“Tre donne. Una storia d’amore e disamore” di Dacia Maraini, recensione di Gabriella Maggio

di Gabriella Maggio 

9788817096966_0_0_0_75.jpgTre donne, Gesuina la madre, Maria la figlia, Lori la nipote, vivono nella stessa casa, ma ciascuna chiusa nei propri desideri e insoddisfazioni. La madre, già attrice di teatro ma ora infermiera occasionale per vivere, insegue con apparente leggerezza il gioco dell’amore non ostante i sessant’anni. Maria regge la casa e provvede ai bisogni della famiglia con un intenso lavoro di traduttrice dal francese. Lori è una ragazzina temeraria, una diciassettenne alla ricerca di una vita autonoma, studentessa svogliata, impegnata a proteggere i suoi pensieri intimi dalla curiosità della nonna.  La storia ha come centro l’amore nelle sue varie vicende ed è raccontata attraverso il  diario di Lori, le registrazioni di Gesuina e  le lettere che Maria scrive a François,  un fidanzato bello e misterioso che vive in Francia e che lei incontra soltanto nei periodi di vacanza. La quotidianità di queste tre donne, che talvolta stride per la contiguità degli spazi, viene interrotta dall’arrivo di François nel periodo natalizio. Da allora niente sarà più come prima. Il romanzo prende una piega drammatica che farà crescere sia l’attempata Gesuina che l’irruenta Lori attraverso l’esperienza della cura di Maria di cui diventano madri, assumendone consapevolmente il ruolo dopo una ininterrotta esperienza filiale. Dacia Maraini narra con levità, con un sorriso di profonda comprensione, la storia di tre generazioni di donne, già prima provate dalla vita con la perdita prematura del marito e del padre. Se l’amore è indubbiamente il tema principale del romanzo grande importanza ha anche la letteratura non vista come fuga dal mondo, ma come educazione ai sentimenti e alla sensibilità per orientarsi nel mondo. Gesuina, che da giovane ha interpretato Mirandolina in La locandiera di Carlo Goldoni, è rimasta fedele al suo personaggio, è intraprendente, amabile, ma attenta a non infrangere gli equilibri, anche quando spinge al massimo il suo gioco seduttivo con i corteggiatori.  Sarà lei che ricomporrà la famiglia alla fine del romanzo. Maria, madre svampita ma coltissima, traduttrice di Madame Bovary di Flaubert come Emma non vive nella realtà, ma evade scrivendo lettere all’ambiguo François, proiettandosi nei ricordi dei viaggi già fatti con lui o in quelli futuri. La realtà è goffa, come il povero Charles del romanzo, e non l’appaga. Vive come se soltanto la letteratura desse ordine e senso alle approssimazioni del mondo. Più letterariamente restia è Lori che affronta le situazioni con immediatezza e talvolta con inconsapevolezza; soltanto alla fine della storia prenderà un libro in mano e darà  tregua all’insofferenza, lasciando il grugnito rabbioso per il sorriso e il garbo. In questo mondo di donne gli uomini sono meteore, morti giovani o frutto di una attrazione momentanea. Fanno eccezione con la presenza continua  nel romanzo il fornaio Simone che propugna con tenace coerenza la sua filosofia dei baci e François che è il motore dell’azione. Intorno alla casa delle tre donne l’insensatezza della città. Gli incendi dolosi, appiccati per puro divertimento da giovani che non sanno come trascorrere le loro giornate, per un momento annuvolano la scena, ma la scrittrice attraverso le parole di Gesuina afferma la sua fede nella ragione e con leggerezza le fa  volgere lo sguardo ad altro: “ mia nipote Lori sembra rinata assieme al suo bambino”.  Ecco la vita continua e porta anche cose belle, un bambino sano e forte che ha voglia di crescere, i tulipani olandesi che attecchiscono e mettono foglie e fiori, la solidarietà e la cura degli altri. E questo conta. Le cose belle della vita sono soltanto quelle semplici ed essenziali e a queste si deve guardare con fiducia. Grande prova narrativa ed esistenziale di Dacia Maraini, fedele sempre ai suoi temi e al suo stile asciutto e ritmato sul carattere dei personaggi.

