Ricordando la filosofia di G. Gentile: alcune riflessioni e brevi appunti di Stefano Bardi

Vorrei parlare oggi dell’illustre Giovanni Gentile (Castelvetrano, 29 maggio 1875 – Firenze, 15 aprile 1944), ai giorni nostri per lo più dimenticato, ancora disprezzato. Perché questo astio e oscuramento nei confronti della sua persona? Per la sua adesione convinta al Partito Nazionale Fascista, al punto tale da diventare uno dei maggiori teorici.

Per Giovanni Gentile tutte le ombre della tradizione e della conoscenza umana, possono risedere solo nell’intelletto. Lui credeva nei legami somiglianza-uguaglianza e pratica-teoria. La sua filosofia è stata definita come “Filosofia dell’Attualismo” o dell’Atto Puro. Un intelletto che fu da lui concepito come il reale, immagine dell’intera verità. Filosofia come Teologia. Una filosofia che si basava sulla personalizzazione delle vicende esistenziali e sull’interiorità spirituale in cui quest’ultima era vista come verità delle cose.

Francobollo_Giovanni_GentileFra tutti i meriti filosofici che ebbe, quelli più importanti sono legati ai concetti di anima e intelletto, dove con il primo termine s’intende l’azione pratica e con il secondo s’intende l’azione nell’azione. Per Gentile l’anima era l’assenza totale e più precisamente l’essenza irriproducibile e interminabile nella sua personalizzazione totale: era concepita come Uno, con uguale senso sia nel campo psichico sia in quello gnoseologico, sia in quello religioso. L’anima non è qualcosa che è stata creata in modo definitivo, bensì qualcosa che deve ancora realizzarsi. Solo essa può crearsi, attraverso la comprensione di sé e del suo campo d’azione. Il Gentile intese l’atto puro come il processo per realizzare un’idea, sempre considerando l’obiettività irreale (negazione) e l’obiettività materiale (attuazione). A sommi capi si può concludere, secondo la sua visione, che l’idea è una privata deformazione e una mutazione, ovvero è un non essere e allo stesso tempo un esistere, che si ripiega su sé medesimo oscurandosi come essere.

Un punto fondamentale della sua filosofia era quello della religione, la quale si basava sulla logica Uomo-Dio in cui uno dei sue soggetti può esistere esclusivamente in presenza e con la cooperazione dell’altro. Secondo lui la religione è la Chiesa. Una religione che parla attraverso termini chiave come “Dio”, “incarnato” e “divino”, “Dio che crea l’Uomo”, “Cristo”, “assoluzione” e “autonomia”, etc. Gentile riconosce un Dio che è indescrivibile e inintelligibile allo stesso tempo. La Fede non è solo la fede di Dio, ma è la fede di Dio, poiché è anche la Fede dell’uomo. Secondo il Nostro gli uomini erano concepiti come fratelli che avevano fatto un compromesso fra di loro.

A mio giudizio è possibile individuare tre momenti della filosofia gentiliana che, per necessità di sintesi, cercherò di racchiudere nei paragrafi che seguono:

1) Attimo Soggettivo o dell’Arte: l’Arte è intesa come la singolarità subitanea dell’anima, l’attimo fondamentale dell’esistenza religiosa e come l’universo dell’irreale. L’Arte è la figlia della Filosofia. Per Giovanni Gentile conoscere e apprendere, vuol dire digerire l’opera e personificarla, con le sue membra e i suoi pensieri. Arte come attimo della soggettività anacronistica che, se si realizza nell’intelletto, può diventare una locuzione e anima come verginea, personale e impronunciabile soggettività dell’essere umano. Anche il processo produttivo per il Gentile era qualcosa di astratto e più precisamente era una parte attiva del pensiero. L’Arte è intesa come un’autocoscienza che si ciba con le sue stesse membra creando così, un suo mondo personale. L’Arte è la contemplazione della pura obiettività, dell’ideologia irreale dall’antitesi e del soggetto irreale dall’oggetto.

2) Attimo Oggettivo o della Fede: la Religione intesa come presentazione dell’Io nel non-Io, come negazione della propria soggettività e come contemplazione della materialità che è un insieme composto dalle ideologie sapienti. La religione è vista dal filosofo siciliano come misticismo, ovvero come un oscuramento dell’essere umano nella materialità e di conseguenza l’essere di Dio è il non esistere come soggetto. In questa concezione rientra anche Dio, che è visto dal filosofo siciliano come una cosa materiale del nostro spirito. Vita come eteroclisi e Sapienza come resurrezione.

3) Attimo Sommario o della Filosofia: il filosofo è colui che illustra, organizza e unisce le energie astrali presenti nella nostra mente. La Filosofia è concepita dal Gentile come lo scheletro dell’identità dell’Universo e come unica, vera e inimitabile istruzione pedagogica. Il suo principale scopo è quello di dare una logica alle profonde e oceaniche volontà dell’esistenza cosmico-umana.

STEFANO BARDI

                

 

Bibliografia di Riferimento:

  1. Chiocchetti, La Filosofia di Giovanni Gentile, Milano, Vita e Pensiero, 1925.
  2. Spirito, Giovanni Gentile, Firenze, Sansoni, 1969.
  3. Badaloni – C. Muscetta, Labriola, Croce, Gentile, Roma-Bari, Laterza, 1977.
  4. Lo Schiavo, Introduzione a Gentile, Roma-Bari, Laterza, 1997.
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“Via Crucis” di Francesco Terrone, recensione di Lorenzo Spurio

Francesco Terrone, Via Crucis, Presentazione di Mons. Giuseppe Agostino, Ep. Em. Diocesi Cosenza-Bisignano, Disegni originali di Liana Calzavara Bottiglieri, I.R.I.S., Mercato San Severino, 2015.

Recensione di Lorenzo Spurio 

copertinaviacrucisIl poeta salernitano Ing. Francesco Terrone (Mercato San Severino, 1963) ha raccolto nel pregevole volume in sontuosa veste grafica Via crucis un numero consistente di liriche d’argomento religioso nelle quali si percepisce in maniera vivida il suo afflato emotivo, lo spessore della fede e la necessità di un colloquio accorato con la Divinità. La prima parte del volume –dopo una sostanziosa e pregnante nota d’apertura del Vescovo Emerito della Diocesi di Cosenza-Bisignano, Mons. Giuseppe Agostino- è dedicata al percorso cristiano più doloroso, quello della Via Crucis che Terrone affronta, tappa per tappa, dedicando una poesia ad ogni stazione del martirio di Gesù Cristo. Ciascuna lirica è accompagnata, nella pagina di sinistra, da immagini a colori forti e dall’espressività lancinante di pose del Cristo sofferente e morente, opere di valore prodotte da Liliana Calzavara Bottiglieri. Immagini che non solo arricchiscono il volume, già di per sé importante e per la fattura e per i densi contenuti, ma che lo completa rendendolo ancor più fruibile ed interessante nel lettore. Le liriche di dolore che descrivono i passi di Nostro Signore verso la denigrazione, le becere offese, la caduta, la crocifissione e la morte sono visivamente descritte, come in una fulminea foto, dai disegni della Calzavara Bottiglieri i cui tratti del viso del Cristo addolorato emergono con una nettezza sorprendente e una visività toccante.

Terrone impiega una poetica che rifugge da particolari schematismi metrici o retorici prediligendo un linguaggio basico e lineare dove sono la descrizione attenta, la raffigurazione degli spazi e del gruppo umano che contorna a quelle scene a dominare. Come dei sunti o delle sinossi quanto mai influenzate da un approccio fortemente empatico e vissuto, le poesie si susseguono cadenzate dal breve tempo dell’assurdo sacrificio imposto al Nazareno. Le vessazioni, l’indebolimento del corpo, le cadute e le ingiurie, l’offesa corporale sono fatti di inaudibile odio che il Nostro inanella nelle varie liriche che seguono descrivendoci, con i vari versi, con una grande forza espressiva e compartecipazione gli accadimenti più infausti dell’esistenza di Gesù.

