“Tre donne. Una storia d’amore e disamore” di Dacia Maraini, recensione di Gabriella Maggio

di Gabriella Maggio 

9788817096966_0_0_0_75.jpgTre donne, Gesuina la madre, Maria la figlia, Lori la nipote, vivono nella stessa casa, ma ciascuna chiusa nei propri desideri e insoddisfazioni. La madre, già attrice di teatro ma ora infermiera occasionale per vivere, insegue con apparente leggerezza il gioco dell’amore non ostante i sessant’anni. Maria regge la casa e provvede ai bisogni della famiglia con un intenso lavoro di traduttrice dal francese. Lori è una ragazzina temeraria, una diciassettenne alla ricerca di una vita autonoma, studentessa svogliata, impegnata a proteggere i suoi pensieri intimi dalla curiosità della nonna.  La storia ha come centro l’amore nelle sue varie vicende ed è raccontata attraverso il  diario di Lori, le registrazioni di Gesuina e  le lettere che Maria scrive a François,  un fidanzato bello e misterioso che vive in Francia e che lei incontra soltanto nei periodi di vacanza. La quotidianità di queste tre donne, che talvolta stride per la contiguità degli spazi, viene interrotta dall’arrivo di François nel periodo natalizio. Da allora niente sarà più come prima. Il romanzo prende una piega drammatica che farà crescere sia l’attempata Gesuina che l’irruenta Lori attraverso l’esperienza della cura di Maria di cui diventano madri, assumendone consapevolmente il ruolo dopo una ininterrotta esperienza filiale. Dacia Maraini narra con levità, con un sorriso di profonda comprensione, la storia di tre generazioni di donne, già prima provate dalla vita con la perdita prematura del marito e del padre. Se l’amore è indubbiamente il tema principale del romanzo grande importanza ha anche la letteratura non vista come fuga dal mondo, ma come educazione ai sentimenti e alla sensibilità per orientarsi nel mondo. Gesuina, che da giovane ha interpretato Mirandolina in La locandiera di Carlo Goldoni, è rimasta fedele al suo personaggio, è intraprendente, amabile, ma attenta a non infrangere gli equilibri, anche quando spinge al massimo il suo gioco seduttivo con i corteggiatori.  Sarà lei che ricomporrà la famiglia alla fine del romanzo. Maria, madre svampita ma coltissima, traduttrice di Madame Bovary di Flaubert come Emma non vive nella realtà, ma evade scrivendo lettere all’ambiguo François, proiettandosi nei ricordi dei viaggi già fatti con lui o in quelli futuri. La realtà è goffa, come il povero Charles del romanzo, e non l’appaga. Vive come se soltanto la letteratura desse ordine e senso alle approssimazioni del mondo. Più letterariamente restia è Lori che affronta le situazioni con immediatezza e talvolta con inconsapevolezza; soltanto alla fine della storia prenderà un libro in mano e darà  tregua all’insofferenza, lasciando il grugnito rabbioso per il sorriso e il garbo. In questo mondo di donne gli uomini sono meteore, morti giovani o frutto di una attrazione momentanea. Fanno eccezione con la presenza continua  nel romanzo il fornaio Simone che propugna con tenace coerenza la sua filosofia dei baci e François che è il motore dell’azione. Intorno alla casa delle tre donne l’insensatezza della città. Gli incendi dolosi, appiccati per puro divertimento da giovani che non sanno come trascorrere le loro giornate, per un momento annuvolano la scena, ma la scrittrice attraverso le parole di Gesuina afferma la sua fede nella ragione e con leggerezza le fa  volgere lo sguardo ad altro: “ mia nipote Lori sembra rinata assieme al suo bambino”.  Ecco la vita continua e porta anche cose belle, un bambino sano e forte che ha voglia di crescere, i tulipani olandesi che attecchiscono e mettono foglie e fiori, la solidarietà e la cura degli altri. E questo conta. Le cose belle della vita sono soltanto quelle semplici ed essenziali e a queste si deve guardare con fiducia. Grande prova narrativa ed esistenziale di Dacia Maraini, fedele sempre ai suoi temi e al suo stile asciutto e ritmato sul carattere dei personaggi.

GABRIELLA MAGGIO

 

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“A sud delle cose” di Pasqualino Bongiovanni, recensione di Lorenzo Spurio

9788899599065_0_0_0_75.jpgLa nuova edizione di A sud delle cose (Lebeg, Roma, 2017) del calabrese Pasqualino Bongiovanni (la prima edizione risale al 2006),  s’inserisce in quell’ampio filone della letteratura nostrana (ancor più vivido negli anni ’70 e ’80) teso a indagare con costanza, rispetto e profonda serietà, la situazione socio-economica e identitaria di una terra definita come meridionale, posta a Sud del Belpaese. Molta letteratura, più o meno colta, più o meno ricordata e studiata nelle scuole oggigiorno (mi riferisco al vero caso nato in seguito alla decisione del Ministro Maria Stella Gelmini nel 2010 di cancellare dai programmi scolastici lo studio di alcuni significativi e imprescindibili intellettuali meridionali quali Alfonso Gatto, Leonardo Sciascia, Rocco Scotellaro, Francesco Jovine, Leonardo Sinisgalli, solo per fare degli esempi)[1]  fece suoi i motivi d’indagine della comunità di provincia, di ambienti lontani dai centri propulsivi mettendo nero su bianco le potenzialità e gli orgogli dell’animo contadino e, dall’altro, le idiosincrasie diffuse nell’affare pubblico, le forme degenerate nell’esercitazione del potere, la corruzione e tutti quei sistemi deviati che portano il cittadino sano a sentirsi, nel suo ambiente, a sentirsi inascoltato, prevaricato e offeso dalle bieche logiche personalistiche o di gruppi più ampi.

Si sono lette pagine di un’invereconda potenza lirica se si pensa a Vittorio Bodini, Bruno Epifani nonché Jovine, Rocco Scotellaro, Ignazio Buttitta[2], solo per fare alcuni dei nomi che, d’istinto, mi balzano alla mente. Ma se ne potrebbero fare moltissimi altri, è ovvio: ciascuno, a suo modo, ha descritto con caparbietà ed empatico afflato amoroso i propri ambienti, radicati nella propria intimità, scenari della propria infanzia incorrotta, non mancando, però, di far emergere tra le righe pensieri di dissenso verso uno strano modo di pensare le cose e di attuarle, denunce più o meno aspre, ma comunque valide come sistemi d’allontanamento da quel sistema diffuso di malaffare, omertà, ingiustizia sociale, in-ascolto da parte delle sfere di potere. 