GABRIELLA MAGGIO

 

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Conrad, Burgess, Strasser: nuovo incontro letterario “Cattivi dentro” dom. 8 aprile alla Biblioteca La Fornace

Potere e sottomissione nella società: nuovo incontro letterario con “Cattivi dentro”

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Proseguono gli incontri letterari attorno al saggio “Cattivi dentro” del poeta e critico letterario jesino Lorenzo Spurio alla Biblioteca La Fornace di Moie. Dopo gli incontri tesi a investigare le forme di infanzia degenerata e il fosco universo della devianza sessuale nella letteratura il nuovo incontro, che si terrà domenica 8 aprile alla Biblioteca La Fornace di Moie di Maiolati Spontini (AN) alle ore 17:30, provvederà ad approfondire il tema “Essere soggiogati: il gruppo sociale sedotto dal tiranno”.

L’intero ciclo di eventi è volto ad approfondire di volta in volta tematiche, testi, romanzi e autori della cultura internazionale che, in varie forme e a vari livelli, hanno parlato o messo in scena storie di cattiveria, violenza, soggiogazione, devianza e d’emarginazione all’interno delle date cornici narrative. Il saggio di Spurio che come sottotitolo porta “Dominazione, violenza e deviazione in alcune opere scelte della letteratura straniera” è risultato vincitore assoluto del noto Premio Letterario “Casentino” sezione Saggistica Inedita “Veniero Scarselli” nell’edizione 2017 con diritto di pubblicazione da parte della casa editrice aretina Helicon.

Nel nuovo incontro si darà voce ad alcuni episodi di violenza e sottomissione che nascono in dati contesti sociali che prevedono da una parte l’assunzione verticistico del potere, la supremazia e forme totalitaristiche e, dall’altro, la tacita abnegazione, la sottomissione e forme di violenza psicologica indotte. L’evento sarà teso a indagare il rapporto sociale che s’istaura tra il ‘cattivo’, nella forma del boss, del dittatore, della persona di potere (legittimo o meno), e della pericolosità nella trasmissione di idee irresponsabili e anti-democratiche. Dalla politica colonialista in “Cuore di tenebra” del modernista Joseph Conrad alla brutalità di una gioventù sadica in “Arancia meccanica” di Anthony Burgess sino all’esperimento nazista ne “L’onda” di Todd Strasser.

Ulteriori approfondimenti deriveranno dagli interventi del critico letterario fiorentino Lucia Bonanni che parlerà della “Psicologia cognitiva e comportamentismo” e dal cultore letterario Stefano Bardi che interverrà con un discorso su “Manipolazione e tenebra: i lati oscuri dei boss”.

Le letture di estratti scelti delle opere di riferimento saranno affidate alla voce di Gioia Casale. Durante la serata verranno, altresì, proiettati estratti significativi dei relativi film che verranno commentati dall’autore del libro.

Si ricorda, inoltre, che l’ultimo incontro del ciclo di eventi si terrà domenica 6 maggio e avrà come tema di riferimento “Così esco dal mondo: alcuni suicidi letterari”. Assieme all’autore del libro interverranno il filosofo Valtero Curzi e la scrittrice Elena Coppari.

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Info:

www.associazioneeuterpe.com

ass.culturale.euterpe@gmail.com

Tel. 3275914963

Sabato 24 febbraio il primo incontro del ciclo di eventi letterari “Cattivi dentro”, attorno al saggio di L. Spurio vincitore del Premio Casentino 2017

Sabato 24 febbraio alle ore 17:30 presso la Biblioteca La Fornace di Moie di Maiolati Spontini (AN) con il Patrocinio del Comune di Jesi e della Provincia di Ancona si terrà il primo appuntamento del ciclo di eventi letterari attorno al recente saggio Cattivi dentro. Dominazione, violenza e deviazione in alcune opere della letteratura straniera […]

via “Bambini cattivi: disadattamento e incomprensione” sabato 24 febbraio il primo incontro tematico su “Cattivi dentro” di Lorenzo Spurio — Associazione Culturale Euterpe