Ci troviamo distanti mille miglia, o ancor di più, da manifestazioni ridondanti e spettacolari, farsesche e improbabili che spesso vengono fatte per celebrare gli ultimi istanti della vita di Cristo: non si ha un effetto di ribrezzo o di dolore rabbioso dinanzi al suo sacrificio come può avvenire dinanzi alla criticata pellicola di Mel Gibson, The Passion, dove la centralità del messaggio sembra ruotare attorno all’apologia della violenza piuttosto che sul martirio. Ci troviamo altresì distanti anche dalle celebrazioni folkloriche della Spagna andalusa che commemora la settimana Santa in colorate e carnevalesche processioni con rappresentazioni sceniche degli istanti mortali di Cristo. Terrone, pur servendosi delle immagini che corredano l’opera, impiega la parola, lo scritto, il verso, per cantare il dolore, per sconfessare la violenza, per far librare la sofferenza. Sofferenza che, pur con un procedimento di mimesi non sarà mai quella di Cristo ma che, comunque, le si avvicina molto essendo un dolore dinanzi alla violenza gratuita, all’ingiustizia, che si amplifica ancor più per la propria condizione di essere inerme.

A completare il tragitto della passione è un ampio apparato finale dove il Nostro ha raccolto una serie di poesie, anch’esse di matrice religiosa, che possono essere considerate delle vere e proprie preghiere, delle lamentazioni, dei canti accorati d’angoscia, delle riflessioni sul senso di finitudine e testi contemplativi sulla presenza di Dio nell’uomo e dell’uomo in Dio. Tra di esse, mi piace citare alcuni versi da una lirica dedicata alla figura paterna dove, seppur non è richiamata direttamente la dimensione cristologico-religiosa, il padre venuto a mancare, il genitore assente, l’uomo che vive nel ricordo, sembra assumere i caratteri di un amorevole Dio che sovrasta la sua esistenza, vivendo nel mondo incorporeo dove tutto perdura e non ha limiti: “Quel volto,/ reliquia sacra della mia vita,/ […]/ Il volto di mio padre…/ volto rapito da Dio, donatomi da Dio/ nella vita,/ nei frammenti di sogni,/ nell’immaginario” (80).

Lorenzo Spurio

Jesi, 09-06-2016

Un’italiana tra i Mori. “L’araba felice” di Kati Galli

Un’italiana tra i Mori

Il mondo arabo raccontato da una donna che sceglie di lasciare l’Italia per vivere in Egitto con l’uomo che ama. Un diario di viaggio, dove emergono punti di vista, riflessioni, pensieri sulla religione, sull’attualità, sulla politica. Due realtà a confronto, lo sguardo schietto e pungente di chi si mette in gioco con umiltà e trasparenza.

laraba-felice“Questo diario di viaggio sui generis non è frutto di finzione: è tutto vero, anche i nomi, ed è arrivato il momento di condividerlo.” Nell’introduzione al libro ‘L’araba felice. Un’italiana tra i Mori’ edito da Albatros, l’autrice Kati Galli ci accompagna nella lettura di una storia autentica, la sua personale esperienza di europea tra gli arabi nell’arco di quattro anni, dal 2010 al 2014. Quello che colpisce sin dalle prime pagine è la descrizione nei minimi particolari delle persone e dei luoghi, difficile non rimanere affascinati da una realtà che noi occidentali conosciamo per sommi capi, o per sentito dire. Quando a raccontare è una donna in prima persona e la scrittura è fluida e scorrevole, diventa piacevole conoscere i retroscena di una cultura diversa. Già dal primo capitolo, che per riferimento ci riporta al film ‘Il mio grosso grasso matrimonio greco’ ed in qualche modo ci fa sorridere, è naturale venire catturati dalle immagini che la Galli ci propone, lei seduta per terra insieme a tre donne in tunica colorata, con una miriade di bambini intorno. La protagonista sta consumando una cena egiziana, a base di molokhiya, una salsa di verdure verdi a foglia, cotta nel brodo. Non è lì per caso. Ha scelto proprio di viverci, cambiando per sempre la sua esistenza. Ma cosa ha portato l’autrice a decidere di trasferirsi in Egitto? Tutto ha inizio con un primo viaggio prenotato su internet, un pacchetto vacanze con destinazione Tunisia, da allora sono seguiti viaggi in Marocco, in Quatar, in Egitto, la bellezza dei luoghi e del contatto umano con la gente locale, hanno fatto scattare qualcosa che legherà Kati al mondo arabo definitivamente. Appena può Kati si organizza a lavoro e cerca in questi viaggi da single nuove emozioni, nuove amicizie. L’autrice racconta queste avventure e trova il modo di riflettere sulla diversità tra culture, tra stili di vita, etica e religione. Stimola il lettore ad interrogarsi e lo fa con una chiarezza di linguaggio che rende tutto più semplice da affrontare, nonostante le tematiche non lo siano affatto. E da un confronto con alcune persone con cui Kati fa amicizia, emerge che l’Islam è uno stile di vita, non esiste separazione per un musulmano tra etica e religione, il Corano non dà linee guida generiche, ma fornisce una serie di norme comportamentali che toccano ogni aspetto della vita quotidiana. Per la protagonista, di estrazione cattolica, non è stato certo facile capirne gli aspetti, in particolare per quanto riguarda la condizione della donna. Da un preconcetto di partenza per Kati il mondo femminile appariva recluso e sottomesso, invece una volta vista con occhi propri la realtà ha compreso il limite del suo pensiero. La Galli osserva, chiede, socializza, e trova alle sue domande le risposte che cerca, scopre un Qatar ricco, dove è stridente il contrasto tra l’ostentazione del lusso e l’esortazione islamica alla sobrietà, si rende conto di essere l’unica donna con i capelli corti e in viaggio di piacere non accompagnata da un uomo. Non passa inosservata e suscita curiosità, tanto da essere vista come una coraggiosa ad essere arrivata lì da sola. Ogni luogo ha le sue caratteristiche e nel mondo arabo è ancora più particolareggiata la distinzione, perché sono diverse le interpretazioni del Corano. Il Marocco, la Tunisia, non sono come il Bahrein o l’Arabia Saudita, a partire proprio dalla lingua, l’arabo, che assume differenze lessicali. Uno spunto di riflessione va poi in riferimento all’arte, la proibizione musulmana di raffigurare il sacro, ecco allora il confronto con i Cristiani ed il ricordo delle funzioni serali pre-pasquali che è rimasto impresso nella memoria di chi racconta. La natura di Dio e la sua centralità diventano motivo di riflessione e la Galli riesce a portare il lettore ad un costante impegno di indagine, tanto da far scaturire quesiti spontanei. E dopo un capodanno tra le dune e altri viaggi davvero particolari, Kati conosce anche l’amore. L’incontro con Mahmoud la porterà a decisioni stravolgenti, tanto che decide di affrontare una vita di coppia e di sposarsi, vivendo in Egitto. Dovrà scontrarsi però con la burocrazia italiana ed egiziana, con tutte le complicazioni di un matrimonio misto. Il matrimonio legalmente riconosciuto da due stati però è l’unica soluzione per uno status di coppia ufficiale, in Egitto non esiste la convivenza come è intesa in Europa. La scelta di Kati è sicuramente particolare, ma è stata motivata e non dettata dall’istinto, decide di mettersi in gioco in un paese arabo moderato, consapevole di tutti i limiti e proprio da lì racconta come si vede l’Italia, di come si percepisce l’IS, di come si parli spesso senza conoscere davvero cosa accade nel mondo, lancia tra l’altro un j’accuse ai media occidentali, che riportano un’interpretazione errata degli eventi. Alla fine l’autrice esorta il lettore a studiare in particolare la storia, perché non si può ignorare quello che è stato e ciò che siamo, l’odio ha sempre radici profonde, non bisogna mai dimenticare il passato. ‘L’araba felice’ offre una visione personale, ma attenta del mondo arabo, il punto di vista di una donna che per destino e per amore, impara ad approfondire una cultura, senza troppe paure.