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La scena dell’incontro tra il Principe Salina e il Cavalier Chevalley nel film Il Gattopardo (regia di Luchino Visconti, 1963)

Spesso l’uomo è stato costretto ad allontanarsi dal suo luogo natale per raggiungere mete sperate, intuite come più facili, per l’attuazione di un benessere, la costituzione di una famiglia e lo sviluppo di una nuova fase della propria esistenza. Il fenomeno migratorio inteso come lucido spostamento nei luoghi più promettenti del Settentrione d’Italia nelle decadi passate ha senz’altro interessato anche vari intellettuali che, dalle loro piccole cittadine assolate e polverose, si sono visti attori di una de-territorializzazione spontanea dettata, appunto, da motivazioni essenzialmente economiche, se non di fortuna. La letteratura, da entrambe le direzioni, si è sempre mostrata attenta nell’indagare il sentimento di mancato agio del meridionale al Nord o, al contrario, del settentrionale a Sud (salvo pochi felici casi di facile ricontestualizzazione) com’è per il capitano Bellodi, uomo del Nord e simbolo della legge, che viene mandato a indagare su ambigui omicidi in un recondito paese della Sicilia come Sciascia, romanziere e mafiologo, descrisse in quella che è senz’altro considerata la sua opera maggiore, Il giorno della civetta. Precedentemente Tomasi di Lampedusa, nel suo romanzo storico Il Gattopardo, ben aveva evidenziato come il principe Salina, ultimo fedele e convinto custode di un’aristocrazia baronale e feudale, era mal disposto ad accettare i discorsi del cavaliere Chevalley, uomo del Nord, di quella che sarebbe stata la schiera nobiliare in sostegno a casa Savoia. Questo per una ragione molto semplice: le condizioni e le esigenze di un Sud che viene di colpo tirato per la giacchetta per un rinnovamento visto nel nuovo stato, vengono poste in un humus arcaico fatto di cultura campestre e autentica, di sodali connivenze tra poteri della terra, in un modo di fare, cioè, che con difficoltà sarà capace di sradicare i suoi arcaici e fondanti paradigmi, i pilastri organizzativi. Chevalley, dunque, che rappresenta la novità e quel cambiamento che sembra arrivare di colpo, senza aver la possibilità di essere compreso prima di essere accettato, ha la forma di un’ingerenza bella e buona, di una richiesta di sottomissione che le fiere genti del Sud vivono come intromissione e ostilità, dalle quali nascono malcontento e insicurezza.  Se Bellodi in Sicilia non riuscirà a risolvere l’intricata questione dei delitti concludendo con il vigliacco annuncio “Mi ci romperò la testa”, Bongiovanni nella lirica “Più morti che vivi”, dedicata al sindaco di Lamezia Terme Gianni Speranza, deplora il sistema nefando delle uccisioni senza responsabili né mandanti: “Il vetro si spacca, e il negozio va in fumo,/ lo stesso succede alla porta del Comune/ […]/ Soprusi di ieri e ingiustizie di oggi:/ millenni diversi, le stesse angherie” (64). La pessimistica conclusione del Nostro dinanzi all’evidenza di un “paese morto” (64) viene posta nei termini di esacerbato rifiuto delle logiche di potere e delle sue degenerazioni in atti omicidiari, minatori, di rivalsa, intimidatori e terroristici.                                                                                                                                        Le citazioni e i rimandi letterari che si potrebbero avanzare in merito a quella che poi venne definita “questione meridionale” sono numerosissime e vaste tanto che ci limiteremo a queste, per introdurci nell’opera di Pasqualino Bongiovanni, il cui titolo è di per sé semplificativo dell’intero ragionamento che qui si sta cercando di fare. A sud delle cose, infatti, fornisce l’immagine di una Calabria vetusta e radicata a vecchie forme di sistema sociale dove connivenze diffuse, forme di disattenzione generalizzata per il popolo e gestione spavalda dei pochi vengono a dominare. Bongiovanni non parla nel titolo in maniera specifica della Calabria (che sarà poi svelata man mano dalle varie poesie della silloge) ma di un imprecisato e generalizzato “Sud” nel quale, appunto, dobbiamo includere le tante micro-realtà di provincia della parte meridionale del Belpaese: dal partenopeo, alle zone gallurese, dagli altipiani della Sila agli arroccati paesi siciliani, dal potentino alla Locride, ma anche il Sud di ogni parte del mondo.                                                                              Bongiovanni, che ha vissuto vari anni nel non-Sud, compie un percorso di recupero di quegli oggetti, ricordi, momenti di un’età vissuta nell’ambiente calabrese rimembrando tanto i piacevoli scenari naturalistici (“pendii/ brulli e desolati/ della mia terra”, 66), atti a donare pace e creare sodalizio con l’anima, quanto le ambiguità costitutive della gente del luogo e l’incredulità verso il possibile raggiungimento di un bene comune. La prefazione di Anna Stella Scerbo dice che “i topoi della letteratura del Sud sono evidenti e non lascia dubbi la matrice culturale di essi, un’analisi del negativo che accomuna la migliore produzione della poesia e della narrativa meridionale, da Levi a Iovine, da Scotellaro a Santamaria. […] A volte si affaccia un non so che di consolatorio, funzionale non tanto alla poesia quanto alla lacrimevole retorica che ha voce di pianto e di rassegnata sottomissione”.

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L’autore

Bongiovanni, con virulento realismo, parla di lavoro e fatica nei campi (“Morte di un contadino”); la filigrana sulla quale le liriche si dispongono è di desolazione interiore, sorta di lotta alle ipocrisie (“si saluta con la sinistra/ e s’intasca con la destra”, 61), denuncia convinta eppure ritirata, rimasta in qualche modo sottaciuta che risale come motivo recriminatorio e dolente verso la terra che gli ha dato i natali. Talvolta la sfiducia è disarmante tanto che il poeta s’incanala in formule espressive fortemente cupe e prive di remissione: “Contemplo l’amara tristezza/ del fondo di un bicchiere” (8). Le forze del Nostro atte a contestualizzare il problema e a identificarlo tale sono per lo più atti propositivi che nella complessità del reale finiscono per affievolirsi: “Grido controvento/ il mio disappunto/ di parole,/ le controversie/ dei pensieri/ che mai/ avranno rifugio/ o padrone” (15). Tali considerazioni sembrano farsi ben più croniche nella poesia ossessiva e lacerante “Domanda consueta” in cui l’autore annota: “Per chi cantare/ se le nostre mani/ non hanno strumento, né suono,/ e la nostra voce… non ha voce,/ e non ha grido,/ e nemmeno pensiero ha più?” (20).                                                                                                                                       Sono poesie di un uomo fatto di terra e acqua, di montagna e mare, di un abitante del territorio che soffre con consapevolezza i drammi di un contesto regionale nel quale sembra impossibile rivoltare tutto per metterlo a posto. La poesia “Spleen” è senz’altro un identikit così scrupoloso e chiaro tendente a tracciare quell’emarginazione nella propria terra e conflitto nell’anima: “La mia anima guarda con occhi/ gravidi di lacrime/ i fogli rigati, macchiati/ da grumi di polvere nera e sangue,/ sudore e rabbia tra le mie dita” (9).                                                          La poesia “A sud delle cose” immancabilmente fa echeggiare il ritorno alle origini descritto In Conversazione in Sicilia (1941) di Vittorini: Bongiovanni narra in versi di un ritorno verso il Sud, “torniamo/ dove il mare,/in inverno,/ ha colori sporchi” (12), in quel paese addormentato “dove le preghiere/ sono lunghi mormorii/ avvolti in scialli neri” (12). Figurativamente vediamo quelle signore anziane coperte di nero, sprofondate in un lutto che non è tanto di un proprio caro, quanto una lacrimazione continua, una forma di stringato onore, di conformazione a un dolore dilagante e impalpabile. La chiusa della lirica, nella quale si ricalca la grande devozione a Dio, è di forte impatto: “Così/ torniamo a Sud/ a sud delle cose,/ dove l’amore è muto/ e si dà solo ai Santi” (13). L’amore non ha forma e non ha voce, c’è riserbo e vergogna, esso è celato o diminuito tanto che il solo sentimento concesso è un atto votivo, un appello al santo che possa serbare conflitti interiori, dilemmi sulla fuga, intenzioni e proponimenti che a nessuno è dato rivelare. Sud di “Cristi senza croci” (14) dove il Calvario del Signore è continuo, in un percorso non visto che non ha requie e che lo pone lontano e irraggiungibile al suo atto sacrificale ultimo, ambiente indistinto e fisso come una cappa dove “è solo vita che scorre…/ …grigia e stanca” (16), di ricordi che annegano “nelle sere ingiallite e fioche” (24), nelle conversazioni sterili e incapaci nella realizzazione (“in discorsi/ di secche speranze”, 60). Il sentimento di vile omertà è ben delineato nella “Litania meridionale” dove i “tre colpi/ di arma da fuoco…” (26) che lasciano a terra persone, lasciano osservare all’autore che “anche stavolta/ non è stato/ nessuno” (27); questa è quella che Pasqualino Bongiovanni definisce la “morte meridionale” (28) nella forma di un ammazzamento che avviene inconsulto, con un format ben conosciuto, dove non vi sono responsabili né testimoni né un concreto bisogno d’investigazione sull’accaduto: “Il pastore,/ che è lì steso,/ sdraiato,/ morto ammazzato,/ morto di morte/ meridionale” (28). 

