“L’orecchio delle dèe” di Giorgia Spurio, recensione di Lorenzo Spurio

Giorgia Spurio, L’orecchio delle dèe, Macabor, Francavilla M.ma, 2017.

Recensione di Lorenzo Spurio 

L'orecchio delle dèe - copertina - giorgia spurioCompiendo una sintesi del nuovo libro di Giorgia Spurio potremmo parlare di “miti d’acqua”. Il lettore si appresta, infatti, a leggere poesie nelle quali fanno capolino di continuo divinità dell’Antica Grecia che s’identificano, quale locus primigenio e caratterizzante, proprio nell’acqua, vale a dire nel mare. Si tratta di oceanine, ninfe, di Poseidone, Medusa e tante altre ancora che l’autrice inserisce nei righi delle sue liriche con una doppia intenzione. Da una parte richiama la classicità e dunque i relativi miti, le narrazioni che Ovidio ci riporta per mezzo delle Metamorfosi, di queste entità dalle doti soprannaturali che, poste in condizioni di pericolo, condanna o di morte, adottano o gli viene imposta l’adozione di una forma diversa. Si tratta, dunque, del tema del cambiamento particolarmente caro alla letteratura di ogni tempo, compresa la tradizione religiosa e biblica che fornisce numerosi esempi, spesso in chiave morale, di caratteri che sono portatori di verità, messaggi e forme di salvezza. Per permettere di situare bene i riferimenti alle divinità classiche Giorgia Spurio ha dedicato una parte di appendice del volume per raccontare, in forma sintetica, le vicende principali di questi personaggi e i loro destini. Apparato che risulta particolarmente utile per chi non ha fatto studi umanistici di un certo tipo o per chi non li ha molto freschi. L’altra intenzione dell’autrice con l’utilizzo di questa simbologia mitologica è finalizzata all’attualizzazione di forme di violenza e di sperequazione sociale che pullulano nella nostra realtà. Vale a dire gli attributi, le vicende caratteristiche, le sorti o le peculiarità di queste divinità (la pietrificazione data dal guardare Medusa, il sacrificio di Andromeda, la voracità di Cariddi,…) divengono significative e rilevanti nella descrizione di tipi caratteriali, di forme sociali, di complessi attitudinali e sistemi d’approccio nel mondo di oggi.

Il libro non è un innalzamento dell’età classica, piuttosto un sapiente e riuscito sistema di rimando continuo tra l’antichità leggendaria della narrazione mitologica e il mondo concreto della quotidianità. Si instaura una sorta di confronto, che non è un parallelismo, ma che ha più la forma di un raffronto dotto e mirato tra mito e realtà, tra antichità e contemporaneità, tra tragicità (il mito è spesso tragico) e crudeltà (figlia del male d’oggi). Unico denominatore comune sono le ambientazioni che sono quelle marine, dove si compiono condanne, premonizioni, spergiuri, lotte e metamorfosi forzate che in altri termini sono attualizzate al mare nostrum fucina di vittime di migranti che anelano alla libertà e al diritto alla speranza. Il Mediterraneo diviene acqua dei numi tutelari ma anche mezzo di congiunzione tra sponde spaventosamente distanti, disgiunte da recessi profondi e perigliosi.

Giorgia Spurio, com’era avvenuto per le sue precedenti raccolte poetiche, sempre mosse da intenzioni di denuncia sociale e motivate da sdegno e riprovazione verso le politiche comunitarie (Quando l’Est mi rubò gli occhi del 2012, Dove bussa il mare del 2013 e Le ninne nanne degli Šar del 2015) torna con questa raccolta ad occuparsi, in chiave forse più ricercata, delle gravose  situazioni del mondo dove dominano la sventura e la caduta, la disperazione e il tomento, la lotta e l’odio, nonché il male nella forma della morte violenta. L’attenzione è rivolta in primis all’universo infantile. Da convinta ed orgogliosa insegnante nella scuola, l’autrice è particolarmente attaccata e coinvolta a tutto ciò che ha a che vedere con i bisogni e le problematiche dei meno grandi. Con premura e amore filiale la Nostra sente dentro di sé montare la rabbia per gli accadimenti infausti che più recentemente hanno campeggiato sulle pagine della cronaca internazionale: l’annosa questione dei barconi fagocitati nel Mediterraneo (di cui percepiamo indirettamente anche un richiamo alla disattenzione pubblica e al pervasivo menefreghismo dell’Europa che tanto discute e poco agisce); Giorgia ci parla di “fantasmi imprigionati/ nei relitti affondati” (23).

La poetessa allude ai bombardamenti in Siria con particolare attenzione all’attacco aereo a Manbij con un vasto numero di morti civili, tra cui bambini. La sofferenza per le morti degli infanti viene trasmessa per mezzo delle urla delle madri, che intuiamo essere sgraziate e senza fine. Un dolore titanico che spezza famiglie, annulla il ciclo della vita, stronca ciascuna speranza: “ha solo un aspetto, il potere:/ che ha l’odore di una lacrima” (37). Si parla di bambini morti e di donne che cessano di colpo di essere madri, ma anche di orfani, di bambini che, come nella più atroce fiaba, perdono il calore e la sicurezza dei genitori dovendo affrontare, soli, tutte le battaglie che la vita gli porrà innanzi.

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La poetessa ascolana Giorgia Spurio durante una premiazione di un concorso letterario nel quale è risultata vincitrice.