L’araba felice

di Kati Galli

Gruppo Albatros

Pagg.76   – 12 euro

L’autrice

Kati Galli è nata a Cremona, laureata all’Università Cattolica di Brescia in Lingue e Letterature Straniere Europee, ha svolto ricerche di mercato quantitative, insegnato inglese e ricoperto per anni il ruolo di district manager per un’azienda manifatturiera italiana. Circa un anno fa ha lasciato il lavoro per dedicarsi alla scrittura, in attesa di trasferirsi definitivamente in Egitto. Questa è la sua prima pubblicazione.

2° Premio Letterario “Città di Fermo”: il bando per partecipare

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  1. Il Premio letterario è articolato nelle seguenti sezioni:

Sezione A – Poesia in lingua italiana a tema libero

Sezione B – Poesia in lingua italiana a tema religioso

Sezione C – Poesia in dialetto (con relativa traduzione in italiano)

Sezione D – Racconto in lingua italiana a tema libero

I testi presentati alla data di partecipazione al concorso devono essere INEDITI.

  1. Per le sezioni Poesia (A,B,C) si potrà partecipare inviando un unico testo poetico munito di titolo, che non dovrà superare i 35 versi di lunghezza (senza conteggiare le spaziature tra strofe).
  1. Per la sezione Racconto (D) si potrà partecipare inviando un unico testo narrativo munito di titolo che non dovrà superare le 4 cartelle editoriali (una cartella editoriale corrisponde a 1800 battute spazi inclusi).
  1. Quale tassa di partecipazione è richiesto il pagamento di

– 10 € per partecipare ad un’unica sezione

– 15 € per partecipare a due sezioni

– 20 € per partecipare a tre sezioni

– 25 € per partecipare a tutte le sezioni

Il pagamento dovrà avvenire secondo una delle modalità descritte al punto 6 del presente bando.

  1. Il partecipante dovrà inviare il testo che propone al concorso in 6 copie cartacee, tutte rigorosamente anonime, assieme alla ricevuta del pagamento e la scheda contenente i propri dati personali per via cartacea entro la scadenza del 31 dicembre 2015 all’indirizzo del Presidente di Giuria, indicando quale indirizzo il seguente:
 

Premio Letterario “Città di Fermo”

c/o Dott. Lorenzo Spurio 

Via Toscana 3

60035 –  Jesi (AN)

  1. Il pagamento potrà avvenire con una delle seguenti modalità:

Postepay Numero tessera: 4023 6006 6599 3632

Intestata a Nunzia Luciani      –        CF: LCNNNZ54H48G920P

Causale:  II PREMIO LETTERARIO “CITTÀ DI FERMO”

Bonifico bancario – IBAN: IT24X0538769660000000553815

Intestato a Armonica-Mente

Causale: II PREMIO LETTERARIO “CITTÀ DI FERMO”

In via alternativa sarà possibile inviare la quota in contanti ben occultata nel plico assieme agli altri materiali richiesti. Alla ricezione dei materiali verrà inviata una mail di conferma alla mail indicata nella scheda dei dati.

  1. Non saranno accettate opere che presentino elementi razzisti, denigratori, pornografici, blasfemi o d’incitamento all’odio, alla violenza e alla discriminazione di ciascun tipo.
  1. La Commissione di giuria è composta da esponenti del panorama culturale e letterario regionale e nazionale:

Sez. A: Lorenzo Spurio, Susanna Polimanti, Cinzia Franceschelli, Stefania Pasquali, Michela Zanarella.

Sez. B: Lorenzo Spurio, Susanna Polimanti, Mons. Mario Lusek, Stefania Pasquali, Anna Scarpetta.

Sez. C: Lorenzo Spurio, Susanna Polimanti, Stefania Pasquali, Riccardo Manzini.

Sez. D: Lorenzo Spurio, Susanna Polimanti, Marco Rotunno, Filippo Massacci, Luana Trapè.

Il giudizio della Giuria è definitivo e insindacabile.

  1. I Premi saranno stabiliti come di seguito indicato.

Sezioni A, C, D – 1° premio: targa, diploma con motivazione della giuria e 150€; 2° premio: targa, diploma con motivazione della giuria e libri, 3° premio: targa e diploma con motivazione della giuria

Sezione B – 1° premio: targa, diploma con motivazione della giuria e opera d’arte a motivo religioso; 2° premio: targa, diploma con motivazione della giuria e libri, 3° premio: targa e diploma con motivazione della giuria

La Giuria inoltre procederà ad attribuire Menzioni d’Onore e Segnalazioni a vario titolo quali ulteriori premi, a discrezione del proprio attento giudizio.

  1. I premiati saranno contatti a mezzo mail e telefonico ai riferimenti che gli stessi avranno fornito al momento della partecipazione nella relativa scheda con i dati personali.
  1. La cerimonia di premiazione si terrà a Fermo (in un luogo che verrà indicato con precisione in un secondo momento) in un fine settimana entro Maggio 2016. A tutti i partecipanti verranno fornite con ampio preavviso tutte le indicazioni circa la premiazione.
  1. I vincitori sono tenuti a presenziare alla cerimonia di premiazione per ritirare il premio. In caso di impossibilità, il premio (Targa e diploma) potrà essere spedito a casa dietro pagamento delle spese di spedizione, mentre i premi in denaro non verranno consegnati e saranno incamerati dall’Associazione per future edizioni del Premio.
  1. Tutti i testi dei vincitori, dei selezionati e dei menzionati a vario titolo saranno pubblicati nel volume antologico che sarà dotato di regolare codice ISBN e che sarà presentato nel corso della premiazione.
  1. L’Associazione Armonica-Mente destinerà parte dei proventi derivanti dalle partecipazioni al concorso alla Associazione “Il Ponte Onlus” di Fermo che si occupa di volontariato e nella fattispecie “opera per combattere il disagio sociale e la povertà, cercando di dare una risposta ai bisogni essenziali delle persone e delle famiglie” (come da Statuto).
  1. La partecipazione al concorso implica l’accettazione di tutti gli articoli che compongono il bando.

Nunzia Luciani – Presidente Ass. Armonica-Mente

Susanna Polimanti – Presidente del Premio

Lorenzo Spurio – Presidente di Giuria

                               Info:

premiocittadifermo@gmail.com

 

 

Scheda di Partecipazione al Concorso

La presente scheda compilata è requisito fondamentale per la partecipazione al concorso. Alla scheda va, inoltre, allegata l’attestazione del pagamento della relativa tassa di lettura per posta entro il 31-12-2015.

Nome/Cognome _________________________________________________________________________________

Nato/a ___________________________________________ il ___________________________________________

Residente in via _________________________________________________________________________________

Città__________________________________________ Cap __________________ Prov. _____________________

Tel. _____________________________________________Cell.___________________________________________

E-mail ________________________________________________Sito _____________________________________

Partecipo alla/e sezione/i (indicare vicino il titolo del testo proposto):

□ A –Poesia in italiano a tema libero __________________________________________________________________

_______________________________________________________________________________________________

□ B –Poesia in italiano a tema religioso ________________________________________________________________

________________________________________________________________________________________________

□ C –Poesia in dialetto _____________________________________________________________________________

________________________________________________________________________________________________□ D – Racconto ___________________________________________________________________________________

________________________________________________________________________________________________

Data___________________________________________ Firma ________________________________________

□ Dichiaro che il/i testi che presento è/sono frutto del mio ingegno e che ne detengo i diritti a ogni titolo.

□ Acconsento al trattamento dei dati personali qui riportati in conformità a quanto indicato dalla normativa sulla riservatezza dei dati personali (D. Lgs. 196/03) e solo relativamente allo scopo del Concorso in oggetto.

Data__________________________________ Firma _________________________________

Il teatro di Iuri Lombardi in “Soqquadro”. Prefazione di Lorenzo Spurio

Iuri Lombardi, il picaro da palcoscenico

a cura di Lorenzo Spurio  

 

Sostiene che la scena sia la vita stessa:

una variazione di un motivo sempre uguale.

(La Spogliazione)

 

Il mio Dio è il piacere!

(La recita dei tiepidi)

 

Se c’è pudore non c’è libertà: la libertà

è soltanto un modo di negarsi.

