personaggi di James Joyce , tutti con le braccia tese verso il desiderio di appagamento, tutti come Telemaco alla ricerca del padre, tutti come Ulisse nel mare aperto con l’insicurezza dentro di non ritrovare mai più la propria Itaca.

E poi ancora  riflessioni e impressioni sui grandi della letteratura italiana: Carducci e Montale. Il ritorno dell’antico, del primitivo in Carducci, il pianto primordiale per la perdita del figlioletto mentre la natura leopardianamente continua inflessibile il suo corso. Il dolore per la perdita di un figlio è quanto di più insensato vi sia; è il dolore più struggente, quello per cui mai si dovrebbe soffrire. Segue un’analisi dei correlativi oggettivi ripresi da Eliot in Montale, tutti simboli di quel “male di vivere “ che il Poeta incontrò, nella contrapposizione degli opposti come in Blake.

L’opera di Pina Vinci è ricca di spunti di riflessione, ma più che di un saggio si tratta di impressioni anche personali, non sempre supportate dalla dovuta documentazione. Ma forse anche questo è un pregio dell’opera che vuole, non scientificamente analizzare, ma ri-evocare , ri-creare le atmosfere che hanno impregnato le opere più significati di cui sopra ho detto; lo stile semplice, limpido, di facile letture esprime tutta la trasparenza di una persona che intende comunicare il suo incontaminato amore per la letteratura.

 

 

II Concorso Letterario di Poesia e Narrativa TraccePerLaMeta, il bando

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L’Associazione Culturale TraccePerLaMeta

con il Patrocinio del Comune di Recanati e dell’Assemblea Legislativa delle Marche e del CNSL (Centro Nazionale Studi Leopardiani) di Recanati

 

ORGANIZZA il

2° Concorso Letterario Nazionale di Poesia e Narrativa

“TraccePerLaMeta”– Edizione 2013

 

 

Mirava il ciel sereno,
Le vie dorate e gli orti,
E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
(G. Leopardi, “A Silvia”)

 

BANDO DI PARTECIPAZIONE

 

1)      Il concorso si articola in due sezioni:

a)      Sezione A – Poesia a tema libero

b)     Sezione B – Racconto a tema libero

Pur essendo il concorso a tema libero, verrà assegnato un premio speciale dal Presidente del Premio al miglior testo ispirato dai versi leopardiani indicati.

 

2)      Possono partecipare tutti coloro che sono residenti in Italia o all’estero, ma si ammetteranno soltanto opere scritte in lingua italiana.

 

3)      Per la sezione A è possibile partecipare con un massimo di due poesie che non dovranno superare la lunghezza di 30 versi ciascuna. Per la sezione B è possibile partecipare con un solo racconto che non dovrà superare la lunghezza di sette cartelle (una cartella corrisponde a 30 righe di sessanta caratteri).

 

4)      Gli autori si assumono ogni responsabilità in ordine alla paternità degli scritti inviati, esonerando l’Associazione TraccePerLaMeta da qualsivoglia responsabilità anche nei confronti dei terzi.  Le opere dovranno essere rigorosamente inedite alla data di presentazione al concorso.

 

5)      Ciascun autore dovrà inviare le proprie opere esclusivamente in formato Word (.doc) e la scheda di partecipazione compilata all’indirizzo di posta elettronica info@tracceperlameta.org  entro e non oltre la data del 30 Ottobre 2013.

In via eccezionale, per chi non ha destrezza con la posta elettronica, si potrà inviare tutto in cartaceo a: Associazione Culturale TraccePerLaMeta  Via Oneda 14/A  21018 – Sesto Calende (Va) specificando al di fuori del plico “2° Concorso TPLM 2013”. Nel caso si scelga questo tipo di invio, non farà fede il timbro postale e il materiale dovrà pervenire entro e non oltre la data di scadenza.

 

6)      Non verranno accettati testi che presentino elementi razzisti, pornografici, blasfemi o d’incitamento all’odio, alla violenza, alla discriminazione di ciascun tipo.

 

7)      Ciascun autore, nell’allegato contenente le proprie opere, deve inserire il proprio nome, cognome, indirizzo, recapito telefonico, indirizzo e-mail, la dichiarazione che l’opera è frutto esclusivo del proprio ingegno, la dichiarazione che l’autore ne detiene i diritti e l’espressa autorizzazione al trattamento dei propri dati personali ai sensi del D.lgs. n. 196/2003, compilando la scheda allegata al bando.