Nonostante la trattazione di simili tematiche, sebbene non vengano mai sviscerate in maniera palese, il linguaggio adoperato non è mai acuminato e graffiante, tendente a svelare un mondo in disfacimento dove l’aguzzino è sempre pronto a sottomettere la sua vittima. Giorgia Spurio utilizza un verso tendenzialmente breve e piano, pulito e chiaro, con una predilezione verso le immagini nitidi e rivelatrici delle azioni umane, avendo compiuto la saggia scelta di non insozzare di sangue e metallo il candore di versi che hanno il richiamo del mito. Non ci si pone – neppure lontanamente, né con intenti polemici – la questione del motivo del male, delle ragioni della violenza né c’è intenzione di localizzare, in maniera più o meno chiara, i fautori delle sciagure. L’orecchio delle dèe esprime il punto di vista di Giorgia Spurio, indagatrice attenta delle indicibili sofferenze umane in un’età in cui gli accadimenti più spregevoli e luttuosi non risparmiano neppure i bambini. Risulta doveroso ricordare allora anche il recente bombardamento con armi chimiche (fosforo bianco) avvenuto in Siria, nella provincia di Idlib, ad aprile di quest’anno, che ha portato alla morte per inalazione di sostanze altamente tossiche di decine di ragazzi.

La tradizione popolare ci ha consegnato le favole quali narrazioni di intrattenimento non fine a se stesso, ma spesso volto a enucleare un intendimento morale, studiato poi anche in termini pedagogici. Pur avendo molti elementi che rendono questi testi adatti per i giovanissimi (la presenza spesso di animali parlanti, la centralità di un personaggio che si batte per la giustizia inseguendo le leggi del suo cuore, le finalità ludiche e morali) essi non mancano di essere assai violenti. Si pensi, solo per fare alcuni esempi, all’abbandono di Pollicino e dei suoi fratelli ad opera dei genitori che, a causa di problemi economici, decidono di lasciarli in balia di sé stessi nel bosco similmente a quanto avviene ad Hansel e Gretel; la perfidia delle due sorellastre verso la sventurata Cenerentola e  la Sirenetta che, per amare il suo uomo, acquista una pozione con la quale la sua pinna si trasforma in gambe umane, ma in cambio le viene tolto il canto con il taglio della lingua.

Ecco allora che nella poesia “La Balena Bianca di nessun romanzo” Giorgia Spurio ci fornisce una risposta dinanzi all’impiego di questo genere che, come riassunto, ha i sui pro e contro, mettendoci al corrente del rifiuto del finale della narrazione: “Ogni notte le madri rimboccavano le coperte/ ai figli, piccoli, senza raccontare la fine/ di quelle leggende/ mai che la morte potesse toccare i loro visi/ Mai” (27-28). Dinanzi a una società che si è omologata al male e che non è neppure in grado di preservare le nuove generazioni è meglio impiegare la più semplice mistificazione: non è possibile narrare di morte in un mondo dove essa è già all’ordine del giorno. La cronaca che si sostituisce alla favola. Il mondo spensierato e ludico che viene sopraffatto dalla nefandezza delle azioni umane che hanno amplificazione dappertutto.

C’è un’ultima importante sezione nel libro che ha il titolo di “Resurrezioni” e che vuole permettere un respiro diverso, fomentare una possibilità di redenzione e di ravvedimento da parte dell’uomo che possa redimerlo e condurlo a una dimensione di quiete sociale. Non si tratta, a mio avviso, di un comparto scontato o forzato, questo, piuttosto, necessario se davvero è nostra intenzione accettare l’idea che al male possa opporsi il bene, evitando la facile rassegnazione o, ancor peggio, la mera indifferenza. Ecco allora che quel processo mimetico e metamorfico che Giorgia aveva impiegato con riferimento alle divinità dell’antica Grecia e alle loro non felici storie ritorna qui, nelle poesie più marcatamente pregne di vita reale, di disagio sociale, di impellente trattazione. La poesia “Boccioli” canta l’avanzata di una primavera solidale e allargata, il rifiorire del buono come pure la giusta preservazione dell’istituto dell’infanzia. Questa poesia ha il tono di un testo tra il liturgico e il salmodico, l’idea di un mondo di pace non ha la forma illusoria di un’ipotetica utopia ma della saggia convinzione, di un rinnovamento salvifico pronosticabile e raggiungibile. Da un mondo di polvere ed urla, di case abbattute e dove la luna, unica regina del cielo ha deciso di rimettere il suo diadema regale e caracollare a terra come tutti gli uomini, Giorgia Spurio traccia il presagio del bene: i bambini ritorneranno ad abbracciare le proprie madri, i demoni diventeranno angeli, la luce riaffiorerà ed anche la luna, dimentica del suo passato inglorioso e della sua abdicazione, tornerà indomita e lucente a regnare nei cieli in ogni angolo del pianeta.

Lorenzo Spurio

Jesi, 23-04-2017

“Hýsteron Próteron” di Rosanna Gambarara, recensione di Lorenzo Spurio

Rosanna Gambarara, Hýsteron Próteron, Pagine, Roma, 2016.

Recensione di Lorenzo Spurio

La poetessa urbinate Rosanna Gambarara, da anni residente nella Capitale, è recentemente uscita con la pubblicazione del titolo Hýsteron Próteron (Pagine, 2016), volume che si compone di tre sezioni che a loro volta portano i titoli di “Divagazioni”, “In filigrana” e “Hýsteron Próteron” che è la parte più consistente da un punto di vista del numero delle liriche ivi contenute.

hysteron_proteronIl libro è inaugurato in esergo da una citazione tratta da uno dei maggiori filosofi ovvero Sant’Agostino, con un estratto in cui parla del tempo, tema caro e totalizzante dell’opera del religioso di cui parla ampiamente negli scritti filosofici de Le Confessioni. La Gambarara ha posto nella primissima pagina del libro questo frammento del filosofo dove si allude alla difficoltà di categorizzare e analizzare il tempo: aspetto ubiquo e dominante della nostra esistenza che non ha, però, una sua identità chiara ed univoca tanto da divenire qualcosa di sfuggente o di difficilmente trattabile in campo analitico. Il percorso che la poetessa fa in questa raccolta di versi va un po’ in questa direzione, nel tentativo di evidenziare quella realtà taciuta, di investigare le incongruenze del pensiero, di far, cioè, luce sulla difficoltà dell’uomo nell’interagire con un mondo fisico e concreto dove l’approfondimento esistenziale ed ontologico prende la forma di un dilemma ampio e difficilmente valicabile foriero di “sghembi itinerari”.