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Franco Costabile

Varie poesie qui contenute affrontano il tema dell’emigrazione, una fra tutti è il “Canto dei nuovi emigranti” dedicata al poeta calabrese Franco Costabile (1924-1965) che fu costretto ad abbandonare la sua Sambiase per emigrare nel Settentrione, giungendo nel capoluogo laziale dove nel 1965 decise di porre fine alla sua esistenza. L’autore meridionale, al quale pure Ungaretti e Caproni dedicarono versi, durante la sua esistenza aveva dato alle stampe due opere poetiche: Via dagli ulivi (1950) e La rosa nel bicchiere (1961). A lui Bongiovanni scrive: “Abbiamo imparato/ a ripiegare/ in una valigia/ la vita,/ a riporre/ ordinatamente/ l’anima/ in una scatola./ Abbiamo/ titoli di speranza/ chiusi nella cartella” (37). Con un intento ideale teso ad abbracciare i dolori intimi e strazianti dell’esule, dell’emigrante, di colui che per varie ragioni deve lasciare contro se stesso la sua terra, l’autore scrive: “Conosco/ le ansie dello studente/ le speranze dell’emigrante/ di colore diverso/ e tutte uguali/ che si affrettano/ su binari e rotaie” (42). L’immagine del treno, della partenza e dei binari (“l’amore che parte/ su nuove rotaie”, 44) ritorna spesso nei componimenti; in questa maniera Bongiovanni traccia la forma tipo di viaggio dell’emigrante, abbandonato al freddo delle carrozze nell’attesa di lunghe ore per raggiungere il luogo della speranza, all’esatto opposto dalla sua anima e patria nativa: “Siamo vagoni abbandonati/ adibiti a case” (73), chiosa nella lunga lirica “Le gemme da innesto”.  La conclusione a tale universo di nebbie, dolori ricorrenti, pensieri sfiduciati e una società gretta che cambia lentamente, pur continuando a nutrire al suo interno i suoi cancri, è che una conclusione non c’è: “Così/ non rimane/ che una discreta solitudine,/ un malessere muto/ che andrà scemando/ con l’arrivo della primavera” (22). Malessere che l’autore dice che scemerà, ovvero si attenuerà, verrà mitigato dai nuovi colori, dal sole e da una rinata speranza (“la nostra vita/ è questo sciogliere in mezzo,/ questo continuo sperare”, 91) ma che, in fondo, non sarà mai vanificato in forma completa. Neppure la fede, caposaldo della cultura patriarcale del Meridione (si sottolinea qui anche la bipolare manifestazione del malavitoso molto credente e al contempo assassino e torturatore di suoi simili), è in grado di far luce o per lo meno d’indicare una via di speranza numinosa, di confessione delle pene e di pulizia d’anima: “Immaginette/ di santi/ appese con semenza/ a pareti imbiancate a calce/ rinnovano/ non so come,/ la fede” (32). Eppure l’ultima volontà del Nostro è tesa a sottolineare con convinzione la decenza e il rispetto delle sue genti e di quelle di ogni Sud, lontane da forme di clamore o di urlante declamazione: “Abbiamo vite silenti/ cariche di dignità/ che nessuno ha mai ascoltato” (71). Un testamento da conservare, dunque, ma anche una realtà da rivelare.

 

 

 

 

 

 

 

Lorenzo Spurio

Jesi, 01-03-2018

 

NOTE:

[1] Di questo caso si è occupata ampiamente la stampa, difatti si trovano numerosi articoli in rete. Per approfondire meglio la questione in oggetto, consiglio la lettura dell’articolo “Poeti e scrittori meridionali del ‘900 cancellati dai programmi per i licei” a firma di Roberto Russo apparso sul Corriere della Sera il 19-03-2012. Lo scrittore Pino Aprile, con il suo libro Giù al Sud (2011), ha dedicato ampio spazio all’argomento come pure il critico letterario e docente Paolo Saggese mediante un incontro d’approfondimento e divulgativo in seno al Centro di documentazione della poesia del Sud di Nusco (AV). Lo stesso Saggese, assieme ad altri docenti e studiosi (Alessandro Di Napoli, Giuseppe Iuliano, Alfonso Nannariello e Raffaele Stella) ha prodotto un volume molto importante di contributi critici, con nota di prefazione di Paolo Di Stefano, intitolato Faremo un giorno una Carta poetica del sud (2012). Al suo interno sono contenuti questi interventi, illuminanti e ben posti a indagare l’importanza di autori meridionali e la loro indiscussa incidenza e preminenza nel vasto compendio della letteratura nazionale: “La ‘damnatio memoriae’ della letteratura del Sud (e della letteratura scritta da donne)” di Paolo Saggese; “Quei (bi)sogni di identità e unità nazionale. Scrivere la storia di una letteratura comune significa conoscere il mondo e aiutarlo a vivere” di Giuseppe Iuliano; “I poeti del sud del Novecento nelle antologie e nelle Storie della letteratura italiana adottate dalle scuole” di Alessandro Di Napoli”; “Razza impoetica. Gli esclusi e gli espulsi. I poeti del Sud nella storia della letteratura, nelle antologie poetiche e nelle Indicazioni nazionali” di Alfonso Nannariello; “Maria Luisa Spaziani, Grazia Deledda, Salvatore Quasimodo e le “Indicazioni nazionali” per i licei” di Raffaele Stella.