“Il morso” di Simona Lo Iacono, recensione di Gabriella Maggio

il-morso.jpgPalermo, barocca e misera, potente e asservita ha storie da raccontare, di gente nota, i Ramacca, gli Agliata e di tanti di cui affiorano solo scarse testimonianze, come Lucia Salvo. La quotidianità che scorre monotona non ha fascino per chi compone un racconto, perciò la scrittrice ricerca quello che va al di là dell’apparenza, che sfiora il mistero del non detto e dell’inconsapevolezza, come il fatto che segna la vita di Lucia o la mutilazione che rende il castrato signorino Angelo, forse. Ma controvoglia. Sono due creature che contro il buon senso del tempo non reputano una fortuna essere spettatori delle ricchezze e degli eccessi dei nobili, ma le considerano semplicemente una dannazione e una complicazione dell’anima. Questa convinzione porta Lucia a respingere l’assalto amoroso del Conte figlio con un morso da furetto. Da qui il titolo del romanzo e la citazione in epigrafe da Giorno dopo giorno di S. Quasimodo in cui ricorre la parola morso. Nel romanzo Lucia morde per difesa, nella poesia il morso è inferto dal dolore, dalla violenza, dalla guerra. Ma identica è la separazione netta tra chi opprime e chi è oppresso, tra chi è nato per servire e chi deve essere servito. A servire è destinata Lucia Salvo, ma il fatto la rende intimamente libera, è la creatura più libera che io conosca, dice il conte figlio. La storia si svolge alla vigilia della rivoluzione siciliana del 1848 a Palermo, un’epoca che stava cambiando e che nessuno prendeva sul serio… Non la nobiltà, rammollita dalle decime e senza occhio analitico. Non la borghesia nascente, figlia povera della nobiltà stessa e già incline a imitarne tutti i vizi. Il popolo sì che, invece, fremeva. Di fame, di peste, di pidocchi e ansie. Nel groviglio dei fatti personali e politici che s’intrecciano e sfociano nella rivoluzione del 12 gennaio 1848 a Palermo viene inconsapevolmente coinvolta Lucia, che vi scoprirà per brevi istanti l’amore per lo sconosciuto prigioniero dagli occhi verdi, che la spinge a un generoso gesto di coraggio. Ma l’amore è un breve lampo e il suo destino di babba, pazza, non può che compiersi. A metà dell’Ottocento in Sicilia le donne di qualunque condizione sociale non riescono a sfuggire al loro destino di succube del mondo maschile. Neanche la giovane Assunta degli Agliata vi riesce.

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L’autrice Simona Lo Iacono

Inquieta e desiderosa di scegliere il proprio destino per sfuggire alla condizione nella quale si trova la madre, inebetita dai numerosi parti, compie tentativi confusi e contraddittori. La sua vaga aspirazione alla libertà è alimentata dai discorsi delle monache e dalle letture che le precludono un vero contatto con la vita: La vita, la vita vera-sospira-le pare a un tratto romantica come i libri di quel Cervantes…  Alla fine sposa un vecchio e ricco nobile, che la obbliga a figliare a dispetto del disgusto. Con stile sobrio e coinvolgente, venato a tratti d’ironia, Simona Lo Iacono il “Il morso” (Neri Pozza, 2018) affronta ancora una volta storie di donne contestualizzandole nel tempo e nello spazio del romanzo con il suo abituale impegno civile, nella rappresentazione-denuncia di un mondo ignorante e arido volto solo ai piaceri e al dominio.

L’autrice

Simona Lo Iacono è nata a Siracusa nel 1970, è magistrato e presta servizio presso il tribunale di Catania. Nel 2016 ha pubblicato il romanzo “Le streghe” di Lenzavacche (Edizioni E/O), selezionato tra i dodici finalisti del Premio Strega.

GABRIELLA MAGGIO

L’autrice della presente recensione dichiara, sotto la sua unica responsabilità, di essere la naturale e unica proprietaria dei diritti sul testo. La pubblicazione del testo è consentita su questo spazio dietro autorizzazione dell’autore senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

Il nome del vento: recensione di un fantasy contemporaneo

Per anni la letteratura fantasy ha subito l’ostracismo, specie in Italia, sia dei critici che dei lettori forti: gente che legge più di un romanzo al mese. A parte i rari casi di successi nazionali e internazionali – vedi Valerio Evangelisti o Licia Troisi con il suo ciclo del Mondo Emerso – questo genere non ha trovato nel nostro Paese voci abbastanza forti da mettere in campo di fronte alla tradizione più consolidata e apprezzata del fantasy anglosassone. Il successo di Harry Potter sia nella sua versione letteraria che nell’adattamento cinematografico ha rappresentato il punto di arrivo di una lunga tradizione di illustri scrittori che si sono cimentati in questo genere letterario: Tolkien, C.S. Lewis, Roald Dahl solo per citarne alcuni.