Quelle della Nostra sono, appunto, “divagazioni”, vale a dire riflessioni personali su una realtà non presente, e dunque inconsistente, sulla quale è possibile congetturare, amplificare  la considerazione dei meccanismi che reggono l’esistenza dell’uomo nel mondo.

Echi crepuscolari, liriche dallo stile piano e di facile fruizione che abbracciano la natura e che si stagliano nelle liminarità della mente dell’uomo, tra paure, sentimenti di desolazione, solitudine, inappetenza e meravigliato ricordo di luoghi esotici, in particolari della penisola ibeirca. Densa ed acuta la riflessione sul tema del tempo, meglio indagato nella lirica “L’attesa” dove la Nostra non manca, con un verseggiare istantaneo e veloce, di tracciare, tra vita personale e sociale, l’impegno dell’uomo nelle giornate rituali che compongono la sua esistenza che la Gambarara intravvede in toni critici e non sempre benauguranti come quando parla di “mondo feroce” o fa riferimento al “ritmo dei passi affrettati”.

In “Il silenzio”, sulla scorta di un’applicazione teoretica di tesi,antitesi e sintesi, la poetessa giunge a sconfessare le considerazioni iniziali per asserire, dopo una più sentita ricerca, che il silenzio non è assenza bensì “il luogo in cui il pensiero ricama/la trama/delle sue verità”. Dunque una presenza costante, una divinità che tace e presiede, un sodale che accompagna le vicissitudini del reale, ma anche un antro salvifico che permette una più capillare circumnavigazione della coscienza e, dunque, dell’apprendimento del mondo.

L’ultima sezione, “Hýsteron Próteron”, locuzione che letteralmente sta a significare “successivo e precedente” ad intendere un atipico invertimento nella normale e logica costruzione sintattica al fine di avere una efficace resa espressiva delle immagini, contiene liriche in dialetto urbinate fornite anche in tradizione in lingua italiana. Qui sono i colori e gli odori dell’infanzia a risaltare, di un tempo che si percepisce ormai lontano ma benefico e al quale la Nostra anela, ritorna con particolare attaccamento nei sui “vagabondaggi della vita” riappropriandosi della sua terra natìa e della cordialità delle sue genti. Ecco allora che quei “dettagli della quotidianità” riaffiorano in maniera determinante e assai nevralgica al punto tale di essere capaci di far “anneg[are] nella laguna del silenzio”. Curioso e folkloristico in “Lo sprovingol” il rimando a una presenza ectoplasmatica notturna, bizzarra e che incute paura, quella dello sprevengolo di trazione marchigiana, folletto dispettoso e minaccioso che ancora in alcuni centri delle Marche, in particolare festività, viene celebrato tra risa e orgoglioso attaccamento alla cultura subalterna.

Lorenzo Spurio

Jesi, 05-02-2017

“Ambulatorio 62” di Ivan Caldarese, recensione di Lorenzo Spurio

Ivan Caldarese, Ambulatorio 62. L’inchiostro che parla di cancro, Marotta & Cafiero, Napoli, 2016.

Recensione di Lorenzo Spurio

Dovendo vivere per un tempo limitato, è un vero peccato lasciar scorrere via, nell’apatia o nell’indifferenza, così tanti momenti. La verità è che, il più delle volte, realizziamo l’importanza delle cose quando non ci sono più oppure quando iniziano a scarseggiare. (27)

Ambulatorio-62 (1).jpgIl romanzo di Ivan Caldarese, Ambulatorio 62, è uno di quei libri che non lasciano indifferenti chi si accosta ad esso e lo legge. Capita raramente che una lettura si dimostri sin dalle prime righe avvincente e persuasiva tanto da portare a fagocitare l’intero volume in un paio di ore. Capita, al di là del coinvolgimento nei viluppi narrativi che siamo intenzionati a conoscere come evolvano, quando –come nel caso del libro di Ivan- il lettore sperimenta una forma dialogica intima con l’autore, una relazione di prossimità e vicinanza che non gli consente di abbandonare né di tralasciare il personaggio della storia e di posticipare la lettura delle sue vicende in un tempo futuro. Romanzi del genere hanno la volontà di descrivere un’esistenza che non può né deve essere bloccata neppure dinanzi alla organizzazione lettoria di chi se ne appropria perché il flusso emotivo, la carica introspettiva e gli scavi dell’anima che vengono trasposti sulla carta hanno una forza talmente alta che il lettore non può sentirsi solamente tale, ma una sorta di sodale del nostro, di amico che, pur silente, accoglie con vicinanza il disincanto, la difficoltà e le problematiche esistenziali. Qui, in Ambulatorio 62, avviene tutto questo perché ci troviamo dinanzi a una sorta di diario delle vicende mediche che contraddistinsero il personaggio in prima persona, immagine dello stesso autore, in un difficile calvario tra la minaccia della morte e la rinascita. 

Con un linguaggio semplice e d’uso comune Ivan Caldarese ci narra, senza toni patetici, con confidenza il suo dramma psicologico che fa seguito l’indomani di un esame destabilizzante, quello dell’ago spirato. La nuova realtà che si prospetta ai suoi occhi, avallata dagli esami medici, è sconvolgente: quella di una malattia assai grave che va trattata con urgenza, ma anche con uno spirito sereno, speranza e grande voglia di combattere. Assistiamo così nelle varie pagine che contraddistinguono il romanzo, efficacemente raccolte in quattro sotto-sezioni a rappresentare gli elementi della natura che, analogicamente, hanno un riflesso diretto nelle vicende narrate, al tormento esistenziale di un uomo tra paura, insicurezza e una forma d’ansia perenne che ne mina la tranquillità, condizione dilaniante che lo porta, però, a una nuova conoscenza del mondo, ovvero a riscoprire la bellezza e l’importanza di ogni cosa, anche degli aspetti da sempre ritenuti rituali, domestici o banali. In questo approfondimento della coscienza risiede la chiave di volta che permette al Nostro di non cadere nel baratro della depressione e dell’auto-annullamento ma di intrattenere una battaglia costante contro quel male oscuro, quell’ospite malvagio che ha inopportunamente e vilmente occupato il suo corpo da minacciarlo in forma sempre più seria.