[2] Tra gli altri autori meridionali molto meno noti e la cui attività e memoria è ricordata (in taluni casi) nei dati contesti locali da iniziative e premi letterari in loro memoria possiamo citare Maria Costa (Messina), Giusi Verbaro Cipollina (Soverato), Ciro Vitiello (San Sebastiano al Vesuvio), Francesco Graziano (Cosenza),…

 

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“Breve inventario di un’assenza” del poeta toscano Michele Paoletti, recensione di Lorenzo Spurio

Buonanotte […]

alla voce che cercava di dirmi

addio mentre gli occhi

ripetevano rimani, premi le dita

sulla pelle ancora.

Ricevo con particolare piacere Breve inventario di un’assenza (Samuele Editore, 2017), il nuovo lavoro poetico di Michele Paoletti, autore che considero uno dei poeti più validi e interessanti del nostro panorama poetico odierno. Lo dico con onestà intellettuale e con cognizione di causa avendo seguito sino a oggi il suo percorso letterario snodatosi attraverso varie pubblicazioni che ho avuto modo di leggere e commentare e premi di prestigio (come “L’Astrolabio” di Pisa) che gli sono stati attribuiti. Parimenti non vi sono intenti di subdola piaggeria o di viziato compiacimento non avendo ancora mai avuto l’occasione di conoscere di persona l’autore e volendo il mio discorso riferirsi alla sua sola opera poetica, alla sua grande capacità immedesimativa che riesce a far figurare nelle menti di chi si appropria della sua opera.

Vorrei ricordare, allora, in questo breve ma – credo – utile excursus il percorso poetico dell’autore piombinese che ha esordito con l’opera, dal titolo di per sé istrionico e non ben decodificabile a una prima vista, Come fosse giovedì (puntoacapo, 2015) della quale avevo commentato rilevando la “meticolosa tecnica sintetica [atta a] provvede[re] a una disanima curiosa e singolare del mondo di fuori”. Il prefatore al testo, l’insigne Mauro Ferrari, aveva giustamente notato l’importanza del mondo teatrale, con le sue luci e ombre; la poesia di Paoletti ha – sempre e comunque – una pacata nota di drammaturgia: di vita in quanto tale ma anche quale trasposizione scenica, rappresentazione, mistificazione di un vissuto in quanto l’atto scrittorio non è mai in grado di uguagliare l’esistenza (per leggere la mia recensione a questo volume è possibile cliccare qui). A pochi mesi di distanza da Come fosse giovedì l’autore ha pubblicato La luce dell’inganno (puntoacapo, 2015) opera facente parte di un progetto visivo elaborato e molto apprezzato per mezzo dell’accostamento alle sue poesie di fotografie di Andrea Cesarini, così efficaci nel cogliere gli “attimi” impressi nei versi. La nota critica d’apertura, questa volta affidata alla sagace penna di una poetessa d’alto calibro, la pesarese Lella De Marchi (autrice di Stati d’amnesia, 2013 e Paesaggio con ossa, 2017), ci informa in merito alla ‘linearità’ da lei scovata nella poesia di Paoletti parlando anche di “una possibile liberazione-redenzione” che iscrive a piè pari la poesia del Nostro all’interno di un filone – se questo effettivamente esiste o può essere identificato – personale, intimo, sottaciuto, della sfera emotiva che fa i conti con le proprie riflessioni, di un sentimento ripiegato e analizzato, col quale colloquia nelle vaste stanze dell’interiorità. Una poesia personale, che raramente travalica intendimenti di carattere etico-civili intenti a condannare realtà fastidiose, a denunciare la propria appartenenza ideologica, difendere minoranze e metter fine a qualsiasi tipo di minoranza ed emarginazione. Una poesia intima eppure condivisa, plurale, aperta alle intricate potenzialità del sentimento che è di tutti e dunque non meno condivisibile, propria e universale imperniata sui toni del dolore, del tormento, dello struggimento ma anche del sano utilizzo della coscienza che spesso duella con i fantasmi del passato riuscendo a giungere a tregue, più o meno stabili.

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Michele Paoletti

Se in Come fosse giovedì l’autore aveva parlato del “mio ottuso male” e della solitudine nei termini di un “freddo di ceramica sbeccata/ ramo conficcato controvento”, in La luce dell’inganno – nel cui titolo si percepisce un amalgama di rimorso e amara scoperta – non aveva eluso, ancora, di riferirsi a un’angoscia di fondo ben delineata nel verso “la muffa del mio male”. La muffa, per sua natura, è la produzione di materiale in forma di spore, polvere e filamenti, su un materiale organico, alimentare o meno, che si è rovinato a causa della sua non buona conservazione o per il fatto che, nelle circostanze ambientali nelle quali viene a trovarsi, si degrada fermentando. Sostenere che il male abbia la muffa significa poter avere la volontà di alludere a un tormento che continua, degenera, si sviluppa nel tempo causando il decadimento, la denutrizione, il marciume dello stesso sino a decretarne lo stato di morte. Nella recensione a La luce dell’inganno (che si può leggere per intero cliccando qui) ho avuto modo di scrivere: “In questo percorso tra elementi che marciscono, presenze vacue e pensieri grevi, la convivenza con uno stato di desolazione interiore finisce per mostrarsi assai accentuata e le poche immagini lievi e pregne di colore qua e là nel corso dell’opera non sembrano capaci del tutto a risollevare l’amarezza di fondo”.

Arrivo al fine alla nuova opera poetica dopo queste brevi note critiche anticipatorie che non hanno da essere intese come preambolo annunciatorio che pronostica già, nei temi e nelle forme, ciò che sarà sviluppato nel terzo volume. Piuttosto può esser utile per avvicinarsi in maniera più fedele e illuminata alla sua opera poetica permettendo al lettore di trarre da sé – laddove sia possibile e nel caso i pochi elementi forniti lo consentano – le increspature più caratterizzanti che rendono la poetica di Paoletti tale per com’è e la conosciamo.

paoletti.jpgIl Breve inventario di un’assenza (Samuele Editore, 2018) che poi così breve non è (sessantasei pagine di lunghezza che, per una silloge poetica, sono senz’altro buone e rispettabilissime!) è breve nella forma (sono liriche che, tranne pochissimi casi, non superano i dodici versi) e in quel dire doloroso che ha la forma di un commiato che si è compiuto nell’intensità di un istante breve. L’autore ha scritto queste liriche in memoria della figura paterna recentemente scomparsa che, oltre a lasciare una debordante assenza, ha reso edotto il figlio del carico emotivo degli oggetti. Così la camicia lasciata appesa, le scarpe, la manica scucita di una giacca, sono i segni evidenti di una vita che s’è compiuta e che, pur circondata dall’opprimente aria che non ha forma, è ancora lì presente, circolante negli angoli della casa, così come è onnipresente nella mente e nel cuore di chi la porta con sé. L’assenza, dunque, è catalogata (inventariata, per l’appunto) mediante i tratti del mondo fisico, gli utensili, gli oggetti d’accompagnamento che definivano l’attore dell’assenza che, fuggendo per sempre, li ha però lasciati lì nel suo luogo ancestrale. La prefatrice Gabriela Fantato, in riferimento a questa operazione di raccolta e repertazione degli oggetti operata da Paoletti, parla di “alfabeto della perdita”. In effetti pare di comprendere che l’amplificazione dolorosa si crea nell’io lirico dinanzi all’evidenza di quel mondo fisso e ormai insignificante, dominato da quegli emblemi, simboli e feticci che ormai hanno perso rapporti di appartenenza e usi pratici per divenire mere entità residuali.