(Nel nome di Giovanna)

 

A confermare che la pièce teatrale d’esordio dello scrittore fiorentino Iuri Lombardi, La Spogliazione, non fosse che un velleitario esperimento bellettristico è la recente scrittura di due nuovi drammi. Drammi in sé atipici, particolari, che difficilmente rispettano quelle che classicamente sono le norme di definizione del dramma che –manuale di storia della letteratura in mano- è codificato per mezzo di alcune peculiarità. Il termine dramma viene comunemente adottato per riferirsi a un’opera pensata per il teatro, dunque per la rappresentazione scenica e può essere di argomento estremamente diverso: può avere una dimensione comico-burlesca oppure una dimensione tragica e in questi due casi sfocerà nelle varianti della commedia e della tragedia. Caratteristiche del testo drammatico sono quelle di permettere un’interrelazione tra soggetti per mezzo di cospicue parti dialogiche e di rifiutare in via generale la prosopopea monologica, interiore, dei singoli caratteri ed ancor più è il fatto che il dramma si centralizza per porre una situazione conflittuale tra le parti (non necessariamente bellica) ossia una situazione d’incomprensione dettata da uno scontro di qualche tipo.

Iuri Lombardi  - Soqquadro
Iuri Lombardi – Soqquadro

I drammi di Lombardi, nei limiti del possibile, si avvicinano molto di più ai drammi liturgici di età medievale che non al dramma inteso nei termini dell’Antica Grecia. Dramma liturgico perché Lombardi impiega sempre caratteri che appartengono alla sfera biblica o comunque alla tradizione religiosa anche se, ed è bene che questo venga detto subito, che se ne serve non per tracciarne agiograficamente le vicende di santità piuttosto per ribaltarne i protagonisti, abbassandoli alla schiera di uomini del popolo e facendone risaltare debolezze, vizi e peccaminosità che sono del genere umano tutto. È per queste ragioni che leggendo questo libro incontreremo un San Giovanni Battista che ha perso oramai la sua aurea di cristianità per divenire un affamato pederasta che non disdegna pratiche di cross-dressing (La Spogliazione), un gesuita represso e socialmente incompreso che non ha mai superato il processo di castrazione a  cui, dandosi alla Fede, è stato relegato (La recita dei tiepidi) e una Giovanna d’Arco emblema di ribellismo femminile ma anche di immolazione per la causa comune (la donna venne proclamata Santa da Papa Benedetto XV nel 1920) che subisce negli istanti prossimi alla pena di morte su rogo un tentativo di approccio sessuale da un imprecisato ragazzo, tanto eccitato quanto irresponsabile (Nel nome di Giovanna). Chiaramente, come è facile intuire, c’è poco e niente anche del dramma liturgico del periodo medievale (mancano anche le tre unità, il coro, personaggi-comparse che incrementano il tessuto inter-dialogico) intessuto su di una profonda confessionalità e improntato alla divulgazione e all’encomio: Lombardi stravolge generi teatrali passati, ridicolizzando il classico, compiendo una coraggiosissima impresa di riscrittura popolaresca, attuale, corporea dei personaggi che nel passato sono stati elevati. Con Lombardi ci si incammina in un percorso volto alla distruzione di qualsiasi forma gerarchica al fine di ottenere un appiattimento democratico di personaggi tanto da trasferire il sacro nel perverso con un registro linguistico che non ha nulla dell’offesa né del compiacimento generale, ma è forte della difesa di una realtà inoppugnabile: la letteratura contemporanea è decodificazione e riscrittura.

Le opere teatrali di Lombardi non solo non rasentano la via “classica” del dramma che si sviluppa secondo canoni perlopiù definiti e caratterizzati, ma addirittura sembrano scostarsene con virulenza e profonda consapevolezza per almeno un paio di ragioni assai importanti: la prima è la connaturata carica ribellistica del Lombardi uomo che ne caratterizza un prototipo di intellettuale sui generis, poliedrico e imprevedibile che, seppur non dobbiamo correre il rischio di definire maudite, predilige di certo quali immagini di costruzione (non si tratta di un paradosso) proprio la rottura, l’eco indistinto, l’effetto di sorpresa e nondimeno la mera incongruenza. Elementi cementizi questi che determinano la cifra letteraria di Lombardi, prolifico poeta di tendenza civile e scrittore di narrativa breve e romanzi impegnati in un momento come il nostro in cui la letteratura sembra esser diventata poca roba e aver svilito, nel concreto, il suo significante più alto. Lo si è già visto in precedenza nella produzione breve dell’autore per la quale mi fregio l’onere di aver corredato le sue opere avanguardistiche con mie note critiche, che ciò che interessa l’autore non è tanto il mero concettismo, il viluppo contenutistico cioè la componente material-tematica degli intrecci, quanto piuttosto l’utilizzo di forme e modelli. Lombardi scrivendo ora un racconto, ora un poemetto, ora, come in questo caso, drammi in versi sciolti, dimostra di avere bene a cuore il discorso sul metro e sul genere. Si intenda bene e da subito, non si sta parlando con ciò di metrica poetica né di impiego di strutture retoriche (per la poesia) né di studiati ed ipersofisticati stratagemmi di resa delle immagini (narrativa breve) o delle scene (teatro), piuttosto del discorso interrogativo che Lombardi immancabilmente pone sulle forme di rappresentazione in campo letterario. Non è un caso che ne La recita dei tiepidi alcuni protagonisti interagiscono su tematiche quali la filosofia, la letteratura, la saggistica, la conoscenza in genere e l’ontologia, branca della filosofia cara a Lombardi che da sempre è portavoce autentico di un pensiero di risveglio della coscienza e di autodifesa di un sé personale fuori ed estraneo dall’Io soggetivizzante e iper-abusato.

Va da sé, in base a questi brevi accenni sul modus operandi del Nostro, che un’altra caratteristica dominante del Lombardi drammaturgo (anche se in realtà più che drammaturgo mi piace definirlo un “picaro da palcoscenico”) è la potenzialità di sperimentazione che in nuce ritroviamo in queste opere. L’anti-classicità, la tempestiva lettura e fruibilità, l’organicità delle forme unite alla componente dissacratoria che si nutre di messaggi subliminali da cogliere ne fa nel complesso un’opera aperta, in cui le epifanie (difficili da individuare) vengono talora denaturate e ipocaricate di significati, dunque minimizzate, tal altra trasferite da cicli di battute ad altre. Com’è nella letteratura postmodernista, di quella letteratura che ha trovato il suo terreno fertile nella società ferita e scissa del dopo 11 settembre in cui la paranoia e il delirio comunicativo ne fanno da padrona (Daniele Giglioli parla a questo riguardo della scrittura dell’eccesso[1]), Lombardi costruisce canovacci rappresentati scenicamente sulla carta e di possibile rappresentazione pratica su un palco, magari di un teatrino religioso per incentivarne la carica dirompente e blasfema, che se da una parte provvedono a fornire elementi importanti aprioristicamente (la costruzione di un incipit che dà forma a un prologo con le immancabili premesse della voce autoriale) di contro non dà tracce concrete, né segnali per l’individuazione di una conclusione auto-imponendosi di non traghettare il lettore verso determinati lidi piuttosto che altri. L’opera rimane dunque aperta, apparentemente non chiusa come magari un lettore tradizionalista la vorrebbe e lascia un sentimento di incomprensione e al contempo di nostalgia. Come i personaggi de La recita dei tiepidi rimangono sbigottiti dalla decisione finale di Bartolomeo d’Amico-alter ego di un Casanova da farsa di metter fine a quel siparietto prima tanto voluto al quale poi finisce per negarne l’importanza, il lettore condivide quel rimanere attonito sulla scena, lo stesso deluso abbandono e sconforto, una incomprensione cocente che, piuttosto che motivare una risposta corale attiva e coscienziosa di ripresa, sfocia nell’assunzione apatica di una atarassia dissonante al carattere virulento e dissacrante della trama stessa.