La vita così, se prima era rappresentata da un semplice e meccanico concatenarsi di azioni (alzarsi, andare a lavoro, mangiare, etc.), diviene ora il motivo di una più ampia esegesi, a tratti meravigliata nei confronti dei meccanismi della natura, mai osservati con tanto interesse e partecipazione, come quando il Nostro si siede sul balcone ed osserva il cielo o uno stormo di uccelli. L’evento minaccioso e in quanto tale traumatico è a sua volta portatore di una rivelazione del mondo, come il velo di Maya che copre i nostri occhi e che, dinanzi al timore e al pericolo, viene tolto svelandoci una realtà fatta di ricchezza e colore, sempre per lo più bistrattata o data come normalità.  La metafora del viaggio in treno aiuta a capire il tortuoso itinerario del nostro, camminamento aggravato da perplessità e forti paure che in qualche modo sviliscono la natura dell’uomo come se venisse denudato dinanzi l’esistenza.

Al cospetto della “inappellabile sentenza” (28) il mondo cambia di colpo: gli interessi che priva vedevano il Nostro legato alla comunità (famiglia, lavoro, amici) di colpo vengono soppiantati dal dominio della persona. Tutte le attenzione, smanie, ossessioni prevalgono e lo stato di salute diviene l’elemento cardine. Da subito Ivan contrappone, però, un animo pacato, una rilassatezza che, pur nello stato ansiogeno, è capace di intravedere la positiva possibilità, non facendo mai spegnere la labile fiamma della speranza. Così sperimenta, in un mondo di finzione, una terapia dalle sfumature ilari che gli consente di alleviare il morbo esistenziale, interessandosi al mondo ma in chiave esterna. Crea film mentali, possibili canovacci di esistenze della gente che incontra, costruisce racconti figurandosi le persone come personaggi in improbabili racconti cercando di indagare la natura dell’uomo, la complessità delle sue forme, di sviare il suo tormento. Questa immersione in un mondo inedito e sconosciuto rappresenta, però, come ben presto lo stesso personaggio rivelerà, una via di fuga illusoria. Creativa e seducente, ma surreale e inappropriata, come mettersi una maschera per mostrare chi non si è.

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Ivan Caldarese, l’autore del libro

La situazione si fa critica perché l’ansia e il timore sembrano non abbandonare il Nostro che così scrive: “Quando impari a conoscere e a riconoscere la fisionomia della tristezza e della paura, non puoi scordarti dei loro tratti distintivi. Mai più” (55). Ed è così che di soppiatto, non invitata, entra in scena il personaggio più triste che si potrebbe pensare, la Signora Morte, da Ivan rappresentata e richiamata come un essere quasi in carne ed ossa, talmente capace a percepirne la spiazzante presenza malefica. Essa è portatrice della vittoria nella battaglia tra la vita e la morte dell’amico Pietro che, in breve tempo, passerà all’aldilà a seguito di una grave malattia. Si tratta dell’incontro più doloroso, quello con la Morte, la nemica infame che Ivan vive come una sorta di nefando pronostico, quasi come una vigilia a più ampi e gravi dolori che seguiranno. In queste pagine pervade un senso di profonda costernazione: “la fisionomia della Signora vestita di nero. Desiderava il possesso carnale di una vita, aveva aspettato con pazienza e alla fine era riuscita nel suo intento” (61).

Con la recente perdita del caro amico i quesiti esistenziali e il dramma emotivo si fanno ancora più vivi, segno che la Signora vestita di nero non guarda in faccia nessuno e la sua inesorabilità e imbattibilità rendono l’uomo privo di un sano ragionamento. Lo scrittore, nella disanima di quei tremendi momenti, è in grado di approfondire il suo animo che risulta essere la fonte di considerazioni assai sagge: “il male ci sembra spesso lontano, come se non ci riguardasse mai, come se fosse qualcosa riservato sempre e solo agli altri e non a noi” (80).

Se la terapia di dar vita a livello finzionale alla vita degli estranei non funziona, ecco che al tormento e al senso di vaghezza il Nostro contrappone il recupero della memoria, vale a dire di quei momenti –soprattutto dell’infanzia- che hanno rappresentato un periodo felice, denso di attenzioni e di amore che ora, come un bambino, evoca quali baluardi di sicurezza. Interviene anche la religione e, sebbene il protagonista si dica in più punti non credente, arriverà a sentire la necessità di confidare a Dio il suo dolore chiedendone aiuto per mezzo della preghiera.

In questa decisa ed univoca scelta per la vita Ivan Caldarese mostra con acribia i vari meccanismi da lui attuati, in sintonia con una profonda fede nella speranza, per attuare se non un addolcimento, uno sviamento degli ineluttabili e ombrosi pensieri. Mostra, cioè, in linea con quanto hanno evidenziato anche studi scientifici, quanto possa essere rilevante in casi di tumore o di profonda malattia che lede la stabilità psicologica, un temperamento rilassato e positivo, tendenzialmente creativo e operoso, speranzoso e battagliero.

Seppure spesso faccia capolino una “costante sensazione di aver già vissuto tutto” (110) il Nostro non abbassa mai la guardia, non si lascia sprofondare da quello che potrebbe configurarsi come un lecito e comprensibile stato depressivo e di rifiuto dell’esistenza, ma è sempre animato alla proiezione nel futuro: “È uno scenario desolante, ma la forza che viene fuori un po’ a tutti, a chi prima e a chi dopo e la voglia di vivere che emerge sempre, sono un’altra grande lezione di vita” (121).