Alcuni brevi versi della poetessa romana Amelia Rosselli fanno da puntuale apripista al percorso poetico che Paoletti ci propone di fare seguendo le varie composizioni che compongono il volume. La Rosselli, una delle maggiori voci poetiche del Secolo scorso, parla di “Un dolore nella stanza/ [che] è superato in parte: ma vince il peso/ degli oggetti, il loro significare/ peso e perdita”. Ritorna la correlazione di difficile sperimentazione e impossibile fuga tra oggetti e assenza dove quest’ultima è immagine e sinonimo di dolore. In termini aritmetici potremmo allora dire che la somma dei pesi dei vari oggetti lasciati che abbiano una qualche traccia di ricordo o di legame affettivo equivale al peso dell’assenza. L’assenza è chiaramente una lontananza, ma anche uno stato apparentemente irreale di sospensione, di progressiva ampiezza di un varco la cui attraversata è patentemente impossibile.

Nella casa-santuario dove gli oggetti-icone divengono emblemi di ricordo irrinunciabili, strumenti di connessione con un’entità altra e blando motivo di persuasione che sì, i bei momenti ci sono stati eccome!, il pensiero s’erge dal canto desolato di un uomo che di colpo nel mare più ampio ha perso la sua ancora al desiderio di un ritorno, pure se non materiale: “Tornerà il vento a scompigliare/ le cicale”; “Torneranno le giornate lunghe”: il sollievo può forse derivare non dalla pervasiva e dolente tribolazione nella venerazione degli oggetti, piuttosto in un tentativo ideale di fuga da quello spazio che ha addosso i segni del tempo. L’anelito al ritorno, infatti, non è tanto espresso nei termini di un ritorno del corpo del padre, vicenda impossibile nella realtà della cui impossibilità l’autore è ben conscio, quanto delle condizioni esogene (il tempo, la ritualità delle stagioni, le abitudini) ed endogene (il ritrovamento di una pace e una felicità interiori) nell’uomo. Pur flebili vi sono squarci d’apertura all’asfissia delle giornate improntate alla considerazione della desolante situazione d’assenza come il pensiero che è in grado di evocare la possibilità di una primavera esistenziale, dettata da necessità di andare avanti e resilienza: “Domani il rumore quotidiano/ spingerà la vita un po’ più avanti”.

Oggetti-simulacro quelli che “ci stanno intorno”, in sé addirittura malevoli, perché duplici nella loro forma: appartenenti a un’età felice e rassicurante quando l’unità era ingrediente delle giornate e ora, entità prive del suo possessore, in balia di se stessi, innocui e addirittura inutili ma capaci di incutere soggezione e dolore in chi, rimasto, non può non concepirli disgiunti da chi ne faceva uso e ne caratterizzava le giornate. Oggetti che, in quanto tali, non hanno un’anima e non avrebbero nulla di buono o di non buono ma che, rivestiti dei significati personali e intimi di chi li ha sperimentati, fungono da imprecisati avanzi ma anche da resti memoriali. Difatti per il Nostro essi risultano nulli per la loro funzionalità (la camicia da indossare, etc.) e divengono emblema di una traccia di passato: “ascolto gli oggetti respirare da lontano/ l’aria che muovono i ricordi/ quando si staccano da noi”.

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Quell’inventario che è difficile da eseguire e che mai, forse, verrà veramente portato a compimento non essendo possibile catalogare le emozioni, situarle in cartelline, organizzarle in faldoni e tenerle lì belle precise, è esso stesso ragione e motivo di quel “nodo sottile di dolore” che annebbia la ragione, inquieta l’animo e non fa altro che produrre il caotico “sbilancio dei giorni/ che spesso si confondono”.

C’è poi la sezione del libro intitolata “Muri”, quelle pareti divisorie delle stanze della casa-culla che “hanno la pazienza/ grigia delle cose,/ raccolgono la nostra polvere/ che si disperde in fretta”. Muri che, come silenti protagonisti delle nostre case, assistono alle vicende in esse sviluppatesi, ai dialoghi, ai momenti di gioia, depressione e dolore, quali custodi autentici di un vissuto intimo che nella casa si esplicita e lì rimane. Sostegni averbali, curiosi protettori di intere esistenze che ha visto nascere, crescere, maturare per poi sfiorire e perdere la vita. Presenze continue e rassicuranti, sodali nel pianto e nella lotta con noi stessi, eppure così riservati e taciturni da non aiutare a risolvere i drammi, ma neppure a ostacolare il felice svolgimento dei giorni gaudiosi. Essi, nell’età in cui Paoletti ce li descrive, sono sintomo di passato, di un’età che tutto ha visto passare serbandone il ricordo sulla quale sembra calare una cortina di dubbio, di polverosa reticenza: “I muri/ gettano un’ombra sulle cose/ rendendole più dure”. Muri che sembrano stringersi su se stessi, ridurre spaventosamente la superficie calpestabile delle stanze, come se l’io lirico si sentisse progressivamente privato d’aria da respirare, quasi strozzato, ammorbato, rinchiuso e impossibilitato a muoversi, finanche a far utilizzo della ragione. Muri che ingabbiano i ricordi, polvere che ammanta gli oggetti, aria che si fa pesante, dolore che si fa estremo e cronico in quegli spazi una volta animati e vissuti da esistenze ora non più qui: “I muri affondano radici di cemento,/ si abbarbicano al resto delle cose”.

Tutto ciò accade mentre il pensiero sull’assenza del padre s’irrobustisce nella mente del Nostro da diventare un dilemma insondabile, un rovello che fiacca e fa star male tanto da condurlo a divagazioni atipiche e in sé surreali come quando dice “perdo/ tempo a indovinare la forma/ delle stelle”; altre volte la cappa di stordimento è meno accentuata e allora è in tali frangenti che, savio del tempo che gli è dato di vivere, riflette sul ciclo rituale di vita e morte: “il mondo vive/ nelle foglie mute, nel ricordo/ della terra intatta”. I muri, prima vetusti e freddi, stringenti e quasi fastidiosi, capaci solo di ottenebrare la mente e ostacolare la calma riflessione, divengono – nel ricordo mai domo della cara figura paterna – una sorta di propaggine tesa per trasmettere forza e amore: “lascio che il calore del muro/ si imprima sulla schiena/ prima di allacciare/ l’ultimo bottone del colletto”.