Iuri Lombardi durante la Premiazione del III Premio Nazionale di Poesia "L'arte in versi" a Firenze nel novembre 2015, dove era parte della Commissione di Giuria
Iuri Lombardi durante la Premiazione del III Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” a Firenze nel novembre 2014, dove era parte della Commissione di Giuria

Ma per non dilungarsi troppo in questo apparato critico introduttivo, convinto assertore delle tesi woolfiane[2] che la grandezza e la qualità di un’opera, se vi sono, non sono mai date né accresciute da chi ne compila una introduzione critica o di presentazione, è bene però soffermarsi su altri elementi talmente centrali e determinanti nella produzione del Nostro che in queste opere vengono alla luce in maniera tanto chiara quanto evocatrice chiamando, però, a una riflessione più attenta e circostanziata. Elementi che, per il fatto di ritornare spesso in modi e forme diverse alludendo però a sfere tematiche care all’autore e nevralgiche nella sua scrittura, prenderò qui a chiamare lombardismi con una nota anticipatoria d’utilizzo: essi consacrano e contrassegnano la presenza di Lombardi nella letteratura sin alla data attuale per mezzo delle sue pubblicazioni avute sin qui e che, nel qual caso il lettore leggerà queste opere col passare degli anni, quei lombardismi tipicizzanti la sua scrittura andranno riletti per forza di cose alla luce della sua produzione più recente dato che, essendo la sua scrittura un immenso cantiere, un working-in-progress, le asserzioni critiche che qui si fanno hanno validità concreta e diretta ma non universale, cosa che, per quanto si conosca l’autore e si possa adottare un metro il più obiettivo e analitico possibile, è irrealizzabile alla data presente. Essi concernono:

  • la questione del sé e dunque il grado di rappresentazione e di analisi della coscienza. Nel prologo di La recita dei tiepidi è impossibile non scorgere nelle attestazioni di Bartolomeo D’Amico l’anima pulsante del Lombardi uomo e pensatore, per altro già espressa con esiti impareggiabili nel racconto-manifesto Iuri dei Miracoli: «Io sono perché sono adesso, presenza che occupa/ uno spazio e di conseguenza un tempo. Altri,/ altro da me non voglio essere. E anche il passato/ a nulla vale se non il presente in cui vivo, amo,/ affermo la mia posizione blasfema o ordinaria che sia».
  • la mistificazione religiosa o dissacrazione che è congenitamente presente in tutte le opere più recenti di Lombardi. Già in Iuri dei Miracoli (un racconto) si sottolineava l’attitudine di Lombardi di ricorrere con perseveranza ad immagini e simboli legati alla confessione cristiana e l’aspetto è ancor più evidente nella Spogliazione dove il Battista è abbassato tanto da divenire un sodomita, ne La recita dei tiepidi in cui il gesuita oltre che grande studioso dei testi sacri è un approfittatore e un mistificatore e in Nel nome di Giovanna dove, invece, poco ci è detto della grandiosità dell’animo ribelle e delle ragioni del martirio della donna (già note ai più) per prediligere un canovaccio intimistico con un ragazzo che cerca di possederla. Il personaggio di Donna Pia ne La recita dei tiepidi è quello che sembra essere più staccato ed estraneo al complesso caratteriale del dramma: ogni volta che la vediamo entrare in scena è severamente vestita di nero intenta a pregare o ad invocare il bisogno di pregare tanto che nel dramma viene a configurarsi una polarità della donna nelle sue estremizzazioni di puttana (Bianca Maria) e Madonna (la vecchia perpetuamente orante).
  • l’universo sessuale. Già definito in precedenza il “Don Giovanni della letteratura”, Lombardi è profeta di un modo di vivere la sessualità che fa dell’autenticità e del rigetto del pettegolezzo la norma dominante. Le scene topiche nelle opere di Lombardi, e anche qui nei tre drammi, si realizzano proprio in circostanze in cui le pulsioni sessuali dei soggetti si accrescono in maniera imprevedibile realizzando incontri ed agnizioni scioccanti che determinano profondamente la trama. Si pensi alla sola volontà di Lombardi di riferirsi ne La recita dei tiepidi al Casanova, grande seduttore veneziano e ancor più al Don Giovanni in Iuri dei Miracoli: espressioni vigorose di una sessualità improntata all’eccesso e all’esibizione che hanno una loro tradizione teatrale molto sviluppata. Se nella Spogliazione il condom rotto del Battista in uno dei suoi fugaci amplessi con donne discutibili può dar modo alla rinascita di quel ciclo delle acque (sacre, amniotiche, ma anche stagnanti come quelle dei Navigli in cui battezza), in Nel nome di Giovanna il ragazzetto voglioso con pene eretto che offre vita nella carne alla povera Giovanna che di lì a poco andrà a morire, può rappresentare a sua volta l’esigenza di un atto fisico, salvifico solo nel mondo reale e non eternante, capace di compiere il mistero della vita.
  • il meta-teatro: la rappresentazione della rappresentazione. Già nel prologo Bartolomeo D’Amico, gesuita del Meridione del quale poco si conosce tranne che ha lasciato una serie di testi e che si sia occupato in particolare della dottrina di Epicureo, tornato di riflesso nella nostra età contemporanea di smartphones e web 2.0 ci tiene a sottolineare che la farsa che ha in mente di mettere in atto è relativa al personaggio di Casanova. Ci troviamo dinanzi a un sistema meta-letterario in cui il teatro parla di un altro teatro e in cui l’intera storia è data dalla complessa interrelazione che si istaura tra queste matriosche progressive e compenetranti l’un l’altra. Bartolomeo D’Amico, infatti, che è il personaggio principale del dramma, dunque è sulla scena della rappresentazione, con l’artificio della finzione si maschera a Casanova con l’intenzione di ricalcarne un tratto della sua esistenza e di produrne una rappresentazione giocosa. Il rapporto tra le voci è questo: Lombardi autore (ri)crea Bartolomeo D’Amico e lo consacra personaggio del dramma, Bartolomeo D’Amico a sua volta (ri)crea Casanova mediante la farsa che ha in mente di portare in scena con la sgangherata compagnia di personaggi apatici. Si tratta di una autocelebrazione del teatro in cui, però, la componente drammatica finisce per prevalere nettamente su quella comica: non ci sarà, infatti, nessuna farsa o, meglio, nessun tentativo di farsa all’interno dell’opera perché l’autore-capocomico D’Amico non sarà in grado di reggerne il progetto di «nascondersi dietro Casanova [per ottenerne]/ il riscatto voluto» perché, come confesserà tormentato nelle ultime lucide battute: «Facile è dirigere gli altri, le navi al proprio porto/ restando al posto di guida, ma quando tocca a te…/tutto è diverso».
  • la riscrittura come forma creativa. Lombardi non è nuovo a opere in cui opera la rivisitazione di personaggi religiosi adoperando uno stratagemma di riscrittura originale e molto efficace: l’abbattimento dell’aurea del personaggio, la de-sacralizzazione sino alla provincializzazione e alla marginalizzazione. Nel prologo di La recita dei tiepidi la voce fuori campo di Bartolomeo D’Amico osserva: “la storia consente di recuperare, di ritornare un altro,/ di reinventarsi uomo quale sono: solo un uomo”.

 

La recita dei tiepidi impone al cauto lettore anche una doverosa analisi del titolo: da una parte la recita ci immette subito nel mondo della finzione e della rappresentazione scenica, ossia del doppio che è tipico del teatro, dall’altra la presenza di quelli che Lombardi denomina ‘tiepidi’ consente delle riflessioni. Nella Bibbia si parla di tiepidi in relazione a coloro che difettano di un’azione pratica, di una chiara volontà di pensiero e che finiscono per mostrarsi inetti, inconcludenti, passivi, o per dirla alla Dante, ignavi. Ce ne rendiamo subito conto leggendo l’opera che tutti i personaggi sono subdolamente sottoposti alle volontà e alle decisioni di Bartolomeo D’Amico che, in pratica, li comanda a bacchetta e li gestisce come vuole tanto da costringerli ad occupare ciascuno un determinato ruolo nella farsa che ha in mente di inscenare. Sono personaggi molli, apatici e inconsistenti, privi di un temperamento proprio che finiscono per farsi maneggiare con semplicità da un uomo che è più potente di loro solamente perché ha il dono della conoscenza.