La narrazione si chiude con due asserzioni di importante contenuto che, se possono in qualche modo sembrare antitetiche, in realtà non lo sono ed evidenziano ancor meglio la complessità dello situazione post-operatoria che non viene a significare la conclusione della terapia. Ivan dice infatti “Sapevo di non aver finito ancora di combattere […] La mano gelida dello spettro della morte continuava a stritolarmi la gola, ero sempre lì, la vedevo e la sentivo costantemente” (126). Nella chiusa del libro, che intuiamo riferirsi a un periodo temporale successivo agli eventi precedentemente narrati, lo stesso autore così scrive, quasi fosse un grido liberatorio “Ti ho sconfitto, cancro” (130), suggello di una felice risoluzione di una patologia che ha dimensione e diffusione spaventosa e che, purtroppo, non sempre consente a chi l’ha vissuta di fornirne un racconto, scritto od orale che sia.

Il plauso va a Ivan Caldarese che non solo ci ha fatto dono di una vicenda assai personale aprendoci il suo mondo intimo per testimoniare quanto ardua sia la convivenza con un male che minaccia l’intero corpo, ma per averci mostrato quanto la speranza, vale a dire la proiezione di un senso di positività relativo a un prossimo futuro, possa significare nell’avvicendarsi di un periodo infausto e debilitante, quale è la malattia del cancro che spesso non dà motivo di sperare né di ricreare la vita, come lui ha fatto, riscoprendosi bambino.

Lorenzo Spurio

Jesi, 06-02-2017

“Ti porterò con me” di Silvana Stremiz, recensione di Lorenzo Spurio

Silvana Stemiz, Ti porterò con me / Te llevaré conmigo, Intermedia, Orvieto, 2016.

Recensione di Lorenzo Spurio

 Siamo attimi contorti

che s’intrecciano

in un unico sospiro. (84)

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Silvana Stremiz

Il percorso poetico di Silvana Stremiz, poetessa di origini friulane nata in Canada, è ormai consolidato da anni di pubblicazioni, partecipazioni a concorsi con lodevoli riconoscimenti nonché dalla organizzazione di iniziative antologiche con fini umanitari, tra cui un volume di poesie che raccoglie ben trentasette autori pubblicato nel 2012 e curato assieme a Barbara Brussa, volto a sostenere i terremotati del sisma dell’Emilia Romagna. Ha esordito nel 2007 con il volume La vita con i miei occhi (Aletti) e da lì l’itinerario della poetessa si è fatto capillare tanto da divenire instancabile, cesellato da una buona risma di commenti critici, interpretazioni ai suoi testi e conferimenti di premi per le sue innate doti creative. Il volume più recente, a circa dieci anni di distanza dal suo esordio come poetessa sulla carta stampata, s’intitola Ti porterò con me e contiene un cospicuo numero di liriche d’amore proposte in doppia lingua: in italiano e, a fronte, in spagnolo. Le traduzioni di Te llevaré conmigo, questo il titolo del libro in castigliano, sono state curate da validi esponenti della scena contemporanea tra cui Marisa Zedda, Monica Sturza, Raquel Ferrer Capella e la stimata poetessa naturalizzata madrilena Elisabetta Bagli, autrice dei volumi poetici Dietro lo sguardo (2013) e Voce (2015).

Nelle note critiche di apertura al volume, firmate da Matteo Tuveri e Isabella Gambini, responsabile di Intermedia Edizioni, casa editrice umbra che ha dato pubblicazione al libro della Stremiz, alcune parole chiave richiamano l’attenzione del lettore e veicolano già una data lettura nonché l’incamminamento ermeneutico del testo.

downloadCi troviamo dinanzi a poesie d’amore, pregne di sensualità e dove l’istintualità, ovvero il gesto spicciolo, autentico e non premeditato, domina sull’azione degli amanti. Le poesie si mostrano nella forma di attestazioni esplicite d’amore, invito ad abbattere le distanze e ad annullare i tempi, dichiarazioni di vivido trasporto, nonché esternazioni di sogni, incursioni nell’inconscio e addirittura nel proibito. La poetessa si svela verso dopo verso mettendosi in mostra come una donna profonda e romantica, che ha eretto l’Amore come legge morale, l’unica possibile al cuore.

Isabella Gambini pone, giustamente, l’attenzione su quegli “amori imperfetti” frequentemente richiamati dalla Stremiz in varie liriche ad intendere un amore totalizzante e radicato, viscerale e incommensurabile che si staglia al di là di problematiche, possibili differenze nonché evidenza di difetti, tanto da richiamare alcune immagini distinte e arcinote dei Sonetti shakesperiani.

L’amore, da concreto e carnale com’è in alcune liriche, viene allora a sublimarsi per diventare aereoso, metafisico, impalpabile in maniera concreta ma a suo modo universale e onnipresente. Si tratta di un sentimento che la Stremiz descrive con dolcezza e prestanza di linguaggio, a trasmettere con vivacità ed energia un vibrato sensuale che, pur discostandosi volutamente dall’erotico, ha comunque una buona componente di spasmo d’unione, aneliti di dominazione e spiriti d’offrirsi che fanno della sua poesia un atto di libertà e coscienza.

La partecipazione all’atto d’amore, ora sussurrato, ora esplicitato, si fa talvolta altisonante al punto da richiedere il ricorso a un linguaggio più concreto e di forma anti-lirica ad accentuare il desiderio d’unione e la necessità di completezza.

L’amore non è solo motivo originante delle poesie qui contenuto ma anche oggetto e finalità, a descrivere un tracciato sinusoidale di ampio chilometraggio dove anche la dimensione ludica di questo sentimento viene presa in considerazione.  