L’autore di cui vi parliamo oggi è un simpatico gnomo, non ce ne voglia, ma in alcune foto che vedono la sua partecipazione ai vari festival fantasy è apparso proprio così con tanto di abito verde e cappellino rosso a punta. Il suo nome è Patrick Rothfuss. Un nome da ricordare visto che la sua trilogia, Le cronache dell’assassino del Re, è stata paragonata al ciclo della Rowling: sia per la potenza narrativa delle vicende messe in campo, sia per la complessità del mondo che ha saputo creare. Il nome del vento è il primo tassello di questo puzzle che il lettore scoprirà attraverso la voce del suo protagonista: Kvothe.

È lui a narrare la sua storia di fronte ad un giornalista, detto il Cronista, che è riuscito a scovarlo in una sconosciuta locanda di un ancora più sconosciuto paese perso nell’enorme geografia del mondo di Rothfuss. Kvothe è diventato una leggenda e il giornalista vuole ascoltare dalla voce dell’eroe la sua vera storia. Il primo libro della trilogia diventa dunque un lungo flashback che ascoltiamo dalla voce stessa di Kvothe che concede all’ascoltatore tre giorni: tre giorni per ascoltarlo e ricavare dalla sua storia tutto ciò di cui il Cronista ha bisogno per scrivere la sua di storie.

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Photo by Kyle Cassidy / Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported

Nato in una famiglia di artisti e saltimbanchi, gli Edama Ruh, esperti nelle arti della recitazione, del canto e della giocoleria si sposta di paese in paese a bordo di carri. La carovana gira per questo mondo popolato di superstizioni e arti più o meno limpide, mentre il giovane Kvothe apprende dal suo mentore, il vecchio Albany, l’arte segreta della simpatia. È la magia che collega tutte le cose attraverso un legame simpatetico che unisce il simile col simile. La pace è rotta dall’incontro della carovana con i temibili Chandrian, mostri venuti dalla parte più oscura e superstiziosa di un mondo che sembra aver dimenticato la loro presenza. È a questo punto che Kvothe perde tutto quello che ha e la sua vicenda si intreccia a quella di tanti altri orfani che popolano le vie della città di Tarbean, dove si trasferisce dopo il massacro dei Chandrian con la segreta speranza di entrare nell’Accademia.

Questa è il cuore dell’insegnamento delle arti magiche e nella sua biblioteca si trovano testi arcani che parlano dei Chandrian. L’abilità dell’autore sta nel creare un universo così coerente e maniacalmente perfetto in cui ogni tassello che il lettore incontra per la via va naturalmente al proprio posto, nonostante l’apparente complessità dei personaggi e del mondo che ha saputo costruire. Un’abilità che emerge nei sottili giochi di parole che riesce a creare, così come nella costruzione, gustosissima, di nuovi giochi come il corner che ricorda il moderno poker e dove i giocatori devono applicare strategie e abilità particolari in un mondo dove la magia e l’alchimia sono scienze al pari della logica e della matematica.

La ricerca di Kvothe è infatti ricerca della verità e impiegherà tutti i mezzi a sua disposizione per arrivare a vendicarsi dei temibili Chandrian. La ferita e il conflitto che ne deriva fa da propulsore all’intera vicenda capace di generare pathos e potenza narrative rare in un romanzo fantasy. È il viaggio dell’eroe raccontato dall’eroe stresso, con una scelta da parte dell’autore capace di catturare il lettore perché come scrisse W. Somerset Maugham: “una storia vera è sempre meno vera di una inventata”.

 

Rebecca Hanson

Online Account Manager

Digital Whiskers Inc

http://www.digitalwhiskers.com

 

L’autrice della presente recensione dichiara, sotto la sua unica responsabilità, di essere la naturale e unica proprietaria dei diritti sul testo. La pubblicazione del testo è consentita su questo spazio dietro autorizzazione dell’autore senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

In arrivo “L’esigenza del silenzio”, opera poetica di Michela Zanarella e Fabio Strinati

E’ in uscita sabato 10 febbraio 2018 “L’esigenza del silenzio”, il nuovo libro di Michela Zanarella e Fabio Strinati, edito da Le Mezzelane Casa Editrice. Una raccolta di poesie a quattro mani, che è da considerarsi un’esplorazione condivisa dell’anima. I due autori hanno scelto di unire le loro voci e di compiere un percorso di analisi interiore, consapevoli che la scrittura in versi libera emozioni e sentimenti a volte inaspettati.