La conclusione dell’opera mostrerà però come Bartolomeo D’Amico, pur essendo un dotto, un conoscitore delle Sacre Scritture, un intellettuale e un saggista, in realtà non sia capace neppure lui di dar forma a un progetto, per altro scaturito dalla sua mente, e al pari degli altri risulterà anch’esso un manichino che non sa autodeterminarsi e decidere da sé. Per queste ragioni, Bartolomeo D’Amico, grande luminare dell’esegesi religiosa e conoscitore delle Lettere, finisce per essere il più ignavo, il più ignorante e indefesso tiepido di tutta la storia. Lo sconcerto che gli altri protagonisti nutrono dinanzi a Bartolomeo D’Amico che, di punto in bianco a causa di un senso d’oppressiva moralità che non è capace di scavalcare sentenzia la fine della farsa, è rivelatore di questa incapacità di saper coniugare lo scibile (la conoscenza, il rapporto con il mondo e gli altri) e la propria interiorità (la Fede, la morale).

Echi pirandelliani sono avvertibili distintamente nella presenza umanoide della marionetta in Nel nome di Giovanna che rimanda al mondo delle maschere e delle messe in scena travisate ma anche nell’impalcatura esistenzialista dei drammi dove le personalità, già labili e sbiadite, vengono sostituite dalle parti da recitare creando un universo intricato di prese di coscienza, sdoppiamenti e personaggi nei quali immedesimarsi.

Nella tiepidezza o ignavia che dir si voglia difficile non respirare anche il torpore di molti personaggi pesanti e inconsapevoli a partire dagli indifferenti moraviani che, un po’ meno grottescamente di quanto avviene in Lombardi, anche lì son spesso accerchiati da manifestazioni estreme e non preventivabili della sfera sessuale. Si pensi, tanto per evocare il tema del conflitto determinante nel genere drammatico di cui si diceva all’inizio di questa nota, della confusione che, di colpo, si viene a creare ne La donna leopardo di Moravia in cui una serie di segnali piuttosto evidenti di tradimento all’interno di una coppia darà vita a un fenomeno ossessivo di gelosie e ripicche con adulteri incrociati e vere e proprie unioni scambiste.

Ma se l’estraniamento derivante dall’obbligo di assumere una personalità altra («Sono stanco d’essere io!» sembra urlare D’Amico), nell’atto della finzione teatrale e per il tempo richiesto per la messa in scena salvo poi riacquisire la propria congenita identità, è visto qui come costrizione perché fa fede alla volontà di D’Amico e generalmente nel teatro comporta la creazione di intrecci interessanti e curiosi in cui nessuno sa bene chi è l’altro perché sotto mentite spoglie, il travestimento e il trasferimento d’identità è vissuto in maniera critica da parte della prostituta: «Ho paura,/ timore perché non conosco questa mia reale/identità e non vorrei che nel calarmi nei panni/ altrui perda la faccia ed il cavallo...». Proprio lei che dovrebbe essere contenta di vivere, seppur nella farsa, un ruolo diverso dalla sua vera identità di meretrice, si fa dei problemi e teme che questo mascheramento possa condurla poi a un annebbiamento della sua identità della quale, con la poca erudizione del mondo che ha, è fiera e conosciuta.

Ne Nel nome di Giovanna, infine, assistiamo alla de-costruzione del mito di Giovanna D’Arco, ribelle francese che poi venne messa a morte dagli inglesi nel corso della Guerra dei Cent’anni. Lombardi, secondo la sua tecnica oramai puntuale e chiara negli intenti opera una de-mitizzazione della donna sconfessandone le realtà insopprimibili della figura eroica. Quale “pulzella” come viene ricordata ossia sembianza di verginità e candore, Lombardi fa vorticare nella mente della donna in attesa della sua imminente morte, pensieri lubrici di desideri sessuali. La necessità di sentirsi abbracciata ed amata, riscaldata e protetta, l’esigenza di dono di quel fiore della castità sempre conservato con perspicacia e caparbietà trova spazio in una più palpabile esigenza di benessere: «Solo come ultimo desiderio nutro di darmi all’altro/ come una rondine al tetto. Solo il darsi al calore/ di un corpo, intrecciarsi ad esso, mi fa credere/ancora donna e non legno da ardere, straccio/ da bruciare/ Ho desiderio di un uomo come ogni altra donna,/ desiderio di darmi per vivere in uno sputo di tempo/ quell’ebrezza che per la verità in me ho ammutolita».

Non sappiamo se effettivamente ci sarà il giusto tempo affinché Giovanna possa unirsi sessualmente al giovane con il quale ha imbastito un dialogo sull’esistenza intimandola a cogliere l’attimo e a vivere quel momento di condivisione. Ancora una volta Lombardi mette in atto il suo stratagemma di voluta mancanza di una conclusività certa della storia. La conclusione del dramma non sta tanto nella donna arsa viva secondo quanto riporta la tradizione storiografica, piuttosto nel viluppo delle considerazioni sulla morte e sull’esigenza di una dimensione sociale dove si respiri libertà. Il nerbo fondante degli ultimi istanti da viva della donna sta allora proprio nell’incontro verbale (ma intuiamo anche carnale) che ha con il giovane, presenza ultima di una Provvidenza laica che reclama un decisivo, accorato e implorante bisogno d’amore.

Con questa trilogia drammatica Lombardi ci consegna due sacrosante realtà che hanno senso tanto nella letteratura, ossia nel mondo di carta, della finzione e proiezione del vissuto, quanto nel mondo concreto di esseri che vivono più ruoli al contempo scambiandosi maschere più o meno piacevoli e battendosi per l’osservanza dei diritti inalienabili. La prima è quella che recita «Volevo apportare qualcosa di nuovo. Un intellettuale/ se non fa i conti con il reale non vale niente. Niente» ed è quello che Lombardi ha fatto egregiamente e con onestà con la stesura di questi brani teatrali. L’altra è tutta dedicata alla fumosità e alla impalpabilità del genio creativo e artistico, impossibile da contenere e difficilmente ravvisabile se non si utilizzano le lenti del cuore: «L’ingegno il più delle volte è una scrittura sull’acqua/ del fiume». Quello di Lombardi è per nostra fortuna impresso in questo volume.

 

Lorenzo Spurio

 Jesi, 01-04-2015

  

[1] Daniele Giglioli, Trauma, Quodlibet, Macerata, 2011.

[2] Virginia Woolf ebbe modo di parlare dell’argomento in più circostanze; ne troviamo traccia soprattutto nelle annotazioni dei suoi diari personali e in qualche epistola del suo immenso carteggio conservato, tra cui in una di esse leggiamo: «Quando anni fa Bernard Shaw si disse disposto a scrivere una prefazione a un libro di mio marito, rifiutammo; perchè se un libro è degno di essere pubblicato, è meglio che si regga sulle proprie gambe» (Estratto di una lettera di Virginia Woolf alla signora Easdale datata 8 gennaio 1935, pubblicata in Virginia Woolf, Spegnere le luci e guardare il mondo di tanto in tanto. Riflessioni sulla scrittura, a cura di Federico Sabatini, Minimum Fax, Roma, 2014, p. 105.

“La diversità da un punto di vista multiculturale” di Miriam Luigia Binda

di MIRIAM LUIGIA BINDA

In considerazione al tema della “diversità” mi sembra interessante proporre una breve riflessione sul pluralismo che prende spunto da un libro, molto interessante, scritto da Giovanni Sartori.