In questo canzoniere d’amore a unica voce, dove abbiamo, cioè, attestazione dell’amore da una delle due parti della coppia, il lettore potrà percepire un velato senso di estraneità dinanzi alla confessione di un universo talmente intimo. Questo non cozza con la volontà della donna che ha fatto dell’arte, del linguaggio poetico, la sua compagna più fedele ed efficace per dichiarare l’amore, lodare l’amato, riconoscere sé stessa in un amore che dà linfa ai giorni e fa raccogliere le stelle.  Un canto che, se può sembrare monocorde e a tratti possibile solo platonicamente, è in grado di tessere un inno alla vita, cogliendo i raggi più luminosi di un cuore raggiante che emana gioia e acuisce il desiderio dell’altro, a testimonianza di un amore che si vive e si crea in quell’alternanza e connubio irrazionale d’intenti taciuti.

Lorenzo Spurio

Jesi, 06-02-2017

“Ai piedi del faro” di Maria Lenti, recensione di Lorenzo Spurio

Maria Lenti, Ai piedi del faro, La vita felice, Milano, 2016.

Recensione di Lorenzo Spurio

ai-piedi-del-faro-386282.jpgSono dal gusto e dall’andamento vario le liriche di Maria Lenti raccolte nel nuovo libro che porta il titolo di Ai piedi del faro. Una promessa o una sorta di invito. Un appuntamento segreto a ritrovarsi lì, in quello spazio che nella sua verticalità scruta il mare e si protende al cielo, un aedificium che assiste alla tormenta e presiede all’infinità del cielo dove è possibile ri-trovarsi in un percorso di congiunzione che non è la semplice collocazione, lì, ai piedi del faro di woolfiana memoria, ma un recupero di memorie e il punto d’apertura a un belvedere sulle emozioni.  La poetessa urbinate, nota anche per la produzione saggistica, dove spicca una recente pubblicazione sul rapporto tra lingua e dialetto in terra di Romagna[1], ha espressamente voluto organizzare questo nuovo percorso poetico in sei tracciati in sé indipendenti che vengono offerti come normale prosecutio in quello che possiamo definire un percorso poetico rigoglioso, mai privo di perlustramenti su questioni anche di carattere etico e di interesse collettivo.

Una citazione di Edith Wharton sulla facile e al contempo complicata fruizione della felicità apre la raccolta poetica. Stilisticamente si notano in maniera distinta il ricorso ad allitterazioni e consonanze, nonché l’impiego di un versificare spesso secco e perentorio con veloci “a capo” in poesie come “Semaforo verde” dove le immagini vengono fornite in una icastica elencazione. La cronaca dei nostri giorni è ravvisabile mediante alcune liriche come “Frutti e fiori” nella quale si parla di “acqua che sommerge corpi” con riferimento alla tragica alluvione del Polesine del 1951 che, pure, è in grado di evocare il disastroso avvenimento del Vajont. In questa poesia la Lenti parla della “melma del non senso” vale a dire di quell’impasto fangoso che si crea quando si cerca di parlare di questioni dove è la Madre Terra a dettare sovrana il corso, spesso in maniera spavalda contro le umani genti com’era per il Genio Recanatese. In “Cronaca” la poetessa sembra fornisce una diapositiva di un infelice episodio (per altro ricorrente) di grettezza culturale nella forma dell’austerità di un patriarcato che non si può derogare in nessun modo, pena una condanna violenta. È il caso di quelle ragazze appartenenti a qualche paese mediorientale che, giunte in Europa, rincorrono l’edonistica filosofia del gusto o semplicemente vogliono godersi la vita incorrendo nell’immoralità di ricercare una “libertà pericolosa”. Ecco così che “l’impronta parentale” si manifesta quale sanzione reputata illegittima da un padre/marito retrogrado e illiberale per mezzo dell’applicazione della violenza che tenda a colpevolizzare e rendere esecrabile la condotta di chi insegue “troppa modernità occidentale”. Non solo una violenza che si realizza in chi, in terra straniera, cerca di perpetuare una tradizione negligente alle libertà umane ma anche un esplicito rimando agli esecrabili casi di violenza domestica, di abuso psicologico e fisico, di reiterata sottomissione coniugale, di femminicidio. 

La poesia “Colomba” potrebbe sembrare ad una prima occhiata una sorta di elaborazione del waka, poetica istantanea di tradizione orientale, ma dopo un veloce computo delle sillabe ci rendiamo conto che non lo è, non osservando la partitura sillabica 5-7-5-7-7. La forma scelta dalla Lenti nelle varie poesie che compongono questa raccolta è per lo più in verso libero vale a dire scevro da qualsiasi legame di tipo metrico, di studio sillabico; l’universo poematico non risulta, però, soffrirne, rendendosi assai malleabile ad ogni avvenimento, tema, possibilità, costruzione creativa. Ricorre una metafora verde o giardiniera ben cadenzata ne “Icone fiorite”, una sorta di flautato passo di danza con l’universo floreale che, in piccolo e secondo l’ordine dell’uomo, ricrea quella parte di wilderness più felice e colorata.

Nella sezione dedicata alla Città Ducale si apprezzano gli squarci visivi di una delle città del Rinascimento più belle che l’Italia possa conservare. La Lenti, più che approssimarsi a una commemorazione figurativa e partecipata degli spazi, si proietta verso una denuncia, pure dai toni mai concitati, nei confronti di alcune scelte –apprezzabili o meno- della Amministrazione comunale quali appunto il taglio di nerboruti tigli per far posto alla costruzione di un parcheggio per un supermercato. L’immagine di questa perla marchigiana è ben resa negli scarni versi contenuti in “Mia città” dove Urbino diviene luogo dell’anima che abbraccia il presente e addolcisce il ricordo.