Dante Maffia, che ha curato la prefazione del volume, scrive: “Michela e Fabio compiono un viaggio insieme e ne danno un resoconto non attendibile, fuori dalla verità comune. Perché nelle loro parole c’è la verità di un cielo che si è specchiato senza cercare la deflagrazione. La metafora per fare intendere la catena di metafore sottese in ogni pagina, il fluire limpido e a volte magmatico dei pensieri e delle emozioni, lo sforzo per poter entrare nell’invisibile e trarne ragioni ineluttabili. Non è questo del resto il compito dei poeti? Non è quello di squarciare veli e di entrare nella magia di insondabili chimere per offrire poi la dovizia di nuovi cammini?”

E’ un dialogo intimo, riflessivo ed avvolgente dove ogni percezione, ogni elemento della natura si adegua al ritmo di scrittura dei due poeti, che ad un certo punto fondono i loro i stili, fino a diventare unico canto. Il silenzio è il luogo ideale, dove mente e cuore trovano riparo dalle ombre della realtà.  

Poesia 1
(di Michela Zanarella)
Non so cosa proverai
vedendo il cielo accanto a me
e cosa ti dirà l’orizzonte
dall’incontro dei nostri sguardi.
La luce ci salverà entrambi
dall’imbarazzo e dalle ombre del passato.
Ci sentiremo figli di un tempo
mai spento negli inganni della vita.
Prenderemo dal sole
una pioggia calda di segreti
e al vuoto degli occhi faremo spazio
allo stupore che diventeremo.
Ci alzeremo tra i giorni
come confini che si esplorano
tolto il buio dal cuore
e la fatica degli amori spinti
troppo in alto.
Ci capiremo credo
senza troppe parole
solo ad istinto
respirando il mondo
con lo stesso colore
nella corrente che soffia
aquiloni rossi
addosso al tramonto.
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Poesia 2
(di Fabio Strinati)
Ho imparato presto a camminare
sulla scacchiera di un’epoca
a me contraria.
Ho visto nella folta spirale
l’imbarazzo per un’avventura
chiamata vita
che ormai per dissimmetria
ho presto dimenticato.
Ho visto te come nutrice di astri,
e in me, la moltiplicazione
di speranze indomabili
come sospiro ad ogni patimento.
Ho imparato la parola,
rarissima perla contro il pianto
e la tristezza carica d’aroma.

 

Gli autori

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Michela Zanarella durante la premiazione della VI edizione del Premio “L’arte in versi” a Jesi nel novembre 2017 dove era membro di giuria.

Michela Zanarella è nata a Cittadella (PD) nel 1980. Dal 2007 vive e lavora a Roma. Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia: Credo (2006), Risvegli (2008), Vita, infinito, paradisi (2009), Sensualità (2011), Meditazioni al femminile (2012), L’estetica dell’oltre, 2013), Le identità del cielo (2013) Tragicamente rosso (2015) Le parole accanto (2017). In Romania è uscita in edizione bilingue la raccolta Imensele coincidente (2015). È inclusa nell’antologia Diramazioni urbane (2016), a cura di Anna Maria Curci. Autrice di libri di narrativa e testi per il teatro, è redattrice di Periodico italiano Magazine e Laici.it. Le sue poesie sono state tradotte in inglese, francese, arabo, spagnolo, rumeno, serbo, greco, portoghese, hindi e giapponese. Ha ottenuto il Creativity Prize al Premio Internazionale Naji Naaman’ 2016. È ambasciatrice per la cultura e rappresenta l’Italia in Libano per la Fondazione Naji Naaman. E’ speaker di Radio Doppio Zero. Socio corrispondente dell’Accademia Cosentina, fondata nel 1511 da Aulo Giano Parrasio. Si occupa di relazioni internazionali per EMUI EuroMed University.