Lorenzo Spurio

Jesi, 14-02-2018

 

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“L’azzurro e l’obliquo” di Maria Luisa Colosimo, recensione di Lorenzo Spurio

L'azzurro e l'obliquo - Colosimo.pngTitolo di per sé ambiguo e che apre alle possibilità, a una fertile evocazione, questo dell’opera poetica di Maria Luisa Colosimo, L’azzurro e l’obliquo (Lebeg, Roma, 2017). Il volume, che si apre con una perspicace ed esaustiva nota critica firmata da Giovanni Perrino, si mostra formato da due comparti in sé ben definiti: un poemetto iniziale che copre svariate pagine, una sorta di dialogo con sé stessa, e poi una serie di liriche dalla fattura per lo più affine, numerate in senso progressivo da numeri romani, delle quali si apprezza, invece, la brevità dei contenuti espressi.

Perrino allude a una possibilità di “tonalità corale” nell’opera della Colosimo della fattispecie delle alte opere della classicità greca dove una sorta di rimando echeggiante, di feedback uditivo vien dato di percepire da una danza indefinita di voci e toni che in qualche modo accerchiano i protagonisti principali. C’è senz’altro, nel piglio letterario della Nostra, un dire che è dotato di una pluri-evocatività vale a dire che si realizza – o potrebbe realizzarsi – su piani linguistici e concettuali diversi. Nell’opera si rintracciano varie isotopie, ovvero immagini che, radicate nei versi, vengono reiterate, riproposte e utilizzate più e più volte, anche in contesti versificatori differenti, a intendere una centralità tematica. Non sono, però, come semplicisticamente si potrebbe essere portati a credere, delle vere e proprie unità tematiche, piuttosto delle sfumature di senso, delle aggettivazioni arcane e pertanto insondabili, delle metonimie che la sola autrice ha definito in quanto tali perché rilevanti nel suo percorso di acquisizione della realtà e di trasposizione nel testo. Mi riferisco all’universo, diremmo al grumo, dell’azzurro che, oltre a far capolino nel titolo, come pure nella tonalità dell’iride della donna raffigurata nella copertina, ritorna e accompagna il lettore in questo percorso poetico, scevro da logicismi, definizioni temporali o dettati che abbiano in qualche modo la volontà, pur velleitaria, di ricostruire un passato, una memoria e un presente in forma standardizzata, comune: “Ti parlo dell’erba/ e della memoria/ turchina/ che tutto lega/ come un filo di lana” (10-11).

È evidente il percorso compiuto di conoscenza del dolore e il tentativo d’interfacciarsi ad esso, sia esso dovuto da cause insondabili che la poesia non svela, sia esso più chiaro laddove, ad esempio, ci narra di distanze e difficoltà con la figlia femmina, in un percorso altalenante nel quale non è difficile scorgere il tormento, se non il vero avvilimento della donna poeta (“Nessuno si è mai messo/ in una situazione così/ moglie precaria/ e una figlia/ che non è/ una figlia”, 60; “Non voglio più/ vedere/ mia figlia./ […]/ Tre giorni ancora/ e la pazzia/ mi prenderà”, 66). Si tratta pur sempre di un “dolore/ nel silenzio/ e nell’azzurro invidiato” (12) ossia sospeso in uno spazio che sembra illusorio in quanto dominato dall’assenza e che, invece, è talmente preponderante e assiduo da riuscire finanche a macchiare quell’azzurro incontaminato che domina nel pensiero.

Il ragionamento ermeneutico non deve, però, tralasciare l’altro lemma che figura nel titolo, al quale la Colosimo ha senz’altro voluto attribuire un significato che va ben oltre a quello comunemente inteso. Con ‘obliquo’, infatti, intendiamo una posizione non regolare, non uniformata alla geometria retta, che tende verso un punto distante percepibile, appunto, secondo una direzione a diagonale, piuttosto che rettilinea. Obliqua può essere una direzione, una visuale (“La mia anima/ in fondo/ come occhi/ azzurri/ che guardano obliqui”, 16), la disposizione di un oggetto, la conformazione di un muro ma anche emblema di una stortura, di un’imperfezione che siamo in grado di cogliere. Può riguardare, qui nella materia poematica, un qualcosa che non ha riferimento diretto all’universo fisico e oggettuale piuttosto intimo, personale, dell’animo. Una predisposizione a vedere che ha in sé un vizio, un sentimento di rivolta interiore, un non soddisfacimento completo, un continuo e rivoltante pensiero che zirla nella mente e fastidia.

Ogni verso ha espressione, oltre che nei termini linguistici che lo costituiscono, in forme e tonalità di colori, sfumature, cromatismi spesso esplicitati, altre volte allusi o intuibili ma sempre e comunque assai vividi e presenti. Il colore (“È tardi per dipingere/ in rosso”, 23) è una dominante nell’opera della Colosimo che l’avvicina ancor più a un poeta visivo e tellurico come Federico García Lorca a cui pure Perrino si riferisce, indirettamente, senza citarlo, quando avvicina l’opera in oggetto ad una forma di composizione poetica tipicamente orientale, il divan. Celebre è infatti il Diván del Tamarit, una delle opere lorchiane meno studiate ma senz’altro efficaci per le forme adoperate, erede di un fascino incontaminato verso il gitanismo e, ancor più, la cultura del mondo arabo.

L’autrice riflette sui limiti umani in merito alla sua capacità di serbare fulgenti e concreti i ricordi che appartengono a un’età non più presente (“Vieni più vicina/ nel centro/ della memoria”, 25) come pure non manca di far riferimento a un male assai diffuso che ammorba l’animo degrandandolo, quello della solitudine. Solitudine che non viene dato di comprendere in maniera così asettica e invalicabile se sia in parte una sorta di scelta di distanziarsi dal mondo o se, invece, fa seguito a dati accadimenti che hanno preteso appunto la fine di una storia, la rottura di un legame, la fine delle relazioni sociali prima determinanti. Pare di poter propendere per tale seconda possibilità se consideriamo che mai nessuna persona anela consciamente a una completa solitudine che immancabilmente comporta un doloroso isolamento e separazione coatto dall’ambiente circostante. Oltretutto, nella poesia indicata come “VIII” (le liriche, infatti, non hanno titolo) leggiamo: “Troppo stentata/ la mia vita/ troppo bisognosa/ di riparazione/ troppo bisognosa/ di misericordia” (48). Sono presenti in tali versi due concetti molto importanti per il cristiano: la nemesi, vale a dire il riconoscimento di una problematica che è risolta con un atto di compensazione (s’intende ovviamente non in termini meramente materiali!), quale appunto “riparazione” come la stessa dice e, al contempo, la misericordia che è quel sentimento di autentica e disinteressata vocazione e ascolto verso l’altro. La ricerca di una misericordia e di una riparazione, vale a dire l’esigenza di porre pace con sé prima che con gli altri, possono allora configurarsi come motivi trainanti che potrebbero consentire di rompere la solitudine e di lenire il tormento.