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Maria Lenti, autrice del libro Ai piedi del faro

L’ultima sezione, “Occasione”, come osserva la stessa autrice in una nota in appendice, è nata su invito di Franca Battista, autrice di poesie giocose che s’imperniano su una destrutturazione simpatica del linguaggio. Di particolare impatto la resa visiva di “Goccia a goccia”, prima lirica di questa sezione  in cui l’immagine dell’olio è resa per mezzo di una descrizione meticolosamente attratta al colore e alla composizione: “Verde-giallo e simil-oro/ odorante e trasparente/ in cerchi concentrare/ un filino sgocciola/ gustar-assaporare” in una sorta di invito alla degustazione. In “Scoperta e silenzio” il tracciato di sviluppo sessuale di una donna attraverso lo scorrere del tempo visto attraverso la comparsa e la cessazione del ciclo mestruale. Anche questa poesia è, a suo modo, un affresco di una “occasione”, di una vicissitudine terrena, di una partizione dell’esperienza umana, di una vicenda personale vissuta con sorpresa prima e quieto accoglimento poi.

Dopo la curiosa esperienza di narrativa breve di Giardini d’aria[2], la Lenti ritorna con un volume ricco di suggestioni, mai completamente interpretabile in senso unico, dai percorsi multipli e dalle letture intricate che chiamano a riflettere, a percepire collegamenti, parole-chiave e, soprattutto, a cercare di entrare con rispetto nell’intimità di una prolifica autrice che spazia tra immagini, tematiche e sorvola con un piglio deciso, intendimenti diversi.

Lorenzo Spurio

Jesi, 24-01-2017

 

1] Maria Lenti, Cartografie neodialettali. Poeti di Romagna e altri luoghi, Pazzini, 2014.

[2] Maria Lenti, Giardini d’aria, Marte Editrice, 2011.

“Ci basterà il mare” di Maria Luisa Mazzarini, recensione di Lorenzo Spurio

Maria Luisa Mazzarini, Ci basterà il mare, EEE, Moncalieri, 2016.

Recensione di Lorenzo Spurio

Ancora una volta la poetessa pescarese Maria Luisa Mazzarini ci consegna un prezioso libro sulla natura. Non una mera elencazione di spazi, più o meno vagheggiati o vissuti, ma una continua altalena di simbiosi panteistiche, richiami evocativi a uno spazio illibato, canti di riconoscenza al creato. Continua, cioè, con questa nuova silloge dal titolo Ci basterà il mare un percorso che ha intrapreso da anni e che ho seguito con piacere e vivo interesse nel corso delle varie pubblicazioni che ne sono fuoriuscite.

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La silloge poetica Ci basterà il mare (2016) della poetessa abruzzese Maria Luisa Mazzarini 

Il titolo del nuovo lavoro sembra avere la forma di un’attestazione di modestia ma, in realtà, viene proposto in maniera così diametralmente concentrica ad intendere tutt’altro. Quasi a dire, “ci basterà l’infinito”. Una sorta di venatura ossimorica presiede, dunque, a questo volume dove la Nostra ci fa respirare i palpiti della natura, percepire l’arrossamento dei petali nonché sentire il calore di un raggio che lambisce l’ambiente. La componente floreale, dalla Nostra richiamata con puntualità, con attenzione nei confronti delle varie specie è una costante che arricchisce questo tragitto sognante in uno spazio dove il rigoglio, il calore e la spontaneità dominano.

La natura è a sua volta sfumatura di un rimando costante al tema amoroso che è anticipato da un frammento di Saffo nel quale si richiama l’atemporalità e l’aspazialità del sentimento umano.

Come già sottolineato in una precedente recensione risulta a suo modo estremamente importante anche l’aspetto visivo della poesia, vale a dire come il testo steso sulla carta si presenta: i versi sono intercalati spesso da spazi più ampi di una semplice “a capo” quasi da voler intendere una lettura lenta e suadente, termini in maiuscolo o in corsivo impiegano queste forme grafiche per evidenziare d’istinto quelle che sono le parole chiave della poesia o comunque i fili conduttori di un pensiero che ci viene fornito. Il verso si spezza non solo con il tipico “a capo” ma anche in dimensione orizzontale, vale a dire i versi sembrano ondeggiare su più piani, fornire una composizione intrecciata, creando degli interstizi comunicanti di significato, di reversibilità di contenuti. C’è in questa singolare stesura di materiale poetico sulla pagina quasi un invito che viene fatto al lettore: quello di cogliere i collegamenti più stretti e nevralgici, di individuare un nesso di continuità con elementi fisicamente distanti per tracciare una mappa concettuale unica e da essa trarne in termini di sintesi il messaggio o l’intento comunicativo dell’autrice.

L’opera è composta da varie sottosezioni come quella intitolata “Ci basterà il mare” che fornisce il titolo all’intera raccolta. Nella poesia capostipite di questa sezione come non stupirsi dinanzi al delfino rosa, in un’immagine di vertigine ludica e di compresenza empatica in un gioco d’acqua sofisticato e al contempo coinvolgente. Nella stessa sezione troviamo una lirica dedicata al maledetto Baudelaire nella quale la Nostra riflette sulla figura del cosiddetto poeta capace di librarsi dalla materialità asettica e privativa di creazione.

La fenomenologia dell’universo equoreo ritorna con palesi esempi in varie liriche della raccolta (“acqua/ che scorre liquida/ tra radici d’alberi/ e meduse trasparenti”), quale spazio galleggiante carico di fascino e dove accadono cose incantate, distanti dal margine indistinto della terra da dove guardiano e, spesso, ci fermiamo a riflettere in un ritornello costante di rapporto con la divinità dell’acqua: “Il tempo/ di toccare la riva/ con un dito/ e l’acqua si ritrae”.

Il lettore prova un leggero capogiro nel continuare nella lettura che gli è dato dallo stordimento che prova per gli effluvi carichi di aromi, per le tipicità olfattive di una flora ridente e assai generosa: agave, lavanda e mirto ed il “profumo sottile/ delle tamerici” che sembra amplificarsi. Arbusti e realtà vegetale che non solo decorano la realtà emozionale della nostra, ma la dettano e la motivano.