 

dddFabio Strinati (poeta, scrittore, compositore) nasce a San Severino Marche il 19 gennaio 1983 e vive ad Esanatoglia, un paesino della provincia di Macerata nelle Marche. Molto importante per la sua formazione, l’incontro con il pianista Fabrizio Ottaviucci. Ottaviucci è conosciuto soprattutto per la sua attività di interprete della musica contemporanea, per le sue prestigiose e durature collaborazioni con maestri del calibro di Markus Stockhausen e Stefano Scodanibbio, per le sue interpretazioni di Scelsi, Stockhausen, Cage, Riley e molti altri ancora. Partecipa a diverse edizioni di “Itinerari D’Ascolto”, manifestazione di musica contemporanea organizzata da Fabrizio Ottaviucci, come interprete e compositore. Strinati è presente in diverse riviste ed antologie letterarie. Da ricordare Il Segnale, rivista letteraria fondata a Milano dal poeta Lelio Scanavini. La rivista culturale Odissea, diretta da Angelo Gaccione, Il giornale indipendente della letteratura e della cultura nazionale ed Internazionale Contemporary Literary Horizon, la rivista di scrittura d’arte Pioggia Obliqua, la rivista “La Presenza Di Èrato”, la revista Philos de Literatura da Unia Latina, L’EstroVerso, Fucine Letterarie, La Rivista Intelligente, aminAMundi, EreticaMente, Il Filorosso, Diacritica, la rivista Euterpe, Il Foglio Letterario, Versante Ripido.

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Gli autori delle poesie qui pubblicate hanno acconsentito alla loro pubblicazione su Blog Letteratura e Cultura senza nulla avere a pretendere né ora né in futuro al gestore del blog. 

Intervista alla scrittrice ed editrice Rita Angelelli. A cura di Lorenzo Spurio

12961692_10204882259136370_3786960462861747023_nQuest’oggi abbiamo l’occasione di conoscere più da vicino Rita Angelelli, autrice e poetessa che tanto si sta impegnando per la promozione culturale credendo in autori esordienti e riconoscendo talenti a livello nazionale. Rita Angelelli è nata cinquantatré anni fa a Santa Maria Nuova (AN) dove attualmente vive. Ricamatrice di professione, creativa per passione e produce bigiotteria di alta classe per sé e per gli amici, nel 2017 ha fondato la casa editrice Le Mezzelane. Autrice di racconti e romanzi erotici (tra cui la trilogia Le nuove confessioni di Eva) e di sillogi poetiche (Ceramiche a capodanno del 2017 e Un’altra vita di prossima uscita), dopo la guarigione da una subdola malattia pubblica Salve amici della notte, sono Porzia Romano, un crudo resoconto di vita vissuta di cui è stata protagonista. Direttrice editoriale de Le Mezzelane, lettrice, relatrice in presentazioni di libri ed eventi, MC, performer.

  

L.S.: Che cosa rappresenta per te la letteratura?

R.A.: E’ la mia vita: è un mondo che mi affascina e nel quale mi sento realizzata, dove ho l’opportunità di conoscere gente e di entrare in contatto con realtà diverse. Questo, su un piano meramente personale, mentre a un livello superiore potrei dire che la letteratura è senz’altro un sapere che ha a che vedere con l’istruzione, con la fame di conoscenza. Essa ti permette di scoprire tante cose e anche di capire meglio te stesso.

L.S.: Quali generi preferisci?

R.A.: In particolar modo amo il genere rosa (ho letto moltissimi Harmony!), o romance come lo chiamano adesso, il thriller sino ad arrivare al giallo-crime e al noir. Negli ultimi tempi ho iniziato ad apprezzare anche il fantasy.

L.S.: Cos’è che ti piace di più del genere rosa e degli altri generi?

R.A.: La possibilità di scoprire personaggi realistici che hanno al contempo qualcosa di ‘fantastico’. Chiaramente molto affascinanti sono le ambientazioni da sogno e la capacità della narrazione di farti sognare e trasportare su ‘universi paralleli’. In particolare apprezzo molto le narrazioni di Daniel Steel e di Liala (pseudonimo di Amalia Liana Negretti Odescalchi, nota autrice di romanzi d’appendice). Mentre per quanto riguarda il thriller/giallo crime/noir mi piacciono quei passaggi dal ritmo elevato e i colpi di scena.