 

8)      La partecipazione è gratuita per tutti i soci 2013 dell’Associazione Culturale TraccePerLaMeta. Per tutti gli altri partecipanti si richiede una tassa di lettura pari a

a)                  5 € per una sola poesia

b)                 10 € per due poesie

c)                  10 € per il racconto

E’ possibile partecipare a entrambe le sezioni del concorso pagando le rispettive quote.

Il pagamento della tassa di lettura dovrà essere fatto secondo una delle seguenti modalità:

 

–                     Bonifico bancario

IBAN: IT-53-A-07601-10800-0010042176-08

Intestato a: Associazione Culturale TraccePerLaMeta

Causale: Nome e Cognome e riferimento al concorso “TPLM –31-07-2013”.

Copia del versamento dovrà essere allegata all’invio dell’opera. In caso contrario l’opera a concorso non sarà esaminata.

 

–                     Bollettino postale

CC 01004217608

Intestato a: Associazione Culturale TraccePerLaMeta

Causale: Nome e Cognome e riferimento al concorso “TPLM –31-07-2013”.

Copia del versamento dovrà essere allegata all’invio dell’opera. In caso contrario l’opera a concorso non sarà esaminata.

 

–                     PayPal

Indirizzo: postmaster@tracceperlameta.org

Causale: Nome e Cognome e riferimento al concorso “TPLM –31-07-2013”.

Copia del versamento dovrà essere allegata all’invio dell’opera. In caso contrario l’opera a concorso non sarà esaminata.

 

9)      La Giuria nominata dall’Associazione Culturale TraccePerLaMeta è formata dai soci fondatori dell’Associazione e da eminenti personalità del panorama letterario italiano di cui verrà dato conto in sede di premiazione.

Il loro giudizio è definitivo e insindacabile.

 

10)  Verranno proclamati un vincitore, un secondo e terzo classificato per ciascuna sezione. La giuria si riserva, inoltre, di prevedere segnalazioni o menzioni speciali e di attribuire quindi premi aggiuntivi. Al primo classificato verrà assegnato il diploma e consegnata una targa con un premio di 200€ così suddivisi: 100€ in denaro e 100€ in buoni acquisto da utilizzare nello shop on-line di TraccePerLaMeta. Al secondo e terzo classificato verranno assegnati diploma e targa. A tutti i concorrenti presenti alla premiazione verrà donato un attestato di partecipazione personalizzato.

 

11)   La premiazione avverrà nella primavera del 2014 in un luogo della regione Marche che verrà comunicato a tutti i partecipanti con ampio margine d’anticipo.

 

12)  I vincitori saranno avvisati telefonicamente e/o via mail. I premi verranno consegnati soltanto al vincitore o a un suo delegato. I diplomi e i certificati di partecipazione, invece, potranno essere spediti previo pagamento da parte dell’interessato delle relative spese di spedizione.

 

13)  E’ altresì prevista la realizzazione di un’antologia che raccolga le migliori opere pervenute. A tal proposito la Giuria selezionerà le migliori opere che verranno raccolte in un testo di cui ne viene consigliato l’acquisto agli autori prescelti. Il costo di detta antologia non sarà superiore ai 12€ e il testo sarà inviato per posta previo pagamento. Ogni copia in più ordinata sarà scontata del 30%.

 

14)  Gli autori, per il fatto stesso di inviare le proprie opere, dichiarano di accettare l’informativa sulla Privacy ai sensi del D.Lgs. n. 196 del 30 giugno 2003.

 

15)  Gli autori, per il fatto stesso di partecipare al presente concorso, autorizzano l’Associazione TraccePerLaMeta a pubblicare le proprie opere sull’antologia, rinunciando, già dal momento in cui partecipano al concorso, a qualsiasi pretesa economica o di natura giuridica in ordine ai diritti d’autore.

 

16)  Gli autori, per il fatto stesso di partecipare al presente concorso, accettano integralmente il contenuto del presente bando.

 

 

Per qualsiasi informazione in merito al concorso, si consiglia di avvalersi dei seguenti contatti:

 

www.tracceperlameta.org  

info@tracceperlameta.orgtracceperlameta@gmail.com

La Segreteria del Premio

“A se stesso” di Giacomo Leopardi, con un commento di Giuseppina Vinci

“A se stesso”
di Giacomo Leopardi
 
Commento di Giuseppina Vinci

imagesNon può che suscitare tristezza il primo verso  “or poserai per sempre..  stanco mio cor’’; par che dica alla fine dei miei giorni, il mio cuore che tanto ha sofferto non proverà più alcun sentimento di dolore poiché la morte porrà fine a tutta una vita in pena. La morte liberatrice, agognata, lo condurrà al nulla eterno ove angoscia e disperazione non saranno e tutto si dissolverà.