Nelle Diciannove poesie, che è la seconda sezione dell’opera, molte attenzioni vengono riposte nei confronti del rapporto con la figlia, ora distante, ora incompresa dalla madre, ora cercata e riavvicinata. Monologhi che si aprono, dunque, a un’alterità a lei così intima che finiscono per diventare dialoghi sussurrati, talora addirittura moniti per un riavvicinamento e una sana alleanza tra le due. Latente e palpabile quel sentimento di tormento e di pesantezza dal quale la poetessa non sembra capace o volitiva dal distanziarsi, evidenziato così bene in quegli “occhi/ che/ mangiano/ la vita/ poco/ a/ poco” (69), segno di un’erosione continua che non sembra possibile arrestare. Eppure l’occhio che da obliquo ha descritto la realtà circostante e il microcosmo devastato dalla sofferenza, sa anche alzarsi e gettare il suo sguardo rettilineo: “Non è troppo caldo/ non è troppo freddo/ per guardare/ le foglie e l’asfalto” (14).

Lorenzo Spurio

Jesi, 14-02-2018

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“Il morso” di Simona Lo Iacono, recensione di Gabriella Maggio

il-morso.jpgPalermo, barocca e misera, potente e asservita ha storie da raccontare, di gente nota, i Ramacca, gli Agliata e di tanti di cui affiorano solo scarse testimonianze, come Lucia Salvo. La quotidianità che scorre monotona non ha fascino per chi compone un racconto, perciò la scrittrice ricerca quello che va al di là dell’apparenza, che sfiora il mistero del non detto e dell’inconsapevolezza, come il fatto che segna la vita di Lucia o la mutilazione che rende il castrato signorino Angelo, forse. Ma controvoglia. Sono due creature che contro il buon senso del tempo non reputano una fortuna essere spettatori delle ricchezze e degli eccessi dei nobili, ma le considerano semplicemente una dannazione e una complicazione dell’anima. Questa convinzione porta Lucia a respingere l’assalto amoroso del Conte figlio con un morso da furetto. Da qui il titolo del romanzo e la citazione in epigrafe da Giorno dopo giorno di S. Quasimodo in cui ricorre la parola morso. Nel romanzo Lucia morde per difesa, nella poesia il morso è inferto dal dolore, dalla violenza, dalla guerra. Ma identica è la separazione netta tra chi opprime e chi è oppresso, tra chi è nato per servire e chi deve essere servito. A servire è destinata Lucia Salvo, ma il fatto la rende intimamente libera, è la creatura più libera che io conosca, dice il conte figlio. La storia si svolge alla vigilia della rivoluzione siciliana del 1848 a Palermo, un’epoca che stava cambiando e che nessuno prendeva sul serio… Non la nobiltà, rammollita dalle decime e senza occhio analitico. Non la borghesia nascente, figlia povera della nobiltà stessa e già incline a imitarne tutti i vizi. Il popolo sì che, invece, fremeva. Di fame, di peste, di pidocchi e ansie. Nel groviglio dei fatti personali e politici che s’intrecciano e sfociano nella rivoluzione del 12 gennaio 1848 a Palermo viene inconsapevolmente coinvolta Lucia, che vi scoprirà per brevi istanti l’amore per lo sconosciuto prigioniero dagli occhi verdi, che la spinge a un generoso gesto di coraggio. Ma l’amore è un breve lampo e il suo destino di babba, pazza, non può che compiersi. A metà dell’Ottocento in Sicilia le donne di qualunque condizione sociale non riescono a sfuggire al loro destino di succube del mondo maschile. Neanche la giovane Assunta degli Agliata vi riesce.

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L’autrice Simona Lo Iacono

Inquieta e desiderosa di scegliere il proprio destino per sfuggire alla condizione nella quale si trova la madre, inebetita dai numerosi parti, compie tentativi confusi e contraddittori. La sua vaga aspirazione alla libertà è alimentata dai discorsi delle monache e dalle letture che le precludono un vero contatto con la vita: La vita, la vita vera-sospira-le pare a un tratto romantica come i libri di quel Cervantes…  Alla fine sposa un vecchio e ricco nobile, che la obbliga a figliare a dispetto del disgusto. Con stile sobrio e coinvolgente, venato a tratti d’ironia, Simona Lo Iacono il “Il morso” (Neri Pozza, 2018) affronta ancora una volta storie di donne contestualizzandole nel tempo e nello spazio del romanzo con il suo abituale impegno civile, nella rappresentazione-denuncia di un mondo ignorante e arido volto solo ai piaceri e al dominio.

L’autrice

Simona Lo Iacono è nata a Siracusa nel 1970, è magistrato e presta servizio presso il tribunale di Catania. Nel 2016 ha pubblicato il romanzo “Le streghe” di Lenzavacche (Edizioni E/O), selezionato tra i dodici finalisti del Premio Strega.

GABRIELLA MAGGIO

L’autrice della presente recensione dichiara, sotto la sua unica responsabilità, di essere la naturale e unica proprietaria dei diritti sul testo. La pubblicazione del testo è consentita su questo spazio dietro autorizzazione dell’autore senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

“L’impudicizia dell’anima” di Letizia Tomasino, recensione di Francesca Luzzio

downloadAforismi, poesie in un continuum emotivo-razionale che mette a nudo, senza pudicizia, l’anima di Letizia Tomasino. Il titolo della raccolta, L’impudicizia dell’anima (2017), stupisce e incuriosisce il lettore, inducendolo a congetturare contenuti scandalosi, osceni, ma di fatto, se il lettore si accosta all’opera con tale curiosità, alla fine resta profondamente deluso perché di fatto l’impudicizia a cui allude la poetessa-scrittrice è soltanto l’apertura totale del cuore e della mente, la schiettezza  con cui si pone di fronte a se stessa e alla realtà, ai problemi dei nostri tempi, ora esponendo  il suo sentire, quale, ad esempio, l’amore per il suo uomo (“Quannu mi chiami “Amuri” io mi sentu ricca,/nu  tantu di ricchizzi dila terra/quantu di sentimenti e cosi duci”; in “Beddi paroli”, p. 24) o l’amarezza del suo abbandono (“Fino a ieri ero la tua stella, il tuo sole, il tuo tutto/e adesso mi butti via come si buttano delle ciabatte” in “Bugiardo amore”, p. 8), ora, facendo le sue riflessioni su tematiche etico-morali, quali la carità, la misericordia che dovrebbero caratterizzare i nostri comportamenti, a prescindere dalle religioni praticate e dall’epoca in cui si vive, perché espressione di civiltà e umanità. Così di fronte ad alcuni eventi tipici dei nostri tempi, ma anche ricorrenti nella storia dell’umanità, quale, ad esempio, l’emigrazione, la poetessa Tomasino si rivolge all’immigrante con questi versi: “inutilmente cavalchi l’onda,/la  stessa che ti ricopre/Fuggi dalla tua terra/e sei merce in mano/a gente senza scrupoli/…smarriamo memoria di avi, migranti anche loro, come voi/…” in “Migranti”, p. 34).