L.S.: Quali sono secondo te le principali difficoltà che incontra uno scrittore nella stesura di un romanzo?

R.A.: Secondo me la questione linguistica è importantissima. Anche io, che provenivo da tutt’altro mondo rispetto al sapere umanistico, ho dovuto fare un’attenta operazione di studio della grammatica, della sintassi e delle forme. Tale amore verso la letteratura mi ha portato recentemente a iscrivermi a un corso di letteratura antica che inizierò nei prossimi mesi. Particolare attenzione va riversata anche sulle ambientazioni: è sempre preferibile raccontare di episodi localizzabili in ambienti, contesti geografici, che, per qualche ragione, l’autore ha sperimentato direttamente perché li ha vissuti. L’utilizzo del flashback è una risorsa importantissima perché consente di portare a galla i flussi di coscienza dei personaggi e dunque di fornirne una tracciatura completa dei caratteri.

L.S.: Puoi parlarci del tuo progetto narrativo Le nuove confessioni di Eva?

R.A.: Le nuove confessioni di Eva è una trilogia di cui è stata pubblicata per il momento solo la prima parte. Essa è nata in maniera anomala nel senso che inizialmente avevo scritto un racconto breve, dotato di un suo finale e poi mi è stato proposto di ampliare l’intera storia e così, partendo proprio dalla chiusa, ho rielaborato il tutto con maggiori particolari e una più attenta tracciatura del personaggio di Eva e del suo vissuto. Pur essendo consapevole che i generi di racconto e romanzo sono differenti e distanziati tra loro, in tale circostanza la forma breve mi è servita come base, come abbozzo, per lo sviluppo nei dettagli e nella trama, di una narrazione più arzigogolata.

L.S.: Come definiresti la poesia?

R.A.: La poesia nasce in un momento d’intimità con sé stessi. Si tratta di un’esigenza di affrontare argomenti e renderli pubblici e dunque fruibili. E’ difficile definire la poesia in maniera univoca; io nel tempo ho scritto vari tipi di poesia, da quella amorosa, a quella più “pesantina” che ha a che fare con tematiche biografiche quali la malattia e la morte. Essa ha sempre la caratteristica di essere una scrittura istintiva, non mediata da un’analisi o da una ricerca come ad esempio può avvenire con la narrativa.

L.S.: Scrivi al pc o a mano?

R.A.: In entrambi i modi, indifferentemente. A seconda delle situazioni e della disponibilità.

L.S.: A quali poeti – italiani o stranieri – ti senti maggiormente legata?

R.A.: Mi piace molto la poesia realistica e concreta di Ezra Pound. Ho letto più volte Neruda. Per quanto concerne la poesia italiana, non farei nomi in particolare. Per il lavoro che conduco mi trovo spesso a leggere la poesia di autori giovani ed esordienti. Posso citare alcuni poeti che secondo me si mostrano – ciascuno a suo modo – veramente validi: l’aretino Davide Rocco Colacrai, il sardo Alessandro Madeddu, la padovana Michela Zanarella. Tra le voci di maggior spessore, consacrate alla letteratura del nostro secolo, senz’altro Dante Maffia.

L.S.: Per quale motivo una persona è portata a scrivere oggi?

R.A.: Mi trovo a individuare tre fasce di persone che scrivono. Chi lo fa per mera passione, e il più delle volte nemmeno pubblica niente, tenendo i propri scritti nel cassetto. C’è poi chi lo fa perché ha una reale esigenza di farlo (scrittura come terapia) ed ha dunque la necessità di condividere con un pubblico ciò che scrive. Raramente queste persone diventano famose come scrittori o poeti. C’è infine (pochissimi) chi è uno scrittore di professione, riconosciuto. Vale a dire che vive dell’attività della sua scrittura.

L.S.: Puoi parlarci del tuo nuovo libro di poesie, Un’altra vita?

R.A.: Si tratta di una raccolta di liriche scritte in un ampio arco temporale. Alcune contraddistinte da temi amari quali la malattia, la solitudine e la morte ed altre, più recenti, che parlano di gioia e soddisfazione e che aprono dunque a “un’altra vita”. Si tratta di poesie molto personali che toccano la mia interiorità, gli affetti e la famiglia, molte di esse sono poste nella forma della riflessione.