Vien da pensare al monologo di Hamlet, la morte definita ‘’la terra inesplorata dalla quale nessuno mai è tornato’’ potrebbe riservare altri dolori. Il celeberrimo personaggio shakespeariano non porrà fine alla propria vita, non compirà il gesto suicida che ne potrebbe fare addirittura un eroe “se non fosse per qualcosa dopo la morte’’ che lo costringerebbe ad affrontare altre problematiche per le quali non saprebbe trovare soluzioni.

Ecco l’essere o il non essere. Porre fine alla propria vita, a tutti i dolori scegliendo l’annullamento del proprio essere o desister per un dubbio ancora più grande, angosciante. Se la Morte non dovesse essere la meta Finale, se un altro mondo attendesse gli esseri umani dopo il viaggio terreno costringendoli ad affrontare altri dolori che non conoscono, allora passeremmo a un’altra vita di sofferenze e sarà un’infinita condizione di dolore. Differente l’atteggiamento del nostro quando afferma “che eterno io mi credea’’ e il desiderio è spento’’  assai palpitasti riferito al cuore e ‘’fango è il mondo’’ per cui vana e inutile è l’amarezza e la noia.

Al genere nostro il fato non donò che il morire. Agli esseri umani un destino di morte e tutto è vanità infinita. La morte in altri contesti ritenuta un Abbraccio come nel brano “The party” di Mrs Dalloway della Woolf, una sfida, un tentativo di comunicare con il mondo in un mondo senza comunicazione, qui è la fine e il fine  ultimo che ognuno raggiunge perché mortale suo  malgrado.  E tutto è vanità. Con Foscolo la morte è la Fatal quiete, Sorella morte con S. Francesco e ‘’un guadagno’’ con S.Paolo. Come tutto appare relativo. Come ognuno possiede la sua verità.

Un guadagno perché essa ti porta a Dio, al Creatore. Una Sorella, perché più che fine, è conforto che ti conduce al medesimo Padre.

Perì l’inganno, un fanciullo Leopardi, un sognatore, ingenuo, fidava nell’eternità del suo essere sulla terra adesso lo vedo come uno che ha perso l’equilibrio e sta per cadere.

Vede la vita come da una torre pendente. Non può essere tranquillo guardando dall’alto di una leaning tower. Ti prende la paura, l’ansia, l’angoscia e lui è come se stesse sull’orlo di un precipizio.

Non più speranza, non più salvezza, soltanto consapevolezza di un destino Amaro e di una sorte funesta che lo attende. Il sognatore Leopardi ha  preso coscienza della realtà, dell’unica realtà, della Verità estrema.

Un risveglio doloroso ma necessario.

 

Giuseppina Vinci

Docente al liceo classico Gorgia di Lentini

QUESTO TESTO VIENE QUI PUBBLICATO PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE. E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE QUESTO COMMENTO SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

La solitudine in poesia vista attraverso l’immagine del volatile: “il passero solitario” di Leopardi, il gabbiano Jonathan Livingston e l’albatro

Il passero solitario
di  Giacomo Leopardi
 
commento di Giuseppina Vinci

Grande fascino desta il primo verso ‘’d’in su la vetta della torre antica’’ la vetta, le altezze,  si allungano verso il cielo, come guglie di una cattedrale che si elevano verso l’infinito, altri spazi, altri mondi; colui che sta su una vetta non può non essere che diverso dagli altri, colui che ha desiderato raggiungere la vetta aspira a una vita differente perché è differente, aspira all’infinito, a una esistenza ‘’elevata’’.

ps_jpgpassero solitarioIl passero dalla vetta della torre può ammirare un paesaggio bello ricco di luce perché la primavera ha illuminato la campagna e intenerito i cuori, il nostro Poeta ammira la natura e la sua bellezza, non può non ammirarla perché essa ‘’intenerisce il cuore’’. La Torre simboleggia la durezza del carattere, l’impenetrabilità del dolore,  la corazza di una personalità triste, melanconica,  sente di essere forte perché se ne sta in disparte; solitario ha scelto la solitudine e crede di poter vivere da solo. Non può ammirare e gioire delle bellezze della natura come tutti gli altri passeri, come tutti gli altri giovani. Scegliere la solitudine è la Scelta della sua vita, della sua breve vita. Perché rinunciare alla gioia? Breve ma pur sempre viva e presente.