Della natura la Nostra ci descrive l’amore e lo stupore, l’attaccamento e l’insopprimibile esigenza, ci fa conoscere l’alfabeto dell’acqua e ci indottrina sulle rune della terra, omaggiandoci con versi carichi di luci e bagliori che evidenziano una grande resa descrittiva delle percezioni vissute ed elaborate. Ogni luogo s’identifica grazie ai suoi specifici abitanti vegetali e i suoi profumi, tanto da connaturarlo come uno spazio preciso, dagli echi mitici e dai sentori nei quali è possibile ravvisare anche un insegnamento provvidenziale nonché un messaggio profetico. In questo testamento spirituale che contiene la lode meravigliata verso il Creato, la Nostra si sente sicura e protetta perché, per mezzo di una scheggia di memoria, è capace di ritrovare sé stessa e scrivere, al presente, la sua storia d’amore: “Io sono tornata/ a piedi nudi sulla riva/ e Tu eri già lì,/ dov’è/ la nostra spiaggia”.

Lorenzo Spurio

Jesi, 20-01-2017

 

“Eppure” di Amerigo Iannacone, recensione di Lorenzo Spurio

Amerigo Iannacone, Eppure, Edizioni Eva, Venafro, 2015.

Recensione di Lorenzo Spurio

In ordine meramente cronologico il volumetto Eppure del noto poeta e scrittore di Venafro è uno degli ultimi arrivati. Pubblicato dalla casa editrice Edizioni Eva diretta dallo stesso Amerigo Iannacone nel 2015, la plaquette poetica si apre con una nota critica incisiva ricca di rimandi al testo dell’autore a firma di Giuseppe Napolitano. Tale testo, posto nella posizione preliminare della prefazione, porta il titolo al tempo descrittivamente chiaro quanto enigmatico di “L’immagine sullo specchio”. Il volume si trova volutamente ripartito dal Nostro in due sezioni, una prima parte più corposa per il numero dei componimenti che la rappresentano, sotto il titolo che è quello dell’intero libro e una più minuta sezione, in appendice, dal titolo “Nuptiae”, che presenta brevi testi poetici dedicati al figlio e alla sua futura vita matrimoniale proprio nel giorno delle nozze.

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Il poeta molisano Amerigo Iannacone, autore del libro di poesie “Eppure” (2015)

La poetica di Iannacone si contraddistingue per una linearità della forma assai palese, per l’affiatamento verso la costruzione e la trasposizione di immagini consuetudinarie, colte nel loro evolversi, per la riflessione serrata e reiterata condotta sul tema del tempo. Vi è un insopprimibile attaccamento materno verso Venafro, Isernia e la sua regione natale, ma anche una sollecitazione continua data dal riaffiorare di memorie e dalla ricerca, nostalgica, di momenti o di persone che non abitano più l’attualità.

L’andamento fortemente descrittivo ne fa una poetica visuale che si caratterizza, più che per la sofisticazione emozionale, per la restituzione di un mondo oggettuale, pure di provincia, ritratto però con enfasi e compartecipazione perché parte inscindibile dell’esperienza terrena del Nostro.

Non c’è asprezza né rabbia nelle liriche di Iannacone sebbene in molte di esse spesso fa capolino un’ombra, un’evanescenza che produce dolore, un’assenza lancinante o semplicemente l’elaborazione di un sentimento d’abbandono, di limitata gioia, di esistenza gravata spesso anche da dubbi, dolori, momenti non felici e, comunque, fasi dettate in qualche modo da un periodo ammorbato dalla tristezza. Non si cade mai nel baratro nero e senza fine perché Iannacone intravede anche barlumi di speranza, aperture positive, vagheggia provvidenziali ritorni, auspica il decisivo ritrovamento di uno stato di benessere. Quell’ “eppure” del titolo dà speranza permettendoci di comprendere che niente va visto nella forma della staticità e della compiutezza, piuttosto in un processo di continuo mutamento. Ecco perché nelle liriche di Iannacone la pesantezza emozionale di alcune immagini non degrada in vittimismo e c’è sempre, comunque, una sorta di scappatoia, seppur non ben descritta. Va ricordato, poi, che “eppure” è una particella assai impiegata nel comune utilizzo della lingua –soprattutto nel parlato- e che ha una duplice funzione: un valore avversativo, ossia simile alle subordinate introdotte da “ma”, ma anche un valore esortativo o di incitamento come avviene in esclamazioni del tipo “Eppure dovrò leggere!” In questa biunivoca possibilità d’intendimento del titolo credo che vadano lette anche le intenzioni, più o meno manifeste, che hanno portato il Nostro alla stesura di questo lavoro poetico.

Non mancano componimenti che si discostano leggermente da questa poetica di tipo impressionistico per situarsi su una dorsale che ha fatto suoi motivi di indagine psicologica, ontologica e filosofica propriamente detta come i dubbi e le considerazioni che spesso vengono snocciolate, il ricorso, a volte provvidenziale altre ad incitamento, verso la religiosità ed, ancora, l’adorazione verso la poesia, carme antico che traccia l’esperienza vissuta dell’uomo. Iannacone riconosce nella poesia doti ineguagliabili, difficilmente riscontrabili in altre discipline del sapere, vale a dire quelle di essere sintomo e apertura per la felicità, ma anche valido antro di protezione, baluardo di sicurezza, confidenza con sé stessi, forma pedagogica di conoscenza del proprio mondo interiore, nonché di quello esterno. Attribuisce, insomma, alla poesia il ruolo che essa ha avuto dalla notte dei tempi, vale a dire quella di fornire un tracciato emozionale e di dare la diagnosi di un’esistenza calata nel suo cosmo, microcosmo diluito in un non ben specificato universo liquido, spesso straniante.

Lorenzo Spurio

Jesi, 18-01-2017