Un_altra_vita.jpgL.S.: Quali progetti personali ti vedono coinvolta in questo periodo?

R.A.: Il romanzo Solo sabbia tra le mani uscirà rivisto a breve con il titolo di Lucrezia. Si tratta di un romanzo ambientato tra Porto Recanati e Ancona che parte come erotico per diventare giallo e sfociare alla fine come un vero noir. Sono particolarmente legata al romanzo anche per il sistema di narratori che ho previsto: nella prima parte si narra in terza persona singolare, dunque da un punto di vista extra-diegetico, nella seconda parte si fa uso della prima persona singolare, dunque è una narrazione intimistica e diaristica, in presa diretta. Infine la terza parte è sempre scritta in prima persona ma ho adoperato una sorta di distaccamento dall’io narrante, come una proiezione distaccata ed esterna. Tra gli altri progetti dovrò lavorare a una riscrittura di Istinto e passione, il mio primo romanzo pubblicato nel 2012. Mi è anche stato chiesto di scrivere i testi per una serie tv, ma per quello ci sarà tempo da attendere. Qualcosa di bello ma al contempo impegnativo: vedremo come si metteranno le cose!

L.S.: Quali sono le tue considerazioni in merito allo sterminato scenario dei concorsi letterari in Italia?

R.A.: In Italia ci sono tantissimi concorsi, ma quasi nessuno dà veramente la fama e consente di essere conosciuti, apprezzati e diffusi. Tranne quei pochi concorsi risonanti, il cui numero si conta sul palmo della mano, devo riconoscere che la gran parte sono poco utili, spesso mal organizzati e privi di un reale intendimento nella questione sociale o, peggio ancora, macchine per far cassa. La mia esperienza con i concorsi mi porta a citare il premio di poesia e narrativa breve “La pelle non dimentica” da me ideato nel 2017 con lo scopo di dare la possibilità di sensibilizzare sui temi del femminicidio e della violenza di genere e di sostenere finanziariamente l’Ass. Artemisia di Firenze che si occupa di violenza sulla donna, sui bambini e di case famiglia. I concorsi dovrebbero essere motivati, al di là dell’effimero premio, da un sostegno verso realtà di disagio.

L.S.: Sei stata, assieme al sottoscritto, organizzatrice e MC di poetry slam. Che cosa ne pensi di questa formula di proporre la poesia?

R.A.: Si tratta di un bell’universo perché il pubblico è parte attiva della manifestazione. Il poeta si impegna e ci mette tutto se stesso per interpretare e dar forma ai suoi testi. È uno spettacolo vero e proprio che è anche bello condurre. Mi piace perché partecipano molti giovani e perché l’età anagrafica dei partecipanti è completamente ininfluente nei metri di giudizio della giuria pubblica.

L.S.: Perché hai deciso di aprire Le Mezzelane Casa Editrice?

R.A.: Ho sempre amato i libri e leggerli ma la decisione di aprire la casa editrice è nata più come sfida o ribellione nei confronti di (sedicenti) editori che in precedenti occasioni avevano interagito con me e le mie opere in maniera poco scrupolosa e professionale. Ho svolto per un paio di anni l’attività di talent scout e credo di essere abile nell’intuire se un autore valga. Il progetto è nato e si è sviluppato nell’arco di circa sei mesi e da allora (un anno e mezzo di attività) siamo orgogliosi nel riconoscere di aver 74 libri pubblicati e altrettanti – in forma di proposte – che verranno pubblicati nel corso del 2018. Abbiamo varie collane che si occupano di tutti i generi e al momento quelle maggiormente rappresentate sono “Ballate” per la poesia, “La mia strada” per la narrativa e “Tra serio e faceto” per l’umoristica. Abbiamo iniziato con un organico ridottissimo e ora siamo in quindici: la proprietaria, Camilla Capomasi, io che sono il direttore editoriale, la capo-editor Maria Grazia Beltrami che coordina undici editor e la grafica Gaia Conventi. Oltre al nostro sito – che ben presto verrà implementato anche con servizi aggiuntivi – i nostri libri sono acquistabili in tutte le librerie online e ordinabili nelle librerie fisiche. Il nostro distributore LibroCo, copre l’intero territorio nazionale in maniera efficiente e tracciata.

 

Jesi, 28-12-2017

 

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