Un testo che ha già compiuto qualche anno ma  fa capire molte cose sulla diversità e sul concetto di cultura  differenziata. Il libro, o meglio il saggio,  si intitola: Pluralismo, multipluralismo e estranei: Saggio sulla società multietnica (edito da Rizzoli, saggi italiani).  Giovanni Sartori,  l’autore del libro, come molti sanno  è un politologo italiano tra i più  conosciuti ed accreditati anche a livello internazionale. In questo suo saggio,  egli  esamina  ed approfondisce  il difficile tema dell’integrazione  tra una cultura ospitata e l’altra ospitante e,  fin dalle prime pagine,  il  lettore capisce che  il problema delle differenze  tra  usi  e costumi diversi, stili di vita anche religiosi  non  è  piatto o scontato, come qualcuno vuol fare credere,  anzi tali differenze sono molto “forti” per cui non  è  facile  l’integrazione anche nei paesi democratici  e multi-etnici.   Più le differenze  socio-culturali  sono discrepanti, più  è difficile, secondo il politologo, affrontare  l’acculturazione degli stranieri. Dal punto di vista antropologico  (non quindi, da quello religioso, morale, politico,economico, ecc.) il problema della convivenza multiculturale consiste nell’individuare, su entrambi i suoi versanti, il limite fisiologico di promiscuità tra le diverse  culture, oltre il quale non si dovrebbe andare per non scatenare o fagocitare reazioni  fra i suoi adepti.   Da parte dell’ospite straniero si tratta di sapere fino a che punto,  egli deve e può lasciarsi assimilare dalla diversa cultura ospitante,  per poter interagire al meglio, senza rinunciare ai tratti fondamentali della propria cultura materna (ovviamente nel caso in cui egli intende restarvi fedele).  Di conseguenza, da parte della società ospitante si tratta di riconoscere il limite di compatibilità tra i suoi principi fondanti e i valori di vita perseguiti da chi proviene da un’altra cultura. Se  ogni uomo è figlio della sua società – si può dunque aggiungere – anche la  società è il frutto della sua cultura ma il fatto, oramai verificato, di un continuo flusso migratorio costituito da gente  che si sposta da una nazione e l’altra ha  infranto tali confini e si può quindi affermare  che la società etnica o mono-culturale, è finita.  E’ finita per effetto di una metamorfosi che ha trasformato la  società mono-culturale  a  società “aperta” che  per Giovanni  Sartori,  trova il suo limite nella moderna Babele, in cui l’affollarsi di culture differenti rischia di distruggere la stessa  città. Questo particolare lato della questione porta a formulare la seguente domanda: posto che una buona società non deve restare chiusa, quanto aperta può essere davvero una società aperta? S’intende aperta senza autodistruggersi senza esplodere o implodere? Secondo l’analisi di Sartori, la società ospitante  “aperta”  alle differenze culturali  ha   comunque bisogno di un codice genetico  rappresentato dal pluralismo.  [1]

giovanni-sartoriMa che cosa significa pluralismo? Sartori chiarisce il suo punto di vista, ricorrendo alla forma  più retorica di un altra importante domanda:  In quale misura il pluralismo slarga e diversifica la nozione di comunità? Una comunità può sopravvivere se spezzata in tante sotto-comunità differenti che sono poi, in concreto comunità che arrivano a rifiutare le regole che istituiscono un convivere comunitario?  Queste  domande sul pluralismo e la convivenza civile trova risposta nel pensiero, più volte citato dallo stesso Sartori,  del  Cardinale Biffi di Bologna il quale asserisce che tutti i Governi (Italia compresa) devono stare attenti  a considerare  le diverse culture,  non solo facendo leva su  fattori economici  o politici  in quanto, bisogna soprattutto considerare e tutelare un’identità nazionale.  L’ Italia per esempio,   non è  landa deserta o semi abitata è una società con una storia e delle tradizioni vive,  con un patrimonio tipico di umanesimo e di civiltà che, per il Cardinale bolognese,  non può e non deve essere  perduto.[2]  Parlando  dell’Italia  per esempio, è possibile dare diritto alla poligamia dei  mussulmani ?  Giovanni Sartori non ha dubbi, le considerazioni del Cardinale Biffi  aprono la riflessione sulla teoria etica  weberiana della responsabilità.  Max Weber distingueva l’etica  della responsabilità (una moralità che mette in conto  le conseguenze delle nostre azioni) in contrasto con l’etica dei principi (nella quale la buona intenzione è tutto. In questo caso il buono ed il cattivo viene ignorato).  L’etica della responsabilità è pilotata da un capire i bisogni e le necessità  mentre, l’etica dei principi è più ottusa perché applica i  principi morali  in una maniera così pura che non vuole vedere  altro da se.  L’etica dei principi quindi per Sartori, si  dimostra irresponsabile perché rifiuta di capire e di vedere determinate situazioni che  richiedono riflessioni molto scrupolose  da caso in caso.  Lo studio sulle diverse culture non può far altro che  fronteggiare eventuali situazioni di insostenibilità  soprattutto quando si celano  pregiudizi anche di tipo razziale.  L’indifferenza, di chi  rifiuta di  vedere questi  problemi  in quanto ritiene che sia giusto convivere  senza “troppo questionare” sulle  differenze di fatto,  impedisce di  affrontare delle scelte  (difficili talvolta) che possono contribuire a migliorare la   convivenza tra i cittadini di diversa cultura.   Per  Giovanni Sartori  è dunque importante, anche sul piano politico,  affrontare  la conoscenza oggettiva delle differenze  al fine di proporre  soluzioni possibili, nel rispetto della diversità  culturale  dei gruppi  stranieri,  compatibilmente alla salvaguardia dei valori  della società ospitante. Infatti conclude Sartori, ogni cultura ha i suoi valori irrinunciabili ma, bisogna anche tenere conto che alcuni   soggetti non si adeguano agli altri modelli, come nel caso degli integralisti musulmani.   A tale proposito, evidenzia il politologo,   la società occidentale non può  rinunciare  alla religione cristiana; può eventualmente  riconoscere la libertà  di culto  ai seguaci di altre confessioni religiose, grazie al fatto che essa riconosce, nella libertà di culto un proprio valore basilare che comunque non deve  stravolgere la nostra libertà.   Per esempio nella  società islamica si accetta  la diversità  assoluta tra un uomo e una donna; addirittura la ribellione della donna musulmana è vista come un oltraggio che la  legge islamica, talvolta punisce  con  pene corporali violente.     Per citare qualche fatto di cronaca, anche in Italia, nel 2011,  Amal una  ragazza marocchina, veniva picchiata dal padre perché voleva frequentare una comunità cattolica,  grazie all’intervento dei carabinieri  oggi la ragazza vive in una comunità protetta.  Oppure chi si dimentica il  caso della giovane diciottenne che abitava in un paese vicino a Pordenone, ammazzata dal padre perché la giovane donna di nazionalità pachistana,  desiderava  sposarsi con un  ragazzo italiano non di fede musulmana?  Inoltre i tanti casi di  infibulazione clandestina  praticati a titolo di purificazione religiosa può essere tollerato,  nel nostro paese?  E’ una pratica così incivile e pericolosa  per la salute della donna che è impensabile riconosce l’infibulazione come un  sacramento  religioso da  praticare in Europa o   in Italia.  Una  visione “farisaica” per dirla con Sartori, in nome della tolleranza   non da peso  a  questi casi di violenza,  molti dei quali  non vengono neppure denunciati e quindi non emergono attraverso la cronaca dei giornali, eppure si verificano  e non si può dire che sono casi  normali che fanno parte del  “calderone” di una società  pluralista e multi-etnica.  Ovviamente non c’e’ solo il peggio,  le differenze culturali non sono, come nei casi citati sempre violenti e drammatici, per fortuna no, grazie al modello etico  della responsabilità  è possibile cogliere delle differenze per cercare una convivenza pacifica e soprattutto regolata anche dalla legge che tutela  la dignità ed il rispetto reciproco.  Nel saggio di Giovanni Sartori: Pluralismo, multiculturalismo e estranei   si capisce benissimo che la questione non è banale  anzi è una questione complessa che accetta e vuole conoscere  le differenze  senza annullarle;  invece chi non le vuole vedere e da per scontato che al mondo  “siamo tutti uguali”  non fa altro che serrare  la questione come se in questo universo tutto  e tutti  possono  vivere tranquillamente e per loro  volontà,  in una società multietnica ed occidentalizzata. Una visione così semplificata non capisce che tale convivenza ha bisogno della partecipazione continua della popolazione e dell’aiuto  delle istituzioni che in qualche modo devono, con i propri mezzi, cercare anche di  arginare il fenomeno della clandestinità.  A pochi passi dall’Europa ed a ridosso dei nostri  confini territoriali,  infatti  esistano, ancora  oggi,  situazioni completamente diverse e  più arcaiche, d’emergenza per le  guerre  civili e carestie  che causano  flussi  migratori clandestini, difficili da controllare  per tutelare (anche da intenzioni malavitose) le tante  persone in prevalenza giovani uomini, donne e bambini  che  chiedono  “umanamente” di poter  essere accolti  ed ospitati nel nostro  paese che, ai loro occhi  appare ancora ricco di lavoro, bello, moderno e soprattutto civile.