La brevità della gioia dovrebbe impedire di abbandonarsi alla solitudine. Egli si è abbandonato alla Solitudine.Pur breve, la gioia  va vissuta anche se seguita dall’inevitabile dolore. Antica, par ricordare l’ ‘’antico’’ marinaio del poeta inglese Coleridge. Antico, remoto, non vecchio, quasi intoccabile,antico come il Dolore che è sempre stato e sempre sarà, ricorda Keats ( the pain that has been and may be again)  nella sua celeberrima urna greca. Condizione comune a tutti gli esseri umani, non puoi evitarlo. Dolore silenzioso, orgoglioso, remoto come ho scritto in una mia breve composizione. Il passero canta la propria solitudine e alla fine del giorno accetta la fine. Il Poeta sente di rimpiangere i momenti non vissuti, momenti che avrebbero potuto riscaldare il cuore. Anche Jonathan  Livingstone sceglie la solitudine, ma vola, sui mari, sui monti, si stacca dal gruppo, dalla esistenza fatta di obbedienza alle regole stabilite dal capo. Il  gabbiano Jonathan gioisce, spazia, soprattutto perché lontano dal gruppo che non ama volare come lui. Volare è la vita per Jonathan, ma il passero, il Poeta non vola, si stacca dal gruppo non per volare, spaziare, librarsi, gioire ma per rimanere immobile nella solitudine e dunque nella sofferenza.

Il gruppo punisce Jonathan per non essersi adattato, per aver trasgredito, ma lui non cambia, rimarrà lo stesso, amerà volare e continuerà a volare, ossia a vivere.

Il gabbiano di Baudelaire, schernito e annientato, è il Poeta condannato per essere diverso, per essere incompreso, per essere genio. Tutti ciò che appare diverso deve essere annientato. La norma è l’istituzione, e dunque, se fuori dalla norma, deve essere emarginato.

gabbIl poeta, incompreso perché geniale deve essere mortificato e dunque morire. Qui il Nostro, forse schernito dalla comunità recanatese, deliberatamente sceglie di non condividere la sua vita con altri giovani e giovinette del paese. Avrà molto sofferto. La sua adolescenza sarà stata simile a quella di tanti altri giovani, non amati soprattutto nell’ambiente familiare; niente che possa intenerire il suo cuore; durante quegli studi matti e disperati, si affanna a trovare una causa al dolore causa che difficilmente troverà. Un Thomas Hardy che non accetta la  necessità del dolore. Una Natura, le stelle che brillano, fredde e luccicanti rappresentano una Volontà indifferente alla sorte delle umane genti.

Una Volontà immanente, non soltanto indifferente ma che scherza con gli esseri umani deboli e fragili ‘’destinati’’ alla sofferenza. Non un Dio, ma ‘forze oscure’’ come Hardy le definiva, oscure perché ne sconosci l’origine, si accaniscono per far sì che l’uomo soffra e gioiscono della sua infelicità. Raggiungono la meta, il fine. Tess perirà a Stonehenge, condannata per aver assassinato Alec, ma Tess non è altro che simbolo dell’umanità,  vittima di forze oscure. Simbolo della umanità senza speranza, condannata alla morte, alla Fine. Anche Hardy si chiederà il motivo di  tanto dolore. Non saprà mai darsi una risposta. Se non quella di credere alla grande solitudine dell’uomo e alla sua inevitabile sorte di dolore e abbandono. Il nostro Poeta, come il passero perirà, si rammaricherà della vita, della propria vita trascorsa nel rifiuto, Nessuno mai l’ha consolato,  ‘all’apparir del VERO tu misera cadesti’’ dell’altra nota poesia ‘’A Silvia’’, le illusioni che avrebbero potuto confortarlo sono illusioni; la speranza nelle illusioni è anch’essa perita.

Solo il Nulla non perirà.

 

Giuseppina Vinci

Docente di Lingua e civiltà inglese al Liceo classico Gorgia di Lentini.

“Recanati”, poesia di Giuseppina Vinci

Recanati

POESIA DI GIUSEPPINA VINCI

city_recanatiRecanati,

quando nacque non sapevi

che il  tuo figlio più insigne

ti avrebbe eternata

Recanati patria dell’infinito

del dolore e della morte

Recanati  oggi

devo renderti onore

devo inchinarmi ai Suoi versi

alla immortalità della Poesia

alla Speranza della Poesia.

DI GIUSEPPINA VINCI

QUESTA POESIA VIENE QUI PUBBLICATA SU GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

Un sito WordPress.com.

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