Non stupisca neppure la connessione degli attributi “emotivo” e “razionale” perché l’autrice compone esprimendo i suoi sentimenti e le sue emozioni, ma anche proponendo il suo punto di vista razionale, in una miscela in cui i due elementi si equilibrano, considerato che il razionale è condizionato dai principi etico-morali che costituiscono il presupposto della nostra essenza, insomma, come in un particolare e personale processo dialettico di stampo hegeliano (tesi: ragione; antitesi: emozione, sentimento), l’autrice perviene a una sorta di sintesi superiore che si chiama  “Poesia”.                                                                                                                     

Questa liberamente si espande nei versi che progressivamente propongono  tematiche esistenziali, connesse, come già si è rilevato, al suo presente o ai propri personali ricordi (“Avresti potuto amarmi per come meritavo/avresti potuto darmi il bene che cercavo/Scusami tanto papà Se non mi hai capito, te lo dirò nell’altra vita oppure all’infinito” in “Papà”, p.87), ma pure a tematiche relative all’uomo in quanto tale (“Non esiste prigione peggiore per l’uomo/ che l’essere schiavo del suo corpo e del tempo,/ma anche delle malattie che angosciano/la mente” in “Prigione”, p. 29),  con un percorso che, in modo spontaneo e semplice, scivola nel sociale, al nostro ieri e ai nostri amari tempi. (“Una valigia è di cartone se il suo contenuto/sa di rassegnazione ed emigrazione./L’emigrante…/Torna, ogni tanto, a visitare il paesello/vedendolo sempre come un gioiello” in “La valigia”, p. 54).

I versi poi diventano aforismi, quando Letizia Tomasino con saggezza ci detta massime, fa osservazioni che sanno di sapienza di vita, fondata sulla conoscenza della grandezza e della miseria umana e, proprio per questo, sa anche farci sorridere quando corona le sue riflessioni con le conclusioni a effetto, con l’ironia, talvolta amara: “Credo che molte persone invece di parlare di tutto senza saperne nulla, potrebbero limitarsi a parlare del nulla di cui sanno tutto!” (in “Parole vuote”, p. 59). Molti aforismi, oltreché per il loro contenuto, si caratterizzano anche per il lirismo che li pervade e, pertanto, li rende associabili alle poesie che ad essi si alternano.                   

Il lessico semplice, ma semanticamente pregnante sia nelle liriche in italiano, sia in quelle in dialetto siciliano, la versificazione libera, pur nella presenza di rime (“ ….difetto/ …/ …petto” in “Cuore mio”, p. 23),  assonanze (“…sguardo/ …/ …passo”, idem), consonanze (“… sera / …amore”, in “Notte stellate”, p. 31), come anche le figure retoriche, quali anafore (“se ti cerco…/ se mi vieni…\ se percorro…” in “Nostalgia”, p.30), metafore (“Mi bevo a piccoli sorsi il tuo sorriso” in “Bevanda amara”, p. 39) etc…, avvalorano ulteriormente “l’impudicizia dell’anima” di  Letizia Tomasino.

FRANCESCA LUZZIO

 

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Il nome del vento: recensione di un fantasy contemporaneo

Per anni la letteratura fantasy ha subito l’ostracismo, specie in Italia, sia dei critici che dei lettori forti: gente che legge più di un romanzo al mese. A parte i rari casi di successi nazionali e internazionali – vedi Valerio Evangelisti o Licia Troisi con il suo ciclo del Mondo Emerso – questo genere non ha trovato nel nostro Paese voci abbastanza forti da mettere in campo di fronte alla tradizione più consolidata e apprezzata del fantasy anglosassone. Il successo di Harry Potter sia nella sua versione letteraria che nell’adattamento cinematografico ha rappresentato il punto di arrivo di una lunga tradizione di illustri scrittori che si sono cimentati in questo genere letterario: Tolkien, C.S. Lewis, Roald Dahl solo per citarne alcuni.

L’autore di cui vi parliamo oggi è un simpatico gnomo, non ce ne voglia, ma in alcune foto che vedono la sua partecipazione ai vari festival fantasy è apparso proprio così con tanto di abito verde e cappellino rosso a punta. Il suo nome è Patrick Rothfuss. Un nome da ricordare visto che la sua trilogia, Le cronache dell’assassino del Re, è stata paragonata al ciclo della Rowling: sia per la potenza narrativa delle vicende messe in campo, sia per la complessità del mondo che ha saputo creare. Il nome del vento è il primo tassello di questo puzzle che il lettore scoprirà attraverso la voce del suo protagonista: Kvothe.

È lui a narrare la sua storia di fronte ad un giornalista, detto il Cronista, che è riuscito a scovarlo in una sconosciuta locanda di un ancora più sconosciuto paese perso nell’enorme geografia del mondo di Rothfuss. Kvothe è diventato una leggenda e il giornalista vuole ascoltare dalla voce dell’eroe la sua vera storia. Il primo libro della trilogia diventa dunque un lungo flashback che ascoltiamo dalla voce stessa di Kvothe che concede all’ascoltatore tre giorni: tre giorni per ascoltarlo e ricavare dalla sua storia tutto ciò di cui il Cronista ha bisogno per scrivere la sua di storie.

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Photo by Kyle Cassidy / Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported

Nato in una famiglia di artisti e saltimbanchi, gli Edama Ruh, esperti nelle arti della recitazione, del canto e della giocoleria si sposta di paese in paese a bordo di carri. La carovana gira per questo mondo popolato di superstizioni e arti più o meno limpide, mentre il giovane Kvothe apprende dal suo mentore, il vecchio Albany, l’arte segreta della simpatia. È la magia che collega tutte le cose attraverso un legame simpatetico che unisce il simile col simile. La pace è rotta dall’incontro della carovana con i temibili Chandrian, mostri venuti dalla parte più oscura e superstiziosa di un mondo che sembra aver dimenticato la loro presenza. È a questo punto che Kvothe perde tutto quello che ha e la sua vicenda si intreccia a quella di tanti altri orfani che popolano le vie della città di Tarbean, dove si trasferisce dopo il massacro dei Chandrian con la segreta speranza di entrare nell’Accademia.

Questa è il cuore dell’insegnamento delle arti magiche e nella sua biblioteca si trovano testi arcani che parlano dei Chandrian. L’abilità dell’autore sta nel creare un universo così coerente e maniacalmente perfetto in cui ogni tassello che il lettore incontra per la via va naturalmente al proprio posto, nonostante l’apparente complessità dei personaggi e del mondo che ha saputo costruire. Un’abilità che emerge nei sottili giochi di parole che riesce a creare, così come nella costruzione, gustosissima, di nuovi giochi come il corner che ricorda il moderno poker e dove i giocatori devono applicare strategie e abilità particolari in un mondo dove la magia e l’alchimia sono scienze al pari della logica e della matematica.

La ricerca di Kvothe è infatti ricerca della verità e impiegherà tutti i mezzi a sua disposizione per arrivare a vendicarsi dei temibili Chandrian. La ferita e il conflitto che ne deriva fa da propulsore all’intera vicenda capace di generare pathos e potenza narrative rare in un romanzo fantasy. È il viaggio dell’eroe raccontato dall’eroe stresso, con una scelta da parte dell’autore capace di catturare il lettore perché come scrisse W. Somerset Maugham: “una storia vera è sempre meno vera di una inventata”.

 

Rebecca Hanson

Online Account Manager

Digital Whiskers Inc

http://www.digitalwhiskers.com

 

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