 

 

Miriam Luigia Binda  

/edito  riferimento: guerrAnima 2014

 

[1][1] Giovanni Sartori –  Pluralismo, multiculturalismo e estranei. Saggio sulla società multietnica pag. 16-17

[2] Giovanni Biffi – la città di San Petronio nel terzo millennio.  Bologna pag. 23-24.

“Rose d’amore” di Patrizia Pierandrei, recensione di Lorenzo Spurio

Rose d’amore
Di Patrizia Pierandrei
Editrice Pagine, Roma, 2014
ISBN: 978-88-6819-743-8
Pagine: 81
Costo: 23 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio
 
 
Non sappiamo capire i malcapitati,
che sono stati colpiti dalla sventura. (53)

immagineLa nuova silloge poetica della jesina Patrizia Pierandrei dal titolo “Rose d’amore” (Editrice Pagine, 2014) colpisce molto nella copertina dai colori molto forti e caldi dove ci sembra di scorgere un particolare di un quadro dove in primo piano si stagliano delle mele granate. Il fondo, a pennellate veloci e indistinte, è dominato invece da un miscuglio di tinte verdi-giallo-celesti che permettono all’acceso colore rosso dei frutti di risaltare ancor più vivamente. E il contenuto della silloge è in effetti un canto accorato alla natura della quale la Nostra si serve per rievocare momenti d’amore, affrescare momenti della giornata e partire per riflessioni a tratte amare ma realistiche sulla drammaticità dell’oggi. E’ una raccolta poetica nei suoi contenuti molto varia, che spazia da tematiche e suggestioni diverse, ma che riesce sempre a mantenere la presa nel lettore e conservare un grande filo-unicum nel quale le varie liriche si intrecciano. Molto interessante la lirica “La madre” dove la poetessa traccia le caratteristiche emblematiche di una donna-madre che costruisce giorno dopo giorno l’universo domestico, protettivo e identitario per il figlio, non mancando di sottolineare la laboriosità della donna e l’insieme delle mansioni che essa svolge ed è votata a svolgere per il benessere del nido familiare: “Cuore della casa è la madre” (17).

Molte liriche sono chiaramente pervase da un convincimento profondo nella validità degli insegnamenti della dottrina cristiana quali ad esempio l’importanza dell’amore indistinto verso l’altro, della comprensione, della ricerca continua di quel senso di unità nelle diversità sul quale possa costruirsi la società. La parola “insieme” e l’universo semantico ad esso collegato (quello dell’unione, della famiglia, della società) ricorre l’intera opera in modi e forme diverse come quando, nella lirica ispirata al viaggio in Inghilterra, emblema della convivenza multiculturale osserva: “Fra tutte le grandi isole [è] la più rinomata” (20). Lo è, come scopriamo nella poesia, non tanto per le sue bellezze paesaggistiche e patrimonio culturale, ma perché (come lo è forse ancor più negli USA) è il luogo dove la convivenza tra culture, religioni e razze diverse sembra essere meno complicata tanto da poter parlare del celebre melting pot, auspicabile invece in tante altre realtà (compresa l’Italia) dove di continuo si dibatte polemicamente su idee di separatismo, forme di razzismo e manifestazioni più o meno gravi di prepotenza tra diversi gruppi sociali.

Ed è per tutto ciò che si sta dicendo che, forse, la componente principale della poetica della Pierandrei è proprio il suo ordito sociale e solidale, ossia solidaristico, d’amore per tutti indistintamente, che è emblema di un animo aperto, profondo che è improntato sempre a far risaltare il bene sul male. Questa attenzione capillare verso l’altro non si esplica solamente nei confronti dell’uomo, ma travalica anche all’elemento naturale, forestale, con liriche dove la donna esalta l’importanza dell’albero (di qualsiasi specie esso sia) perché elemento che consente all’uomo la vita tanto da tramutarsi in una vera e propria “poetessa degli alberi” come quando in “Natura” sagacemente osserva: “felice è colui che rispetta la sua indole,/ che non fa a nessuno alcun male” (21. L’interesse ecologico e per la salvaguardia dell’ambiente è uno dei motivi preliminari della donna che, proprio partendo dalla vista dell’albero, “essere prezioso” va anche a toccare pieghe di carattere etico-civile quali il disboscamento e la logica smodata della costruzione edilizia su spazi sottratti ad aree verdi (“Il cemento duro gli ha rubato la terra/ […]/ le tante distruzioni,/ dovute alle troppo costrette urbanizzazioni”, 22).

A completare la ricchezza tematica di questa silloge ci sono poesie che più chiaramente si riallacciano a un passato personale ed intimo dove la donna rievoca vecchi amori, amicizie ed episodi che hanno poi marcato la sua vita come la poesia “Giochi” che ci trascina al tempo dell’infanzia o alla poesia “Cortesia” nella quale la donna, invece, come stesse commentando una vecchia lirica medievale, tratteggia come il concetto di cortesia sia poi cambiato nel tempo, fagocitato sempre più dal dilagante e sorpassante dominio del bisogno di libertà.

Mi hanno colpito, in ultima battuta, le poesie nelle quali la donna smette momentaneamente di guardare dentro di sé per attestare ciò che accade intorno a lei dove la donna non può che stupirsi difronte agli insanabili divari tra ricchezza e povertà, tra lusso e inadeguatezza sociale, rappresentati dicotomicamente dalle vetrine luminose e fascinose segno di un progresso sfrenato e di un commercio che va avanti imperturbabile e dall’altra da barboni che si trascinano il cartone o bambini poveri che chiedono pietosamente l’elemosina. Ciò che desta preoccupazione non è la disparità economica di questi due gruppi di persone (ricchi e poveri sono sempre esistiti, in ogni secolo), ma l’indifferenza con la quale i primi si rendono praticamente insensibili, inutili e sprezzanti nei confronti di chi invece si potrebbe aiutare con poco. Patrizia Pierandrei tratteggia con le sue liriche un mondo contemporaneo dove l’azione distruttiva dell’uomo contribuisce a minacciare la natura e mette a serio rischio e pericolo la vita degli alberi che sono come “il miglior amico” (55), dove la terra è inquinata (53) e come una vivida notizia della cronaca giornaliera denuncia la durezza del cuore degli uomini ricchi o economicamente agiati che vivono nella loro dimensione senza concepire che nel mondo, nella loro città, nella loro strada, ci siano anche persone che non hanno nulla: “Ma la gente non si preoccupa dei poveri,/ […]/ non gli importa come stanno gli altri” (45). Ma a questa mancanza di solidarietà la Pierandrei fa far capolino a una sorta di minaccia redentrice che grava dall’alto e che poi, una volta nell’aldilà, forse ci sarà la giusta pena per tutti per quanto hanno fatto/non fatto sulla Terra nei confronti degli altri: “così per [i ricchi] va sempre tutto liscio,/ fino a che non si scatena un bel rovescio” (45).

L’inquinamento, la contaminazione della quale la Pierandrei parla non è solo di carattere atmosferico, ecologico, ma fa riferimento a livello più alto all’endemicità del morbo dell’indifferenza, all’esasperante incomprensione, alla pietrificazione dei cuori, all’acceso narcisismo che degrada giorno dopo giorno quella che dovrebbe essere la felice vita di una società in unione, che si fortifica sui rapporti che intrattiene al suo interno. A tutto ciò la Nostra sembra combattere con l’abbattimento del pregiudizio, la strenua difesa delle libertà personali, la comprensione e l’avvicinamento al diverso e al disagiato, la fede in Dio e una forte speranza che, nel tempo, le coscienze inquinate possano ravvedersi e le cose possano evolvere in meglio:

 La vita cerca sempre un nuovo lume,
che ci porti a ritrovare
la gioia di un leggere barlume
per poter ancora continuare. (23)
 

 Lorenzo Spurio

 Jesi, 22.05.2014